mercoledì 23 settembre 2026

Su Xiaobai

 

Palazzo Soranzo-van Axel è attiguo alla splendida chiesa di Santa Maria dei Miracoli, uno dei primi esempi rinascimentali a Venezia. Il palazzo, fondamenta de le Erbe, sestiere di Cannaregio (dunque da non confondere con l’omonimo palazzo Soranzo in Santa Croce), esternamente ricorda il tardo gotico e ha comunque un suo fascino, come quasi tutte le costruzioni veneziane dei secoli migliori.

L’edificio si può visitare in occasione della mostra dell’artista cinese Su Xiaobai, evento collaterale della Biennale di Venezia. L’ingresso è gratuito, anche perché l’interno del palazzo non presenta nulla di significativo, salvo la vera da pozzo posta all’ingresso per la compulsiva gioia digitale dei visitatori.

Su Xiaobai (1949), ha scoperto la sua vena artistica a quasi quarant’anni. Si dice abbia «sviluppato un’arte sensuale [?] ma rigorosa, che sfida ogni classificazione», e che «dialoga sia con il linguaggio dell’arte astratta occidentale sia con le tradizioni della filosofia cinese, incluso il sutra buddista: “Tutto è niente, niente è tutto”».

Mancandomi la conoscenza dei sutra di Siddhartha Gautama, accolgo senza riserve il giudizio: la sua “arte” è inclassificabile, un niente di tutto e un tutto di niente. Stesso giudizio che si ricava da AI di Google:

«Per lo sguardo occidentale, la semplicità radicale e il profondo legame con la spiritualità e la memoria rischiano di apparire hermetici [sic!] o difficili da decodificare appieno nei loro strati concettuali più intimi.»

Non vedo cos’altro si potrebbe aggiungere di più “intelligente” al riguardo degli “strati concettuali più intimi” di Su Xiaobai, di gente che antepone il primato del concetto sull’oggetto. Si tratta di “smaterializzazione” dell’arte, ossia dell’arte ridotta a un’idea o a un’azione astratta. Salvo che chi acquista queste “opere” lo fa sulla base del loro status di oggetti nella forma di merce, del prosaico concetto di “investimento”.

Del resto, a pensarci bene, il mondo è pieno di oggetti, più o meno interessanti; per quale motivo aggiungerne altri? A tal fine basterebbe un’arte ultra-concettuale fatta di soli International Bank Account Number degli artisti (non si vive di soli concetti, si deve pur mangiare).

Su Xiaobai non è così ortodosso nella prassi smaterializzatrice, al contrario, propende per opere concrete e di grandi dimensioni, laddove ogni opera è tutt’altro che invisibile o irrealizzata, fino a diventare ingombrante, e tuttavia deve comunque costituire arte priva di autentico interesse visivo e impossibile difficile da decodificare senza un’adeguata propedeutica.

L’artista cinese con residenza germanica, per il suo oggettivo sostentamento si aggiudica il 5730° posto nella classifica mondiale degli artisti più venduti all’asta (fatturato 2025). Ha realizzato le sue migliori vendite principalmente in Cina, ma le sue quotazioni sono in live declino, comunque ci vogliono circa 40k euro per mettersi in casa una sua opera (in tal caso avvertite la vostra colf che si tratta di un’opera d’arte e non di oggetto ingombrante da conferire in discarica).

Quando Su Xiaobai, artista sfuggito alla zappa maoista, non crea capolavori, scrive: «quando Dio creò la terra circa 6.000 anni fa, deve avervi impresso anche una lunga storia di formazione del territorio, che ha affascinato gli archeologi. Anch’io sono affascinato dal modo in cui la lacca e le piastrelle racchiudono antiche tradizioni e storie. Lo stesso vale per certi colori: non vengono usati semplicemente per rappresentare delle forme; sono storia e storie in sé».

L'imitatore


Immaginiamo che Hitler avesse tenuto, nel 1936, un discorso presso la sede ginevrina della Società delle Nazioni, l’antesignana dell’ONU attuale. Ipotizziamo chiedesse di annettere la Cecoslovacchia e l’Austria al Reich, come poi in realtà avvenne, e avesse minacciato di distruzione la Polonia, cosa che non mancò di fare in seguito (*).

