lunedì 27 settembre 2021

Il colore della crisi

 


Oggi è la giornata dedicata a indovinare di quale colore potrebbe essere il prossimo governo federale tedesco. Non cambierà significativamente nulla a livello politico, ma a livello sociale qualche turbolenza si farà sentire, in Germania e altrove.

domenica 26 settembre 2021

Elezioni tedesche, spinte al riarmo e venti di guerra


Oggi si vota in Germania per il rinnovo del Bundestag. I sondaggi elettorali mostrano forti fluttuazioni che riflettono la sfiducia degli elettori. Nessun partito ottiene più del 25% delle preferenze e un terzo degli elettori resta indeciso, anche alla vigilia delle elezioni.

La campagna elettorale è stata dominata dagli stessi problemi che stanno arrivando al dunque in tutta Europa e nel mondo intero, e che gli ideologi borghesi chiamano “crisi della democrazia”. Si tratta di altro, ossia delle contraddizioni esplosive del sistema capitalistico alle quali nessuno dei partiti ha una risposta, com’è emerso anche durante il dibattito finale di giovedì tra tutti i principali candidati dei partiti rappresentati in parlamento.

sabato 25 settembre 2021

Marx, "quell’unica cosa che sapeva"


Sull’ultimo Domenicale, compare in seconda pagina una dignitosa recensione (Comprendere Marx, non confutarlo) scritta da Mario Ricciardi per la nuova edizione di Adelphi della biografia intellettuale di Marx, che fu pubblicata negli anni Trenta da Isaiah Berlin con il titolo Karl Marx. His Life and Enviroment. È l’unica monografia pubblicata da Berlin, poiché tutti gli altri libri sono raccolte di saggi o testi di lezioni e conferenze.

venerdì 24 settembre 2021

Passato e presente

 

Oggi sono in vena d’intimismi e di compilazione d’elenchi telefonici.

Ogni settimana ho tra le mani alcuni libri e vedo quale regge. Pratico questa igiene della lettura da oltre cinquant’anni, ossia da quando ho lasciato i romanzi adolescenziali. All’epoca avrei dato la mia intera collezione di francobolli linguellati per leggere una nuova storia avvincente. Andavo a consegnare per conto di un droghiere merce che valeva cinquanta volte quello che guadagnavo in un pomeriggio e che poi, come un serpente a digiuno sulle tracce di una rana, investivo da Bertoni o Rigattieri, felici di sedurmi con libri di largo smercio.

I romanzi galanti o erotici allora ancora in voga e che si leggevano con una sola mano non rientravano nel mio genere. Non perché fossi un’allegoria vivente della castità, ma per questione di temperamento prediligevo tutt’altra azione, pur facendo conto di una celebre sentenza di Terenzio. Al povero Salgari preferivo le spregiudicate avventure mediterranee di Capitan Bavastro. Adoravo Verne, London e per un lungo inverno l’intera produzione di Dumas. Insomma, le solite cose per quell’età e di quell’epoca.

Poi, crescendo, rapidamente venne Melville, mi feci prestare Tolstoj, e con James fu un amore breve ma intenso, una lunga amicizia quella con Marguerite de Crayencour. Mann e i romanzi storici di Gore Vidal non sono stati delle meteore. Non ho legato con Stendhal, non molto con Proust, trovai geniale Musil, che però nel lungo diventa noioso. A Hemingway preferivo Steinbeck, allo scozzese Stevenson il proletario Destouches. I nostri Verga, De Roberto, Tomasi, De Marchi, Satta, dosi moderate di Pirandello, la combriccola degli scrittori triestini è tutta bella gente. Non ho citato Gadda, Palazzeschi e altri ancora? C’erano, e pure quel sanremese nato a Cuba che piace al mondo intero tranne che a me. Oddio, non capisco proprio niente di letteratura.

L’intera collana del Teatro di Einaudi è stata un caposaldo, vera passione. Un po’ di poesia, sempre negletta l’ammetto. Un romanzo famoso che non ho letto? Sicuramente ce ne saranno molti, mi viene in mente il capolavoro di Hugo, ripreso in mano più volte però mai digerito tutto. Per quanto riguarda la saggistica non voglio dire niente perché sarebbe un discorso lungo, assai contorto e di citazioni che si potrebbero prestare a fraintendimenti clamorosi.

Insomma, ho sgranocchiato parecchio, e riesco a giudicare se un libro è quello “giusto” dopo alcune pagine, ma possono bastare poche righe. Ho poco gusto per le storie narcisistiche della piccola borghesia letteraria, in gran parte spazzatura, né mi piacciono i “gialli” scritti per fornire cadaveri e colpevoli ai lettori, quelli della confraternita alcolica del romanzo americano dove tutti bevono, hanno smesso d’ubriacarsi o provano a farlo. Pur riconoscendo che Chandler e Hammett meritano grande attenzione, ovviamente, e su Poe, loro antenato, non si discute. La Woolf è troppo inglese e dunque viva Simenon che offre tutt’altra atmosfera d’ambiente.

Sull’oggi. Prediligo la letteratura che non vince premi e classifiche, posto che il volume delle vendite non è quasi mai metro per misurare quello del talento. Cito un solo esempio. I libri di Stefania Auci, sulla Sicilia dei Florio, di personaggi cancellati dal tempo, in testa alle classifiche di vendite e di gradimento, raccontano di vicende interessanti, non sono scritti male (ma non bene), e però risentono di un certo stereotipo letterario, mancano di qualcosa (e anche più) per prendermi davvero. Auci non è Edith Wharton, e non basta avere una storia di declini familiari da raccontare. Questo fa in genere la differenza tra la letteratura odierna e quella di un passato che non si può vivere una seconda volta.


giovedì 23 settembre 2021

Fenomeni, prendete atto


Posso comprendere che vi sia un obiettivo da raggiungere. Non si fa che parlare di questo, ossia della vaccinazione e del correlato passaporto vaccinale. Il vaccino non è obbligatorio, ma surrettiziamente prescrittivo. È diventato un’ossessione, tanto da far passare come assurda se non ridicola ogni tipo di critica e di opposizione nel merito.

Molti fingono, moltissimi invece non se ne avvedono per davvero di vivere in una situazione in cui tendenzialmente si è liberi solo di obbedire. Ci sono momenti in cui, a sentire certi discorsi a leggere certe cose, pare di essere tornati, pur sotto mutate forme che si vanno affermando, a un passato considerato definitivamente concluso, laddove la libertà era intesa quale espressione del dovere patriottico, ora diventato morale e civico!

Si chiede a un’immunologa o a un infettivologo, che mesi fa non sapevamo chi fossero e di che cosa s’occupassero, pareri e corroboranti disamine sulle più disparate questioni, dalla politica al clima, dall’economia al gossip. Una situazione che è diventata tanto spettacolare per tutti quanto remunerativa per questi affamati di visibilità mediatica e gratificazione sociale.

La sequenza degli eventi che ci ha condotti sin qui è connotata d’iperboli. S’è decretato lo stato d’emergenza che dura da venti mesi, subito parlato di “guerra”, incitato a manifestare entusiasmo dai balconi, istituito un’équipe di tecnici ed “esperti” sulle cui indicazioni s’è poi fatto strame di tutto, non di rado con provvedimenti amministrativi paradossali e umoristici.

Ci siamo familiarizzati con questo clima sociale, e chi osa anche solo accennare a una qualsiasi forma d’opposizione è considerato tout court un paranoico. Ogni erba nello stesso fascio: un Cacciari, Barbero, Canfora, vale qualsiasi altro, anche a chi siano scappati i neuroni. È la situazione stessa, creata ad arte, a essere diventata largamente paranoica. Almeno di questo si prenda atto e si smetta di fare i fenomeni. 

