venerdì 27 maggio 2022

Il peccato capitale di Kafka

 

Il 2 agosto 1914 Kafka scrisse nel suo diario: “La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. Pomeriggio in piscina”.

Con questa espressione lo scrittore ridusse come nessun altro l’orrore e la vita quotidiana del mondo alla sua realtà più semplice e radicale.

Per otto mesi, tra il 1917 e il 1918, Kafka visse con la sorella nel villaggio di Zürau, in Boemia. Scrisse oltre 100 foglietti di aforismi, in un ordine misterioso e preciso (Aforismi di Zürau). Il terzo: “Ci sono due peccati capitali degli uomini da cui derivano tutti gli altri: l’impazienza e la negligenza. L’impazienza li ha cacciati dal paradiso, la negligenza impedisce loro di tornare. Ma forse c’è un solo peccato capitale: l’impazienza. L’impazienza li ha cacciati dal paradiso, l’impazienza impedisce loro di tornare”.

Kafka è un buon maestro nella disperazione e mi ha insegnato a diffidare della mia. È anche un buon maestro nell’umiltà. Dobbiamo essere pazienti, per poi essere inesorabili.


Troppo comodo dar la colpa ai fucili

 

Biden, con la sua tipica faccia di plastica, si è chiesto perché “questi tipi di sparatorie di massa si verificano raramente in qualsiasi altra parte del mondo”. Le persone in altri paesi, ha detto, “hanno problemi di salute mentale”, ma tali omicidi “non accadono mai con la frequenza con cui accadono in America. Perché?” Naturalmente non ha risposto alla sua stessa domanda, se non riferendosi alla “lobby delle armi”, che è in gran parte una spiegazione di comodo.

Ecco, ora arrivo con la solita solfa antiamericana, a dire che le sparatorie di massa e altre forme di violenza sono endemiche della società americana. Quest’ultima è la 27a sparatoria in una scuola solo quest’anno.

L’evidenza statistica è schiacciante e spaventosa, ma è l’antiamericanesimo, qualunque cosa significhi, a spingermi ora nella lettura dei dati.

Il Gun Violence Archive ha registrato 214 sparatorie già nei primi cinque mesi del 2022, di cui nove nell’ultima settimana in nove stati diversi. Complessivamente, quest’anno, oltre 17.000 persone sono morte in incidenti che coinvolgono la violenza armata, in circa 7.600 omicidi e 9.600 suicidi.

D’altra parte, il Mass Shooting Tracker – disgraziato il paese che ha bisogno di una tale contabilità – elenca 253 sparatorie di massa nel 2022, o 1,73 ogni giorno, con 303 morti e 1.029 feriti.

Il tasso di suicidi negli Stati Uniti è aumentato di un terzo tra il 1999 e il 2019. Ci sono stati quasi 46.000 morti per suicidio nel 2020. Secondo la Substance Abuse and Mental Health Services Administration (SAMHSA), quello stesso anno, 12,2 milioni di adulti pensavano seriamente al suicidio, 3,2 milioni avevano un piano e 1,2 milioni hanno tentato il suicidio nell’ultimo anno.

Che vi siano a monte di questi fatti e numeri delle gravissime problematiche sociali?

Uvalde è una cittadina a 80 miglia a ovest di San Antonio e 55 miglia a est del confine tra Messico e Stati Uniti, conta 15.000 abitanti, l’80% dei quali di etnia ispanica o latina, sono molti i poveri. È sufficiente un’occhiata alla foto della scuola dove è avvenuto il massacro per rendersi conto del contrasto con le centinaia di miliardi destinati alla spesa per gli armamenti.

Il ragazzo che ha compiuto la strage non aveva amici e non aveva precedenti penali o affiliazioni a bande. Aveva lavorato il turno di giorno in un locale fast food, e non c’era stato alcun segnale di avvertimento evidente di ciò che è poi successo.

È una società in guerra con se stessa, una società infuriata, con un alto livello di odio spersonalizzato, la brutalità e l’omicidio della polizia, insomma le tipiche contraddizioni della società statunitense. Però è necessario considerare l’evoluzione specifica della società americana negli ultimi decenni.

L’establishment statunitense è specializzato nel gioco degli antagonismi, razziali, etnici, religiosi, politici e altro ancora. Il governo e i suoi complici nei media sono sempre al lavoro in questo senso, cercando capri espiatori, avvelenando l’atmosfera. I “japs”, i “commies”, gli stranieri illegali, i pedofili, i terroristi arabi, la “cultura del contro”, e l’elenco potrebbe continuare. Ora sono tornati di moda i “russi”.

La manipolazione del risentimento verso un “nemico” prefabbricato distoglie l’attenzione verso il nemico reale (ma questo discorso ci porterebbe per le lunghe). C’è una spinta continua per condizionare la popolazione a vedere eventi e problemi in termini di nemici personali. Di ciò vi sono sintomi evidenti anche in Europa, ma negli Usa il contesto storico-sociale è molto diverso. Non solo le armi, dunque, signori giornalisti.


giovedì 26 maggio 2022

Somiglia all’Unione Sovietica

 

Boris Uspenskij è un nome noto nella cultura internazionale. Salvo eccezioni, la guarnigione italiana mediamente colta e inesorabilmente russofoba non sa chi sia Uspenskij, anche se Boris Andreeviha insegnato nel nostro Paese e abita nel quartiere di piazza Vittorio, in una “casa che è un angolo di Mosca a Roma”.

È interessante una sua intervista rilasciata a Jolanda Bufalini e pubblicata sul primo numero di quest’anno della rivista Slavia. L’intervista avviene seduti in cucina, secondo le vecchie abitudini russe. L’occasione è una chiacchierata nel trentesimo anniversario della fine dell’Unione Sovietica, dunque poco prima dei noti fatti iniziati nel febbraio scorso.

La rivista Slavia, che prima si chiamava Rassegna sovietica, fu fondata da Dino Bernardini, marito di Evgenija Pikman. enia e Boris Andreevifurono amici stretti quando entrambi frequentavano l’università.

Boris racconta che anni dopo, quando abitava ai margini della città, quasi in campagna, dove il telefono non funzionava, sentì una sera bussare. enia era lì sulla porta.
– Che fai qui?
– Sono tornata.

– Come mai?
– Non so, avevo nostalgia, lì non s’incontrano ubriachi stesi sui marciapiedi.

Uspenskij pensa che la letteratura sia finita in tutto il mondo da lungo tempo: « [...] lo dimostra l’assegnazione dei premi Nobel che non è più basato sul valore letterario ma su altri criteri». L’Unione Sovietica «era una periferia chiusa, per questo la letteratura sopravviveva. In periferia molto spesso continuano a esistere cose che altrove sono finite. Gli ultimi scrittori russi secondo me sono stati Pastenak e Dovlalov».

