giovedì 18 aprile 2024

Il formicaio umano

 

Uno dei Leitmotiv che accompagnano il trionfalismo ideologico neoliberista riguarda le migliori condizioni di vita raggiunte da gran parte della popolazione mondiale negli ultimi decenni. Cosa sostanzialmente vera, ma che non va accolta con troppo positivo semplicismo.

Se guardiamo il grafico del PIL relativo ai Paesi dell’Ocse, esso si presenta da decenni tendenzialmente in calo. Viceversa, il grafico che riguarda il PIL mondiale mostra tutt’altro. Ovvio che nei Paesi a più antica industrializzazione, dove le infrastrutture sono state in gran parte realizzate, dove la popolazione gode già mediamente di uno standard di vita migliore e dove le produzioni vengono delocalizzate, il tasso di crescita risulti molto meno accentuato che nei Paesi in via di sviluppo.

Tuttavia lo sviluppo non può essere ridotto alla crescita del PIL pro capite; la sua misurazione richiede un’ampia gamma di indicatori. Il PIL pro capite e i risultati in termini di benessere non sono sempre collegati. La misura in cui la crescita del PIL si traduce in progressi nel benessere varia in modo significativo. In alcuni casi, non ha nemmeno alcun impatto in questo senso.

Esempio, la Cina. Ha ridotto la povertà estrema della sua popolazione, riducendola dal 67% al 2% tra il 1990 e il 2013, ovvero da 755 milioni a 25 milioni di individui. Anche il numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà estrema al di fuori della Cina è stato ridotto di 337 milioni tra il 1990 e il 2013, nonostante la rapida crescita della popolazione (dati della Banca Mondiale 2018).

Tuttavia, questi grandi progressi economici degli ultimi due decenni e la continua crescita di alcuni dei paesi più poveri del pianeta non sono sufficienti per superare la povertà estrema. In Africa, ad esempio, sebbene la popolazione in condizioni di povertà estrema sia diminuita in termini relativi (dal 56% nel 1990 al 43% nel 2012), è aumentata significativamente in termini assoluti durante questo periodo, sotto l’effetto della rapida crescita demografica del continente (dati 2016).

Secondo il World Poverty Clock (WPC), circa 630 milioni di persone vivevano ancora al di sotto della soglia di povertà estrema di 1,90 dollari al giorno. Più di un terzo di essi è concentrato in tre paesi: Repubblica Democratica del Congo, India e Nigeria. Nonostante una crescita del PIL superiore alla media globale del 3% tra il 2010 e il 2017 in diversi paesi in via di sviluppo, si prevede che il numero di poveri aumenterà ulteriormente in 15 paesi entro il 2030, anno target degli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Inoltre, in 12 paesi, più della metà della popolazione vive in condizioni di estrema povertà.

La povertà non è l’unico fattore da considerare; la distribuzione dei benefici della crescita all’interno dei paesi gioca un ruolo altrettanto importante. La disuguaglianza di reddito è aumentata in paesi come Cina e India, nonostante la crescita del PIL. Il peggioramento della disuguaglianza, come è ormai noto a tutti, riguarda anche le economie più sviluppate, dove sono i più ricchi, ma non i poveri, a diventare più ricchi (*).

Dunque se è vero che in generale che la crescita economica ha un ruolo nella riduzione della povertà monetaria estrema, non meno vero è il fatto che in tutto il pianeta la forbice tra ricchi e poveri si sta divaricando sempre di più. Questo è anche un motivo per non classificare i paesi in base al loro reddito, che non è un buon indicatore del livello di disuguaglianza.

Non si osserva alcuna stretta correlazione tra il reddito nazionale lordo pro capite e il coefficiente Gini dei paesi, un indicatore standard della disuguaglianza di reddito. Non sorprende che il 13% dei paesi ad alto reddito presenti livelli di disuguaglianza che potrebbero essere riscontrati nelle economie a basso reddito. Inoltre, quasi la metà dei paesi a reddito medio presentano livelli elevati di disuguaglianza (con un coefficiente di Gini superiore a 0,4), tanto che diversi paesi che sono passati al gruppo a reddito medio negli ultimi decenni hanno registrato una crescita accompagnata da un aumento significativo della disuguaglianza.

Quando ci concentriamo sul benessere degli individui in una società, PIL e PIL pro capite sono concetti fuorvianti, senza perciò negare una correlazione trasversale tra PIL pro capite e indicatori di benessere, che però sono solo una parte dell’equazione (vedi l’aspettativa di vita). Ad esempio, il PIL pro capite non può essere confuso con il reddito, il calcolo del PIL include il reddito dei non residenti, in particolare delle società multinazionali che, come sappiamo, i loro profitti li fanno “viaggiare” come vogliono.

Il modo di produzione capitalistico, qualunque idea si possa avere di esso e in qualsiasi modo lo si voglia chiamare, ha le sue inderogabili leggi. Tra esse, quelle della concentrazione e centralizzazione dei capitali, ma la più importante resta quella dell’accumulazione. E questa legge riguarda lo sfruttamento senza risparmio delle risorse naturali e la spremitura fino all’ultima goccia di sudore e sangue dei suoi schiavi. Che lo sviluppo della produttività del lavoro per mezzo della tecnologia possa comportare un aumento del benessere generale non rientra necessariamente tra gli obiettivi dei padroni e degli azionisti, i quali vedono nel formicaio umano solo dei produttori e poi degli acquirenti delle loro merci.

(*) In Cina, il benessere non ha mostrato quasi alcun progresso prima del 1940, ma la presa del potere da parte dei maoisti nel 1949 ha cambiato la situazione. Nel 1958, la Cina lanciò la politica del “Grande Balzo in avanti”, un vasto programma economico e sociale che ebbe termine nel 1962 con risultati disastrosi. In seguito l’aspettativa di vita cominciò ad aumentare drasticamente (da 33,7 anni negli anni ’30 a 65,4 anni negli anni ’70). Da allora l’incremento ha subito un rallentamento, raggiungendo i 73,9 anni nel 2000. Il livello di istruzione è il secondo fattore nel rapido progresso del benessere in Cina. Ciò si spiega con i massicci investimenti statali nell’istruzione e con l’importanza delle spese sostenute dai genitori cinesi per l’istruzione dei propri figli. Introdotta nel 1979, la politica del figlio unico è stata forse lo strumento più efficace per rafforzare gli investimenti familiari nell’istruzione.

mercoledì 17 aprile 2024

Fiutiamo il mondo che viene

 

Cerchiamo un evento nell’attualità italiana il cui interesse possa competere con quello che sta accadendo in Ucraina, Gaza, Iran o nel Mar Cinese. Possiamo intraprendere un esercizio, quello di consultare il sito del New York Times e vedere come questo giornale parla dell’Italia. Vai alla pagina “Mondo” poi clicca su “Europa” e scorri i titoli per trovare un articolo sul nostro Paese. Di che cosa parla? “L’opera della Scala sceglie un italiano come prossimo leader”.

Altrimenti di che cosa parlano i giornali, non solo quelli anglosassoni, relativamente all’Italia? Quando non parlano di mafia così come si parla di un film di Scorsese, scrivono di vacanze, design e di cibo. In genere articoli noiosi come la pioggia. L’Italia conta sul turismo, sulla cultura e sulle feste paesane, ma per essere rispettata sulla scena internazionale, o almeno su quella europea, ci vuole altro.

Sia chiaro, quello dei media stranieri è un gioco facile, perché possiamo fare lo stesso con tutti i paesi del mondo. Il Regno Unito, con la sua famiglia reale degenerata, ci sollazza, e il suo comunitarismo perfettamente idiota è solo presunto. Quanto agli statunitensi, invischiati nei loro problemi etnici e razziali, con gli insegnati che si recano a scuola armati, vivono sempre più in un ospedale psichiatrico a cielo aperto.

Quanto alla politica, nel suo ordinario è uguale dappertutto, assomiglia a un brutto gioco di ruolo, seguita in tv da fanatici della poltrona, sempre più a destra. Della brava gente che è cresciuta e invecchiata con Berlusconi e Renzi, ma anche con tutti gli altri della compagnia che c’erano prima o son venuti dopo.

In definitiva, le notizie dall’Italia, dal resto d’Europa e dagli Stati Uniti non sono negative. Le borse anche oggi sono positive e Milano è “tonica grazie alle banche”. Fiutiamo il mondo che viene: che cosa mai potrebbe andare storto mentre la nave mondiale si dirige dritta verso l’iceberg di fuoco e sangue? Ma pensa al dramma di quei vicini di casa con due gatti identici!


martedì 16 aprile 2024

Una violenza strutturale

 

La più grande rapina di sempre. A confronto lo scandalo della Banca romana (1892) e poi la cosiddetta Tangentopoli (1992) sono degli episodi di microcriminalità. Si può dire che Tangentopoli abbia favorito, almeno sul piano ideologico, la grande rapina, tutt’ora in corso, e che consiste nel saccheggio del patrimonio pubblico in nome di una razionalità identificata con la razionalità del profitto privato.

I nomi dei principali protagonisti politici di questa rapina si conoscono, ma non sono mai stati indagati e manco ancora perseguiti. Il ruolo dei grandi media è stato e continua ad essere essenziale nell’intossicare l’opinione pubblica, omettendo la realtà del programma di distruzione delle strutture pubbliche, secondo una logica strettamente economica, basata sulla concorrenza e apportatrice di efficienza, contro la logica sociale soggetta alla regola dell’equità (*).

Si tratta di un programma politico di azione, conforme alla descrizione “teorica”, che mira a creare le condizioni per la realizzazione dell’utopia neoliberista di un mercato puro. Una ideologia forte e difficile da combattere perché ha dalla sua parte tutte le forze di un mondo di potere e di interessate relazioni (azionisti, operatori finanziari, industriali), che orienta le scelte economiche, che deregolamenta la sfera finanziaria e garantisce una mobilità dei capitali senza precedenti.

