venerdì 31 maggio 2024

La loro soluzione

 

Il 22 maggio Spagna, Irlanda e Norvegia hanno annunciato di aver riconosciuto ufficialmente lo Stato palestinese. Tra pochi giorni la Slovenia dovrebbe fare lo stesso. 146 paesi membri delle Nazioni Unite sostengono la creazione di uno Stato palestinese, il quale, per il momento, esiste solo nella forma vaga di una “Autorità” di cui ha solo il nome, guidata da una cricca di vecchie croste corrotte, in aperta e bellicosa concorrenza con un gruppo terroristico che regna su un’enclave in via di polverizzazione da parte dalle forze armate del democratico stato d’Israele.

Da tempo considero la “soluzione” della questione israelo-palestinese con due Stati una fallacia. Per esistere, uno Stato palestinese indipendente ha bisogno preliminarmente di diverse cose. Qualcuno alla guida di Israele che lo accetti, quindi sia in grado di controllare i coloni armati fino ai denti e altre bagatelle come i sionisti. Quale Stato, in quale forma, entro quali confini? Se con a capo la screditata “autorità” palestinese, ciò significherebbe lo sradicamento di Hamas (li vedo i suoi leader proclamarne lo scioglimento in un’assemblea generale!) e degli Hezbollah libanesi.

I palestinesi, che patiscono una dura prova da troppo tempo, meritano di meglio di questi falsi amici a cui non importa nulla della loro libertà e indipendenza. Non è al loro fianco che otterranno l’emancipazione dalla loro condizione di reietti sottoposti a un regime di apartheid.

Quanto a Israele, presto ci saranno più paesi nel mondo che riconosceranno il fantomatico stato palestinese che paesi che riconosceranno lo stato israeliano. Si dice a causa di Netanyahu e del suo governo, ma in realtà a polverizzare i palestinesi sono d’accordo quasi tutti gli israeliani (e i loro amici annidati ovunque). Per loro la soluzione è quella di mettere fine allesistenza dei palestinesi.

giovedì 30 maggio 2024

Non un crimine, ma un diritto

 

È così scioccante vedere il primo ministro di una democrazia perseguito dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità? Bombe e proiettili, quando vengono lanciate e sparati da una democrazia, sono ben altra cosa rispetto a quando vengono lanciate e sparati da tiranni, signori della guerra, terroristi e altri farabutti sanguinari. Tipo Putin per esempio, ma anche Hamas.

Ciò è provato dal fatto che l’accusa di crimini non riguarda lo Stato democratico di Israele, e nemmeno il suo governo. Il diritto di Israele di difendersi non è messo, ovviamente, in discussione. Anche se nella fattispecie significa trucidare donne e bambini, ciò non è considerato un crimine di guerra. L’accusa pende solo su Netanyahu, non per i bombardamenti e le uccisioni, che evidentemente è un suo sacrosanto diritto, bensì per aver “fatto deliberatamente morire di fame i civili”.

Dai, non si fa così. Un conto è farli a pezzi con le bombe e i proiettili, altro conto è privarli del vitto. Accusa, sia chiaro, che resta da provare, perciò buona fortuna ai giudici della CPI incaricati di questo ingrato compito.

Diciamoci la verità: guerra dopo guerra, ci siamo lasciati contaminare dal cinismo degli americani e dei sionisti, e siamo finiti per degradare i nostri già incerti valori fino a ridurli a nulla. Un nulla ricolmo d’ipocrisia che vorremmo esportare, anche a costo di una guerra globale, fino a Mosca e Pechino (come non fossero capaci di produrne in proprio).

mercoledì 29 maggio 2024

"Quanti tra voi sono froci?"

 

In cielo, a bordo dell’aereo che li riportava dall’Irlanda, un giornalista chiede al Papa cosa può dire a un padre cattolico quando suo figlio gli dice che è omosessuale. Risposta del Padre Santo: «Gli direi innanzitutto di pregare, di non condannare, di dialogare, di comprendere.» Che apertura! Ma poi Bergoglio s’affretta ad aggiungere che se questa situazione si manifesta nell’infanzia, «ci sono tante cose da fare attraverso la psichiatria, per vedere come stanno le cose».

E se quel figliolo vuole farsi prete? Eh no, cazzo, in tal caso ci vuole una maggiore selezione negli accessi ai seminari, ossia basta con l’eccesso di “frociaggine”. Così s’è espresso Bergoglio nell’incontro a porte chiuse con gli oltre 200 vescovi italiani, ossia davanti a un consesso di preti che non credono in dio e quasi più nel diavolo.

Che cos’è successo dopo la “dichiarazione dottrinale” del dicastero per la dottrina della fede, cioè l’organismo che emana le “leggi” della Chiesa cattolica, che rendeva “possibile benedire le coppie in situazione irregolare e le coppie della stessa sesso”? Perché questo voltafaccia sul tema dell’omosessualità? Prima di essere “progressista”, Francesco è innanzitutto un gesuita pragmatico: la Chiesa cattolica sta perdendo fedeli, molti fedeli sono omosessuali, non perdiamo anche quelli.

Tuttavia, l’omosessualità resta agli occhi del Vaticano una condotta “intrinsecamente disordinata”. Insomma, una perversione. Il Papa stesso ha ricordato all’inizio del 2023, durante un viaggio nella Repubblica Democratica del Congo e nel Sud Sudan, che l’omosessualità, se non deve essere considerata “un crimine” (tante grazie), resta “un peccato”.

Tra parentesi: crimine resta comunque l’aborto. Francesco, lo scorso settembre, durante un suo discorso a Marsiglia, aveva nuovamente denunciato il diritto all’aborto come “una regressione”, e nell’ottobre 2018 aveva definito i medici che lo praticano come dei “sicari”.

A “porte chiuse” il discorso sull’omosessualità cambia. Il sovrano pontefice avrebbe dovuto chiedersi perché tanta “frociaggine” è orientata a farsi prete, ma ciò implicherebbe risposte imbarazzanti. E chiedere poi all’assemblea dei vescovi: quanti tra voi, ex seminaristi, sono froci?

Il problema non sono solo i preti pederasti, anche le suore aguzzine. Sull’aereo che lo riportava in Vaticano dal Canada, Bergoglio arrivò addirittura a pronunciare la parola “genocidio” per descrivere ciò che le brave suore avevano fatto a migliaia di bambini indigeni fino all’inizio degli anni Novanta.

È affascinante il coraggio con cui la Chiesa dimostra di inventare concetti, per esempio quello di “pellegrinaggio penitenziale”, che le permettano di restare sempre in piedi. Qualsiasi istituzione che commettesse direttamente o indirettamente atti criminali vedrebbe la propria credibilità e la propria aura distrutte per sempre. Non la Chiesa. Per secoli ha ucciso i suoi nemici, liquidato i cosiddetti eretici, costretto i popoli colonizzati alla conversione.

Quando è costretta dalle situazioni storiche a farsi perdonare per i suoi crimini clericali, la Chiesa lo fa con arroganza e trova il modo di esserne fiera. In ogni circostanza, la Chiesa deve sempre trionfare, perché la questione ovviamente non è spirituale, ma politica. Niente deve indebolire la posizione dominante che ha nel mondo, perché la fede è soprattutto un potere sulle persone, sulla loro coscienza e sul loro modo di vivere (stesso discorso per l’islam e altre religioni). Di fronte al potere della Chiesa, che peso possono avere qualche migliaio di ragazzini indiani o irlandesi uccisi, o qualche decina di migliaia di bambini stuprati?

martedì 28 maggio 2024

Lo storico del rosicamento e della minimizzazione

 

Se uccidi una persona, sei un assassino. Se ne uccidi più di una, sei uno stragista o un serial killer. Se ne uccidi a decine di migliaia o milioni, sei uno statista. E infatti Paolo Mieli non considera Netanyahu un criminale di guerra. E ciò che Netanyahu ha fatto e continua a fare è una reazione proporzionata e giustificata. L’ha detto testualmente in tv qualche sera fa. Più in generale, è uno storico del rosicamento e della minimizzazione dei peccati del fascismo (salvo ovviamente le leggi razziali) e naturalmente di quelli liberali.

Macron se le sta tirando (le “disgrazie”), ma ne ha motivo. Leggo dal sito governativo francese: «Le 180 aziende francesi presenti in Ucraina beneficiano di una vasta rete di collaboratori e di una presenza pluriennale e ben distribuita sul territorio. Impiegano 25.000 persone in Ucraina, collocando la Francia come uno dei principali datori di lavoro stranieri del paese (e molto probabilmente il primo). Tre quarti di queste aziende sono stabilite nel paese da più di 15 anni e il 70% di esse è presente fuori Kiev (tutte le regioni del paese tranne quelle occupate)».

