lunedì 14 settembre 2026

Viaggio d'inchiesta

 

Il mio mestiere (un mestieraccio) di blogger, lo prendo molto seriamente. Quando posso, lascio tutto e vado a verificare di persona l’origine delle notizie. Venerdì ho pubblicato un post relativo a un verbale di contravvenzione dei vigili urbani nel quale era contestato alla “persona a margine generalizzata, in presenza di più persone, bestemmiava con parole oltraggiose le divinità venerate dalla religione di Stato”. Sembra che il malcapitato fosse un giovane su una motoretta. Nel post ponevo delle domande che non hanno trovato risposta. Per questo ho deciso di verificare di persona come si sono svolti i fatti.

Nel post avevo scritto che il verbale era stato redatto dai “vigili del Lido di Venezia”. Questo è esatto solo in parte, poiché in testa al verbale compare la scritta “Pellestrina”, una sottile lingua di terra nella Laguna di Venezia. Dunque, la mia decisione è stata quella di recarmi sul posto per avere un’idea generale più chiara della situazione locale, e, se possibile, intervistare i vigili della sede locale, magari scoprendo l’identità del multato. Intervistarlo sarebbe uno scoop, che neanche Emilio Fede con Maurizio Cocciolone.

La trasferta sull’isola è tutta a mie spese da quando Putin non mi versa più un rublo per il blog. Consulto internet, appare AI Overview che mi dice che il modo migliore, una volta raggiunta la stazione di Santa Lucia, è quello di prendere un vaporetto ACTV fino al Lido di Venezia e poi proseguire con l’autobus della linea 11. La frase esatta è questa: “Dalla fermata dei vaporetti fuori dalla stazione Santa Lucia, prendi la linea 6 o la linea 5.1 fino al Lido (Santa Maria Elisabetta). Il viaggio dura circa 35-40 minuti”.

Dio solo sa quanto sono una persona pedante, rompicoglioni e scrupolosa: consulto l’orario ACTV per avere conferma degli orari sia del vaporetto della linea 6 e sia dell’autobus della linea 11. Traccio il programma: alzata alle 7.15, partenza dalla stazione del treno alle 9.35, arrivo a Venezia Santa Lucia, imbarcadero della linea 6 fuori dalla stazione, vaporetto delle 10.41, arrivo al Lido alle 11.12, autobus linea 11 alle ore 11.30. Orario di arrivo a Pellestrina: 12.15 – 12.20, con lieve brezza da nord-est. Neanche “Furio Zòccano” mi batte.

Tutto secondo i piani prestabiliti? E invece arrivati a Venezia è incominciata l’avventura. La linea 6 del vaporetto non si trova “fuori dalla stazione Santa Lucia”, ma in Piazzale Roma. Non è proprio la stessa cosa. Con i minuti contati, ci siamo dovuti accontentare di prendere il vaporetto della linea 2, cosa che mandava a pallino la concatenazione degli altri orari previsti (ciao Furio).

Ma il bello doveva ancora arrivare. La linea 2, dopo Rialto e San Marco, normalmente prosegue per Sant’Elena e quindi per il Lido. Sennonché, arrivati a San Marco, scopriamo, così come altri viaggiatori, che quel vaporetto non avrebbe proseguito. Per quale motivo? Ci viene detto che si tratta di un “bis”, previsto per la mostra del cinema. Tanto meglio, osservo, avrebbe dovuto proseguire per il Lido. Eh no, il “bis” è stato mantenuto ancora per un giorno, ma la mostra del cinema, ci viene rivelato come se fossimo degli ottentotti, “si è chiusa ieri”, per cui la corsa terminava a San Marco. La logica non è affatto stringente, ma le conseguenze sono chiare.

Sembra Kafka? Ma non esageriamo, è solo Anton Čechov in viaggio all’isola di Sachalin (se non avete ancora letto il suo poderoso resoconto, sbrigatevi a farlo). Arrivati al Lido, si scopre che la corsa dell’autobus della linea 11 per Pellestrina (è prevista una corsa ogni mezz’ora), quella teorica delle ore 12, non c’è. Non è prevista dall’orario. Devono pur mangiare a quell’ora anche gli autisti. Del resto si tratta di poco più di mezz’ora d’attesa, nulla a confronto di ciò che aspettava ieri nel tardo pomeriggio ai viaggiatori delle linee ferroviarie per Napoli e Torino (investimento tra Monselice e Terme Euganee, ritardi fino a due ore).

