giovedì 23 luglio 2026

Il mestiere delle armi

 

Nel XX secolo la piattaforma non è mai stata l’arma in sé. Il carro armato era il mezzo di lancio per la granata, la nave da guerra un deposito galleggiante per l’artiglieria o i missili, il sottomarino per i siluri, il caccia un vettore volante per le bombe. Tutto il resto di queste grandi e costose piattaforme serviva a un unico scopo: trasportare l’armamento fino a che potesse colpire l’obiettivo. Si vedeva il carro armato, non la granata; il caccia, non la bomba.

Il nuovo carro Leopard 2A8 pesa oltre 60 tonnellate, costa quasi una trentina di milioni di euro. Un mostro d’acciaio progettato principalmente per sparare munizioni del peso di diversi chilogrammi. Ogni sistema d’arma deve essere valutato in base alla sua efficacia, non alla sua mole. Il fattore decisivo è l'energia esplosiva o cinetica. Tutto il resto (corazza, motore, sensori, equipaggio) è, a rigor di termini, logistica. La sua corazza protegge il suo motore che spinge un cannone, il quale, utilizzando energia chimica, lancia un proiettile per centrare un bersaglio. L’arma vera e propria non è il carro, ma il suo armamento.

Un drone FPV (First Person View, ovvero un drone controllato da remoto), utilizzato per attaccare i carri armati in Ucraina, trasporta una carica esplosiva da uno a tre chilogrammi. Il drone stesso pesa solo pochi chilogrammi, costa una frazione minima del prezzo di un carro armato ed è mosso da quattro piccoli motori elettrici. La sua carica esplosiva non è stata rivoluzionata, ma è cambiato il modo in cui raggiunge il bersaglio. Per dirla semplice: la granata si è liberata dal suo involucro da 60 tonnellate e non ha più bisogno di un carro armato.

Perché armi, munizioni ed esplosivi potessero liberarsi dai limiti storici di tali poderose e costose piattaforme di trasporto e protezione, doveva svilupparsi una tecnologia che ne potesse ridurre drasticamente le dimensioni, le rendesse più economiche e disponibili in grandi quantità. Dunque: energia mobile, navigazione, sensori e potenza di calcolo.

Nessuna di queste tecnologie era inizialmente prodotta in serie per uso militare. Tutte hanno avuto origine nel mercato civile, con prodotti come telefoni cellulari, computer portatili, auto elettriche o droni per hobbisti. Solo la loro disponibilità su larga scala e la miniaturizzazione hanno reso possibile un cambiamento fondamentale nel modo di fare la guerra. In buona sostanza, anche il modo di fare la guerra ha seguito la logica capitalistica: riduzione dei costi e massimizzazione del risultato.

La prima tecnologia ad essere interessata è quella dell’energia mobile. Un carro armato Leopard 2A8 trasporta diverse centinaia di litri di gasolio ed è alimentato da un motore da 1.500 cavalli che da solo pesa ben oltre una tonnellata. Questa massa ha un solo scopo: propellere esplosivi o energia cinetica entro il raggio di tiro. Un drone FPV, invece, ricava la sua energia da una batteria agli ioni di litio, simile a una piccola batteria per tagliaerba domestico. Fondamentalmente, fornisce energia sufficiente per diversi minuti di volo in un formato che può essere trasportato direttamente insieme all’arma. Il sistema di alimentazione è integrato nell’arma stessa.

L’altro ambito tecnologico interessato a questa rivoluzione è la navigazione. Per decenni, la navigazione di precisione ha richiesto sistemi inerziali di grandi dimensioni e costosi. I laser ad anello ad alta precisione o i giroscopi a fibra ottica costano ancora somme considerevoli e si trovano su aerei, navi e carri armati. Al contrario, la rivoluzione degli smartphone ha dato origine ai sensori MEMS: giroscopi e accelerometri micromeccanici che ora sono ampiamente disponibili ed economici.

È emersa anche la navigazione satellitare, per la quale i ricevitori oggi costano solo una minima parte di quanto costavano i sistemi comparabili agli albori del GPS. Un drone civile come il DJI Mavic 3 pesa meno di un chilogrammo e naviga simultaneamente utilizzando i sistemi GPS, Galileo e BeiDou. Ciò che un tempo era riservato alle grandi piattaforme militari ora sta nel palmo di una mano.