Spiace per i cugini francesi, ma prevedo guai. Non certo per mano diretta dei russi. Come diceva quell’ex statista tedesco a proposito del terrorismo internazionale? Non lo ricordo più, ma evidentemente sapeva quello che diceva.

lunedì 27 maggio 2024

Nuovi orizzonti: “conciliare la democrazia con la guerra”

 

Sergio Fabbrini, editorialista del Sole 24 ore, ieri si doleva di questo: «L’élite europea, invece, continua a non prepararsi per affrontare la guerra, tanto meno una guerra permanente, prigioniera com’è di una visione irenica della storia».

Non solo per quanto riguarda le élite: «Qui, non solo il concetto di guerra permanente è impensabile, ma lo è anche quello di guerra. L’Europa è un’Atene che teme di diventare Sparta».

Mentre invece «gli esponenti del governo [ucraino] ha[no] creato un nuovo sistema di reclutamento militare [...], hanno bisogno di soldati, almeno 150.000 nuove reclute ogni anno, per sostituire quelli da troppo tempo in servizio».

Attenzione, “da troppo tempo in servizio” sta a significare: morti, feriti e disertori. Dunque, hanno bisogno di sempre nuova carne umana di ricambio, da mandare al macello di una guerra resa inevitabile dalla Nato e dai neonazisti ucraini.

Fabbrini ci informa che in Ucraina «Con la nuova legge, il servizio militare è obbligatorio a partire dai 18 anni, ma sono esclusi coloro che (entro l’età di 27 anni) studiano all’università o si specializzano a un dottorato».

Dunque non tutti i giovani ucraini dai 18 ai 27 anni dovranno partire per il fronte, ma solo quelli che non studiano all’università e dopo non si specializzino in qualcosa. In buona sostanza, dal richiamo alle armi sono fatti esenti i figli della borghesia ucraina.

Quanto agli altri, «L’età media, oggi, di un soldato ucraino è di 40 anni e si può essere mobilitati in guerra fino all’età di 60 anni». Questa è la “guerra permanente” alla quale si riferisce Fabbrini, alla partecipazione della quale sono tenuti, fino ai 60 anni, a prendervi parte gli ucraini che non frequentino l’università e altri imboscamenti. Tra parentesi, in Italia l’età massima per essere richiamati in caso di guerra è 45 anni. Possiamo immaginare che anche da noi, al momento opportuno, quella età di 45 anni sarà ritenuta scandalosamente troppo precoce per andare in quiescenza in caso di richiamo.

A Fabbrini un dubbio viene: la «militarizzazione [della società] richiede pratiche di controllo verticale e di segretezza poco o punto congeniali con le esigenze della democrazia». Tuttavia, «le opinioni pubbliche nazionali», le quali «manifestano una stanchezza crescente verso la guerra», dovranno rendersi conto che è «necessario conciliare la democrazia con la guerra».

Ci rendiamo conto o no? Mi chiedo come sia stato possibile, in un tempo apparentemente così breve, arrivare a scrivere e sostenere simili oscenità riguardo alla guerra, anzi alla “guerra permanente”, accarezzata come necessità ineluttabile, in ragione del fatto che «Atene era dalla parte giusta della storia, ma non è bastato a salvarla».

Nemmeno Sparta fu salva dalla lega achea, tantomeno dai macedoni e poi dai romani. Ma chi ci salverà da gente come Fabbrini?


sabato 25 maggio 2024

Possiamo farla decidere a chi?

 

“Bisogna condannare chi fa la guerra,
ma ancor più chi l’ha resa inevitabile”.

Nel 1914 e poi l’anno dopo furono in pochi a decidere della pace e della guerra. Nel 1939 furono ancora di meno. Hitler promise la pace all’Europa per mille anni dopo la sua vittoria. Nel suo discorso davanti al Reichstag nel 1939 pronunciò la parola “pace” più di 12 volte. Anche oggi, a decidere della nostra sorte, sono in pochi. Con la differenza, rispetto al passato, che non giocano solo con soldatini e cannoni, ma con le armi nucleari.

Durante la Guerra Fredda, erano state tracciate delle cosiddette linee rosse, superate le quali era previsto l’impiego delle armi nucleari. Questo per quanto riguarda sia la Nato e sia il Patto di Varsavia. Una dottrina che valeva per la Germania e così anche per l’Italia. Superata la “soglia di Gorizia”, attuate le predisposizioni per una difesa convenzionale attiva allo scopo di arrestare l’avanzata del nemico, se questi superava il Tagliamento, la Nato, ossia gli Stati Uniti, avrebbero risposto con le armi nucleari. Questo il senso della presenza di tali armi ad Aviano, Ghedi, nei siti “Pluto” e montate sugli Honest John.

Si fa spesso riferimento alla probabile necessità che una potenza nucleare, in una fase iniziale, faccia affidamento sull’uso delle cosiddette armi nucleari tattiche; e in tali osservazioni queste armi sono spesso paragonate a una semplice forma di artiglieria migliorata. Tuttavia, data la potenza di fuoco e la forza distruttiva dei più piccoli ordigni nucleari, questa classificazione è assolutamente aberrante. Tutti gli studi sugli effetti delle armi nucleari contraddicono il fatto che la teoria della guerra nucleare limitata sia una dottrina realistica.

Al lancio di qualsiasi ordigno nucleare, segue una risposta nucleare. Quella che chiamano escalation è dottrina, non una semplice eventualità. La possibilità reale di una reazione a catena, di un’enfasi di armi di precisione e ad alta potenza, distrugge la consolante argomentazione secondo cui un attacco con armi nucleari tattiche abolirebbe il rischio di una guerra totale. Un attacco nucleare si trasforma inevitabilmente in una guerra nucleare totale. Dunque, esistono le armi nucleari tattiche, ma non le guerre nucleari “tattiche”.

Le armi nucleari possano scoraggiare l’aggressore, ma non possono essere utilizzate per la difesa territoriale. L’unica distinzione valida che si può fare è tra armi nucleari e armi non nucleari.

Il fatto che storicamente una guerra nucleare tra potenze nucleari non sia ancora avvenuta (infatti ne stiamo comodamente parlando), non significa che non possa accadere. Tra l’altro, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si riservano anche il diritto di effettuare “attacchi nucleari preventivi” (*). In ogni caso, non spetta alle autorità politiche, tantomeno a quelle italiane, decidere sull’impiego delle armi nucleari. Nessuna doppia chiave.

Noi possiamo illuderci di decidere, con il voto elettorale, su questo e su quello, ma in realtà non decidiamo su nulla di realmente importante. Tantomeno sulla pace e sulla guerra. In nessun caso sulla nostra sorte, e non ci viene detto esattamente quali potrebbero essere le conseguenze di un simile conflitto: in ogni caso i sopravvissuti invidierebbero il destino dei morti.

Nessun racconto o film può riuscire davvero a darci l’idea di che cosa significherebbe per i sopravvissuti vedere centinaia di milioni di persone uccise in pochi giorni, in poche ore o in pochi minuti, quindi le decine di milioni di persone gravemente colpite che vivono senza speranza nelle baraccopoli, nell’atmosfera velenosa dei detriti radioattivi. Anche una sola guerra nucleare metterebbe in discussione l’esistenza della società umana organizzata. Possiamo farla decidere a chi?

(*) Questa “è la nostra politica da molto tempo e fa parte dei nostri piani per il futuro”, ha dichiarato il segretario alla Difesa americano alla fine di settembre 2016 nella base aerea di Kirtland. Inoltre, la nuova strategia di difesa nazionale del Pentagono adottata alla fine di ottobre 2022 ha superato un nuovo limite autorizzando l’uso di armi nucleari contro minacce non nucleari. Se vuoi la pace, fai la guerra; questo è il motto degli Stati Uniti.

venerdì 24 maggio 2024

Non basta essere stupidi

 

La Cina ha compreso prima di chiunque altro il potenziale della transizione elettrica e ha effettuato massicci investimenti (mentre da noi la “transizione” significa mettercela nel culo in ogni modo). Inoltre, ha un mercato gigantesco, che gli permette di ridurre i costi di produzione, grazie agli “effetti di scala” (più produco, più abbasso il prezzo per unità di prodotto). Infine, il Paese-continente beneficia di standard sociali e ambientali inferiori ai nostri.

La Cina dispone quindi di quello che potremmo definire, in omaggio ad Adam Smith, un “vantaggio strutturale assoluto” nel campo della transizione elettrica. Ma oltre a ciò, deve far fronte ad una domanda interna troppo debole. Tuttavia, come gli Stati Uniti, è un paese ricco senza un sistema di protezione sociale sviluppato. Ha quindi un bisogno vitale di produrre e, non potendo vendere in patria, vende al resto del mondo, a un prezzo che si fa beffe degli altri.

