venerdì 15 maggio 2026

Non si sceglie, vi si arriva per necessità

 

Il presidente Xi, affezionato lettore di questo blog, riferendosi al mio post del 27 dicembre scorso (e avendone apprezzato uno di precedente sullo stesso tema), ha ammonito Trump di evitare di cadere nella trappola di Tucidide. Il presidente degli Stati Uniti, informato trattarsi di un greco, ha chiesto all’ICE di rintracciare il pericoloso immigrato.

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Su scala cinese è considerato poco più di un paesotto, in realtà Yiwu conta mezzo milione di abitanti più del Comune di Milano ed è la sede del più grande mercato all’ingrosso del pianeta. Nonostante non possieda le aziende manifatturiere di Shenzhen (15.000 stabilimenti) o il potere finanziario di Shanghai (terza Borsa mondiale per capitalizzazione), Yiwu negli anni è diventata una delle mete preferite dai piccoli e medi importatori. Un esempio banale: l’80 per cento dei nostri addobbi natalizi provengano da così lontano.

Il Yiwu International Trade Market si estende sul 6,4 milioni di metri quadri (nove volte il polo fieristico di Fiera Milano a Rho, che è uno dei maggiori d’Europa), 75.000 stand e 100.000 fornitori, oltre 2 milioni di codici, circa 220.000 visitatori ogni giorno e più di 75.000 venditori o entità commerciali. Ogni anno quasi 600.000 container vengono caricati e spediti in più di 200 paesi o territori. Secondo i dati doganali locali, i treni merci che collegano Yiwu all’Europa (la linea Yixin’ou) hanno gestito oltre 188.000 container.

Leggo su Le Monde Diplomatique di questo mese: “Qui, la burocrazia non frena il commercio: lo pianifica, lo dota degli strumenti. Così, il governo locale regolamenta gli affitti, investe nelle infrastrutture, fa da mediatore nei conflitti, e soprattutto sperimenta dispositivi volti ad agevolare l’esportazione delle piccole merci”.

Non solo. Il regime doganale di approvvigionamento sul mercato è l’esempio più rappresentativo di regolamentazione fatta con il buon senso pratico e non con l’inconcludente “lotta all’evasione”: permette agli esportatori di raggruppare in una dichiarazione semplificata migliaia di articoli eterogenei senza singole ricevute fiscali, per un importo complessivo massimo di circa 130.000 euro.

In Cina, effettuare pagamenti, più che una semplice operazione bancaria, sembra frutto di un know-how transnazionale costruito ai margini dell’economia. Sono frequenti le fatture approssimative, gli acconti non tracciati, i pagamenti effettuati parzialmente in contanti. Il ricorso ai canali di pagamento alternativi – criptovalute, compensi informali, versamenti fuori dai circuiti bancari – si è sviluppato parallelamente al crescente utilizzo dello yuan nelle transazioni internazionali.

Ciò va attribuito al pragmatismo commerciale e non un rifiuto e ideologico del dollaro. Lo yuan è una valuta disponibile, poco costosa e poco esposta a sanzioni e incertezze geopolitiche. Dopo la guerra in Ucraina e le sanzioni finanziarie contro la Russia, molti commercianti russi – particolarmente presenti a Yiwu – non hanno più accesso ai circuiti in dollari e in euro, così pagano in yuan o in criptovalute contribuendo a diffondere questa pratica. I venditori cinesi si adeguano senza esitazione.

Dal 2012, la piattaforma Yiwugo, online, supera del doppio il mercato fisico di Yiwu al fine di mantenere la posizione strategica della città come capitale mondiale del piccolo commercio all’ingrosso. Una moschea ricorda che la città non è solo un luogo di passaggio, qui vi risiedono 18.000 commercianti stranieri. Vi sono anche insegne in arabo, in cirillico e i pannelli informativi sono redatti in un inglese di uso comune.

Il vantaggio è che tutto è localizzato qui, o giusto accanto. A Yiwu la catena è continua: dalla materia prima al prodotto finito. I flussi motorizzati collegano le fabbriche agli stand, gli stand ai magazzini, e questi ultimi alle aree di carico, da qui, nella stiva di un aereo o in treno, verso un negozietto a migliaia di chilometri di distanza.

