In
nome di Marx sono state costruite società dove la libertà non era di casa. Marx
non c'entrava nulla. Per me (noi) è cosa ovvia, ma per moltissimi altri non è
così. Questi ultimi, la maggioranza, seguendo una mistificazione ben
consolidata e diffusa a piene mani dai produttori di idee che regolano la
produzione e la distribuzione delle idee del nostro tempo, pensano che Marx
abbia idealizzato e prescritto una ricetta del “comunismo”, magari ne Il
Capitale, opera che però ha per sottotitolo: Critica dell’economia politica. Dove di comunismo non si parla e il
termine non vi compare mai. Una sola vota compare “società comunista”, ma
senza alcun’altra specificazione.
Tuttavia
una riflessione su questo è necessaria, partendo da una domanda minima: su quali
basi economico-sociali sono state costruite quelle società che si sono poi
chiamate “comuniste” o del “socialismo reale”? Intendo la Russia zarista, la
Cina dei signori della guerra, il regime cubano di Batista e le società
postcoloniali africane e asiatiche, poggiavano su adeguate condizioni di
sviluppo per un passaggio a una qualche forma di socialismo avanzato? La
risposta è molto semplice: nessuna di queste società aveva una struttura
economica, produttiva e di mercato, tale che si potesse immaginare di
realizzarvi, attraverso una rivoluzione sociale, qualcosa che non fosse diverso
da un’altra distribuzione della povertà e del
lavoro.
La
questione del lavoro, del tipo di attività e di come viene svolta, è fondamentale sotto tale profilo. Non è
data rivoluzione sociale, contro le condizioni presenti dello sfruttamento, se
non partendo da una diversa “qualità” del lavoro. Già in uno scritto giovanile,
ossia nell’Ideologia tedesca, Marx
aveva ben chiaro il problema: “in tutte le rivoluzioni sinora avvenute non è
mai stato toccato il tipo dell’attività,
e si è trattato soltanto di un’altra
distribuzione di questa attività, di una nuova distribuzione del lavoro ad
altre persone, mentre la rivoluzione comunista si rivolge contro il modo dell’attività che si è avuto finora …”.
Siamo giunti in un’epoca nella quale non solo si rende sempre più
palese la trasformazione del modo
dell’attività, indipendentemente dalla volontà dei capitalisti e bensì sotto
la spinta della necessità (in sintesi: ridurre il tempo di lavoro contenuto
nella singola merce), ma viepiù si palesa marcata la possibilità di regolare
il lavoro in modo da sottrarlo allo sfruttamento a vantaggio di una classe (*).
E
tutto ciò mentre si blatera della necessità di ripristinare “verità e realismo”
e di riscoprire “l’idea di autorità”. L’autorità
dei padroni di comandare sul lavoro c’è da sempre. Inoltre, per fare un
solo esempio, non già l’idea ma la
pratica concreta di licenziare a
piacere chi per sopravvivere e riprodursi come schiavo salariato è
costretto a lavorare per un padrone, è stata reintrodotta in pompa magna senza
neanche un’ora di sciopero generale, senza una barricata nelle strade, senza un
assalto alle armerie e ai palazzi del potere, senza che un figlio di puttana
pendesse dal lampione con un cartello al collo con scritto: bischero!
Si
tratta dunque della comprensione dei
rapporti reali e non della conciliazione dialettica di concetti. L’autorità, intesa borghesemente come diritto del più forte, che è anch’esso un diritto, può vivere in varie forme,
e ciò difatti avviene anche nello Stato di diritto.
(*)
Solo degli sciocchi o gente in malafede può mettersi a discutere su chi
cucinerà il pranzo o svolgerà il lavoro di badante in una società comunista. Anche
perché la nuova società non è qui dietro l’angolo, non è cosa che si cala
dall’alto, che si compie d’un solo passo, ma è necessariamente un lungo
processo di lotta, di scontro, di tentativi, di successi e d’inevitabili
fallimenti.