Un crollo controllato?


«Gli analisti di Wall Street ripongono la loro fiducia nel Partito comunista cinese. [...] I mercati azionari si stabilizzano dopo il sell-off globale di lunedì». Non male questo titolo fiduciario.

mercoledì 22 settembre 2021

Tutti all'Arena




















Perché mai dovremmo credere a Biden ?

 

Nel 2016 il gruppo industriale francese Naval Group ha firmato con l’Australia un contratto del valore di 55 miliardi di euro per la progettazione di un nuovo modello di sottomarini e la consegna in 12 unità. Vittima di ritardi e sforamenti di budget, un primo progetto presentato nel febbraio di quest’anno è stato bocciato perché troppo costoso. Diverse visite ufficiali di alto livello (comprese quella presidenziale) tra i due paesi hanno cercato di sistemare le cose.

Gli australiani hanno però deciso di avere una nuova storia d’amore annunciando la stipula di un accordo con gli Usa per cui acquisteranno sottomarini nucleari statunitensi. La Francia è stata informata solo un’ora prima della conferenza stampa congiunta tenuta dal presidente degli Stati Uniti con i primi ministri australiano e britannico per annunciare questo nuovissimo patto di sicurezza trilaterale: AUKUS.

Questa dimostrazione di forza, questa mossa anti-cinese, ovviamente non è stata gradita a Pechino, dove la vedono come aggressiva, un gesto da guerra fredda. E avvertono l’Australia che non dovrebbe rischiare la vita dei suoi soldati nel Mar Cinese.

La Francia dal canto suo ha richiamato per consultazioni i propri ambasciatori da Washington e da Canberra. La Nuova Zelanda, tanto per dire, sta già cercando di rafforzare i suoi legami con l’Europa e anche l’Indonesia (275 milioni di ab.) ha espresso apertamente il suo sgomento.

Non è la prima volta che la Francia s’oppone alla politica estera americana. Senza tornare alle antiche idiosincrasie di un De Gaulle, nel 2003 Chirac e Villepin declinarono l’invito a partecipare all’avventura bellicosa in Iraq con lo sdegno di due flâneurs che spolverano escrementi di piccione dispettoso delle loro giacche. Il gallo francese contro l’aquila americana rappresenta un innegabile momento di magnificenza francese, che però non ha scoraggiato anni di attacchi islamisti diretti contro il suo territorio e i suoi cittadini (ma a pensar male si fa peccato).

E pensare che solo a giugno scorso, Biden e Macron camminavano a braccetto come due amanti sul lungomare in Cornovaglia, durante il vertice del G-7. E poi si scambiarono frasi melense su twitter come due scolari delle medie. E invece ora Macron non solo non è andato a New York, ma ha annullato anche la sua apparizione virtuale all’Assemblea generale e il suo ministro degli esteri si è rifiutato di incontrare Antony Blinken, attuale Segretario di Stato, di origine ucraina (non si fanno mancare niente).

È la rinascita della diplomazia aggressiva, confermata dal discorso di Joseph Biden tenuto ieri nell’elegante tribuna di marmo verde delle Nazioni Unite. È un modo molto ottocentesco, minaccioso e rissoso, d’intendere i rapporti tra le potenze. Mascherato da frasi di circostanza, tipo: “Sono qui oggi per la prima volta in vent’anni con gli Stati Uniti non in guerra, abbiamo voltato pagina”; oppure il solito richiamo per la difesa dei “diritti umani” (in casa altrui).

Voltato pagina? Le spese militari degli Stati Uniti sono aumentate nel 2020 fino a raggiungere la cifra record di 778 miliardi di dollari, quasi il 40% della spesa militare totale nel mondo. Il Bulletin of Atomic Scientists segnala che nel corso di un solo anno la stima dei costi per le armi nucleari è aumentata di 113 miliardi di dollari. Conclusione: “Il budget della difesa presentato dall’amministrazione Biden assomiglia molto a quello dell’amministrazione Trump”. E anche la politica estera di Biden è una fedele continuazione di quella del suo predecessore, salvo i toni più sfumati rispetto a quelli del cafone rifatto.

Quando l’America va in guerra, è in nome della pace. Quando frammenta il mondo in blocchi commerciali e alleanze militari, lo fa in nome dell’unità globale. Quando cospira e fomenta conflitti locali ci mette l’etichetta dei “diritti umani”. Per tre decenni Washington ha usato questi falsi pretesti per condurre guerre in tutto il mondo. A parte gente come Federico Rampini, che fa il suo mestiere, perché mai dovremmo credere a Biden e prendere esempio dagli Stati Uniti, con la loro violenza, le bande, i ghetti, dove l’aspettativa di vita è in declino da anni?


martedì 21 settembre 2021

Un giorno del prossimo futuro

 

Settantasei anni fa si costituiva l’Organizzazione delle Nazioni Unite, allo scopo di “salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità”. Nel primo articolo della sua Carta prometteva misure collettive efficaci per la prevenzione e la rimozione delle minacce alla pace e la soppressione di atti di aggressione o altre violazioni della pace.

L’11 dicembre del 1946, a conclusione dei processi di Norimberga per i crimini di guerra nazisti, l’Onu affermava che “la pianificazione, la preparazione, l’inizio o lo svolgimento di una guerra di aggressione” sono crimini punibili con la morte.

La fondazione dell’ONU e di altre istituzioni a carattere internazionale non risolsero alcuna delle contraddizioni essenziali che avevano portato alle guerre mondiali, soprattutto quella che intercorre tra un sistema economico mondiale e quello degli Stati-nazione, vale a dire bestie che si combattono l’una contro l’altra per la preda.

Non è casuale che l’ONU stessa, con lo schermo della solita retorica umanitaria, abbia più volte approvato violazioni del diritto internazionale e atrocità di ogni tipo, come del resto era già avvenuto in precedenza con la Società delle Nazioni dopo la prima guerra mondiale, che non riuscì a fermare l’ascesa del fascismo e il prevedibilissimo scoppio della seconda guerra mondiale.

In tal senso ha avuto un bel dire, lo scorso 10 settembre, il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, nel denunciare “l’incalcolabile danno sociale e ambientale che potrebbe essere causato dalla ricerca del profitto”.

Assenti i presidenti di tre delle cinque potenze del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – Emmanuel Macron, Vladimir Putin e Xi Jinping –, poiché i preparativi per la guerra degli Stati Uniti contro la Cina provoca una delle più profonde crisi diplomatiche dalla fine della Guerra Fredda.

Ci sarà invece il presidente degli Stati Uniti, Joseph Biden, con le mani sporche di sangue dopo che i funzionari statunitensi hanno ammesso che almeno 10 civili innocenti, tra cui sette bambini, sono stati uccisi in un attacco di droni a Kabul il 29 agosto.

Il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, che rappresenta la Francia all’Assemblea generale in assenza di Macron, ha ammonito: «Vediamo l’ascesa di una strategia indo-pacifica lanciata dagli Stati Uniti che è militarmente conflittuale. Questa non è la nostra posizione. Non crediamo nella logica del confronto militare sistematico, anche se a volte dobbiamo usare mezzi militari».

Ieri, la presidente della Commissione dell’Unione europea, Ursula von der Leyen, si è ufficialmente unita a Parigi per chiedere spiegazioni formali a Washington: «Uno dei nostri Stati membri è stato trattato in un modo inaccettabile. Vogliamo sapere cosa è successo e perché», aggiungendo che la situazione deve essere chiarita «prima di continuare con il business as usual» (Ansa).