Ed ecco il motivo delle geremiadi sulla sovracapacità produttiva cinese. Quando questa sovracapacità era americana, inglese e tedesca nessuno aveva nulla da dire. È il capitalismo, tesori di mamma. Qualcuno (Seminerio & Co.) insiste nel recriminare sugli aiuti statali cinesi, ma ciò è semplicemente ridicolo: in varie forme, dirette e indirette, aiuti e aiutini sono comuni a tutti.

Mettendo insieme gli aspetti strutturali e ciclici, i nostri illuminati leader europei come pensano di resistere? È impossibile. Che cosa andrebbe fatto? Imporre dazi doganali alle frontiere, come negli Stati Uniti ha appena fatto Joe Biden? Un dazio doganale al 100% significa che un’auto cinese che arriva in un porto degli Stati Uniti al prezzo di 30.000 dollari verrà venduta il doppio. È una cosa che Biden può permettersi, perché i veicoli prodotti nel Regno di Mezzo rappresentano una piccolissima quota del mercato automobilistico americano, e così, tra l’altro, non c’è rischio di proteste da parte dei consumatori frustrati sotto le finestre del luogo di cura White Hause dove risiede.

E in Europa si può fare come Joe il demente? No. L’abbiamo visto Scholz, accompagnato da tre ministri e dai capi di Siemens, Bayer, Mercedes, BMW e ThyssenKrupp, inginocchiato davanti a Xi Jinping. La Germania esporta verso la Cina più del doppio rispetto a dieci anni fa, più del doppio di Italia, Francia e Regno Unito. La creazione o l’acquisizione di aziende teutoniche in Cina, quelli che chiamiamo “investimenti diretti esteri”, sono più importanti del totale degli altri 26 paesi membri dell’UE.

Inoltre, ma è un fatto percepito più sociologicamente che economicamente, i salariati hanno bisogno di consumare cinese se vogliono poter consumare, basta vedere il successo degli empori cinesi dove si vende di tutto. Intanto l’ex Fiat, già FCA e ora Stellantis unirà le forze con il produttore cinese Leapmotor per proporre a partire da settembre una “piccola city car accessibile” per 25.000 euro. In modo rassicurante, il suo capo faraone, Carlos Tavares, ci dice che i veicoli, inizialmente fabbricati in Cina, saranno poi “progressivamente” fabbricati ... in Polonia o in Marocco. Un film che in Italia abbiamo visto e rivisto alla nausea.

A vincere è la legge di mercato, direbbe Seminerio. Giusto; sennonché la legge di mercato è sempre dalla parte degli azionisti delle multinazionali, ossia del grande capitale. In Cina, in Europa e dappertutto trovi bastardi che si riempiono le tasche derubando chi lavora. I perdenti sono i disoccupati, il crollo della classe media, la povertà, un debito pubblico abissale e crescenti disuguaglianze, e, alla fine del cammino che si avvicina sempre più velocemente, l’arrivo al potere dei fascisti in tutta Europa. Sono cazzi nostri, non degli azionisti.

L’invenzione della UE di domani è lasciata alla libera scelta di chi va a votare. Non basta essere stupidi per crederlo.

giovedì 23 maggio 2024

Fasi lunari e ciclo mestruale

 

La luna fa sognare tutti. Gli scrittori, gli artisti e i poeti che giacciono dormienti in ognuno di noi. Ma fa dire anche molte cose stupide. Esempio tra mille: la Luna è legata ai cicli della natura e influenza anche gli esseri umani, i loro stati d’animo, le loro emozioni. L’esoterismo lunare è generalmente basato sul femminile, e certamente c’è una cosa in comune tra metà dell’umanità e il satellite terrestre: i cicli lunari e mestruali hanno all’incirca la stessa durata.

Secondo uno studio molto serio e condotto su larga scala, pubblicato su Science Advances, c’è effettivamente un legame tra le fasi lunari e il ciclo mestruale femminile, ma si tratta di un legame debole e occasionale e duqnue non lasciamoci trasportare dalle fantasie.

Sono stati studiati i cicli mestruali di circa 3.000 donne europee e nordamericane per diversi mesi (fino a quindici mesi per alcune). Ciò ha permesso di creare un database di circa 32.000 cicli. Innanzitutto i risultati chiariscono le somiglianze nella durata tra il periodo lunare e i cicli femminili: 29,3 giorni per il nostro satellite e 29,5 in media per le donne. Ma c’è una grande differenza tra questi due fenomeni. Il ciclo lunare è stabile, mentre il ciclo mestruale è molto variabile all’interno della popolazione femminile: 26 giorni per alcune e fino a 35 per altre. Non è un dettaglio, diceva mia nonna.

È la Luna che controlla il flusso sanguigno? Le regole sono governate da un orologio interno specifico per ciascun organismo. Se fosse un effetto diretto della Luna, inizierebbe alla stessa ora in tutte le donne ed avrebbe la stessa durata. Inoltre, se i cicli mestruali fossero controllati dalla Luna, anche tutti gli altri animali sarebbero soggetti alla sua influenza, le femmine degli altri mammiferi, a cominciare da quelle a noi più vicine, dovrebbero avere la stessa durata dei cicli mestruali. Invece, il ciclo è di circa 36 giorni negli scimpanzé e di 45 giorni nei bonobo, da 28 a 32 giorni nei gorilla e da 29 a 35 giorni negli oranghi.

Pertanto il ciclo mestruale delle donne non obbedisce alla luna. Vorrei ricordare, tra l’altro e per inciso, che l’antica leggenda (a volte sostenuta da alcuni operatori sanitari) secondo la quale durante la luna piena si nascite di più è smentita da tutti gli studi statistici.

Detto questo, come spesso accade nella scienza, c’è bisogno di sfumature. Perché questo studio rivela che c’è “un’influenza occasionale, debole, ma comunque significativa”, una “sincronizzazione” che può avvenire nel tempo, nel lungo periodo, più un fatto statistico che altro. In ogni caso, anche se questa influenza lunare è debole e occasionale, non è assolutamente frutto del caso, assicurano i ricercatori, perché “se fosse dovuta al caso, non sarebbe statisticamente significativa” (*).

La cosa davvero sorprendente è che le mestruazioni tendono ad iniziare al momento della luna crescente per le donne europee, e con la luna piena per le donne americane. I ricercatori non hanno ancora una spiegazione, ma proporrei un’ipotesi che però avrebbe bisogno che lo studio fosse allargato alle donne di altri continenti, tipo l’Oceania. Qualcosa come il campo magnetico o legato alla gravitazione universale.

Si tratta di una battuta, ovviamente. Tutte le masse si attraggono a vicenda, ma se i mari e gli oceani sono soggetti alle maree è perché si tratta di enormi quantità di liquidi, mentre nel corpo umano, nella specie quello di una donna non ci sono più di sei litri di sangue. Questa massa è attratta anche dalla Luna, ma in modo così infinitesimale che l’effetto è inesistente sulla nostra scala. Altrimenti vedremmo le maree in una pentola di minestrone, e ogni donna avrebbe il ciclo ogni volta che passasse vicino a un edificio di 12 piani, perché siamo attratti anche da qualsiasi massa, un muro, una montagna.

Quale che sia l’effetto della luna sull’organismo umano, non c’è nulla di magico in esso.

Veniamo al vino: non c’è alcun riscontro scientifico che le fasi lunari influenzino i processi chimici che trasformano il mosto in vino o influenzino l’imbottigliamento. Tuttavia ho sperimentato che imbottigliare in certi periodi piuttosto che in altri può avere degli effetti disastrosi sul vino, e ciò a prescindere dalle fasi lunari, così come il vino tende a intorbidire se imbottigliato nei giorni di vento.

(*) Piacerebbe un cenno su questo studio da parte del dottor L.C., nel caso fosse tornato dal Papahnaumokukea e si affacciasse da queste parti.

mercoledì 22 maggio 2024

Sullo stesso scoglio

 

E nemmeno assolverle dal compito di lavarvi le mutande.


Ad ogni modo un Dio esiste, l’ultima conferma ci viene dall’Iran, mentre ne attendo altre da Gerusalemme, Washington, eccetera. Vorrei scrivergli una lettera per chiedergli perché i suoi rappresentanti di vendita, cioè i preti, hanno questi problemi con le donne. Anche per porgli una domanda molto personale: come Le è venuta l’idea di far passare il midollo spinale attraverso un foro così piccolo incastrato in vertebre non molto robuste?