Altra fondamentale tecnologia è quella dei sensori. Anche questa non è stata sviluppata per scopi bellici. Miliardi di smartphone hanno trasformato moduli fotografici ad alta risoluzione, sensori di immagine e sistemi ottici in beni economici e prodotti in serie. Allo stesso tempo, sono emerse tecniche di elaborazione delle immagini, rilevamento degli ostacoli e fusione dei sensori. Questo, in sostanza, conferisce all’arma una sorta di autonomia visiva. Il personale del carro armato non deve più individuare il bersaglio e sparare il proiettile. L’arma riconosce il bersaglio, corregge la traiettoria e ricerca il punto di impatto ottimale.

La tecnologia relativa alla potenza di calcolo mobile rasenta la fantascienza. Solo pochi anni fa, i droni erano perlopiù modelli volanti telecomandati. Oggi, chip su pochi centimetri quadrati offrono una potenza di calcolo che supera quella dei precedenti computer militari dedicati. L’intelligenza artificiale consente già il riconoscimento dei bersagli, la correzione della traiettoria e la navigazione parzialmente autonoma direttamente a bordo. Il “cervello” dell’arma non si trova più nel computer di controllo del tiro di un carro armato o in un posto di comando, ma risiede direttamente all’interno dell’arma stessa.

Solo l’interazione di questi sviluppi tecnologici rende comprensibile l’effettivo cambio di paradigma. Nel XX secolo, energia, navigazione, sensori e potenza di calcolo dovevano ancora essere combinati in una grande piattaforma protetta. Per questo motivo sono stati creati carri armati, aerei da combattimento e navi da guerra.

La piattaforma non è più il luogo in cui devono essere concentrate le informazioni militari cruciali e il lancio delle testate. In ambito aereo, questo cambiamento è già più evidente che su qualsiasi altro campo di battaglia. La vera svolta non è rappresentata dai grandi velivoli da combattimento senza pilota, ma dalla proliferazione di massa di droni economici, monouso e multiuso.

Con la sua famiglia Shahed, la Russia si sta concentrando su armi semplici, producibili in serie e a lungo raggio, in grado di raggiungere bersagli a centinaia di chilometri di distanza con una carica esplosiva relativamente piccola. L’Ucraina sta rispondendo con una gamma sempre più ampia di droni a lungo raggio e FPV, prodotti in officine, medie imprese e reti di produzione decentralizzate. La guerra aerea non viene plasmata da singole piattaforme ad alta tecnologia, ma da prodotti industriali fabbricati in serie.

I droni marittimi ucraini non sono semplici imbarcazioni cariche di esplosivo. Navigazione, comunicazioni radio, sensori, esplosivi e ora persino armi antiaeree sono integrati in questi piccoli sistemi senza equipaggio. La famiglia Magura (Maritime Autonomous Guard Unmanned Robotic Apparatus) dimostra quanto questo processo sia già progredito: nel 2025, un elicottero russo è stato colpito da un missile aria-aria lanciato da un drone marittimo e, nello stesso anno, l’Ucraina ha riferito di aver abbattuto due caccia russi Su-30 con droni Magura V7 armati con missili Sidewinder. Un drone marittimo, originariamente concepito semplicemente come un ordigno esplosivo galleggiante, sta quindi assumendo improvvisamente funzioni precedentemente riservate a una nave da guerra o a un sistema antiaereo.

È proprio qui che risiede il cambio di paradigma. I droni fanno a meno di quasi tutto ciò che definisce la piattaforma classica: equipaggio, corazza, motori complessi e tempi lunghi di manutenzione. Ciò che rimane è solo ciò che conta veramente dal punto di vista militare: l’arma stessa e la sua capacità di raggiungere il bersaglio con i propri mezzi. In questo contesto, il dibattito sui caccia di sesta generazione appare anacronistico. Ma in tal caso entrano in gioco massicci investimenti e dunque grandi interessi. E ciò vale, in generale, per buona parte degli investimenti destinati al riarmo in preparazione della guerra che verrà.

mercoledì 22 luglio 2026

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200.000 anni di evoluzione

Secondo il rapporto Lo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo 2026 (Sofi 2026), pubblicato congiuntamente martedì da cinque organizzazioni delle Nazioni Unite, tra cui l’UNICEF, 150.000.000 di bambini sotto i cinque anni (il 23%) sono affetti da malnutrizione cronica.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, lo scorso anno il 7,8% della popolazione mondiale ha sofferto la fame. In termini assoluti, ciò significa che nel 2025 circa 645.000.000 di persone sono state colpite dalla fame.

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Valorizzazione immobiliare

La piccola cittadina di Braunau am Inn, nell’Alta Austria, non è certo ricca di attrazioni turistiche. L’unica possibile è la casa natale di quello che è probabilmente il politico più famoso d’Austria. La casa è tutelata come monumento storico, un tempo ospitava il birrificio e la locanda Zum braunen Hirschen (Il Cervo Bruno). Nel dopoguerra, fu restituita ai precedenti proprietari e utilizzata, tra l’altro, come biblioteca, scuola e laboratorio per persone con disabilità. Dall’espropriazione del proprietario dieci anni fa, l’edificio appartiene alla Repubblica austriaca.

