venerdì 12 giugno 2026

La rivincita (mancata)

 

Ieri sera, immancabilmente, Gruber voleva prendersi una rivincita su Vannacci, reo di non essersi fatto ingoiare, la sera prima, dalla Mantide sudtirolese che lo aveva invitato all’amplesso televisivo tanto annunciato. Aveva provato in tutti i modi a sottometterlo, perfino chiedendogli, con malcelata e allusiva malizia: “se lei fosse gay ...”. Al che, l’ex generale ha evitato di rispondere come ella avrebbe meritato e sperato (sognato?).

Lilli la rossa (dico per celia) non voleva neanche farsi mancare l’occasione, dato che c’era, di assestare qualche altra stoccata alla sua acerrima nemica: il presidente Meloni, per gli amici e i camerati semplicemente “Giorgia”. Nemica, ad avviso di Lilli, perché Donna e Madre Cristiana non accetta, nonostante reiterati inviti, di partecipare alla cerimonia religiosa che la giornalista egnese (famosa per le puntute domande ai suoi ospiti, del tipo: lei è d’accordo con ...), celebra tutte le sere, esclusi i week-end e le lunghe pause estive.

Ma la stizza (e l’invidia) di Gruber verso Meloni va oltre le scortesie televisive e le idiosincrasie ideologiche, del tipo: Meloni preferisce i pantaloni “a palazzo”, mentre Gruber eather pants neri. Si tratta di due primedonne, il che implica l’irriducibile e primordiale competizione, gravata dal fatto che sono entrambi permalosissime.

Gruber, per la bisogna, ha convocato nel suo studio un pensionato ancora politicamente influente: Pier Luigi Bersani. Bisogna dire che questo vecchio granatiere non ha offerto molta sponda alle solite beghe gruberiane. Da rimarcare la sua citazione (implicita) di Lenin, quando ha detto e ripetuto che la lotta ideologica è la lotta più importante. Una presa d’atto tardiva, ma comunque programmaticamente decisiva se avesse fatto seguire una precisazione. Che però non c’è stata né ci sarà. Aspettiamoci comunque che Pier Luigi, a seguito delle prossime elezioni e dopo il successo del suo recente libro, ne pubblichi un altro: Chiedimi chi erano i comunisti.

P.S. Mi offro di scrivergli a gratis la Prefazione.

giovedì 11 giugno 2026

Quando c'era Andrade

La prima Coppa del Mondo di calcio si giocò nel 1930. Il paese ospitante era l’Uruguay, all’epoca uno dei paesi socialmente più progressisti al mondo, e tutte le 42 federazioni affiliate alla FIFA furono invitate (non gli inglesi e gli italiani). L’Uruguay trionfò sul campo (batterono in finale l’Argentina), guidato dal suo fuoriclasse José Leandro Andrade (da non confondere con Oswald de Andrade, evocato anche da De André in una sua canzone), discendente di schiavi africani, considerato il primo idolo calcistico internazionale.

Già il secondo Mondiale mise in discussione l’ideale di “comprensione internazionale”: la FIFA assegnò il torneo all’Italia di Mussolini, nonostante fosse disponibile un’alternativa non fascista in Svezia. Sia l’Italia che la Germania usarono il Mondiale come piattaforma di propaganda: saluto romano e saluto hitleriano prima delle partite, ovviamente effigi fasciste sulle maglie, la delegazione tedesca con una bandiera con la svastica alla cerimonia di premiazione – il tutto con il tacito consenso della federazione calcistica mondiale.

Poiché la FIFA aveva concesso alla nazione ospitante il controllo del comitato organizzatore, gli arbitri favoriti dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio venivano assegnati in esclusiva alle partite della nazionale azzurra, con conseguenze di vasta portata. I cronisti concordano in larga misura: l’Italia vinse il suo primo titolo mondiale solo grazie al trattamento di favore degli arbitri.

Dopo la vittoria per 1-0 degli azzurri contro la Spagna nei quarti di finale, l’arbitro svizzero René Mercet fu squalificato a vita dalla Federazione Svizzera di Calcio, tanto fu giudicata parziale la sua direzione di gara. Per il regime di Mussolini, questo era irrilevante, ciò che contava era il trionfo dell’Italia fascista.