*
Questa sera, ascoltavo con compiacimento su Rai Storia la rubrica Un giorno nella storia, che ricorda gli anniversari degli eventi e le biografie. Oggi ricorre l’anniversario della morte di Giorgio Almirante. Ebbene sono riusciti a raccontare la sua biografia senza mai pronunciare la parola fascismo. Campioni del mondo.

*
In tutto il mondo la convivenza tra gruppi umani con storie e culture diverse diventa sempre più difficile (eufemismo). Ad ogni identità culturale dovrebbe essere assegnata un’isola. Vivere insieme, ma ognuno sulla propria pietra sperduta in mezzo al mare. Non posso fare a meno di pensare a L’île, un romanzo di Robert Merle (1962). Due comunità che devono convivere sullo stesso scoglio nel Pacifico. Non vi dirò il finale, vi deprimerebbe.

lunedì 20 maggio 2024

Altrimenti non si spiegherebbe

 

Leggo dai giornali: «Hanno perso un giorno in una scuola di Roma a parlare di un felino vissuto in Messico 40 milioni di anni. Ma che me ne frega, scusatemi.

«I dinosauri è importante sapere che sono esistiti ma se noi siamo italiani – ha aggiunto Valditara – forse lo dobbiamo al Risorgimento che va studiato, come va studiata la Seconda guerra mondiale, la Guerra fredda e l’epoca del terrorismo. [...] Ripristinare l’autorità a scuola e sconfiggere la cultura sessantottina. Il ‘68 nega le radici dell’autorità. Si studino gli anni ‘70, oggi troppi elementi li ricordano.»

*

La prendo larga: la scuola non serve per crearsi una posizione o per rafforzare un’identità nazionale, bensì per imparare. E dunque non basta studiare il risorgimento e gli anni del terrorismo; ci si arriva per gradi, partendo da quello che c’è stato prima e molto prima ancora. Magari senza dimenticarsi di citare il fascismo, signor ministro in orbace, che non fu una minuzia del giurassico, così come non lo furono gli etiopi gasati, i libici impiccati, gli spagnoli fucilati. Solo per mantenerci sull’estero e a ridosso delle leggi razziali.

Quanto ai dinosauri, il ministro se lo faccia raccontare come si diventa fin da piccoli dei Stephen Jay Gould, per esempio. È così che si forma una cultura ricca e varia, non solo una cultura che funzioni a scopo produttivo o di maneggio politico.

Dalle dichiarazioni dei troppo loquaci che oggi stanno al potere traspare l’irresistibile fregola di rivincita, il cruccio di riscrivere il menu delle vicende novecentesche e delle opinioni sull’universo mondo, per cui, scusateli, non hanno tempo per dettagli sulle lucertole del Cretacico e i Neanderthal. Il loro piatto forte è il “terrorismo”, del quale conoscono la verità, con gli ingredienti esatti, e hanno fretta di farla conoscere ballando in cucina alla luce del frigorifero.

Anch’io conosco un po’ di quella storia, che non è stata una delizia. A chi non ne fu testimone diretto dico che non è indispensabile aver fatto da cavie a Porto Marghera, aver poi vissuto gli anni delle bombe e delle stragi, ma basta aver letto qualche libro per sapere della crisi di quel modello sociale e delle sue forme di rappresentanza politica, delle trame e dei tentativi eversivi, della P2 e della mafia, dei golpe e di Gladio, di un paese imbalsamato dai vincoli geopolitici e dai patti consociativi.

Per sapere che le cose non andarono come ci vengono cucinate da una visione perfettamente congeniale, che vuole mostrare quella ribellione, ogni ribellione, solo come fuga dalla realtà e inganno. Basta una poesia di Franco Fortini per distinguere le buone e le cattive ragioni, altrimenti non si spiegherebbe come in tanti, più di quanti si potrebbe credere oggi, pensassero che fosse cosa buona e giusta “prendere le armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli”.

Che poi ai più non importi sia delle minuzie che dell’insieme, sia di quello che è accaduto appena ieri e sia di ciò che succede oggi, non può indurci alla resa, a essere pavidi di fronte ai redivivi dinosauri odierni.

domenica 19 maggio 2024

Il mondo di ieri e quello di oggi

 



Bella scoperta. Oggi il giornale di Elkan fa campagna elettorale, ma dov’era quando ciò avveniva, e non solo per quanto riguarda la sanità? Tutto il “pubblico”, per decenni, è stato descritto come cacca, ossia come un sistema inefficiente, sprecone e corrotto. L’intervento privato con la sua bacchetta magica ci avrebbe condotto in un domani di efficienza e prosperità per tutti (i meritevoli, ovviamente).

Come non ricordare la teoria dei “vasi comunicanti” descritta negli editoriali domenicali di Eugenio Scalfari, quando citava i “redditi dei Paesi di antica opulenza”. Limitandosi a prendere atto degli effetti e degli influssi più manifesti delle dinamiche della globalizzazione, richiamava la necessità, da parte delle classi lavoratrici, di trasferire una parte della loro “opulenza” verso i Paesi di “antica povertà”, con un chiaro riferimento alla Cina, India, eccetera (*).

Un vegliardo, Scalfari, intriso di pragmatismo e buon senso, di lucida consapevolezza dei rapporti di classe, di chiara visione dello stato di cose presente e in divenire. Un processo di livellamento che “deve essere realizzato con la massima energia e tempestività”, scriveva il sociologo, economista e filosofo della domenica.

In realtà, l’erompere in tutti gli ambiti dell’articolazione sociale del conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione costituisce una contraddizione di carattere oggettivo, è il conflitto che sta alla base della crisi generale del modo di produzione capitalistico.

Spiego: la crisi generale, non significa semplicemente crisi del processo di accumulazione e caduta del saggio medio del profitto (possono aumentare i profitti, ma non in ragione del capitale investito), sovrapproduzione di capitale e di capacità produttiva. Il capitale è un rapporto sociale e non semplicemente una cosa. La crisi mostra, al livello di sviluppo attuale delle forze produttive, ossia a fronte di una capacità sociale inedita e traboccante ricchezza, quanto le condizioni sociali della sua distribuzione siano soggette a dei rapporti sociali ristretti e miserabili.

Mostra ogni giorno di più quanti siano, a fronte delle possibilità e delle potenzialità, gli esclusi, e come ciò ormai venga a toccare inevitabilmente le sorti di quelle classi che credevano superate le contraddizioni del passato e vivevano il presente come un tempo assoluto dove sarebbe stato possibile solo migliorare le proprie condizioni di vita, di lavoro e di consumo. Secondo, appunto, la narrazione degli ideologi borghesi.

E a tale riguardo mi viene in mente l’inizio de Il mondo di ieri di Stefan Zweig. Sono poche pagine, leggerle o rileggerle può far solo del bene (**).

Emmanuel Macron quelle pagine le legge tutte le sere prima di coricarsi, perciò parla della nostra come di un’epoca che “si è aperta come nessun’altra, vale a dire con un’indiscutibile opulenza”, e oggi “si chiude come nessun’altra”, ossia con la “fine dell’epoca dell’abbondanza”. Il refrain è sempre lo stesso, epoca dopo epoca, cambiano solo le maschere.

(*) Quante volte nel decennio scorso ho scritto della pericolosità di teorici alla Scalfari? Nemo profeta in patria. Scalfari faceva il paio con tale Franco Roberti, allora procuratore antimafia, il quale sosteneva che “Bisogna essere disposti a cedere una parte delle nostre libertà”. Siamo marmaglia opulenta e oziosa.

(**) Nel 1925, Zweig scrisse un racconto meraviglioso e crudele, La collezione invisibile. È la storia di un vecchio collezionista la cui moglie e figlia, per sopravvivere nella Germania di Weimar schiacciata dall’inflazione, rivendevano inconsapevolmente le straordinarie stampe (di Rembrandt, Dürer e altri) che il vecchio collezionista aveva acquisito, con gusto sicurissimo, nel corso di tutta la sua vita. Egli ignora la svendita, perché è diventato cieco; e mostra con orgoglio al narratore, un mercante, i fogli bianchi o le croste che hanno sostituito i capolavori. Il vecchio vive nei ricordi precisi di un mondo scomparso.

In un altro racconto, sempre dello stesso anno, scriveva: “Ciò che richiede solo il minimo sforzo, mentale e fisico, e il minimo di forza morale deve necessariamente prevalere tra le masse, nella misura in cui suscita la passione della maggioranza”. Chissà cosa direbbe oggi che la comunicazione scritta è ridotta all’osso, a una battuta di spirito o a un insulto.