Quanto all’anniversario della fine dell’URSS, Uspenskij sostiene che «il Muro è stato un evento occidentale, mentre la fine dell’Unione Sovietica è stato un collasso interno». E aggiunge: «A me sembra che i cambiamenti siano stati per il meglio, l’Unione Sovietica era una formazione artificiosa ed è bene che non ci sia più, anche molte tragedie sono legate a quegli eventi, i russi rimasti bloccati fuori dai nuovi confini, in Turkmenistan ad esempio. E anche la dissoluzione dei rapporti economici e stata globalmente drammatica.

Fin dalla sua nascita l’Unione Sovietica era una forma artificiosa, un impero fondato sulla bugia, come correttamente aveva detto Lenin. La fede, l’ideologia erano sincere ma la realtà era quella di una formazione imperiale. Ho conosciuto una sola persona che abbia previsto la dissoluzione. Tutti, in Urss e in Occidente, nelle cerchie dei più competenti sovietologi, nessuno predisse gli eventi, tutti pensavano che fosse una formazione stabile. L’unico a prevedere che presto sarebbe finita era, già negli anni settanta, Jurij Michajlovi[Lotman]. Nella storia, diceva, non c’è mai stato nulla di simile. Era un profeta».

Jolanda Bufalini chiede a Uspenskij come concepì i primi cambiamenti quando ai vertici del PCUS arrivo Mikhail Gorbaëv.

«All’inizio non credevamo, pensavamo che fosse quel tipo di gioco che si gioca sempre. Ma rapidamente, come con Chruov è stato subito primavera. La gente in strada iniziò subito a parlare.»

Uspenskij, trent’anni fa, insegnava ad Harvard e a Mosca, trascorreva sei mesi in un posto e poi sei mesi nell’altro. «Era molto interessante che perché partivo per l’America e ogni volta tornavo in un paese diverso, cambiava molto rapidamente. Quando ci fu il colpo di stato, quello contro Gorbaëv, ero a Mosca. Quando nel 1991 Russia, Bielorussia e Ucraina deciso di sciogliere l’Unione Sovietica, ero in Polonia e tornai letteralmente in un altro paese».

Bufalini chiede a Uspenskij cosa pensi della situazione attuale, della popolarità di Putin delle tensioni con l’occidente.

«La popolarità di Putin è legata al fatto che c’era un sentimento di umiliazione. Questa umiliazione è durata meno di 10 anni. Secondo me la colpa è stata di Bill Clinton. Prima di lui la Russia veniva consultata nelle questioni globali, come fu, ad esempio, per la prima guerra irachena.

In Putin c’è questo sentimento imperiale però fu Clinton ad iniziare la guerra contro la Serbia come fosse l’unica potenza mondiale, e questa fu davvero un’umiliazione. Dopo ciò iniziò la militarizzazione.

Quello fu uno strano periodo per la Russia, era in ginocchio. L’Unione Sovietica era una grande potenza poi, dopo che la cortina di ferro è caduta e i russi cominciarono a viaggiare e scoprirono di essere poveri. Fino a quel momento non lo sapevano. Però, in seguito, hanno anche scoperto che l’America non è il paradiso che immaginavano. E a me sembra che da allora le cose in occidente siano peggiorate. Ci fu anche quella incredibile bugia di Tony Blair sulle armi di distruzione di massa. L’America è peggiorata, più falsa, più simile all’Unione Sovietica».

Il sogno

La psicotizzazione di massa e con essa il nostro infinito servilismo non ci ricordano niente? Eppure sono passati solo due anni dall’esacerbarsi di una fobia: vivevamo rinchiusi e separati, con guanti di lattice, le donne private di un parrucchiere (che non è cosa da poco), e perfino persone preoccupate che pulivano le banconote e monete con acqua e candeggina e le asciugava sul termosifone. Caso limite questo, certo, ma ancor oggi vi sono persone che indossano la mascherina passeggiando in solitudine per strade deserte o alla guida della propria auto.

Eravamo ognuno l’untore dell’altro, e un po’ lo siamo ancora. Non ci rendiamo conto di aver già sostituito la minaccia del virus con quella del prossimo nostro, per dirla evangelicamente. Martedì, entrando in farmacia, tutti i presenti mi rivolsero uno sguardo di rimprovero perché non indossavo la mascherina. E ancor oggi non puoi mandarli cortesemente a cagare perché ufficialmente ci sono un centinaio di morti il giorno. A forza di essere comunicata, la morte è diventata noiosa, ma c’è. Morti con covid o per covid? Nei numeri assurdi c’è già la risposta, come c’è sempre stata.

Un mondo destinato al panico. La reclusione avrà pure posto in evidenza che molte persone si erano dimenticate di vivere la propria vita, e ci hanno pure fatto credere che fermando e vietando tutto l’avremmo recuperata, ma ciò non è avvenuto. Anche se è stato messo a nudo il dispositivo che ci tiene in perenne servitù, esso ne è uscito rafforzato. L’operazione farmaco-oligarchica su scala planetaria ha avuto pieno successo, ci siamo prestati come dei porcellini d’India, obbedienti a questa totale privazione di libertà che è il sogno degli specialistici della cibernetica (e non solo il loro).

(I titoli degli articoli qui sopra sono tratti questa mattina dalla pagina on-line di un quotidiano). 

Quello che è successo non sarebbe accaduto se ogni bambino americano fosse armato. Quest’anno vi sono già state circa 200 sparatorie. Solo 10 giorni fa:
Armatevi, poi non dite che non vi avevo avvertito.

mercoledì 25 maggio 2022

Geografia di guerra

 

Cristiana Mangani per il Messaggero:

«La Russia ha occupato in tre mesi di guerra circa il 20% del territorio ucraino, pari a 125.000 chilometri quadrati».

*

L’Ucraina ha una superficie di 603.000 kmq (Crimea esclusa, che è un po’ più vasta della Sicilia, la regione più grande d’Italia.).

Per avere un raffronto, la superficie dell’Italia continentale e peninsulare, dunque con esclusione delle aree insulari di Sicilia, Sardegna e altre isole minori, conta un’area di circa 250.000 kmq.

Tutte le carte dell’Ucraina che ci propinano sono, non a caso, prive di scala, come già rilevai tempo addietro. Anche le carte corografiche sono spesso riprodotte con rapporti irreali.

È Putin l'affamatore del mondo

 

Sei mesi fa, il presidente del Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, David Beasley, ha lanciato un “appello ai miliardari affinché con una tantum aiutino a combattere la carestia”. Spiegava che se le persone più ricche del mondo avessero donato solo 6,6 miliardi di dollari della loro ricchezza collettiva, (o lo 0,04 per cento di il totale), la fame nel mondo poteva essere eliminata nel 2022 e molte vite potevano essere salvate.

Nel suo messaggio, Beasley ha presentato un piano dettagliato di come sarebbero utilizzati quei 6.6 miliardi richiesti dal World Food Program per risolvere la crisi che sta colpendo “42 milioni di persone in 43 diversi Paesi“.