Per l’edificio si prospetta un futuro glorioso: nella casa sta aprendo una stazione di polizia (come già nell’appartamento appartenuto allo stesso personaggio a Monaco). Visto tutto ciò che si sa sull’ideologia di questo gruppo professionale, si può presumere che molti non vedano l’ora di iniziare il proprio lavoro nella nuova sede. Non è noto quante richieste di trasferimento a Braunau siano pervenute.

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Un club di collezionisti

La 23a edizione della coppa del mondo è terminata, e bisogna dire: meno male. Nel complesso, i Mondiali hanno offerto esattamente ciò che ci si aspettava. Interruzioni pubblicitarie mascherate da pause per bere, uno spettacolo di metà partita assolutamente pessimo e gioco del calcio prevalentemente dimesso e noioso.

La FIFA, avendo a disposizione un prodotto che può essere commercializzato in modo fantastico in tutto il mondo, si considera intoccabile. Non risponde a nessuno. È un’associazione di diritto svizzero, proprio come un club di collezionisti di francobolli in pensione.

martedì 21 luglio 2026

Schlein e Calenda studiosi di Ostwald

 

Nel post precedente avevo posto una domanda. Ho ricevuto un solo commento. Molto stimolante questa situazione per chi scrive un blog: porre domande e non ricevere risposte. Vero, peraltro, che nella nostra epoca non si pongono nemmeno più delle domande, a motivo del fatto che riteniamo di sapere già tutte le risposte.

Dove si trova, all’interno di un nocciolo di ciliegia, il progetto per la crescita dell’albero? Quale ingranaggio di un orologio aziona le lancette? Quale parte dell’orologio misura il tempo? In generale, il rapporto tra la parte e il tutto è molto più complesso di quanto sembri. Già aver ipotizzato che il mondo fosse composto da atomi e molecole non fu affatto facile da far accettare.

Il chimico Wilhelm Ostwald (1853-1932), ad esempio, aderiva alla teoria dell’energetismo, secondo cui tutto in ultima analisi è composto da energia fluida e infinitamente divisibile, piuttosto che essere “granulare” e costituito da minuscole particelle. Ciò non impedì che gli venisse conferito il Nobel per altri indubbi suoi meriti.

Nel 1902 brevettò un metodo per la produzione industriale di acido nitrico, fondamentale per la creazione di fertilizzanti ed esplosivi. Elly Schlein conosce a memoria il suo sistema di classificazione colorimetrico, mentre Karl Calenda è un esperto di livello universale della sua legge sulla diluizione.

Nel 1905, Albert Einstein spiegò il motivo per cui la polvere di polline sembra danzare nell’acqua al microscopio (moto browniano). Questo movimento è il risultato di collisioni casuali tra le molecole d’acqua e le particelle di polvere. L’anno successivo, le previsioni di Einstein su come il moto browniano dipendesse dalla temperatura e dalla viscosità del liquido furono confermate sperimentalmente, e con esse, l’esistenza delle molecole.

Ludwig Boltzmann, che aveva utilizzato la sua “meccanica statistica” per collegare il micromondo invisibile degli atomi in movimento con il macromondo visibile delle cose che ci circondano, si impiccò quello stesso anno. Qui vicino, a Duino. Come un personaggio di una tragedia classica, dove il messaggero con il messaggio di vittoria arriva troppo tardi.

Si deve a Boltzmann la prima prova concreta dell’esistenza degli atomi. Con una necessaria precisazione: mentre Boltzmann partiva dal moto delle particelle e derivava le grandezze macroscopiche (pressione, temperatura, ecc.) come valori medi di tale moto, Einstein interpretò il movimento ondulatorio delle particelle di polvere (di dimensioni quasi macroscopiche) come una fluttuazione nella media di numerose collisioni tra particelle di polvere e molecole d’acqua, deducendo da questa fluttuazione l’esistenza delle molecole.

In sostanza, Einstein partiva da un presupposto esattamente contrario a quello di Boltzmann. Ad ogni modo, fu proprio l’applicazione di metodi statistici alla descrizione della natura che portò al risultato. Ad esempio, una descrizione statistica della velocità delle molecole non specifica più la velocità con cui si muove ogni singola molecola, ma indica piuttosto con quale frequenza si verifica ciascuna velocità, ovvero quante particelle si muovono a quella velocità.

