venerdì 8 maggio 2026

È tempo di guerra

 

Lo suggerisce il sentimento anti-russo in Europa e in particolare in Germania, alimentato dai nazionalisti ucraini e dai neofascisti e neonazisti, ma non meno che dai sedicenti liberali. Gli stessi che spesso avevano il nonno in orbace, salvo scoprirsi antifascisti dopo il 25 luglio del 1943 e anche oltre. L’elenco è lungo.

L’8 maggio 1945, ben una settimana dopo il suicidio di Hitler, la Germania si arrese incondizionatamente a Berlino-Karlshorst all’Unione Sovietica, agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna e, per quanto possa sembrare paradossale, alla Francia. La Seconda Guerra Mondiale terminò in Europa. 

Oggi, la Germania si sta riarmando massicciamente e sta gradualmente introducendo la coscrizione obbligatoria. Le visite mediche dovrebbero riprendere a luglio 2027. Dal 1° gennaio sono stati inviati circa 194.000 questionari a uomini e donne. Il 28% degli uomini non ha rispettato l’obbligo di rispondere entro un mese. Il ministero della Difesa ha annunciato delle sanzioni. Alcuni quotidiani invocano la coscrizione obbligatoria dal 1° gennaio 2027.

Chi minaccia la Germania? Non certo la Cina, non almeno militarmente. La Russia? Fa già fatica nel pantano ucraino. Dunque, in vista di quale minaccia e di quale guerra ci si riarma massicciamente e si procede alla coscrizione obbligatoria?

Al momento della resa del Giappone, il 2 settembre 1945, si stimava che 66 milioni di persone fossero morte in guerra; in totale, probabilmente 80 milioni di persone persero la vita a causa della guerra, dei suoi crimini e di altre conseguenze. Più di 25 milioni di queste persone erano cittadini dell’Unione Sovietica, quasi la metà dei quali soldati dell’Armata Rossa. Di questi, 3,3 milioni morirono in prigionia dei tedeschi.

Si trattò di un genocidio deliberato, inserito nel quadro del più grande sterminio della storia, pianificato dalla leadership tedesca contro la popolazione sovietica: secondo il “Piano della Fame” nazista, circa 30 milioni di persone “superflue” sarebbero dovute morire entro la fine del 1941, in seguito all’invasione dell’Unione Sovietica. Infatti, come si affermava: “La guerra potrà continuare solo se l’intera Wehrmacht verrà rifornita dalla Russia nel terzo anno di guerra”.

Giusto per ricordare da dove viene gran parte della nostra “libertà”.

giovedì 7 maggio 2026

Non serve scomodare Barbero

Forse il termine “idiota” non è il più appropriato, e lo dico non per tema di beccarmi una querela, ma perché il mio giudizio, se richiesto, sarebbe anche molto più tranchant e circostanziato. Ad ogni modo, per un giudizio di merito, fossi stata la querelata, avrei citato quale testimone a mio discarico non già il prof. Barbero (benché mediaticamente “accattivante” e del quale non discuto a priori la competenza), ma il prof. Marco Mondini, che nello specifico ritengo possa offrire maggiori ragguagli.

E però anche a nessuno dei due, preferendo il giudizio equilibrato di una fonte di prima mano, quello di un testimone oculare d’eccezione, ossia di uno stretto collaboratore del Cadorna Luigi stesso: il colonnello Angelo Gatti. Per chi volesse approfondire, rinvio ad alcuni miei post, a cominciare da questo.

Va ad ogni modo considerato come in questo stravagante Paese ci si occupi nelle sedi giurisdizionali di uomini e fatti storici di oltre un secolo prima. Se definissi, per esempio, Mussolini come un “idiota”, ciò potrebbe dare luogo a una querela da parte dei suoi discendenti? Certo, perché in questo Paese, preda di torme di debosciati (termine caro ai fascisti), non basta che ad avvalorare tale giudizio sia il fatto che costui, già definito reiteratamente come “il più grande statista del secolo”, dichiarò guerra, nell’ordine: alla Francia, all’Impero Britannico, alla Grecia, alla Russia e, non contento, agli Stati Uniti e ad altri ancora? Su un fatto debbo convenire: la classificazione di “idiota”, in tal caso e così per Cadorna, sarebbe assai riduttiva.

Tuttavia, ciò che m’interessa precisare è che non si può semplificare il giudizio sui protagonisti della storia riconducendolo all’idiozia o alla follia. Del resto, chi attribuì quel potere assoluto di vita e di morte a Cadorna e poi a Mussolini? E oggi a Trump e a Netanyahu?

mercoledì 6 maggio 2026

Abbiamo molto di niente

 

Da almeno quarant’anni non s’è fatta una sola seria riforma che abbia cambiato in meglio la vita della gente comune. Anzi, al contrario, oltre a svendere il patrimonio industriale pubblico, s’è fatto di tutto per smantellare quei pochi ma preziosi diritti che erano stati conquistati in anni di lotte, a cominciare dai contratti di lavoro e dalla scala mobile. E solo Dio sa quanto sarebbero necessarie delle norme a tutela del lavoro precario e una misura che permettesse ai salari di reggere almeno un poco al gioco degli speculatori e alla brama degli sfruttatori. Misure che avrebbero dei riflessi positivi sull’emigrazione dei giovani e anche sulla natalità.