Le stesse aziende sono poste sotto la minaccia permanente del fallimento se non si adattano sempre più rapidamente alle richieste del “mercato”. Perdere “la fiducia dei mercati “ è, allo stesso tempo, perdere il sostegno degli azionisti che, ansiosi di ottenere redditività a breve termine, impongono la propria volontà in termini di impiego, salario e (mancate) tutele della forza-lavoro.

Si instaura così il regno assoluto della flessibilità, con assunzioni con contratti a tempo determinato o interinali, quindi nelle tecniche di assoggettamento razionale della forza- lavoro a tutti i livelli aziendali: concorrenza tra filiali, tra team, tra individui, attraverso la fissazione di obiettivi legati alla retribuzione; colloqui di valutazione individuali, carriere individualizzate, valutazione permanente, incrementi retributivi personalizzati o concessione di premi basati sulle competenze e sul merito individuale; strategie di “responsabilità” tendenti a garantire l’autosfruttamento sia di alcuni dirigenti, ritenuti responsabili delle vendite, dei prodotti, della filiale, del negozio, sia ovviamente dei semplici dipendenti sottoposti a forte dipendenza gerarchica, a forme di “autocontrollo” e di “coinvolgimento” aziendale secondo tecniche di “gestione partecipativa ”.

Marx l’aveva messo in chiaro: si sviluppa una classe lavoratrice che per educazione, tradizione, abitudine, riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di questo modo di produzione, che altro non è che l’istituzione pratica di un mondo darwiniano della lotta di tutti contro tutti, a tutti i livelli della gerarchia.

Un sistema basato sull’insicurezza, la sofferenza e lo stress, che fungono da molla per l’adesione al compito e all’impresa. Questa strategia non potrebbe certamente riuscire in modo così efficace se non trovasse la complicità di tutti i livelli della gerarchia, ovviamente anche ai livelli più alti, in particolare tra i dirigenti di un esercito di riserva di lavoro docile alla precarietà e alla minaccia permanente di disoccupazione.

Il fondamento ultimo di tutto questo ordine economico posto sotto il segno illusorio della libertà, è la violenza della minaccia di licenziamento e della perdita dei mezzi di sostentamento che essa implica. Dunque, la violenza strutturale di quelli che chiamiamo contratti di lavoro, ossia una pletora di contratti senza reali tutele che possono togliere in qualsiasi momento ogni garanzia temporale.

Per uscire da questo sistema infernale, dai giochi matematici di questi cinici dogmatici, da questa violenza strutturale che si accumula e ci sovrasta, la strada delle riforme politiche si rivela impraticabile. I partiti politici, anche quelli apparentemente più critici, che non santificano il potere dei mercati in nome dell’efficienza economica, propugnano un patriottismo vago e autarchico, fuori dal tempo e screditato in anticipo, che non tiene conto dei rapporti di forza internazionali e delle leggi naturali dell’economia capitalistica, della quale a ogni modo non hanno intenzione di mettere in discussione i fondamenti: a loro volta il capitalismo vogliono riformarlo!

(*) Un esempio attuale è dato dalla fine delle cosiddette “tutele” per quanto riguarda le forniture di energia, non solo quella domestica. Famiglie e aziende si trovano a pagare bollette tra le più care – se non le più care in assoluto – in Europa. E da chi siamo costretti? Da “fornitori” che in realtà si accontentano di comprare dall’Enel e dall’Eni, ossia speculatori sui “mercati all’ingrosso” degli elettroni e del gas. Miliardi di utili che vanno nelle tasche dei più ricchi, di coloro che viaggiano con costosissimi fuoristrada mentre le loro domestiche pagano sempre più cara le bollette del gas e della luce. Bisognava essere stupidi per non capire il gioco di questi “cartelli” dell’energia. Ma ancora milioni di stupidi andranno a votare e attenderanno l’esito del voto davanti agli schermi televisivi in una suspense insopportabile.

lunedì 15 aprile 2024

A bassa voce

 

Sul Sole 24ore di ieri, a tutta p. 11 con richiamo in prima, si può leggere un reportage da Mosca della simpatica (davvero!) Antonella Scott. La quale ci regala uno scoop: «In sintesi, [in Russia] c’è chi vive meglio e chi vive peggio». Chi l’avrebbe mai sospettata una cosa del genere senza averci messo piede?

Per chi viene dal mondo “ostile”, «sulle prime fa caso ai segni più evidenti del cambiamento iniziato due anni fa: l’assenza di turisti americani ed europei, l’inutilità delle propria carta di credit». Insomma, scopre che l’Occidente è in guerra con la Russia.

«I turisti sono diminuiti, ma ci sono. Cinesi, indiani, sudamericani, kazaki, ora anche iraniani. [...] Vengono invece dalla provincia i gruppetti di signore raccolte attorno a una guida, o le famiglie con bambini [...]».

Ma come se la passa la gente locale dopo due anni di embargo e di guerra? Scrive Antonella: «Una frase ricorre molto spesso nelle conversazioni avute a Mosca, dove ormai per prudenza si abbassa comunque la voce: “Non sono mai stati così bene”».

Eh, non sono mai stati così bene, però lo dicono a bassa voce: il nemico li ascolta. Il merito, scrive Antonella, lo danno a Putin: il despota che non li lascia votare liberamente, come invece accade da noi, nel mondo libero.

Mi chiedo, ma se stanno così bene, perché i ricchi russi vogliono venire tutti in occidente? Perché non si godono i loro yacht nelle fresche acque del Baltico, perché attraccare a Malta o Portofino quando hai a disposizione Sachalin? Perché comprarsi una villa tra le tetre colline toscane invece di farsene una nella amena taiga russa?

Antonella queste domande non se le pone, non almeno nel suo reportage: «”Gran parte del consenso per il presidente si gioca sul tenore di vita”, conferma un osservatore occidentale, spiegando come non sia corretto parlare per la Russia di “economia di guerra”. [...] un’economia di guerra è quella di un Paese completamente isolato, in cui smetti di produrre tazzine e fai solo fucili».

E perché no? La risposta c’è: «Putin non potrebbe permetterselo: scardinare interessi consolidati e produzioni civili sarebbe ormai troppo complicato». Altrimenti sarebbero solo cannoni e niente burro. E invece, prende atto Antonella, si è raggiunta «Una maggiore “giustizia sociale” [chissà perché lo mette tra virgolette] che porta a compimento solo ora la stabilizzazione dell’economia avviata da Putin nel lontano 2000».

Forse Antonella non ricorda a quale grado di sottosviluppo e di anarchia era caduta la Russia negli anni Novanta. Tuttavia riporta la voce di Denis Volkov, sociologo del Centro indipendente Levada, che ha scritto un articolo per Forbes: «indicizzazione dei salari e pensioni, sussidi sociali, pagamenti ai militari e alle loro famiglie, commesse alle imprese del comparto militare. Misure cruciali per le fasce più povere della popolazione [...] mentre le classi un tempo “privilegiate”, più vicine al tenore di vita occidentale e ora colpite da sanzioni, vengono lasciate a sé stesse».

Forse quell’87% dei voti andati al bieco dittatore, quel Putin nipote – dicono – del cuoco di Lenin e Stalin, dipende anche da questa politica economica demagogica? «Valkov aggiunge che per la prima volta dagli anni 90 i sondaggi registrano la percezione di un miglioramento della propria posizione finanziaria, e un netto calo in due anni – dal 45 al 25% – di chi ritiene che il benessere materiale in Russia non sia distribuito in modo equo».

Chissà quali sarebbero le percentuali in Italia rispondendo alla stessa domanda.

giovedì 11 aprile 2024

Il pendolo di Clausewitz

 

Nuove e imponenti spese per armamenti ed eserciti. Qualcuno le giustifica dicendo che il pendolo si è spostato dal “dividendo della pace” al debito di guerra. Vero, ma perché?

Putin il cattivo, il mostro? Possiamo negare che gli hanno portato la Nato sull’uscio di casa, sabotato in ogni modo il gasdotto Nord stream2, fomentato l’Est Europa contro ... Oppure la Cina? Gli Stati Uniti riconoscevano una sola Cina, ora di fatto non più. Sanno bene che Taiwan è cinese quanto lo sono l’Elba o le Egadi per l’Italia, le Baleari per la Spagna, le Òrcadi per la Scozia, eccetera.

A proprio fondamento la guerra ha sempre gli stessi motivi: la competizione economica e geostrategica. Una guerra che non potrà essere solo convenzionale, sia pure ad “alta intensità”, come pronostica (e auspica) Joseph Borrel. No, di convenzionale non c’è più nulla a questo mondo, a parte l’idiozia.

La stabilità strategica in Europa, ha affermato il vice segretario di Stato americano Kurt Campbell, è “la nostra missione più importante, storicamente”. Non è vero: la missione più importante degli Stati Uniti, storicamente dopo l’Inghilterra, è stata quella di dividere l’Europa, nello specifico storico dividerla dalla Russia.

È lo stesso Campbell che minaccia la Cina per le sue relazioni con Mosca, perché ciò è “antitetico agli interessi” americani. Washington vede solo i propri interessi e nega quelli degli altri. Se non fosse drammatico sarebbe comico. Cambell ha chiesto di includere il Giappone nell’alleanza Australia-Regno Unito-Stati Uniti (AUKUS), poiché ciò potrebbe essere la chiave per vincere una guerra con la Cina su Taiwan.