Boltzmann è noto anche per una più banale (giudizio di Schrodinger) osservazione, ossia quella secondo cui l’ordine ha la tendenza a trasformarsi spontaneamente in disordine, mentre non accade il fatto contrario. Solo che non esiste in natura uno stato “ordinato”. L’universo stesso parte da uno stato disordinato; se consideriamo l’evoluzione della materia, occorre partire dal disordine iniziale. Da questo disordine iniziale parte l’evoluzione, che produce le più diverse forme di relativo ordine.

A partire dall’originario disordine, dall’originaria energia, forniti dal big bang, le più diverse forme materiali (formazione delle galassie di stelle, dei pianeti, e tra questi, di un pianeta nel quale è potuta sorgere la vita, e la vita cosciente) altro non sono che un complesso di risultati statistici eccezionali fondati su grandi numeri. Occorre un enorme dispendio di energia perché possano sorgere dal disordine (dal caso), come risultati straordinari e statisticamente eccezionali, forme ordinate (la necessità).

domenica 19 luglio 2026

Di che cosa si tratta?

 

Già questa foto rivela il livello reazionario di questo quotidiano.

Le speranze del 1989, per chi le aveva coltivate, non erano state altro che un’illusione. Tutto andò esattamente nella direzione opposta. Il capitalismo occidentale, senza avversari, si metteva alla conquista dell’intero pianeta. Come un rullo compressore, abbatteva confini, differenze geografiche e culturali. Il mondo si trasformava in un gigantesco supermercato dove ogni cosa diventava merce e il profitto veniva estratto da ogni cosa a beneficio di pochi.

La materialità della produzione industriale veniva sussunta all’immaterialità del mondo finanziario: la ricchezza veniva creata in borsa. La borghesia occidentale aveva trionfato e non voleva restrizioni all’esercizio del suo potere. Non aveva più bisogno di sobbarcarsi il compromesso sociale postbellico tra capitale e lavoro che aveva dato origine allo stato sociale in Europa.

L’Europa ovviamente era un territorio di conquista, ma anche i paesi dell’Europa orientale furono costretti a privatizzare tutto, smantellare i loro stati sociali e aprirsi a un mercato non regolamentato. E per tutti gli anni ‘90, nelle guerre nell’ex Jugoslavia, gli stati occidentali, spinti dal proprio interesse, avevano alimentato le fiamme del nazionalismo, lasciando strada al risorgente fascismo.

La globalizzazione del mercato ci veniva presentata come un’opportunità unica di sviluppo, in un mondo finalmente unito. Ricchezza e prosperità si sarebbero diffuse ovunque, insieme alla libertà. Molti cedettero per rassegnazione e altri per spudorato calcolo. Tutta la sinistra riformista europea, seppelliti i propri residui ideali sotto le macerie del Muro di Berlino, si proclamava convinta che il mondo non potesse funzionare che in quel modo.

Questa titolazione è più eloquente dello stato di cose presenti di un saggio di Picketty, Stiglizt o altro porcodidio.

Mandato in soffitta Marx, considerata la sua opera soltanto “un affascinante oggetto di studio” per topi di biblioteca, la sconfitta dei movimenti antagonisti, o sedicenti tali, stava dietro l’angolo. Le marce cittadine di protesta e il conflitto sociale ritualizzato, finirono per scontare le loro fondamentali illusioni strategiche a Genova. Non solo a causa della repressione poliziesca, ma soprattutto a causa del vuoto sostanziale di proposta.

Non basta gridare che un altro mondo è possibile, era ed è necessario chiarire sulla base di quali rapporti sociali si vuole costruire quello nuovo e possibile. Non basta impegnarsi sul terreno delle disuguaglianze e frustrazioni sociali accumulate. Non si tratta di questo o quello; non solo di politiche neoliberiste, dell’oppressione e della violenza strutturale del sistema. Non si tratta di ridefinire semplicemente i confini di ciò che è tollerato e accettato e di ciò che non lo è, o non lo è più.

Dunque, di che cosa si tratta?

giovedì 16 luglio 2026

Sempre un alito cattivo

 

Ho iniziato la lettura del nuovo saggio di Luciano Canfora dal titolo: Comunismo, un’altra storia. Negli ultimi tre anni e mezzo scarsi, il filologo barese ci ha fatto dono di ben dieci saggi pubblicati, alcuni di notevole spessore anche cartaceo.

Del nuovo saggio, ho letto le prime 20 pagine. Dunque sarebbe quantomeno azzardato da parte mia esprimere un qualsiasi giudizio, se non fosse che questi primi 7 capitoletti si chiudono con un’affermazione così perentoria da confermare un mio antico giudizio sul Canfora stesso.