Questa richiesta è caduta nel vuoto e nei sei mesi successivi, in un mondo d’inedita potenza tecnologica, milioni di esseri umani sono morti nel modo più antico che si possa immaginare. Ogni anno diversi milioni di persone muoiono di fame senza quasi nessuna attenzione da parte dei media, che si occupano della contabilità dei morti solo quando servono alla propaganda di guerra (*).

Lunedì scorso, Ursula Gertrud Albrecht, presidente della Commissione europea, rivolgendosi a una folla ben nutrita al World Economic Forum di Davos, ha manifestato una ritrovata preoccupazione per i “paesi fragili e le popolazioni vulnerabili” che “soffriranno di più” a causa dell’aumento dei prezzi alimentari. La folla di miliardari ha applaudito ipocritamente quando l’ex ministro della Difesa tedesco ha accusato la Russia di trarre “vergognosamente” profitto dalla fame.

Il pubblico ha annuito gravemente quando ha esortato a fornire “al Programma alimentare mondiale le forniture di cui ha un disperato bisogno” per alleviare la minaccia della fame di massa.

Quando Ursula Albrecht ha denunciato Vladimir Putin per “aver usato la fame e il grano per esercitare il proprio potere”, c’erano due uomini presenti, David MacLennan, CEO di Cargill, e Brian Sikes, Chief Operating Officer dell’azienda. Secondo un recente rapporto Oxfam, la ricchezza complessiva della famiglia Cargill-MacMillan (155.000 dipendenti) è aumentata di 14,4 miliardi di dollari dall’inizio della pandemia, abbastanza per nutrire due volte gli affamati del mondo e avere ancora miliardi di dollari con i quali pagare il proprio golf caddy.

La famiglia Cargill-MacMillan è solo la quarta più ricca degli Stati Uniti nell’elenco di Forbes, ha più miliardari individuali tra i suoi membri di qualsiasi altra famiglia nel mondo.

Senza contare gli ultimi 40 miliardi di “aiuti” statunitensi all’Ucraina per “vincere” la guerra.

(*) All’appello rispose solo Elon Musk: “Donerò 6 miliardi di dollari per combattere la fame”. Questo il titolo sui media. Non è seguito nulla. Gli servono per Twitter.

martedì 24 maggio 2022

L’ipocrisia, fase suprema dell’imperialismo


Anche ieri sera, come mi capta sempre più di frequente, non ho resistito che per cinque minuti e poi il disgusto ha preso il sopravvento e ho spento il televisore (sugli altri canali scorreva l’ipocrita rievocazione del caso Falcone).

La putrefazione intellettuale e morale del giornalismo non è nemmeno più commentabile. Semplicemente si deve passare la mano, ossia spegnere e rileggere un buon libro, di quelli che si scrivevano, pubblicavano e traducevano una volta. Oggi, in generale, se si vuol leggere qualcosa di realmente interessante bisogna ricorrere a testi del passato o scriverselo da sé.

Il genere di obiezione che si sente rivolgere a chi cerca di pensare con la propria testa sui fatti che riguardano, in questo caso, la guerra in Ucraina e lignominiosa propaganda dei media occidentali ha in genere questo tono: “Nessuno in Russia vincerà alcun premio per un’indagine sui crimini di guerra commessi a Bucha o sulla distruzione di Mariupol”.

Basterebbe osservare che il premio assegnato a Julian Assange per la sua denuncia dei crimini di guerra statunitensi è stato l’implacabile persecuzione, la crudele prigionia in un buco infernale britannico e l’imminente estradizione negli Stati Uniti, dove passerà il resto della sua vita in carcere.

A proposito dell’ipocrisia della comunicazione pubblica e un suo efficace antidoto, suggerisco la (ri)lettura di un buon libro (che ebbi già modo di citare in questo blog), un famoso trattato sull’imperialismo scritto 120 anni fa da John Atkinson Hobson, ex insegnate, scrittore di problemi economici e sociali e giornalista d’avanguardia d’idee librali.

Tra l’altro, Hobson spiegò il ruolo essenziale svolto dall’ipocrisia, come forma di menzogna, nel giustificare i crimini mostruosi commessi nell’interesse delle élite dominanti degli imperi coloniali.

L’ipocrisia dei politici imperialisti, dei loro collaboratori e apologeti non è di carattere convenzionale, semplicemente personale. Si basa sulla menzogna sistematica circa la vera natura delle politiche imperialistiche, ed è così radicata da ingannare i suoi stessi propugnatori e patrocinatori.

«L’imperialismo – scrisse Hobson – si basa su una continua deformazione dei fatti e delle cose, principalmente attraverso un processo di selezione, esagerazione e attenuazione, diretto da cricche e persone interessate in modo da distorcere il volto della storia.

Il pericolo più grave dell’imperialismo risiede nello stato della mentalità di una nazione che si è abituata a questo inganno e che è diventata incapace di autocritica.

Perché questa è la condizione che Platone chiama “la menzogna nel fondo dell’anima”, una menzogna che non sa di essere una menzogna. Uno dei segni di questa condizione malata è un fatale autocompiacimento. Quando una nazione soccombe a ciò, essa rigetta facilmente e istintivamente ogni critica dalle altre nazioni come dovute all’invidia o astio, mentre ogni critica interna è attribuita al pregiudizio dell’antipatriottismo.

Ciò che controlla e dirige tutto il processo, come abbiamo visto, è la pressione delle cause economiche, che agiscono per gli interessi materiali diretti e di breve periodo di gruppi piccoli, abili e ben organizzati all’interno di una nazione» (Ediz. ISEDI, 1974, pp. 180-81).

Quanto al ruolo della stampa, si possono cogliere parecchie analogie riguardo i media di oggi nelle parole che Hobson vi dedicava sempre nel 1902:

«A parte la stampa finanziaria e la proprietà finanziaria della stampa in generale, è noto che la City esercita un’influenza sottile e durevole sui principali giornali di Londra, e attraverso questi sulla maggior parte della stampa provinciale; d’altra parte, il fatto che la stampa dipenda interamente per i suoi profitti dalle colonne di pubblicità, ha creato una riluttanza peculiare a opporsi ai gruppi finanziari organizzati che hanno il controllo di una parte molto grande di essa [...].

Questa è la rassegna delle forze economiche che vogliono l’imperialismo: un ampio gruppo di attività economiche e professionali in cerca di affari vantaggiosi e di occupazioni lucrose [...]. Il gioco di queste forze non appare apertamente. Esse sono essenzialmente parassiti del patriottismo e trovano protezione dietro la sua bandiera. In bocca ai loro rappresentanti vi sono nobili frasi che esprimono il desiderio di estendere l’area della civiltà, stabilire il buon governo, convertire alla cristianità, estirpare la schiavitù ed elevare le razze inferiori» (p. 55).