Vogliono aumentare le spese militari perché le tensioni stanno andando fuori controllo, e al fondo c’è il fatto che la Cina è un’economia da 17,5 trilioni di dollari che è il più grande o il secondo partner commerciale per la maggior parte delle principali economie del mondo. L’88% del commercio mondiale e il 60% dei depositi bancari sono denominati in dollari statunitensi, anche se nel 2022 gli Stati Uniti rappresentavano solo il 15% della produzione economica globale e l’8% delle esportazioni globali. Dunque una delle prossime mosse di Washington sarà quella di bloccare l’accesso cinese al dollaro statunitense. La classica goccia che farà traboccare il vaso.

Quanto ai casi nostri, Washington, Parigi, Londra e Berlino non vogliono perdere la faccia in Ucraina, checché ne dica Trump. È ovvio che, al momento opportuno, avranno bisogno di un “incidente”, di un casus belli. Il resto lo faranno, come sempre, i media. Dopotutto nessuno ci punta una pistola alla tempia per costringerci a comprare un prodotto di cui non abbiamo bisogno. Ma questo è un grosso errore crederlo.

Non solo funziona statisticamente, ma esiste un’enorme asimmetria tra i mezzi e le conoscenze delle agenzie pubblicitarie riguardo al funzionamento del cervello umano e la nostra ignoranza sulle tecniche di manipolazione e sui meccanismi universali del pensiero e del comportamento umano (nel 2002, lo psicologo ed economista israelo-americano Daniel Kahneman ha ricevuto il premio Nobel per l’economia per aver confutato l’idea che gli individui facciano scelte razionali per il proprio bene). Ciò che vale per il marketing, vale per la politica, la guerra e tutto il resto.

Non serve innestarci nessun chip sottopelle. La risonanza magnetica funzionale (MFRI) ha reso possibile misurare con precisione il flusso sanguigno a diverse aree del cervello. La Sony, per esempio, ha effettuato una campagna di misurazione dell’imaging cerebrale per progettare un nuovo modello di newsletter, in grado di raddoppiare la percentuale di clic da un giorno all’altro. I cosiddetti esperimenti di “eye-tracking” consistono nel seguire il percorso inconscio dello sguardo sottoposto a stimoli, permettono di analizzarne l’efficacia leggendo annunci pubblicitari in una metropolitana o su un sito web.

È sufficiente guardare le immagini e soprattutto ascoltare il sonoro del discorso di Mussolini il 10 giugno 1940 per farsi un’idea del grado di manipolazione delle masse. E da allora ne sono successe di cose. Il Covid-19 è stata l’occasione per studiare ancora meglio gli effetti delle tecniche di persuasione basate sul sentimento di paura, è stato un banco di prova gigantesco di cui non sono pubblici i risultati. Semplicemente non se ne parla più, quel fenomeno è stato rimosso nell’opinione pubblica ed il resto è diventato segreto di Stato.

La guerra psicologica per mobilitare l’opinione pubblica verso determinati obiettivi ha oggi assunto una nuova forma legata al progresso tecnologico. Le operazioni psicologiche o psyops sono fatto quotidiano. Si chiama guerra preventiva. Non si tratta più di giustificare la punizione di chi detiene la “pistola fumante”, cioè l’arma del delitto appena commesso. È necessario giustificare la punizione di un potenziale criminale che intende acquisire una pistola.

Stesso discorso quando si vuole anestetizzare l’opinione pubblica, per esempio per garantire che l’opinione pubblica non disapprovi le azioni intraprese contro il nemico: si dice che si sta facendo un’indagine su quanto accaduto, facendo le più variegate ipotesi ma in realtà ben sapendo che cosa è effettivamente accaduto. Ciò per evitare una simpatia istintiva per le vittime dei bombardamenti. Dopo un paio di settimane, semmai si presentano delle scuse formali per l’“errore” o il “danno collaterale”, ma ormai ciò che è accaduto non interessa quasi più a nessuno.

Durante la guerra contro la Serbia, la dottrina della Nato, volta a generare la massima frustrazione tra la popolazione civile, prevedeva bombardamenti aerei strategici che distrussero soprattutto le installazioni civili e industriali, lasciando intatta la maggior parte del potenziale militare.

La Nato ha deliberatamente cercato l’effetto Dresda, cioè l’esaurimento morale di un popolo che vede bombardati i suoi edifici, i suoi ponti, i suoi ospedali, le sue centrali elettriche, le sue fabbriche, le sue centrali telefoniche, la sua televisione. Se ti svegli la mattina e in casa tua non c’è elettricità, né gas, il ponte che prendi per andare al lavoro è distrutto, inizierai a chiederti: “Ehi, cosa significa? Per quanto tempo dovrò sopportare tutto questo?”.

L’effetto Dresda: è la stessa cosa che hanno fatto gli ucraini nel Donbass e che ora stanno facendo i russi in Ucraina. Ciò che non ci viene raccontato o che filtra appena, è che la popolazione civile è disperata per la rovina del Paese e i militari scoraggiati dalla supremazia delle forze russe, nonché dalle diserzioni.

Un aneddoto: un aereo C 130 Hercules, denominato Commando Solo, era equipaggiato con una stazione che trasmetteva programmi radiofonici e televisivi in lingua serba. Questo studio volante trasmetteva giorno e notte alla Serbia immagini compatibili con il sistema televisivo jugoslavo e capaci di sostituire i programmi ufficiali. Quasi tutto ciò che sappiamo in Occidente di come è stata condotta quella guerra è falso o manipolato nell’essenziale. E ciò che vale per la Serbia vale per tutti gli altri conflitti.

Per quanto riguarda l’invasione irachena del Kuwait, nota è invece la vicenda dell’incubatrice: una giovane donna testimoniò di aver visto soldati iracheni irrompere in un ospedale del Kuwait e uccidere bambini prematuri nelle incubatrici. Questa testimonianza aveva commosso l’opinione pubblica internazionale ed è stata utilizzata per scopi di propaganda. Si trattava però di una falsa testimonianza e la giovane era la figlia dell’ambasciatore del Kuwait a Washington.

La propaganda di guerra americana si basa su una struttura complessa che opera in reti, civili e militari, pubbliche e private, ideologiche e industriali. Le agenzie federali, le agenzie di comunicazione private, la lobby militare-industriale, i gruppi di pressione, i think tank, l’industria dell’intrattenimento di Hollywood, agiscono in sinergia per influenzare l’opinione americana e straniera.

Naturalmente si tratta di reti estese anche nei Paesi occidentali (con propaggini in quelli ritenuti ostili), com’è constatabile semplicemente aprendo un giornale o accendendo un televisore. Ne siamo così assuefatti che si fa fatica ad accorgersene. La “metapropaganda” è l’arte di denunciare pubblicamente e ad alta voce la presunta propaganda del proprio avversario al fine di negare ogni credibilità alle sue dichiarazioni.

Le strutture di “influenza” militare fanno parte degli organi ufficiali di disinformazione. L’Office of Strategic Influence (OSI) era responsabile di “fornire dati potenzialmente falsi” ai leader mondiali, ai media e al pubblico. È stato formalmente rimosso nel 2002 per aver fatto sapere che era disposto a mentire al suo popolo e ai suoi alleati. Ma è stato subito sostituito dall’Office of Global Communication (OGC), responsabile della intossicazione informativa. Questo ufficio ha anche la missione di screditare qualsiasi informazione proveniente da un paese ostile, sistematicamente accusato di sviluppare un apparato per diffondere menzogne (Apparatus of Lies). Anche i gruppi complottisti sono favoriti, lo scopo è quello di creare ridondanza e confusione.

Quanto agli embarghi economici, l’Occidente è specialista: prendono in ostaggio un intero popolo e ne organizzano le carenze, privando i più indigenti di beni di prima necessità, come generi alimentari e medicinali. L’embargo contro l’Iraq ha causato più morti della bomba di Hiroshima, tenendo conto delle rispettive conseguenze mediche.

Il vero messaggio di questa campagna non è che il Big Mac sia “senza tempo”, ma che noi siamo sempre considerati gli idioti che gli inserzionisti abuseranno, manipoleranno e ridicolizzeranno spingendoci a seguire le loro orribili mode.

"La soluzione di tutta questa merda"

 

Il modo di produzione capitalistico ha cominciato a diventare dominante da un paio di secoli (un battito di ciglia nella storia del genere umano) ed è stato dato per spacciato più volte e ciò nonostante appare vivo e trionfante. Nonostante le sue ricorrenti crisi, alcune davvero devastanti, perché finora non è collassato? Marx, se fosse vissuto più a lungo, questa domanda se la sarebbe posta?

Marx non usa mai nei suoi scritti la parola “capitalismo”. Non nel Manifesto, né in Per la critica dell’economia politica, né nei tre libri de Il Capitale e nemmeno nella Critica al programma di Gotha, eccetera. Né mai si definirà “anticapitalista”. Fatto singolare, vero? Ma solo apparentemente.

Marx preferisce la locuzione “modo di produzione capitalistico”, specie quando fa riferimento alle sue “leggi”, che sono diventate tanto più “pure” quanto più il modo di produzione capitalistico si è sviluppato e quanto più completamente si è sbarazzato delle contaminazioni e complicazioni dei residui stadi economici precedenti [*].

Marx elaborò la parte fondamentale della sua critica dell’economia politica attorno agli anni Sessanta dell’Ottocento, e pubblicò la sua opera più importante nel 1867. Allora il capitalismo era solo all’inizio della sua massima espansione e sviluppo, come ci ricorda Hobsbawm. Negli anni seguenti Marx dovette occuparsi dell’Associazione internazionale dei lavoratori e in generale della lotta politica, quindi dei suoi ricorrenti malanni fisici e dei suoi affanni familiari.