Se le parole hanno ancora un senso, impegnarsi in uno “scontro militare sistematico”, significa prepararsi alla guerra. I conflitti sui profitti e sull’influenza strategica che stanno esplodendo tra le potenze della NATO sono guidati dall’imminente prospettiva di una guerra globale degli Stati Uniti contro la Cina, incoraggiata da Gran Bretagna, Australia e altri sodali, intrapresa nel tentativo di mantenere il primato mondiale statunitense in flagrante violazione del diritto internazionale.

I preparativi di guerra da una parte e dall’altra testimoniano l’impossibilità di modellare una politica internazionale coerente per affrontare, mobilitare e coordinare le risorse dell’umanità per risolvere uno qualsiasi dei gravi e grandi problemi che l’umanità ha davanti a sé.

Ancora una volta stiamo andando a grandi passi con gli occhi chiusi verso la catastrofe. Con una differenza non da poco: oggi sono disponibili armi di distruzione di massa che possono mettere fine non solo alla nostra civiltà, ma a ogni forma di vita sul pianeta. Quanto siamo consapevoli di ciò che sta avvenendo, distratti come siamo dalle diatribe irresponsabili, dall’una e dall’altra parte, su questioni irrilevanti e persino comiche?

*

Un giorno del prossimo futuro, i sopravvissuti si chiederanno chi siano i criminali da appendere a un lampione che hanno scatenato la terza guerra mondiale.

Una domanda più pertinente sarà quella attinente al retroterra politico, ideologico e psicologico dei protagonisti di quella tragedia, di ogni ordine e grado.

Se si fossero affrontati onestamente i fatti, mettendo in secondo ordine gli interessi più prosaici, si sarebbe potuta evitare la guerra che ha distrutto letteralmente il pianeta cancellando l’esistenza di molte specie e mettendo in forte dubbio la prosecuzione di quello umana.

Si sottopose l’avversario alla cura che già fu approntata nel 1941 per il Giappone, a base di sanzioni e restrizioni economiche di ogni tipo, ossia una strategia d’accerchiamento tesa a fomentare l’odio reciproco e a far reagire il “nemico” nel senso voluto per poi annientarlo.

Nessun paese democratico, tantomeno gli Stati Uniti, potrà stornare da sé o rifuggire dalla propria responsabilità per ciò che è accaduto.


Il fattore tempo

 

Tra la fine del 1939 e l’inizio del 1940, sul fronte occidentale non accade nulla di significativo. La chiamarono la strana guerra o guerra finta (phoney war). Gli ospedali britannici erano pronti a ricevere 30.000 feriti al giorno, ma erano vuoti. Si protessero gli edifici con i sacchetti di sabbia, s’indossarono le uniformi e le moderne maschere antigas erano a portata di mano; tuttavia nessuno si sentiva in pericolo.

Eppure si contarono negli ultimi quattro mesi del 1939 oltre 2000 vittime causate dai blackout autoimposti, mentre furono solo tre i caduti britannici sul fronte occidentale.

L’Unione Sovietica il 17 settembre aveva invaso la Polonia riprendendosi quanto aveva ceduto con la cosiddetta pace di Brest-Litovsk del 1918. In novembre, invase la Finlandia. L’opinione pubblica occidentale rimase scandalizzata. Gran Bretagna e Francia erano entrati in guerra per difendere le piccole nazioni, ma nel caso dell’aggressione russa alla Polonia e alla Finlandia lasciarono fare.

Se aveste potuto decidere con un clic del vostro mouse, che cosa avreste deciso di fare in tale occasione? La follia di iniziare una guerra con l’Unione Sovietica prima che la Germania fosse sconfitta non sembrava influire sull’opinione pubblica, né aver peso su alcune teste calde della rappresentanza politica e della casta militare.

Un paio d’esempi per illustrare la situazione. Il 20 marzo, dopo otto giorni dalla resa della Finlandia, il primo ministro Édouard Daladier si dovette dimettere poiché 300 deputati francesi si erano astenuti sulla mozione di fiducia al suo governo per il mancato aiuto da portare alla Finlandia.

Maxime Weygand, già capo di stato maggiore generale dell’esercito, poi comandante delle forze francesi in Medio Oriente e capo del teatro d’operazioni del Mediterraneo Orientale, dal maggio 1940 capo supremo delle forze armate francesi, commentò in una sua lettera che considerava “essenziale sconfiggere l’Unione Sovietica in Finlandia”.

Le decisioni strategiche non possono seguire l’orientamento emotivo dell’opinione pubblica, e neanche quello degli “esperti”, che proprio perché tali spesso non possiedono la necessaria ampiezza di visione dei problemi e della loro interconnessione.

Spesso, per non dire sempre, il fattore tempo è fondamentale in qualsiasi tipo di decisione. Come accennato qui sopra, l’attesa può rivelarsi decisiva per il successo o il fallimento quanto la prontezza fulminea nell’iniziativa. Da evitare sempre è l’indecisione.

Anche in tal caso citerò due esempi emblematici. Churchill ed altri nel gabinetto di guerra (riunione del 16 dicembre 1939) avevano in progetto di mandare un corpo di spedizione in Finlandia; in realtà lo scopo era quello di bloccare l’esportazione verso la Germania di minerale ferroso dalla Svezia e dal porto norvegese di Narvik. Fortunatamente il 12 marzo 1940 la Finlandia si arrese, altrimenti si sarebbe arrivati alla guerra con l’Unione Sovietica.

In capo a Churchill sta in gran parte la responsabilità della grave sconfitta subita dalle truppe inglesi in Norvegia nellaprile successivo. Quella sconfitta non fu dovuta soltanto all’impreparazione e improvvisazione, all’equipaggiamento e armamento inadeguato, alla mancanza di copertura aerea, ma anche all’indecisione dimostrata dal politico inglese che fino all’ultimo cambiò idea ripetutamente sull’obiettivo delle operazioni alleate, indeciso tra Narvik e Trondheim, tanto da aver “portato i capi di stato maggiore sullorlo dell’ammutinamento”. Di ciò, Churchill evita di dire nelle sue memorie. Il sottosegretario permanente dell’ufficio di guerra e amico di Churchill, James Grigg, il 12 aprile 1940 ebbe a dire: “Dobbiamo fare in modo che il primo ministro metta mano alla faccenda prima che Winston e Tiny [Ironside] mandino a puttane tutta la guerra”.

Il 26 maggio, mentre il corpo di spedizione britannico cominciava la ritirata verso Dunkerque, il ministro degli Esteri Halifax, e il neo premier Churchill, pensarono che era giunto il momento di provare a trattare con Hitler. Churchill dichiarò che, pur considerando “incredibile che Hitler proponesse condizioni accettabili”, se fosse stato possibile “uscire da questo pasticcio cedendo Malta e Gibilterra [all’Italia, quale intermediario] e qualche colonia africana [alla Germania], non si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione. L’unica strada sicura, comunque, “era convincere Hitler che non avrebbe potuto batterci”.

Quello fu il giorno in cui Hitler si trovò più vicino alla vittoria. Due giorni prima, rassicurato da Göring che la sua Luftwaffe poteva distruggere da sola il corpo di spedizione britannico ormai intrappolato sulla cosata francese, e temendo che il terreno si rivelasse troppo paludoso per i suoi carri, aveva ordinato alle Panzerdivision di arrestarsi ad appena 24 km da Dunkerque. Il 26 maggio, Hitler aveva revocato questo discusso ordine e il giorno dopo reparti d’assalto tedeschi erano arrivati a meno di 8 km da Dunkerque.