Alle 12.30, l’autobus della linea 11 puntualmente parte, noi per fortuna seduti, altri stipati in piedi come pinguini imperatore. Seduta di fronte a noi c’è una coppia di anziani signori britannici, i quali parlano un loro pressoché incomprensibile (per noi) dialetto. Giunto dopo una mezz’ora al Faro Rocchetta, l’autobus, con il suo carico stipato e accaldato, s’imbarca sul traghetto, che puntualmente comincia a muovere per Santa Maria al Mare, ossia per la punta più settentrionale di Pellestrina. Dopo pochi minuti, si sbarca e si prosegue sullo stesso autobus lanciato lungo l’isola (in totale circa 11 chilometri).

Primo appunto: gli autobus della linea 11 sono elettrici e non sono molto grandi (per via dell’imbarco sul traghetto), sono frequenti (salvo pausa prandiale), e corrono velocissimi, soprattutto sul rettilineo di Pellestrina. Sull’isola, motorette e biciclette con pedalata assistita sfrecciano a velocità che neanche nella Scampia di Saviano. Complice il fatto che a Pellestrina il traffico è quasi inesistente, almeno di domenica.

Al centro dell’isola sorge l’abitato più consistente, fatto di abitazioni decorose e per lo più modeste, con le facciate variopinte, un paio di chiese (una abbastanza singolare), una vecchia torre piezometrica, qualche ristorante, una piccola gelateria e pochissimi bar (forse tre). A parte i turisti (numerosi, ma non tantissimi: si può giungere lì anche da Chioggia), di autoctoni in giro se ne vedono pochi. Ci hanno raccontato che la sera siedono fuori casa e nei campielli i ragazzi giocano come in un cortile. Come cinquant’anni fa, ci hanno detto. Palesemente nessun problema di furti nelle abitazioni.

Numerosi i piccoli e medi pescherecci all’attracco. Qui andava forte il “peocio”, ossia la cozza o mitile. Il troppo caldo, e il granchio blu, mi dicono, ha sterminato tutto. Poi, con quello che costa il gasolio ...

Il luogo è tranquillissimo e silenzioso. Numerose le panchine, il cellulare perlopiù a zero virgola zero tacche. Viene spontaneo il rilassamento fino all’abbiocco. Salvo, appunto, lo sporadico e velocissimo passaggio di un paio di motorette e alcune bici, alcune voci lontane provenienti dai ristoranti all’aperto, c’è pace. Passaggi di auto sul lungomare ne abbiamo contati al più un paio, forse uno solo.

Dicevo dei ristoranti: sold out. Quale pesce? Quello che chiunque può trovare al supermercato (orate, branzino, capesante, ecc.), che qui di pescato, nei ristoranti, in genere neanche a parlarne. Prima di partire, ho letto decine di recensioni a tale riguardo. Quelle negative e anche molto negative (“terribili”) non sono poche, come chiunque può constatare.

La responsabilità principale di questo stato di cose non è solo dei ristoratori, ma dei clienti. I quali (tutti!) pretendono di mangiare pesce anche quando pesce pescato non c’è o ce n’è molto poco. E anche quando c’è il fermo-pesca (31 luglio – 13 settembre 2026). Gli stupidi rappresentano non meno del 70% della clientela, si sa. Quanto ai ristoratori, molti sono dei pirati, conviene questo stato di cose e i prezzi li mantengono comunque alti.

Suggerisco, non solo a Pellestrina, pranzo al sacco: per esempio, un po’ di frutta fresca e acqua minerale. Per chi può permetterselo, un panino.

E vengo al dunque, ossia al motivo principale del mio sopralluogo ispettivo/informativo: ho cercato la sede locale dei vigili urbani. Quella che ho visto, presso il municipio, è in ristrutturazione, il cartello che la indica è quello qui sotto.

Lascio ai lettori eventuali considerazione o altro, ma vi chiedo di non commentare in troppi, che oggi non ho molto tempo per leggere le vostre cazzate dopo aver scritto, in piena notte, le mie.

