sabato 16 marzo 2013

La legge più importante



Quello che segue è un post un po’ tecnico, tuttavia non contiene nulla di “difficile” e nei suoi concetti essenziali è comprensibile da chiunque. Spero solo che Marx non si rigiri nella tomba per questo mio maldestro tentativo di estrema sintesi e di volgarizzazione di un’analisi di ben altra ampiezza e valore.

* * *

Il capitale che investe nella produzione di merci, non lo fa per soddisfar dei bisogni. Non direttamente almeno. Al capitale interessa solo generare valore, aggiuntivo a quello anticipato, ovviamente. Bisogna tener presente che non tutto il capitale investito partecipa al processo produttivo, ossia non tutto il capitale è in grado di generare nuovo valore. Per chiarire meglio la cosa è necessario introdurre due categorie: quella di capitale costante e quella di capitale variabile.

Nella sua composizione organica (vedremo poi cos’è), il capitale si distingue in due parti:

il capitale costante è la parte del capitale che si converte in mezzi di produzione (impianti, attrezzature, materie prime e ausiliarie, ecc.), e che non cambia la propria grandezza di valore nel processo di produzione (1);

e il capitale variabile, che è invece la parte del capitale convertita in forza-lavoro (cioè quella parte di capitale – quindi salari – con la quale si acquista il “lavoro”), quella parte di capitale che cambia il proprio valore nel processo di produzione. Non solo produce il proprio equivalente – salari – ma ne produce un’eccedenza: il plusvalore (2).

Solo il lavoro umano, in determinate circostanze, produce valore e più di quanto ne consumi. Con ciò s’intende che la forza-lavoro possiede un particolare valore d’uso rispetto a tutti gli altri elementi del processo produttivo. Il plusvalore costituisce l’eccedenza del valore del prodotto sul valore dei fattori del prodotto consumati, cioè dei mezzi di produzione e della forza-lavoro. Del resto il capitalista non avrebbe alcun interesse ad acquistare forza-lavoro “al suo valore” se poi dovesse limitare il tempo di lavoro allo stretto necessario per la sua riproduzione (salario).



Scrive David Ricardo in apertura dei suoi Princìpi: “Il valore di una merce, ovvero la quantità di ogni altra merce con la quale si scambierà, dipende dalla relativa quantità di lavoro necessaria alla sua produzione, e non dal maggiore o minore compenso che per tale lavoro viene corrisposto” (Isedi, 1976, p.7).

Che il lavoro produca nuovo valore, che sia la sua quantità contenuta nelle merci a determinare il valore di queste, non è dunque una scoperta di Marx. Egli ha scoperto il plusvalore (che Ricardo intuisce ma confonde con il profitto), nel senso che ne ha scoperto e descritte le effettive e causali determinazioni.

Ricardo non sarà in grado di andare oltre nell’indagine sull’origine del plusvalore. Marx a tale riguardo osserva: “Da nessuna parte Ricardo tratta il plusvalore separandolo e distinguendolo dalle sue forme particolari – profitto (interesse) e rendita.  Perciò le sue considerazioni sulla composizione organica del capitale, che è di così decisiva importanza, sono limitate alle differenze tramandate da A. Smith, quali risultano dal processo di circolazione (capitale fisso e capitale circolante), mentre da nessuna parte egli tocca o conosce le differenze della composizione organica entro il processo di produzione vero e proprio. Donde la sua confusione tra valore e prezzo di costo, l’errata teoria della rendita, le errate leggi sull’aumento e la caduta del saggio del profitto, ecc.” (3).

La mancata distinzione tra capitale costante e capitale variabile, ossia la mancata definizione di “composizione organica” del capitale, e la confusione tra plusvalore e profitto, porterà gli economisti alle più stravaganti teorie su tutti gli aspetti decisivi dell’economia politica e segnatamente per quanto riguarda la caduta del saggio del profitto e le cause delle crisi.

Per composizione organica del capitale s’intende il rapporto reciproco che si stabilisce tra composizione di valore e composizione tecnica. In altre parole, la composizione di valore riflette la proporzione in valore delle parti costitutive del capitale (abbiamo visto: capitale costante e capitale variabile). La composizione tecnica riflette invece il rapporto fisico tra materie prime, mezzi di produzione e lavoro e indica il livello tecnico raggiunto dalla produzione.

Non distinguere tra “composizione in valore” e “composizione tecnica”, riducendo la composizione organica a semplice “composizione in valore”, preclude qualsiasi possibilità sia di cogliere la contraddizione fra lo sviluppo storico-naturale delle forze produttive e la forma che esse assumono nel modo di produzione capitalistico, sia la vera ragione per cui l’aumento della composizione organica, provocando la caduta tendenziale del saggio di profitto, possa e debba risolversi nella crisi dell’accumulazione capitalistica.