Quello stesso 26 maggio, alle 19.00, fu dato l’ordine per l’operazione Dynamo, l’evacuazione del corpo di spedizione britannico dalla Francia, che riporterà in Inghilterra 338.226 soldati, di cui oltre 125.000 francesi. Quella finestra temporale di due giorni, tra l’ordine di arrestarsi e il contrordine di riprendere l’offensiva, impedì a Hitler di vincere nel 1940.

*

Dunque, il fattore tempo. Se si perderà questa “guerra” alla pandemia virale, non sarà questo o quel governo pro-tempore ad averla persa qui e altrove. Ci pensino bene i “padroni del bene comune”, poiché in tal caso, dio non voglia, verrebbe giù tutto il palco definitivamente. Lo sanno, eccome se lo sanno.

lunedì 20 settembre 2021

Nuovi dati sull'efficacia vaccinale

 

Oggi sul sito del Sole nuovi dati, quelli per il periodo dal 23 luglio a settembre. I numeri assoluti relativi agli over 80:

casi d’infezione: 5.116 vaccinati; 164 parzialmente vaccinati; 1.859 non vaccinati; questi ultimi rappresentano solo il 26% dei casi;

ricoverati dal 22 luglio al 5 settembre per covid: 1.145 vaccinati; 49 parzialmente vaccinati; 705 non vaccinati, che dunque rappresentano poco più di un terzo (37%) dei ricoverati;

terapia intensiva: 56 vaccinati; 2 parzialmente vaccinati; 52 non vaccinati, vale a dire che la metà dei ricoverati in t.i. hanno ricevuto il vaccino;

decessi, dal 23 luglio al 22 settembre (questa è la data riportata): 288 vaccinati; 20 parzialmente vaccinati; 294 non vaccinati, vale a dire che i non vaccinati sono leggermente di meno dei vaccinati.

Per la coorte 60-79, i numeri assoluti sono:

casi d’infezione: 11.620 vaccinati; 1.171 parzialmente vaccinati; 8.629 non vaccinati; questi ultimi rappresentano il 40,3% dei casi;

ricoverati dal 22 luglio al 5 settembre per covid: 792 vaccinati; 163 parzialmente vaccinati; 1.903 non vaccinati, che dunque rappresentano esattamente due terzi (66,6%) dei ricoverati;

terapia intensiva: 88 vaccinati; 16 parzialmente vaccinati; 366 non vaccinati; vale a dire che in questa coorte d’età, per quanto riguarda i casi gravi, questi rappresentano nettamente la maggioranza tra i non vaccinati;

decessi, dal 23 luglio al 22 settembre: 100 vaccinati; 31 parzialmente vaccinati; 353 non vaccinati, vale a dire che i non vaccinati sono oltre due terzi dei deceduti, tuttavia non si dispone per questi casi di dati sulle condizioni di salute pregresse.

Per quanto riguarda le coorti anagrafiche 12-39 e 40-59, i casi gravi e i decessi sono nettamente a sfavore dei non vaccinati, ma anche in tali casi, numericamente modesti (rispettivamente 12 e 135 casi), non sono riferiti dati sulle condizioni di salute pregresse.

Considerazioni: il covid negli over 80 va a sommarsi ad altre patologie importanti e i casi letali tra vaccinati e non vaccinati non sono numericamente dissimili. Anche i casi d’infezione grave nei 60-79 le condizioni di salute pregresse hanno un’incidenza decisiva per quanto riguarda il decorso grave e l’esito mortale. Il vaccino invece potrebbe avere un impatto migliore nella coorte 40-59, ma anche in tal caso in rapporto alle condizioni di salute del paziente. La vaccinazione è ininfluente o quasi per quanto riguarda il decorso grave e l’esito mortale man mano che si scende con l’età. Questi ultimi soggetti, al pari degli altri, possono trasmettere l’infezione, e perciò il vaccino è una misura profilattica auspicabile. Resta da valutare il rapporto rischio/beneficio in capo ai soggetti più giovani. Pertanto, sulle generali, questi dati confermano, in relazione agli effetti epidemici, quanto osservato da 20 mesi in qua.


Grandi mosse strategiche

 

«L’Indo-Pacifico e l’Europa rappresentano oltre il 70% del commercio mondiale di beni e servizi e oltre il 60% di quello estero per i flussi d’investimenti diretti. Gli scambi commerciali tra l’Indo-Pacifico e l’Europa sono più elevati rispetto a qualsiasi altra regione geografica del mondo, con scambi annuali che raggiungono 1.500 miliardi di euro nel 2019».

Così si legge in un documento dell’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza indirizzato al Parlamento e al Consiglio europei, datato da Bruxelles il 16 settembre, il giorno dopo in cui il presidente Josph Biden annunciava l’alleanza militare strategica tra Australia-Regno Unito-USA (AUKUS).

Evidentemente il documento europeo era già stato predisposto e forse non è casuale che Biden lo abbia voluto anticipare mettendolo in ombra. Tuttavia il documento è comunque significativo, in quanto indica le basi economiche dei crescenti conflitti tra Washington e le potenze europee in Asia e nello scacchiere Indo-Pacifico.

Questo dà la dimensione degli interessi in gioco e delle frizioni innescate dall’accordo AUKUS. Non solo la Francia, ma l’UE non ha gradito l’unilateralità della decisione Usa, dopo quanto accaduto con la crisi afghana e il frettoloso e caotico ritiro deciso da Washington.

Nelle 18 pagine del documento del responsabile degli Esteri della Commissione europea si legge ancora:

«Il futuro dell’UE e dell’Indo-Pacifico sono indissolubilmente legati dall’interdipendenza delle economie e le sfide globali comuni. La regione comprende sette membri del G20 – Australia, Cina, India, Indonesia, Giappone, Repubblica di Corea e Repubblica del Sud Africa – così come l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN), partner sempre più importante per l’UE. La regione ospita i tre quinti della popolazione mondiale, produce il 60% del PIL globale, ha contribuito per i due terzi alla crescita economica pre- pandemica ed è in prima linea nell’economia digitale. Le regioni ultraperiferiche dell’UE e i paesi e territori d’oltremare, costituzionalmente legati ai suoi Stati membri, sono parte importante dell’approccio dell’UE all’Indo-Pacifico».

Mentre Washington intensifica la sua spinta bellica contro la Cina, si scontra con le potenze europee che stanno cercando di affermare i loro interessi commerciali e strategici (l’UE è il “principale investitore”) in competizione nella regione dell’Indo-Pacifico.

Dietro la retorica sul multilateralismo evocata in ogni incontro di vertice internazionale c’è un’accelerata rivalità tra le potenze sulla divisione dei profitti realizzati in Asia, non solo grande fabbrica ma anche vastissimo mercato, anche sotto il profilo della crescente corsa agli armamenti poiché tutti sanno che un conflitto aperto e diretto tra Usa-Cina è solo questione di tempo.

In particolare la Francia è la più colpita dall’accordo militare AUKUS, che ha portato l’Australia a cancellare un accordo da 56 miliardi di euro per l’acquisto di sottomarini di fabbricazione francese. Giovedì, il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian, dopo aver denunciato l’accordo come una “pugnalata alle spalle”, è apparso sabato per un’intervista in prima serata alla televisione France2. Ha detto che il richiamo degli ambasciatori intendeva «mostrare ai nostri partner di lunga data che c’è una rabbia molto forte, c’è davvero una grave crisi tra di noi». Ha soggiunto in modo insolitamente schietto: «Ci sono state bugie, doppiezza, una grave violazione della fiducia, c’è stato disprezzo. Quindi, le cose non stanno andando bene tra di noi, per niente. Il richiamo dei nostri ambasciatori è stato fatto per cercare di capire, ed è anche un modo per rivalutare la nostra posizione e per difendere i nostri interessi in Australia e negli Stati Uniti».