Insomma, è il capitalismo alla cinese, o il comunismo cotto e mangiato alla pechinese. Secondo i gusti. Non si sceglie Yiwu, vi si arriva per necessità. E ciò dà l’idea di quanto noi, abitanti di un lembo periferico e in parte sottosviluppato d’Europa, siamo rimasti fermi a degli slogan ideologici mentre il mondo si metteva a correre e ora viaggia a una velocità che nessuno può più controllare.

giovedì 14 maggio 2026

Se Marx tornasse a scuola

 

Ho accolto con molto favore la notizia che a scuola si potrà anche fare a meno, tra gli altri, di Spinoza, di Marx e di altri astrusi fuori di testa. Era ora. Il più contento di tutti, ritengo con qualche cognizione di causa, sarebbe il Marx stesso. Se dico questo, diventa quindi semplice intuire il motivo del mio favore a tale programmatica iniziativa ministeriale. Del resto, non aver studiato il pensiero e a maggior ragione l’opera dell’ipocondriaco di Treviri, non ha precluso a molti di poter sedere in scranni accademici e ministeriali. Né ha impedito ai molti marxisti del tempo che fu e ai sempiterni furieri della divulgazione culturale di parlarci in lungo e in largo dell’interessato, soprattutto spiandone le mosse dal buco della serratura con la propria fedele Lenchen.

Eppure, torno a ripetere un mio vecchio vaticinio, il grande Vecchio tornerà a far parlare si sé, forse anche molto presto. Ci troverà un po’ impreparati, tuttavia, come per altre questioni, non servirà averlo frequentato nei banchi di scuola e tantomeno nelle biblioteche, pubbliche e domestiche, per poter dipingere dei ritratti esaustivi ed esatti sul suo conto, scavandone a fondo la psicologia. Queste mie parole sono di vena polemica? Ma neanche per idea, esse rappresentano esattamente e semplicemente la descrizione della distruzione della ragione, strada sulla quale siamo ottimamente avviati.

Sarebbe sufficiente presentarlo agli studenti medi come “un conversatore semplice e persino bonario, con storie inesauribili, pieno di umorismo e sempre pronto a scherzare con sé stesso”. Sottolineando, tra l’altro, ciò che un suo giovane amico ebbe a dire, dopo i suoi due anni di contatti piuttosto frequenti con l’autore del Capitale: «Non ricordo», disse, «alcun episodio che assomigliasse minimamente a questo modo di trattare i giovani come anziani, che avevo riscontrato occasionalmente con Chicherin e Lev Tolstoj. Karl Marx era più europeo e, sebbene forse non apprezzasse particolarmente i suoi amici scienziati, preferendo i compagni di lotta di classe del proletariato, era sufficientemente ben educato da non dare alcuna indicazione delle sue preferenze personali nel suo comportamento.»

In un adolescente sarà così la semplice scoperta che l’astruso e severo Marx in realtà rinvia a una curiosa combinazione di una prodigiosa superiorità intellettuale con uno spirito bonario e persino con una certa infantilità. Stupiva tutti coloro che entravano in contatto con lui. Sua moglie lo chiamava sempre “bambinone”, ed egli si sentiva a suo agio soprattutto in compagnia dei bambini. Lo possiamo veder trasportare con disinvoltura per tutta la casa il suo nipote prediletto, Johnny, appollaiato sulle sue spalle.

Ogni forma di ipocrisia e diplomazia gli era insopportabile, l’assenza di rigidità nei confronti delle debolezze umane altrui, unita a un’implacabile autocritica: tutto ciò era celato agli occhi del mondo sotto un’armatura impenetrabile. Un ritratto, questo, troppo agiografico? Anche i suoi critici e perfino i suoi nemici lo descrivevano come un uomo bonario e di straordinaria modestia e semplicità.