P.S. : la coppia di anziani britannici dell’andata, l’abbiamo ritrovata al ritorno seduta nei medesimi posti, noi di fronte a loro nei due unici posti rimasti liberi. Il fatto casuale ha suscitato comune ilarità e scambio di qualche battuta in un inglese abbastanza comprensibile. All’arrivo al Lido ci siamo salutati dandoci, ovviamente per celia, appuntamento per l’indomani.

domenica 13 settembre 2026

Le nuove forme della guerra

 

Durante la prima guerra mondiale, il fronte occidentale si presentava come un infinito groviglio di filo spinato, un sistema di trincee e di ricoveri sotterranei. Mitragliatrici e artiglieria a tiro rapido costrinsero milioni di uomini a scavare letteralmente nella terra come talpe, a posare filo spinato, cementificare e fortificare interi paesaggi.

I soldati trascorrevano le loro giornate nelle viscere della terra, nel fango, nell’acqua, tra i topi e gli escrementi, nel tanfo di muffa e di morte. La nuova situazione tecnica determinava automaticamente la forma della guerra. Il tiro rapido e il fuoco concentrato rendevano qualsiasi spostamento senza protezione in campo aperto estremamente costoso; migliaia di soldati morivano o restavano mutilati in ogni assalto.

In Italia, a Udine, ogni mattina al generale Cadorna venivano raccontati i numeri del massacro mentre lui inzuppava i suoi adorati savoiardi nel caffellatte. Dopo colazione, dalle otto e mezzo fino alle nove, il Generale usciva a passeggio, accompagnato dal suo ufficiale d’ordinanza. Così racconta Angelo Gatti, il capo ufficio storico dello stato maggiore di Cadorna, che dopo Caporetto lo seguì anche a Versailles: nel mezzo di un’importantissima discussione del Consiglio di guerra, Cadorna cominciò ad innervosirsi, a muoversi, e disse rivolto ai presenti: «Sono già le dodici, che cosa stiamo a fare? Mi fanno ritardare la colazione!».

Sul fronte francese, a Neuve-Chapelle, nel marzo del 1916, le truppe britanniche, dopo un breve e concentrato bombardamento di artiglieria, riuscirono a sfondare rapidamente le linee tedesche; l’assalto iniziale travolse le posizioni avanzate in poche ore. Ma lo slancio si dissolse. Le linee telefoniche si interruppero sotto il bombardamento, il comando britannico riceveva solo un quadro frammentario e ritardato della situazione, i rinforzi arrivarono troppo tardi. Nel mentre, i tedeschi guadagnarono tempo per far affluire i rinforzi e colmare la breccia. Lo sfondamento ebbe successo, ma la sua continuazione in una vera e propria offensiva fallì.

Nella battaglia di Loos, nel settembre dello stesso anno, questo schema si ripeté in forma ancora più grave: le riserve arrivarono esauste e in ritardo, e il successivo attacco non ebbe un supporto di artiglieria sufficiente. I difensori sfruttarono il tempo guadagnato per riorganizzarsi. Stesso problema persisteva sulla Somme, nonostante un massiccio aumento delle risorse.

Piani di tiro, rilievi topografici, armi specializzate per la fanteria ed enormi quantità di munizioni per l’artiglieria erano pensati per collegare più strettamente i movimenti alla propria potenza di fuoco, ma tutto ciò si scontrava con un sistema difensivo profondo e praticamente impenetrabile. In tutte le battaglie emergeva lo stesso schema: il sistema offensivo era concepito per una situazione statica, non dinamica.

Più l’attacco si rivelava efficace, più il sistema che lo supportava cominciava a collassare. In Gran Bretagna e in Francia, ci si pose il problema di trovare la chiave per superare la rigidità del sistema. Qualcosa che si adattasse perfettamente a questa nuova situazione bellica: un mezzo mobile atto ad attraversare terreni devastati, protetto da resistere al fuoco delle armi di reparto, sufficientemente armato da spezzare immediatamente la resistenza.