Zweig deplorava l’improvvisa scomparsa delle particolarità culturali, schiacciate e unite secondo lui dalle tecniche di riproduzione e di intrattenimento di massa, che per lui provenivano dall’America. Un passatista, un amico di Putin e di Xi ante litteram.

sabato 18 maggio 2024

Lo stato dell'arme

 

Il 2023 ha registrato il record storico della spesa mondiale per la guerra toccando i 24.430 miliardi di dollari, pari a 6,7 miliardi di dollari al giorno, registrando un incremento del 6,8%, il più marcato dal 2009. La spesa mondiale per la difesa pro-capite risulta la più alta dal 1990, raggiungendo i 306 dollari a persona (compresi gli abitanti del Sudan, eritrea, ecc.).

Il 37,5% della spesa globale fa capo agli Stati Uniti ($916mld), seguiti da Cina con il 12,1% (296), Russia (4,5%), India (3,4%) e Arabia Saudita (3,1%); l’Italia è dodicesima con l’1,5% del totale mondo: 35,5mld, pari a 97mln al giorno, con incremento del +5,5% atteso per il 2024. Che cosa non si potrebbe fare altrimenti con quei soldi.

La classifica cambia se si considera l’incidenza sul PIL: di gran lunga al primo posto si colloca l’Ucraina con il 36,7%. Le guerre per procura costano, in ogni senso. Costa Rica, Islanda e Panama non sostengono alcuna spesa per la difesa.

I cittadini che spendono maggiormente per la difesa del proprio Paese sono Qatar (15,7 dollari pro-capite al giorno nel 2023), Israele (8,2) e Stati Uniti (7,4).

Le trenta multinazionali delle armi hanno occupato oltre 1,4 milioni di persone nel 2023 (+20,9% sul 2019 pari a oltre 243mila unità in più), di cui il 69% in forza ai gruppi a stelle e strisce.

Nel primo trimestre 2024 il rendimento azionario delle multinazionali mondiali vede sul podio i big degli armamenti e della guerra (+22,8%). Il rendimento dei player della guerra risulta tre volte superiore al +7,1% dell’indice azionario mondiale, con i gruppi europei nella parte del leone (+42,3%).

Rheinmetall AG è la maggiore industria tedesca nel campo degli armamenti, con 266.000 dipendenti opera anche in altri settori, come gli autoveicoli (camion militari). Da inizio anno le sue azioni sono passate da 299 euro a 511, toccando i 550 euro il 15 aprile. Hensoldt GmbH, multinazionale tedesca ma di proprietà del fondo speculativo americano KKR, concentra le sue attività nel settore dell’elettronica militare. Ad inizio anno quotava 25,24, ieri 39 euro, il 26 marzo aveva toccato i 43,90.

I primi cinque posti per ricavi stimati generati dal comparto delle armi sono occupati esclusivamente da gruppi statunitensi: Lockheed Martin (55,0mld nel 2023), RTX (36,8), Boeing (31,0), Northrop Grumman (30,6) e General Dynamics (26,8). La distribuzione di dividendi è aumentata del 5,0% sul 2022, con il 77% del totale assorbito dagli azionisti dei gruppi statunitensi. Forse c’è qualche connessione con la propensione statunitense all’esportazione della democrazia tra i barbari.

Non solo tedeschi e statunitensi. Anche Leonardo (già Finmeccanica) è nella top 10 per rendimento azionario nel primo trimestre 2024, esattamente al quarto posto con un +55,9%; l’anno scorso all’ottavo posto per ricavi: 11,5 miliardi. Il suo maggiore azionista è il Ministero dell'economia e delle finanze italiano, che possiede circa il 30% delle azioni. Segue

Fincantieri, al nono posto, con +21,9% nell’azionario, in 25esima Fincantieri con 2 mld. L’Italia conta per il 19% del giro d’affari europeo e per il 4,2% di quello mondiale (*).

Dovremmo essere contenti, fregarci le mani. E però bisogna considerare che i cittadini italiani investono 1,7 dollari al giorno per la difesa, oltre il doppio della media mondiale. 1,7 dollari al giorno a cranio, ma poi se andiamo a vedere chi paga davvero ... il solito discorso.

(*) Le italiane sono fra le meno valorizzate dalla Borsa: Fincantieri quota 2,2 volte il capitale netto e Leonardo registra un valore di Borsa allineato ai mezzi propri. Succulenti bocconi!

(Fonte dei dati: Mediobanca)

venerdì 17 maggio 2024

Morire ricchi (con l'uranio)

 

Le sanzioni contro la Russia hanno finito per danneggiare i produttori europei (quelli italiani nel 2021 vantavano esportazioni per un valore di oltre 10 miliardi di euro), mentre gli Stati Uniti, paladini delle sanzioni stesse, hanno continuato a importare uranio arricchito dalla Russia. Solo lunedì scorso Joe Robinette Biden ha firmato la legge, precedentemente approvata dal Congresso, che vieta l’importazione di tale metallo prodotto nella Federazione Russa o da un’impresa affiliata alla Russia.

Attenzione: nel caso della Russia, più che “prodotto” bisognerebbe dire: “arricchito”. La Russia ne produce solo il 5%, ma ne arricchisce molto di più (circa il 35% dell’offerta globale, seguono la Cina e la Francia). Da 100 kg di uranio metallico pronto per l’arricchimento si possono ottenere al massimo 12,5 kg di uranio arricchito al 3,6% (*).

Quasi un terzo del combustibile nucleare utilizzato dalle centrali nucleari americane proviene da fornitori russi. Ogni anno sono necessarie circa 27 tonnellate di uranio per un reattore ad acqua pressurizzata da 1.000 MWe. Come ha osservato il New York Times, è estremamente difficile trovare alternative a un tale volume. 

Il regolatore dei servizi comunitari della California (CPUC) ha convalidato a dicembre scorso la proroga di cinque anni della vita dei due reattori del Diablo Canyon, situati a nord- ovest di Los Angeles e la cui chiusura era inizialmente prevista nel 2024 e nel 2025. Per dire.

A Washington sono furbi: hanno iniziato a prepararsi per il divieto già dall’anno scorso, acquistando uranio con un aumento di spesa del 43%. In termini assoluti, la Russia ha fornito 702 tonnellate di uranio rispetto alle 588 tonnellate dell’anno precedente. Inoltre, le restrizioni entreranno in vigore 90 giorni dopo la pubblicazione della legge. Dunque la Russia può continuare ad esportare uranio arricchito negli Stati Uniti almeno fino ad agosto.

(*) La stragrande maggioranza dei reattori nucleari utilizza come combustibile l’isotopo dell’uranio-235; tuttavia costituisce solo lo 0,7% dell'uranio naturale estratto e deve quindi essere incrementato attraverso un processo chiamato arricchimento. Ciò aumenta la concentrazione di uranio-235 dallo 0,7% al 3%-5%, che è il livello utilizzato nella maggior parte dei reattori.

L’uranio fu scoperto nel 1789 dal chimico prussiano Martin Heinrich Klaproth, dall’analisi della pechblenda, un pezzo di roccia. Klaproth propose di chiamarlo “uranite”, in riferimento al pianeta Urano, scoperto pochi anni prima. Il francese Henri Becquerel scoprì la radioattività dell’uranio solo nel 1896, quando notò che le lastre fotografiche poste accanto ai sali di uranio erano rimaste impresse, anche se non erano state esposte alla luce.

L’uranio è più abbondante sul nostro pianeta dell’oro o dell’argento. Si trova nell’acqua dei fiumi e, soprattutto, nella crosta terrestre: il seminterrato di un piccolo giardino può contenerne diverse decine di chili. La specificità dell’uranio è che può dividersi in due nuclei: la fissione nucleare è la gioia delle centrali elettriche e delle bombe A e H. La combustione nucleare rilascia energia come nessun’altra, un milione di volte maggiore di quella rilasciata dai combustibili fossili.

Fin dalla sua scoperta, l’uranio è stato utilizzato come pigmento nella vetreria, nella ceramica e nella terracotta. Serviva anche come catalizzatore nelle pellicole fotografiche. Ce l’hai anche in bocca (a dosi bassissime), infatti si trova nella colorazione delle ceramiche dentali. La produzione mondiale, dell’ordine di 60.000 tonnellate annue, è inferiore al consumo. Nel 2022 in tutto il mondo sono state estratte circa 58.000 tonnellate di uranio. Oltre l’85% dell’uranio viene prodotto in sei paesi: Kazakistan, Canada, Australia, Namibia, Niger e Russia. Il primo produttore è il Kazakistan (43% della fornitura nel 2022, secondo la World Nuclear Association, Australia (13%), Namibia (11%) e Canada (8%). La metà della produzione proviene da sole dieci miniere nel mondo e il singolo sito di Cigar Lake in Canada produce più di Niger e Russia messi insieme. Ci sono riserve per ... un secolo!