Mi chiedo quale reazione avrebbe provocato il discorso di Hitler presso i delegati presenti nella sala, quindi sulla stampa e presso i governi di tutto il mondo. Solo qualche strillo di giornale e poco altro?

Nel 1936, di Anschluss neanche a parlarne. Hitler non avrebbe potuto affermare che l’Austria sarebbe passata sotto “il controllo permanente [della Germania] sulla sicurezza e su tutte le altre questioni” senza suscitare le reazioni, per esempio, di Mussolini, il quale avrebbe mandato o minacciato di inviare le sue truppe al Brennero, come aveva già fatto nel 1934.

Quanto alla Cecoslovacchia, Parigi e soprattutto Londra si piegarono vergognosamente. Ma quando toccò alla Polonia, il bluff di Hitler non funzionò più. Insomma, a tutto c’è un limite. E chi potrebbe oggi minacciare di guerra gli Stati Uniti a proposito delle loro reiterate aggressioni? La guerra è esclusa, solo Washington può minacciarla e, localmente e impunemente, porla in atto. In nome della “libertà” e della “sicurezza”.

Trump non è Hitler, non gli riesce bene nemmeno la caricatura. Ma ieri, come sua consuetudine, si è comportato come un dittatore, offrendo uno spettacolo che ci dovrebbe far vergognare tutti. E invece ... Mancava solo che sputasse per terra e scorreggiasse rumorosamente. Nemmeno questo avrebbe scosso più di tanto i delegati delle varie nazioni, che sono rimasti al loro posto silenti o anche plaudenti (tranne Cuba, per ovvi motivi).

E che Cuba sia sotto assedio, mi pare evidente. Il comunismo non arriverà mai in America, “ma la libertà arriverà a Cuba”, ha dichiarato il paladino dell’America First, la cui amministrazione conta sul collasso economico e sociale dell’isola attraverso un blocco totale.

Per non parlare di ciò che è avvenuto in Venezuela. Anche la guerra all’Iran è un fatto contrario alla Carta dell’ONU. Una guerra che mostra segni di una possibile escalation e che sta influenzando la distribuzione di petrolio e gas, con ripercussioni a cascata sull’economia globale.

Trump ha minacciato di ridurre l’Iran “all’inferno, senza possibilità di sopravvivenza e senza speranza di una futura grandezza o di un futuro prospero per le generazioni a venire”, se Teheran non farà come dice lui.

Che del genocidio palestinese gli Stati Uniti siano complici degli israeliani non ci piove. Che proprio in occasione del suo discorso la Groenlandia, l’isola più vasta del pianeta, sia stata di fatto annessa agli Stati Uniti solo degli ipocriti potrebbero negare.

Trump si è occupato ovviamente anche della guerra in Ucraina, dicendo che la pace è dietro l’angolo. A tale proposito, è passata sotto silenzio la dichiarazione del primo ministro polacco Donald Tusk, il quale ha affermato che l’esercito ucraino perde 27.000 uomini al mese tra morti e feriti. Ha affermato di aver ricevuto queste informazioni direttamente da Kiev. Zelensky e i suoi collaboratori non hanno smentito la notizia.

Nel suo discorso di circa 37 minuti, Trump ha anche esortato “tutti gli Stati membri della Corte penale internazionale a ritirarsi immediatamente da questa istituzione senza scrupoli”. Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha promesso di smantellare la CPI, che processa gli autori dei crimini più gravi al mondo, “mattone dopo mattone”. Ha definito la Corte “una minaccia intollerabile alla sovranità americana”.

I banditi internazionali con sede a Washington e a Wall Street sono furiosi per l’emissione di un mandato di arresto nei confronti del più efferato criminale dell’ultimo mezzo secolo: Benjamin Netanyahu.

Insomma, penso che a suo tempo Hitler, nel suo ipotetico discorso a Ginevra, sarebbe stato più cauto e conciliante, sicuramente meno smargiasso, di quanto è avvenuto ieri con Trump.

(*) Nella realtà storica, la Germania aveva aderito alla Società delle Nazioni nel 1926 e ne uscì nel 1933. 

martedì 22 settembre 2026

Lealtà suprema

 

«L’unità economica europea si realizzerà, poiché è giunto il suo momento.»