L’odierna ondata isterica anti-russa conferma l’osservazione di Hobson secondo cui coloro che ingannano gli altri sugli interessi che guidano l’imperialismo “sono stati prima obbligati a trarre in inganno se stessi”. 

lunedì 23 maggio 2022

Uno strano fenomeno

 

Avremo un’economia dove i costi di produzione saranno (sono) molto più alti e quindi avremo un tenore di vita medio che diventerà più basso. Fino a che punto e come sarà distribuita questa riduzione di reddito disponibile? È una domanda che si farà sempre più viva nei prossimi mesi e anni. Al momento gli effetti dell’inflazione sono ancora, per la maggioranza della popolazione, degli schiaffetti. Diventeranno pugni nello stomaco.

Si potrà osservare che per i bisogni essenziali non abbiamo scelta, dobbiamo pagare. Una simile considerazione può venire solo da persone che fin dall’infanzia sono state abituate a lavarsi con l’acqua calda e senza fretta mentre scorre. Ci sono anche personaggi ineffabili che con un’inflazione reale attorno al 10% dichiarano che essa non è un problema, e “anzi favorisce una trasformazione economica che è necessaria”. Fateci caso, a sostegno di certe coglionerie ci sono sempre dei premi Nobel per l’economia (premio non previsto dal testamento di Alfred Nobel).

Non c’è niente di meno convenzionale, di meno fluttuante nel tempo dei “bisogni essenziali”. Non serve chiedere lumi in proposito agli ucraini, è ciò che fanno milioni di persone ogni giorno anche in Italia, nell’indifferenza generale. Serve ripassare un po’ di storia recente, cari anatroccoli.

domenica 22 maggio 2022

L'antiamericanismo secondo Sergio Fabbrini

 

Oggi, Sergio Fabbrini, sul quotidiano della Confindustria, si è esercitato su un tema di grande attualità: l’antiamericanismo. Per rintracciarne le radici è partito da lontano, dal dopoguerra, da quel periodo che fin d’allora si chiamò Guerra Fredda.

Osserva Fabbrini che i comunisti e i socialisti, propensi “alla socializzazione dei mezzi di produzione”, combattevano l’America quale rappresentante per eccellenza del capitalismo, guardando con simpatia all’Unione Sovietica.

Si potrebbe osservare che i comunisti e i socialisti furono propensi “alla socializzazione dei mezzi di produzione” ben prima d’allora e però senza manifestare accese idiosincrasie per gli Stati Uniti. Marx sottoscrisse perfino petizioni al presidente degli USA, peraltro anticipando le dannose e pericolose involuzioni del capitalismo americano.

Pertanto il mutamento di atteggiamento di comunisti e socialisti può essere rintracciato nell’ambito della cosiddetta Guerra Fredda. Peccato però che a tale contesto storico Fabbrini non dedichi nemmeno una riga, un po’ come si volesse descrivere, che so, il “diciannovismo” senza parlare del fascismo, e viceversa.

Anche alla destra non piaceva l’America, scrive Frabbrini, perché aveva contribuito a sconfiggere fascismo e nazismo (teoria semplicistica). Non fino al punto però, e questo Fabbrini evita di evincerlo, da rifiutare i copiosi finanziamenti in dollari e gli stretti legami con gli apparati d’intelligence americana, quindi fino a farsi coinvolgere in cupe trame.

L’America non piaceva neppure alla Chiesa, sostiene Fabbrini, per cultura terzomondista e soprattutto perché rappresentava il paese protestante per eccellenza. Mah, a me pare un po’ stiracchiata e unilaterale anche questa tesi e a ogni modo non ho interesse a discuterne qui.

Scrive Fabbrini:

«La fine della guerra fredda ha cambiato l’America, ma non il nostro antiamericanismo. Priva del nemico mortale che ne aveva favorito l’autodisciplina, l’America ha finito per portare in superficie le divisioni radicali che pure avevano attraversato la sua storia. Al capitalismo regolato del New Deal e della Great Society, si è contrapposto il capitalismo deregolamentato del neoliberismo trionfante degli anni Novanta del secolo scorso».

Fabbrini non menziona da che cosa era nato il New Deal (e il Fair Deal), e come quella politica economica entrò a sua volta in crisi sia per problemi interni di sostenibilità e sia per l’enorme spesa bellica negli anni della guerra in Vietnam, tanto da portare alla famosa decisione di Nixon dell’agosto 1971, ossia di sospendere la convertibilità tra dollaro e oro.

A proposito della guerra in Vietnam, che Fabbrini nemmeno cita, va ricordato l’antiamericanismo endogeno, le grandi manifestazioni di protesta, in cui anche negli Stati Uniti si bruciavano le bandiere a stelle strisce. Fabbrini esalta i bei tempi andati, ma va ricordato che la guerra nel Vietnam fu concepita e condotta dagli uomini che John F. Kennedy portò a Washington (spero non serva rammentarne qui i nomi).

Dimentica, Fabbrini, che gli Stati Uniti non rappresentano solo il capitalismo nella forma storicamente più avanzata, ma anche la forma più sviluppata, proterva e totalizzante dell’imperialismo capitalista. La sua continua minaccia e ingerenza in nome di quei diritti umani che però sono violati sistematicamente negli stessi Stati Uniti.

Dell’antiamericanismo si potrebbero chiedere le ragioni ai popoli latino-americani, che dell’imperialismo di Washington ne sanno più di altri, oppure rammentare, a proposito delle “divisioni radicali che pure avevano attraversato la sua storia”, l’antiamericanismo espresso a causa della segregazione razziale, tipo quello che divampò tra il 13 e il 16 agosto 1965, quando la popolazione nera di Los Angeles (Watts) si sollevò in armi, tanto che dovette intervenire una divisione di fanteria appoggiata da carri armati: 32 morti, più di ottocento feriti, 3000 incarcerati. Quella sì fu una chiarificazione dei problemi esistenti negli Stati Uniti.

Non basta alludere sottilmente alle “divisioni radicali”, è necessario portarle “in superficie”, metterne in fila la loro cronaca, e da qui chiedersi perché realmente l’antiamericanismo nel mondo non è cambiato.

Fabbrini cita l’invasione dell’Iraq come un “errore”, mentre ci raccontano che la guerra intrapresa dalla Russia in Ucraina è diventata il più esecrabile dei crimini, ascritto alla paranoia di Putin così come la Guerra Fredda fu ascritta a quella di Stalin. Anche se queste caratterizzazioni di Stalin e di Putin fossero fondate, ciò ancora non spiegherebbe la natura e i motivi per cui gli USA adottarono allora la Guerra Fredda e ora la sua prosecuzione, ossia l’allargamento a Est della NATO.

