mercoledì 30 aprile 2014

Patologie


Posto che si parla del nulla, parliamone.

Si inginocchiò, fingendo di cercare l'accappatoio nel borsone, e poi, con un guizzo fulmineo, con una disinvoltura di cui non si immaginava capace, ficcò la testa fra le gambe di Mariani e si infilò l'uccello in bocca. Aveva un odore penetrante di urina, e un sapore dolce. Invece di dargli un pugno in testa, Mariani lasciò fare. Giose lo inghiottì fino all'ultima goccia e sentì il suo sapore in gola per giorni. Il fatto si ripeté altre due volte, innalzandolo a livelli di beatitudine inaudita.

Che c’entra il problema della sessualità, il tema dell’omosessualità, trattati a scuola, con questo genere di cose che un tempo si leggevano sui muri dei cessi? Il libro della Mazzucco Melania si sarebbe potuto portare ad esempio, ma per contrasto. Leggere l’Ernesto di Saba, I neoplatonici di Luigi Settembrini, tanto per citare e senza scomodare l’Antinoo descritto da Marguerite Cleenewerck (per altri motivi suggeriva di leggere il suo Mémoires d’Hadrien a una certa età), per poter stabilire sulla base dell’evidenza, la differenza che passa tra la grande letteratura di codesto tema, e l’immondizia corrente. Come mettere a raffronto Desiderio da Settignano, Mino da Fiesole, Donatello, quella loro finezza, l’apparente ingenuità dell’espressione artistica, con l’obbrobrio senza fine di ferraglia e cemento che stazza davanti a scuole, piazze, giardini pubblici e che chiamano sculture.

Il vero scandalo è il livello di scrittura, il modo vile di esprimersi su un tema, in letteratura, a scuola e nella vita, che invece meriterebbe ben altro approccio che una falsa vivacità di forza. Il discrimine, come in ogni cosa della nostra epoca, è quello di fare della vita in generale e delle sue espressioni artistiche una patologia.



Dalle alpi alle piramidi, passando per Firenze


La Montagna incantata è un romanzo triste, cupo, eppure un capolavoro (di “ampiezza umoristica”) forse superiore a I Buddenbrook, eccezione fatta per l’XI capitolo, partendo dal quale poi lo scrittore sviluppò la trama della saga della decadente famiglia anseatica. La vicenda narrata in Der Zauberberg è nota, rammento qui solo il nome del protagonista, lo sfortunato Hans Castrop, e la location (come si dice oggi), ossia un sanatorio per tisici posto sulle Alpi svizzere, dove il tempo e le cose si dissolvono nella magia, precisamente in quel di Davos dove nei nostri anni si riunisce il gotha della plutocrazia.

martedì 29 aprile 2014

Il filo nero


Si chiamava anche lui Calvin, come il padre Coolidge, presidente Usa. Aveva 16 anni Calvin junior, e da qualche tempo lamentava una vescica al piede provocata dalle scarpe da tennis. Dapprima si manifestò un po’ di febbre, poi sempre peggio, infine morì di setticemia. Era il 1924, e gli antibiotici non esistevano. È molto difficile per noi, oggi, comprendere quali trasformazioni umane, sociali ed economiche ha comportato la scoperta e l’impiego degli antibiotici e dunque la sconfitta delle infezioni batteriche. Prima di allora la medicina non poteva far altro che fornire palliativi e lasciar fare alla natura. Essa non sapeva modificare il corso delle malattie, bastava a volte un nonnulla ed era finita.

In generale la medicina non può far nulla di per sé, i progressi decisivi sono venuti tutti dalla scienza e dalla sperimentazione, che cosa potrebbe fare il medico senza i farmaci e la tecnologia diagnostica e chirurgica? Salassi e clisteri. E però va notato che l’utilizzazione dei farmaci ha preceduto di gran lunga la conoscenza dei meccanismi che presiedono alla loro azione nell’organismo, tanto è vero che non di rado la loro scoperta avviene più o meno per caso, magari testando un colorante!

Prima della penicillina, per qualche lustro, i soli prodotti efficaci nella terapia delle malattie batteriche erano i sulfamidici (1932 sui topi, dal 1933 sulle persone). Anche nel corso del secondo conflitto la penicillina fu scarsa tra gli Alleati, e sconosciuta nei paesi dell’Asse. L’equipaggiamento del soldato statunitense comprendeva un sacchetto di sulfamide sterile e otto compresse di sulfadiazina. Una volta ferito il soldato aveva la consegna di spargere, se in grado, la polvere sulla piaga e d’ingerire le pastiglie a scopo preventivo. Già nel corso della guerra di Spagna il sulfamide fu impiegato direttamente sulle piaghe, anche se in definitiva questo modo di trattamento non sembra essere mai stato efficace.

La storia di come si è arrivati alla penicillina è troppo nota per essere ripetuta, e sarà sufficiente richiamare le prime ricerche di Fleming e poi i risultati ottenuti da Chain e da Florey. A Felming non venne in mente di iniettare su un topo malato il prodotto (cosa che fece Chain anni dopo), se l’avesse fatto l’umanità avrebbe avuto la penicillina dieci anni prima. A Oxford le prime prove su animali sono del 1940 e l’anno dopo la sperimentazione sull’uomo, nel 1943 la decifrazione della struttura chimica ad opera di Chain e Abraham, dal 1945 la produzione in termini di tonnellate.