Gli incidenti collegati all’impiego dell’uranio sono inevitabili; i lavoratori delle miniere di uranio sviluppano tumori molto graziosi; l’energia nucleare rilascia CO2 (poca), a causa dell’estrazione e della raffinazione del minerale; quanto ai rifiuti nucleari sono il vero e irrisolto problema, non esiste una soluzione affidabile per contenere i rifiuti per secoli, distruggono le botti più resistenti, anche quelle del prosecco.

Il prezzo dell’ossido di uranio (Octaossido di triuranio, chiamato U3O8), che, una volta arricchito (viene convertito in esafluoruro di uranio UF6), funge da combustibile nucleare, viaggia attorno ai 90 dollari per libbra (circa 450 grammi), ma raggiunge e supera facilmente i 100 dollari (il doppio che nel 2023).

Sono stati lanciati anche nuovi progetti, soprattutto in Cina (25 reattori in costruzione), ma anche in India, Turchia ed Egitto. Per non parlare delle flotte nucleari in rapido sviluppo (Cina, Giappone e, ovviamente, la Francia, che com’è noto ha vinto la II GM quasi da sola).

Un consiglio per i vostri investimenti? ETF sull’uranio. Morirete ricchi.

giovedì 16 maggio 2024

La minaccia cinese: mito e realtà

 

C’è chi vede il “pericolo giallo” annidarsi dappertutto, specie quando si tratta di auto elettriche. È realmente così? Prendiamo l’esempio offertaci dal più grande mercato automobilistico europeo, ossia la Germania. Secondo quanto riportato dal quotidiano Handelsblatt, nel mese di marzo il produttore cinese BYD ha venduto 160 veicoli. Con le 139 vendute a gennaio e le 94 vendute a febbraio, BYD ha “invaso” il mercato tedesco con un totale di 393 veicoli elettrici nel primo trimestre 2024! In percentuale del mercato automobilistico complessivo in Germania, questo dato è leggermente superiore allo 0%. I piazzali del porto di Bremerhaven sono pieni da settimane di auto BYD invendute.

In realtà, le vendite di veicoli elettrici cinesi stanno subendo la stessa sorte delle case automobilistiche europee. Se BYD piange, i produttori tedeschi di veicoli elettrici non ridono. Con 31.384 unità vendute a marzo, le vendite di veicoli elettrici in Germania sono crollate del 28,9% su base annua. La fine dei sussidi statali sui prezzi (a proposito di “aiuti” di Stato), la mancanza di infrastrutture di ricarica e la dura verità: sempre meno persone vogliono o possono permettersi di acquistarli.

Ma c’è un’altra notizia: la città di Oranienburg, nel Brandeburgo, ha posto il veto alla costruzione di nuovi punti di ricarica per veicoli elettrici, pompe di calore e aree industriali, perché la rete ad alta tensione non ha capacità sufficiente per questo. La transizione energetica fatta con i piedi.

Veniamo alla mitica sovracapacità produttiva cinese grazie agli aiuti di Stato. Andiamo a un altro esempio e a un altro marchio automobilistico cinese: Leapmotor. Attraverso una joint venture con Stellantis, Leapmotor venderà due modelli in Europa a partire da settembre 2024. Leapmotor è stata fondata a Hangzhou nel 2015 e produce auto elettriche dal 2019. L’anno scorso Leapmotor ha venduto 144.155 veicoli. In Europa? No, complessivamente nel mondo e dunque principalmente in Cina.

I tedeschi nicchiano a proposito di dazi da applicare alle auto elettriche cinesi. Ne hanno motivo, le auto “cinesi” UE più vendute (gennaio-febbraio 2024) sono: Tesla Modello 3: 14.300; Dacia Primavera: 6.155; Volvo EX30: 5.980; Polestar 2: 2.418; BMW iX3: 2.195, Smart 1: 1.833; Lynk & Co 01: 1.240, eccetera.

E per quanto riguarda il più grande mercato mondiale dell’auto, ossia gli Stati Uniti? Leggiamo cosa dice il New York Times: «Gli Stati Uniti importano solo poche marche – elettriche o benzina – dalla Cina. Una è la Polestar 2, un veicolo elettrico prodotto in Cina da una casa automobilistica svedese di cui la società cinese Zhejiang Geely ha una partecipazione di controllo. Nel primo trimestre di quest’anno, Polestar ha venduto solo 2.200 veicoli negli Stati Uniti. Entro la fine dell’anno, tuttavia, è previsto l’avvio della produzione di un nuovo modello, la Polestar 3, in uno stabilimento della Carolina del Sud gestito da Volvo Cars, di proprietà di Geely». Mamma i musi gialli.

Poche migliaia di auto. Sempre il NYT: «Volvo vende negli Stati Uniti una berlina ibrida plug-in di fabbricazione cinese, la S90 Recharge, e prevede di iniziare quest’anno a importare un nuovo piccolo SUV, l’EX30, dalla Cina negli Stati Uniti». Anche in tal caso si tratta di poche migliaia di auto, poco più dello 0% di quelle prodotte e vendute negli Usa.


Leggiamolo sempre sul NYT: BYD, un’azienda cinese leader nel settore delle automobili e delle batterie in rapida crescita, vende già un’auto elettrica compatta, la Seagull, per meno di 15.000 dollari in Cina. E martedì ha detto che avrebbe iniziato a vendere un pick-up ibrido plug-in in Messico, anche se ha aggiunto che non ha ancora intenzione di vendere il veicolo negli Stati Uniti.

La Cina esporta un numero molto limitato di veicoli elettrici negli Stati Uniti e dunque la presenza minima delle auto cinesi nel mercato statunitense non giustifica l’esasperato protezionismo. E allora per quale motivo Washington ha deciso di elevare dal 25 al 100% il dazio per l’importazione di auto cinesi? Un’azione preventiva perché si teme che in un prossimo futuro gli americani preferiscano le piccole utilitarie elettriche con gli occhi a mandorla?

Cito ancora dall’articolo del NYT: «Nei primi tre mesi dell’anno, la divisione veicoli elettrici di Ford ha perso 1,3 miliardi di dollari prima di tenere conto di alcune spese. Sia Ford che G.M. hanno rallentato la produzione di veicoli elettrici e ritardato l’introduzione di nuovi modelli. [...] G.M. sta perdendo soldi con le auto elettriche [...]».

Già ora stanno perdendo mercato e soldi con i veicoli elettrici, pur con una concorrenza cinese pressoché inesistente! E infatti il NYT sottolinea: «L’entusiasmo degli americani per le auto elettriche è diminuito nell’ultimo anno, principalmente perché tali veicoli vengono venduti a prezzi relativamente alti. Alcuni acquirenti sono riluttanti a comprare anche perché non sono sicuri che ci saranno abbastanza posti dove ricaricare quelle auto in modo facile e veloce».

Sui reali motivi del protezionismo bisogna tener conto che gli Stati Uniti hanno effettuato centinaia di miliardi di dollari di investimenti pubblici (quelli non sono aiuti di Stato, è concorrenza leale) nel settore della cosiddetta “transizione energetica”. Inoltre, ci offre uno spunto lo stesso articolo del NYT:

«Contemporary Amperex Technology Company Limited, o CATL, il produttore cinese che è il più grande produttore mondiale di batterie per auto elettriche, ha dichiarato il mese scorso di aver sviluppato una batteria che potrebbe caricarsi in 10 minuti abbastanza da consentire a un’auto di percorrere circa 370 miglia [quasi 600 km] – un grande passo avanti rispetto alle batterie utilizzate dalle affermate case automobilistiche occidentali e asiatiche, tra cui Tesla».

Ecco il reale motivo: il temuto sorpasso tecnologico e industriale della Cina sugli Stati Uniti, ovviamente non solo per quanto riguarda le batterie per auto elettriche. Dopo decenni, i politici e la grassa borghesia statunitensi si sono svegliati dai postumi di una sbornia di consumismo e alti profitti ottenuti grazie alle delocalizzazioni e ora vogliono ripristinare la loro base industriale, ricostruire la propria capacità produttiva a colpi di dazi.

Già a cominciare dagli anni Settanta praticamente tutte le principali aziende statunitensi produttrici di elettronica di consumo come registratori, macchine fotografiche, sistemi televisivi, computer, telefoni e così via, abbandonarono quelle attività di produzione, furono vendute o chiusero i battenti. Favorito fu, allora, principalmente il Giappone, in seguito la Corea del Sud e poi Taiwan.