Ma prima desidero riportare la frasetta con la quale Canfora liquida definitivamente l’opera di Marx: «Col che la sua opera [di Marx] è diventata vieppiù soltanto un affascinante oggetto di studio.»

Questo giudizio tranchant, secondo l’autore del libro, deriverebbe dal fatto che Marx, pur avendo «introdotto un elemento di scientificità dentro la cornice di una preesistente, colossale utopia, è, per suo carattere, contingente, ossia legata a condizioni materiali e rapporti sociali che mutano ma mano, di necessità».

Pertanto, sostiene Canfora, il contributo scientifico di Marx, ancorato a condizioni e rapporti sociali tipicamente ottocenteschi ed eurocentrici, avrebbe perso la sua efficacia scientifica e critica a fronte delle mutate condizioni materiali e sociali seguite alla sua epoca.

Sembra che Canfora ignori anzitutto la categoria di formazione economico sociale, che il materialismo storico concettualizza nella struttura di un sistema dinamico di rapporti organicamente legati ed in continua interazione, sulla base di un dato modo di produzione e secondo leggi specifiche.

È naturale che una stessa formazione sociale possa assumere forme concrete molto diverse. Ad esempio, la formazione sociale capitalistica, nella stessa epoca, può determinarsi nella forma statunitense, cinese, argentina, ecc.. Ciò si spiega con l’ineguale grado di sviluppo del modo di produzione capitalistico, nonché con la storia particolare di ciascuna nazione, con la peculiare forma di interazione dei diversi sottosistemi (economico, politico, giuridico, ...).

La conoscenza concreta di ciascuna formazione, ad ogni stadio particolare del suo sviluppo, non potrà che essere, perciò, il risultato di una analisi concreta della situazione concreta, ma il concetto di formazione economico sociale resta in ogni caso indispensabile per comprendere le leggi generali oggettive di funzionamento e di sviluppo proprie ad ogni sistema sociale indipendentemente dalle sue particolarità.

Ciò premesso, l’oggetto d’indagine di Marx è il modo capitalistico di produzione e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono, e non - come hanno creduto in molti e con essi Canfora – il capitalismo europeo della seconda metà del XIX secolo, ovvero l’Inghilterra, che pure, nella sua epoca, era di questo oggetto la “sede classica”.

Certo che l’Inghilterra viene presa in considerazione da Marx nella costruzione della sua teoria, poiché essa era la forma più sviluppata del fenomeno che egli considera; ma, nella Prefazione alla prima edizione (luglio 1867) de Il Capitale, Marx mette in chiaro che:

«In sé e per sé, non si tratta del grado maggiore o minore di sviluppo degli antagonismi sociali derivanti dalle leggi naturali della produzione capitalistica, ma proprio di tali leggi, di tali tendenze che operano e si fanno valere con bronzea necessità. Il paese industrialmente più sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l’immagine del suo avvenire.»

In altri termini, ciò che interessa a Marx è il modo di produzione capitalistico in generale, le sue leggi e le sue tendenze (sui concetti di legge e di tendenza occorre essere precisi, poiché si tratta di strumenti essenziali per l’elaborazione di una immagine scientifica del mondo), e non, invece, una sua forma determinata ad un qualche stadio del suo divenire.

È proprio questo che interessa a Marx: estrapolare dalle leggi generali del divenire capitalistico la tendenza; simulare concettualmente, secondo procedure dialettiche (logiche e/o matematiche), il loro movimento intrinsecamente contraddittorio, per carpire al futuro la loro forma divenuta.

Sono questi gli strumenti che gli consentiranno le più ardite operazioni del pensiero; gli consentiranno, cioè, di spingersi per via analitica fino agli estremi limiti del modo di produzione capitalistico, oltre i quali si spalanca la breccia di una discontinuità qualitativa epocale e, a partire di lì, riguardare con occhi nuovi, e secondo nuove prospettive, anche il presente!

Ignorare, o fingere di ignorare, che le leggi economiche scoperte da Marx conservano validità generale per quanto riguarda tutta la storia della formazione sociale capitalistica e del relativo modo di produzione, significa ignorare le motivazioni più profonde e più vere della crisi della formazione economica capitalistica e dunque anche della odierna contesa imperialistica.

Anche noi dovremmo chiederci con Engels: “Forse la feudalità è stata mai corrispondente al suo concetto?”

Il mio giudizio su Canfora, a riguardo del suo rapporto con Marx e il materialismo storico, ebbi modo di esprimerlo già 12 anni fa. Forse oggi lo sostanzierei meglio, ma nella sostanza penso che non lo muterei.