martedì 30 aprile 2024

Otto zeri

 

Il dottor Stranamore era un “documentario”, non un’opera di finzione.

Con la fine della Guerra Fredda molti pensavano che il mondo avesse superato la politica del rischio nucleare delle grandi potenze. Dopo la Guerra Fredda, sia gli americani che gli europei hanno perso, in larga misura, la paura per la guerra nucleare. Almeno inconsciamente sono arrivati a credere che questo fosse un vecchio problema, qualcosa che abbiamo superato con la caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica.

In realtà, negli ultimi anni, i pericoli di un’escalation nucleare sono aumentati, e non diminuiti. In parte ciò è dovuto al fatto che siamo diventati sprezzanti nei confronti di questi pericoli. In parte ciò è dovuto al fatto che molte delle linee rosse che erano state stabilite nel periodo della Guerra Fredda per gestire i pericoli di quel tipo di escalation sono scomparse o sono diventate labili.

Non c’è quel tipo di dialogo come ai tempi di Kennedy e Krusciov che permise di trovare una via d’uscita dalla crisi missilistica cubana. In questo momento, le due parti non si parlano. Non esistono le misure necessarie per prevenire l’escalation: l’allora Anatoly Dobrynin, ambasciatore sovietico durante la crisi missilistica cubana, è oggi Anatoly Antonov, l’ambasciatore russo a Washington, quasi una persona non gradita.

Gli Stati Uniti, nella loro arroganza, hanno perso l’abitudine allo scambio diplomatico durante il periodo successivo alla Guerra Fredda. Non c’era alcun potere paritario nel mondo, nessun’altra potenza si avvicinava al grado di potenza militare ed economica degli Stati Uniti.

Una potenza unipolare che riteneva di non dover stringere accordi, di dover scendere a compromessi con altri paesi. La tendenza era quella di dire agli altri che cosa andava fatto e quando si rifiutavano giungeva subito la minaccia. Washington ha rinunciato alla diplomazia che sarebbero normalmente richiesta in un ordine mondiale caratterizzato da maggiore equilibrio.

Negli Stati Uniti la Russia è diventata una questione di politica interna e non di politica estera. C’è la convinzione di avere a che fare con un problema di deterrenza. Il modo migliore per trattare con la Russia è mostrare la propria determinazione, schierando truppe e armamenti ai suoi confini, facendole capire a cosa va incontro se non si tirerà indietro.

È sulla base di tale strategia e mentalità che si è arrivati alla guerra in Ucraina. Si è stabilita così una spirale di escalation, e, contrariamente a quanto si può pensare, una simile spirale aggrava la situazione. Con il recente nuovo finanziamento per l’invio di armi a Kiev si è raggiunto un punto estremamente pericoloso.

È ovvio che entrambe le parti vogliono evitare la guerra nucleare, ma ci sono diversi modi in cui ciò può accadere. Uno è accidentale: più a lungo va avanti la guerra, più gli Stati sono in essa invischiati, più sei in quella situazione, più alte diventano le possibilità di incidente.

Il sostegno militare all’Ucraina potrebbe diventare così determinante sul campo di battaglia da far decidere a Putin di non avere altra scelta se non quella di attaccare quel sostegno. Finora si è astenuto dal farlo, o è intervento su scala relativamente limitata nell’interdizione delle forniture militari occidentali destinate al fronte ucraino. Certamente non ha attaccato le fonti di tale sostegno, ma potrebbe vedersi costretto a farlo.

Se la Nato entra sempre più nel conflitto, posto che la Russia non è disposta a contemplare la sconfitta, la guerra si trasformerebbe rapidamente in livelli nucleari tattici e poi strategici. Il deterrente nucleare russo ha lo scopo di scoraggiare le minacce esistenziali alla Federazione russa, indipendentemente dal fatto che siano nucleari o minacce convenzionali.

Non comprendere questo significa non avere chiaro come possa evolvere realmente lo scenario di guerra in Europa. Significa non comprendere che in questa guerra non è coinvolta la Serbia, tanto per dire, ma è in gioco la stessa sopravvivenza della Federazione russa, vale a dire una delle superpotenze nucleari del pianeta.

Oggi, a differenza del periodo della Guerra Fredda, quando in realtà le uniche armi che potevano rappresentare una minaccia strategica alla sopravvivenza degli Stati Uniti o dell’Unione Sovietica erano solo le armi nucleari, questo non è più vero. Oggi, le armi convenzionali possono, attraverso il loro puntamento di precisione e il loro potenziale esplosivo, rappresentare il tipo di minaccia che solo i missili nucleari rappresentavano.

Mi sembra chiaro che di fronte a una tale situazione, auspicata da Kiev, la Russia si vedrebbe costretta a ricorrerebbe al nucleare per reagire. Continuare ad alimentare questa guerra e introdurre armi sempre più potenti e di più lunga gittata, è una formula per una rapida escalation fino a un conflitto nucleare strategico.

Quando c’è un attacco in arrivo, questo è rilevato dal sistema di allarme. Ciascuno dei leader coinvolti, i presidenti degli Stati Uniti e della Russia, non si accontenterebbe di aspettare per vedere l’effetto di quegli attacchi in relazione alla propria capacità di ritorsione. Ciascuna parte agirebbe molto rapidamente, in modo di limitare i danni alla propria parte. L’incentivo è quello di fare le cose in grande, non di sedersi e aspettare e sperare che l’altra parte stia conducendo una sorta di attacco dimostrativo.

Sarebbe una cosa molto difficile da gestire e con pochissimo tempo per prendere decisioni irrevocabili. Queste armi possono raggiungere i propri obbiettivi in pochi minuti, e il tempo in quei frangenti passerebbe in fretta come non mai. In quei momenti cruciali, i responsabili politici e militari in quale stato psicologico ed emotivo si troveranno? Saranno sobri, saranno assonnati, saranno preparati e sufficientemente informati e ben consigliati?

Chi sottovaluta il rischio nucleare, ignora come sia diventato delicato il meccanismo d’innesco della risposta e come questa non si attivi necessariamente con una delle tre valigette Zero Halliburton rivestite in pelle (spetta al Centro di Comando del Pentagono avviare la procedura).

Sembra una barzelletta, ma dal 1962 al 1977 il codice di lancio dei missili nucleari era composto semplicemente da otto zeri! Oggi, i codici a disposizione del presidente, e che poi permettono al Pentagono di lanciare missili, non solo sono generati automaticamente dalla NSA, ma compaiono anche, sul cookie, tra altre serie di numeri. Il presidente deve quindi sapere dove si trova esattamente il suo codice. Una precauzione in più in caso di furto della carta (il “biscotto” che porta con sé).

Possiamo immaginarci Biden o Trump, mentre si stanno ancora infilando i calzoni, con decisioni da cui dipende la sopravvivenza stessa dell’umanità e alle prese con questa procedura? Questa è solo letteratura, roba da film. Infatti, Bill Clinton aveva smarrito il biscotto per diversi mesi nel 2000, e i presidenti Gerald Ford e Jimmy Carter lo lasciarono entrambi in un abito che andò in tintoria. Nel marzo 1981, dopo l’attentato a Ronald Reagan, il militare incaricato di portare la valigia non riuscì a salire sull’ambulanza. Raggiunse rapidamente il presidente in ospedale e, una volta lì, si rese conto che mancava il biscotto. La piccola tessera è stata infine ritrovata in una delle scarpe del presidente, in sala operatoria.


lunedì 29 aprile 2024

La "minaccia cinese"

 

Per gli eroi del libero (?) mercato non si è mai abbastanza capitalisti. Nella Cina odierna, quello che oggi viene definito “socialismo con caratteristiche cinesi” non è altro che il vecchio capitalismo, in cui la stragrande maggioranza delle persone nella società lavora e il loro lavoro è sfruttato da una piccola minoranza di proprietari.

La Cina ha fatto uscire dalla secolare povertà più nera centinaia di milioni di persone, e non si può negare che il tenore di vita sia aumentato significativamente negli ultimi decenni. Nonostante ciò, la disuguaglianza è enorme. Jack Ma, il miliardario fondatore di Alibaba (l’equivalente di Amazon in Cina), con un patrimonio netto di oltre 40 miliardi di dollari, non si è arricchito rivendendo le mele che aveva lucidato per qualche mercato locale. Si è arricchito allo stesso modo di Jeff Bezos: sfruttando i lavoratori e facendo amicizia nelle alte sfere.

Se la storia cinese ha insegnato qualcosa (chi digita sui social e altri media parlando di Cina ne sa realmente qualcosa?), è che le persone normali e comuni hanno la capacità di lottare in modo sorprendente. Dalla ribellione antimperialista dei Boxer all’ondata di scioperi di massa del 1927, dalla guerra antigiapponese alla rivoluzione del 1949, fino alle proteste di piazza Tiananmen del 1989, il popolo cinese si è dimostrato capace di sollevarsi e reagire contro difficoltà apparentemente insormontabili.