La tecnologia non diventava più semplicemente un elemento impiegato sul campo di battaglia: il campo di battaglia stesso diventava una costruzione tecnologica. Centodieci anni fa, sulla Somme, trovò posto una nuova invenzione: il carro armato. Questo mezzo corazzato e cingolato che avrebbe rivoluzionato la guerra, fu testato per la prima volta sul campo di battaglia a Flers-Courcelette.

I carri armati avrebbero dovuto avanzare in piccoli gruppi, superare il filo spinato e le postazioni fortificate nemiche e aprire la strada alla fanteria che seguiva. Tuttavia, dei 49 veicoli previsti, meno della metà fu effettivamente utilizzata in modo efficace; molti rimasero bloccati nelle trincee e nei crateri delle granate o subirono guasti meccanici. A livello locale, l’idea funzionò comunque: Flers fu conquistata, i singoli carri armati penetrarono in profondità nelle linee tedesche e causarono notevole scompiglio in alcune zone della difesa.

Ma la cooperazione con la fanteria non era ancora coordinata: a volte, la fanteria superava i lenti veicoli e di conseguenza finiva di nuovo sotto l’intenso fuoco delle mitragliatrici. Il carro armato venne relegato a un vecchio e familiare ruolo: come un ariete destinato a sfondare le porte di una fortezza assediata. Flers fu conquistata, ma oltre, l’avanzata si arrestò prima di raggiungere l’obiettivo decisivo.

A Cambrai, nel 1917, gli inglesi schierarono i carri armati in massa; contemporaneamente, un nuovo sistema analogico di controllo del tiro per l’artiglieria permise attacchi a sorpresa senza lunghe fasi di fuoco. La penetrazione raggiunse diversi chilometri di profondità, ma la mancanza di riserve, le scarse comunicazioni e le perdite umane impedirono ancora una volta una svolta decisiva.

Allo stesso tempo, i tedeschi reagirono. I cannoni da campo iniziarono a ingaggiare direttamente i carri armati; nel 1918 fu introdotto il cannone da 13 mm, un’arma anticarro appositamente sviluppata.

La battaglia di Amiens del 1918 rappresentò l’apice dell’impiego dei carri armati nella prima guerra mondiale: circa 2.000 pezzi di artiglieria, oltre 500 carri armati e veicoli specializzati, e un massiccio impiego dell’aviazione operarono in sinergia con la fanteria, la ricognizione e il controllo del fuoco, provocando un crollo generalizzato del fronte tedesco.

Tuttavia, anche in questo caso, il carro armato non riuscì a ottenere la svolta da solo. Iniziò a plasmare il campo di battaglia, ma rimase un’arma di supporto all’interno di un sistema strettamente integrato di fanteria, artiglieria e aviazione. Il carro armato non divenne decisivo in quella guerra (*).

Nelle battaglie terrestri della seconda guerra mondiale, il carro armato, rimodulato secondo nuovi criteri di velocità, manovrabilità, dinamica, corazzatura e volume di fuoco, divenne decisivo (vedi la battaglia di Kursk). La Germania fu la prima a sperimentare le divisioni corazzate nella Blitzkrieg, mentre la Francia, superiore per numero di carri, non seppe tradurre la quantità in qualità, disperdendo i carri tra le divisioni di fanteria (1.600 mezzi) e alle divisioni di cavalleria (altri 800). Ciascuna delle tre sole divisioni corazzate francesi aveva solo la metà dei carri delle divisioni tedesche. Durante il conflitto mondiale, in combinazione con l’aviazione, l’impiego delle unità corazzate mutò le forme della guerra (**).

Oggi, il carro armato, che non va certo in pensione ma ne verrà rimodulato l’utilizzo, ha perso una parte della sua centralità a causa del rapporto costi/benefici, ossia principalmente a causa dell’impiego di piccoli ed economici velivoli armati gestiti da remoto (ne ho già parlato in dettaglio qui) e dei missili controcarro. A ciò si aggiungerà l’impiego della IA. Chi irride, per esempio, le difficoltà incontrate dall’esercito russo in Ucraina (ma ciò vale, per contro, anche per gli ucraini e le loro annunciate e sempre disattese “campagne di primavera”) dimostra la sua ignoranza e superficialità. Perché non tiene conto che la guerra sul campo di battaglia ha cambiato decisamente volto e tono.