Ciò non toglie che s’incazzasse (l’insegnante usi esattamente questa espressione, per far più presa sull’alunno), non solo con i suoi maldestri avversari, ma anche con parenti ed amici come Lafargue e Liebknecht. Spesso li rimproverava verbalmente e per corrispondenza, in quanto politici, senza curarsi del loro orgoglio. Ma essi erano uomini troppo straordinari per non comprendere il motivo delle sue sfuriate, e non pensarono mai di serbargli il minimo rancore.

Poi, all’alunno si potrà anche dire che Marx scrisse, quale critico dell’economia politica, delle opere un tempo ritenute importanti, e che, magari durante le vacanze, sempre se l’alunno curioso vorrà, potrà leggerle di sua sponte e di prima mano. Ma subito gli si dovrà dire che nelle opere pubblicate da Marx non troverà mai nulla che anche solo alluda a come dovrebbe essere strutturata e organizzata una società comunista. Anzi, gli si dovrà precisare, mettendolo in guardia, che la sola idea di una società improntata alla proprietà comune dei mezzi di produzione è un’aberrazione sia sotto il profilo ideologico che storico.

Ad alta voce

Stephen M. Walt, editorialista di Foreign Policy e professore di relazioni internazionali presso l’Università di Harvard, in un recente articolo ha scritto che “Gli Stati Uniti sono diventati uno stato canaglia”. Aggiungendo: “Gli Stati Uniti si comportano ora come un egemone predatore, sfruttando le posizioni di forza accumulate nel corso dei decenni per vessare alleati e avversari”.

Parole forti pronunciate da quelle parti, sulle quali si può senz’altro concordare. Salvo un dettaglio, che proprio dettaglio non è: gli Stati Uniti sono sempre stati uno Stato canaglia, e ancor di più sotto Donald Trump. Hanno speso trilioni di dollari in guerre all’estero, grazie in gran parte alla generosità dei paesi di tutto il mondo disposti, volenti o nolenti, a finanziare il loro debito in continua crescita (*).

Questo approccio a somma zero in quasi tutte le relazioni con gli altri Paesi include una profonda ostilità verso la maggior parte delle istituzioni e delle norme internazionali (non riconoscono la Corte Penale Internazionale, le diverse Convenzioni ONU sui Diritti Umani e Sociali, non hanno ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, non hanno aderito alla messa al bando delle mine antiuomo, così come al Protocollo di Kyoto e all’Accordo di Parigi sul Clima, eccetera), un comportamento deliberatamente imprevedibile e la tendenza a trattare gli altri leader stranieri con un disprezzo malcelato, aspettandosi al contempo umilianti atti di sottomissione e fedeltà dalla maggior parte di loro.

Mentre le conseguenze della guerra in Iran si diffondono nella regione e nel mondo, emerge chiaramente che l’amministrazione americana o non ha compreso come le sue azioni avrebbero influenzato gli altri Stati, oppure semplicemente non gliene importava. Cosa quest’ultima evidente.

In buona sostanza gli Stati Uniti assumono da sempre un comportamento gangsteristico e mafioso. C’è il boss o il padrino che mantiene la pace tra le bande rivali, guadagnandosi così il rispetto di tutti o quantomeno incutendo timore. Tuttavia, è lui che incarna il vertice criminale. Per molto tempo, gli Stati Uniti sono stati, e in larga misura lo sono ancora, il padrino o il boss più potente delle mafie internazionali. Ora, però, con il declino del suo potere e della sua autorità, si comportano più come un criminale comune. Questo lo rende molto più pericoloso.

Che cos’è cambiato rispetto al passato? Trump sta dicendo ad alta voce ciò che prima veniva detto solo in privato. In questo senso, è un vantaggio. La politica estera statunitense è gangsterismo e ora è più ampiamente riconosciuta come tale.

(*) Traggono questa forza dall’essere diventati, grazie principalmente alla cecità delle potenze imperialiste europee, la maggiore potenza mondiale in termini economici e militari a seguito della seconda guerra mondiale. E grazie alla possibilità di stampare una propria moneta considerata quale equivalente universale. Il gergo inglese e il dollaro dominano il mondo. Quest’ultimo non sarà facile da spodestare, anche se Washington è governata da imbecilli. Il legame finanziario e valutario con gli Stati Uniti rende di fatto la Borsa di New York il principale mercato finanziario mondiale e la Federal Reserve statunitense la vera banca centrale globale.

mercoledì 13 maggio 2026

L'incontro Xi - Trump

 

Se Trump vuole tirarsi fuori dalle difficoltà che si è creato con la guerra all'Iran, non c’è altra via che raggiungere un compromesso con Pechino. Cosa può mettere sul tavolo?