C’è un articolo sul Sole 24 ore di ieri (L’asse tra Russia e Cina schiaccia l’Occidente) che ci racconta il ruolo economico della Cina e perché Washington la vede come una “minaccia” (e vuole cancellarla dalla carta geografica). Comincia così: “Pechino, per risollevare le sue fortune economiche, sta inondando il mondo di prodotti a basso costo”. Non sono prodotti a basso costo, sono soprattutto prodotti di alta tecnologia a prezzi competitivi. I nostri eroi del libero mercato in regime di monopolio non hanno alcuna visione storica di ciò che sta avvenendo realmente e sul perché.

La retorica della sovraccapacità cinese, anzitutto nelle nuove tecnologie e nell’industria dei veicoli a nuova energia (NEV) non è altro che una copia del principio “America First”. Il rapido sviluppo dell’industria verde cinese mette a dura prova la forza e lo status degli Stati Uniti, e la competitività della Cina viene tradotta in una “minaccia alla sicurezza” per il mondo libero, vale a dire gli Stati Uniti, che si vedono sfuggire la loro posizione di monopolio di lunga data nella catena industriale globale.

Un dato che non c’è nell’articolo citato: secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia, la domanda globale di veicoli a nuova energia nel 2030 raggiungerà i 45 milioni di unità, ovvero 4,5 volte quella del 2022, e allo stesso tempo, la domanda globale di nuovi impianti fotovoltaici raggiungerà gli 820 gigawatt, ovvero circa 4 volte quella del 2022.

Lo sviluppo della capacità produttiva verde è appena iniziato ed è un mercato ben lungi dalla saturazione, quindi da dove viene la “sovracapacità” cinese? È tipico della mentalità statunitense, quella dei cowboy, reagire con la pistola, considerando la nuova industria energetica cinese con una mentalità di gioco a somma zero e attribuendo i problemi reali alle cause sbagliate.

Per esempio, qualcuno s’è chiesto perché la Tesla Shanghai Gigafactory è il maggiore centro di produzione di Tesla al mondo e con le migliori prestazioni? Aiuti di Stato? Perché che cos’è l’Inflation Reduction Act? Scrive il sito della Casa Bianca che il “Presidente ha

ridefinito la leadership americana nell’affrontare la minaccia esistenziale della crisi climatica [leggi: la minaccia cinese] e ha avviato una nuova era di innovazione e ingegnosità americane per ridurre i costi al consumo e far avanzare l’economia globale dell’energia pulita”. Far avanzare l’economia globale? Ci prendono in giro e ridono di noi.

Dal 25 aprile al 4 maggio si tiene la 18esima edizione del Beijing International Automotive Exhibition (Auto China 2024). Sono presenti tutti i grandi marchi internazionali, compresi quelli che un tempo erano italiani, dunque compresa la Lamborghini (gruppo Volkswagen).

Ieri era presente Elon Musk, a colloquio col primo ministro Li Qiang. Tesla ha venduto circa 600.000 veicoli elettrici nel 2023 in Cina, cedendo la sua posizione di principale venditore di veicoli elettrici in Cina alla cinese BYD. Il tasso di penetrazione dei NEV passeggeri ha superato il 50% nella prima metà di aprile, superando i tradizionali veicoli a benzina. Tutto ciò avviene mentre in Italia chi possiede un’auto elettrica non sa mai quando è in strada se troverà una colonnina attiva per la ricarica.

Con una carenza di capacità produttiva di alta qualità, il mondo ha bisogno di maggiore cooperazione. Gli Stati Uniti hanno di mira solo la loro leadership, non la coordinazione degli interessi. L’hanno sempre fatto per l’energia, per l’elettronica, per tutto ciò che riguarda le nuove tecnologie. Solo che ora si trovano a dover affrontare un concorrente di grande caratura mondiale, e utilizzano deliberatamente la “minaccia cinese” per spiegare tutto, cercando di risolvere i problemi contenendo la Cina.

Ed è esattamente ciò che fanno con la Russia, dividendola dall’Europa. La quale Europa pensa alle elezioni, e in Italia a quale nome mettere nei simboli delle liste elettorali.

domenica 28 aprile 2024

Prepariamoci

 

Che cosa dicevano gli aristocratici dell’ancien régime (e i loro manutengoli)? Che quello vigente era il miglior sistema sociale possibile. La borghesia e il proletariato erano classi necessarie ma pericolose. Ed infatti la borghesia, non appena le fu concessa l’occasione, divenne sommamente rivoluzionaria. Non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo “pagamento in contanti”, per dirla con Marx.

Instaurò un regime di terrore e mandò al patibolo migliaia di aristocratici e anche di plebei. Joseph Fouché, il futuro ministro di polizia di Bonaparte, venne soprannominato il “mitragliatore di Lione”. In sostituzione della ghigliottina, troppo lenta, usava il cannone a mo’ di mitraglia. Perfino quel terrorista di Robespierre lo accusò delle misure eccessivamente dure. Le rivoluzioni non sono un pranzo di gala, disse qualcuno.

È lo stesso refrain dei liberali di oggi: quello vigente è il miglior sistema sociale possibile. Vige la libertà e la democrazia, che altro volete? Ogni tanto fa capolino qualche guerra, ma esse sono combattute proprio in nome e per conto della “democrazia”. Da esportazione, come le vecchie sigarette.

Il determinismo teorico di questi soggetti equipara fascismo, nazismo, comunismo, stalinismo, bonapartismo e quant’altro alla voce “totalitarismo”. Tra l’altro trascurando che ogni rapporto sociale è stato trasformato in un puro rapporto di denaro e non vi è nulla di più totalitario del potere del denaro, cioè del capitale.

Non dobbiamo dimenticare che la verità è sempre concreta e che la storia ci parla di tutt’altro di una semplicistica equiparazione (che lasciamo volentieri agli sciocchi) di “totalitarismi”. Chiunque operi nell’ambito della teoria utilizzando categorie astratte è condannato a una cieca capitolazione di fronte ai fatti.

Che cosa sia stato il comunismo in versione novecentesca, ossia in versione stalinista-maoista, lo sappiamo. Ed è comprensibile che i “liberali” battano su quel tasto per fare di ogni erba un fascio: non gli resta altro per la loro propaganda. Dunque non vale la pena addentrarsi in distinzioni e precisazioni.

Quanto al fascismo originario, è un movimento di origine plebea, e viene utilizzato dalla borghesia italiana, profondamente opportunista, per regolare i conti con i partiti di sinistra, con l’insorgenza operaia e contadina (ricordiamoci che nel primo governo Mussolini c’erano dentro tutti i partiti “democratici”). In Germania, le motivazioni su cui si basa l’ascesa del nazismo saranno sostanzialmente diverse e prenderanno vigore con la crisi economica e parlamentare degli anni Trenta.

Quanto al capitalismo tedesco, era nato con un certo ritardo e si è trovato privato dei privilegi derivanti dalla primogenitura (stessa cosa che accadde all’Italia). Si trovò di fronte alla necessità, in un momento in cui il mondo intero era già diviso, di conquistare i mercati esteri e di procedere ad una nuova divisione delle colonie, già spartite. Al capitalismo tedesco non era dato di nuotare nella direzione della corrente, di abbandonarsi al libero gioco delle forze. Solo la Gran Bretagna ha potuto permettersi questo lusso, e solo per un periodo storico limitato.

L’intera vicenda storica della Germania si sviluppa da queste premesse. Il capitalismo tedesco non poteva permettersi il “senso della misura” che caratterizza il capitalismo britannico e, in parte, quello francese, saldamente radicati e dotati di riserve sotto forma di ricchi possedimenti coloniali. Per la Germania sarà un concatenarsi di vicende (vale la pena ricordare che fu grazie alla socialdemocrazia che il governo Brüning ottenne il sostegno del Parlamento per governare attraverso leggi di emergenza) in cui il nazismo trova una sua chiara ragion d’essere. E ciò che vale per la Germania vale per l’Italia, la Russia, eccetera.

Equiparare Mussolini, Hitler, Franco, Salazar, Chang Kai-shek, Masaryk, Brüning, Dollfuss, Pilsudski, Primo de Rivera, il re serbo Alessandro, Severing, MacDonald, ecc., è sbagliato e fuorviante. Gli interessi della classe dominante non si sono mai adattati alla democrazia “pura”, che non esiste, talvolta aggiungendovi qualcosa e talvolta sostituendola con un regime di aperta repressione. Questi regimi si esplicano ognuno a modo loro, necessariamente in tutti i tipi di situazioni transitorie e intermedie.