Chiaro che un farmaco così rivoluzionario veniva ad avere, nel contesto della guerra fredda, un valore strategico ed economico enorme.

*
Domenico Marotta (1886-1974), siciliano di Palermo, fu con Emanuele Paternò, nel 1919, tra i fondatori dell’Associazione italiana di chimica generale e applicata (oggi Società chimica italiana). Nel 1934 furono riuniti i laboratori (batteriologia, malariologia, fisica e chimica) della Direzione generale di sanità nell’inaugurato Istituto di sanità pubblica (ISP), del quale Marotta divenne l’anno successivo il direttore. L’Istituto fu dotato di uno dei pochi microscopi elettronici esistenti in Europa, il Simmens (confiscato nel 1944 dai tedeschi in ritirata), e, su richiesta dell’equipe di Fermi, fu approntato un acceleratore di particelle, il Cockroft-Walton (1 MeV), completato dopo la fuga di Fermi e alle soglie del conflitto.

Marotta, a seguito della formazione della RSI, riuscì a mantenere i laboratori dell’Istituto a Roma e, dopo la guerra, di rimanerne a capo.

L’ISP è l’antesignano dell’attuale Istituto superiore di sanità (ISS), il quale, nei decenni successivi al conflitto, divenne uno degli istituti finanziati dallo Stato che ha fornito un modello per la ricerca scientifica, combinando attività di sanità pubblica con ricerca pura e applicata, assumendo anche un ruolo importante, negli anni 1950 e 1960, come centro di formazione e di ricerca negli studi di biochimica, biofisica e biologia molecolare. Questo ha reso l'istituto uno dei motori dello sviluppo scientifico in Italia del dopoguerra (ricordo, peraltro, che il Ministero della sanità fu istituito solo nel 1958, prima d’allora era un organismo del Ministero degli interni).

L’ISP cominciò a interessarsi al "farmaco miracoloso”, alla penicillina, a partire dal 1944-1945. Nel luglio del 1944, nella rivista pubblicata dalla Scuola di Medicina dell'Università di Roma, Il Policlinico, veniva dato conto del nuovo farmaco prodotto industrialmente dagli americani, ossia il trattamento di penicillina per le infezioni da gonococco, riportando uno studio pubblicato sul Journal of American Medical Association nel mese di aprile 1944. Nel mese di agosto, il medico Giuseppe La Cava, dell'Università di Pisa, pubblicava una breve recensione del nuovo farmaco sulla base della documentazione fornita dal capo dei servizi sanitari pubblici del Governo militare alleato. Altri articoli seguirono e i primi studi condotti sulla muffa penicillium furono pubblicati nel 1945 sulla rivista scientifica dell'Istituto. Nel settembre dello stesso anno, Alexander Fleming visitava l'Istituto tenendovi delle conferenze. E tuttavia il farmaco era ancora cosa rara in Europa, prodotto solo negli Stati Uniti e in Canada.

Mentre Renato Dulbecco e Rita Levi emigravano verso istituzioni americane sicuramente più prestigiose e ricche, all’ISS arrivavano, per motivi diversi, Ernest Boris Chain, già premio Nobel (1945) per le scoperte sulla chimica della penicillina, e un altro scienziato prestigioso, Daniel Bovet, che sarà anch’egli insignito del Nobel nel 1957, il quale aveva lavorato a lungo all’Istituto Pasteur. Di Bovet, segnalo un pregevolissimo libro divulgativo, di rara chiarezza e di felicissima penna, dal titolo Vittoria sui microbi, edito nel 1991 da Bollati Boringhieri. Nell’introduzione egli ringrazia la lungimiranza di Domenico Marotta e la sua fede nella ricerca che gli ha consentito di continuare a lavorare nel campo degli antistaminici e in quello dei curari di sintesi.

E qui mi devo rifare, come accennato nel post precedente, all’articolo di Mauro Capocci pubblicato su Le Scienze di questo mese e che ha per oggetto le vicende della produzione italiana di penicillina e, di nuovo, l’incredibile vicenda di Domenico Marotta, con aspetti analoghi a quella di Felice Ippolito per quanto riguarda il nucleare, per tacere del solito Enrico Mattei.

Anche a me i racconti di complotti danno soprattutto noia, e tuttavia i fatti restano. La storia d’Italia è punteggiata di inquisizioni, strani incidenti e morti sospette, un filo nero delle tante Caporetto subite e patite a causa della più sfacciata ignavia e del tradimento delle classi dirigenti, del loro servilismo, della liquidazione e svendita del nostro patrimonio. Della complicità della cosiddetta “grande stampa” e ora delle televisioni. Come potrà mai essere libera un’informazione se essa è proprietà di lobby affaristiche e se quella pubblica è controllata dai partiti politici?