Anche un’eventuale guerra contro la Cina, se mantenuta sul piano delle armi convenzionali (ossia non nucleari), porterà, senza decisive svolte a favore dell’uno o dell’altro contendente, a un prolungato stallo. Inoltre, rispetto al passato, il territorio degli Stati Uniti non potrà più considerarsi immune da attacchi. Ecco perché il rischio nucleare è così alto: la forte tentazione di uscire dall’impasse e usare l’arma ritenuta decisiva.

È pertanto ipotizzabile che un conflitto tra superpotenze possa trovare il suo luogo di sfida nel controllo di alcuni chokepoints (come sta avvenendo con Hormuz e il Mar Rosso) e nello spazio extra-atmosferico. Quest’ultima non è una battuta: il dominio/controllo dello spazio extra-atmosferico (e della Luna) si tradurrà anche nel controllo delle comunicazioni e dei traffici sul pianeta. Questa è già una sfida aperta e in atto.

(*) Ironia della storia: già nel 1911, l’ufficiale austriaco Gunther Burstyn progettò un “cannone motorizzato” (Motorgeschütz) che anticipava, in una forma sorprendentemente moderna, il futuro carro armato. Il suo punto di partenza fu lo studio della guerra russo- giapponese del 1904-05. Questa guerra rappresentò già la nuova forma del campo di battaglia che avrebbe dominato l’Europa pochi anni dopo. Burstyn interpretò questo scenario e ne trasse ispirazione. L’esercito austro-ungarico, strutturalmente conservatore, respinse il suo progetto. Burstyn presentò il progetto anche in Germania, ma anche qui senza successo.

Dopo la prima guerra mondiale, Burstyn scrisse diverse istruzioni tattiche per l’impiego delle forze corazzate, prima per l’esercito federale austriaco e successivamente per la Wehrmacht.

(**) De Gaulle, sebbene all’epoca fosse solo tenente colonnello, ricopriva una posizione strategica nella segreteria generale del Consiglio Supremo di Difesa Nazionale, grazie al maresciallo Pétain, che lo aveva nominato. De Gaulle intuì che il futuro della guerra sarebbe stato dominato dalla velocità, dal motore e dalla manovra concentrata. Nel 1934, scrisse un saggio intitolato Vers l’armée de métier. Propose la creazione di ampie unità corazzate (divisioni meccanizzate) indipendenti, capaci di agire in autonomia anziché essere frammentate a sostegno dei fanti. Teorizzò lo sfondamento delle linee nemiche ottenuto grazie alla combinazione di masse di carri e bombardieri tattici.

La leggenda del De Gaulle stratega si consolidò nel maggio del 1940, quando la Germania travolse la Francia proprio usando la tattica della Blitzkrieg, basata sulle Panzerdivisionen. La narrativa popolare successiva costruì un paradosso perfetto: De Gaulle aveva inventato la guerra corazzata moderna, lo Stato Maggiore francese lo aveva ignorato, e i generali tedeschi (in particolare Heinz Guderian) avevano letto il suo libro per sconfiggere la Francia. A sostegno di questa tesi si citano spesso le prove sul campo: quando nel maggio 1940 al colonnello De Gaulle fu finalmente affidato il comando della 4a divisione corazzata (4e DCR), egli riuscì a contrattaccare con successo i tedeschi a Montcornet e Abbeville, dimostrando l’efficacia delle sue teorie pur con pochissimi mezzi a disposizione.

La realtà storica fu ben più complessa. Anzitutto va rilevato che già nel primo dopoguerra la questione dell’impiego dei mezzi corazzati divenne centrale nell’ampio dibattito tra gli specialisti. Dunque è vero i tedeschi conoscevano il lavoro di de Gaulle (che fu effettivamente tradotto in Germania nel 1934), ma lo sviluppo della dottrina corazzata tedesca fu indipendente e attinse in particolare dagli scritti dei teorici britannici.

