Il mio amico Luca, poeta sensibile e blogger gentile,
mi segnala una recente intervista di
Luciano Canfora che mi ha fatto capire come quarant’anni di letture marxiane
siano state tempo alienato o quasi. Meglio tardi che mai, ma quale rimpianto.
Il filologo e storico barese rivela quanto segue:
Una storia
dell’umanità in sintesi l’ha già raccontata Lucrezio, il poeta latino del tempo
di Cicerone e di Cesare, a metà del primo anno Avanti Cristo. Nel quinto libro
del De Rerum Natura, una pagina formidabile, una specie di storia dell’origine
della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, dice che il conflitto e
quindi la storia conflittuale dell’umanità, comincia quando fu scoperta la
proprietà. “Res reperta”, appunto la proprietà, e “aurunque”, cioè l’oro.
Riferimento del valore convenzionale. E forse, anche se non possiamo saperlo
con certezza, probabilmente già Epicuro si soffermava molto su questo punto se
lo stesso Lucrezio appunto lo ha molto tradotto parafrasandolo e rievocandolo.
Io sono convinto che Lucrezio sia stato un pensatore originale e molto
importante. Comunque l’intuizione che l’intera vicenda umana sia legata a
questo fenomeno e alla dinamica della proprietà e al conflitto che essa
determina, diventa lì, nel suo pensiero, molto chiara. Ed è altrettanto chiara
e ben presente nella consapevolezza e nella coscienza di tutti gli storici e i
pensatori del mondo antico, che sono millenni di storia non certamente un
quarto d’ora. Insomma il materialismo
storico non ha inventato nulla a riguardo, ha solo preso coscienza di un
convincimento radicato nella realtà.
Secondo Canfora, tra il materialismo degli antichi e
il materialismo storico non vi sarebbe alcuna differenza, quest’ultimo non
avrebbe innovato nulla al riguardo, si sarebbe limitato a convincersi di una
realtà già intuita in lungo e in largo da tutti gli storici e pensatori del
mondo antico. Marx non avrebbe fatto altro che prendere atto del fenomeno così come
esso si palesa da millenni, ripetitore pedissequo di ciò che già molti in passato
avevano adombrato e anche sancito per iscritto: la proprietà e la ricchezza privata
sono all’origine di ogni nequizia dell’umano consorzio. E se Lucrezio è arrivato a tale determinazione prima di Marx di ben duemila anni, egli è un
pensatore originale e molto importante, mentre Marx, ripetiamocelo, ha
addentato quel che poteva.
Lucrezio, nel suo La natura delle cose (*), afferma,
per dirla con le parole del professore barese, che la storia conflittuale
dell’umanità comincia quando fu “scoperta” la proprietà. L’idea si rifarebbe,
con ogni probabilità – dice sempre Canfora – ad Epicuro, anche se “non possiamo
saperlo con certezza”.
Personalmente m’importa nulla di tale incertezza
filologica, non ho problema a riconoscere pacificamente che in tutti gli
storici e i pensatori del mondo antico viveva la consapevolezza e la coscienza che
l’intera vicenda umana è legata a questa iattura della proprietà e alle sue divaricanti
dinamiche, al conflitto che essa determina. È questo un mistero strappato dal
seno degli Dei e svelato alle anime mortali, anche a quelle più ostinate ed eretiche.
Partiamo dunque da Lucrezio, che cosa scrive
esattamente in tema di proprietà nel V Libro?
Poi fu
inventata la proprietà, fu scoperto l’oro, che facilmente sottrasse il rispetto
a forza e onore; per lo più infatti gli uomini s’accodano al ricco, benché
forti e dotati di corpo ben fatto. Ma se qualcuno si regga la vita con vera
dottrina, ricchezza grande è per l’uomo vivere con sobrietà con cuore
tranquillo; né mai c’è infatti mancanza nel poco. Ma gli uomini si vollero
famosi e potenti, perché su base ben ferma restesse il loro destino, e
potessero, ricchi, condurre una liscia esistenza: ma inutilmente, poiché
lottando per raggiungere alla vetta del potere, pericoloso si resero il
percorrere quella via: anche, tuttavia, dalla vetta, come fulmine, li getta,
percossi, Invidia, a volte, spregiati, nel Tartaro tetro; Invidia infatti, come
fulmine, fa avvampare le cime di solito, e tutto ciò che si trova più in alto
degli altri; così ch’è molto meglio obbedire tranquillo che voler guidare con
il comando le cose, e reggere il regno. Lascia dunque che, a vuoto sfiniti,
sudino sangue, lottando nella strada stretta della carriera; essi che pensano
secondo ciò che dicono altri, e inseguono le cose secondo la moda più che secondo
la vera sensazione: né mai ciò avviene oggi di più, né sarà, poi, di quanto fu
prima (**).
Con la proprietà venne il tempo della corruzione
generale, delle venalità universali, il tempo in cui ogni realtà, morale e
fisica, viene valutata in vil denaro (“aurunque”,
come lo chiama il poeta latino) e apprezzata al suo giusto valore. Non
gridiamo troppo al cinismo, questo è nei fatti, esposto nei rapporti economici
in tutta la loro crudezza. Potremmo, nel caso, tentare di eliminare, ed è ciò
che sta sempre nei buoni propositi di ogni animuccia filistea, il lato cattivo
di tali rapporti e tenerci quelli vantaggiosi per l’umanità intera. E però qui
non c’è più un grammo di materialismo e nemmeno un atomo di dialettica, ma
solo, come scrivo sempre vanamente in questo blog sommerso, molta morale allo
stato purissimo.