Riprenderò l’argomento sulla vicenda “penicillina” in un prossimo post.

lunedì 28 aprile 2014

Da Caporetto alla penicillina


Avvertenza e controindicazioni. Il post (e quello seguente) è sconsigliato a lettori che mostrino i segni, anche lievi, d’intolleranza alla amoxicillina e all’intreccio storico tra fatti apparentemente diversi e tra loro lontani. Questa lettura è peraltro priva di effetto simpatetico in coloro (popolazione numerosa) che ritengono di non avere più nulla di nuovo da imparare.


Chi fu Angelo Gatti? Anzitutto fu uomo d’altri tempi, essendo nato a Capua nel 1875 († 1948), e unanimemente riconosciuto come un’intelligenza non convenzionale, non solo per la sua epoca. Il suo nome divenne noto al grande pubblico negli anni Trenta con il successo di un suo romanzo, Ilia e Alberto, in cui immortalava l'immagine della moglie Emilia Castoldi, ma è noto a noi contemporanei per i suoi saggi storici, soprattutto per i diari di guerra. Due libri suoi si segnalano sugli altri, entrambi, non a caso, editi postumi: Un italiano a Versailles (1958), e Caporetto, diario di guerra (1964). Gatti fu testimone di prim’ordine, data la sua posizione di capo dell’ufficio storico, delle vicende del comando supremo retto da Luigi Cadorna, e poi quale componente, sempre al seguito di Cadorna, del comitato militare interalleato di Versailles.

domenica 27 aprile 2014

Per esempio


Gli operai di Piombino invocano le “preghiere” del Papa per la loro situazione occupazionale. Oggi a Roma ci sarà una folla oceanica per la santificazione di due preti che in vario modo hanno coperto, tra l’altro, la diffusissima pratica pederastica nella chiesa. Se poi ci mettiamo che le stagioni, signora mia, non sono più quelle di una volta, la tragicità del quadro mi pare evidente. E pure Scalfari è scontento, ma non del Papa, tutt’altro; si duole invece del governo. Ha scoperto (sempre in ritardo) che i famosi 80 euro, bene che vada saranno 53 (un mese fa li valutavo prudenzialmente tra i 55 e i 60) e per un periodo di otto mesi. Frattanto le cose cambieranno, potrebbe pure scoppiare un conflitto dalle parti di Chernobyl, oppure stabilire un contatto con una civiltà aliena e in tal modo scoprire finalmente come hanno risolto i loro problemi di equilibrio tra produzione e consumi, disoccupati-occupati, dare e avere, baciare, lettera e testamento.

Scalfari si duole, dice di provare vergogna “per il mio Paese e per me stesso che ne faccio parte”, a causa di Berlusconi che “ha alimentato i comportamenti e i sentimenti peggiori di quella parte del popolo italiano disponibile a farsi sedurre dalla demagogia o raccolto in clientele lobbistiche o addirittura para-mafiose”.

Si tratta dello stesso Scalfari che un anno fa, solo dodici mesi fa, benediceva il governo delle larghe intese? E con chi lo facevano il governo delle larghe intese, e con chi hanno concordato la rielezione di Napolitano? Che cosa ha fatto il partito a cui Scalfari guarda con interesse e “speranza” in due decenni per troncare patti e intese con l’uomo della demagogia, delle clientele lobbistiche e para-mafiose? Ha dunque nulla da rimproverarsi Scalfari e quella frazione della borghesia che a parole si dice indisponibile verso Berlusconi e poi, per fare un esempio, sfrutta per i propri interessi i vantaggi legislativi messi in essere dalla destra per eludere ed evadere le imposte alla grande?

Spieghi Scalfari, sempre per citare un esempio, per quale motivo di una riforma fiscale in tema di successioni e donazioni in questo paese non si parli mai, nemmeno da parte della sinistra “radicale”, manco dalle parti di Genova. Come ho già scritto numerose volte in questo bloggino, i patrimoni immobiliari e monetari (compresi titoli), non possono in alcun modo sfuggire al fisco per passare dal de cuius agli eredi. Questo sarebbe un bel tema su cui Scalfari potrebbe intrattenerci in uno dei suoi prossimi editoriali, magari rivelandoci come passano di mano certi gruzzoletti famigliari come il suo, per esempio, o di De Benedetti, Agnelli, Caltagirone, Ciampi, Dini, Prodi, Berlusconi, ecc. ecc. ecc. ecc. ecc..

Bisogna proprio non conoscere per nulla la storia di questo paese per credere davvero e senza infingimenti ipocriti di poterlo riformare (magari andando a votare!).


sabato 26 aprile 2014

Filologia vigliacca


Il nome mi era noto come quello di un filologo di vaglia vissuto tra l’Ottocento e il Novecento (1863-1928), ma in quel nome, Cesare De Lollis, c’era un qualcosa di più che non riuscivo a rammentare, a fissare in un libro, una lettura, un episodio. Solo scorrendo la sua biografia mi sovviene dove l’ho incontrato e frequentato parecchi decenni or sono, ossia nella biblioteca universitaria di Padova, in via San Biagio, alle spalle dell’ex conservatoria dei beni immobiliari (vulgo: ufficio ipoteche) che ora ha cambiato denominazione in ufficio per il territorio (le riforme in Italia si fanno così). Fu lui, l’Olindo Giulio Cesare de Lollis che diresse, affiancando Henry Harrisse, la pubblicazione delle carte colombiane in occasione del quarto centenario del celebre viaggio. Dove altro avrei potuto leggere del Trattato di Tordesillas (a cui mi pare di aver dedicato un post) se non in quelle pagine?