Allo stesso modo è fuorviante equiparante i fascistoidi di oggi al fascismo mussoliniano, prescindendo da certe figure caricaturali, slogan e atteggiamenti nostalgici (*). Quella che è stata definita come democratura ha motivazioni e forme sostanziali molto diverse. Agisce in una situazione sociale e politica, interna e internazionale, molto articolata e contraddittoria, come dimostra in modo evidente il regime ungherese (e ciò dimostra sufficientemente l’importanza di distinguere la forma di potere orbaniana da quella fascista classica).

Dunque giudichiamo il fascismo quale è oggi, senza l’orbace e l’olio di ricino. Per esempio, il mercato del lavoro: buono, giusto e duro, quello in cui il lavoro si vende e si compra come le patate. L’uberizzazione della società che ha smantellato le tutele, messo la propria firma sullo Jobs act, che ha tagliato la sanità, dato solidi alle scuole private, ingrassato le banche e migliaia di gestori privati di acqua, luce, gas, eccetera. 

Il governo Meloni (la cui vera base politica è l’ondivaga piccola borghesia), così come i governi che l’hanno preceduto e quelli che lo seguiranno, è lo strumento dell’ordine europeo e atlantico. Agisce in una situazione sociale e politica interna di crisi e contrapposizione, latente ma non assente, laddove il parlamento ha rinnegato sé stesso, un parlamento del quale i governi sempre più volentieri fanno a meno. Man mano che gli esecutivi diventano indipendente dalla società, aumenta la disaffezione e l’astensione dal voto (i media tendono a dare l’interpretazione opposta!).

La reiterata riproposizione di “riforma costituzionale”, il coniglio dal cilindro, ha il solo compito di adeguare le istituzioni statali alle esigenze e alle comodità di esecutivi sempre più autocratici. Il grande capitale cerca vie legali che gli consentano di imporre ogni volta alla nazione il miglior arbitro con il consenso forzato di un parlamento delegittimato ed esautorato. Le forme essenziali della democrazia restano, ma sostanzialmente e progressivamente rese inerti.

Tutto ciò avviene nel quadro della contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive dell’umanità da un lato, il prevalere dei grandi monopoli e degli interessi degli Stati nazionali dall’altro. Per l’Occidente è finita un’epoca di sviluppo pacifico e ordinato (a spese degli altri), dunque volenti o nolenti dovremo adattarci alle esigenze di Washington, che sono mutate e ci preparano alla guerra.

(*) Ho apprezzato Massimo Magliaro (personaggio a me altrimenti inviso “a pelle”), che ha avuto il coraggio di dire di essere fascista. Il coraggio di un momento, per poi tornare ad essere pavido come tutti quelli che per opportunità mascherano ciò che sono e pensano. Nel dichiararsi fascisti non s’incorre in alcun reato e spesso, secondo sentimento diffuso, nemmeno in una qualsiasi condanna morale.

venerdì 26 aprile 2024

Tutta colpa di Mosè?

 

Oggi anche Sigismund Schlomo Freud sarebbe a rischio di essere accusato di antisemitismo. Nella sua casa d’esilio a Londra, mandò in tipografia il suo ultimo libro, L’uomo Mosè e la religione monoteistica, che aveva cominciato a scrivere a Vienna in piena furia nazista. Questo libro capovolge l’ebraismo: Freud sostiene che Mosè non era ebreo, ma egiziano, un sacerdote del culto di Akhenaton (Amenhotep IV) che sfuggì dall’Egitto dopo la morte del faraone (*).

Freud nel saggio traccia un parallelismo tra l’evoluzione del popolo ebraico e i casi di nevrosi individuale. Inoltre, sostiene che il senso di colpa per l’omicidio (ipotizzato) di Mosè venne ereditato attraverso le generazioni. Ipotizza che i Mosè furono addirittura due. Roba da far tremare i polsi al più saldo dei rabbini.

Freud scrisse anche un romanzo incentrato sulla figura di Mosè, ma lo tenne in un cassetto. Ritrovato nel 1979 da Pier Cesare Bori, il testo è pubblicato nel 2021 in Francia, e nel 2022 in Italia (dice Wikipedia, in realtà il testo fu pubblicato già nel 1977 da Bollati Boringhieri sui manoscritti messi a disposizione da Anna Freud e riedito da Castelvecchi nel 2022).

Proprio a proposito del particolarismo etico del popolo eletto mi sarebbe piaciuto scrivere sul Dio di Abramo, che da almeno tre secoli è in discussione e tuttavia si continua ad uccidere in suo nome e mettendo i morti a credito nel suo conto. Scrivere anche sull’islamismo radicale come flagello (l’ho fatto più volte), e poi sul revisionismo settario che imperversa non solo nell’America trumpiana.

Ed invece eccomi alle prese con i sostenitori delle stragi perpetrate da Israele, suprematisti occidentali ideologicamente simili a certa altra gente che frequenta le madrase. Una specie di gigantesco Parenzo collettivo che in definitiva e paradossalmente ha poco rispetto della memoria tragica dell’ebraismo.

Hanno perso la battaglia dei cuori e delle menti, perciò hanno innescato una controversia sulle proteste studentesche: vogliono che parliamo di qualcosa di diverso dagli assassinî di massa di Gaza.

Stiamo parlando di decine di migliaia di assassinati, specie donne e bambini, da parte di quei serial killer che si fanno chiamare esercito israeliano. Negli ultimi sei mesi, la risposta dei terroristi israeliani alle brutali azioni terroristiche di Hamas in ottobre è stata così sproporzionata, indiscriminata e selvaggia che i sostenitori di ciò che sta compiendo Israele non solo hanno perso qualsiasi livello morale che avrebbero potuto avere, ma hanno anche perso l’opinione pubblica mondiale.

Questo il reale e spudorato motivo dei sostenitori e complici di Israele per innescare una controversia e attirare l’attenzione dei media (controllati dalla grande finanza) e dei politici (notoriamente schierati per motivi elettorali e altro) per distogliere l’attenzione da quello che è stato ampiamente dichiarato essere un genocidio a Gaza (sia chiaro, le questioni nominalistiche non hanno troppa importanza), facendo allo stesso tempo diventare loro stessi, i sostenitori e complici di questo crimine, le vere vittime.

All’inizio di questa settimana, un attacco aereo israeliano ha ucciso ventidue persone mentre dormivano, in gran parte appartenenti a una famiglia allargata, diciotto dei quali bambini. Prima di ciò, gli attacchi contro due abitazioni avevano ucciso nove persone, tra cui sei bambini, mentre un uomo aveva perso tutta la sua famiglia, compresa la moglie, i figli e i nipoti, quando Israele aveva bombardato la sua casa. E prima ancora, cinque bambini erano tra gli undici palestinesi uccisi in una serie di attacchi a Rafah, in cui sono stati rinchiusi 1,5 milioni di palestinesi sfollati. Non voglio tracciare alcun parallelo storico, ma ciò dovrebbe far pensare.

All’ospedale Nasser di Khan Younis, sono state scoperte una serie di fosse comuni con più di trecento palestinesi morti, alcuni dei quali con le mani legate, mentre un’altra fossa comune è stata scavata presso le rovine di Al-Shifa, ospedale dove furono riesumati quasi quattrocento corpi. Allo stesso tempo, l’affamamento che Israele ha deliberatamente architettato continua a fare le sue vittime poiché sia gli operatori umanitari delle Nazioni Unite che il massimo funzionario della politica estera dell’UE riferiscono che ci sono stati “pochissimi cambiamenti significativi” in termini di aiuti umanitari in arrivo e che il loro ingresso è ancora “ostacolato” da Israele.

Tenendo a mente questi esempi delle stragi e della distruzione che si verificano a Gaza da mesi, qualsiasi persona ragionevole potrebbe chiedersi: come diavolo è possibile che qualcuno possa dirsi di essere più preoccupato per degli studenti universitari americani e italiani che occasionalmente dicono qualcosa di inappropriato o cose proprio stupide?

Vengono pubblicati video in cui si vede una persona con un tipico cappello religioso ebraico camminare, filmandosi, tra un’ala di studenti senza che nulla di significativo accada. È evidentemente un provocatore. Ebbene si tratta di un fatto inesistente, ma ciò è stato sufficiente per accostare questo filmato a una foto che ritraee elementi delle camicie brune austriache che nel 1938 impedivano, si legge nella didascalia, agli studenti ebrei di entrare in università.

Penso che ai sionisti e ai loro sodali non convenga in questo momento fare la gara degli accostamenti fotografici.