I Mondiali del 1934 introdussero anche uno squilibrio strutturale: la sovra-rappresentazione europea. L’Europa occupò la maggior parte dei 16 posti disponibili, mentre le squadre provenienti da Africa e Asia furono sistematicamente svantaggiate (partecipò solo l’Egitto). Solo nel 1970 entrambi i continenti riuscirono ad assicurarsi stabilmente un posto fisso nel torneo, a testimonianza di quanto esclusivi siano rimasti i Campionati del Mondo per decenni.

La strumentalizzazione politica continuò nel 1938: in Francia, sotto il governo del Fronte Popolare, anche i Mondiali di calcio divennero palcoscenico di spettacoli fascisti. Dopo l’annessione dell’Austria, la Federazione calcistica tedesca (DFB) unì le due nazionali in una selezione della Grande Germania. Indossando svastiche sulle maglie e facendo il saluto nazista prima del fischio d’inizio, la squadra della DFB fu eliminata al primo turno dopo una sconfitta per 2-4 contro la Svizzera. Hitler non era un appassionato di calcio.

L’Italia, invece, difese con successo il titolo, anche se Giuseppe Meazza salutò il presidente francese Albert Lebrun con il braccio teso durante la premiazione. La guerra sarebbe scoppiata un anno dopo e avrebbe anche interrotto la storia dei Mondiali per dodici anni.

Il torneo tornò nel 1950: in Brasile. L’Uruguay conquistò il suo secondo titolo con una vittoria per 2-1 contro la nazione ospitante nel celebre Maracanão. Quattro anni dopo, le squadre tedesche furono ammesse nuovamente alle qualificazioni per la prima volta: la Germania Ovest e la Saarland (rappresentativa calcistica nazionale della Saar, all’epoca protettorato francese), membro indipendente della FIFA. La squadra della Germania Ovest raggiunse la fase finale in Svizzera e causò una sorpresa: in finale, sconfisse la favoritissima Ungheria per 3-2 e divenne campione del mondo per la prima volta.

Nel contesto politico della Guerra Fredda, la finale fu particolarmente carica di tensione. Sul campo, Est e Ovest si fronteggiarono: l’Ungheria comunista, e la Germania Ovest, baluardo dell’Occidente capitalista. Nei decenni successivi, sia i conflitti tra i due blocchi politici, sia le tensioni tra un Nord coloniale e un Sud globale avrebbero plasmato la storia della Coppa del Mondo.

Ohne Scheiß

Un’altra ospitata così dalla Gruber e Vannacci salirà al 10 per cento o anche di più. La grande giornalista “sudtirolese di madrelingua tedesca” (l’ha rimarcato anche ieri sera, nel caso qualcuno se ne fosse dimenticato) ha saputo opporre solo questo: “l’immigrazione va governata”. Ohne Scheiß, detto in sudtirolese. Dunque “non deve essere strumentalizzata” l’immigrazione, come fa Vannacci e la destra-destra o destra estrema come lei, la Frau Gruber, chiama i fascisti.

La ricetta miracolosa per l’immigrazione clandestina, invece, ce l’ha il partito della Gruber, ma la tiene segreta in vista delle elezioni del prossimo anno. Nessun partito, nessun governo al mondo, possiede una simile ricetta. Chi può, chiude i confini, o ci prova. Sul versante sud, l’Italia non può marcare nessun confine. E, del resto, nemmeno sugli altri versanti. Altrimenti chi li raccoglie i pomodori, le fragole, gli agrumi, le mele? A tre-cinque talleri l’ora? Chi spiccia casa alla Gruber, chi si occuperà tra breve della sua assistenza a domicilio? E anche della mia, ovviamente.

Si chiama divisione internazionale del lavoro. L’Italia dei padroni e dei padroncini, che punta tutto sul turismo e l’esportazione, sullo sfruttamento del “nero” e delle partite iva a cottimo, vi occupa il penultimo gradino. E se lo gode come può e finché potrà. Poi, ci scanneremo, come in Irlanda. Ciò che conta è tener lontana qualunque proposta di patrimoniale. Anche quella sopra i cinque milioni di euro!

mercoledì 10 giugno 2026

Cervelli in crisi

 

Per Lenin il cervello rappresentava la più alta organizzazione della materia che conosciamo. Effettivamente il cervello umano è l’oggetto più complesso dell’universo conosciuto. È un prodotto non solo dell’evoluzione biologica, ma è anche e soprattutto il risultato storico dello sviluppo sociale dell’uomo.

Il cervello umano non è digitale, e nemmeno analogico. Non è semplicemente un insieme di circuiti e reti composti da neuroni che emettono impulsi. Il cervello nel suo complesso non può essere abbassato al livello delle singole sinapsi o dei singoli neuroni, che non sono monadi isolate, bensì unità costituenti all’interno di strutture comunicative.