giovedì 24 aprile 2014

Il 25 aprile di una nuova umanità


A Parigi, all’epoca di Louis le Dernier, lavoravano 1.200 parruccai con circa 6.000 aiutanti e altri 2.000 addetti facevano a domicilio lo stesso lavoro. La rivoluzione spazzò via le parrucche, riconvertì tutta questa gente dapprima in disoccupati e sanculotti, poi in soldati e operai. In buona sostanza la loro condizione non mutò.

Mai, finora, in tutte le trasformazioni avvenute nei modi di produzione precedenti è stato mutato il tipo di attività, e invece ci si è limitati a sostituire una forma di proprietà con un’altra, una forma di sfruttamento a un’altra.

mercoledì 23 aprile 2014

La verità col timbro, la precarietà a vita per legge


Mentre da un lato Matteo Renzi, presidente del consiglio pro-tempore, dice di volerci offrire la verità sulle stragi in carta intestata e con firme in calce, dall’altro eleva la cosiddetta “acasualità” dei contratti di lavoro da 12 a 36 mesi. Con le conseguenze del caso, ovviamente. Ah, credo che sia il caso di ricordare che la legge Treu del 1997 è di “sinistra”, e la legge 30 del 2003 è di “destra”. E poi, per il resto, insieme.

*


martedì 22 aprile 2014

«Signori miei, se l’arte non fattura, non è grande arte».


Ieri, un netto contrasto segnava la solitudine nella Chiesa di Santa Felicita (due passi oltre Ponte Vecchio, verso Pitti) e, contestualmente, l’orda bisbigliante di compunta meraviglia davanti ai dipinti alla mostra di palazzo Strozzi. Da poco dopo le nove e fin verso le dieci e mezza, nella chiesa titolata alla martire non solo non è entrato un turista sbadato, un curioso occasionale, ma manco un’anima devota. E dire che la tavola con la Deposizione di Jacopo Carucci non s’è mai mossa dalla sua Cappella (del Brunelleschi), e tanto meno l’affresco dell’Annunciazione. E che la tavola rappresenti uno dei massimi lavori del Pontormo non spetta a me dirlo, basta Alvar Gonzales Palacios ("uno dei quadri più belli al mondo"), eppure la medesima Deposizione illustra la copertina del catalogo (quello mignon) della stessa mostra, in almeno sei lingue!

Signori miei, tosare e gabbare il gregge, questa sì che è grande arte (*).

(*) Difetto principale dell’allestimento della mostra sono le luci, troppo dirette e forti sui dipinti, e ciò non solo perché la lettura degli stessi è disturbata dai riflessi. E poi otto euro per la guida auricolare sono davvero troppi.



Altri esempi di orologi “filosofici” fiorentini
sfuggiti, per ora, alla Grande Riforma dell’ex sindaco.


lunedì 21 aprile 2014

Il tosatore


Di Berlusconi s’è già detto di tutto, e dunque non resta altro da dire, a voler insistere, che è uguale alla sua fama e non merita di essere creduto, tanto è vero che si tratta di un individuo atto a tutto per interesse, anche a una buona azione. Del resto non possono coincidere così diverse circostanze protratte nel tempo perché questo giudizio non abbia fondamento.

Autorevoli opinionisti hanno detto che Matteo Renzi è figlio di Berlusconi, e dunque anche nel suo caso l’essenza è l’esagerazione, fintanto che può promettere delle buone azioni. Nel caso degli ormai famigerati 80 euro si tratta di una presa per i fondelli e non servono tabelle e grafici per dimostrarlo, basta il buonsenso.

Come si fa ad avere fiducia di quest’uomo di sole parole e d’ingorda soddisfazione che crede di cavarsela dando un po’ di mancia a chi lavora, ma non darà mai un lavoro a quei tre o quattro milioni di giovani che non l’hanno e a quel mezzo milione di cinquantenni che l’avevano prima di perderlo?

giovedì 17 aprile 2014

Non abbiamo paura delle domande perché conosciamo le risposte


«I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo».

La domanda fatidica è: possiamo mutare il mondo, e in che modo? Noi vediamo che malgrado i nostri propositi il mondo se ne va per conto suo, secondo le sue leggi, infischiandosene dei buoni propositi.

Scrive al riguardo Marx, nella prefazione alla prima edizione de Il Capitale, in apparente contraddizione con se stesso:

«Se pure una società è arrivata a scoprire la legge di natura del proprio movimento – e scopo ultimo di questa opera è rivelare la legge economica del movimento della società moderna – non può né saltare né togliere di mezzo con decreti le fasi naturali dello svolgimento».

