Il proletariato non aveva al suo fianco altro che sé stesso.
Il diciotto brumaio di
Luigi Bonaparte, Ed. Riuniti, p. 59.
Il rischio è sempre quello
dell’auto parodia, e può capitare, avvertendo questo tipo di consapevolezza, di
sentirsi come quei soldati giapponesi che si nascosero per vent’anni nella
giungla temendo che la guerra non fosse finita. E però, a differenza di quei
reduci, la lotta alla quale abbiamo preso parte è tutt’altro che conclusa.
Abbiamo rimosso i motivi della
nostra sconfitta, pur vera al momento, e il nemico proclama di aver vinto con
onore e per sempre, ma questa è menzogna.
Laddove le crisi precedenti erano crisi economiche, oggi assistiamo
all’implosione dello stesso sistema di gestione dell’economia nel momento
stesso del trionfo/crollo della civiltà mercato. E dunque le questioni restano,
antiche.
Mai le masse sono state così
passive in Europa, mai il solco tra consapevolezza della vita e sopravvivenza
è stato più profondo. E tuttavia l'arroganza, l’incompetenza, e l'impotenza
delle classi dirigenti, unitamente alla crisi economica e sociale quale
prodotto delle contraddizioni capitalistiche e del crollo del capitalismo
finanziario, alla fine sveglieranno le coscienze dal sonno in cui sono tenute, e
si affrancheranno dal puzzle culturale fatto d’ideologie bislacche, di
religioni, di tensioni psichiche di ogni tipo evocate ad arte.
La reazione al dispotismo economico
e la disperazione generale ci spingeranno a fare i conti con un mondo che è
stato rovinato dalla disumanità del culto della merce. Rideremo degli
economisti, anzitutto di quelli che
vogliono moralizzare il profitto, come Stiglitz, Gallino e Piketty, e che
si mostrano stolti al pari dei maldestri servi che vediamo agitarsi nel racket
della politica.
La faremo finita con le maschere ciniche
e scaltre che, sostenendo le malversazioni della finanza, stanno realizzando,
insieme al proprio fallimento, anche quello della nostra esistenza. La disobbedienza civile verso uno Stato
che ci sta saccheggiando è un diritto, così la rivolta contro coloro che agitano lo spauracchio del debito
pubblico per coprire frodi massicce di ogni tipo, quelli che chiamano
“crescita” l’espediente per favorire il profitto e utilizzano le tasse per
pagarsi stipendi e prebende scandalosi e per tenere in piedi una pseudo democrazia parlamentare
oscena e corrotta. Chiudiamo ogni forma di dialogo e collaborazione con il
potere, apriamoci a nuove consapevolezze e approntiamo forme di lotta adeguate.
La nostra epoca non è più quella
delle lente trasformazioni sociali, la nostra è foriera di una rivoluzione storicamente inedita, dove
l’utopia concreta può diventare realtà. Non so se ci vorranno venti o
cinquant’anni ancora, come sostiene per esempio Immanuel Wallerstein, e
tuttavia il processo è in atto, il futuro è già nelle cose presenti.
Sarà un processo di
riappropriazione dei collettivi che sono in grado di gestire, in un nuovo modo
di produrre e distribuire, le risorse naturali a vantaggio d’interessi umani,
non di mercato e di pochi magnati. Sarà la base per una nuova arte del vivere, di
un nuovo tessuto sociale dopo i gravissimi danni inferti dal neoliberismo; la base per una nuova urbanistica, e dunque il superamento della dicotomia
città/campagna, degli spazi burocratici chiusi e dei quartieri ghetto. Con una
nuova consapevolezza e un diverso senso della vita nascerà una nuova
letteratura, un nuovo modo di concepire la gratuità, la solidarietà, il
desiderio, il gioco, la sessualità, l’infanzia, la creazione artistica, l’apprendimento
permanente e universale, la scienza come ricerca e pratica quotidiana aperta. È
un’esperienza in minutissima parte già tentata, però in contesti storici arretrati
e ostili. La chiameranno autogestione o chissà che cavolo altro; forse non la
chiameranno socialismo o comunismo, visto il discredito in cui sono stati gettati
questi concetti, ma il futuro saprà far spallucce e ridere anche di questo.