Per esempio, nel 1982 la quota statunitense del mercato mondiale dei semiconduttori scese dal 70 al 51%. La quota del Giappone aumentò al 35%, rispetto al 15% del 1972. Nel 1989, la quota statunitense del mercato dei semiconduttori era scesa al 35% e quella del Giappone era aumentata al 51%. Altro esempio: Zenith Corporation vendette la sua tecnologia televisiva ad alta definizione a LG in Corea del Sud negli anni ’90 per circa 360 milioni di dollari.

Il risultato dello spostamento offshore di questi settori tecnologici è ora evidente, non ci sono più televisori e display prodotti negli Stati Uniti. Per quanto riguarda i semiconduttori, l’83% della capacità produttiva totale di semiconduttori risiede ora in Corea del Sud, Taiwan, Cina e Giappone, così come gran parte della produzione di elettronica di consumo e di elettronica in generale.

Tesla ora ha una capitalizzazione di mercato tre volte superiore a quella di tutte le altre case automobilistiche statunitensi messe insieme. Tuttavia, Tesla deve ancora ottenere i propri chip dall’Asia (principalmente da TSMC).

Pertanto, più che alle auto, pensiamo ai semiconduttori, che sono il vero motore che fornisce la funzionalità a quasi tutti i prodotti elettronici e il cui dazio su quelli cinesi passerà dal 25 al 50%. All’inizio gli Stati Uniti rappresentavano il 100% della capacità produttiva di semiconduttori. Oggi quella capacità è circa il 10%, e rimane per ora conservata nei chip logici avanzati. Se gli Stati Uniti perdessero il loro vantaggio competitivo nel settore dei semiconduttori rispetto alla concorrenza, diventerebbero asserviti a quel concorrente: economicamente, politicamente e, certamente, militarmente.

Nel 1983 fu possibile costruire un impianto per la produzione di semiconduttori con una spesa di 50 milioni di dollari. Mezzo secolo dopo, un impianto di fabbricazione di chip avanzati può costare tra i 20 e i 30 miliardi di dollari. La dimensione del chip GPU di elaborazione è approssimativamente quella consentita dagli strumenti di produzione dei chip. Negli anni ‘80 un’apparecchiatura per fotolitografia progettata per produrre semiconduttori su un wafer di silicio poteva costare circa 450.000 dollari. Oggi, per i chip più avanzati, le più recenti apparecchiature di litografia possono costare 400 milioni di dollari, ma anche molto di più (la tecnologia CoWoS: chip-on-wafer-on-substrate, combinata con tecnologia SoIC 3D). In prospettiva la fotonica del silicio diventerà una delle tecnologie più importanti nel settore dei semiconduttori.

Che cosa diceva l’anno scorso Liu Deyin (alias Mark Liu), presidente di TSMC, la più grande società del settore dei chip? La creazione di fabbriche negli Stati Uniti è impegnativa a causa delle difficoltà nell’assumere lavoratori locali e per gli alti costi operativi, che si traducono in un aumento dei costi del prodotto, sottolineando che non è economicamente fattibile per l’azienda di chip produrre beni negli Stati Uniti (salvo non arrivino cospicui aiuti di Stato e, dicono le malelingue, le dimissioni di Liu Deyin, previste per il prossimo mese).

mercoledì 15 maggio 2024

Il diritto di lamentarsi

 

In Missing, il celebre film di Costa-Gavras, un americano va in Cile per ritrovare suo figlio scomparso durante il colpo di stato militare di Pinochet. Arrivato lì, mentre chiacchiera con la nuora in un ristorante, tra la portata principale e il dolce, in strada risuonano degli spari, colpi sparati dai militari. I sospetti “comunisti” vengono arrestati, rinchiusi negli stadi o nelle celle delle prigioni, torturati e assassinati. Il piccolo mondo tranquillo di questo buon padre americano si scontra con un altro di cui non sospettava l’esistenza, quello di una dittatura sanguinaria.

Cosa succede dall’altra parte del mondo mentre qui, comodi, ci occupiamo della nostra vita quotidiana? La sorte di Gaza, davvero spaventosa, mi ricorda la sorte dei neri in Sud Africa. Molti non conoscono la Palestina più di quanto generalmente conoscano il Sud Africa. Tuttavia per quasi tutti noi Nelson Mandela ha incarnato senza restrizioni, dal profondo della sua cella e con la sua forza d’animo, la lotta contro l’ingiustizia, la disuguaglianza, il razzismo. Si dimentica che per le autorità sudafricane, ossia per i bianchi sudafricani, Mandela era un terrorista. Israele forse non è il Sud Africa di allora (o peggio?), ma quanti Nelson Mandela ci sono nelle sue prigioni?

Mentre sediamo a guardare i partecipanti all’Eurovision schiamazzare quelle che chiamano canzoni, quante persone in Iran sono state arrestate, imprigionate forse anche giustiziate? Mentre ascoltiamo, quasi con le lacrime agli occhi, la commovente difesa di Toti da parte di Crosetto, quanti uomini, donne e bambini, non solo a Gaza o nello Yemen, sono uccisi o mutilati dalle armi, munizioni e mine fornite dall’Italia? L’attualità assomiglia ad un insieme di universi paralleli, disposti uno accanto all’altro senza mai che s’incontrino. E quando ciò accade, l’intrusione di un mondo in un altro non può che essere violenta e traumatica.

Ormai è diventato un truismo che ogni evento apparentemente banale della nostra vita è collegato da un filo invisibile a un altro che accade a centinaia o migliaia di chilometri di distanza. Non dico questo per demoralizzarvi e farvi sentire in colpa. Abbiamo tutto il diritto di lamentarci di avere il colesterolo alto mentre altrove dei bambini soffrono la fame o sono devastati dal colera. Lamentarsi di tutto e di tutti è un diritto fondamentale che dovrebbe essere sancito dalla Costituzione. Ma l’ignoranza, l’indifferenza e l’oblio, no.

martedì 14 maggio 2024

Il ruolo di Stalin nella creazione di Israele

 

Oggi ricorre l’anniversario della proclamazione dello Stato d’Israele.

Poco prima di mezzogiorno del 14 maggio 1947, Andrei Gromyko, rappresentante permanente dell’Unione Sovietica presso le Nazioni Unite, salì sul palco della Sala dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a Flushing Meadows, nel Queens.

Gromyko disse che il popolo ebraico era stato sottoposto a “dolore e sofferenza indescrivibili. È difficile esprimerli in aride statistiche”. E ora “centinaia di migliaia di ebrei vagano in vari Paesi d’Europa”, molti dei quali nei campi per sfollati dove “continuano ancora a subire grandi privazioni. [...] È giunto il momento di aiutare queste persone, non con le parole, ma con i fatti. [...] Questo è un dovere delle Nazioni Unite”.

L’Unione Sovietica, disse ancora Gromyko, preferirebbe un “unico stato arabo-ebraico con uguali diritti per ebrei e arabi”, tuttavia se la commissione delle Nazioni Unite riteneva che ciò fosse “impossibile da attuare, in considerazione del deterioramento delle relazioni tra ebrei e arabi”, c’era un’alternativa “giustificabile”: “la spartizione della Palestina in due singoli stati indipendenti, uno ebraico e uno arabo”.

Per i due anni successivi, l’Unione Sovietica si dimostrò la più ferma grande potenza sostenitrice dello Stato ebraico in formazione e poi di Israele.

È poco noto, ma non solo l’Unione Sovietica sotto Stalin votò per la spartizione della Palestina, riconoscendo anche Israele (il primo Stato a farlo de jure, tre giorni dopo l’indipendenza, dunque il 17 maggio 1948) ma si era espressa a favore di uno Stato ebraico ben prima degli Stati Uniti.

Truman aveva sì riconosciuto immediatamente Israele (de facto ma non de jure), ma aveva già imposto un embargo sulle armi in Medio Oriente, costringendo Israele a cercare armi altrove (*).

Infatti, gli Stati Uniti votarono a favore della spartizione nel novembre 1947, ma nel marzo successivo dichiararono la spartizione impossibile da attuare e proposero al suo posto un’amministrazione fiduciaria “temporanea” dell’ONU (**). Alla vigilia del ritiro ufficiale della Gran Bretagna da Israele, nel maggio successivo, il massimo diplomatico americano stava ancora mettendo in guardia i leader israeliani dal dichiarare l’indipendenza.

L’Urss aveva mantenuto il suo sostegno sia prima che dopo il voto all’ONU, e aveva indirettamente assicurato che il neonato Stato avrebbe avuto il materiale bellico di cui aveva disperatamente bisogno per difendersi. Secondo Abba Eban, il primo ambasciatore israeliano all’ONU, senza il voto sovietico a favore della spartizione (insieme ai voti di Bielorussia, Ucraina, Polonia e Cecoslovacchia, mentre la Jugoslavia si astenne), e senza le armi fornite dal blocco sovietico, “non ce l’avremmo fatta, né a livello diplomatico né a livello militare”.