Marx stesso ci dice che noi proprio non ci possiamo fare nulla, nonostante sia stata scoperta – grazie a lui – la legge economica del movimento della società moderna, dobbiamo rassegnarci e attendere che la libertà si presenti come prodotto dello sviluppo storico, non possiamo saltare le sue fasi! Sembrerebbe dunque che il primo a non credere nella possibilità di mutare il mondo con la lotta di classe sia proprio Marx.

Tutt’altro. È la coscienza della necessità che diviene coscienza della libertà, essendo questa il risultato dell'altra. La libertà non è la negazione della necessità ma ne è l'affermazione, scoprire la necessità significa trovare la libertà. Senza salti storici, avverte Marx, e tuttavia soggiunge subito dopo: «[si] può abbreviare e attutire le doglie del parto».

Posto poi che le classi sfruttate non lottano solo per obiettivi economici immediati, ma anche come movimento di lotta politica, i borghesi di tutte le risme ammoniscono che tale lotta è utopistica. Bisogna comprendere la loro resistenza: essi difendono la propria posizione, il bottino, con il solito corollario di servi.

Essi negano che il mutamento possa stabilirsi nel dominio di noi stessi e della natura fondato sulla conoscenza delle necessità naturali, nel fare agire le leggi di natura secondo un piano per un fine determinato. Per contro, essi concepiscono la società capitalista come un punto d’arrivo, un ordine sociale dove tutto è lasciato alla spontaneità del caso, alla mitica “mano invisibile” del “mercato” che premia i “migliori”, i più “adatti”, ossia loro stessi.

Si capisce perciò il successo del più volgare pragmatismo, del determinismo biologico e dello psichismo. Se siamo e restiamo a livello di una colonia di topi da ingrassare e affamare a seconda delle circostanze, il compito per lor signori diviene più comodo e soprattutto senza rischi. Eccoli dunque al lavoro questi ideologi nell’affermare e far credere, al gregge che vuol credere ovviamente, che la concezione materialistica della storia marxiana altro non sarebbe che uno stabilire il primato della produzione materiale, della “sussistenza”, nelle forme stesse della coscienza umana (*).

Essi, nel loro modo sobrio di pensare, negando la possibilità di trasformazione cosciente della materia sociale, della produzione e distribuzione, dell’organizzazione in generale secondo scopi predefiniti, vogliono dimostrare l’inutilità della lotta di classe quale motore di trasformazione sociale. Perciò essi insistono, per contro, nel voler dimostrare che sono le élite a svolgere un ruolo storicamente fondamentale negli avvenimenti, credendo in tal modo di aver trovato la chiave d’interpretazione del fenomeno storico, non solo di una data epoca, ma di tutte le epoche storiche. In buona sostanza si tratta di una teoria storico-filosofica generale la cui virtù suprema consiste nell’essere sovrastorica.

Essi hanno in mente le vecchie concezioni del socialismo, la cui immaturità corrispondeva all’immaturità della produzione capitalistica, laddove, per dirla con Engels, la soluzione delle questioni sociali restava ancora celata nelle condizioni economiche poco sviluppate e perciò doveva uscire dal cervello umano. “La società non offriva che inconvenienti: eliminarli era compito della ragione pensante. Si trattava di inventare un nuovo e più perfetto sistema di ordinamento sociale e di elargirlo alla società dall'esterno, con la propaganda e, dove fosse possibile, con l'esempio di esperimenti modello. Questi nuovi sistemi sociali erano, sin dal principio, condannati ad essere utopie: quanto più erano elaborati nei loro particolari, tanto più dovevano andare a finire nella pura fantasia”.

Qualcuno estraneo al marxismo potrebbe restare sorpreso da queste parole, esse rivelano quanto Marx ed Engels fossero lontani dalle utopie e come, anzi, essi le combatterono strenuamente per tutta la vita. Perciò, nel loro caso è appropriato parlare di socialismo scientifico!

Quella di una società senza classi non è né un’utopia né un’idea di stampo millenaristico, ma necessità dello sviluppo storico delle forze produttive. E questa necessità, quale imperativo dello sviluppo storico, Marx ed Engels non hanno lesinato di dimostrarla, basta leggere di prima mano.

Che noi si abbia coscienza che le istituzioni sociali vigenti sono irrazionali ed ingiuste, è un segno del fatto che nei metodi di produzione e nelle forme di scambio si sono verificati dei mutamenti per i quali è ormai palese che questo ordinamento sociale, che si attagliava a condizioni economiche precedenti, non va più bene, in esso deflagra la contraddizione che produzione sociale e appropriazione privata non possono andare ancora insieme.