Il Wall Street Journal ha denunciato le richieste francesi di “autonomia strategica” da Washington e poi ha avvertito l’intera UE: «L’Europa non può giocare il gioco della Cina del divide et impera su questioni economiche e strategiche senza conseguenze per le sue relazioni con gli Stati Uniti».

È stato fatto un gran lavoro propedeutico di propaganda e ora esiste un consenso politico negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Australia per contenere, con qualsiasi mezzo, l’espansionismo economico cinese.

Giovedì c’è stata una cena di lavoro tra Angela Merkel e Macron. Non avranno certo parlato solo di vini del Reno e di Camembert.

Storicamente è un fatto che quando si fanno grandi mosse strategiche, chi ne è fuori s’incazza.

domenica 19 settembre 2021

A confronto il lockdown è uno scherzo


Davanti a una bottiglia di Valpolicella ripasso del diciotto, in attesa che arrivi in tavola l’arrosto, leggevo un articolo del Sole scritto a New York. Tratta di sottomarini: patchwork di comunicati stampa. Poteva esser scritto comodamente a Trebaseleghe con meno spesa e miglior esito. Fuori piove, prosit.

*

Esiste una differenzazione terminologica fra sommergibili e sottomarini in riferimento alla capacità di un battello subacqueo di permanere in immersione per determinato un tempo. Chi sostiene che tale differenza è data dal tipo di sistema propulsivo, per cui si parla di sommergibili nel caso di propulsione convenzionale diesel-elettrica o affine e di sottomarini se la propulsione è nucleare, a mio non modesto avviso non è esattamente nel giusto.

Il termine sommergibile va attribuito a un mezzo navale concepito e realizzato per operare prevalentemente in superficie, ma in grado di immergersi al fine di occultarsi per intraprendere un attacco o per sfuggirvi. Tutti i mezzi subacquei fino alla comparsa del Type XXI tedesco, entrato in servizio nel 1945, in grado di rimanere in immersione, o a quota snorkel (dispositivo per il ricambio d’aria), per alcuni giorni, fanno parte della categoria dei sommergibili.

La superiorità tecnica del Type XXI fece sì che questa classe di U-boat divenisse il punto di riferimento per lo sviluppo dei sottomarini nel dopoguerra, vale a dire battelli destinati ad operare prevalentemente in immersione, che non hanno bisogno di emergere frequentemente per rigenerare l’aria o per far funzionare i motori termici per la propulsione.

Il sottomarino nucleare è un’evoluzione successiva. Fu progettato e realizzato nei primi anni Cinquanta e avrebbe rivoluzionato in maniera radicale la guerra subacquea, ottenendo alte velocità in immersione (si raggiunsero dapprima i 23 nodi, ora pare si superino i 40) con autonomia quasi illimitata, condizionata soltanto dai limiti di sopportabilità dell’equipaggio. Queste qualità hanno determinato il definitivo abbandono del nome a questo tipo di unità, che passò da sommergibile a sottomarino.

Come fa un sottomarino nucleare a rimanere sott’acqua per oltre un mese (il turno di una missione è mediamente più di due mesi) e teoricamente per anni? Il reattore nucleare non alimenta, sottoforma di energia elettrica, solo le turbine a vapore per la propulsione, ma garantisce il funzionamento di due dispositivi fondamentali: quello che distilla l’acqua di mare per ottenere quella dolce, e l’altro dispositivo, che tramite un semplice processo di elettrolisi “estrae” ossigeno dall’acqua di mare per rigenerare l’aria all’interno del battello.

Lo stacco rispetto ai sottomarini convenzionali è netto.

Teoricamente il sottomarino nucleare può rimanere in immersione per tempi lunghissimi, tuttavia il limite non è tecnico bensì umano, e riguarda, come accennato, la salute dell’equipaggio, soprattutto quella mentale. Infatti, l’equipaggio rimane chiuso in un cilindro d’acciaio in spazi ridotti e in stretta promiscuità, , privato della luce naturale, in totale isolamento e senza alcun tipo di comunicazione con l’esterno se non quelle strettamente necessarie con il comando della marina, attraverso trasmissioni radio in bassissima frequenza.

Non si tratta di dettagli. Il lockdown a causa dell’epidemia virale è stato un trastullo a confronto. 

Volgarità quotidiane

 

Amici dell’insurrezione e dell’ozio, branco di depravati sopravvissuti alle noiose vicissitudini dello stato d’emergenza permanente, se non siete già andati a fare jogging muniti di green pass e di un incrollabile senso di patriottismo, orgoglio e coraggio, vi segnalo un certo Carlo Galli, omonimo del più noto ex calciatore, che non riuscendo a trattenersi dallo scrivere frasi volgari su Repubblica (in attesa dei consigli dietetici per l’autunno-inverno), citando espressamente le decapitazioni di Luigi Capeto e di sua moglie Maria Antonia, sostiene che “non c’è nulla di più illiberale di una rivoluzione, di più intollerante di ricominciare da capo la vita politica e civile, di meno dialogante che ergersi a giudici del passato”.

Viva la monarchia assoluta, lunga vita al feudalesimo, quello del passato e del presente. Del resto che cosa è effettivamente cambiato? Anche oggi abbiamo le caste ed è usata la credulità della gente inventando una realtà di escrementi, modello generalizzato del nostro morboso comportamento sociale. La sintesi dell’articolo dell’ineffabile Galli è presto detta: gli spiriti più liberi a volte pronunciano mostruosità. S’è per questo se ne sentono di più e di peggiori dai chicchirichì televisivi. Come dicono oltralpe: l’habitude de passer du coq à l’âne.


sabato 18 settembre 2021

Vaccino e altre abiezioni

 

Personalmente non ho obiezione contro le prime due dosi di vaccino da somministrare su richiesta negli adulti (critico che non sia reso disponibile anche per altri 5 o 6 miliardi di persone, ma sappiamo che prima viene il business e poi, a debita distanza, tutto il resto), e però proprio perché appartengo alla schiera dei patrioti, mi permetto invitare i responsabili sanitari di questo paese da venti mesi in emergenza, in primis quelli dell’AIFA non meno che quelli del CTS (Comitato Tragicomico Scientifico), di prendere in considerazione i possibili effetti collaterali (soprattutto in soggetti con alti livelli di lipidi e di creatinina nel sangue) dovuti alla somministrazione del vaccino anticovid (di qualsiasi marca e prezzo) e le conseguenze non trascurabili rilevabili ad oculum nel filmato qui sotto.




https://youtu.be/ikKIb7aY0SM

Ha dimenticato di chiedere di costruire campi di vergogna.

Consiglio la prescrizione di esami urgenti e di vietargli la visione di film sul Terzo Reich.


Dopo la Brexit, l’Aukus

 

Vale a dire il patto tra Australia, Regno Unito, Stati Uniti che si concentra sulla regione indo-pacifica e prende di mira la Cina, una delle maggiori potenze nucleari del mondo. Un’alleanza militare che rappresenta una svolta storica nella politica estera britannica con importanti conseguenze.

L’Australia potrà condividere la tecnologia nucleare e sarà dotata di otto sottomarini a propulsione nucleare. Il Regno Unito condividerà i contatti per fornire il componente principale per i nuovi sottomarini con BAE Systems (ex Marconi Electronic e British Aerospace, le portaerei classe Queen Elizabeth sono sue, per esempio) e il produttore di motori Rolls-Royce che giocherà un ruolo importante.