Per quanto riguarda le “vittorie” del colonnello De Gaulle nel maggio 1940, va rilevato che la 4a divisione corazzata esisteva solo sulla carta e si andava costituendo mentre uomini e mezzi arrivavano dai treni. Molti equipaggi non avevano mai sparato un colpo con i nuovi carri e non c’erano radio sufficienti per coordinare i mezzi. De Gaulle attaccò il nodo logistico tedesco di Montcornet, mettendo in fuga le retroguardie e i convogli di rifornimento tedeschi. La sortita causò pesanti perdite ai francesi (più di 20 carri armati distrutti) senza arrestare in modo significativo l’avanzata tedesca verso il Canale della Manica. Fu un successo tattico molto limitato, conseguito per una questione di prestigio. De Gaulle fu costretto a ordinare la ritirata in serata.

Il 21 maggio 1940, da Savigny-sur-Ardres, De Gaulle registrò un discorso (trasmesso da Le quart d'heure du soldat) in cui affermava che “grazie a questo, una vittoria è già stata ottenuta su un punto del fronte”.

La battaglia di Abbeville (27 - 30 maggio 1940). De Gaulle ricevette l’ordine di attaccare con circa 140 carri armati, supportati da elementi di fanteria e artiglieria, la piazzaforte di Abbeville, difesa dalla 57a divisione di fanteria tedesca. Dopo ripetuti assalti, subendo pesanti perdite, il 30 maggio, esausta e ridotta a meno della metà dei suoi carri efficienti, la divisione di de Gaulle fu sostituita dalle truppe britanniche. L’obiettivo strategico di eliminare la testa di ponte tedesca fallì.

La Germania schierò 141 divisioni sul fronte occidentale tra il 10 maggio e il 25 giugno 1940, con circa 2.445 carri armati e 5.638 aerei della Luftwaffe (i francesi schierarono circa 3.000 carri e circa 1.200 aerei). Le poche decine di carri della pur coraggiosa 4a divisione corazzata francese non poterono ritardare nemmeno di un solo giorno l’avanzata tedesca e l’esito della guerra.

Nei primi giorni di giugno, il primo ministro Paul Reynaud promosse de Gaulle a generale di brigata e, pochi giorni dopo, lo nominò Sottosegretario di Stato alla Guerra. Sarà proprio questa fama di unico “vincitore” sul campo a dare a de Gaulle, riparato a Londra, l’autorità per proclamarsi capo della Francia Libera. Già dal 17 giugno 1940, due celebri stelle del varietà francese, Suzy Solidor e Lucienne Boyer, cantavano in un locale degli Champs- Élysées affollato di ufficiali della Wehrmacht. A posteriori, queste azioni del maggio 1940 furono ingigantite fino a diventare il preludio alla Resistenza, oscurando la realtà di una rapida sconfitta della Francia, la cui Assemblea Nazionale si ritirava a Vichy dove venne costituito il nuovo Stato francese riconosciuto dalla Germania, dagli Stati Uniti e dalla Russia.

sabato 12 settembre 2026

Dio non voglia

 

Dopo pranzo desidero evitare di leggere o di scrivere, dunque, seppur quasi di malavoglia, accendo il televisore. Ovvio che cerco di evitare il culmine dell’idiozia televisiva. L’apparecchio è sintonizzato su Rai Storia, uno dei pochissimi canali televisivi ai quali mi collego, offrendo ormai Rai Scuola da un paio d’anni solo delle repliche.

Per farla breve, su Rai Storia oggi trasmettevano un varietà del 1962, regia di Enzo Trapani. Ripeto: un varietà, non per esempio quell’inchiesta sul ruolo delle multinazionali trasmessa la notte del 15 agosto 1977. Ebbene, mi è preso un senso di nostalgia. A 71 anni, l’ammetto, lo stato più morboso che mi sento addosso è la nostalgia. Ma in tal caso non è una nostalgia romantica e nemmeno genericamente canaglia, ma di un tipo di più complessa classificazione. Una sindrome per la quale non esiste terapia efficace, e nemmeno dei sedativi al bisogno. Si aspetta solo che passi in attesa di una nuova crisi.

Uno dei momenti nei quali tale nostalgia si palesa è quando guardo quei programmi semplici, genuini e democristianamente controllati di molti decenni or sono. Diceva Luigi Pintor che non saremmo morti democristiani. E aveva ragione, ma il capitalismo cibernetico è anche peggio.