Per essere concretamente plausibile, tale teoria basata sul dispotismo e la paranoia di Putin (o altra affezione morbosa, a scelta) dovrebbe essere messa alla prova dei fatti. Sarebbe valida una tale teoria solo se vi fosse stata una diversa politica americana, accuratamente formulata e tentata per un tempo significativo, al fine di verificare il reale pericolo costituito dalla Russia per l’Europa e l’Occidente, la sua indisponibilità a un accomodamento delle questioni.

Tutto ciò non è mai stato tentato e non era negli interessi degli USA farlo. Fin dagli anni Novanta, approfittando della debolezza in cui versava la Russia di Eltsin, Washington ha optato per scelta strategica netta di cui oggi si raccolgono i frutti avvelenati a danno soprattutto dell’Europa.

Dopo decenni in cui questi specialisti alla Fabbrini hanno riscritto la storia, capovolgendola, non si può nutrire alcun rispetto per la loro integrità e accuratezza. Una critica teorica dell’antiamericanismo o di qualsiasi altro fenomeno storico, politico e sociologico non può procedere scegliendo alcuni fatti, stravolgendoli, e presentarli in termini di propaganda ideologica.


[...]

 


Nulla ci impedisce di proclamare che è assolutamente necessario cambiare questo mondo, ma è evidente che siamo in un vicolo cieco tecnico. Una vera svolta antropologica, una rivoluzione non solo ecologica e di tutti i nostri modi di pensare e agire? Dire queste cose ormai è diventato solo un hobby. È evidente l’impotenza di tutti, intrappolati come siamo nelle forme democratiche della dittatura, in un generale apprezzamento di un mondo fatto di tecnologia e “mercato”, che sono la vera presa sulle nostre vite sempre sull’orlo della rottura. Ognuno di noi continuerà a sopravvivere nel proprio rifugio ideologico e a morire senza che nulla sia cambiato.

I governi hanno in mente una sola cosa: non l’interesse di tutti, che non hanno mai avuto, ma la volontà di mantenere in piedi e a tutti i costi un sistema che consente a una minoranza di arricchirsi sfruttando le condizioni di bisogno di tutti gli altri. Ci si scandalizza che un padrone dichiari apertamente quello che tutti i padroni fanno in silenzio e al riparo della “legge”. Il colmo è che le “autorità” dichiarino la nostra vita una priorità mandando a morire gli alunni in fabbrica e nei cantieri. Una delle tante infamie alle quali ci hanno abituato, comprese in quella più generale di detestare tutto ciò che non è redditizio.


sabato 21 maggio 2022

Guerra: il New York Times detta la nuova linea

 

Improvvisamente si nota, presso gli specialisti della propaganda mediatica, una certa ansia e premura per una trattativa tra USA e Russia sull’Ucraina, e ciò nonostante l’ultima trance di 40 miliardi di dollari quasi tutti in armamenti da inviare a Kiev.

Sembrerebbe che la sconfitta di Mariupol abbia un significato militare molto maggiore di quanto sia riconosciuto. Ma c’è ben altro: le disastrose conseguenze economiche internazionali e interne della guerra stanno diventando sempre più evidenti. L’inflazione sta andando fuori controllo, i mercati finanziari sono nervosissimi e una grave recessione sembra essere inevitabile. E ciò sta alimentando crescenti tensioni sociali.

Avril Haines, già vicedirettrice della CIA dal 2013 al 2015 e viceconsigliere della sicurezza nazionale sotto il presidente Barack Obama, oggi direttrice dell’intelligence nazionale, ha avvertito la commissione per i servizi armati del Senato che nei prossimi mesi il conflitto tra Ucraina e Russia potrebbe prendere «una traiettoria più imprevedibile e potenzialmente un’escalation».

Lo riporta un editoriale del NYT, il quale esprime preoccupazione per i «costi straordinari e gravi pericoli» della guerra e afferma che «ci sono molte domande alle quali il presidente Biden deve ancora rispondere al pubblico americano riguardo al continuo coinvolgimento degli Stati Uniti in questo conflitto».

venerdì 20 maggio 2022

[...]

 

Non si sa più che cosa leggere, e se ne perde la voglia. Ci sono troppi libri, e ogni volta che ti lasci tentare da un romanzo rimani deluso: sciocchezze, piattezza di stile, zero fantasia. È semplice: sembra un film per la tv, innocuo e lezioso, solo più lento.

Credo solo nelle opere assolute, nei romanzi che cambiano la nostra vita. Altrimenti che senso ha la letteratura se non ritrovi il piacere perduto, se non ci restituisce lo spirito dell’adolescenza, se non funziona come antidoto alla pesantezza della politica odierna, al controllo tirannico della tecnologia, alla rottura di palle degli scienziati televisivi e le loro ingiunzioni contraddittorie, insomma se non è una letteratura sovversiva rispetto alla follia di un mondo che si disintegra?

Per chi legge e scrive solo su twitter e simili questa faccenda non lo riguarda. Non demonizzo, ma lì c’è una lotta permanente a chi piscia più in lungo, la schiuma della rabbia di un mondo che parla solo a se stesso, di temi come la guerra vissuta e approfondita in frasi che testimoniano che siamo persi in questo vile occidente di merda.

Lo so, le questioni sono altre, quelle di tanta gente che fatica a mettere assieme mille euro il mese e anche meno. Ieri sera parlavo con una di queste persone, una donna che a novembre compirà 60anni. Raccontava che dopo il licenziamento ha ricevuto due proposte: una di lavoro in nero, l’altra di 10 ore il giorno compreso il sabato. Questa l’avrebbe accettata se i carichi di famiglia glielo consentissero. Questo mese le finisce la Naspi.

«Io, la pensione, non ne avrò mai una», mi diceva. Troppi lavori saltuari, troppi contributi non versati, siamo finiti intossicati dal “mercato”.

Questa settimana finisce il campionato di calcio, per un po’ di mesi non sentirò nessuno lamentarsi degli attaccanti che non segnano.

Sono le quattro e mezzo del mattino e comincia l’alba. Finalmente.

giovedì 19 maggio 2022

Grandi riforme

 


Con gli adulti la percentuale aumenta.

Più del 70 per cento degli italiani non scrive correttamente le parole “beh” e “mah”. Il ministero dell’Istruzione ha annunciato dall’inizio del nuovo anno scolastico una riforma dell’ortografia che include anche queste due espressioni: «In futuro, gli studenti non dovranno più fare i conti con queste assurdità astratte se vorranno usare le parole “beh” e “mah”. Sarà sufficiente che usino delle “faccine” (emoticon) equivalenti che saranno stabilite da un’apposita commissione ministeriale».

L’Associazione nazionale docenti, in una sua nota per la stampa, scrive: «Bhe, il fatto che ora ci sia uno standard uniforme dovrebbe finalmente eliminare questi errori così comuni». L’Unione degli studenti scrive nel proprio sito: “Mha, anche questa riforma arriva in ritardo».