Dunque, Marx non si occupò del “collasso” del capitalismo, non solo perché sopraggiunse prematura la sua morte nel 1883, ma perché del modo di produzione borghese aveva messo alla luce il suo principale arcano, le conseguenti tendenze e contraddizioni, e pertanto bastava. Non era un profeta, ma un uomo di scienza.

L’essenza del capitalismo si basa sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, e dunque il capitalismo dovrebbe tendere verso una sempre maggiore privatizzazione della produzione, con sempre più mercati e sempre meno intervento statale. Marx sosteneva che la privatizzazione di tutte le condizioni per la riproduzione del capitale rappresenti un grado più elevato del suo sviluppo: “La rinuncia ai lavori pubblici da parte dello Stato e il loro passaggio nell’ambito dei lavori intrapresi in proprio dal capitale, è un indice del grado in cui la comunità reale si è costituita sotto forma del capitale” (MEOC, XXIX, p. 464).

Lo sviluppo del capitalismo presuppone l’estensione dei campi di redditività, come l’investimento nei servizi sociali, dalla sanità all’istruzione, quindi in tutti i settori spesso attribuiti allo Stato: «Il capitale raggiunge il suo massimo sviluppo quando le condizioni generali del processo sociale di produzione vengono istituite non ricorrendo al prelievo del reddito sociale, alle imposte dello Stato [...] bensì al capitale in quanto capitale» (Ibid., pp. 465- 66) [**].

Queste cose Marx le scriveva nei Grundrisse negli anni Cinquanta. Quanto a “visione” non era secondo a nessuno. A sentire oggi le sue parole sembra uno degli strenui fautori dell’iper-liberismo, ma in realtà Marx delineava il processo storico del capitale nella sua determinazione ineluttabilmente più avanzata.

Socializzandosi, il capitale si trasforma qualitativamente. La competizione produce il suo opposto, la concentrazione. La tendenza principale nella storia del capitalismo andrebbe dalla libera concorrenza, dal mercato dei produttori privati al monopolio e infine al capitalismo di Stato, forma di transizione verso il socialismo. Si dirà: predomina oggi il capitale, specie nella sua forma finanziaria, non la “politica”, ossia lo Stato. Apparentemente: meno Stato e più mercato è solo una balla. Il controllo degli istituti statuali è fondamentale sia nel processo di accumulazione e sia nell’organizzazione sociale. Cina, Usa, Russia e non meno le monarchie del petrolio lo stanno mettendo in chiaro.

Lungi dal realizzare la sua essenza, il capitale la demolisce attualizzandola: «Questo significa la soppressione del modo di produzione capitalistico, nell’ambito del modo di produzione capitalistico, quindi è una contraddizione che si distrugge da sé stessa, che prima facie si presenta come un semplice momento di transizione verso una nuova forma di produzione. Essa si presenta poi come tale anche all’apparenza. In certe sfere stabilisce il monopolio e richiede quindi l’intervento dello Stato. Ricostituisce una nuova aristocrazia finanziaria, una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori che sono tali semplicemente di nome; tutto un sistema di frodi e di imbrogli che ha per oggetto la fondazione di società, l’emissione e il commercio di azioni. È produzione privata senza il controllo della proprietà privata» (Il Capitale, III, cap. 27).

Questa accozzaglia di titolari di funzioni è ormai estranea al funzionamento del capitale produttivo; nessuno è in senso stretto borghese, proprietario dei mezzi di produzione, ormai detenuti da grandi banche e società di investimento, persone giuridiche nel senso del diritto. Da tempo assistiamo, come Marx aveva intuito, a una nuova fase storica basata sulla subordinazione del capitale industriale a quello finanziario e al rafforzamento della sussunzione reale del lavoro da parte del management.

Noi vediamo chiaramente come il nesso sociale della produzione si impone esclusivamente come legge naturale onnipotente che si oppone non solo alla libera volontà dell’individuo, ma agli interessi della collettività nel suo insieme. Nella Cina odierna il capitalismo di Stato si coniuga efficacemente con il più sfrenato capitalismo privato. Lo schema della purezza impedisce la comprensione della storia del capitalismo, dell’alternanza di fasi di statizzazione e di “liberalizzazione”.

Lungi dall’essere un’anticamera del socialismo, il capitalismo di Stato fu fin dall’inizio un’alternativa interna a un capitalismo irriducibile alla proprietà privata dei mezzi di produzione. Oggi il capitalismo di Stato cinese “riformato”, assimila socializzazione e nazionalizzazione, in favore di una definizione statalista del socialismo (il rovesciamento consapevole e intenzionale del capitalismo di Stato nel socialismo è una cazzata), che l’ortodossia credeva potesse essere tratta da Marx (sic!), e che si rivelò falsa fin dall’inizio della rivoluzione russa (almeno in ciò Trotskij ebbe ragione).

Il capitale si realizza attraverso l’autodistruzione, perché entra in contraddizione con il suo stesso scopo, lo sviluppo delle forze produttive sia materiali che sociali: “Se il modo di produzione capitalistico è quindi un mezzo storico per lo sviluppo della forza produttiva materiale e la creazione di un corrispondente mercato mondiale, esso è al tempo stesso la contraddizione costante tra questo suo compito storico e i rapporti di produzione sociali che gli corrispondono» (ibid., cap. 15).

Tradendo la sua missione storica, il capitalismo si condanna alla morte. I limiti della valorizzazione «si trovano dunque continuamente in conflitto con i metodi di produzione a cui il capitale deve ricorrere per raggiungere il suo scopo e che perseguono l’accrescimento illimitato della produzione, la produzione come fine a sé stessa, lo sviluppo incondizionato delle forze produttive sociali del lavoro. Il mezzo – lo sviluppo incondizionato delle forze produttive sociali – viene permanentemente in conflitto con il fine ristretto, la valorizzazione del capitale esistente» (Ibid.).

Il modo di produzione capitalistico ha già sviluppato le sue contraddizioni, non è certo ancora nel suo stato più puro di innocenza verginale, e tutti i suoi antagonismi sono stati sviluppati. Il capitale può avere un futuro, ma non può avere un avvenire, non può che ripetere i suoi antagonismi aggravandoli: “La produzione capitalistica tende continuamente a superare questi limiti immanenti, ma riesce a superarli unicamente con dei mezzi che la pongono di fronte agli stessi limiti su scala nuova e più ampia» (ibid.; MEW, 25, p. 260).

Marx non ebbe occasione di vedere all’opera l’impiego dell’energia elettrica, senza la quale il capitalismo sarebbe rimasto un modo di produzione in embrione; tuttavia sapeva che non vi è alcun limite superiore all’espansione del processo di sviluppo, tra l’altro perché il capitale può sempre rilanciare la sua produzione producendo nuovi mezzi di produzione.

Le dinamiche del capitalismo oggi sono quelle previste da Marx. È l’articolazione di tutte queste tendenze che detta il movimento reale del capitalismo. Abbandonato al solo gioco delle leggi del suo dominio, il capitale si muoverebbe verso la regressione o la stagnazione, e invece combatte le proprie tendenze rilanciando l’accumulazione e la concorrenza su basi nuove. Producendo le proprie contraddizioni, il capitale non produce necessariamente la sua caduta, perché produce soluzioni che sostituiscono i suoi antagonismi.

Ma vi sono dei limiti reali e non solo logici, Marx ne era pienamente consapevole. Un esempio di ciò è dato dai limiti ecologici del capitalismo agricolo: «il sistema capitalistico ostacola una agricoltura razionale, ovvero quest’ultima è incompatibile col sistema capitalistico (benché esso ne favorisca lo sviluppo tecnico), e che ad essa sia necessaria l’opera del piccolo proprietario che lavora in proprio ovvero il controllo dei produttori associati» (III, cap. 6).

Il capitalismo può utilizzare soluzioni tecniche e delegare la cura del suolo ad agricoltori o cooperative responsabili, andando quindi oltre il modello di una agricoltura smodatamente intensiva, che avvelena la terra e i suoi prodotti? L’agricoltura capitalistica implica non un’impossibilità tecnica, ma il divorzio tra agricoltura razionale e agricoltura intensiva subordinata al vantaggio della grande proprietà fondiaria capitalistica, la quale «riduce la popolazione agricola ad un minimo continuamente decrescente e le contrappone una popolazione industriale continuamente crescente e concentrata nelle grandi città; essa genera così le condizioni che provocano una incolmabile frattura nel nesso del ricambio organico sociale prescritto dalle leggi naturali della vita» (III, cap. 47).

Il discorso sui “limiti” può ampliarsi e includere tutti i discorsi che ogni giorno facciamo sulla nostra situazione ormai disperata e disperante, che solo chi vuole essere orbo non vede. Il tema riguarda poi sempre la libertà dell’individuo: «Il regno della libertà comincia solo dove cessa il lavoro, che è determinato da una necessità e da una finalità imposta dall’esterno; esso si colloca quindi per sua natura al di fuori della sfera della produzione materiale propriamente detta».

Il capitalismo ha accresciuto la nostra dipendenza da questa necessità esterna naturale aumentando i bisogni: «Col suo sviluppo, questo regno della necessità si allarga con l’espansione dei bisogni; ma allo stesso tempo le forze produttive si espandono per soddisfarli», scriveva questo gigante del pensiero oltre 150 anni fa. Il modo di produzione capitalistico ha allentato la morsa della necessità, senza abolirla. Anzi, ha reso assolutamente necessario il superfluo fino all’inverosimile.

La prospettiva di Marx implicava una necessità storica lineare che portava il modo di produzione capitalistico al suo stesso superamento nella libera pratica umana, finalizzando la produzione materiale. Questa marcia necessaria alla libertà può essere solo il risultato di tendenze multilineari, della lotta che poggia sulla contingenza dei rapporti di potere, sempre se ci sarà dato il tempo e troveremo la volontà di trasformare i rapporti degli uomini con la natura e i rapporti degli uomini tra loro.