Ma di ciò, e di una riforma fiscale non punitiva per i redditi medio-bassi, neanche a parlarne, nemmeno un sussurro da parte di chi dice di tutelare le classi salariate (ma lo dicono ancora?). Quale eredità ha realmente lasciato la sinistra durante il suo lungo governare? Quale percorso ha tracciato e quale ha deliberatamente evitato? Sì, da tre anni e mezzo governano dei fascistoidi, ma qual è la sua parte di responsabilità per il declino strutturale di questo Paese? Siamo in presenza di una dinamica dell’illusione sistematica peraltro in una evidente (per chi la vuol vedere, ovviamente) crisi costituzionale.

Quella delle riforme è, nella gerarchia delle grandi questioni, e sono tante, la questione che ha la precedenza nelle chiacchiere di chiunque governi o sia all’opposizione. Siamo al punto, da ultimo, che quella compagine eterogenea che si presenta, più a parole che nei fatti, come l’opposizione a questo governo, non è nemmeno in grado di stilare un minimo di progetto politico (e non riuscirà a farlo, se non per ciò che vi è di più astrusamente generico). Sono tutti presi dal tema della leadership di una coalizione elettorale che ancora non esiste se non nel vaniloquio di una mezza dozzina di aspiranti al trono.

Ciò accade per una ragione non semplice ma evidente: qualunque partito, e all’interno di essi le relative correnti, è tributario, non solo elettoralmente, di un blocco sociale apparentemente variegato ma sostanzialmente granitico, che si frappone a qualsiasi riforma sfiori una sola delle cento sfumature del privilegio, una qualsiasi fonte di prebende o di esenzione. Dal padroncino al burocrate ministeriale, dal concessionario di un bene demaniale al tassista furbo, dall’evasore tollerato all’elusore sistemico autorizzato, dalla protervia di un gestore di servizi fino all’intoccabilità del magistrato, nessuno ha reale interesse che le cose cambino. E così sia.

martedì 5 maggio 2026

La necessità del bello

Imbecilli.

Tutti condividiamo la passione per le cose belle, ma ognuno ha gusti diversi. Dovremmo dunque chiederci che cos’è il bello, specie nell’arte e nell’architettura. La risposta non è facile, appunto perché “ognuno ha gusti diversi”. Risposta che rimanda ad un’altra domanda: sulla base di quali esperienze e nozioni informiamo il nostro “gusto”?

Per esempio, da molti decenni l’architettura contemporanea è presentata come un’arte al di sopra di tutto, per cui si assiste a una crescente eccentricità tra gli architetti, che aspirano a diventare artisti famosi (è stato creato il neologismo “archistar”) e perciò amano condividere le proprie “creazioni” e le riviste hanno tutto l’interesse di amplificarle.

Si crea un ambiente autoreferenziale che rafforza credenze e convinzioni individuali con la complicità degli organizzatori di grandi eventi, mostre, tavole rotonde e altre conferenze, dove nulla viene veramente messo in discussione e chi semmai si permettesse di criticare i loro deliri sarebbe liquidato come un buzzurro che non sa nulla e non capisce niente.

Oggigiorno, le banche dati di immagini sono stracolme di edifici identici provenienti da tutto il globo. La stessa retorica, gli stessi committenti, gli stessi architetti. Le loro realizzazioni urbanistiche, specie quelle suburbane, sono senz’anima, ripetitive e noiose, una continua reinvenzione e innovazione ridondante.

Poniamo, per mera ipotesi e improbabile realtà, che una soluzione architettonica si sia rivelata valida a Segrate, lo sarà anche a Venezia? Come nei film, come nella vita, dove si può trovare la magia del bello quando tutto è così levigato e privo di dissonanze? Dunque, perché insistere nel progettare qualcosa che mostra già segni di debolezza, se non di fallimento totale?

Il peggio sono dei veri e propri obbrobri di cemento bianco qui, cemento nero là, a volte una muraglia cinese (Gregotti a Venezia), altre volte una struttura in legno a vista che mal si sposa col resto, oppure di metallo, che dopo solo pochi anni è già invaso dall’ossidazione (ho negli occhi la facciata del centro commerciale alle porte di Bassano del Grappa, ma non solo).

Poi, la tristissima questione dei quartieri ghetto e di quelle infrastrutture pubbliche che dopo pochi anni sono già in totale o parziale disfacimento. Perfino l’architettura del periodo fascista, pur discussa, aveva un suo proprio stile e una indubbia solidità concettuale e materiale.