La Francia, che aveva con l’Australia un contratto per la fornitura di sottomarini a propulsione diesel (cancellazione dell’ordine miliardario per il Naval Group francese), non ci sta, tanto che Parigi ha richiamato i propri ambasciatori negli Stati Uniti e in Australia, e minaccia ritorsioni. Uno sgarbo, quello australiano, grave e che rischia di rovinare il prossimo week-end alla coppia Macron-Trogneux, ma che va letto anche in chiave elettorale interna.

La Gran Bretagna ha svolto un ruolo importante nell’assicurare che l’Australia annullasse il suo accordo sottomarino da 90 miliardi di dollari australiani (48 miliardi di sterline) con la Francia. Il ministro della Difesa britannico Ben Wallace ha dichiarato giovedì che l’Australia era venuta a marzo scorso nel Regno Unito alla ricerca di un accordo e voleva abbandonare l’accordo con la Francia, e che Johnson, Morrison e Biden ne avevano discusso a margine del vertice del G7 ospitato nel Regno Unito a giugno.

venerdì 17 settembre 2021

Ciao, stefano feltri

 

In una celebre canzone del dottor Vincenzo Jannacci avrei aggiunto: “Quelli che ... se non fanno colazione con uova e bacon, la giornata non comincia bene”.

A tale riguardo mi viene in mente una frase di un russo vissuto qualche tempo addietro: “Ognuno di noi è responsabile di tutto davanti a tutti”, ma non vorrei dare troppo peso, per ciò che sto per dire, alla colazione abbrustolita.

*

Secondo i dati che ricavo dallo specifico link de Il Sole 24ore:

i ricoveri tra i 60-79enni, nel periodo 23 luglio-22 agosto, in numeri assoluti sono stati: vaccinati 607; parzialmente vaccinati 195; non vaccinati 1.562; pertanto un terzo dei ricoverati per questa fascia d’età è vaccinato o parzialmente vaccinato;

i ricoveri tra gli over 80, nel periodo 23 luglio-22 agosto, in numeri assoluti: vaccinati 875; parzialmente vaccinati 50; non vaccinati 565; quasi i due terzi dei ricoverati over 80 è vaccinato o parzialmente vaccinato.

Qualche domanda ce la possiamo porre a riguardo di queste fasce d’età, in attesa dei dati di settembre? Domande del tipo: se questi dati saranno confermati per la coorte 80+, come tutto fa ritenere, quanto incide la comorbilità nella contabilità dei ricoveri, terapie intensive e decessi? Non solo la contabilità di oggi, ma anche il panico seminato a piene mani nel 2020.

Cosa risaputa, diranno i soliti umanisti sfaccendati.

È lecito inferire che se non si è in salute l’efficacia vaccinale decresce in presenza di serie patologie e con l’età? Anche questo è risaputo e perfino banale. È azzardato allora dire che in generale la letalità di questo virus non è molto dissimile di quella delle epidemie influenzali più gravi del passato, e che anzi rispetto a quelle tristemente note del secolo scorso la letalità riguarda prevalentemente le persone più anziane e malate e incide molto meno in quelle progressivamente più giovani e sane? Anche questa è un’evidenza, ma gli “esperti” hanno già il ditone verso e segnalano la ressa negli ospedali a causa del virus.

“Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato” (oggi è l’anniversario di chi disse questa frase, ricorderebbe Luigi).

C’era anche allora e molto più acuto il problema dei decessi e dei ricoveri ospedalieri, con la differenza, grazie alla nuova epoca, che puntiamo tutti a diventare centenari non rinunciando a uova e bacon.

Grazie alla madonna che prega per noi, il vaccino c’è, ma non sarà la soluzione. Anche perché restano da vaccinare almeno 4-5 miliardi di persone, senza contare la necessità d’iniettare terze e quarte dosi, eccetera. Grazie ai santi apostoli quello dei vaccini è anche un grande affare, ma già questa considerazione ci porta a meno di un metro dalla sindrome cospirazionista.

“Non è il possesso della verità che fa l’uomo di scienza, ma è la ricerca inquieta e continua della verità, che in modo definitivo non raggiungeremo mai” (Ciao, stefano feltri. Con sottofondo di Modest Mosorgkij, Quadri di un’esposizione).


Milionari di Stato con facce di palta

 

In tutta Europa, l’inflazione è salita al 3% e negli Stati Uniti supera già il 5%. L’aumento dei prezzi colpisce di più chi ha un reddito basso (cioè quelli con meno del 60 per cento del reddito medio a loro disposizione), perché spende la maggior parte del proprio reddito per una certa gamma di prodotti base, come gli alimentari, il riscaldamento, l’affitto, ecc..

Ad agosto, il tasso d’inflazione annuale in Germania è ufficialmente salito al 3,9 per cento rispetto al 2,3 di giugno. I prezzi di beni e servizi si stanno muovendo a un tasso più veloce degli ultimi 28 anni, cioè dal dicembre 1993, quando ha raggiunto il picco del 4,3 per cento.

I prezzi dell’energia e dei generi alimentari sono aumentati in modo particolarmente rapido e sostenuto: gli alimentari mediamente del 4,6 per cento, quelli delle verdure del 9, dei latticini e delle uova del 5 per cento. L’energia ad agosto è salita del 12,6% in più rispetto all’anno precedente, ma si tratta di una media. Il gasolio da riscaldamento è aumentato del 57,3 per cento, carburante/benzina del 26,7, gas naturale del 4,9, e elettricità dell’1,7. I prezzi dell’energia risentono anche della tassa sulla CO2 di 25 euro per tonnellata, introdotta all’inizio di quest’anno e destinata ad aumentare progressivamente a 55 euro entro il 2025.

Non solo i più poveri, anche la classe media vede ridursi il proprio potere d’acquisto, poiché anche i prezzi dei beni di consumo durevoli, come le automobili, sono aumentati del 5,5 per cento e del 4 i mobili e dei prodotti per l’illuminazione. L’abbigliamento, i prodotti per la cura personale, i fiori, i giornali e le riviste sono diventati più cari, e i prezzi nei ristoranti sono aumentati dal 10 al 20 per cento.

Alla fine dei conti la “transizione ecologica” sarà fatta pagare soprattutto a chi ha meno e non c’è da meravigliarsi. Aspettiamoci una certa turbolenza sul piano delle richieste di aumento salariale, non solo in Germania.

Al pari dei salariati, anche i pensionati sono particolarmente colpiti dall’inflazione e dall’andamento negativo dei salari. L’aumento delle pensioni tedesche è legato all’andamento dei salari dell’anno precedente, e quest’anno non c’è stato alcun aumento delle pensioni nell’ovest e solo uno molto modesto nell’est.

Anche in Italia, dopo un periodo di relativa calma sul fronte dei prezzi, c’è ora una vera e propria esplosione con rincari sostenuti in tutti i settori merceologici, però in gran parte tali aumenti sono mascherati nei dati ufficiali con diversi accorgimenti, materia della quale si occupano degli specialisti ad hoc.

Quando non si può svalutare la moneta, si svalutano i salari, che in non pochi settori sono i più bassi d’Europa, vale a dire “miseri” rispetto a quelli dell’area tedesca (a parità di potere d’acquisto: Il Sole 24ore), specie nel settore di operai e lavoratori specializzati, e circa un terzo in meno di quelli francesi. Questo è il nerbo della politica economica nostrana.