La mente e la coscienza non sono riducibili alla biochimica. La neurofisiologia non spiega come operi complessivamente il cervello e di come si trasformi in comportamento psicologico, ossia in idee, parole, scritti e discorsi. Per esempio, l’atto di ricordare non è passivo, ma attivo perché il fatto di rievocare ricrea un ricordo diverso (fatto ben noto nei tribunali), attinge a una varietà di processi cognitivi ed emotivi, che si trasformano in sentimenti. Ciò è inibito a qualunque macchina poiché le macchine, per quanto “intelligenti”, sono sprovviste del senso di identità propria, di coscienza e anche di falsa coscienza, di ricordi realmente propri, oppure di falsi ricordi.

All’inizio del film Blade Runner, si vede un soggetto sottoposto a delle domande per determinare se esso sia effettivamente umano oppure se si tratti di un “replicante”. L’esperimento si basa sull’evocazione di immagini tratte dalla memoria del soggetto esaminato; in base alle sue risposte e reazioni viene stabilito se i suoi ricordi siano genuini oppure se si tratti di una serie di ricordi innestati.

La memoria, nel suo complesso e nei suoi processi, è la nostra proprietà più caratteristica; prima di tutto essa costituisce la nostra individualità, fornisce alla nostra traiettoria di vita una continuità autobiografica, in modo che, perfino in tardissima età, siamo capaci di richiamare alla mente episodi della nostra infanzia. In effetti, considerando le numerosissime sintesi e demolizioni molecolari, la stabilità della mente stupisce.

Tuttavia, non esiste una sola memoria. Per esempio, la memoria emozionale sembra più potente di quella meramente cognitiva. Allo stesso modo non esiste una sola coscienza, non solo perché essa varia con l’età e in rapporto con diversi livelli di conoscenza (di ignoranza e incoscienza), ma perché esiste l’inconscio e perché ogni individuo, con il suo cervello, con la sua mente, si trova ad agire e ad essere agito nelle strutture culturali e sociali in cui vive.

Tuttavia, ciò posto, non mi lascio “abbagliare da quella luce indicibile che è l’essenza del nostro essere”, come scrive Letizia Renzini sul il manifesto a riguardo della posizione di Federico Faggin, il quale postula che la coscienza non sia un prodotto della materia, ma un fenomeno quantistico primario e fondamentale che plasma e precede la realtà fisica stessa.

Faggin pensa di usare la fisica quantistica per uscire dal campo delle credenze, ma in effetti ci cade dentro a piedi uniti. Addirittura arriva a dire che “La fisica quantistica si può spiegare partendo dall’esistenza della coscienza e del libero arbitrio”. Siamo alla solita metafisica, uscita dalla porta e rientrata dalla finestra. Il legame tra rappresentazioni e materia si dissolve e la coscienza viene considerata come un’unità indipendente e di carattere prettamente individualistico.

L’obiettivo è quello di trovare connessioni, a tutti i costi, tra il discorso razionale e scientifico sull’universo materiale, le società, la storia umana da un lato, e, dall’altro, la trascendenza, la spiritualità e altra merda simile senza chiamarla esplicitamente fede religiosa. È un altro tipo di fondamentalismo, ma sempre di ciò si tratta.

Tutto è basato su concetti come quello di entanglement e sovrapposizione, che alimentano tante seghe mentali ormai da tempo (i cattolici hanno tentato di rendere il cardinale Bellarmino un epistemologo migliore di Galileo!). La meccanica quantistica, per la sua natura misteriosa e controintuitiva, è diventata un terreno fertile per la proiezione di aspettative metafisiche. L’atto dell’osservazione provoca il collasso della funzione d’onda, la qual cosa induce Faggin a dire che la coscienza precede la materia, allineandosi così con le filosofie idealiste o orientali che pongono la mente al centro della creazione.

Al posto del nesso reale tra materia e coscienza, Faggin, che medita sotto risonanza magnetica, escogita dunque un “nuovo” legame misterioso, avvolgendo la fisica quantistica di un’aura divina. È stato trovato il passepartout “scientifico” che dovrebbe risolvere la crisi della trascendenza codificata dalle religioni tradizionali (ma del quale si avvalgono anch’esse). Ed infatti, sostiene che “La coscienza è un fenomeno puramente quantistico e questo prova che non può cessare di esistere con la morte del corpo, perché esiste in una realtà molto più vasta di quella della fisica classica”.