«La lotta delle classi come conclusione in cui si risolve il movimento e la soluzione di tutta questa merda» [***].

[*] Il modo determinato in cui gli uomini producono e riproducono la loro vita immediata, e cioè la struttura dei rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in cui essi operano ad ogni determinato grado di sviluppo delle forze produttive è ciò che chiamiamo modo di produzione. Tra i modi di produzione fondamentali che hanno preceduto quello capitalistico ricordiamo il modo di produzione della comunità primitiva, il modo di produzione schiavistico, il modo di produzione feudale. Altre aree come l’Egitto, l’India, la Cina, hanno conosciuto altri modi di produzione, come quello “asiatico”, ad esempio. La successione dei modi di produzione non segue un ordine ovunque necessario e non sono tutti necessariamente presenti in ciascuna linea di evoluzione delle formazioni sociali.

[**] MEW, 42, p. 437: «Die Ablösung der travaux publics vom Staat und ihr Ubergehn in die Domäne der vom Kapital selbst unternommnen Arbeiten zeigt den Grad an, wozu sich das reelle Gemeinwesen in der Form des Kapitals konstituiert hat».

Ibid., p. 438: «Die höchste Entwicklung des Kapitals ist, wenn die allgemeinen Bedingungen des geseüschaftUchen Produktionsprozeß nicht aus dem Abzug der gesellschaftlichen Revenu hergestellt werden, den Staatssteuern [...] sondern aus dem Kapital als Kapital».

[***] Lettera di Marx ad Engels del 30 aprile 1868. Nella MEOC, vol. XLIII, p. 81, i puristi traduttori italiani hanno svolto “merda” in “porcheria”: «... der Klassenkampf als Schluß, worin sich die Bewegung und Auflösung der ganzen Scheiße auflöst (MEW, 32, p. 75).»

martedì 9 aprile 2024

Dalle steppe russe al mattatoio di Gaza

 

Adolf Hitler non amava le novità. Almeno per quanto riguarda le armi individuali. Era un romantico, affezionato al buon vecchio e potente fucile Mauser 98, nella sua forma abbreviata Karabiner 98 e nel suo calibro originale compatibile con quello delle nuove mitragliatrici (mg 13, mg 15, mg 30, mg. 34). In ciò fu assecondato per anni dallo stato maggiore tedesco.

A quel tempo, le preoccupazioni economiche e logistiche prevalevano sulla modernità, anche se la ricerca balistica sulle munizioni intermedie continuò, perché questo tipo di cartuccia sembrava molto promettente rispetto al vecchio calibro d’ordinanza 8 × 57 della Wehrmacht.

L’obiettivo era quello di sviluppare una munizione intermedia per armi lunghe che potesse sparare a colpo singolo e a raffica con un’efficacia tattica compresa tra quella delle munizioni per armi corte e dei fucili mitragliatori (9 mm parabellum) e tra quella dei fucili di fanteria e mitragliatrici (il citato calibro d’ordinanza 8 × 57 ). Il raggio di utilizzo di queste munizioni avrebbe dovuto essere, in base all’esperienza maturata nei combattimenti della Grande Guerra, tra i 200 ed i 400 metri.

Nell’aprile 1938, l’Heereswaffenamt, l’agenzia per gli armamenti dell’esercito del Reich, concluse, senza autorizzazione dello stato maggiore, con la fabbrica di cartucce Polte di Magdeburgo (Sassonia-Anhalt), un contratto esclusivo per lo sviluppo di una munizione intermedia, che escludeva ogni concorrenza con altre fabbriche.

Dopo numerosi test, la società Polte creò, nel 1941, un munizionamento 7,92 × 33 (7,92 corta o 8 mm corta) nella sua forma definitiva. Questo approccio permetteva di sviluppare un’arma attorno alle munizioni ed evitare così qualsiasi adattamento molto rischioso di nuovo munizionamento per vecchie armi.

Contestualmente, l’Heereswaffenamt (HW) firmava un contratto con la società Haenel di Zella-Mehlis (Turingia) per lo sviluppo di un “fucile a scoppio” (Maschinenkarabiner:  Mk B). L’ingegnere Hugo Schmeißer di Haenel fu l’unico responsabile del suo sviluppo.

Haenel fu in grado di consegnare, nel luglio 1942, 50 armi con la denominazione Mk B 42 H (H per Haenel), 35 furono testate il 3 luglio 1942 nel campo militare di Döberitz (Brandeburgo, a sud di Berlino, Infanterie-Lehr-Regiment ) e, il 9 luglio 1942, nel campo militare di Kummersdorf (Brandeburgo, a sud di Berlino).

L’Mk B 42 H misurava 94 cm e pesava a vuoto 4,6 kg, era dotato di attacco per baionetta, ma era privo di dispositivo lanciagranate. L’HW ne aveva previsto la produzione in serie a partire dal novembre 1942 e consegne mensili di 15.000 Mk B 42 H a partire dal dicembre 1942. Sennonché quando il Führer seppe dei test, andò su tutte le furie. Infastidito per non esserne stato informato, interruppe immediatamente il programma senza conoscere le qualità intrinseche dell’arma, con il pretesto di non volere l’introduzione di nuove munizioni. Questa decisione ebbe gravi conseguenze, perché ritardò la produzione di un’arma rivoluzionaria.

Grazie ad artifici linguistici e progetti fantasma utilizzati per nascondere lo sviluppo dell’Mk B 42, come il progetto Mk B 43 G, utilizzando le munizioni standard della ditta Gustloff (Gustloff-Werke) di Weimar, il programma per l’Mk B 42 riuscì a rimanere attivo.

Tra il dicembre 1942 e il settembre 1943 furono prodotti 11.833 Mk B 42 (sui 150.000 previsti dal programma iniziale). L’arma poté quindi essere migliorata e leggermente modificata (sfiato del gas accorciato e posto sopra la canna e non più sotto, rimozione dellattacco della baionetta). Questarma, in realtà un Mk B 42 H modernizzato, venne denominata mitragliatrice MP 43 (Maschinenpistole) nel luglio 1943, le sue munizioni M 43 (7.92 corte) ribattezzate “cartuccia per pistola” (Pistolenpatrone).

A partire dal luglio 1943, parallelamente alla produzione dell’Mk B 42 (che verrà interrotta nel settembre 1943) e sotto la copertura del ministro degli Armamenti Albert Speer, la ditta Haenel intraprende la produzione in serie dell’MP 43, che venne presentato al Führer, nel settembre 1943, in sostituzione dell’MP 40 (calibro 9 mm Parabellum). Hitler, che nel frattempo aveva letto i resoconti entusiastici sull’efficacia di quest’arma sul fronte russo, si convinse ad autorizzarne l’adozione ufficiale e ne tollerò la produzione di 30.000 esemplari. I primi MP 43 furono consegnati alla fine di ottobre 1943 alla 93a divisione di fanteria di stanza nel settore settentrionale del fronte orientale.

Poco dopo la sua introduzione, l’arma fu elogiata dai suoi utilizzatori: potenza di fuoco devastante nel combattimento ravvicinato grazie al caricatore da 30 colpi e alla cadenza di fuoco di 600 colpi al minuto, buona precisione fino a 400 metri a colpo singolo, basso rinculo. Buona manovrabilità, grande affidabilità e infine portata massima utile di 600 metri. Anche le nuove munizioni furono un successo: buon potere di arresto e di penetrazione.

Tutto fu fatto per semplificare le tecniche costruttive dell’MP 43 in modo da aumentare i ritmi di produzione: il telaio, il caricatore in lamiera stampata e saldata, la canna saldata alla parte anteriore dello châssis, gli assi fissi di numerose parti rivettate e il calcio tenuto da un dado. La finitura venne semplificata in fase di produzione: il calcio, grezzo, in legno massiccio venne presto sostituito da materiale lamellare incollato, poi da materiale plastico per gli ultimi modelli, piastre di presa in legno poi anche in plastica; il metallo, inizialmente bronzato, è stato successivamente fosfatato per essere verniciato o verniciato solo nelle ultime serie.

I difetti riconosciuti erano il peso, il caricatore ed il telaio in metallo. Pesava quasi 5,4 kg carico; il lungo caricatore verticale impediva di sparare da sdraiati e quindi rendeva felici i cecchini sovietici: la grande cassa metallica richiedeva l’uso di guanti in condizioni di freddo estremo (rischio di congelamento). Dopo questo riuscito battesimo del fuoco, era necessario aumentare la produzione. Dall’aprile al dicembre 1943 furono assemblati 19.501 MP 43, decisamente troppo pochi considerando le necessità delle truppe sul terreno. La richiesta di questo tipo di armi è andata di pari passo con il deterioramento della situazione sul fronte orientale.

Il 25 aprile 1944 l’arma venne ribattezzata MP 44, senza alcun cambiamento apparente. Fu solo nel luglio di quell’anno che la produzione dell’MP 44 fu considerata una priorità. Il 2 ottobre 1944 l’MP 44 prese il nome di StG 44, Sturmgewehr 44, fucile d’assalto. La produzione totale degli MP 43, MP 44 e StG 44 ammontò a 281.860 per l’anno 1944. L’StG 44 fu prodotto dal 1° gennaio al 1° aprile 1945 in 124.616 esemplari. La produzione totale dal 1942 (compreso il Mk B 42) al 1° aprile 1945 ammontò a 437.694 esemplari, quella delle munizioni da 7,92 a quasi 900 milioni.

Ancora una volta, il ritardo causato dalla caparbietà di Hitler non fu recuperato. Il fucile d’assalto Modello 44 (Sturmgewehr 44) non riuscì mai a sostituire come previsto il Mauser K98, nonostante la sua evidente superiorità.