Una studentessa ebrea, Sahar Tartak, ha affermato (senza alcuna prova) di essere stata “pugnalata in un occhio” da un manifestante con l’asta della “bandierina”. Nel caso fosse stata colpita volontariamente si tratta di un fatto grave ed esecrabile, ma non è noto se si sia trattato di un fatto reale, eventualmente di un incidente o di un’azione intenzionale, ad ogni modo Sahar non ha riportato nemmeno un graffio e “sta bene”. L’episodio, basato esclusivamente sul racconto di Sahar e su nessun altro elemento, ha avuto un rilievo mediatico internazionale abnorme.

La storia della “pugnalata nell’occhio” è stata riportata acriticamente in lungo e in largo in testate come il New York Times, la CNN ha messo le proteste nei campus come prima notizia, seppellendo i resoconti sulle atrocità israeliane menzionate sopra. È possibile che l’ebraismo, che in occidente non deve seriamente temere più nulla, abbia bisogno di questa robaccia vergognosa per difendere le proprie ragioni? Certo che ne ha bisogno, ma per altri motivi.

Con questa propaganda, l’urgenza politica di condizionare gli aiuti statunitensi a Israele per un cessate il fuoco è svanita, e i politici statunitensi minacciano misure come aizzare la Guardia Nazionale contro gli studenti (mentre forniscono altri aiuti militari a Israele per continuare con altre atrocità). Vale rammentare che il 4 maggio 1970, la Guardia nazionale dell’Ohio, schierata dalla Casa Bianca di Nixon e dal governatore dell’Ohio, assassinò quattro studenti che manifestavano contro la guerra in Vietnam, ferendone altri nove.

Martedì scorso, il Dipartimento di polizia di New York ha effettuato centinaia di fermi e arresti di membri di Jewish Voice for Peace che si erano riuniti per bloccare il traffico a Grand Army Plaza, Brooklyn, vicino alla casa del senatore democratico Chuck Schumer, esponendo uno striscione al centro della piazza che diceva: “Nessuno è libero finché tutti non sono liberi. Gli ebrei dicono di smettere di armare Israele”.

La sera prima, la polizia di New York ha arrestato oltre 120 studenti e docenti della New York University, che chiedevano la fine della complicità nel genocidio. Sempre lunedì circa 50 studenti manifestanti dell’Università Yale di New Haven, nel Connecticut, sono stati arrestati, mentre nove studenti che facevano parte di un accampamento filo-palestinese presso l’Università del Minnesota sono stati arrestati martedì mattina. Eccetera.

Il diritto di protestare è un diritto fondamentale. La falsa identificazione dell’opposizione al massacro dei palestinesi con l’antisemitismo mira a criminalizzare qualsiasi opposizione ai veri crimini, quelli del sionismo e dell’imperialismo, a distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da quei fatti. Più in generale l’obiettivo è prevenire l’emergere di un movimento giovanile molto più ampio contro la guerra.

(*) Mosè non ha potuto condurre gli ebrei fuori dall’Egitto verso la «terra promessa», per la semplice ragione che, in quel tempo (XIII secolo prima della nostra era), la terra promessa era in mano agli egiziani. Del resto non si trova traccia di una rivolta di schiavi nell’impero dei faraoni, né di una veloce conquista del paese di Canaan ad opera di un elemento straniero. 

giovedì 25 aprile 2024

Non tutti subito

 


È vero, ovviamente, però è doveroso ricordare che gli Usa non hanno combattuto e vinto da soli. Tutti coloro che hanno combattuto contro il nazifascismo hanno dato il proprio contributo. Non tutti subito, perché in Spagna, dal 1936 al 1939, la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti assunsero la posizione di Ponzio Pilato, se non peggio. A Londra e Washington consideravano Mussolini un grande statista (Time gli dedicava le sue copertine e altri gli scrivevano lettere amorose). Non era un segreto per nessuno lauspicio che Hitler attaccasse ad est e non ad ovest.

La liberazione dai nazifascisti (tedeschi, italiani, finlandesi, croati, rumeni, ungheresi, slovacchi) di Stalingrado, Leningrado (assedio di tre anni che costò 900.000 civili morti), Varsavia, Auschwitz, Praga, Bratislava, Budapest, Vienna e Berlino, ha richiesto il sangue di più di 20 milioni di sovietici. Solo nella battaglia di Berlino i caduti dell’Armata rossa furono 80.000.

L’invasione dell’Unione Sovietica, l’operazione Barbarossa, è considerata la più grande operazione militare della storia. Il “fronte orientale” fu il più grande teatro di operazioni della IIGM. Sul fronte orientale combatterono e morirono più persone che in tutte le altre campagne della IIGM messe insieme. I combattimenti e le perdite della Germania nazista sul fronte orientale la resero vulnerabile alle invasioni anglo-americane in Italia e Francia, determinandone la totale sconfitta. 

Più morti, più morti

 

Un bel problema se ottant’anni dopo il 28% non è antifascista. Le buone abitudini non si possono perdere. A sentire che cosa dicono certi ministri (e altre glorie surrealiste) c’è da pensare che certe insolenze gratuite e imbecillità, il gusto per l’involontario paradosso, distinguano i fascisti (se preferite: i fascistoidi) da chi fascista non è.

Ma che cosa significa essere antifascisti in un paese in prestito alla Nato come l’Italia? Non si può avere simpatia per gli stronzi, ma neanche per la melma di certo antifascismo selettivo e a geometria variabile. Di quelli che non spendono una parola per le stragi a Gaza, per esempio. Gli implacabili filosofi del liberalismo che salutano con giubilo e senza nessun punto interrogativo l’invio di missili a Kiev. Dove vogliono che arrivino i missili, a Mosca? Ok. Poi, di rimando? Su twitter e altro non smettono mai di congratularsi a vicenda, ma saranno i primi a imboscarsi quando tutto andrà storto.

mercoledì 24 aprile 2024

Il diritto e il rovescio del più forte

 

Scrivevo ieri, a proposito di “libertà e uguaglianza”, che si tratta in genere di goffe esercitazioni scolastiche di coloro che vorrebbero, a parole e molto meno nei fatti, farsi rappresentanti non degli interessi di chi patisce questi rapporti, ma degli interessi dell’essere umano, dell’uomo in genere; dell’uomo che non appartiene a nessuna classe, anzi neppure alla realtà.

Soggiungevo che senza toccare i rapporti di proprietà, questi nobili propositi dichiarati di libertà e uguaglianza diventano un insieme di reazionario e utopistico.

Esempi se ne potrebbero fare molti, uno dei più classici riguarda il rapporto tra padrone e salariato. Partiamo dal Codice Civile del 1804, detto anche Codice Napoleonico, che tanta parte ha avuto nell’informare il diritto civile moderno. L’articolo 1781 regolava i rapporti tra padrone e lavoratore: “Il padrone si crede sulla sua affermazione, per l’ammontare della paga, per il pagamento della retribuzione dell’anno trascorso e delle rate corrisposte per l’anno in corso”.

In altre parole, il padrone beneficiava di una presunzione di credibilità e spettava al dipendente dimostrare il contrario. Questa disuguaglianza di discorso tra padrone e lavoratore la dice lunga sulla visione del legislatore dell’epoca, più preoccupato degli interessi dei proprietari che di quelli dei lavoratori. Il diritto del lavoro verrà costruito lentamente, con l’obiettivo di riequilibrare i rapporti tra padrone e lavoratore, allontanandosi dal diritto comune che si basa sul principio ottimistico che due contraenti sono su un piano di parità. Cosa che non avviene nel mondo del lavoro poiché il proletario è in una posizione di inferiorità rispetto a chi ha il potere di assumerlo e licenziarlo a suo piacimento.

Il diritto attuale, almeno in linea teorica e di principio, tende a tenere conto delle molteplici forme di disuguaglianze tra gli individui, e in qualche modo si sforza di limitarne le conseguenze più gravi, consolidando i diritti dei più deboli e attenuando la posizione egemonica dei più forti. Bellissima ambizione, che però non può in alcun caso superare la contraddizione che sta alla base dei rapporti sociali tra le classi.

Questo discorso sull’uguaglianza, tanto cara al liberalismo progressista, si può estendere a ogni aspetto dei rapporti di classe. Nella realtà di ogni giorno, le cose stanno diversamente. Basti pensare ai tagli di spesa che riguardano la sanità pubblica e al fatto che ciò favorisce quella privata. Nessun problema per chi è ricco o benestante, costoro possono accedere benissimo alle cure della sanità privata. Lo stesso vale per la scuola: che senso ha aiutare le famiglie dei bei quartieri a iscrivere i propri figli alle scuole private visto che comunque possono accedervi?

Ora, apparentemente, salto di palo in frasca, parando di diritti e di uguaglianza in rapporto alla vicenda che vede da quasi ottant’anni contrapporsi israeliani e palestinesi. Si tratta della stessa logica che sottende il diritto privato borghese, la stessa retorica sull’uguaglianza basata su una disparità di fatto che non può essere in alcun modo colmata nell’ambito dei rapporti di proprietà borghese.