Walther Funk, Ministro dell’Economia del Reich, 1942.


Leggo dal Sole 24ore: «In un quarto di secolo i dividendi sono cresciuti in termini nominali del 380%, ma il valore delle azioni nel frattempo è salito più velocemente: + 410%. E poi, soprattutto a Wall Street, la lettura del dividendo non basta perché assai diffuso il ricorso al buyback, il meccanismo attraverso il quale le società di acquisto azioni proprie riducono il numero di titoli in circolazione». È come con i francobolli da collezione: meno ce ne sono in circolazione e maggiore è il loro prezzo.

Tutto sommato il fulcro dell’economia finanziaria capitalistica è questo e poco altro. I fondamentali contano sempre meno: gli acquisti sono guidati dagli investimenti del retail, da basket e da Eft, dalla volatilità che determina comportamenti automatici e, appunto, da buyback. Un linguaggio da iniziati (in una situazione di voluta scarsa alfabetizzazione finanziaria), che significa semplicemente: si tratta di azzardo.

Scrivevo il 6 luglio dell’anno scorso: « [...] è un gioco truccato. Gli stop-loss si attivano, le liquidazioni si incatenano, i prezzi scendono ancora, e chi aveva scommesso su una discesa fa cassa. I trader in preda al panico fissano i loro schermi, increduli. Gli ordini stop-loss sono inghiottiti in un abisso senza fondo. C’è anche chi ne approfitta, un qualche miliardario che compra la paura a un prezzo sempre più basso. In pochi secondi, la marea cambia. Ma per alcuni, è già troppo tardi. In questo modo, gli algoritmi non seguono il mercato: lo guidano.»

Interessante ciò che precisavo al riguardo: «In tale situazione, ogni pretesa schematica (di modello matematico), basata sulla famigerata e tautologica “crescita”, che si richiami ad un mitico equilibrio, sia pure in una prospettiva di dinamica ciclica, perde di senso sia teorico che pratico.» Se poi il lettore vorrà prendersi la briga di andare a leggere la nota che scrissi in fondo a quel post, avrà più chiaro che cosa succede nel presente e soprattutto ciò che accadrà nel futuro prossimo.

Ma andiamo un po’ più a fondo sul tema di chi controlla e decide le politiche finanziarie. Fino al 1977, a Basilea, vicino alla stazione centrale, nel palazzo di un ex albergo, vi era una porta, seminascosta da un negozio di cioccolato. Solo una piccola targa indicava che quella stretta porta conduceva alla BRI, ossia alla Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI). La più antica istituzione finanziaria internazionale al mondo, nata nel 1930 tramite l’accordo dell’Aia sul Piano Young (quello relativo al debito tedesco per le riparazioni di guerra). La BRI funge tutt’ora da “banca delle banche centrali” per promuovere la cooperazione monetaria e finanziaria globale.

Basilea costituiva la sede ideale, situata com’era all’estremità settentrionale della Svizzera, quasi a ridosso dei confini francese e tedesco. A pochi chilometri di distanza, soldati nazisti e alleati combattevano e morivano; alla BRI, però, tutto ciò non aveva importanza. Le riunioni del Consiglio di amministrazione vennero sospese durante la IIGM, ma la BRI rimase incredibilmente attiva, fungendo da unico canale di contatto finanziario (spesso ambiguo e criticato nel dopoguerra) tra le potenze dell’Asse e gli Alleati. Anche i rapporti tra il personale della BRI proveniente dalle nazioni belligeranti rimasero cordiali, professionali e produttivi. La nazionalità era irrilevante: la lealtà suprema era rivolta alla finanza internazionale.

Il triunvirato di gestione della BRI era formato da presidente, Thomas McKittrick, un americano; dal direttore generale, Roger Auboin, francese; dal segretario generale, Raffaele Pilotti, italiano e uomo di fiducia del Regime (*). Quindi il vicedirettore generale, Paul Hechler, era membro del partito nazista e firmava la corrispondenza con la formula “Heil Hitler”; Per Jacobsson, svedese, era l’influente capo economista della banca (dal 1956 direttore generale del Fondo Monetario Internazionale). I vice di quest’ultimo e di Pilotti erano britannici.