Questo incontro è ben più di un semplice confronto tra i due leader internazionali più importanti. L’attacco israelo-americano all’Iran ha rischiato di innescare un conflitto su vasta scala e ha gravemente colpito l’economia globale. L'esito dell’incontro è quindi atteso con grande impazienza.

Trump ha definito Xi un “bravo ragazzo”. È molto probabile che il ragazzo sia proprio Trump, il quale ha annunciato di voler discutere con Xi la vendita di armi a Taiwan, considerata parte della Cina continentale dal diritto internazionale. Taipei ha annunciato una “cooperazione rafforzata con il suo alleato più importante” per “sviluppare efficaci capacità di deterrenza”. L'obiettivo, ha affermato, è “la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan”.

Tuttavia, Trump ha lasciato aperta la possibilità di un accordo con Xi per la cessazione del supporto militare a Taipei. Solo che ciò che dice o promette Trump è credibile come un oroscopo.

Non vi è dubbio che la posizione negoziale della Cina è ulteriormente migliorata rispetto al primo mandato di Trump. La Cina ha riacquistato notevole potere e influenza. Gli Stati Uniti, d’altro canto, sono in declino, un processo che Trump non ha fatto altro che accelerare. Washington non è ancora riuscita a prevalere nemmeno su Teheran. Come possono gli Stati Uniti affrontare la Cina senza autodistruggersi? L’unica domanda è se la leadership statunitense, che sotto Trump ha agito con un livello di avventatezza e arroganza senza precedenti, sia ancora in grado di comprenderlo.

I peggiori

 

Finora solo i morti hanno visto la fine della guerra. Di quella in Ucraina, di quelle in Medio Oriente e di tutte le altre delle quali solitamente non ci occupiamo affatto. Ci stiamo abituando alla guerra? Quella degli altri, perché per il momento noi le avvertiamo solo dal lato economico e non tutti allo stesso modo, peraltro. Oppure prevale l’indifferenza? Non la rabbia malinconica per le inutili stragi ucraine, per la distruzione di Gaza o di Beirut da parte dell’oligarchia razzista di Israele, ma una sostanziale indifferenza. Che non è qualcosa di inerte o di neutrale; diventa un atto politico, proprio perché apparentemente l’indifferenza, per i vivi e per i morti, non è politica.

Ma oltre e anzi prima dell’indifferenza c’è il tifo, neanche tanto dissimulato. La passione sportiva per i “nostri” e la soddisfazione per aver colpito e sconfitto l’avversario. Si avverte un’aura di fascinazione neoromantica per la guerra. Non entusiasmo, non bellicismo aperto, forse non siamo ancora a questo, ma indubbiamente si percepisce un sottile fascino per la potenza delle armi, per la loro capacità di precisione, distruzione e annientamento del “nemico”. Se a farlo, in vece dei soldati, è un drone, un robot, allora l’operazione bellica assume un aspetto asettico e totalmente tecnologico. Se mi si passa il termine scolastico direi catartico: l’entusiasmo nella prosa giornalistica allora non è più dissimulato, ma deflagra.

Poi, da registrare, anche gli “imparziali”, veri o solo presunti. In onda televisiva e più genericamente mediatica a tutte le ore del giorno e della sera. Fanno come si farebbe l’inventario di una casa venduta a un agente immobiliare che la demolirà. Ma peggio di tutti sono i burocrati della UE e di Chigi e di Montecitorio e di ... . Quelli che si preoccupano, certo non a torto, dell’effetto di TikToc sugli adolescenti. Ma per quanto riguarda l’argomento che qui sto trattando, mi rammentano la passione per la natura e gli uccellini in gabbia dei capi e capetti delle Schutzstaffel. Non penso di esagerare nel paragone, tutt’altro.