Scrive sempre il giornale di Confindustria che il mercato del lavoro tedesco consente spesso di trovare un impiego anche a gruppi d’individui in particolare difficoltà, che in Italia resterebbero disoccupati. Però “abbiamo vinto gli europei, fatto il pieno di medaglie”, diceva testualmente ieri sera in tv l’ultra settantenne Franco Bernabè, uno dei tanti milionari di Stato (cinque anni fa dichiarava oltre 1.600.000 euro l’anno). Si scrisse che quando era AD di Telecom era riuscito a “trasformare gli incarichi in Telecom in una miniera d’oro”. Ma ‘sti cazzo di giornalisti, competenti come pochi in virologia, qualche domanda “curiosa” gliela faranno mai a queste facce di palta?

giovedì 16 settembre 2021

Zittire quegli stronzi

 

Gli intellettuali, segnatamente dei docenti quali Cacciari, Barbero, Canfora e molti altri, non dovrebbero essere coinvolti in questioni “che non sono di loro competenza accademica”. Cacciari disputasse con Anassarco di Abdera sull’infinità dei mondi, Barbero della “voglia dei cazzi e altri fabliaux mediavali”, Canfora di Costantino Simonidis, e non rompessero i coglioni a Stefano Feltri, che invece possiede le giuste “competenze accademiche” per occuparsi da par suo di tutto ciò che è serio e soprattutto “scientifico”.

Che rivincita sociale e piacere rassicurante mettere a zittire quegli stronzi che con la loro residua autonomia di giudizio e di espressione fomentano il popolino alla contestazione, perfino alla rivolta, che invece deve starsene obbediente, strumento docile alla manovra, massa amorfa.

Questa infermità ideologica (come altro definirla?), illumina adeguatamente a che punto è arrivata la notte della ragione e dei diritti. Il regno della categoria degli “esperti”, degli “scienziati”, peraltro spesso in contraddizione tra loro quando non in aperto litigio, è esclusivo e intangibile. Nessuno ci deve mettere il naso e permettersi di denunciarne la puzza.

Quanto ai “dati”, inoppugnabili ovviamente, l’interpretazione è prerogativa sacerdotale. Autorevoli sono solo le fonti accreditate dalla solita compagnia di giro televisiva. I documenti, i verbali, gli “atti”, sono resi pubblici a discrezione politica, ossia in gran parte secretati.

I diritti da 20 mesi non hanno più lo stesso valore. L’eccessiva penalizzazione nei movimenti e nel comportamento è un fatto ritenuto normale e anzi dovuto, anche quando certe misure diventano discriminatorie e ridicole (un lungo elenco). Per non dire dei bambini, che dopo mesi di detenzione amministrativa, sono diventati individui potenzialmente pericolosi, untori per definizione. E molto altro ancora.

Tutto ciò come se non ci trovassimo in un paese in cui ci mentono e ingannano sistematicamente da sempre. 


Un solo colore

 

Mentre da noi, dopo venti mesi di stato d’emergenza (ormai permanente), va in onda quotidianamente un dibattito surreale (vedi nota qui sotto), in tutt’altra parte del pianeta ci si prepara a un altro tipo di guerra, quella vera, una predisposizione bellica che eufemisticamente chiamano “patto per la sicurezza”.


Non protesta solo Pechino, ma anche la Francia. Perché? La marina francese aveva un accordo da 66 miliardi di dollari con quella australiana (sottomarini a propulsione diesel), accordo che ora verrà abbandonato. Per il governo francese si tratta di una “scelta deplorevole” che, dice il ministero della Difesa in una nota, “non fa che rafforzare la necessità di sollevare forte e chiaro la questione dellautonomia strategica europea”. Per i francesi è sempre una questione di vino & formaggio.

Joseph Biden ha dichiarato: “Dobbiamo essere in grado di affrontare sia l’attuale situazione strategica nella regione, sia il modo in cui potrebbe evolversi. Il futuro di ciascuna delle nostre nazioni, e del mondo intero, dipende da un Indo-Pacifico libero e aperto, duraturo e fiorente per i decenni a venire”. Per l’imperialismo di Washington è sempre una questione di “libertà” contro la “tirannia” di chiunque si frapponga ai suoi interessi, che sono ovunque “minacciati”.

Va ricordato che i sottomarini nucleari, generalmente dotati di missili balistici, rappresentano un’arma strategica di punta. Gli Stati Uniti avevano condiviso la tecnologia della propulsione nucleare con un solo paese: il Regno Unito, attraverso un accordo del 1958.

Il primo ministro Morrison si è sforzato di insistere sul fatto che lAustralia non avrebbe acquisito armi nucleari, il che sarebbe una violazione del Trattato di non proliferazione nucleare, né avrebbe creato un’industria nucleare civile.

C’è, tuttavia, una logica nella decisione: senza un’industria nucleare, l’Australia, che ha tra le più grandi riserve di uranio al mondo, sarebbe completamente dipendente dagli Stati Uniti o dal Regno Unito per il combustibile nucleare per i suoi sottomarini. Una volta sviluppata un’industria nucleare, il carburante può essere utilizzato anche per costruire armi nucleari. 

Laccordo segna una riformulazione dell’alleanza, come durante la II GM nel Pacifico in cui lAustralia era una delle principali basi operative sia per gli Stati Uniti che per la Gran Bretagna, a quel tempo contro il Giappone.

Le faglie di una nuova disastrosa guerra mondiale stanno rapidamente emergendo. 

*

Nel mese di luglio, a Honolulu, si sono tenuti colloqui ad alto livello che hanno coinvolto il presidente della Micronesia, David Panuelo, e l’ammiraglio della Marina degli Stati Uniti, John C. Aquilino, comandante dell’Indo-Pacific Command.

Gli Stati Federati di Micronesia sono un arcipelago di 600 isole, con una popolazione di 58.000 abitanti, strategicamente situato nel nord-ovest del Pacifico vicino al Mar delle Filippine. Sull’incontro sono stati forniti pochi dettagli, ma sono coinvolte una base militare e altre strutture militari.

mercoledì 15 settembre 2021

Frutti copiosi

 


Chiunque può irridere e dare dell’imbecille a qualcuno senza farne il nome, consapevole che tutti capiranno di chi si tratta.

Lo stesso chiunque che si doleva di trovare in twitter una stupidità aggravata rispetto a ciò che aveva a suo tempo auspicato, dimentico che il medium is the message.

Scritto dalla stessa mano, balenato nella medesima testa.

I motivi di tanto risentimento? Non quelli immediati e superficiali, non le pulsioni che riguardano la commedia rappresentata tutti i giorni nei media, intendo i motivi più profondi. Non è faccenda che si può liquidare in due parole poiché c’è di mezzo un lavoro ben fatto, impostato da decenni da specialisti. E questa è una grande occasione per raccogliere frutti copiosi.

martedì 14 settembre 2021

[...]

 

Fu preso da una stanchezza sproporzionata. Non poteva farci niente, aveva capito fin dall’inizio che tentare di opporvisi sarebbe stato un errore. Non ne avrebbe comunque avuto la forza. Non aveva detto altro, né voluto, né programmato, né fatto sapere, né sperato. Il corpo non aveva più risposto. La sua unica pretesa, la sua unica egemonia era stata interrompere le funzioni secondarie, portarle alla capitolazione, salvare l’essenziale. Si sedette, capitolando. Smise di scrivere. Era l’obiettivo. Vent’anni e poi niente. In una volta. L’impensabile impossibilità. La sua mano si tratteneva in quello che fino a quel momento era stato uno dei gesti più spontanei, costanti, essenziali. Non definirsi più con questo gesto e il suo nome. Ecco perché è scomparso.

Non stava scrivendo. Oppure solo inizi, poche frasi, cinque o sei, abbandonate una dopo l’altra. Con il passare delle settimane, dei mesi, aveva capito un’altra cosa; non era tanto lo scrivere che si era fermato, non voleva più scrivere per loro. Forse era solo scrivere per loro che era finito, si ripeteva, ed era stranamente felice di dirlo. Aveva finito per trovare strano dover produrre la lingua per così poco. Non voleva di più. Neanche meno. Aveva fatto abbastanza e basta. Come sbattere una porta, riagganciare il telefono. La fatica aveva fatto il resto. Fuggire. Disertare. Non sapere altro.