Gli utopisti borghesi, quelli che hanno proclamato la fine della storia, non vogliono vedere, tra l’altro, nella crisi generale del modo di produzione capitalistico che ci sta sotto gli occhi (la ripresa! Tra cinque anni, tra sette, tra venti!!), come abbia guadagnato in ampiezza e in profondità la contraddizione e il contrasto tra rapporti di produzione e le forze produttive, il conflitto in atto fra lo sviluppo materiale della produzione e la sua forma sociale. La contraddizione si è sviluppata sino a diventare il controsenso per cui il modo di produzione si ribella contro la forma dello scambio, ed è altresì palese che la borghesia e dunque il suo personale economico e politico è incapace di continuare ulteriormente a dirigere le forze produttive sociali. Scrive Engels:

«Le forze socialmente attive agiscono in modo assolutamente uguale alle forze naturali: in maniera cieca, violenta, distruttiva, sino a quando non le riconosciamo e non facciamo i conti con esse. Ma una volta che le abbiamo riconosciute, che ne abbiamo compreso il modo di agire, la direzione e gli effetti, dipende solo da noi il sottometterle sempre più al nostro volere e per mezzo di esse raggiungere i nostri fini. E questo vale in modo tutto particolare per le odierne potenti forze produttive. Fino a quando ostinatamente ci rifiuteremo di intenderne la natura e il carattere, e a questa intelligenza si oppongono il modo di produzione capitalistico e i suoi sostenitori, queste forze agiranno malgrado noi e contro di noi, e ci domineranno».

Quali trasformazioni subirà, quali forme prenderà questa nuova società?

Tenuto conto che tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell'una nell'altra, a questa questione si può rispondere solo scientificamente, rilevava Marx, e componendo migliaia di volte la parola popolo con la parola democrazia, la parola diritti con la parola uguaglianza, non ci si avvicina alla soluzione del problema neppure di una spanna (*).

Va altresì tenuto conto che la rivoluzione nella metropoli imperialista non è proprio quel che si dice una semplice rivolta nichilista e distruttiva. E, come detto, non è neppure l’inveramento di un sogno centenario. Essa è invece la più complessa impresa scientifica e la più sublime opera d’arte che siano mai state compiute su questo pianeta.

(*) Scrive Engels in una sua famosa lettera: «Secondo la concezione materialistica della storia, il fattore in ultima istanza determinante nella storia è la produzione e la riproduzione della vita reale. Nulla di più né Marx né io abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno travisa la questione nel senso che il fattore economico sia l’unico, egli trasforma questa proposizione in una frase astratta, assurda, che non dice nulla».

(**) Per esempio, qui non si tratta semplicemente di distribuire al meglio la ricchezza prodotta socialmente. Questo non è comunismo, bensì si tratta di un “socialismo volgare [che] ha preso dagli economisti borghesi l'abitudine di considerare e trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione, e perciò di rappresentare il socialismo come qualcosa che si aggiri principalmente attorno alla distribuzione”.

mercoledì 16 aprile 2014

Massimo



Ti sei mai posto, Massimo, la domanda: se fossi stato figlio di un operaio, quale carriera politica avrei fatta? Pensi che sarebbe bastato, per fare quella carriera, dimostrarsi fin da bambino “interessato a tutto e a qualsiasi cosa sapesse di politica” e dichiararsi “ateo”? Essere “spigliato” a scuola anche se non ti “applicavi” molto? Pensi che sia credibile che tu abbia rinunciato a laurearti “per non essere sospettato di favoritismi, poiché l'intellettuale del PCI Nicola Badaloni era diventato preside di Lettere e filosofia”? Pensi che essere figlio di un deputato e del segretario regionale del partito ti possa aver favorito un tantino? Io non ho alcuna difficoltà a riconoscere le tue non comunissime qualità, però senza esagerare. Quanti operai hai conosciuto, Massimo, nelle file dei parlamentari Pd, e quanti figli di operai hanno fatto parte dei vertici del partito? Insomma, essere considerato “figlio del partito“ ti ha reso più facile l’arrampicata, o no?

E a proposito di giustizia,

Se ...


Se fossimo parenti delle vittime della strage del 12 dicembre 1969, non solo non avremmo ottenuto giustizia, ma saremmo stati condannati a pagare le spese processuali! Se fossimo parenti delle vittime di Piazza della Loggia, saremmo rimasti con un pugno di mosche in mano e a nostra volta condannati a pagare le spese processuali! Se un nostro caro fosse morto sull’aereo Itavia, a tutt’oggi non sapremmo ciò che è ancora coperto dal segreto di stato. L’elenco potrebbe continuare con altre stragi e altre vittime, morti sospette e segreti, omertà e coperture, depistaggi e lungaggini giudiziarie di decenni.

martedì 15 aprile 2014

Un altro Gavrilo?


Quale evento fu più casuale di quello che ebbe per protagonista Gavrilo Princip? L’attentato era fallito, i suoi complici erano fuggiti o arrestati, lui stesso se ne stava mesto e rassegnato davanti a un negozio mangiando un panino, quando accadde ciò che usualmente chiamiamo destino, fato, casualità. L’auto su cui viaggiavano il granduca e sua moglie, già scampati alla bomba, di ritorno dalla cerimonia che si era tenuta in municipio, imboccò una strada sbagliata e l’autista dovette fermarsi e fare manovra per tornare indietro. E tutto ciò proprio a due passi dell’incredulo Gavrilo, il quale deve aver pensato: pazienza per il panino, ma che botta di culo! Sparò a colpo sicuro provocando venti milioni di morti.

lunedì 14 aprile 2014

Perché non possiamo non dirci credenti


Ricordate la particella di Dio? Quella che dà “peso” alla materia e dunque concretezza all’universo? Doveva essere “l’ultima prevista dalla teoria del Modello Standard”. Che cosa s’è trovato di preciso non si sa, di certo restano le domande alle quali non si riesce proprio a dare risposta (e mai sarà data seguendo tale strada). Di sicuro, per tale strada e finché durerà, s’è trovato un modo per dare uno stipendio a migliaia di “teorici”, per “integrare” ed “estendere” anzitutto un “modello”, quello della produzione di ipotesi a mezzo di formule.