La settimana scorsa, mentre noi tutti (o quasi) eravamo impegnati a stabilire se i fascisti nostrani siano davvero fascisti oppure solo l’espressione di una deriva fascistoide, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato contro un progetto di risoluzione che proponeva di garantire alla Palestina la piena adesione alle Nazioni Unite. Il che avrebbe portato al riconoscimento dell’esistenza di uno Stato palestinese. Gli Stati Uniti hanno usato il loro veto per opporsi all’adozione di questa risoluzione e il loro vice ambasciatore, Robert Wood, lo ha giustificato in questi termini: “Questo voto [statunitense] non riflette l’opposizione a uno Stato palestinese, ma tale riconoscimento può nascere solo attraverso negoziati diretti tra le parti”.

Non abbiamo l’impressione di leggere un passo dell’antico Codice napoleonico del 1804? Le controversie tra padrone e dipendente saranno risolte dai rapporti di forza tra loro, senza interventi esterni per riequilibrare le disuguaglianze tra le due parti.

Si tratta dello stesso ragionamento che il diplomatico americano ha adottato per palestinesi e israeliani: sono su un piano di (fittizia) parità e dunque solo dei “negoziati diretti tra le parti” decideranno l’esito della loro disputa. Nessuno terzo, nessun esterno al conflitto potrà agire per ristabilire un giusto equilibrio nelle loro relazioni. Che vinca il migliore, il più forte prevalga (tra l’altro con l’aiuto di armi e dollari statunitensi) e che il più debole scompaia per sempre.

Il liberalismo anglosassone si applica qui con incrollabile cinismo: ognuno deve difendersi da solo (se è palestinese), senza interventi esterni, senza l’aiuto di altri Stati, senza il sostegno di un’autorità internazionale riconosciuta. Il libero mercato in tutta la sua asettica crudeltà.

I palestinesi devono far valere i loro diritti contro lo Stato israeliano sulla base di una palese disuguaglianza, illustrata dalle decisioni della Corte Suprema israeliana che quasi sempre respinge i ricorsi presentati dai palestinesi espropriati delle loro terre dai coloni (coloni!). Poi, se reagiscono contro questi e altri soprusi e violenze, diventano dei terroristi che meritano l’annientamento con le armi generosamente fornite dai Ponzio Pilato statunitensi ed europei.

[...]

 



martedì 23 aprile 2024

"Il più quotato artista"

 

Gli eroi morti sono come questo mondo che sta per finire e che non smette mai di celebrarli: stanchi. Prendiamo Raymond Maufrais, del quale sto leggendo i diari pubblicati postumi, a differenza di Ulisse, dal suo viaggio non ritornò più a casa.

Nessuna Penelope attendeva il suo ritorno, tranne i suoi genitori. Invano. Raymond era un giovane uomo che non si sentiva a suo agio in nessun luogo della terra. È anche tornando a casa si sarebbe sentito estraneo. Ulisse era sfuggito all’ira di Poseidone, alla lussuria dei pretendenti, Raymond doveva sfuggire solo a sé stesso.

Il suo cane riconobbe Ulisse, mentre Raymond dovette uccidere il proprio per cibarsene. Nel 1736 Voltaire concludeva la sua poesia Le Mondain con un verso famoso: “Il paradiso terrestre è dove sono io». Una cosa è certa: quando lo scrisse non era nella foresta della Guiana francese. E Raymond non si trovava dove avrebbe potuto scrivere del paradiso.

«Questa sera sono invitato dai Bush a mangiare lucertola acquatica e riso. Un gran piatto nel centro, e ciascuno, cucchiaio la mano, vi attinge senza restrizioni. Mi piace dividere così, al chiarore del fuoco, la vita dei primitivi. Per questo ho intrapreso questo viaggio, per condividerla pienamente, senza essere infastidito da gente saputa.

«I Bosch hanno cantato buona parte della notte, ha fatto freddo, ha piovuto, impossibile dormire. All’alba scorgo su un ramo di un albero caduto, a pochissima distanza, una superba iguana. Senza alzarmi, dato che ho la carabina a portata di mano, sparo. Cade e lo recupero. Cotto con riso, mi serve da prima colazione» (p. 90).

Improbabile il parallelo tra Ulisse e Raymond, e non so se il francese avesse letto Omero. Potrebbe essere stato astuto come il greco, ma non è mai stato il re di una grande isola e anzi non lo fu di niente. Fin da subito un birichino, e dopo tante avventure non sempre consigliabili (anche Ulisse non è sempre stato un bravo ragazzo, la virtù permanente non caratterizza gli eroi), ha finito per incarnare, a modo suo e per poco, il mito dell’intrepido viaggiatore, forgiato in tante prove che ne basterebbe una sola per mandare sottoterra chiunque di noi.

P.S. Leggere libri, lo dichiara Micheletto Pistolotto, che ha la passione per il cattivo gusto, non serve a nulla. Lo conferma il ministro della cultura che sta dando spettacolo di terz’ordine (e non capisce che la questione non è solo quella del bilancio o dei sussidi, di non promuovere ciò che non deve essere promosso, ma quella dell’intelligenza), e l’intero governo (la cui aspettativa di vita va, ahimè, oltre questa legislatura) con l’adottata strategia della volgarità. Non è solo cinismo: “Il cattivo gusto”, disse Stendhal, “porta al crimine”.

La loro espressione adeguata

 

Elezioni regionali Basilicata: elettori: 567.939; votanti: 282.886 (49,81%); schede nulle: 9.441; bianche: 3.090; contestate: 19. Voti validi: 270.336 (47,59%).

Ciò che mi ha incuriosito è il terzo piazzato (1,21%), Eustachio Follia. Dipendente dell’acquedotto locale, distribuisce i suoi fiori retorici un po’ di qua e un po’ di là sui giornalini locali. Però ha una grande ambizione, quella del suo stesso movimento politico (Volt), che è “pan- europeo” e ovviamente “fondato sui valori della libertà, dell’uguaglianza, dell’equità intergenerazionale”, qualunque cosa voglia dire quest’ultima cosa, e soprattutto qualunque cosa voglia far intendere con il frasario filosofico di “libertà e uguaglianza”.

Ed infatti si sputtanano subito dichiarando di credere “fermamente nella democrazia liberale”, che mi pare mal si concilia nella pratica, specie di questi tempi, col “concetto di sostenibilità ambientale, sociale ed economica raggiungibili senza lasciare indietro nessuno e lottando contro le diseguaglianze” (si badi: ci si limita al “concetto”).

Per esempio, mi piacerebbe conoscere le loro posizioni, sia pure “concettuali”, in relazione alle contraddizioni insite nei rapporti di produzione, quindi su monopolio, finanza, corporativismo e le stridenti sproporzioni nella distribuzione della ricchezza. Il loro è lo stesso l’insulso eco che sento provenire dal Partito democratico e compagnia bella, dove sono tutti tesi a mantenere l’esistenza degli attuali rapporti sociali e dunque della società borghese (che di meglio non c’è, né ora e nemmeno in prospettiva).

Gli aderenti sono consapevoli che siamo “entrati in un’epoca che pone grandi sfide all’umanità” ed “è più che mai necessario tendersi la mano per progredire e migliorare insieme”. Ah, ecco qual è la soluzione proposta, tendersi la mano. Lo diranno forte e chiaro a Washington e a Pechino, forse anche a Bruxelles, dove questo movimento che vuole trasformare l’UE conta un proprio solitario rappresentante.

Si raffigurano il mondo ove domina la borghesia come il migliore dei mondi. Vogliono la società attuale tranne le sue contraddizioni (o aporie, come le chiama Cacciari); vogliono migliorare la situazione di tutti i membri della società, anche dei meglio situati. Quindi fanno continuamente appello alla società intera, senza distinzione, meglio ancora presso i ceti benestanti.

In realtà, questa “sinistra”, democratica, liberale ed europea, vuole far passare alle classi sfruttate la voglia di qualsiasi movimento rivoluzionario, la voglia di adire a un cambiamento delle condizioni materiali di esistenza, cioè dei rapporti economici. Sia chiaro: la borghesia c’è riuscita anche grazie al loro aiuto. Godiamoci i gadget tecnologici e non rompiamo le balle sui rapporti fra capitale e lavoro salariato.

Senza toccare i rapporti di proprietà, questi nobili propositi dichiarati di libertà e uguaglianza diventano un insieme di reazionario e utopistico. Con le loro goffe esercitazioni scolastiche vogliono farsi rappresentanti non degli interessi di chi patisce questi rapporti, ma degli interessi dell’essere umano, dell’uomo in genere; dell’uomo che non appartiene a nessuna classe, anzi neppure alla realtà, perché appartiene soltanto alla confusione nella loro testa.

