In Europa, ma specialmente in Italia, pare scarseggi una merce in particolare, che è anche la
merce particolare per eccellenza. Si chiama “forza-lavoro”. Strano che ciò accada in un Paese
di quasi 60 milioni di abitanti e un discreto livello di sviluppo tecnologico (leggi
automazione e digitalizzazione).
Non solo carenza di forza-lavoro, ma di competenze specifiche. Questo perché
l’automazione, la digitalizzazione e insomma le tendenze alla razionalizzazione sono
intrinseche al processo di accumulazione capitalistica, che tende alla riduzione della quota
di capitale variabile e ciò mette sempre più alla prova la capacità sociale di riproduzione.
La natura bifronte del processo di accumulazione e con esso la natura della tecnologia, che
da un lato aumenta l’”efficienza” e dall’altro crea una “nuova complessità”. Le tecnologie,
soprattutto se si considerano gli ultimi sviluppi applicativi di uso comune, consentono una
serie di scopi che prima non ci sarebbero mai venuti in mente. Ciò modifica anche i nostri
obiettivi, il che significa che i nuovi mezzi danno origine anche a nuovi scopi e bisogni (che illusoriamente pensiamo decisi o scelti in gran parte di nostra sponte).
Ma attenzione: la decisione su come utilizzare la tecnologia, non sta in capo alle persone
comuni, e soprattutto non riguarda la riduzione del lavoro di routine e la fatica per tutti. La molla che
spinge il singolo capitalista nel distinguersi dalla concorrenza sul mercato e di sviluppare
offerte di consumo quanto più uniche e personalizzate possibile (industria 4.0 e altre
menate), ossia la molla del profitto, agisce come una cinghia di trasmissione nei processi
produttivi, perché, sebbene costoso, ora è anche possibile lanciare sul mercato una gamma
di prodotti altamente differenziata.
Nella produzione capitalistica, può quindi essere vero che la conquista di nuovi mercati
attraverso la produzione individualizzata è resa possibile solo da artefatti tecnici che
consentono qualcosa di diverso da un mercato di beni prodotti in serie (come il famoso
modello Ford, che poteva essere consegnato in qualsiasi colore, purché “il colore desiderato
fosse nero”). Tuttavia, nulla del potenziale tecnologico per rendere il lavoro più facile e
meno gravoso rimane quando le macchine vengono utilizzate in un’ottica capitalistica.
Se l’obiettivo è conquistare un mercato attraverso la produzione individualizzata, allora la
nuova tecnologia viene utilizzata in modo tale che la “possibilità” di ridurre la complessità
si rivela impossibile in funzione di questo obiettivo capitalistico. C’è un aspetto “rimbalzo”:
per esempio, le automobili sempre più sofisticate, grandi e pesanti. Più lamiera, ma non solo
lamiera. Una gamma di prodotti più individualizzata, in cui ogni prodotto è, o vorrebbe
essere, “su misura” per le esigenze del cliente. Auto che sembrano astronavi. Questo enorme
aumento di complessità rende necessari nuovi processi lavorativi e profili professionali.
La formazione di forza-lavoro per le nuove tecnologie e l’implementazione di essa, contrasta
con l’obiettivo di ridurre il lavoro attraverso questo sviluppo (anche se non ne annulla la
tendenza). I processi, non solo per quanto riguarda il capitalismo, sono sempre
contraddittori e vanno visti sotto tale riguardo.
Come dicevo, questa rivoluzione tecnologica non riguarda la riduzione del lavoro di routine
e la fatica per tutti. Al momento, un essere umano è ancora necessario per preparare e servire uno spriz.
Con quello che al giorno d’oggi viene a costare per il cliente uno spriz, tale
incombenza potrebbe ben essere svolta da un laureato in lettere antiche con un minimo di
addestramento specifico (cosa che in qualche caso avviene, ma per salari da fame). Se non
fosse che i padroni dei bar, pur non avendo studiato alla Bocconi, sanno benissimo che cos’è
l’utilità marginale in senso propriamente marxista.