Non manca molto che arriveranno a dire che il conflitto tra scienza e metafisica (che chiameranno con un termine appropriato) è un mito. Non vale la pena di perderci altro tempo con le stravaganti idee di questi anziani angosciati dall’approssimarsi della loro data di scadenza, visto che ha anche cessato, per il momento, di piovere e grandinare.

Patacche e pataccari

 

Posto che sulle piccole bagatelle internazionali ognuno dice la sua, non resta che occuparci di quelle sulle quali la stampa libera e democratica non ha modo di intrattenerci per un semplice motivo: anche i giornalisti tengono famiglia.

Spesso anche più di una famiglia contemporaneamente, così come accadeva, ma non solo a lui, alla buonanima di Eugenio Scalfari. La bigamia è nulla di che, sia chiaro. C’è di peggio, per esempio un giornalista e vicedirettore di un telegiornale che, con la sua amante, un’insegnante di lettere, è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale su minori e pornografia minorile. Magari poi si scopre che non c’era nulla di penalmente rilevante, oppure che i colpevoli erano altri. Ormai siamo avvezzi a qualunque scenario giudiziario. In caso contrario, ossia di condanna, potrebbero concedere ai due amanti, a richiesta, anche la grazia presidenziale. Più difficile, molto più difficile e imbarazzante, revocare la concessione di una grazia, oppure la revoca del conferimento di una onorificenza.

Per esempio, a Zelensky è stata conferito l’Ordine al Merito della repubblica italiana. Lo stesso Zelensky, motu proprio, ha conferito la decorazione dell’Ordine al Merito della repubblica ucraina a diverse personalità italiane: esponenti del governo e dell’informazione per il loro impegno a sostegno del popolo ucraino. Per esempio all’ex direttore di Repubblica Maurizio Molinari. Ma anche l’Ordine della Principessa Olga: assegnato all’inviata di guerra del Tg1 Stefania Battistini. E a Bruno Vespa niente? Ma certo, anche al principe del giornalismo italiano è stata conferita una patacca dorata, quella dell’Ordine del Principe Yaroslav.

Anche la Polonia ha conferito un’onorificenza a Zelensky. La più alta onorificenza polacca: l’Ordine dell’Aquila Bianca. Eh sì, sopra il 45° parallelo le aquile sono sempre piaciute. La Germania guglielmina, per esempio, ne era dotata di ogni colore. In seguito, il Reichsadler raffigurava un’aquila ad ali spiegate che ghermiva tra gli artigli una svastica all’interno di una corona di alloro. Ma questo era solo un simbolo generico. Il titolo della decorazione era un altro: Verdienstorden vom Deutschen Adler. La sola pronuncia è una dichiarazione di guerra. La Polonia, nondimeno, effigia un’aquila bianca nella propria bandiera di Stato.

E però attualmente in Polonia il dibattito pubblico è molto acceso proprio a riguardo della revoca dell’onorificenza a suo tempo conferita al presidente ucraino. Lunedì, l’organo responsabile del conferimento e della revoca dell’Ordine dell’Aquila Bianca si è riunito e ha discusso la questione per otto ore. Non è stata annunciata alcuna decisione; è stata formulata una raccomandazione che il presidente polacco Karol Nawrocki pubblicherà ... a tempo debito.

Nawrocki aveva presentato una mozione per revocare l’onorificenza conferita a Zelensky dopo che quest’ultimo aveva intitolato un’unità delle forze speciali militari del paese agli “eroi dell’UPA”, il braccio armato dei fascisti ucraini. Questa forza è nota in Polonia per aver massacrato almeno 100.000 polacchi nell’attuale Ucraina occidentale tra il 1943 e il 1944.

Zelensky, non può essere accusato di simpatie naziste. Del resto, lui è ebreo. Resta il fatto che 100.000 polacchi uccisi è un bel numero, pare abbia commentato Netanyahu. E però anche il premier israeliano, in quanto ebreo, non può essere accusato di avere simpatie naziste. Sionista sicuramente, ma non con la svastica. Preferisce la stella.

Questa sintonia tra i crimini nazisti e quelli di Netanyahu, così come la glorificazione degli “eroi dell’UPA” da parte di Zelensky, potremmo rubricarle alla voce “eterogenesi dei fini”, nel senso che le intenzioni sono diverse da quelle dei nazisti, ma il risultato pratico è lo stesso.