Qualcosa da tempo sta accadendo senza che molti ne siano pienamente consapevoli. Questa cosa, che non è un segreto, esiste sullo sfondo, e sta travolgendo un po’ tutto. A cominciare dall’impoverimento del linguaggio. Non solo di quello televisivo, che ormai non fa quasi più da matrice, sostituito da quello dei cosiddetti social.

Ognuno, nel proprio ambiente o nella propria vita privata, può osservare e deplorare: si tratta piuttosto di percepire l’avanzare inesorabile della sua distruzione e come essa favorisca un potere concentrato esclusivamente sul perseguimento di certi interessi.

Ma non basta denunciare l’impoverimento del linguaggio, che ai più sembrerà l’ultimo dei problemi, ed è in realtà tra i maggiori e dei più severi. La pervasività della tecnologia ha imposto il regno indiscusso delle procedure, le quali, legate alla natura istantanea dei comandi, cercano di rendere obsoleta l’esperienza del linguaggio, della scrittura manuale, della lettura profonda e, cosa gravissima, dell’attenzione.

Non appena gli specialisti della manipolazione si accorgeranno che la riproposizione di queste vecchie trasmissioni tratte dagli archivi Rai possono diventare pericolose, ossia che possono indurre a considerazioni sullo stato delle cose presenti alla luce del passato, allora anche Rai Storia dovrà cambiar pelle, oppure venir assassinata come Rai Scuola.

A pensarci bene, quanti sono coloro che abitualmente guardano Rai Storia e soprattutto qual è la fascia d’età prevalente? Rai Storia potrà continuare ancora così a lungo, semmai la infarciranno di gente come Mario Sechi. Dio non voglia.

venerdì 11 settembre 2026

Le parole esatte

 

Oggi è una giornata decisamente fresca, quaggiù al nord-est. Mi ricorda certe giornate di settembre della mia infanzia trascorse nella casa della nonna materna. Dolce e severa, come sapevano essere con i propri nipoti le “vecchie” a sessant’anni di una volta (Dio la benedica). Mentre facevo colazione con l’ovetto sbattuto amalgamato con lo zucchero, guardavo dalla finestra l’estesa campagna non ancora immolata al boom economico e al soddisfatto benessere dalle plebi che si scrollavano di dosso, se non la fame, quantomeno la penuria. Ricordo nitidamente il sapore dell’aria frizzante, il fumo del treno che si disegnava sull’orizzonte, il lontano e puntuale ronzare di una lambretta. Le feste che mi faceva Tel, il cane da caccia, uno degli esseri più intelligenti e affettuosi che ho conosciuto.

Visto che sono in vena di amenità e pasquinate (il post “serio” l’ho scritto ieri sera e lo trovate qui sotto se ne avete voglia), mi ha fatto sorridere il verbale, autentico o solo presunto tale, dei vigili del Lido di Venezia che contestano alla “persona a margine generalizzata, in presenza di più persone, bestemmiava con parole oltraggiose le divinità venerate dalla religione di Stato” (la punteggiatura è la mia, la sintassi è la loro).

Ovvio che l’attenzione del pubblico si sia focalizzata sull’anacronistico riferimento alla “religione di Stato”. La legge, che prevede una sanzione amministrativa per la bestemmia in pubblico, fa riferimento stretto alle offese rivolte direttamente contro la “divinità”. Nel verbale è scritto che le bestemmie erano riferite alle “divinità venerate”. La precisazione non è priva di pregio, poiché si evince che il redattore del verbale non conosca la differenza tra “venerazione” e “adorazione”, che nel caso di specie è una differenza sostanziale.

Dunque è necessario appurare a quali (plurale) divinità sono state rivolte le invettive oltraggiose. Se trattavasi propriamente di Dio, e allora non si comprende l’uso del plurale. Inoltre, se le invettive oltraggiose erano dirette anche contro “Gesù” o a “Cristo”, la questione assume un carattere squisitamente teologico, chiamando in causa la celebre disputa sull’arianesimo e simili.

Ma il fatto più significativo, come detto, è l’uso improprio del termine “venerate” riferito alle divinità, cosa che induce a pensare che le parole oltraggiose fossero indirizzate non “alle divinità” bensì a “figure umane”, quali sono considerate i santi e la Madonna stessa, e dunque in tal caso non si tratta di bestemmia verso la “divinità (*).