*
Del resto i motivi per i quali, per esempio, Romolo
uccide il fratello Remo sono ben noti a tutti e ben prima di Lucrezio. Appena un
po’ più in ombra rimane la questione che senza lo sviluppo della proprietà
nelle sue diverse forme storiche, per esempio l’antica schiavitù, non sarebbero esistiti né lo Stato, né l'arte, né la scienza
della Grecia; senza la schiavitù non ci sarebbe stato l'impero romano. E senza
le basi della civiltà greca e dell'impero romano non ci sarebbe l'Europa
moderna. Senza la schiavitù moderna non ci sarebbe lo sviluppo dell’industria e
della scienza ad essa collegata, non ci sarebbe il mondo d’oggi. Quisquilie,
direbbe il Principe.
E però non si può non rilevare, per paradossale che
possa sembrare (e lo è), l’approccio appena idealistico del professor Canfora
sul tema del materialismo, e dunque va precisato che il “materialismo”, così
come ogni altra concezione, ha una propria storia e un suo sviluppo. Per dirla come
si può in un blog, c’è un materialismo antico, con gli atomisti Leucippo e
Democrito e poi con Epicuro, Lucrezio e altri, e un materialismo moderno, che
va da Hobbes a Gassendi, ai materialisti illuministi. C’è dunque un bel po’ di
strada prima di arrivare al materialismo naturalistico di Feuerbach e, con la
sua critica, al materialismo storico-dialettico di Marx ed Engels. Sorvoliamo
sul "dialettico" che ci impegnerebbe per intere stagioni, ma non si può
trascurare l’aggettivo “storico” che vorrà pur dire qualcosa aggregato al
sostantivo.
Nel merito, quelle parole riferite alla proprietà e
all’oro da Lucrezio, sarebbero, nella convinzione sia intima che pubblica di
Canfora, proprio il fondamento in radice del materialismo storico, prolegomeni
essenziali di esso. E però mi concederà lo stimato Professore di eccepire che certamente
in quella antica consapevolezza si può rintracciare una concezione dell’uomo
come essere naturale e sensibile, ma che essa non lo vede in processo, ossia nelle sue
determinazioni storicamente determinate e condizionate.
Per dirla in modo più chiaro: non basta dire che la
proprietà sta all’origine di ogni male sociale così come il peccato originale sta
all’origine della “caduta dell’uomo”. Questo non è materialismo, è teologia.
Ancora: è dunque la proprietà a fare la storia o è questa a fare la proprietà?
Dare una definizione della proprietà come d’un rapporto indipendente, di una
categoria a parte, non può essere che un’illusione della metafisica o del
diritto.
In Marx, viceversa, il punto di partenza non è
rappresentato dall’uomo in quanto oggetto
sensibile, ma dal suo lavoro, dalla attività
umana sensibile. Attività generatrice e trasformatrice dell’intera vita sociale, tesa, qualunque siano le
sue forme specifiche, alla produzione e riproduzione di rapporti sociali (***). Tra questi rapporti sociali, un posto di assoluto
rilievo è dato dall’insieme dei rapporti di produzione che costituiscono la
struttura economica della società. Tra questi rapporti di produzione, quello di
proprietà gioca un ruolo fondamentale poiché, come ognuno sa di suo e da sempre, da tale rapporto dipende la posizione sociale di ciascuno; ma è proprio qui che
si rivela la grande differenza in Marx. Muovendo dalla produzione materiale
della vita immediata, egli assume come fondamento di tutta la storia non già il
concetto astratto di “uomo”, “attività” e “proprietà”, bensì la forma di
attività, di proprietà e di relazioni che è connessa con un determinato modo di produzione.
Senza il materialismo storico-dialettico non avremmo
la critica dell’economia politica marxiana, dunque anzitutto non avremmo Il Capitale; saremmo ancora impigliati
in Proudhon e simili, nella Filosofia
della miseria, cioè nella miseria della filosofia (e dello storicismo à la
Canfora).
Sostenere che Marx, il quale conosceva benissimo
Lucrezio, non avrebbe fatto altro che prendere coscienza della realtà già
espressa nel convincimento del poeta latino e di ogni storico e pensatore antico
è semplicemente ridicolo. Engels declina il materialismo marxiano con
l’aggettivo “storico” proprio per differenziarlo dal materialismo precedente,
così come non è casuale che Gramsci nei suoi scritti carcerari citasse il materialismo storico chiamandolo filosofia della prassi per dissimularlo
alla censura. Chi poi volesse considerare il materialismo storico come
un’interpretazione economica (o peggio ancora sociologica) della storia, come
usa tra moltissimi, vuol dire che non ha letto Marx oppure che se l’è fatto
raccontare da altri, per esempio da Canfora. Ma di questo un’altra volta.
(*) Nel 1417, l’umanista Poggio Bracciolini scoprì
in un monastero tedesco l’unica copia sopravvissuta del poema filosofico di
Lucrezio, composto intorno alla metà del I sec. e.c..
(**) La natura
delle cose, trad. G. Milanese, Classici Greci e latini Mondadori, 1992,
Libro V, 2-6, p. 403.
(***) Come scrivevo in un post recente, che si
tratti di produzione materiale o intellettuale, di produzione di figli, il
primo risultato dell’attività produttiva resta sempre un rapporto sociale.
Rapporto che, naturalmente, può essere compreso solo nel quadro della totalità
delle sue reali connessioni.