La
questione della crisi della democrazia ritorna ad occupare con sempre maggior
forza una posizione centrale nel serrato confronto che si svolge tra le diverse
componenti della società, non solo italiana.
Politologi,
sociologi e simili, proprio per la loro
posizione di classe, gli interessi che essi oggettivamente difendono e
intendono preservare, non arrivano mai a considerare la crisi generale, storica, del processo di valorizzazione del capitale,
come la causa scatenante di contraddizioni a pioggia in tutte le istituzioni
politiche che garantiscono la riproduzione della formazione sociale
capitalistica. Al massimo, se crisi c’è, ed è impossibile negarlo, si tratta di
una crisi di ciclo, qualcosa di transeunte. Per il resto, è caccia nel
fantasmagorico mondo dei fenomeni sociali (*).
* * *
Eugenio
Scalfari, nel suo editoriale di ieri, in relazione al nuovo assetto
istituzionale delineato dal combinato della riforma costituzionale ed elettorale, arriva a citare il
diciotto brumaio di Napoleone Bonaparte. Con qualche lieve imprecisione
storica, Scalfari ha il merito di rompere il velo d’ipocrisia che circonda il
concetto stesso di democrazia e di porre la questione della reale natura del
sistema politico borghese.
Scalfari
è addirittura icastico e ripete già quanto aveva scritto una settimana prima: “io
sostengo che la vera democrazia non può che essere oligarchica”. E rincara:
“Oligarchia democratica o dittatura: questa è stata, è e sarà il sistema
politico dell’Occidente”.
Scalfari
non spiega donde piova la sua “oligarchia-democratica” in contrapposizione/alternativa
alla “dittatura”. Non mi pare si possa cogliere nei suoi editoriali un’analisi
più generale di contesto. Con ciò non voglio dire che egli non abbia in mente i
motivi su cui far poggiare le sue affermazioni, tutt’altro. Tuttavia, al
momento, manca, ad esempio, un cenno al ruolo delle classi sociali, ossia alla
divisione sociale del lavoro e della proprietà, che pure, su tale tema, non è
questione di mero dettaglio.
Se
tradotto in termini più spicci, il giudizio tranciante di Scalfari, è il
giudizio più comune che si possa ascoltare in qualunque luogo sul tema del
rapporto tra potere politico e classi sociali. Come tutti i luoghi comuni,
coglie una parte di verità, fin troppo generica, unilaterale e superficiale.
* * *
Storicamente,
le metamorfosi moderne della forma-Stato
vanno lette in relazione al movimento contraddittorio del capitale e alle fasi
di sviluppo che esso ha attraversato: dalla libera concorrenza, al capitale
monopolistico, al capitale monopolistico multinazionale (la fase che chiamano
globalizzazione).
Per
essere posta correttamente sul piano scientifico, la questione della
forma-Stato deve perciò tener conto della scomposizione e ricomposizione della
formazione economico-sociale capitalistica come insieme sistemico di relazioni
sociali, storicamente determinate, interdipendenti, interagenti, come totalità
concreta nella quale lo Stato si definisce, e non semplicemente come un’ipostasi
valida per ogni epoca storica come intende Scalfari (**).
Bisogna
aver chiaro quanto di essenziale ci ha detto Marx al riguardo. È dalle relazioni
fondamentali in cui gli uomini entrano nella produzione riproduzione della loro
vita materiale ad ogni stadio di sviluppo delle forze produttive (rapporti
dotati di una oggettività simile a quella di un processo di storia naturale e
che si formano indipendentemente dalla coscienza degli uomini) che Marx parte
per avanzare la tesi scientifica basilare del materialismo storico:
l’automovimento di una formazione sociale è, in ultima istanza, determinato dallo sviluppo delle forze
produttive nel loro rapporto dialettico di unità e di lotta con i rapporti di
produzione e di scambio.
