Già Tommaso Moro, nella sua celebre opera incentrata
su ciò che il navigatore Raffaele Itlodeo aveva visto in uno dei suoi viaggi
oceanici, quando era finito sull’isola di Utopia, scriveva che sei ore di
lavoro sono sufficienti e anzi fin troppe per soddisfare i bisogni e anche i
comodi di tutti. La sua critica all’organizzazione del lavoro della società di
allora non mancava di rilevare quanti fossero gli oziosi e i parassiti che
vivono delle fatiche altrui. Chissà cosa direbbe oggi, in considerazione dei prodigi
della tecnologia e della produttività del lavoro, e quanto si scandalizzerebbe
per gli sprechi e le dissipazioni indotti dal modo di produzione capitalistico
(*).
*
Le forme di direzione e controllo cui è sottoposto il
lavoro sono sempre meno dipendenti da una gerarchia prossimale e sempre più
regolate da dispositivi digitali (per es. bracciali con tablet), ai quali gli input
possono giungere anche da molto lontano. Con l’avvento della tecnologia
digitale non è più il tempo di lavoro ad essere retribuito ma la produttività
in tempo reale scandita dal controllo digitale. Sarà la tecnologia a decidere,
molto più che nel passato, che cosa il lavoratore deve fare, come e in quanto
tempo.
Tuttavia l’intensificazione del lavoro non cambia il quadro
entro cui avviene l’erogazione della quantità di lavoro e dunque l’estorsione
di plusvalore (del resto, il vecchio sistema del cottimo gli assomiglia molto).
Cambiano in buona sostanza le forme della sottomissione formale e reale dello
sfruttamento, non muta lo scopo essenziale del capitale: appropriarsi di una
parte sempre maggiore del valore prodotto. Inoltre la tecnologia digitale offre
alle aziende, tra l’altro, il modo di verificare, nel tempo, il grado di
rendimento del lavoratore, e, nel caso, decidere di licenziarlo perché il suo
rendimento è costante e non in aumento (do you remember jobs act?).
Aziende come Alphabet (Google), Apple, Microsoft, Facebook,
Amazon, registrano i più alti fatturati e le più cospicue capitalizzazioni a
livello planetario. La holding di Mountain View e il colosso di Cupertino nel
2015 hanno totalizzato complessivamente 1.065 miliardi di capitalizzazione, Facebook
ha superato Exxon e il fondo Berkshire Hathaway di Warren Buffett.
Il
collettivo sociale per mezzo delle tecnologie digitali produce “dati” che per i
big data che li controllano e gestiscono hanno un valore commerciale da cui
ricavano enormi profitti. Queste aziende vendono tecnologie ed oggetti che sono
diventati imprescindibili per chiunque voglia sopravvivere oggi in questo mondo
in trasformazione, il cui uso incomincia già a scuola (dunque, su un terreno
vergine). E con le tecnologie e gli oggetti, vendono le mappe concettuali, culturali
e insomma le strategie mentali alle quali non puoi sottrarti e che hanno un decisivo
impatto sul modo in cui guardiamo il mondo. È il dominio dell’ideologia 2.0. Non
ci sono riserve indiane dove potersi nascondere, o escamotage per
mimetizzarsi. E ciò mette ancor più in ridicolo le robinsonate di certi
specialisti della fuffa.
Il capitalismo digitale, e gli interessi della nuova oligarchia
industriale e produttiva, non deve indurre a illusioni nemmeno dal lato
dell’occupazione. Il caso di Google è in tal senso emblematico: la più grossa
struttura mondiale per importanza, fatturato e coinvolgimento di persone, non ha
più di 50mila addetti alle sue dipendenze, ossia un numero irrisorio.
Nei prossimi lustri, soprattutto nei Paesi di più
antica industrializzazione, il numero degli occupati è destinato a calare ancora
e drasticamente, mentre il lavoro disponibile, anche a causa dalla concorrenza
tra sfruttati, sarà ancora più precario e saltuario (il fenomeno voucher lo evince
chiaramente). La disoccupazione e la precarietà diventeranno un dato
strutturale permanente, coinvolgendo centinaia di milioni di persone, con ovvie
ripercussioni sulla qualità della loro vita, sulla sostenibilità di ciò che
resta del welfare e del sistema nel suo complesso, cui nessuna politica
riformista potrà rispondere adeguatamente.
Il tema andrebbe ulteriormente sviluppato, qui chiudo
in breve e con una considerazione già fatta più volte ma che alla luce di
quanto esposto forse diventa più pregnante: siamo a un passaggio d’epoca, di
trasformazione gigantesca, che prelude un aggravarsi della crisi sociale e
politica, un cataclisma storico-sociale che nei suoi effetti sarà infine privo di efficaci paragoni storici.
(*) Potreste
pensare che essi lavorando solamente sei ore, patissero disagio delle cose
necessarie, il che non avviene; anzi lavorando appena quel tempo, guadagnano
quanto fa loro bisogno ad ogni comodo, ed anche di più: e questo potrete
comprendere, considerando quante persone appo le altre nazioni stiamo oziose. […]
Quanta turba di preti e religiosi? I ricchi e nobili con le copiose famiglie
dei servi, spadaccini e parassiti. Agegiugnivi i furfanti che si fingono
infermi, per dapoccagine, e troverai che picciol numero apparecchia quello, che
da tutti gli uomini si consuma. Considera in questi quante arti non necessarie
si fanno per servire alla vita lussuriosa, dalle quali si piglia gran guadagno.
Se i pochi, che lavorano, fossero divisi nelle poche arti al vivere umano più
comode, la vettovaglia sarebbe a sì vil prezzo, che gli uomini avanzerebbono
assai oltre il lor vivere. Se consideri quei che esercitano arti inutili, e che
stanno oziosi, vivendo delle altrui fatiche, comprenderai quanto poco tempo
basterebbe per guadagnare quanto fosse opportuno non solo al vivere, ma
eziandio alle voluttà con avvantaggio ancora, il che si vede manifestamente
nell'Utopia (Utopia, Ferrario,
Milano, 1821, Libro secondo, pp. 58-59).