I primi ad interessarsi al fucile d’assalto tedesco furono i sovietici. Non appena furono catturati i primi Mk B 42, gli ingegneri sovietici si misero al lavoro per produrre un’arma equivalente e, se possibile, migliore. Alla fine del 1942, i sovietici valutarono la carabina americana USM 1 e Mk B 42. Dopo i test, decisero immediatamente di sviluppare un’arma simile all’Mk B 42, che sparasse anche con una munizione intermedia. Già nel novembre 1943 il servizio tecnico degli eserciti aveva sviluppato la munizione 7,62 × 41 M 43 che sparava un proiettile da 8 g, copia perfetta della 7,92 × 33 tedesca. Nella primavera del 1944 furono progettate non meno di dieci armi semiautomatiche che utilizzavano queste munizioni.

A metà del 1944, il fucile d’assalto AS 44 (Avtomat Sudayeva), dell’ingegnere Alexey Sudaev, fu selezionato e prodotto in una piccola serie per la valutazione. Quest’arma, per l’aspetto e per le soluzioni tecniche adottate, era molto simile allo Sturmgewehr 44. La produzione dell’arma fu avviata nella primavera del 1945 per essere distribuita alle truppe durante l’estate del 1945. I soldati furono molto soddisfatti dell’AS 44, l’unica critica riguardava il suo peso elevato, più di 5 kg con un caricatore da 30 colpi. All’inizio del 1946, la commissione di valutazione chiese la ripresa delle ricerche per alleggerirlo.

Il 24 ottobre 1946, Hugo Schmeißer, padre del fucile d’assalto tedesco, fu “invitato” dalla commissione tecnica dell’Armata Rossa, insieme ad altri ricercatori tedeschi, ad unirsi all’Unione Sovietica per mettere a disposizione il loro know-how nelle armi. Schmeißer fu distaccato presso le fabbriche di armi leggere di Ishevsk (Urali) dall’ottobre 1946 al giugno 1952. Se l’esatta natura del lavoro che dovette svolgere lì resta sconosciuta, è certo che fu un prezioso consigliere per lo sviluppo del futuro fucile d’assalto sovietico.

Michail TimofeeviKalanikov (1919-2013), comandante di carro armato, fu gravemente ferito nel 1941. Durante la sua degenza in ospedale progettò un fucile mitragliatore, che fu rifiutato perché troppo complesso. Fu integrato nell’ufficio di progettazione delle armi di fanteria dell’Armata Rossa, vicino a Mosca, per continuare la sua formazione e lavorare su diversi sistemi d’arma. Nel novembre 1946, Kalashnikov aveva sviluppato il prototipo del fucile d’assalto AK 46, arma camerata per la nuova cartuccia intermedia 7,62×39 e pronta per una serie di test che si svolsero nel dicembre del 1946. Cinque prototipi dovevano concorrere per una prima serie di prove. L’arma di riferimento era la Sudaev 44, il cui sviluppo era stato interrotto a causa della morte improvvisa di Sudav all’inizio del 1946.

L’AK 46 è stato fortemente ispirato dal Sudaev 44 (sistema di presa del gas superiore, mira, caricatore inclinato e forma generale). Kalashnikov realizzò prima un modello sperimentale completamente diverso da quello che conosciamo oggi: l’Ak-46 infatti utilizzava un pistone a corsa corta presente già in altre soluzioni russe, molla di ritorno diversa con ampia guida telescopica, due distinti semicastelli articolati tra loro e trattenuti da due perni passanti (schema simile a quello dello StG-44), leva selettrice e tiretto di armamento sul lato sinistro e bocchettone di alimentazione. Guardando le realizzazioni odierne, l’Ak-46 appare addirittura concettualmente più moderno dell’Ak-47.

Durante il secondo turno di prove di eliminazione, solo tre armi rimasero in competizione: l’AK 46 di Kalashnikov, l’AB 46 di Bulkin (Avtomat Bulkina-46) e l’AD 46 di Dementiev. Dopo l’ultima serie di test, l’AK 46 del Kalashnikov fu rifiutato in quanto inferiore ai suoi concorrenti sotto molti aspetti. Nell’elenco rimasero solo AD 46 e AB 46, la commissione preferì Bulkin (AB 46). Pare che Kalashnikov utilizzò i suoi legami politici e i suoi contatti personali con la commissione per evitare di essere eliminato. Ottenne il permesso di continuare le sue ricerche (assistito da un esperto ingegnere bellico, Zaitsev, capo dipartimento presso l’ufficio di progettazione delle armi Korov vicino a Mosca) per sviluppare e migliorare l’AK 46 per una nuova serie di test, che divenne l’AK 47, la cui meccanica interna assomiglia molto al Bulkin 46.

L’AK 47 venne sottoposto ad una nuova serie di test che superò brillantemente, soprattutto in termini di affidabilità, con però una riserva sulla stabilità al fuoco a raffica (il Bulkin, restando superiore). La commissione di prova diede il via libera nel novembre 1947 per testare l’arma con le truppe, e la produzione in serie dell’AK 47 iniziò a Izhevsk nel 1948. L’AK 47 (Avtomat Kalashnikova 47), è in realtà una coproduzione di Kalashnikov, Zaitsev, Bulkin e Suadev. Kalashnikov ricevette la paternità ufficiale.

Non si può negare l’evidenza, e cioè la parentela tra l’AK 47 con lo Sturmgewehr 44, per diverse specifiche iniziali. L’AK 47 riprendeva infatti alcune soluzioni dell’StG 44: munizionamento intermedio, sistema di presa del gas dalla parte superiore della canna, caricatore inclinato da 30 colpi, lunghezza simile (94 cm per l’StG 44 e 87 cm l’AK 47, peso a vuoto di 4,6 kg e di 4,3 kg, cadenza di fuoco di 600 colpi/minuto e gittata massima utile di 600 metri; stesso aspetto generale, stesso concetto di utilizzo. La grande differenza tra le due armi era il sistema di bloccaggio della culatta.

Il blocco occidentale è stato più titubante nell’adottare delle armi di questo tipo, perché in occidente la diversità regna sovrana. Questa diversità è certamente dovuta alle diverse zone di influenza in cui i vari Paesi si sono impegnati in una feroce competizione commerciale per le quote di mercato (e decenni di errori). Anche la competizione contro i Kalashnikov è stata molto dura.

L’AK 47/59 è un bell’esempio di genitorialità di successo, universale grazie al suo potente calibro che è allo stesso tempo antiuomo e antimateriale. Va notato che due paesi del blocco occidentale hanno adottato armi che utilizzano il sistema Kalashnikov come armi standard: la Finlandia con il Valmet 62, prodotto su licenza, e Israele con il Galil (derivato dal Valmet, l’AK 47 è ancora in dotazione nella versione più moderna IMI Galil ACE, assieme all’innovativo IMI TAR-21).

Il Galil merita una menzione speciale. Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, l’esercito israeliano riuscì a recuperare e testare un vasto stock di Kalashnikov. Gli israeliani erano equipaggiati con fucili FAL 7.62 Nato, ingombranti, costosi e poco precisi (con un serbatoio di 20 colpi e tromboncino per granate Energa, furono in dotazione anche in Italia). Rimasero colpiti dalle qualità dell’AK 47 che, oltretutto, è molto economico. I fratelli Galil svilupparono un fucile d’assalto copiando il sistema Kalashnikov.

Il Galil fu adottato dall’esercito israeliano nel 1972, dapprima con un calibro più piccolo 5,56×45 (calibro M16, 5,56 Nato), poi con il 7.62 Nato. La produzione è stata affidata alla Israel Military Industries. L’arma può essere considerata come una copia più leggera dell’AK 47. Accordi privilegiati tra lo Stato di Israele e il Sud Africa, ai tempi dell’apartheid, hanno permesso di produrre su licenza il Galil l’arma standard dei sudafricani. Il Galil viene ancora prodotto in Sudafrica e rifornisce le varie reti di traffico di armi nell’Africa nera. Il Galil è l’arma standard dell’Estonia.

lunedì 8 aprile 2024

Superstipendi e gigaprofitti

In un altro secolo furoreggiava una canzonetta il cui ritornello faceva così: “... se potessi avere mille lire al mese”. Oggi, fosse in vigore ancora la lira, si dovrebbe cantare: “... se potessi avere 5.808.810.000 al mese”, vale a dire 193.627.000 il giorno! Festivi e prefestivi compresi. Sono 70.673.855.000 l’anno. Miliardi!

Se 25 anni or sono ci avessero detto che nel 2023 un amministratore delegato avrebbe guadagnato una somma pari a oltre 70 miliardi di lire l’anno, non ci avremmo creduto.

So che questi raffronti lira/euro fanno storcere la bocca alle rane. A me invece sembra utile ricordare che l’economia non comincia con lo scambio, come vorrebbero farci credere gli apologeti di un’economia di predazione, ma con la produzione. Inoltre, l’economia riguarda i rapporti di potere. Padrone contro schiavo. Multinazionale contro Stato (salvo chiedere generose sovvenzioni in nome della “creazione di posti di lavoro”).

Ogni giorno media e scienziati ci parlano del collasso materiale della nostra civiltà, ma nessuno indica il capitalismo come responsabile effettivo di tale catastrofe. Così come per la povertà, la disoccupazione e il precariato, le soluzioni non si trovano in un sistema economico disfunzionale.

Vi fu un tempo in cui i bugiardi e gli imbroglioni si nascondevano, almeno per quello che potevano. Adesso ingannano spudoratamente tutto e tutti. Mentre questi criminali sociali si riempiono le tasche di fruscianti banconote europee, gli schiavi di questo sistema si alzano la mattina con la paura di perdere il lavoro e corrono tutto il giorno in quella che gli americani, il popolo più assetato di alcol e idiozie del mondo, chiamano simpaticamente “la corsa al successo”.