Nell’Ideologia tedesca, la relazione tra base
economica e Stato viene rischiarata nella sua genesi, e cioè a partire dalla
divisione del lavoro:
«[…] con la divisione del lavoro è
data altresì la contraddizione fra l’interesse del singolo individuo o della
singola famiglia e l’interesse collettivo di tutti gli individui che hanno
rapporti reciproci; e questo interesse collettivo non esiste puramente
nell’immaginazione, come “universale”, ma esiste innanzi tutto nella realtà
come dipendenza reciproca degli individui fra i quali il lavoro è diviso.»
Questa
“scissione fra interesse particolare e
interesse comune”, questo “antagonismo
fra interesse particolare e interesse collettivo”, che nella società è
scissione-antagonismo tra interessi di classi diverse, delle quali una domina
tutte le altre, è all’origine del fatto che
“l’interesse collettivo prende una configurazione autonoma come Stato, separato
dai reali interessi singoli e generali, e in pari tempo come comunità
illusoria”.
Lo
stato come “comunità illusoria” o
come surrogato di comunità è, dunque, per Marx, l’organizzazione che le classi
dominanti si sono date per difendere i loro privilegi particolari, i loro
particolari interessi, rappresentati come generali, universali, “come interesse ‘generale’ illusorio sotto forma
di Stato”.
Ancora:
«La comunità apparente nella quale finora
si sono uniti gli individui si è sempre resa autonoma di contro a loro e allo
stesso tempo, essendo l’unione di una classe di contro a un’altra, per la
classe dominata non era soltanto una comunità del tutto illusoria, ma anche una
nuova catena.»
Ed
è questo il punto essenziale: «[…] in tutte le rivoluzioni finora avvenute non
è mai stato toccato il tipo dell’attività, e si è trattato soltanto di un’altra
distribuzione di questa attività, di una nuova distribuzione del lavoro ad
altre persone […].»
* * *
Non
abbiamo bisogno di costruire una nuova teologia, né di preghiere e né d’incantesimi,
tantomeno di impetrare un Messia e sognare un paradiso in terra che non ci sarà
mai. Tuttavia siamo a una cesura
epocale, in presenza di evidenze che
hanno richiesto secoli prima di manifestarsi.
Malgrado
la quasi totalità dell’umanità non conosca le reali e profonde cause della
crisi generale del modo di produzione capitalistico, sono sempre più numerosi
coloro che percepiscono, non per moralismo ma per necessità, l’impossibilità
della continuazione di questo sistema sordo e cieco. Senza bisogno di alcuno
sforzo immaginativo particolarmente temerario, possiamo già intravvedere gli
inneschi del futuro che verrà, le premesse di un possibile sistema
economico-sociale, di esistenza, alternativo alla logica della forma merce.
Il
progresso scientifico e lo sviluppo raggiunto dalle forze produttive ci
consentono da un lato di conoscere le leggi della natura e di adoprarle nel
modo più opportuno, dall’altro di soddisfare con larghezza ai bisogni primari dell’intera umanità. Di organizzare
e distribuire il lavoro secondo altre priorità e prospettive, perché diventi
finalmente luogo di umanità. Pertanto, senza che esso sia legato alla produzione
di valore come fine in sé, o che al lavoratore sia negato, dallo stato delle
cose, il giusto valore del proprio fare e che sia offesa la sua dignità perché
non dispone di mezzi propri.
Solo
gli sciocchi possono pensare che quando si concretizza in prassi una società
nella quale ognuno dà secondo le sue capacità e ognuno riceve secondo i suoi bisogni,
sia una società di un piatto egualitarismo. Tutt’altro. Questo però richiede una completa rivoluzione del nostro intero
ordine sociale contemporaneo.
Infine,
rivolgendomi agli ansiosi e ai dubbiosi, devo rilevare due cose. È pur vero che
la critica coglie e denuncia ma non riesce a modificare questo stato di cose. E
tuttavia essa costituisce il presupposto da cui far nascere una coscienza
collettiva sensibile ed avanzata su questioni fondamentali. Non solo sull’estrazione
eterologa del plusvalore, ma anche sulle forme dell’alienazione e della servitù
volontaria che hanno raggiunto livelli patologici. Una soggettività cosciente è
indispensabile per mutare i rapporti di forza, per il cambiamento possibile. Di
poi, credo che porsi oggi problematiche sul tema delle forme di dettaglio che
assumerà l’assetto sociale e politico postcapitalista, sia un perdersi anziché
andare all’essenziale.
