Invito
a leggere questa intervista ad Alain Badiou segnalatami da una persona che
stimo. Personalmente i filosofi francesi mi hanno sempre provocato l’orticaria
(non sono però migliori quelli nostrani), ma in questo caso credo di essere sostanzialmente
d’accordo con le riflessioni di Badiou, soprattutto con l’affermazione: “il marxismo è il solo pensiero generale
che possa illuminare il mondo contemporaneo ed essere alla base di una nuova
politica. Tutti i concetti importanti di Marx sono molto più veri oggi che ai
suoi tempi”.
Questa
posizione, di per sé chiara e comprensibile, non inamidata da astrazioni
d’ordine “filosofico”, implica in realtà la necessità di essere precisata. A
cominciare dal concetto di “marxismo”, e poi, a seguire, per quanto riguarda i cosiddetti
“concetti importanti” di Marx. Su Marx registro una generalizzazione, in quanto
Badiou riduce le “leggi” scoperte da Marx a meri “concetti importanti”. Non è
proprio la stessa cosa, non se detta da Badiou. Forse in un’altra occasione
dirò di più su questo punto.
Badiou,
citando Lenin, sottolinea anche un’altra cosa importante: “O la rivoluzione impedirà la guerra, o la guerra provocherà la
rivoluzione”. Non sono d’accordo sulla subordinata. I tempi sono cambiati, nessuna guerra provocherà la
rivoluzione. Un nuovo conflitto generale
potrà provocare delle rivolte, non la rivoluzione. Se non in seconda battuta, e
cioè su ciò che resterà, sulle macerie. Una rivoluzione nella vita delle
persone imposta dalla drammatica necessità di sopravvivere con ciò che resterà.
La
cosa più urgente da fare, a suo tempo, non è stata fatta. E ora purtroppo diventa
sempre più tardivo il fare i conti con il passato, ossia con lo stalinismo, il
maoismo e insomma con la vecchia concezione del potere cosiddetto “comunista”, con
la dura epopea di quelle burocrazie, con il concetto stesso di rivoluzione, e
sul totale travisamento di Marx. Servirebbe anzitutto riprendersi in mano la
nostra storia, ciò peraltro consentirebbe di poter svolgere meglio la critica del capitalismo, senza scheletri negli armadi, e fare i conti con
le sue catastrofi di ieri e di oggi (*).
Badiou,
inoltre, dice che bisogna “capire che la
tecnica è da oltre tre secoli la zona decisiva per l’appropriazione
capitalista: dalla macchina a vapore alle centrali nucleari, dalla lanterna
magica alla televisione, dal gioco delle carte ai Pokémon”. Sui rischi della “tecnica” scrisse già
molto il dimenticato Lewis Mumford, ed è da segnalare anche l’ultimo saggio
curato da Renato Curcio (L’egemonia
digitale, Sensibili alle foglie) sui limiti che si dovrebbero imporre
all’impiego delle tecnologie. Tuttavia, se è pur vero, seguendo anzitutto Marx,
che nelle tecnologie si interiorizzano i rapporti di produzione, ossia dei
valori impliciti, è altrettanto vero che il lavoro potrà essere liberato (non
solo dallo sfruttamento capitalistico!) solo per mezzo del progresso
tecnologico.
Quanto
alla solita tirata contro internet, non mi va di aggiungere nulla. Passerà.
(*)
So che la cosa farà arrabbiare qualche lettore, però conto sul fatto che i miei
lettori sono pochi e dunque ancor meno quelli che si arrabbieranno. Personalmente
nutro più dubbi che certezze sulla bontà della rivoluzione d’Ottobre. Penso in
buona sostanza, forse non solo col senno di poi, che Julij Cederbaum avesse
ragione e Vladimir Ulianov torto. Non si trattò di una diatriba estetica. Ed è
questo fatto, tale critica, che segna la mia distanza dalle organizzazioni dei
“professionisti della rivoluzione”. Quella rivoluzione divise l’Europa dalla
Russia, precluse a quest’ultima, dopo la rivoluzione di Febbraio, uno sviluppo
diverso, e alimentò speranze e illusioni che ebbero certamente un ruolo nel
fomentare la reazione fascista. Rischiò addirittura di far vincere la guerra
agli imperi centrali, cosa che poco si racconta.