L’istituto divenne rapidamente una delle istituzioni finanziarie meglio informate al mondo, in particolare riguardo alle transazioni bancarie transfrontaliere e ai flussi di capitale internazionali. Dalla sua fondazione, le corpose relazioni annuali costituivano una vera e propria enciclopedia di statistiche e indicatori economici e finanziari. Ogni anno il Rapporto Economico Annuale analizzava il commercio internazionale sia nel mondo occidentale che in quello in via di sviluppo, trattando temi quali la politica monetaria, i mercati obbligazionari, i tassi di cambio, i flussi di capitale nei mercati emergenti e occidentali, nonché l’evoluzione dei mercati finanziari internazionali.

Dopo il 1945, cinque dirigenti della BRI, furono accusati di crimini di guerra. La Germania perse la guerra ma vinse la pace economica, in gran parte grazie alla BRI. La visibilità internazionale, i contatti, le reti bancarie e la legittimazione che la BRI garantì – dapprima alla Reichsbank e successivamente agli istituti che ne raccolsero l’eredità – contribuirono a preservare la continuità di interessi economici e finanziari di enorme portata, dall’epoca nazista fino ai giorni nostri.

L’adesione alla BRI non è aperta automaticamente a qualsiasi stato o banca centrale. L’adesione rimane un privilegio piuttosto che un diritto. Nel 1994, la Federal Reserve acquisì proprie quote della BRI, aderì all’istituto e nominò due membri del Consiglio di amministrazione: il presidente della Federal Reserve e il presidente della Federal Reserve di New York. La BRI passò dall’essere un’istituzione eurocentrica, a cui gli Stati Uniti prestavano scarsa attenzione, a una realtà globale e internazionale. Nel 1996, aderirono anche le banche centrali e le autorità monetarie di Cina, India, Russia, Brasile, Hong Kong, Singapore e Arabia Saudita.

Considerato il ruolo cruciale della BRI nell’economia internazionale, il suo basso profilo è sorprendente. Ai giornalisti non è consentito accedere alla sede centrale durante lo svolgimento del Global Economy Meeting. I funzionari della BRI parlano raramente e con riluttanza con la stampa, e quasi mai “ufficialmente”.

Attualmente la BRI ha sede al civico 2 di Centralbahnplatz, a Basilea, a pochi passi dalla stazione centrale. È un luogo silenzioso e tranquillo. Non ci sono manifestanti radunati davanti alla sede della BRI, né accampamenti di protesta nel parco adiacente, né vivaci comitati di accoglienza per i banchieri centrali di tutto il mondo. Schiere di blogger e giornalisti chiacchierano delle banche, eppure, a parte brevi accenni, della BRI ci si occupa quasi nulla.

La BRI ospita quattro dei più importanti comitati internazionali che si occupano di attività bancarie a livello mondiale: il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria, il Comitato sul sistema finanziario globale (Committee on the Global Financial System, abbreviato in CGFS, o CSFG in italiano), il Comitato sui sistemi di pagamento e regolamento (Committee on Payments and Market Infrastructures) e il Comitato Irving Fisher, una rete globale di statistici ed economisti di banche centrali.

La BRI ospita inoltre tre organizzazioni indipendenti: due gruppi che si occupano di assicurazioni e il Financial Stability Board (FSB). Quest’ultimo, che coordina le autorità finanziarie nazionali e le politiche di regolamentazione, viene già considerato il quarto pilastro del sistema finanziario globale, accanto alla BRI, al FMI e alle banche commerciali.

Secondo la BRI, i compiti principali di una banca centrale consistono nel controllare il flusso del credito e il volume di valuta in circolazione, garantendo così un clima economico stabile, e nel mantenere i tassi di cambio entro fasce gestibili per assicurare il valore della moneta e agevolare il commercio internazionale e i movimenti di capitale. Ciò è fondamentale, soprattutto in un’economia globalizzata in cui i mercati reagiscono in microsecondi e la percezione della stabilità economica e del valore conta quasi quanto la realtà stessa (**).