Il ricorso al Prefetto mi pare del tutto giustificato e, se respinto, anche un successivo ricorso giurisdizionale per appurare se il fatto costituisce effettivamente una violazione ex art. 724 oppure no. Per appurarlo con certezza va sentito il vigile ed escussi i testimoni, i quali dovranno precisate letteralmente le esatte parole che sarebbero state pronunciate dal presunto sacrilego, in modo da stabilire verso chi il riferimento oltraggioso fosse propriamente e inequivocabilmente diretto.

(*) Nel riportare il testo dell’art. 724, spesso si riportano, pur tra parentesi quadre, le seguenti parole: [o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato]. La Corte Costituzionale, con sentenza n. 440 del 18 ottobre 1995, ha rimosso quella specifica frase dall’articolo per contrasto con il principio di uguaglianza e di laicità dello Stato. Di conseguenza, la sanzione punisce unicamente l’offesa rivolta contro la “Divinità” in senso lato (senza discriminazioni tra fedi), e non più quella contro figure umane o simboli religiosi (come la Madonna o i santi).

La lezione fondamentale


Venticinque anni fa, quando i terroristi trasformarono quattro aerei di linea dirottati in bombe volanti e colpirono il World Trade Center e il Pentagono, gli attacchi costarono 3.000 vite. Gli attentatori di al-Qaeda erano un prodotto della politica estera statunitense della Guerra Fredda: la CIA reclutò, armò e sostenne i guerrieri jihadisti contro l’esercito sovietico in Afghanistan. Ma ora queste forze stavano mordendo la mano che le aveva nutrite.

Gli attentati dell’11 settembre 2001 segnarono una svolta: gli Stati Uniti potevano legittimare le proprie guerre come “azioni antiterrorismo”. La NATO invocò l’articolo 5 per la prima volta nella sua storia. Il 20 settembre, Bush dichiarò la “guerra globale al terrorismo”. Il 7 ottobre, Stati Uniti e Gran Bretagna attaccarono l’Afghanistan. Nel 2003 seguì l’invasione dell’Iraq, che com’è ormai noto non poteva essere minimamente giustificata dall’11 settembre.

La “Guerra al Terrore” scatenata da Washington non fu concepita come risposta a ciò che accadde in quel giorno di fine estate, ma si trattava di un piano volto principalmente a portare il Medio Oriente sotto il controllo statunitense. Un piano in fase di elaborazione da tempo, tanto che il direttore della CIA, George Tenet, presentò la sua “Matrice di Attacco Mondiale” (Worldwide Attack Matrix) appena quattro giorni dopo.

Tenet arrivò al luogo del briefing, Camp David, con una valigetta piena di documenti e piani top secret, il culmine di oltre quattro anni di lavoro su Osama bin Laden, la rete di al-Qaeda e il terrorismo globale. Questi documenti, a quanto pare, non erano stati sufficienti a prevenire i devastanti attacchi, ma fornirono un’ottima base per “una campagna antiterrorismo segreta in 80 paesi del mondo”, che avrebbe conferito ai servizi segreti esteri statunitensi “i poteri più estesi e letali della sua storia”, commentò il Washington Post in data 31 gennaio 2002.

Oltre all’Iraq e all’Afghanistan, ulteriori “interventi” statunitensi ebbero luogo in Nord Africa, Africa trans-sahariana, Corno d’Africa e Mar Rosso, Pakistan, Yemen, Siria e Filippine. Secondo il Costs of War Project, le guerre statunitensi dal 2001 hanno causato circa 4,6 milioni di morti tra conseguenze dirette e indirette; almeno 38 milioni di persone sono state sfollate.

L’11 settembre, fornì anche il pretesto per la creazione del campo di tortura statunitense di Guantanamo Bay a Cuba. Ma di questo i volenterosi democratici europei chiudono un occhio, e anzi ringraziano Stati Uniti e Israele di fare il “lavoro sporco”.

La lezione fondamentale di 25 anni di “Guerra al Terrore” è questa: i terroristi più pericolosi si trovano a Washington.