Del resto, se si crede a Berlusconi, a Grillo, a Renzi, e perfino in Dio, perché non dare una chance a un bosone?

Che poi la particella fosse l’ultima manco a parlarne. Pare, ma neanche questo è sicuro, che il bosone sia fatto da techni-quark. Che cosa sono? Di preciso non lo so, e nemmeno loro lo sanno realmente. Tanto che in un articolo si dice:

Teorie morte, quindi? No, pare di no. Questi modelli rimangono perfettamente plausibili, almeno dal punto di vista teorico, se si ipotizza che il bosone di Higgs sia costituito da particelle più "piccole", finora mai osservate: i techniquark.

La fisica teoria contemporanea è sempre più il libro delle fate. E degli sperperi. Come la politica.



sabato 12 aprile 2014

La presunta vittoria del Fronte Nazionale


Non appena si scava un po’ nelle notizie vengono fuori pantegane morte. S’è starnazzato tanto sulla vittoria del Fronte Nazionale della Le Pen in Francia alle elezioni municipali di marzo. Ebbene, a livello nazionale il Fronte ha preso il 4,76 per cento dei voti al primo turno e il 6,75 al secondo, ma in non poche municipalità non è risuscito nemmeno a presentare proprie liste. Non ha vinto in nessuna delle maggiori città con più di 100mila ab. (vedi tabella), ha conquistato – cosa che ha suscitato inusitato clamore, la cittadina di Henin-Beaumont, 26.868 abitanti, nell’estremo nord francese. Le astensioni hanno sfiorato il 40 per cento, a Parigi in alcuni quartieri sono state dal 40 al 60 per cento.



Mettere paura, agitare lo spauracchio fascista, questo lo scopo. Chi vota convinto di poter cambiare qualcosa, sia a livello locale, nazionale o continentale è solo un illuso, per non dire altro.

venerdì 11 aprile 2014

Ce rode, eccome


«Un continente con milioni di disoccupati senza speranza non può restare unito a lungo». Così il ministro dell'economia, Pier Carlo Padoan, a un convegno della Bertelsmann Foundation, a margine dei lavori di primavera del Fondo monetario internazionale.


Sono lucidi, lucidissimi, sanno cosa li aspetta, e, ogni tanto, ai più incauti, sfugge dal sen l’amara verità. I milioni di schiavi senza speranza possono solo aumentare, non possono diminuire stante l’attuale sistema economico. Il perché l’ho illustrato in questo post, citando Marx. Il quale, com’è noto ai più, era un “filosofo”, le sue “teorie”, le sue “ipotesi”, sono state smentite dalla realtà dello sviluppo capitalistico. Non è questo che c’insegnano dai loro scranni accademici e mediatici i rotti in culo della borghesia? E del resto quanti di noi si sono presi la briga di verificare de visu? Chiacchieroni, ecco quello che siamo, dei perditempo, dediti alle vicende pruriginose e giudiziarie di quel bel tomo di Berlusconi. È lui il bersaglio, poi se ne inventerà un altro, al bisogno. Berlusconi: sei tutti noi, in cuor nostro ce rode l’invidia.

giovedì 10 aprile 2014

Della contraddizione fondamentale spiegata (in breve)



Ciò che vi appare come astratto, teorico, “filosofico”, riguarda la vostra vita.

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L’economia politica dovrebbe essere, per dirla con Engels, “la scienza delle condizioni e delle forme nelle quali le diverse società umane hanno prodotto e scambiato e nelle quali hanno volta per volta distribuito i loro prodotti in modo conforme a questa produzione e a questo scambio”.

Oggi l’economia politica dovrebbe occuparsi, in particolare, delle leggi e delle categorie che regolano il modo di produzione capitalistico e del movimento delle sue contraddizioni intrinseche, e tuttavia siamo ben lontani da questo tipo d’approccio. Più che occuparsi delle contraddizioni reali, come scienza critica, essa si preoccupa di scovare dei modelli che diano ragione delle “disarmonie”, escogitando di volta in volta delle teorie d’aggiustamento che non hanno nulla a che vedere con la scienza, sebbene siano infarcite di formule matematiche e corroborate con statistiche.

Solo idioti?