Stalin aveva due obiettivi, il primo dei quali si è in parte realizzato: senza cambiare la sua posizione ufficiale antisionista, dalla fine del 1944 fino al 1948 e anche dopo, adottò una politica estera filosionista, apparentemente credendo che il nuovo paese sarebbe stato socialista e avrebbe accelerato il declino dell’influenza britannica in Medio Oriente. Inoltre sperava che Israele, con una forte leadership socialista, potesse diventare un alleato dell’Unione Sovietica. Anche se ciò non è accaduto quando il Partito unificato degli operai non ottenne buoni risultati alle prime elezioni, Israele si è rifiutato di inviare un distaccamento militare a combattere a fianco degli Stati Uniti nella guerra di Corea. Nel 1950 Golda Meir dichiarò Israele neutrale nella Guerra Fredda.

Primo Maggio a Tel Aviv

Oggi la faccenda può apparirci poco verosimile, ma essa va inquadrata nella lotta per la supremazia mondiale e se guardiamo ai fatti di Suez (1956), ossia all’occupazione anglo- francese, troviamo conferma del sostanziale accordo tra Urss e Usa nello stoppare le mire di Londra e Parigi. Se in Medioriente non vi fosse il Canale e al posto del petrolio si producessero datteri, le cose, ieri come oggi, sarebbero molto diverse.

Ad ogni modo, il sionismo aveva altri obiettivi. Lo Stato di Israele, alimentato dall’imperialismo americano a cui è legato a filo doppio e di cui rappresenta la fortezza di controllo in Medioriente, con la sua politica coloniale (occupazione dei territori e installazione dei propri coloni: si chiamano così) e razzista (l’apartheid), ha distrutto il tessuto sociale ed economico della Palestina araba (varrebbe la pena, per esempio, raccontare la storia del “sindacato” sionista, l’Histadrut, che boicottò i lavoratori palestinesi, ecc.) e ha espulso dalla sua terra (già prima e dopo il 1948: vedi alla voce Nakba) la maggior parte della popolazione autoctona. Questo è un fatto storico che non si può negare.

Dagli anni Cinquanta in poi, l’Unione Sovietica fece tutto il possibile per cancellare il fatto del sostegno sovietico alla creazione di Israele dalla storia ufficiale e dalla memoria araba. Sia negli Stati Uniti che in Israele, avvenne un processo uguale e contrario, cancellando dalla memoria l’incostanza del sostegno americano alla creazione di Israele.

(*) All’inizio del 1948, l’Unione Sovietica, pur non inviando mezzi propri, accettò gli accordi cruciali sugli armamenti tra Cecoslovacchia e Israele, assicurando a quest’ultimo un vantaggio nella battaglia già in corso con gli arabi palestinesi, permettendo all’Haganah di passare all’offensiva in vista dell’indipendenza (“Piano Dalet”). “Hanno salvato il Paese, su questo non ho dubbi”, avrebbe detto Ben-Gurion vent’anni dopo. “L’accordo sulle armi ceco è stato di grande aiuto, ci ha salvato e senza di esso dubito fortemente che saremmo riusciti a sopravvivere al primo mese”. Golda Meir, nelle sue memorie, scrisse allo stesso modo che senza le armi del blocco orientale, “non so se avremmo potuto resistere fino a quando la marea non cambiò, come avvenne nel giugno 1948”. Nell’ottobre 1948, Moshe Sharett, riferì al governo israeliano che “il blocco orientale ci sostiene fermamente [...]. Nel Consiglio di Sicurezza i russi operano non solo come nostri alleati, ma come nostri emissari”. Abba Eban osservò che in questi “due o tre anni”, i sovietici “sono stati più costanti nella loro assertività a sostegno di Israele rispetto anche agli Stati Uniti. Non ci sono stati vacillamenti, nessuna esitazione”.

(**) Nel marzo 1948, mentre gli Stati Uniti si ritiravano dall’idea della spartizione, l’Unione Sovietica si schierò fermamente a suo favore e attaccò la proposta americana alternativa di un’amministrazione fiduciaria dell’ONU. Il 20 aprile, mentre il tempo scadeva sul mandato britannico, Gromyko denunciò l’amministrazione fiduciaria come un’idea che avrebbe posto la Palestina “in uno stato di virtuale schiavitù coloniale”.

lunedì 13 maggio 2024

Al gusto di Fabbrini

 

Centodieci anni dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale e 85 anni dopo quello della Seconda guerra mondiale, stiamo assistendo all’espansione di una terza guerra mondiale che è già iniziata e minaccia di degenerare in un conflitto diretto tra potenze e dunque in un potenziale conflitto nucleare.

Dalla storia non vogliamo imparare nulla. Quando Napoleone mise piede a Mosca, i russi incendiarono la città. È necessario leggere la cronaca dei testimoni di quell’episodio per comprendere la determinazione dei russi e il grave rischio che corsero le truppe napoleoniche e il dittatore stesso, che si salvò per caso e mezzo bruciacchiato.

Centoventinove anni dopo, l’assedio germanico a Leningrado durò 2 anni e 5 mesi, dall’8 settembre 1941 al 27 gennaio 1944. La città non cedette. Si arrivò a nutrirsi del grasso lubrificante. Le vittime civili furono più di 600.000, l’Armata Rossa perse 1.017.881 uomini morti, catturati o dispersi e 2.418.185 feriti o ammalati.

Quanto accadde a Stalingrado è abbastanza noto. Complessivamente le perdite tedesche in Russia si stimano in non meno di 6,5 milioni. Senza il tritacarne russo qualunque ipotesi di successo degli alleati in Europa è da escludere. Gli Stati Uniti, nel 1945, si sarebbero risolti all’impiego delle armi nucleari, così come accadde effettivamente per il Giappone.

In generale, le vittorie sul campo con armi convenzionali appartengono a un’altra epoca, che ha avuto termine per l’appunto nel 1945.

Dalla fine della scorsa settimana, unità dell’esercito russo hanno attaccato da nord verso sud in Ucraina, conquistando le aree a nord di Kharkov, la seconda città più grande dell’Ucraina (fu la prima capitale dell’Ucraina sovietica). La città e la sua oblast’ fanno parte della zona geografica del paese a maggioranza russofona. Secondo una statistica ufficiale ucraina, nel 2001 circa il 66% dei residenti urbani parlava esclusivamente il russo.

È ormai evidente che si tratta di un’offensiva significativa, che minaccia di smantellare l’intera linea del fronte dell’esercito ucraino e di provocare un disastro per il regime fantoccio a Kiev, dove si susseguono, secondo fonti interne, i tentativi di eliminare Zelenskyj.

L’esercito ucraino sta attualmente dirottando forze da altre parti del fronte per rinforzare le unità che difendono i caposaldi settentrionali di Kharkov. Zelenskyj invita i suoi padrini americani ed europei ad inviare altre armi, ma in realtà è a corto di truppe. Se cade Karkov si apre la strada per Poltava e dunque per il bacino del Dnepr, a mio avviso il vero obiettivo strategico russo. Tuttavia, l’attacco a nord di Kharkov potrebbe avere lo scopo di difendere la vicina città russa di Belgorod dai lanci ucraini, mentre il vero massiccio attacco russo potrebbe venire da est (Chasiv Yar e Krasnohorivka) e da sud verso il Dnepr.

Staremo a vedere. Ciò che già oggi è un fatto, riguarda la situazione delle forze ucraine, che da sole non possono più reggere lo sforzo bellico, quali che siano i rifornimenti in armi ed equipaggiamenti, quali che siano i colpi ad effetto. Per intavolare serie trattative con i russi è necessario porre Zelenskyj fuori scena, ormai un personaggio ingombrante anche per la Nato. Se però a prevalere sarà l’ala dei falchi (non solo sul tipo di Macron, ma sul tipo di chi comanda davvero negli Usa), è inevitabile un’escalation con l’invio di truppe in Ucraina. Sarà necessario innescare un nuovo caso “Tonchino”, ma su questo fronte la propaganda occidentale può contare su un fronte unitario dei grandi media. In tal caso si aprirebbe uno scenario del tutto nuovo.

P.S.: il solito Sergio Fabbrini, sul 24ore di ieri, scrive, a riguardo dei leader che rimangono “consistenti nel pericolo”, un elogio a: «Joe Biden, presidente degli Stati Uniti, la cui decisione di schierarsi con gli ucraini rilanciando il ruolo della Nato ha consentito di preservare il confine politico tra l’Europa e la Russia di Putin». Ciò significa non solo fingere di non aver capito un cazzo della reale strategia americana, ma anche ficcare la lingua nel buco del culo di Biden e dire che sa di vaniglia.