Che avrebbe detto Primo Levi ...

 

... dei trentamila e più assassinati, un terzo bambini e adolescenti, un altro terzo di donne? Come si può chiamare guerra questa spietata selezione dei viventi attuata con il fuoco e la fame?

Le guerre non sono tutte uguali, ma lo sono le loro logiche letali. Vendiamo e inviamo nuove armi a Israele e in Ucraina, perché il massacro continui. Del resto quanto abbiamo fatto caso che nel cuore dell’Europa, a qualche centinaio di chilometri da dove abitiamo, nei territori dell’ex Jugoslavia, aveva luogo una guerra con 100.000 morti, più di 2 milioni di profughi, tra 20.000 e 50.000 donne violentate? Semmai ce ne siamo accorti, ce ne siamo dimenticati presto, e così faremo per Gaza, per l’Ucraina e poi ancora e ancora.

Imprigionati nel flusso degli algoritmi e degli altri assetti reticolari, la nuova comunicazione è solo un altro nome del controllo e implica una nuova interpretazione dell’uomo, della conoscenza umana e della società. Sperimentiamo una spoliazione radicale, sia sociale (chi non si “aggiorna” è considerato rifiuto), relazionale (accarezziamo gli schermi) e intima (discorso atrofizzato). Non siamo più in un’epoca, ma in una scadenza.

sabato 6 aprile 2024

Le armi segrete di Hitler

 

Quale modo migliore per far decollare la fantasia se non dipingendola con i colori del Terzo Reich? Tra i tanti capitoli della storia della II Guerra Mondiale, quello delle armi segrete tedesche occupa sicuramente un posto speciale (le Wunderwaffen di Goebbles). Sebbene il loro impatto sul corso del conflitto sia stato molto limitato sul piano strettamente operativo, la loro eredità tecnologica e psicologica è invece considerevole.

Non si tratta di una immagine reale, però è molto suggestiva.

Il razzo V2, è stato il primo missile balistico della storia. Faceva parte delle Vergeltungswaffen, “armi di ritorsione”, schierate dal Terzo Reich nel tentativo di volgere le sorti della guerra a vantaggio della Germania e poi per rispondere ai devastanti bombardamenti delle città tedesche da parte dell’aviazione anglo-americana.

La bomba volante V1, il cannone a carica multipla V3, gli aerei Me 262, il Me 163 Komet e l’Arado E.555, i sottomarini tipo XXI, eccetera. La fantasia di progettisti e sviluppatori non ebbe limiti: nel 1943, più di un anno dopo la sua entrata in azione, Albert Speer, ministro dell’Industria e degli Armamenti del Reich, benché pragmatico e buon pianificatore, doveva ancora gestire nella Luftwaffe non meno di 425 tipi e versioni di aerei!

Tuttavia i numeri sono chiari: di queste armi, il 41,5% non è mai andato oltre la fase di progettazione, il 28,8% ha raggiunto la fase di prototipo, il 7,6% è riuscito a raggiungere la produzione in fabbrica, ma non ha avuto il tempo di essere utilizzato dopo il crollo della Germania. Solo il 22% riuscì effettivamente a essere utilizzato in combattimento, fino a un certo punto e con alterne fortune.

Oltre allo sviluppo e all’uso strategico e tattico di armi innovative, il progetto più segreto fu certamente il tentativo di produrre una bomba nucleare. Il fallito tentativo tedesco di costruire un’arma atomica fu tanto reale quanto quello, pienamente riuscito, del progetto Manhattan, del quale conosciamo l’esistenza, altrimenti segretissima, dopo che le bombe furono sganciate sulle città giapponesi (contrariamente all’opinione di Eisenhower che riteneva il Giappone comunque prossimo alla resa).

Subito prima dei tedeschi, i francesi stoccarono dell’ossido di deuterio norvegese (la famosa acqua pesante, che fungeva da moderatore per neutroni nei reattori), che servirà nel dopoguerra a De Gaulle per la realizzazione della sua force de frappe. Inoltre i tedeschi disponevano delle risorse scientifiche e dell’uranio necessario (l’Uranverein è già nel 1939).

Per quale motivo, o serie di motivi, gli scienziati tedeschi si erano occupati solo dello sviluppo di un reattore nucleare, mentre i loro colleghi, a volte loro allievi e compagni di studi, negli Stati Uniti, erano riusciti, in un tempo ancora più breve, a realizzare la bomba atomica? In ciò a cui si credevano impegnati, la corsa alla bomba, aveva avuto luogo davvero?

Non lasciamoci influenzare troppo dalle ricostruzioni degli storici e tantomeno da quelle giornalistiche che tanta presa fanno sul pubblico. Veniamo ai fatti fisici puri e duri: la fissione nucleare è resa possibile nei nuclei pesanti del plutonio o dell’uranio 235. Il loro nucleo contiene tanti protoni i quali tendono ad allontanarsi tra loro (per la loro repulsione elettrica), che aggiungendo appena una modesta quantità di energia – ceduta da un neutrone addizionale lanciato sul nucleo – l’intero nucleo si spezza in due frammenti carichi positivamente. Questi si separano abbastanza da non tornare mai più indietro – al contrario, la repulsione elettrica li spinge ancor più ad allontanarsi tra loro, liberando una grande quantità di energia.

Durante il funzionamento di un reattore all’uranio si forma un nuovo elemento con 94 protoni, ossia l’“elemento 94”. Questo elemento è più fissile dell’uranio 235, a sua volta l’isotopo più fissile dell’uranio. L’elemento 94 fu scoperto solo nel 1940 negli Stati Uniti (Lawrence Berkeley National Laboratory), dove venne chiamato plutonio (era stato identificato il primo elemento transuranico, poi chiamato nettunio Np239 che a sua volta decade emettendo elettroni dando luogo a un isotopo di massa 239 dell’elemento di numero atomico 94, appunto il Plutonio (Pu239); si ritenne per decenni non esistesse in natura), e i ricercatori tedeschi ne vennero a conoscenza solo nel 1946. Come avrebbe potuto essere altrimenti? I loro reattori sperimentali non potevano produrre plutonio!

Perché i ricercatori tedeschi (né inizialmente gli americani!) non riuscirono a creare pochi microgrammi di plutonio in uno degli acceleratori circolari – un ciclotrone – utilizzato nella fisica nucleare? Negli anni ’30 diversi paesi europei li avevano costruiti, ma la Germania non ne aveva uno. Avrebbero potuto requisire i ciclotroni della Francia e della Danimarca occupate, ma nulla è stato fatto in questa direzione. I ricercatori tedeschi quindi non potevano conoscere le proprietà dell’elemento 94.

Qui è necessaria una spiegazione più tecnica ancora: gli scienziati tedeschi hanno dovuto seguire ancora la traccia della bomba all’uranio, ma anche lì non hanno fatto ciò che era necessario. L’idea, quella del Progetto Manhattan, consiste nell’instaurare una reazione esplosiva a catena nell’uranio. Per questo è necessario, invece di utilizzare neutroni rallentati, utilizzare neutroni ad alta energia, quindi veloci.

Per un fisico nucleare dell’epoca, l’utilizzo di neutroni lenti per ottenere un’esplosione aveva senso. Già nel 1934 Enrico Fermi aveva scoperto che i neutroni (i neutroni possono raggiungere con maggiore facilità il nucleo che li può assorbire dando luogo a nuovi isotopi o elementi) di energia ridotta innescano reazioni nucleari più efficienti. Il fatto che per produrre una reazione a catena esplosiva siano necessari neutroni veloci diventa evidente solo se si studia la termodinamica della reazione.

In effetti, i fisici pensavano di utilizzare neutroni lenti perché la loro probabilità di innescare la fissione è 500 volte superiore a quella dei neutroni veloci. Tuttavia, i neutroni veloci innescano le fissioni molto più rapidamente, tanto che, lanciati in una popolazione abbastanza densa di uranio 235, innescano una reazione a catena esplosiva: la fissione di un primo nucleo bombardato da un neutrone produce neutroni che innescano numerose nuove fissioni (Niels Bohr e John Wheeler ipotizzarono che solo U-238 subiva fissioni con neutroni veloci di alta energia, mentre neutroni termici lenti potevano produrre fissione solo nell’U- 235; per fare una bomba all’uranio, è necessario separare l’U-235 dall’U-238, ottenibile solo con metodi fisici – le famose “centrifughe” – e non chimici, poiché i due isotopi hanno identiche proprietà chimiche).

Per questo motivo, con i neutroni veloci, la reazione a catena può procedere prima che l’espansione dell’esplosivo nucleare dovuta al calore abbia fatto scendere la densità degli atomi fissili fino al punto in cui il processo si interrompe. Valutare la densità minima richiesta dell’uranio 235 equivale a calcolare la massa critica. Per fare ciò, dobbiamo ancora conoscere la probabilità di innescare la fissione da parte di un neutrone veloce. In termini fisici ciò equivale a misurare le “sezioni trasversali” dell’uranio 235 bombardato da neutroni veloci. Non vi è alcuna indicazione che i tedeschi lo abbiano fatto (*).

Oggi capiamo perché i fisici tedeschi non tentarono di determinare le sezioni d’urto della fissione dei neutroni ad alta energia utilizzando un ciclotrone: non sapevano che i neutroni veloci erano essenziali per il principio di una bomba. I fisici dell’Uranverein non aveva capito la differenza tra una bomba e un reattore nucleare. La fisica nucleare tedesca era superata.