L’Italia una Banca centrale non ce l’ha più, salvo che per eseguire gli ordini della BCE, distribuire euro, stampare brochure e organizzare convegni. La realtà è che siamo entrati in una nuova fase storica, segnata da una profonda crisi strutturale, alimentata dall’avidità e dalla rapacità delle banche e delle grandi società di speculazione finanziaria. Complice la venalità e la corruzione della classe dirigente di ogni Paese. Ovvio che la rabbia e il cinismo stiano logorando la già scarsa fiducia dei cittadini nella democrazia e nello stato di diritto, così come non deve meravigliare che i giovani e le persone più mobili lascino il proprio paese d’origine in cerca di una nuova vita all’estero.

Le potenti forze del capitale internazionale stanno trionfando e non si vede chi possa almeno contenerle. Quanto al potere politico e a tutta l’agitazione mediatiche che gli scodinzola intorno, si tratta di semplice fuffa. Per molti, ma sempre meno, il progetto d’integrazione europea è diventato una verità intangibile, un articolo di fede nell’inesorabile cammino del mondo verso un futuro più radioso e sicuro. E tuttavia, le decisioni importanti sono prese dietro le quinte di santuari politici e finanziari. La chiamano democrazia e ci raccontano che le elezioni, quelle degli altri, sono truccate.

Una verità scomoda e taciuta è che esistono reali parallelismi tra i piani della leadership nazista per l’economia europea del dopoguerra e il successivo processo di integrazione economica e monetaria europea, che non a caso ha avuto la Germania come protagonista principale. La Banca dei Regolamenti Internazionali ha fatto da filo conduttore in entrambi i casi (***).

L’élite tecnocratica e finanziaria europea e statunitense, fatta da amicizie personali basate su frequentazioni scolastiche d’élite, viaggi e pranzi comuni, nonché da legami matrimoniali, è intimamente convinta di dover trasformare lo “spazio vitale” che ritiene assegnatogli dalla storia in un’unica dimensione economica, politica e ideologica. Del resto, a chi deve rendere conto democraticamente la BCE? Di fatto, a nessuno (lo stesso vale per la BRI). Ha il controllo sulla maggior parte degli strumenti di politica monetaria e la libertà di utilizzarli a propria discrezione (****).

Un gesto di apertura alla democrazia si ebbe quando con il Trattato di Maastricht si stabilì dovesse essere ratificato da tutti i dodici membri dell’UE. Tuttavia, solo tre dei firmatari si fidarono a sufficienza dei propri cittadini da indire un referendum. Nel 2005, sia la Francia che i Paesi Bassi votarono contro la nuova Costituzione europea nei rispettivi referendum. I funzionari europei aggirarono l’ostacolo ribattezzando la Costituzione “Trattato di Lisbona”, sostenendo che si limitasse a modificare i trattati precedenti, rendendo così superfluo il ricorso a referendum.

Quanto al fatto che l’Europa è rimasta immune da guerre dal 1945 al 1989, ciò non è dipeso dall’Unione Europea e dal “mercato”, bensì grazie alla presenza di forti partiti riformisti di sinistra che hanno puntellato, nonostante tutto, un sistema improntato alla democrazia. È un merito storico che va loro riconosciuto nella travagliata vicenda della Guerra Fredda. Quei partiti, con un abile lavoro, sono stati smantellati e alcuni riconvertiti in partiti a sostegno del mercato e della dittatura di chi lo controlla.

(*) Pilotti monitorava i movimenti dei cambi, i regolamenti dei pagamenti internazionali e i crediti commerciali, aggirando dove possibile le sanzioni e i blocchi economici. Sempre durante il conflitto, Pilotti dovette gestire le delicatissime transazioni della Reichsbank nazista e della stessa Banca d’Italia. Il regime fascista vedeva nella BRI una cassaforte sicura e un canale di regolamento preferenziale, specialmente quando le riserve auree italiane iniziarono a subire forti pressioni a causa delle spese belliche. Nel dopoguerra Pilotti ricoprirà anche ruoli presso la Banque d’État du Maroc.

Il ruolo di Raffaele Pilotti nella gestione dell’oro della Banca d’Italia rappresenta uno dei capitoli più complessi, ambigui e affascinanti della storia economico-diplomatica italiana durante la Seconda Guerra Mondiale. L’oro fisico (119 tonnellate, composte da 626 cassette di lingotti e 543 sacchi di monete) finì dapprima nel Forte di Fortezza (BZ), una delle fortificazioni asburgiche ottocentesche più grandi e imponenti dell’arco alpino, e poi in gran parte in Germania. Quest’estate ho visitato il Forte e tratto documentazione fotografica e notizie sul travagliato iter di quell’oro. Forse pubblicherò un post sulla vicenda.