Per contro, come si può immaginare che un’architettura che non è mai esistita, nella migliore delle ipotesi un’utopia inverosimile e pretenziosa, possa sfidare lo scorrere del tempo? Sia chiaro, non auspico un anacronistico ritorno al “classico”, bensì un ritorno alla decenza, ossia a un’architettura che non dimentichi sistematicamente le proprie origini, ben strutturata e armoniosa, ben inserita e affiancata al nostro patrimonio storico.

La società del tardo capitalismo ha perso quasi del tutto il gusto del bello, ed è così egocentrica e sicura dei propri risultati da non concedersi più il desiderio, il bisogno, la necessità del bello. Visto che nulla sorprende o si distingue più, ho delle modeste, polemiche e provocatorie proposte (lultima è molto seria): chiudiamo la Biennale e altre iniziative del genere per almeno una generazione. Mi spingo oltre: chiudiamo per un bel po’ anche quei “pollai” che sono diventate le facoltà di architettura. Più ancora: mandiamo a casa anche quegli imbecilli di Bruxelles e così chiudiamo il cerchio.

Un gioco da ragazzi

 

I giocattoli sono progettati per instillare convenzioni sociali. Alle bambine, almeno ai miei tempi, regalavano bambolotti e cucine in miniatura. Ai maschietti principalmente soldatini e modelli di armi, oltre a una grande varietà di autoveicoli e imitazioni di attrezzi da lavoro. Oggi si regalano gli smartphone, giocattoli unisex. Servono allo stesso scopo: instillare convenzioni sociali, ma diverse da quelle di un tempo.

Chissà con quali giocattoli si trastullava Trump quand’era bambino. Ora può gestire un giocattolo grande quanto il pianeta. Su cui muove le sue navi, i suoi soldatini e tanti missili. “Siamo come i pirati”, ha dichiarato con orgoglio Trump durante un comizio in Florida venerdì scorso. La folla ha esultato. Il presidente degli Stati Uniti ha descritto come la Marina statunitense avesse abbordato una nave, sequestrato il carico e preso il petrolio: un “affare molto redditizio”, come lo ha definito.

Domenica ha varato una variante del suo gioco preferito, e lha chiamata “Progetto Libertà”, per scortare navi mercantili attraverso lo Stretto di Hormuz. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha dichiarato che l’operazione sarebbe stata supportata da cacciatorpediniere lanciamissili, oltre cento piattaforme terrestri e navali e sistemi senza pilota.

Sebbene lo Stretto misuri circa 24 miglia nautiche (45 km circa) nel suo punto più stretto, le rotte di navigazione effettive sono larghe solo circa due miglia nautiche: troppo poco spazio per manovre evasive, troppo facile da colpire.

Una fonte ufficiale dello Stato Maggiore iraniano riporta: “Qualsiasi forza militare straniera, in particolare le forze statunitensi, sarà attaccata se tenterà di avvicinarsi o attraversare lo stretto”. Il rappresentante della leadership nel Consiglio di Difesa iraniano ha dichiarato: “I pirati americani devono sapere che il costo delle loro decisioni supererà la loro soglia di tolleranza”. Sicumera? Vedremo.

Droni e missili possono essere lanciati da camion, e mine possono essere posate da pescherecci o dhow, le tradizionali imbarcazioni a vela arabe in legno. Distruggere tutti i veicoli e i natanti che potrebbero rappresentare una minaccia non è fattibile.

Ieri, le Guardie Rivoluzionarie hanno pubblicato una mappa aggiornata che delinea una nuova “zona di controllo” nello Stretto di Hormuz: a ovest dello stretto, la zona è delimitata da una linea retta che si estende dalla punta occidentale dell’sola iraniana di Qeshm fino a un punto a est della città di Umm Al Quwain negli Emirati Arabi Uniti. A est dello Stretto di Hormuz, la zona è delimitata da una linea retta che si estende dall’insediamento di Kuh-e Mobarak in Iran fino a un punto a sud della città emiratina di Fujairah (*). 

La logica alla base dell’operazione trumpiana potrebbe differire dalla narrazione ufficiale. L’invio di navi da guerra statunitensi in uno stretto rivendicato da Teheran comporta il rischio di un’escalation come scelta deliberata per provocare una crisi. In quest’ottica, il cosiddetto Progetto Libertà non è una missione volta ad aprire il passaggio delle navi, ma un potenziale fattore scatenante di un conflitto più ampio.

Trump ha bisogno di un po’ di morti americani per smuovere il consenso dell’opinione pubblica interna. Questo è almeno quello che lui crede.

(*) Molti media, compresa al-Jazeera, parlano di un “monte Mubarak”, che non esiste in Iran. Si tratta, come riporto nel testo, dall’insediamento di Kuh-e Mobarak, noto anche come Mogh-e Qanbareh-ye Kuh Mobarak. È un villaggio nel distretto rurale di Kangan, nella regione centrale Distretto della contea di Jask , provincia di Hormozgan, Iran.