Prima di andare alle conseguenze pratiche vediamo che cos’è il plusvalore e il profitto, ovvero il saggio dell’uno e dell’altro. Il saggio del plusvalore è il rapporto tra plusvalore e capitale variabile (salari). Esempio: dato un capitale costante di 80 € e uno variabile di 20 €, posto un plusvalore di 20 €, il valore di una merce sarà = a 120 €. Ebbene in tal caso il saggio del plusvalore, ossia il rapporto tra plusvalore e capitale variabile (salari), sarà del 100% (20€ di plusvalore su 20€ di salario).

A questo punto sarebbe necessario dire due parole sui concetti di plusvalore assoluto e plusvalore relativo, ma ne ho trattato già in altra occasione e sorvolo pur con un grosso senso di colpa. Vengo invece alla categoria del profitto, ovvero al saggio del profitto. Il profitto, è una forma secondaria, derivata e trasformata del plusvalore, è – come dice Marx – la forma borghese nella quale le tracce del suo sorgere sono cancellate. Esso non è altro che il plusvalore rispetto al capitale complessivo anticipato, il suo saggio è il rapporto tra il plusvalore ed il capitale totale investito. Mi spiego: mentre il saggio del plusvalore è = pv/v, nel caso del saggio profitto esso è = pv/c + v, laddove c è il capitale costante e v il capitale variabile.

Ecco che nell’esempio di prima, avremo: dato un capitale costante di 80 € e uno variabile di 20 €, posto un plusvalore di 20 €, il valore di una merce sarà = a 120 €. Ebbene in tal caso il saggio del profitto, ossia il rapporto tra plusvalore e capitale complessivo, sarà del 20% (20€ di plusvalore o profitto su 100€ di capitale complessivo). In altri termini e per i più bravi, dirò che il saggio di profitto è determinato dal rapporto tra saggio del plusvalore e composizione in valore del capitale, cioè nella formula:


Le leggi del movimento del saggio di profitto non coincidono con quelle del saggio del plusvalore, da cui il saggio di profitto, come abbiamo visto, si distingue anche quantitativamente. Il saggio di profitto può scendere, anche se saggio il del plusvalore reale sale. Il saggio di profitto può salire, anche se il saggio del plusvalore reale scende. Pertanto la categoria del saggio del profitto svolge un ruolo fondamentale nell’economia politica, in quanto il suo movimento è alla base della crisi del modo di produzione capitalistico.

Infatti, la tendenza storica dell’accumulazione capitalistica consiste in un aumento della composizione organica del capitale e, di conseguenza, in una caduta del saggio di profitto. Questa legge, ci dice Marx, è “sotto ogni aspetto la legge più importante della moderna economia politica […] È la legge più importante dal punto di vista storico” (4).


Per il dettaglio sulla caduta del saggio del profitto vedi anche questo post.



(1) S’è mai visto un oggetto cambiare di per sé il proprio valore? Può cambiare il suo prezzo, ma non il suo valore. Nel processo produttivo, il valore del capitale costante si conserva trasmettendosi al prodotto e cioè riappare soltanto nel valore dei prodotti senza aggiungervi alcunché.

(2) L’economia borghese chiama il plusvalore “valore aggiunto”, solo che non lo fa derivare dal capitale variabile e cioè dalla forza-lavoro, ma dai cosiddetti “fattori produttivi”, cioè dal capitale complessivo. Non lo fa perché gli economisti borghesi sono degli idioti (in molti casi lo sono!) ma per un interesse di classe ben preciso, ossia per nascondere la natura dello sfruttamento capitalistico della forza-lavoro. Naturalmente questo fatto – sia sotto il profilo teorico e pratico – non è privo di conseguenze decisive.

Ma non è stato sempre così. Ai primordi, la scienza economica classica non aveva ancora un interesse pratico contro il proletariato ancora in fase d’ascesa, perciò poteva ancora permettersi di analizzare le questioni dal punto di vista scientifico e non ideologico come invece sarebbe poi accaduto nelle varie fasi in cui prevalsero le teorie dell’economia volgare.