(**) Negli anni Settanta, la BRI gestì il cosiddetto “Serpente monetario”, il meccanismo attraverso il quale le valute europee venivano mantenute entro specifici margini di oscillazione dei tassi di cambio. Negli anni Ottanta, la BRI ospitò il Comitato Delors, il cui rapporto del 1988 delineò il percorso verso l’Unione monetaria europea e l’adozione di una moneta unica.

La BRI favorì la nascita dell’Istituto Monetario Europeo (IME), precursore della Banca Centrale Europea. Presidente dell’IME fu Alexandre Lamfalussy (1929-2015), uno degli economisti più influenti al mondo, noto come il “padre dell’euro”. Prima di entrare nel 1994 all’IME, precursore della Banca Centrale Europea, Lamfalussy aveva lavorato presso la BRI per diciassette anni, dapprima come consulente economico e successivamente come direttore generale della banca. Lamfalussy non dovette allontanarsi molto: l’IME aveva sede proprio presso la BRI. Gli fu affidato il compito di creare la prima istituzione monetaria transeuropea, in vista dell’introduzione della moneta unica. Dopo undici mesi, nel novembre 1994, l’IME aveva ormai superato le dimensioni consentite dalla sede della BRI e si trasferì a Francoforte. La nuova sede era un grattacielo in Willy-Brandt-Platz, noto come Eurotower. L’Eurotower conta quaranta piani, più del doppio dei diciotto della sede della BRI. Il presidente dell’IME condivideva la stessa intesa con Hans Tietmeyer, presidente della Bundesbank, e con Jacques Delors, presidente della Commissione europea.

La Banca Centrale Europea entrò in attività. Sette mesi più tardi, il 1° gennaio 1999, undici paesi lanciarono l’euro. Dal punto di vista tecnico, la nascita della moneta unica rappresentò un risultato straordinario. I deficit di bilancio nazionali non avrebbero potuto superare il tre per cento del PIL. In questo clima di euforia, si prestò minore attenzione agli aspetti politici della moneta unica. Ancora una volta, la progressiva erosione della sovranità nazionale venne presentata come un’innovazione di natura essenzialmente tecnocratica, anziché come una decisione politica. La Bundesbank plasmò l’assetto della BCE, garantendo che si concentrasse sulla stabilità dei prezzi, e mantenne un’enorme influenza sulle operazioni della BRI.

A Londra, l’idea di cedere la sovranità monetaria suscitava orrore. A Washington, Paul Volcker sosteneva che l’idea di una Banca Centrale Europea fosse “una cosa molto singolare senza un governo e una stessa disciplina fiscale”.

La perdita di sovranità monetaria era un prezzo modesto da pagare per ridisegnare un continente, seguendo un piano elaborato tanto a Berlino quanto a Parigi e Bruxelles. Il cancelliere Helmut Kohl, il presidente François Mitterrand e Jacques Delors erano ossessionati dal loro posto nei libri di storia.

La BRI oggi detiene circa 119 tonnellate metriche d’oro e si posiziona solidamente tra i maggiori possessori di metallo prezioso al mondo. Il confronto con paesi come il Canada è particolarmente calzante, dato che la banca centrale canadese ha venduto l’ultima delle sue riserve d’oro nel 2016 per diversificare il proprio portafoglio in valute estere facilmente scambiabili (idioti).

(**) L’Eurozona non costituiva un’area valutaria omogenea. Unire paesi tanto diversi tra loro come la Germania e la Grecia, oppure l’Italia e l’Olanda, ciascuno con culture, storie, politiche economiche e fiscali e concezioni differenti del ruolo dello Stato e del potere di imposizione fiscale, si prospettava sin dall’inizio come un’impresa non solo rischiosa, ma assurda.