In definitiva, questi piccoli movimenti borghesi giungono alla loro espressione adeguata solo quando i loro buoni propositi di riforma sociale diventano semplice figura retorica.


lunedì 22 aprile 2024

L’onorevole Peppone e i fascisti


Pare si sia fatta una scoperta: il partito che fu di Almirante, poi di Fini e ora di Meloni è impregnato di fascismo. Nessuna ossessione classificatoria (le classificazioni sono comunque e ovunque necessarie), ma è un fatto che i fascisti in Italia (ma non solo) esistono e sono tanti. Perché i conti con il fascismo non sono mai stati fatti realmente e seriamente? Non solo, ma anche per tale motivo.

Quando l’onorevole Peppone, nella rappresentazione filmica, si desta dal suo torpore e s’alza dallo scranno parlamentare e grida “fascisti”, senza sapere il motivo della bagarre in atto, in cuor suo sapeva di non sbagliare, perché i fascisti non se ne sono mai andati. Dimenticava, per spirito di appartenenza, che l’amnistia del 1947 fu promossa da Togliatti. Certo, invocata da tutti gli altri, e fu un colpo di spugna che lasciava impuniti molti protagonisti di quel regime fino al punto di riciclarli in ruoli chiave dell’amministrazione statale.

Di là di questo, nella sua realtà storica e sociale, l’Italia in non piccola parte è stata e rimane fascista. Non semplicemente nostalgica e conservatrice, ma proprio fascista. Con ovvie mutazioni situazionali, si tratta delle stesse componenti sociali eredi del regime, che, vale sempre la pena ricordare, non si stabilì al potere nel 1922 per via elettorale, ma con la violenza. Saccheggi, incendi, torture e omicidi punteggiarono l’offensiva fascista, che fu tollerata e anche favorita dalla classe padronale e dirigente d’allora (compresi molti intellettuali prestigiosi).

Dunque, con l’appoggio monarchico, dei cattolici e dei liberali di allora. Ed è per certi aspetti comico vedere i liberali odierni, che hanno costruito una carriera e un patrimonio sulla retorica dei valori democratici e sulla lotta al “totalitarismo”, tornare culo e camicia nera con i fascisti (e i nazisti) non appena è stata l’ora di difendere i “valori” e il primato planetario dell’Occidente. Dov’è la novità, non solo nell’”anima”, rispetto alla “dottrina” di un Franco Freda o di un Giuseppe Pozzo di Borgo? Aveva ragione Peppone: fascisti! Soggiungo: spudorati.

Nel dopoguerra l’Italia non è diventata immune al fascismo per natura ma per circostanze (che sia in vigore la Costituzione firmata da Terracini e non quella di un Carlo Alberto Biggini). Si tratta di cogliere le novità, che sono il frutto di una situazione, ma la sostanza di base resta quella di Salò, nelle sue motivazioni di classe. A livello di rappresentanza politica, il programma, esplicito o semplicemente sottinteso, è di rivendicazione (il regime fattivo e bonario), di vendetta (contro il “tradimento”) e di conquista (lo stiamo vivendo e lo vedremo ancor più con l’istituzione di un Capo dell’Italia fraterna).

Dopo la conferma referendaria, il passo successivo, se il vento di destra prevarrà in Europa, sarà quello di dichiarare che il parlamentarismo non è l’unica, esclusiva e necessaria forma di democrazia.

La soluzione socio-economica: “riconciliazione nazionale” (quando fa comodo), corporativismo (anzitutto fiscale, non più quello statale à la Mussolini), sindacati “domestici”, pace sociale invece di scioperi, gerarchia invece di uguaglianza, paternalismo invece di potere negoziale delle classi salariate, promozione del made in Italy (le antesignane “merende a pane e marmellata nazionali”), ripristino dell’armonia tra le diverse categorie della società, migliorare le condizioni morali, riportare la famiglia al suo luogo primordiale, inibire da buoni cattolici l’aborto, uno Stato custode delle tradizioni, eccetera.

Nello psicodramma nel quale siamo immersi e con questa dottrina sociale (con tanti elementi dilatori, astuzie e propaganda), è come usare una rete a strascico in un acquario. Quanto alle responsabilità della “sinistra”, che vanno ben al di là di aver favorito Meloni e i suoi caricaturali gregari, ebbene non si tratta più di analisi politica, ma di materia psichiatrica. 

domenica 21 aprile 2024

Pornocracy

 

Non venitemi a raccontare che con questi chiari di luna un cincinin di depressione non sfiora anche voi. Abbiamo ridotto le nostre capacità di sentire, di parlare, di pensare, di amare. Avvertiamo tutti un restringimento. Abbiamo sempre meno capacità di attenzione, e presto non penseremo più. Già lo fanno le macchine, e poi sempre più.

La scrittura come antidepressivo, perciò mi dedico così tanto alle frasi (è anche un godimento del linguaggio). Sono “compresse della vita”, come diceva Proust. Mi svegliano, mi restituiscono al mondo la sua complessità, le sue sfumature, la sua chiarezza. Le sfumature sono desiderabili, una forma di resistenza. Sono proprio queste sfumature che danno gusto al pensare.

C’è chi affronta il momento depressivo con la musica, con i farmaci o anche tuffandosi nella lettura dei classici. Personalmente, per motivi sanitari, non posso tuffarmi in alcunché, devo evitare anche le emozioni troppo forti, tanto che da tempo ho smesso di vedere il programma di Dietlinde Gruber, al cui desco televisivo siedono permanentemente fascisti di destra e di sinistra.

Come saggista e da ultimo Dietlinde s’è buttata sul porno. Un modo per combattere la depressione? A mio avviso tardivamente, poiché in lei ho sempre intravisto un profilo euristico particolarmente adatto alla materia. E infatti dichiara di aver visto il primo film porno in un cinema londinese all’età di sedici anni, grazie al fatto che lei “aveva ricevuto dai suoi genitori liberal un’educazione sessuale e sentimentale”, qualunque cosa ciò voglia dire.

Nel 1973, a Londra, la sedicenne “liberal” frequentava le sale strettamente maschili dove si proiettavano film a luci rosse. Tipo un seminterrato umido di quello che poi sarà il Fantasy Video a Islington, a metà strada lungo City Road? Oppure il Compton cinema club a Soho, dove i clienti dovevano firmare un modulo che li rendeva immediatamente membri, quindi il London blue movie centre in Berwick Street o ancora il Taboo club in Great Newport Street? Intraprendente l’adolescente Gruber, anche per gli standard britannici.

Il Italia ci si doveva accontentare delle riviste, che i pretori facevano sequestrare nelle edicole per godersele tutte e solo per loro stessi. Molti anni dopo, il porno arrivò in casa attraverso le cassette. Film ad alto budget su pellicola che potevano essere un capolavoro di impossibile innocenza, con tratti di poesia erotica. Naturalmente non mancavano pompini e sesso a tre, ma c’erano anche scenari di umorismo e perfino aspirazione alla recitazione. Il più famoso, Gola profonda (1972), fu recensito dal New York Times.

In quegli anni trovare una scena di doppia penetrazione o addirittura del sesso anale era eccezione. Oggi non c’è niente che possa scioccare la più pudica delle fanciulle. È come andare in una discarica e cercarvi meraviglie. Sappiamo che gli organi genitali e il culo sono il dominio privilegiato di Internet, luogo affollato da onanisti da cento miliardi di seghe l’anno. Uno dei tanti modi di creare schiavitù in un miscuglio di penetrazioni, grugniti e bukkake, dando agli schiavi l’illusione della libertà. Un frenetico movimento, un umido incubo che desta l’interesse della nota giornalista televisiva.

Dietlinde si preoccupa per le condizioni di lavoro degli “attori” porno: «A Praga c’è un palazzone con un piano di uffici, uno con i dormitori delle ragazze, un altro per i ragazzi e poi i set dove si gira ogni giorno. Forse, possiamo immaginarci condizioni di lavoro migliori». Lei è per un porno eco-responsabile, meglio se lavoro volontario fatto di maschi dotati e brave troie. Del brutalismo industriale del porno frega niente, come raccontasse della vita sessuale senza tutele dei conigli.