Partendo dall’analisi del mercato, dei prezzi, David Ricardo (1772-1823) scopre il “valore di scambio”, quindi il “lavoro come produttore di valore di scambio”, infine il “plusvalore-profitto”, cioè la base dello sfruttamento degli operai da parte dei capitalisti. Anche in tal caso, però, la sua posizione di classe gli impedisce di andare fino in fondo nell’analisi e non riesce ad astrarre al punto di individuare che il processo di produzione capitalistico è unità contraddittoria di valore di scambio e valore d’uso. Non riuscendo a penetrare la contraddizione, Ricardo non riesce però nemmeno a spiegarsi la produzione di plusvalore-profitto in base alla stessa legge del valore-lavoro: se il capitalista paga l’operaio il valore del lavoro, come fa a prodursi un valore in più, ossia un plusvalore? Ed è proprio questo dilemma teorico che sarà risolto da Marx.

(3) Teorie sul plusvalore, Meoc, XXXV, p. 406; St. delle teorie economiche, Einaudi, 1955, II, p. 93.

(4) Grundrisse, La Nuova Italia, II, p. 460.




15 commenti:

  1. Cara Olympe, per quel che vale il mio giudizio, per la tua costante opera di divulgazione del suo pensiero, Marx nella tomba, più che rigirarsi, sorride e ti ringrazia.

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  2. 1) Ti sei scordata della PRODUTTIVITA' MARGINALE DEL CAPITALE: forse la più grande stronzata che mai avessero inventato.

    2) "Qual è la misura del capitale" è la domanda alla quale nessun "economista" borghese non ha mai risposto.

    3) Quando parlano di produttività ("marginale del lavoro" è la parte che omettono a dire), parlano proprio di aumentare il saggio del plusvalore.

    Queste sono le mezze verità borghesi più ridicole, ma alle quali si aggiungono le "verità" tragiche della popolazione comune, come:

    "ho visto macchine lavorare senza persone" e ne deducono che la macchina produce valore a sé;

    "sono improduttivi perché li ho visti sparlazzare durante l'orario di lavoro mentre io lavoravo come un dannato" e ne deducono che bisogna abolire l'art 18.;

    "è facile, la misura del capitale sono gli euri", che mentre per loro facciamo domande ridicole, loro sono convinti delle proprie ragioni.

    Cara Olympe, ammiro la tua perseveranza, ma contro l'imbecillità non esistono cure, se non le foibe, oppure peggio, lo studio forzato (non lavori forzati).

    saluti

    Tony

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    1. non era sede questo post per trattare le teorie dell'economia volgare, perciò ho trascurato i soggettivisti, i marginalisti, cioè che nel mercato vi sia concorrenza perfetta e dia a ciascuno un compenso corrispondente al contributo dato alla produzione sociale e altre armoniose balle del genere. così come non era il caso di ricostruire la storia delle teorie neo-monetariste e dei neo-ricardiani
      ciao

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  3. Letto, con attenzione e lentezza. Manca, mi manca, la possibilità di poter dialogare de visu con la "docente", aggiungerebbe un enorme "plusvalore cognitivo" per il discente...forse un giorno...Con gratitudine Tiziana

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    1. lettori attenti, fatica molto gratificata per me
      un abbraccio Tiziana

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  4. La divulgazione è virtù di pochi.
    Capire in un sol colpo concetti non semplici espande la coscienza e fa diventare migliori.
    La tua costanza poi impreziosisce ed intenerisce.
    Brava bravissima. Continua sempre così. Grazie.

    p.s. Alla camera ed al senato si è ricompiuto il rito dei luoghi comuni e delle belle parole. Una donna ed un uomo di apparato. Grasso inoltre è anche fisiognomicamente tonto oltre che culturalmente cafoncello nonché desideroso di dare qualche premio a Berlusconi. Poveri noi. C'est la vie!

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    1. apparato, dici bene. i grillisti se avessero voluto mantenere fede alla parola data oggi non dovevano nemmeno entrare in parlamento. rivoluzionari della cicoria

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    2. Chiaro ed efficace come al solito, Olympe. E' incredibile come leggi così complesse siano deducibili dalla semplice osservazione della realtà umana. Forse è per questo che Marx era un genio ... ha reso evidente una cosa che avrebbe dovuto esserlo per tutti.
      Grazie per ricordarcelo, Olympe.

      Sui grillini, non so ... sembra che i vecchi volponi gli abbiano teso un agguato e alcuni di loro ci sono cascati in pieno.
      Dal suo punto di vista Grillo ha ragione ad essersi incazzato.
      Buona domenica

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  5. Post meraviglioso! La prossima volta che passi da Roma, permettimi di offrirti un caffé :)

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  6. Post meraviglioso! La prossima volta che passi da Roma, permettimi di offrirti un caffé! :)

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  7. Post meraviglioso! La prossima volta che passi da Roma, permettimi di offrirti un caffé :)

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    1. Ops, è impazzito il pc, pardon :)

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    2. avrà bevuto troppo caffè il tuo pc?
      ciao Mauro

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