I
padroni del mondo, attraverso i loro volenterosi lacchè, hanno tutto
l’interesse a negare il cambiamento, a lasciare tutto com’è. Anzi, sono
consapevoli del pericolo che corrono, perciò stanno preparando una nuova
macelleria su scala mondiale (***).
(*)
Naturalmente tra crisi generale e crisi dello Stato non c’è una relazione
semplice, meccanica, di casua-effetto, c’è di mezzo, infatti, volenti o nolenti, la complessa vicenda
della lotta di classe e della lotta tra fazioni diverse di una stessa classe.
Si tratta di un processo di lungo periodo (e pazienza per coloro che presentano
incipienti sintomi d’ansia rivoluzionaria) che si snoda dentro e contro le
articolazioni dello sfruttamento e del dominio borghese, e non invece, come
viene presentato dai media, in modo indipendente e separato da esse.
(**)
Nel corso della storia ogni modo di produzione dà origine a una tipica
organizzazione politica che promuove gli interessi della classe dominante.
Tuttavia, in paesi relativamente arretrati, in cui le classi non erano ancora
pienamente sviluppate, Marx riteneva che lo Stato potesse svolgere un ruolo
relativamente indipendente. Talvolta non è necessario che lo Stato rappresenti
tutta una classe ma anche soltanto una parte di essa (per es., i finanzieri
sotto Luigi Filippo).
(***)
Nella Critica al Programma di Gotha,
Marx ebbe a scrivere:
«Si domanda quindi: quale
trasformazione subirà lo Stato in una società comunista? In altri termini:
quali funzioni sociali persisteranno ivi ancora, che siano analoghe alle
odierne funzioni dello Stato? A questa questione si può rispondere solo
scientificamente, e componendo migliaia di volte la parola popolo con la parola
Stato non ci si avvicina alla soluzione del problema neppure di una spanna».
Alcune
osservazioni di Marx a riguardo del ruolo futuro dello Stato, sembrano rivelare
un atteggiamento autoritario, ma sono di solito dedicate a quegli aspetti della
rivoluzione borghese che il proletariato dovrebbe appoggiare. Quando, per
esempio, nell’Indirizzo al Comitato centrale della Lega dei
comunisti, del marzo 1850, egli dice “gli
operai … devono lottare non soltanto per la repubblica tedesca una e
indivisibile, ma anche per la più decisa centralizzazione del potere nelle mani
dello Stato”, si tratta con ogni evidenza di un consiglio politico in un paese
alla vigilia, non già di una rivoluzione comunista, bensì di una rivoluzione
borghese. E Marx ne era fin troppo consapevole.
Marx
fu uno degli uomini che nella sua epoca si batté maggiormente contro
l’oppressione politica e religiosa, contro lo sfruttamento economico e i
soprusi del privilegio di classe. Ovviamente egli non si nascondeva il fatto
che la dittatura borghese, ammantata di forme più o meno democratiche, non si
sarebbe fatta da parte con mezzi ordinari e senza scatenare la propria violenza reazionaria. D’altro
canto, dagli scritti marxiani, soprattutto le sue lettere sull’obščina,
sappiamo con certezza che egli riteneva impraticabile la costruzione del
socialismo in un solo paese e per giunta nelle condizioni feudali della Russia.
Men che meno avrebbe scambiato la fase della “dittatura del proletariato” per
la dittatura di stampo burocratico instaurata nell’Urss. Ciò significa proprio
il contrario di quello che, sia da una parte che dall’altra, si vuol far
credere, ossia che quel “comunismo” avrebbe potuto essere diverso e migliore di
ciò che fu necessariamente solo che ….. La storia non fa balzi in avanti, e
anzi spesso tende a farne di tripli all’indietro.