*
I russi hanno hackerato la rete informatica aziendale delle ferrovie italiane: molti treni ora arrivano in orario.


È solo l'inizio

 

Mentre la nostra attenzione è concentrata da tre mesi sull’imminente default della Russia, Wall Street è in calo da quando ha raggiunto livelli record all’inizio dell’anno, poiché l’aumento dei tassi d’interesse (la Federal Reserve alza i tassi d’interesse in risposta all’inflazione più alta degli ultimi 40 anni) ha colpito in particolare le società high-tech il cui rialzo è stato alimentato dall’afflusso di denaro praticamente gratuito da parte della Fed statunitense.

La bolla speculativa si sta sgonfiando, aumentando i rischi di una grave crisi nel sistema finanziario. Il sell off di ieri lo dimostra: il Dow ha perso più di 1.100 punti nel suo giorno peggiore in quasi due anni, l’S&P 500 è sceso del 4% e il NASDAQ è sceso del 4,5% e da inizio anno ha ceduto quasi il 30%.

Le azioni di Target, uno dei maggiori rivenditori statunitensi, sono crollate del 25% dopo che la società ha riferito che i suoi costi erano aumentati di 1 miliardo di dollari a causa dell’aumento dei prezzi del gas e dei costi di trasporto. Il crollo di Target è stato rispecchiato da Walmart le cui azioni sono scese del 6,8% dopo essere scese dell’11% il giorno precedente.

Ciò segue, oltre all’aumento dei tassi, alla distruzione di domanda delle famiglie (non certo della upper class) che hanno dovuto dirottare porzioni crescenti dei loro salari reali in calo verso la spesa per beni essenziali, come cibo e gas, di fronte a una spirale inflazionistica che ha visto il prezzo di questi articoli aumentare più velocemente del tasso d’inflazione ufficiale dell’8,5%.

Quando il sistema finanziario è imploso nel 2008 a causa della speculazione dilagante degli anni precedenti, alimentata dalla determinazione della Fed di sostenere il mercato azionario dopo il crollo dell’ottobre 1987, fu istituito un regime di quantitative easing, che ha continuato a riversare migliaia di miliardi nel sistema finanziario, comportando una massiccia ridistribuzione della ricchezza ai livelli più alti della società con portafogli azionari che sono saliti a livelli record.

Non è prevista una ripresa economica. Le tendenze sono le stesse ovunque. L’economia europea è stagnante e sull’orlo della recessione, quella giapponese, la terza più grande del mondo, si è contratta a un tasso annualizzato dell’1% nel primo trimestre. Nello stesso periodo l’economia statunitense si è ridotta a un tasso annuo dell’1,4%. Queste percentuali asfittiche vanno rapportate al tasso d’inflazione, ovviamente.

L’aumento dei tassi d’interesse porta alla stagnazione economica, ma questo è solo un effetto della crisi economica, che nella realtà trova solo in parte le sue cause nella sfera della circolazione monetaria. In realtà le cause reali della crisi vanno rintracciate nel modo di produzione capitalistico, ma da questo lato nessuno vuole sentire ragioni perché ciò significherebbe ammettere il totale fallimento di tutte le teorie economiche, da quelle neoliberiste a quelle di stampo neo-keynesiano, che hanno accompagnato la guerra di classe condotta dalle élite dominanti negli ultimi decenni.

Siamo solo all’inizio della crisi, che nei prossimi mesi indurrà una recessione mondiale con conseguenze politico-sociali ed economiche attualmente imprevedibili, posto che la guerra istigata dagli USA-NATO contro la Russia, combattuta per procura dall’Ucraina, sostenuta dalla criminale propaganda dei media occidentali, sta portando a una vasta crisi alimentare e imporrà la fame a centinaia di milioni di persone in tutto il mondo.

Si fa sempre più evidente la necessità del superamento dell’attuale sistema, e ciò non appartiene a una concezione astratta o un mero postulato teorico. Tale necessità riguarda ormai sempre più la sopravvivenza stessa dell’umanità e della sua civiltà.

mercoledì 18 maggio 2022

Come si traduce in ucraino o in russo?

 

Nella nostra società devi compilare dei moduli per ottenere le autorizzazioni per qualsiasi cosa, oppure per dichiarare il reddito in condizioni di assoluta incertezza, tra continui cambiamenti nell’interpretazione delle regole applicative. Una svista, una negligenza, e sei passibile di una sanzione.

In guerra le cose vanno diversamente. Il vero piacere della guerra non è difendere il proprio Paese o aggredire i propri vicini, ma proprio non rispettare le regole, distruggere e violentare tutto ciò che è possibile. Puoi bombardare cattedrali gotiche o gettare napalm su dei ragazzi, ed è tutto legale; puoi anche sganciare l’atomica, e ti conferiscono pure una medaglia. Puoi stuprare donne e bambini, ma solo per tre giorni e purché non si venga a sapere. Puoi sterminare un intero villaggio vietnamita e cavartela con un cazziatone.

Per non avere conseguenze di alcun tipo devi stare dalla parte giusta, altrimenti rischi di diventare un criminale, uno stupratore, un genocida. Vorrei chiarire subito: fosse per i giornalisti russofobi i soldati russi andrebbero processati in tribunale all’Aia per aver fumato le sigarette in un’area non fumatori.

In epoca repubblicana avanzata, il regolamento militare di disciplina, licenziato dal ministro della Difesa Andreotti, stabiliva che l’obbedienza doveva essere “cieca e assoluta”. C’è voluto un bel po’ perché si arrivasse a stabilire che ”il dovere dell’obbedienza è [sì] assoluto, salvo i limiti posti dalla legge e dal successivo art. 25”.

Che cosa dice l’art. 25? Si chiede al militare scrupolo ed esattezza nell’esecuzione nel rispetto dei limiti delle norme di legge. Non solo: il militare che riceve “un ordine la cui esecuzione costituisce comunque manifestamente reato, ha il dovere di non eseguire l’ordine e informare al più presto i superiori”.

Che cosa significa la divertente espressione “manifestamente reato” in un campo di battaglia in cui si sbudella allegramente? I legulei potranno eccepire richiamando i sacri testi delle convenzioni internazionali, tuttavia quanti bravi soldatini in simili circostanze belliche chiederanno di aprire un tavolo di discussione per stabilire quali siano i “limiti di legge” per un ordine dato da un superiore manifestamente con la rivoltella in mano?

La medesima situazione vale sotto ogni bandiera. A proposito, come si traduce “manifestamente reato“ in ucraino o in russo? Se lo sai, invia la risposta, provvederò a inoltrarla “al più presto ai superiori”.

Deportazioni live

Avevo letto la notizia nelle settimane scorse ma non ci volevo credere: le solite esagerazioni giornalistiche. E invece Boris Johnson ha effettivamente deciso di deportare gli immigrati approdati in Gran Bretagna in Ruanda, da dove potranno far esaminare le loro domande di asilo dalle autorità locali.