L’Eurozona necessitava di un sistema fiscale transnazionale credibile, dotato di regole e di un meccanismo di applicazione delle stesse. I governi nazionali dell’Eurozona mantenevano il potere di imporre tributi e di gestire la spesa pubblica, e tali decisioni hanno ripercussioni sugli altri membri. Di conseguenza, tutti i paesi dell’Eurozona si ritrovavano, di fatto, ostaggi l’uno dell’altro, ma alcuni molto più di altri.

In altre parole, le decisioni tecniche riguardanti la politica finanziaria e monetaria sono state utilizzate per introdurre surrettiziamente, spesso attraverso la BRI, uno Stato sovranazionale controllato dai tecnocrati e dalla finanza. Fu reso impossibile per un Paese uscire dalla presa dell’euro e le contraddizioni della moneta unica sono state aggravate dalla successiva espansione dell’Eurozona ai Paesi dell’Est Europa, molto più disomogenei rispetto ai Paesi fondatori.

(***) Il Parlamento europeo ha approvato diverse risoluzioni chiedendo alla BCE di pubblicare i verbali delle riunioni del Consiglio direttivo e di diffondere una sintesi delle votazioni, senza indicare i nomi dei singoli membri. I governatori delle banche centrali nazionali che siedono nel Consiglio direttivo della BCE adducono, contro tale richiesta di pubblicazione, le stesse argomentazioni avanzate dai funzionari della BRI per giustificare la mancata diffusione dei verbali delle riunioni dei governatori: il timore che ciò possa limitare il libero scambio di idee durante le sedute.

Le elezioni russe

 

Alle elezioni della Duma di Stato russa, il partito al governo Russia Unita (RE) ha rafforzato la propria posizione. Dopo lo spoglio di circa il 95% delle schede, RE ha ottenuto il 57,83% dei voti e 355 seggi su 450. Questo risultato è sufficiente per emendare eventualmente la Costituzione.

Il Partito Comunista della Federazione Russa (PRF) si è classificato secondo con il 13,81% dei voti e 40 seggi. Il PRF ha perso un numero significativo di voti; alle ultime elezioni del 2021, con una minore affluenza alle urne, aveva ottenuto quasi il 19%.

Il terzo posto è andato al Partito Liberal Democratico (PLD), che, dopo la morte del suo carismatico e demagogico leader di lunga data, Vladimir Zhirinovsky (morto nel 2022), è sceso a poco meno del nove percento con 25 seggi.

Il quarto partito rappresentato nella nuova Duma di Stato è Gente Nuova, un partito di “liberalismo giuridico” (sic!), che ha ottenuto il 7,96% dei voti e 20 seggi.

L’affluenza alle urne è stata del 59,32 percento, significativamente superiore a quella di cinque anni fa, quando si attestava intorno al 51 percento. Restano da capire i motivi prevalenti per i quali oltre il 40% e a volte la metà degli elettori russi non vada a votare. La stessa domanda vale per molti altri Paesi.

Si è votato anche nelle ex regioni ucraine recentemente annesse dalla Russia e nelle due repubbliche del Donbass, Luhansk e Donetsk. L’UE ha dichiarato che non avrebbe riconosciuto i risultati elettorali e ha annunciato nuove sanzioni, principalmente a causa dell’inclusione di regioni precedentemente ucraine (*).

La rappresentante dell’UE, l’estone Kaja Kallas, a nome dei 27 Stati membri, aveva già definito le elezioni antidemocratiche fin dall’inizio. Invece sono democratiche le elezioni in Israele. Soprattutto si continua a fornirle armi nonostante il genocidio di un popolo che può essere seguito in ogni suo dettaglio 24 ore su 24. Le risoluzioni delle Nazioni Unite sono carta straccia. Viviamo tutti nella realtà totalitaria basata su una “verità” fabbricata.

(*) Secondo i dati forniti dall’Institute for the Study of War, un’organizzazione non governativa statunitense e pubblicati da Le Monde, al 20 settembre 2026 la percentuale dei 603.550 km2 di territorio ucraino occupati dalla Russia e di quelli controllati da Kiev è la seguente: Kiev controlla l’80,72% del territorio, pari a 487.180 kmq; Mosca controlla il 19,29, pari a 116.420 kmq, l’esatto equivalente della superficie del Triveneto, Lombardia, Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna.

lunedì 21 settembre 2026

Sant'Erasmo

 

È l’isola più vasta della laguna di Venezia (il centro storico della città è costituito da oltre cento isolette collegate tra loro da circa 400 ponti). Sant’Erasmo è estesa per circa 325 ettari, una lunghezza di circa 5 chilometri e un chilometro di larghezza che si riduce della metà e anche meno verso le due estremità.