Certamente il reattore che tentarono di far funzionare avrebbe potuto essere un primo passo verso la bomba al plutonio. Tuttavia, poiché non comprendevano la fisica della bomba, le ricerche da loro effettuate avevano in realtà solo un obiettivo civile. Non furono quindi i limiti economici a impedire a Hitler di ritrovarsi dotato di una bomba atomica; in ogni caso, i fisici tedeschi non si avvicinarono mai ad ottenerne una.

Realizzate le armi nucleari sempre più potenti e i loro lanciatori sempre più precisi e gittanti, possiamo pensare realisticamente che da allora le maggiori potenze belliche, scientifiche e tecnologiche come gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica, la Gran Bretagna e anche la Cina, non abbiano mai pensato e progettato la costruzione di altre armi “segrete”, ovvero “armi speciali”, e altri dispositivi in tutto lo spettro delle funzioni militari? Qui la fantasia si può sbizzarrire senza approdare a nulla di concreto, ma non per questo diventa azzardato pensare che quelle potenze si siano dedicate allo studio e realizzazione di nuove e segrete armi (**).

In realtà lo stato dell’arte nel primo dopoguerra era ben diverso da come lo immaginano certi mattacchioni che vorrebbero, per esempio, gli Ufo essere velivoli sviluppati da prototipi nazisti.

Andiamo ai fatti. Solo i bombardieri Silverplate B-29 erano in grado di trasportare armi nucleari Fat Man e dei 65 B-29 Silverplate prodotti, solo 32 erano ancora operativi all’inizio del 1948, tutti assegnati al 509th Bombardment Group, che aveva sede presso l’aeroporto militare di Roswell nel New Mexico.

Fino al 20% delle città bersaglio erano oltre la portata di 3.000 miglia nautiche (5.600 km) del B-29, e un attacco richiedeva missioni di sola andata, che avrebbe sacrificato l’equipaggio e l’aereo. C’erano anche dubbi sulla capacità del B-29 di penetrare nello spazio aereo sovietico; come bombardiere a elica, e senza scorta, non poteva competere con i caccia a reazione sovietici, nemmeno di notte.

Vennero varati i B36 e anche i B50, e tuttavia, sulla base dei diversi piani di guerra statunitensi (Operation Unthinkable, piano Pincher, Trojan, Offtackle) si era tutt’altro che certi che si sarebbero potuti conseguire gli obiettivi pianificati, senza dire dello scontro interno tra la marina e l’aeronautica noto come la rivolta degli ammiragli (Revolt of the Admirals).

Lo scoppio della prima atomica sovietica e poi il conflitto coreano furono una manna per l’apparato militare-industriale statunitense: il bilancio della difesa da 14,258 miliardi di dollari nell’anno fiscale 1950 (equivalenti a 143 miliardi di dollari nel 2023) passò a 53,208 miliardi di dollari nel 1951 (501 miliardi di dollari nel 2023) e poi a 65,992 miliardi di dollari nel 1952 (equivalenti a 608 miliardi nel 2023). In tre anni fu più che quadruplicato.

Stanziamenti mostruosi, che non andarono solo alla costruzione di altre unità militari, di navi e aerei, carri armati e nuovi equipaggiamenti. Il concetto di deterrenza nucleare non figurava ancora nei piani di guerra; le armi nucleari erano viste esclusivamente come armi da guerra. I test nucleari dell’Operazione Sandstone dell’aprile e del maggio 1948 avevano dimostrato i miglioramenti ottenuti; la nuova bomba nucleare Mark 4, entrata in servizio nel marzo 1949, era un ordigno più pratico rispetto al suo predecessore, e il suo nucleo composto di uranio-plutonio faceva un uso più economico del materiale fissile disponibile. Nel maggio 1948, il Laboratorio Scientifico di Los Alamos iniziò a lavorare alla progettazione della bomba nucleare Mark 5, un’arma più piccola e leggera. Lo sviluppo delle bombe atomiche sovietiche fornì l’impulso allo sviluppo di armi termonucleari ancora più distruttive.

(*) Ci solo altri aspetti della questione che portano a pensare che per i fisici dell’Uranverein un reattore e una bomba avrebbero dovuto funzionare secondo lo stesso principio e avere la stessa forma. Tuttavia tali reattori non possono esplodere come una bomba. I fisici tedeschi si occupavano solo delle sezioni effettive immediatamente utili al funzionamento di un reattore: quelle dell’uranio naturale bombardato da neutroni lenti. Poiché Niels Bohr aveva dimostrato che l’uranio 238 non può produrre fissione da neutroni di questa energia, si sono concentrati sulle fissioni dell’uranio 235, la cui abbondanza naturale è solo dello 0,7202%. Quando l’uranio naturale viene bombardato con neutroni veloci, le fissioni dell’uranio 235 vengono soffocate da quelle, molto più numerose, dell’uranio 238. Una separazione isotopica sufficientemente avanzata da ottenere campioni sufficientemente arricchiti in uranio 235 avrebbe potuto consentire ai fisici tedeschi di ottenere la sezione dell’uranio 235 bombardata da neutroni veloci. Questo non è stato fatto.

Per determinare la sezione trasversale dell’uranio 235, i ricercatori tedeschi avrebbero potuto prendere anche un’altra strada, ossia separare alcuni microgrammi di uranio 235, poi utilizzati per determinare le sezioni d’urto utili nei ciclotroni di Parigi o Copenaghen. Nulla è stato fatto in questa direzione.

Tuttavia, nessuno storico si è accorto che l’Uranverein non conosceva le sezioni effettive necessarie per calcolare le masse critiche delle bombe all’uranio o al plutonio, né che aveva la possibilità di determinarle, ma non lo fece.

L’altra condizione necessaria per costruire la bomba è conoscerne il principio di funzionamento. I resoconti segreti delle ricerche tedesche ci dicono di no. Fino al 1942, i suoi ricercatori li inviavano all’Heereswaffenamt. Colpisce notare che in tutta questa massa di documenti, pochissimi riguardano la bomba.

Per farla breve: dopo la guerra, Heisenberg affermò di aver sempre saputo che la bomba era possibile solo con l’aiuto di neutroni veloci. Tuttavia, fino alla fine della guerra, non discusse mai con nessuno di questa possibilità e, in seguito, non ammise mai di aver fallito nella costruzione della bomba atomica. Heisenberg non era neanche lontanamente vicino all’obiettivo. Stava appena cominciando a comprendere la fisica della bomba, mentre negli Stati Uniti i fisici l’avevano già padroneggiata nel 1940.

Rinchiuso assieme ai suoi colleghi nella Farm Hall, in Inghilterra, apprese dell’esplosione della bomba di Hiroshima e alcuni particolari su di essa. Il suo seminario a Farm Hall dimostrò che una settimana di lavoro gli era sufficiente per realizzare il principio fondamentale della bomba, ma che fino ad allora aveva commesso degli errori che riflettono il fatto che non aveva mai fatto certi calcoli esatti prima d’allora.

Tutto ciò contraddice l’affermazione secondo cui non avrebbe potuto farcela, così come la teoria secondo cui ci sarebbe riuscito presto. Inoltre, anche i mezzi personali e finanziari erano ridicoli rispetto al compito prefissato. Va notato che molti dei ricercatori, soprattutto i più giovani, potevano temere, se il loro progetto fosse stato interrotto, di non essere riassegnati ad altre ricerche, ma mandati al fronte. Le piccole équipe disperse che portavano avanti progetti parziali e dei quali facevano parte rappresentavano quindi altrettante possibilità di rimanere in vita. Essi capirono chiaramente che al regime nazista si poteva solo tacere ciò che non si sapeva. Non aver mai indagato seriamente sul corretto funzionamento della bomba durante la guerra non era un segno di incompetenza, ma piuttosto di lungimiranza.

(**) Prima ancora della fine del conflitto, americani, inglesi e francesi intendevano beneficiare dei progressi tecnologici del Terzo Reich. In questa caccia agli scienziati tedeschi, gli alleati occidentali si consideravano concorrenti dei russi.

Gli americani presero l’iniziativa con l’operazione Paperclip. Nell’aprile 1945, il generale Patton inviò d’urgenza la sua 3a armata a conquistare la Turingia, dove si trovava la fabbrica V2 Mittelwerk Dora vicino a Nordhausen. Le truppe americane erano accompagnate dagli scienziati della commissione Alsos, incaricata di valutare la rilevanza dei vari progetti di armamenti. Soprattutto, gli americani volevano recuperare quanti più scienziati possibile prima dei sovietici e sembravano interessati soprattutto ai progetti aeronautici di ogni genere.

Gli americani inviarono ad Anversa una trentina di treni carichi di V2 e pezzi di ricambio che caricarono su 14 navi Liberty. Gli inglesi, che si sentirono ingannati dagli americani, salirono a bordo delle navi Liberty in alto mare. Dopo trattative segrete, il convoglio poté ripartire per gli Stati Uniti.

Lo stesso dicasi per i francesi. Il 18 novembre 1944, il generale de Gaulle creò la Missione militare per gli affari tedeschi (MMAA) guidata dal generale Koeltz. Comprendeva la Direzione generale degli studi e delle ricerche (DGER), responsabile del recupero degli scienziati tedeschi e aveva come emanazione la DEFA (Direzione degli studi e della fabbricazione degli armamenti). La DEFA reclutò i primi scienziati tedeschi il 1° agosto 1945 e, tra l’altro, integrò la fabbrica Mauser di Oberndorf che, ribattezzata, divenne DEFA, il centro di sviluppo di Oberndorf.

Fu in questo periodo che la Francia recuperò anche l’ingegnere Heinz Bringer, specialista in propulsione e collaboratore di Wernher von Braun, che sviluppò il motore Wiking per il razzo Ariane .