La gente si abbuffa di tonnellate di filmini classificati in decine di categorie. Alcuni spiritosi dicono che sono interessati alle colonne sonore, altri adducono motivi di studio sociologico. Una delle forze motrici più dinamiche, e non solo del porno, è quella di cercare sempre cose che non abbiamo mai visto. In realtà, la pornografia ha perso la sua funzione trasgressiva per diventare normativa. Il suo unico scandalo sta nella sua infantile ripetitività meccanica, che la fa diventare deprimente, come quasi tutto il resto.


sabato 20 aprile 2024

L'anelito

 

Gratta-gratta viene fuori la solita roba: petrolio e gas. Come nel caso del gasdotto Nord Stream 2, quindi del gas e del petrolio statunitense. Come nel caso della Union Oil Company of California (nel 2005 confluita nella Chevron), dell’accordo stipulato a suo tempo coi talebani per il passaggio in Afghanistan di un oleodotto e di un gasdotto. Quell’accordo poi è saltato e i talebani hanno fatto di testa loro. L’Afghanistan è un paese estremamente povero (ma ricco di gas, petrolio e carbone), che, nella carta degli interessi geostrategici, viene a trovarsi nel posto sbagliato nei momenti storici sbagliati.

Vera o solo verosimile la “teoria” delle pipeline, tuttavia i motivi di guerre, invasioni e terrorismo internazionale hanno sempre a che fare con queste cose maledettamente concrete. I fondamentalismi religiosi servono allo scopo. L’Iraq era governato da un tiranno, ma era un Paese laico, così come lo era stato il Libano, la Siria e la Palestina. Lo era anche sostanzialmente la Libia, che oggi non si sa più che cosa sia. Gli unici a non essere “fondamentalisti” siamo noi, sedicenti “occidentali”, laici e ovviamente democratici (abbiamo la stampa libera e le elezioni liberissime).

La Georgia, con il suo anelito di “libertà” e adesione alla UE, è il prossimo pedone. È sufficiente un’occhiata alla carta geografica per capire il “perché” la Georgia, paese caucasico più ad est di Turchia e Siria ed ex repubblica sovietica, con molti meno abitanti del Veneto, aspiri a diventare un paese “europeo” e, guarda caso, aderente alla Nato. Che la Russia non molli la presa mi pare comprensibile (non dico “giustificabile”, termine che non c’entra nulla in queste faccende).

A considerare le cose dal punto di vista della Repubblica dell’Ossezia del Sud e della Repubblica di Abcasia, la situazione è pressocché identica a quella dell’Ucraina e del Donbass (esiste anche un’altra repubblica autonoma, quella dell’Agiara, con popolazione musulmana). Sarà solo un caso? Il cliché è identico: a Tbilisi sfilano alcune migliaia di manifestanti con la bandiera della UE (quella a stelle e strisce è troppo compromettente). Ci sarà anche in Georgia un bagno di sangue? Chi può dirlo. Potessimo dare una sbirciata ai conti correnti di certe “personalità” locali e di certe “fondazioni” capiremmo molto di più.


venerdì 19 aprile 2024

Il "nuovo mondo"

 

Nel 1945, le capacità industriali degli Stati Uniti erano cresciute nel corso della guerra a tal punto che rappresentavano circa il 35% della produzione mondiale. Gli Stati Uniti furono in grado di usare la loro forza economica per ricostruire il capitalismo mondiale. Non lo fecero per altruismo, ma perché la stabilizzazione del capitalismo in Europa e in Asia si adattava agli interessi americani. Se l’Europa e il resto del mondo fossero stati riportati alle condizioni degli anni Trenta, l’economia americana, dipendente dall’espansione del mercato mondiale, avrebbe dovuto affrontare un disastro anche più grave di quello vissuto nel decennio precedente.

Nel marzo del 1945, William Clayton, sottosegretario di Stato agli affari economici, in un discorso al Congresso contro i sostenitori delle tariffe doganali elevate, avvertiva che “la pace nel mondo sarà sempre gravemente compromessa dal tipo di guerra economica internazionale che è stata condotta così amaramente tra le due guerre mondiali”, e che “la democrazia e la libera impresa non potranno sopravvivere a un’altra guerra mondiale”.

Da anni, gli Stati Uniti stanno portato avanti una guerra economica (ma non solo economica se facciamo mente alla vicenda del Nord Stream 2) che colpisce allo stesso modo alleati e rivali imponendo o minacciando tariffe doganali. Si tratta delle stesse politiche tariffarie che crearono le forti tensioni commerciali degli anni Trenta e che gli architetti dell’accordo di Bretton Woods avvertirono avrebbero portato a una nuova catastrofe.

Il sistema di Bretton Woods (1944) mirava a ripristinare il sistema finanziario internazionale distrutto dalla Grande Depressione degli anni ’30. Fu stabilito che il dollaro USA avrebbe funto da valuta globale, sostenuto dall’oro al tasso di 35 dollari l’oncia.

Il ruolo del dollaro americano ha fornito enormi vantaggi agli Stati Uniti, permettendo di accumulare deficit e debiti, gran parte dei quali sono stati utilizzati per finanziare le spese militari e le guerre, in un modo impossibile per qualsiasi altra economia.

Quel sistema era segnato da una profonda contraddizione che fu identificata all’inizio degli anni ’60. Il funzionamento del sistema richiedeva un deflusso di dollari dagli Stati Uniti verso il resto del mondo per finanziare il commercio e gli investimenti. Allo stesso tempo, l’accumulo di dollari al di fuori degli Stati Uniti minato la capacità americana di convertirli in oro. E accadde proprio questo: le banche centrali europee (ma non solo) iniziarono a riscattare dollari in oro alla fine degli anni ’60 (provocando una corsa al prezzo e il collasso del London Gold Pool), e in tal modo il sistema di Bretton Woods iniziò a sgretolarsi.

Il punto di svolta arrivò quando la bilancia commerciale degli Stati Uniti divenne negativa, portando il presidente americano Nixon a rimuovere la copertura aurea dal dollaro il 15 agosto 1971. Da allora, il mondo ha operato con il dollaro come valuta globale fiat (cartamoneta). A differenza dell’oro che incarna valore, i dollari cartacei non hanno alcun valore intrinseco. Possono funzionare come moneta mondiale, facilitando il commercio, gli investimenti, il credito e fungendo da riserva di valore nella misura in cui sono sostenuti dal potere economico dello stato americano e del suo sistema finanziario.

Il potere del dollaro è stato gravemente scosso dalla crisi finanziaria globale del 2008, originata dall’orgia speculativa delle banche statunitensi, che, senza il massiccio intervento della Federal Reserve, avrebbe portato al collasso del sistema finanziario mondiale.

Da allora si sono verificati altri shock importanti, tra cui quello avvenuto nel marzo 2020, all’inizio della pandemia. Il mercato dei titoli del Tesoro statunitense si è bloccato per diversi giorni – non c’erano acquirenti per il debito statunitense, ritenuto l’asset finanziario più sicuro al mondo – e la Fed è dovuta nuovamente intervenire per un importo di circa 4mila miliardi di dollari.

L’accumulo del debito pubblico statunitense sta diventando rapidamente insostenibile, supera il PIL combinato di Cina, Giappone, Germania, Francia e Regno Unito. Le più recenti proiezioni del Congressional Budget Office (CBO) collocano il debito degli Stati Uniti al 99% del PIL alla fine di quest’anno e oltre il 100% nei prossimi anni.

È vero che la metà dei titoli di debito sono detenuti dal settore privato statunitense (se c’è un grande debito c’è un grande credito, il grosso del malloppo è in mano a un esiguo numero di patrizi che controllano le società finanziarie), poiché è ritenuto un investimento a basso rischio (gli Stati ne beneficiano due volte perché gli interessi che pagano al settore privato vengono a loro volta tassati e la liquidità rimane entro i loro confini), tuttavia si tratta di un mercato due volte più importante di quello delle azioni e gli investitori, non solo quelli esteri, potrebbero allontanarsi dai titoli del Tesoro statunitense (con rendimenti che sfiorano il 5%, con riflessi su un’ampia gamma di asset) per diversi motivi legati al clima di incertezza sia interna che globale (*).

Può sembrare che il sistema finanziario operi in qualche modo ben al di sopra della realtà economica, assumendo addirittura una sorta di carattere illusorio poiché le banche centrali creano denaro dal nulla con la semplice pressione di un pulsante del computer. Tuttavia, in ultima analisi, prima o poi il sistema finanziario è chiamato a fare i conti con l’economia reale.

L’impennata del prezzo dell’oro, da circa 1.800 dollari lo scorso anno a quasi 2.400 dollari attuali, è un segnale da non sottovalutare e che ci parla, tra i tanti altri fatti, del “mondo nuovo” al quale stiamo andando rapidamente incontro.