C’è sempre chi, di tanto in tanto, specula su Moro e via Fani. Ancora ieri comparivano notizie di stampa su una vicenda nota da decenni anche nei più minuti dettagli. Con robe che solo degli idioti possono credere vere, come nel caso dei due fantomatici motociclisti che quel giorno, su incarico del Sismi, a seguito istruzioni della buonanima di un ex ten. col. dell’esercito, sarebbero stati presenti sul luogo dell’azione. E sarebbe stata ritrovata pure l’arma di uno dei due, una Drulov, pistola, manco a dirlo, cecoslovacca. Eppure basterebbe poco per farsi un’opinione esatta su questi investigatori da strapazzo, che vendono non solo articoli ma anche libri spacciando come novità cose risapute e chiarite da decenni. Basti dire, per smontare tutto, che la Drulov è una pistola sportiva, da tiro a segno, monocolpo, cal. 22. (chi vuol farsi una risata può leggere la scheda QUI). E pure i nomi dei due “cretini” in motocicletta sono noti da decenni, due giovanotti che abitavano nei pressi tra via Fani e via Stresa. Uno di loro aveva frequentato il liceo con uno dei dieci componenti il commando (e ne conosceva anche un altro). Chissà allora quale complicità tra i due e gli altri! Peppe s’era fermato per salutare l’ex compagno di scuola, scorto dietro la siepe del bar Olivetti, anche lui vestito da steward, quando intuì che stava per succedere qualcosa e subito si allontanò. Anni dopo i due furono indagati sulla base della presunta testimonianza dell’”ingegnere”, cercarono pure di incastrarli, ma non ci fu proprio nulla da fare, i due giovanotti si trovarono lì il 16 marzo proprio per caso, o meglio, perché il guidatore della moto aveva appena finito il turno notturno in un garage, gestito dal padre, posto una traversa più in là.

Questa esatta ricostruzione fu pubblicata perfino su un quotidiano romano giusto sedici anni fa. Proprio non si vuole accettare che le Br fossero in grado e autonomamente di organizzare un’azione del genere. È un fatto che ancora brucia, un precedente da screditare in ogni modo. 

mercoledì 9 aprile 2014

La telefonatina di raccomandazione di Francesco


Gli ottanta euro sono la notizia del giorno, perciò è difficile parlare d’altro. La gente vuole illudersi e godere un po’ di speranza, assumere i desideri come misura della verità. Come quei credenti che sperano di vivere felici in un al di là ignoto anziché lottare per un mondo più decente. Hanno buon gioco i preti e i papi nel predicare la rassegnazione e promettere la misericordia di un dio abscosto agli occhi e rivelato solo nel mito. L’idea di un’anima immortale aiuta e sostiene nelle avversità di una vita per molti aspetti assurda, ed è da preferire a quel materialismo volgare che ci vuole più simili alle bestie che all’umano. E in questa ferita esistenziale, come ho scritto altre volte, che i preti inzuppano il pane, la loro è l’arte di insufflare afflizione e consolazione, il timor di dio e la rassicurazione che tra i pochi eletti (*) un posticino si troverà anche per loro.

ll regno delle tenebre

“ne consegue che tutte le lotte nell’ambito dello Stato, la lotta fra democrazia, aristocrazia e monarchia, la lotta per il diritto di voto, ecc. ecc., altro non sono che le forme illusorie nelle quali vengono condotte le lotte reali delle diverse classi”.

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C’è una scienza che fa del suo oggetto di studio una cosa incomprensibile perché se reso intellegibile nelle sue autentiche dinamiche diventa pericoloso per l’ordine sociale esistente. L’economia politica, in mano agli specialisti borghesi (senza esclusione alcuna), è il regno delle tenebre, tanto per dirla con Hobbes (parte IV del Leviatano), in cui tutto pende da leggi opposte a quelle che gli uomini sono in grado di conoscere nella realtà che abitano. In questo regno delle tenebre, la luce non è altro che buio, dove l’evidente diviene dubbio o falso, l’impossibile diviene credibile e il buon senso una guida infelice. L’economia in mano ad economisti e politicanti è un insulto continuo alla ragione umana.

Un semplice esempio:

martedì 8 aprile 2014

Intelligenza televisiva



Gli unici ad avere obblighi verso lo Stato sono i lavoratori dipendenti, loro non possono fare quello che vogliono e soprattutto non possono trasferirsi fiscalmente all'estero e sono obbligati a pagare lo stipendio a questo genere di ministri.

La Fiat non è diventata ciò che è con il lavoro degli operai e tecnici italiani, con i contributi a fondo perduto delle Stato, bensì per i meriti indiscussi del management. 

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Ieri, verso le tredici, ascoltavo alla televisione l’ex direttrice de l’Unità, quotidiano fondato da Antonio Gramsci, la quale usava queste espressioni a proposito degli operai della Fiat: “valorizzazione delle competenze” e “intelligenza creativa dell’operaio”. Peccato non fosse presente Marchionne, in tal caso avremmo sentito una risata omerica. Quanto alla prima affermazione dubito che la giornalista abbia mai visto un reparto presse, sellatura, lastroferratura, insomma una catena di montaggio, non solo alla Fiat, ma in qualsiasi industria. Sempre che gli operai non siano in cassa integrazione o in “mobilità”. Probabilmente non ha idea nemmeno di come sia fatta una linea produttiva in una fabbrica di confezioni, oppure di come si lavori in un laboratorio di stireria, e tante altre cose di questo genere. E sarebbe interessante sapere come sono valorizzate le competenze di tanti suoi colleghi nelle redazioni, oppure come la brava giornalista “valorizza le competenze” della sua colf, ma in tal caso si andrebbe troppo sul personale.