E poi un giorno era successo qualcosa. Una cosa molto piccola. Era stato in grado di scrivere ancora qualcosa, l’impossibilità era stata cancellata. Non sapeva in anticipo che cosa avrebbe scritto, non sappiamo nulla prima. Questo è il segreto, c’è qualcosa nel fatto di scrivere che nessun’altra attività ti soddisfa a quel modo, che nient’altro ti porta.

I due pugili sono sul ring



Leggo che tra Joseph Biden e Xi Jinping c’è stata la settimana scorsa una conversazione telefonica. I due leader hanno avuto un’ampia discussione strategica sui temi d’interesse dei due Paesi, convergendo su alcune cose e divergendo su altre. Insomma, ognuno è rimasto sulle proprie posizioni. Durante il colloquio – ha spiegato la Casa Bianca –, è stata affrontata la questione della “responsabilità di entrambe le nazioni per garantire che la concorrenza non si trasformi in conflitto”.

lunedì 13 settembre 2021

L’ultima estate/1

 

Il Reich tedesco invase la Polonia il 1° settembre 1939. Britannici e francesi, che si erano impegnati di sostenere Varsavia in caso di attacco tedesco, il 3 settembre dichiararono guerra alla Germania. Concretamente non mossero un dito, né dichiararono guerra all’Unione Sovietica quando, pochi giorni dopo, le sue truppe invasero da est la Polonia, spartendosela con i tedeschi secondo un protocollo segreto firmato in occasione del trattato di non aggressione fra il Reich Tedesco e l’Urss del precedente 23 agosto. Segno questo che delle sorti della Polonia importava poco o nulla a Parigi e Londra. Ciò che preoccupava era ben altro e di più diretto.

Causa diretta dell’invasione tedesca fu la mancata concessione, da parte della Polonia, del cosiddetto corridoio di Danzica alla Germania, ciò che le avrebbe permesso di collegare la Prussia occidentale con quella orientale mediante un’autostrada e una ferrovia, in modo da consentire la libera circolazione di merci e persone tra i due territori senza subire controlli doganali o dazi di alcun genere.

Dopo la prima guerra mondiale, la Prussia orientale era stata separata dalla Prussia occidentale dal corridoio di Danzica (o corridoio polacco). Questo corridoio era costituito da una striscia di territorio istituita col trattato di Versailles del 1919 per dare alla ricostruita Polonia uno sbocco sul Mar Baltico. La piccola zona, con l’aggiunta dell’importante porto di Danzica, separava il corpo principale della Germania dalla regione della Prussia Orientale. Nel 1920, nella parte meridionale della Prussia Orientale (che non comprende Danzica), fu indetto un plebiscito (detto di Allenstein e Marienwerder) per decidere se passare alla Polonia o rimanere alla Germania. Oltre il 96% della popolazione scelse la seconda opzione.

Danzica era stata formalmente dichiarata “città libera” sotto il controllo della Società delle Nazioni, per non subordinare la popolazione tedesca della città al governo diretto della Polonia, tuttavia era praticamente sotto controllo polacco. La Polonia dovette abbandonare Danzica il 6 marzo 1932 (venne governata da un commissario della SdN, ma di fatto dai tedeschi, mentre il territorio circostante era controllato dai polacchi) e le restò come porto Gdynia (Gdingen), a 25 km da Danzica.

La Polonia aveva in quegli anni fatto diventare Gdynia, a dispetto dei tedeschi e usando considerevoli investimenti stranieri, un grande porto, anche militare. Infatti, prima della guerra, Gdingen era stata una piccola frazione di pescatori con circa 1.000 abitanti. Con l’acquisizione polacca, Gdynia, vent’anni dopo, contava oltre 100.000 abitanti polacchi.

A causa della guerra doganale tra Polonia e Germania del 1925–1934, la Polonia era più focalizzata che mai sul commercio internazionale. Ad esempio, furono costruite nuove ferrovie per collegare la Slesia con la costa e nuove tariffe resero molto conveniente spedire le merci tramite i porti polacchi piuttosto che da quelli tedeschi. Gdynia divenne il più grande porto del Mar Baltico.

A ciò s’aggiungeva il controllo militare polacco del Westerplatte, una penisola situata alla foce della cosiddetta “Vistola Morta”, che divenne sede di una fortezza militare polacca.

*

Nel secondo dopoguerra, analogamente alla richiesta tedesca del 1938 di creare un corridoio di transito tra le due parti della Prussia, per la città di Berlino (un’enclave nella DDR) furono fissati i cosiddetti tratti di transito e relativi corridoi tra l’Est e l’Ovest, dove passava il traffico stradale, ferroviario e fluviale, mentre per gli aerei si stabilirono dei corridoi aerei.

Pertanto, la richiesta avanzata dal Reich tedesco aveva una motivazione ragionevole. La creazione del corridoio polacco era considerata da quasi tutti come l’esito di un compromesso poco soddisfacente raggiunto nel 1919. Anche nelle loro conversazioni private i leader britannici e francesi erano sostanzialmente favorevoli nel riconoscere valida la richiesta tedesca, che però Varsavia respinse, in ciò appoggiata, con apparente paradosso, dai governi di Parigi e Londra.

Ancora il 4 maggio 1939, il Times scrisse che Danzica non valeva veramente una guerra e, lo stesso giorno, Marcel Déat, ex ministro dell’aviazione francese, dichiarava pubblicamente che non ci si poteva aspettare che dei soldati francesi “morissero per Danzica”.

Dello stesso avviso l’ambasciatore britannico a Berlino, Nevile Henderson. Scrisse il 24 maggio: “Personalmente sono convinto che non ci possa essere una pace permanente in Europa finché Danzica non sarà tornata alla Germania. I polacchi non possono essere padroni di 400.000 tedeschi a Danzica, quindi deve esserlo la Germania”. Il 26 aprile, aveva scritto a Edward Halifax, ministro degli Esteri, contro il corridoio polacco con l’argomento che “se la Scozia fosse separata dall’Inghilterra da un corridoio irlandese, anche noi vorremmo, come minimo, ciò che Hitler sta chiedendo”; si disse convinto che sarebbe stato “perverso finire ora in una guerra mondiale” per simili motivi.

Il primo atto della seconda guerra mondiale fu dunque provocato dalla decisione di mantenere il corridoio polacco e di negare la concessione di quello tedesco attraverso di esso. Questo fatto, nudo e crudo, non può essere smentito, anche se si tende a rimuoverlo puntando l’attenzione sul proditorio attacco germanico. Tuttavia la domanda da porsi è: perché si arrivò alla decisione di non cedere alla richiesta tedesca e dunque alla guerra?

Per comprendere la decisione di respingere la richiesta di Berlino di ottenere un corridoio di transito con la Prussia orientale attraverso il “corridoio polacco”, bisogna tornare indietro di un anno esatto, ossia alla conferenza di Monaco, che si tenne dal 29 al 30 settembre 1938, fra i capi di governo di Regno Unito, Francia, Germania e Italia, dalla quale scaturirono gli accordi che portarono all’annessione dei Sudeti da parte della Germania, a danno della Cecoslovacchia. Anche la Polonia ottenne di annettere, sempre a danno di Praga, la cittadina di Cieszyn e la Zaolzie, a maggioranza polacca, e pure l’Ungheria inglobava diversi territori di confine con la Cecoslovacchia.

Segue