In un’intervista pubblicata sabato sul tabloid britannico Daily Mail, il primo ministro Boris Johnson ha affermato che un primo gruppo di 50 migranti era stato informato della deportazione in Ruanda nell’ambito del cosiddetto “partenariato per la migrazione e lo sviluppo economico”, un accordo da 120 milioni di sterline con il governo di Kagame siglato il mese scorso.

Secondo Johnson, l’accordo avrebbe soprattutto lo scopo di evitare le tragiche morti nella Manica, disincentivando i migranti clandestini dall’intraprendere la pericolosa traversata. E poi, del resto, il Ruanda sarebbe “uno dei Paesi più sicuri al mondo, riconosciuto a livello internazionale per il suo primato di accoglienza e integrazione dei migranti” (testuale).

Meno di un anno e mezzo fa, nel gennaio 2021, il suo stesso rappresentante alle Nazioni Unite si è ufficialmente dichiarato preoccupato per le restrizioni alla libertà di stampa in Ruanda e ha esortato le autorità a indagare sulle accuse di esecuzioni extragiudiziali, detenuti morti in prigione, sparizioni e torture.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) si è fatto avanti affermando che “le persone in fuga da guerre, conflitti e persecuzioni meritano compassione ed empatia” e che “non dovrebbero essere scambiate come merci e trasferite con la forza all'estero”.

Come detto, sarà il Ruanda a esaminare le domande di asilo dei candidati inviate da Londra. Secondo criteri ruandesi. E saranno le autorità ruandesi a decidere dove dovranno stabilirsi i richiedenti asilo.

Il Ruanda è uno dei paesi più piccoli dell’Africa continentale, con una superficie di 26.338 kmq, quanto la Sicilia, ed è uno dei più densamente popolati con più di 12 milioni di abitanti, con vari “problemi” etnici e di controversie sulla proprietà della terra.

Johnson, dopo le proteste per l’accordo di “sviluppo economico” con il Ruanda, ha promesso che gli “sfollati” (si chiamano ufficialmente così) dall’Ucraina non saranno deportati in Africa.

Finora solo l’Australia aveva adottato questa politica di deportazione dei migranti. Dal 2001, con la “soluzione pacifica” e, nel 2013, con l’operazione “confini sovrani”, Canberra ha inviato tutti gli stranieri arrivati illegalmente nei centri di detenzione delle vicine isole di Nauru e Manus, in Papua-Nuova Guinea, dove nessun giornalista può mettere piede, le

ONG non sono autorizzate e i detenuti si danno fuoco per sperare di uscire da quell’inferno).

Tuttavia l’Australia rimane responsabile dell’esame delle domande d’asilo. Spetta alle autorità australiane trovare un posto dove collocare migranti e profughi. Il Regno Unito va oltre. Secondo l’accordo con il Ruanda, si libera completamente del peso dei suoi richiedenti asilo e se ne lava le mani.

La stampa italiana, la libera informazione, ne ha fatto cenno il mese scorso, poi è sceso il silenzio sulla “ricollocazione” degli esseri umani che non leggono Kant in lingua originale. 

martedì 17 maggio 2022

Non dimentichiamoci l'Asia

 

Il 12 e 13 maggio, si è svolto il vertice ASEAN-USA, il primo a tenersi a Washington nei 45 anni di storia dell’organizzazione. È stato anche il secondo vertice tenutosi negli Stati Uniti dopo un incontro del 2016 ospitato da Barack Obama in California.

L’ANSEAN è l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico. Ne fanno parte dieci Stati: Filippine, Indonesia, Malaysia, Singapore, Thailandia, Brunei, Vietnam, Birmania, Laos e Cambogia, con una superficie complessiva di poco superiore a quella dell’Unione Europea, con quasi 700 milioni di abitanti, un PIL di 3.000 miliardi di dollari che cresce a un tasso medio del 4% annuo.

Lo scopo fondamentale dell’Associazione è di promuovere la cooperazione e l’assistenza reciproca fra gli stati membri per accelerare il progresso economico e aumentare la stabilità della regione. L’ANSEAN è uno dei principali partner dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, con la quale sviluppare la cooperazione per la pace, la stabilità, lo sviluppo e la sostenibilità dell’Asia. Dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai fanno parte Cina, India, Russia, Pakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan e Kazakistan.

Biden, definendo l’incontro come il lancio di una “nuova era nelle relazioni USA-ASEAN”, ha detto ai leader riuniti che “l’ampiezza delle nostre discussioni riflette quanto siano vitali le regioni dell’Indo-Pacifico e dell’ASEAN per gli Stati Uniti d’America”.

Chissà che cosa direbbero a Washington se il Xi Jinping dicesse ai membri dell’Unione delle nazioni sudamericane quanto sia vitale l’America Latina per gli interessi della Cina.

lunedì 16 maggio 2022

Mentre Sagittario A*

 

La politica è diventata il nemico della politica. È palese che la stessa decomposizione della politica regna come politica.

Un tempo t’insegnavano che fare politica significava essere pronti anche a morire per le tue idee. Furono in molti allora a rischiare effettivamente la loro vita e non proprio pochi ne subirono le conseguenze e anche ne morirono.

Fare politica consisteva nell’uscire dalle "opposizioni", scegliere tra azione e passività. Perché le opposizioni erano e sono l’idea stessa di un equilibrio di potere che si adatta al dominio e lo sostiene.

Come fai a dirlo oggi, a convertire in libertà il tuo rifiuto? Come fai a uscire dal discorso dominante, dalla mutazione antropologica di cui siamo oggetto, dalla capillarità del controllo ideologico che ci avvolge, che già quando accenni al rifiuto della scheda trovi un muro di obiezioni del cazzo, che quando rifiuti di sottoscrivere le sciocchezze sulla guerra passi per un matto, eccetera.

Il transumanesimo è l’orizzonte di questa civiltà e già guida l’intero branco, mentre Sagittario A* designa la nostra posizione periferica nell’Universo e la nostra assoluta nullità. Non ci voleva l’Atacama Large Millimeter Array e i suoi fratelli per scoprirlo.

domenica 15 maggio 2022

Non essere più governati (*)

Quella cuspide vivente di Luigi Castaldi mi ha fatto venire in mente un aneddoto raccontato da Hannah Arendt nel suo libro su Eichmann: un giovane poliziotto israeliano responsabile del benessere psicologico del detenuto, gli diede Lolita di Nabokov da leggere per rilassarsi. Due giorni dopo Eichmann, visibilmente indignato, glielo restituì: “Das ist aber ein sehr unerfreuliches Buch”. Attenzione, google traduce unerfreuliches come deludente, invece nell’uso comune il termine sta per sgradevole, malsano.