(*) Parlando in generale, in passato il graduale aumento della spesa pubblica era controbilanciato dalle entrate fiscali (da qui la tenuta del livello del debito pubblico). A partire degli anni ’70, la spesa pubblica ha continuato a crescere, mentre le entrate fiscali sono rimaste stagnanti (da qui l’aumento dei livelli di debito pubblico). Negli ultimi decenni è stata la sostanziale stagnazione del gettito fiscale (in rapporto al Pil e al netto degli sgravi) e non l’aumento della spesa pubblica a portare all’accumulo di debito pubblico (anche in Italia, con pressione fiscale percentualmente elevata e però a fronte di una elevatissima evasione).


giovedì 18 aprile 2024

Il formicaio umano

 

Uno dei Leitmotiv che accompagnano il trionfalismo ideologico neoliberista riguarda le migliori condizioni di vita raggiunte da gran parte della popolazione mondiale negli ultimi decenni. Cosa sostanzialmente vera, ma che non va accolta con troppo positivo semplicismo.

Se guardiamo il grafico del PIL relativo ai Paesi dell’Ocse, esso si presenta da decenni tendenzialmente in calo. Viceversa, il grafico che riguarda il PIL mondiale mostra tutt’altro. Ovvio che nei Paesi a più antica industrializzazione, dove le infrastrutture sono state in gran parte realizzate, dove la popolazione gode già mediamente di uno standard di vita migliore e dove le produzioni vengono delocalizzate, il tasso di crescita risulti molto meno accentuato che nei Paesi in via di sviluppo.

Tuttavia lo sviluppo non può essere ridotto alla crescita del PIL pro capite; la sua misurazione richiede un’ampia gamma di indicatori. Il PIL pro capite e i risultati in termini di benessere non sono sempre collegati. La misura in cui la crescita del PIL si traduce in progressi nel benessere varia in modo significativo. In alcuni casi, non ha nemmeno alcun impatto in questo senso.

Esempio, la Cina. Ha ridotto la povertà estrema della sua popolazione, riducendola dal 67% al 2% tra il 1990 e il 2013, ovvero da 755 milioni a 25 milioni di individui. Anche il numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà estrema al di fuori della Cina è stato ridotto di 337 milioni tra il 1990 e il 2013, nonostante la rapida crescita della popolazione (dati della Banca Mondiale 2018).

Tuttavia, questi grandi progressi economici degli ultimi due decenni e la continua crescita di alcuni dei paesi più poveri del pianeta non sono sufficienti per superare la povertà estrema. In Africa, ad esempio, sebbene la popolazione in condizioni di povertà estrema sia diminuita in termini relativi (dal 56% nel 1990 al 43% nel 2012), è aumentata significativamente in termini assoluti durante questo periodo, sotto l’effetto della rapida crescita demografica del continente (dati 2016).

Secondo il World Poverty Clock (WPC), circa 630 milioni di persone vivevano ancora al di sotto della soglia di povertà estrema di 1,90 dollari al giorno. Più di un terzo di essi è concentrato in tre paesi: Repubblica Democratica del Congo, India e Nigeria. Nonostante una crescita del PIL superiore alla media globale del 3% tra il 2010 e il 2017 in diversi paesi in via di sviluppo, si prevede che il numero di poveri aumenterà ulteriormente in 15 paesi entro il 2030, anno target degli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Inoltre, in 12 paesi, più della metà della popolazione vive in condizioni di estrema povertà.

La povertà non è l’unico fattore da considerare; la distribuzione dei benefici della crescita all’interno dei paesi gioca un ruolo altrettanto importante. La disuguaglianza di reddito è aumentata in paesi come Cina e India, nonostante la crescita del PIL. Il peggioramento della disuguaglianza, come è ormai noto a tutti, riguarda anche le economie più sviluppate, dove sono i più ricchi, ma non i poveri, a diventare più ricchi (*).

Dunque se è vero che in generale che la crescita economica ha un ruolo nella riduzione della povertà monetaria estrema, non meno vero è il fatto che in tutto il pianeta la forbice tra ricchi e poveri si sta divaricando sempre di più. Questo è anche un motivo per non classificare i paesi in base al loro reddito, che non è un buon indicatore del livello di disuguaglianza.

Non si osserva alcuna stretta correlazione tra il reddito nazionale lordo pro capite e il coefficiente Gini dei paesi, un indicatore standard della disuguaglianza di reddito. Non sorprende che il 13% dei paesi ad alto reddito presenti livelli di disuguaglianza che potrebbero essere riscontrati nelle economie a basso reddito. Inoltre, quasi la metà dei paesi a reddito medio presentano livelli elevati di disuguaglianza (con un coefficiente di Gini superiore a 0,4), tanto che diversi paesi che sono passati al gruppo a reddito medio negli ultimi decenni hanno registrato una crescita accompagnata da un aumento significativo della disuguaglianza.

Quando ci concentriamo sul benessere degli individui in una società, PIL e PIL pro capite sono concetti fuorvianti, senza perciò negare una correlazione trasversale tra PIL pro capite e indicatori di benessere, che però sono solo una parte dell’equazione (vedi l’aspettativa di vita). Ad esempio, il PIL pro capite non può essere confuso con il reddito, il calcolo del PIL include il reddito dei non residenti, in particolare delle società multinazionali che, come sappiamo, i loro profitti li fanno “viaggiare” come vogliono.

Il modo di produzione capitalistico, qualunque idea si possa avere di esso e in qualsiasi modo lo si voglia chiamare, ha le sue inderogabili leggi. Tra esse, quelle della concentrazione e centralizzazione dei capitali, ma la più importante resta quella dell’accumulazione. E questa legge riguarda lo sfruttamento senza risparmio delle risorse naturali e la spremitura fino all’ultima goccia di sudore e sangue dei suoi schiavi. Che lo sviluppo della produttività del lavoro per mezzo della tecnologia possa comportare un aumento del benessere generale non rientra necessariamente tra gli obiettivi dei padroni e degli azionisti, i quali vedono nel formicaio umano solo dei produttori e poi degli acquirenti delle loro merci.

(*) In Cina, il benessere non ha mostrato quasi alcun progresso prima del 1940, ma la presa del potere da parte dei maoisti nel 1949 ha cambiato la situazione. Nel 1958, la Cina lanciò la politica del “Grande Balzo in avanti”, un vasto programma economico e sociale che ebbe termine nel 1962 con risultati disastrosi. In seguito l’aspettativa di vita cominciò ad aumentare drasticamente (da 33,7 anni negli anni ’30 a 65,4 anni negli anni ’70). Da allora l’incremento ha subito un rallentamento, raggiungendo i 73,9 anni nel 2000. Il livello di istruzione è il secondo fattore nel rapido progresso del benessere in Cina. Ciò si spiega con i massicci investimenti statali nell’istruzione e con l’importanza delle spese sostenute dai genitori cinesi per l’istruzione dei propri figli. Introdotta nel 1979, la politica del figlio unico è stata forse lo strumento più efficace per rafforzare gli investimenti familiari nell’istruzione.

mercoledì 17 aprile 2024

Fiutiamo il mondo che viene

 

Cerchiamo un evento nell’attualità italiana il cui interesse possa competere con quello che sta accadendo in Ucraina, Gaza, Iran o nel Mar Cinese. Possiamo intraprendere un esercizio, quello di consultare il sito del New York Times e vedere come questo giornale parla dell’Italia. Vai alla pagina “Mondo” poi clicca su “Europa” e scorri i titoli per trovare un articolo sul nostro Paese. Di che cosa parla? “L’opera della Scala sceglie un italiano come prossimo leader”.

Altrimenti di che cosa parlano i giornali, non solo quelli anglosassoni, relativamente all’Italia? Quando non parlano di mafia così come si parla di un film di Scorsese, scrivono di vacanze, design e di cibo. In genere articoli noiosi come la pioggia. L’Italia conta sul turismo, sulla cultura e sulle feste paesane, ma per essere rispettata sulla scena internazionale, o almeno su quella europea, ci vuole altro.

Sia chiaro, quello dei media stranieri è un gioco facile, perché possiamo fare lo stesso con tutti i paesi del mondo. Il Regno Unito, con la sua famiglia reale degenerata, ci sollazza, e il suo comunitarismo perfettamente idiota è solo presunto. Quanto agli statunitensi, invischiati nei loro problemi etnici e razziali, con gli insegnanti che si recano a scuola armati, vivono sempre più in un ospedale psichiatrico a cielo aperto.

Quanto alla politica, nel suo ordinario è uguale dappertutto, assomiglia a un brutto gioco di ruolo, seguita in tv da fanatici della poltrona, sempre più a destra. Della brava gente che è cresciuta e invecchiata con Berlusconi e Renzi, ma anche con tutti gli altri della compagnia che c’erano prima o son venuti dopo.

In definitiva, le notizie dall’Italia, dal resto d’Europa e dagli Stati Uniti non sono negative. Le borse anche oggi sono positive e Milano è “tonica grazie alle banche”. Fiutiamo il mondo che viene: che cosa mai potrebbe andare storto mentre la nave mondiale si dirige dritta verso l’iceberg di fuoco e sangue? Ma pensa al dramma di quei vicini di casa con due gatti identici!