Che cosa c’è da vedere di turisticamente interessante in quest’isola della Laguna? Assolutamente nulla. Infatti è unisola rurale e non approdano “turisti” foresti (rarissimi). Vi sono estesi e rigogliosi orti (famose le eccellenti castraùre, ossia il carciofo voletto di Sant’Erasmo) e vaste distese di vegetazione. Questo verde ovunque durerà nella mia mente per diversi giorni, forse per sempre. Alcuni vigneti di uva nera non ancora vendemmiata (pare sia buono il vino bianco locale). Qua e là, abitazioni di agricoltori, rare seconde case e anche qualche vecchia casetta disabitata. C’è anche un piccolo albergo tra il verde.

E allora che cosa ci si va a fare? A respirare laria fine del mare e godere la luce della laguna. Sant’Erasmo è un’oasi di pace, dove il silenzio cura i pensieri cattivi. Non serve andare a Hachijojima per credere che la fine del mondo è già avvenutaUna sensazione di fluttuazione, che ci ricorda che il tempo è sempre duplice, che ogni istante inizia e finisce. Già il viaggio, in cui si percorre quasi tutta la Laguna nord, vale la pena (il vaporetto non è strapieno, anzi).

Come si raggiunge Sant’Erasmo se non volete arrivarci a nuoto: usciti dalla stazione di Santa Lucia, si prende il vaporetto 4.2 all’imbarcadero D (si trova sul lato destro dell’uscita dalla stazione) per le Fondamenta Nuove. Qui si sbarca e si prende il vaporetto numero 13 all’imbarcadero D (uno ogni ora, di solito al minuto 25).

Il tragitto: si passa a fianco dell’isola cimitero di San Michele, quindi fermata al Faro di Murano e poi si prosegue per Sant’Erasmo, ma, a richiesta, si può sbarcare al Lazzaretto nuovo o all’isola delle Vignole, dove il turismo non arriva, recita uno slogan che dovrebbe acchiappare il turista.



Stroppa, adesso la panchina scotta.

A Sant’Erasmo i punti di sbarco sono tre: “Capannone”, punta sud, e “Chiesa”, al centro dell’isola (dove c’è l’unico minimarket, giustamente chiuso di domenica), quindi Punta Vela. La chiesa (1928) è modesta all’interno, consona al luogo. Poco lontano c’è un minuscolo cimitero, con lapidi monumentali (una signora, non del posto, ci ha detto che gli abitanti dell’isola fanno a gara in grandessa). La verzura porta schei.

In zona “Capannone” vi è un ristorante e anche una pizzeria (entrambi da me non sperimentati: colazione proletaria al sacco), oltre a una spiaggetta dove si arriva in genere col motoscafo privato (classe media: idraulici, elettricisti, affittacamere, piccoli commercianti, ceto impiegatizio). Un posto tranquillo, nulla a che vedere con ... Coccia di Morto. Gente molto composta, niente musica, voci soffuse dal ristorante, pulizia e qualche aereo di linea che passa alto nel cielo. Prende bene il cellulare, ma non ho visto nessuno usarlo (incredibile!).


L’isola si percorre a piedi o in bici (di domenica ho visto transitare un’auto e due motocarri a tre ruote). L’abbiamo fatta a piedi (adoro i percorsi incogniti) e ho scattato qualche foto. Ho approfittato di una comitiva di ragazzi che aveva prenotato una visita, ovviamente gratuita, alla Torre Massimiliana, fortezza austriaca del XIX secolo. Nulla di irresistibilmente “turistico”.



Il tragitto di ritorno a Venezia, verso sera, è ancora più suggestivo. Per i foresti, consiglio acquistare tiket giornaliero per il trasporto. Invece chi è in possesso della “tessera Venezia unica” (ex carta Venezia), con tre schei a cranio va e torna. I vantaggi del comunismo veneto. 




Anche orrori stravaganze.