Un simile nazista scioccato da Lolita: questa è la chiave della nostra morale capovolta e consegnata alla vigilanza di burattinai isterici, maestri nel dichiarare colpevoli gli altri per la violenza che essi stessi producono fino a rendere “inappropriati” Dostoevskij e ajkovskij. Questo dovrebbe chiarire la follia di un mondo che si è capovolto.

Uomini incatenati fin dall’infanzia, che possono solo guardare ciò che hanno di fronte. Dietro di loro c’è un fuoco dove i burattinai muovono figure di legno, le cui ombre gli spettatori vedono proiettate sulle pareti della grotta. Pensano che quelle ombre siano il mondo reale.

La metafora cavernicola di Platone è trita, ma è difficile escogitarne una di più aderente al presente: inchiodati ai nostri schermi, percepiamo solo ombre; tutto è organizzato in modo che la connessione ci tenga circoscritti nella grotta globale del virtuale.

Già trent’anni fa ci avevano gentilmente avvertiti che la storia umana era giunta al termine, ma non sapevamo ancora fino a che punto la dittatura degli algoritmi sarebbe arrivata a sostituire l’idea di libertà con quella di comunicazione, a plasmare le opinioni e monitorare i nostri desideri.

A questo punto perché perdere tempo a chiedersi chi e che cosa sia morale nella storia. Quando tutto è eccessivo e le parole sono così sfruttate, il cambiamento dovrebbe diventare irresistibile. Dopo aver assassinato il buon dio, almeno qui dalle nostre parti, sarebbe naturale inculare e frustare i burattinai.

Impariamo a vedere di nuovo, cambiamo il mondo e non semplicemente per aggiustarlo, facciamola finita con gentaglia che afferma solenne di agire in nome nostro continuando a schiacciare chi non ha nulla a beneficio di chi avrà sempre di più. E dunque smettiamo di obbedire.

Ai malpensanti il solo pensiero di non essere governati dai loro farabutti preferiti farebbe tremare le gambe e temere per il portafoglio. Intuiscono di default il pericolo dell’inflessibilità che un simile mutamento di prospettiva provocherebbe.

E invece no, l’intubazione dei ceti medi occidentali è pienamente riuscita (fa lo stesso per quelli orientali: non lo dico per debito alla verità, ma per prevenire commenti idioti). Tutto il paradiso è in questo inferno. Pertanto non chiedete a quelli come me perché siamo così pessimisti (realisti), chiedete a voi stessi perché siete così ottimisti (e ciechi).

(*) Qui avrei voluto aggiungere una postilla su che cosa intendo con quel titolo. Ma no, desisto e confido.

Ci sono anche loro

 

Mentre gli Stati Uniti stanno riscrivendo le regole della politica estera europea, la stessa Europa potrebbe dover affrontare la peggiore crisi dei rifugiati dalla fine del secondo conflitto mondiale. Secondo dati recenti della Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite, sei milioni di persone sono profughe dall’Ucraina, altri 7,7 milioni sono sfollati interni. Complessivamente, rappresentano circa il 31% della popolazione del paese.

Il Consiglio dell’UE, il 24 febbraio 2022 aveva condannato “l’aggressione militare non provocata e ingiustificata della Russia contro l’Ucraina”. A marzo, l’UE decise di concedere agli “sfollati [ucraini] al di fuori dell’UE e impossibilitati a tornare nel loro paese di origine” lo status di “protezione temporanea”, di ricevere alcune prestazioni sociali e di lavorare su base legale.

Questo provvedimento è stato descritto da Bruxelles come un grande atto umanitario, ed effettivamente è più di quanto hanno ricevuto i rifugiati provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa (in Camerun c’è una guerra da anni di cui quasi nessuno parla). Tuttavia, la durata del permesso di soggiorno varia da paese a paese, da un minimo di 90 giorni a un anno.

I media raccontano di questa situazione come se le donne, i bambini e gli uomini anziani che si riversano fuori dall’Ucraina stessero camminando tra le braccia amorevoli dei governi amici degli Stati Uniti e della Ue.

La capitale della Polonia ha visto la sua popolazione crescere di oltre il 15% in due mesi e mezzo, con 300.000 ucraini che ora vivono in città e costituiscono un quinto dei residenti. I prezzi degli affitti in molte città polacche sono saliti alle stelle. Il sistema bancario polacco ha iniziato a entrare in crisi a marzo perché non era in grado di gestire il volume di valuta ucraina quasi senza valore che i rifugiati stavano cercando di scambiare con lo zloty polacco. Per tre mesi sarà possibile scambiare la grivnia ucraina per un controvalore massimo di circa 300 euro. Che cosa succederà dopo, nessuno lo sa.

La minuscola Moldova, 3 milioni di abitanti, il paese più povero d’Europa che sopravvive grazie alle rimesse dei lavoratori all’estero, ha visto transitare nel suo territorio 430.000 rifugiati, di cui 95.000 sono rimasti. Con una crescita economica anemica, l’inflazione al 22%, semplicemente non può provvedere a questa popolazione aggiuntiva.

Gli Stati Uniti, che hanno appena approvato un pacchetto da 40 miliardi di dollari per trasformare l’Ucraina in un nuovo Afghanistan, ammetteranno l’ingresso di 100.000 “sfollati” ucraini. Sono molti, sono pochi? Sono solo sulla carta.

Il programma United for Ukraine, pur ricevendo finora 19.000 domande, ha concesso visti a solo 6.000. I chiedenti asilo devono dimostrare di avere degli “sponsor” privati negli Stati Uniti che dispongono di mezzi finanziari per il loro sostentamento. La permanenza dei profughi ucraini non potrà comunque superare i due anni.

Qualsiasi ucraino per chiedere asilo in Gran Bretagna deve avere un familiare che già vi risiede. Inoltre, il ministero degli Interni britannico ha comunicato che gli ucraini che transitando dall’Irlanda e dall’Irlanda del Nord per la terraferma britannica saranno trattati come immigrati illegali. Non è noto se in questa categoria d’illegali rientri anche chi attraversa la Manica dalla Francia.

Il Canada, dove risiedono quasi 1,4 milioni di origine ucraina, focolaio del nazionalismo ucraino di estrema destra, ha annunciato che metterà a disposizione tre aerei charter tra la fine di maggio e l’inizio di giugno per trasportare solo 900 rifugiati. Una volta in Canada, ai rifugiati “sarà offerto un alloggio gratuito a chi non ha un posto adatto dove stare per un massimo di 14 giorni”. Non è chiaro che cosa ne sarà di loro dopo due settimane.

Foreign Policy, a proposito dell’accoglienza tedesca dei profughi ucraini, racconta per filo e per segno cose che altrimenti sarebbe difficile credere.

Insomma, si parla troppo poco di questi milioni di “sfollati” ucraini, del loro futuro, e si dedica invece ampio ed entusiastico spazio per magnificare le nuove armi inviate in Ucraina.