domenica 26 luglio 2026

La lotta per la democrazia

 

È chiamato democratico un sistema dove si va a votare, poco importa di che si tratti realmente. Si vede la democrazia dalla prospettiva della propria posizione di privilegio anziché cogliere la realtà delle cose per ciò che sono: ovvero che la democrazia è l’enigma irrisolto di tutti sistemi sociali e delle loro costituzioni.

Infatti, importa nulla se si tratta di un sistema dove le banche razziano decine di miliardi di utili netti l’anno; dove i gestori dei servizi, attraverso tariffe basate sul più puro sistema di grassazione, macinano miliardi; un sistema che consente a delle gang la gestione dei beni demaniali versando all’erario quattro spicci. Eccetera, eccetera, eccetera ...

Se questa è dunque “la democrazia”, per rifarmi solo al caso nostro, allora che cos’è il totalitarismo? Possono cambiare i governi, di ogni colore, ma ciò che non cambia sono i rapporti sociali, ossia i rapporti tra quelli che hanno in mano il timone e chi invece deve solo remare e votare. Dove condurre la nave e che cos’è la democrazia lo decidono loro.

Il ricatto democratico sta proprio in questo: se vuoi la tua scodella di riso e l’abbonamento a DAZN, devi remare. E poco importa se dalla stiva sale qualche borbottio. Fa parte della “vera” democrazia, dicono. Un semplice disturbo di fondo, che non sposta di una virgola la questione fondamentale: quella dei rapporti sociali.

Ma che cosa sono questi “rapporti sociali”, chiederà l’ingenuo. Semplice: innanzitutto i rapporti di proprietà. Ah no, di qua non si passa, rispondono. I rapporti di proprietà non possono essere messi in discussione. Se t’azzardi a qualcosa di più del mero borbottio, del chiasso televisivo e di fondo, allora finisci di là del muro.

Dunque, quali sarebbero i mezzi legali, detti democratici, per ottenere un cambiamento di tali rapporti sociali? Non esistono mezzi legali, sarebbe una contraddizione che la classe dei padroni del vapore prevedesse mezzi legali per mutare gli attuali rapporti sociali. La democrazia è la verità del potere, ma non è la verità della democrazia.

A fronte di ciò e di molto altro, i fascisti di destra, sinistra, centro o altrimenti camuffati, chiamano “terroristi” dei giovani che protestano lanciando sassi e fuochi d’artificio. Ringraziassero il loro dio democratico che quei giovani non hanno, finora, piena coscienza di che cosa sia e in che cosa consista una vera battaglia per il potere. Cioè una vera lotta per la demo-crazia.

Accadde settant'anni fa

 

Nella notte tra il 22 e il 23 luglio 1952, una congiura di ufficiali egiziani, a capo dei quali c’era anche Gamal Abdel Nasser, rovesciò re Farouk. Nasser assunse la carica di vice-capo del Consiglio del Comando della Rivoluzione. Nel 1953 divenne ministro dell’Interno e nel 1954 assunse la carica di primo ministro in seno al nuovo ordinamento statale. Propose di modernizzare l’economia e rafforzare l’esercito. Nel giugno 1956 divenne presidente dell’Egitto dopo aver destituito il generale Muammad Naīb.

Nasser si fece portavoce di un discorso nazionalista arabo che gli permise di guadagnare popolarità. Il suo messaggio fu ampiamente diffuso dalla stazione radio Voce degli Arabi, creata nel 1953.

Il 19 luglio 1956, il Segretario di Stato americano John Foster Dulles annunciò all’ambasciatore egiziano a Washington, Ahmed Hussein, che il suo governo si sarebbe ritirato dall’impegno assunto nel dicembre 1955 di partecipare, insieme alla Gran Bretagna e alla Banca Mondiale, al finanziamento della prevista diga di Assuan.

“Gli sviluppi degli ultimi sei o sette mesi” non erano stati esattamente favorevoli a “generare benevolenza nei confronti dell’Egitto presso il pubblico americano”, spiegò Dulles al diplomatico egiziano. Nessun altro progetto di cooperazione internazionale era così impopolare negli Stati Uniti come la diga di Assuan. La causa principale della resistenza era “la sensazione che il governo egiziano stia collaborando strettamente con coloro che ci sono ostili e vogliono danneggiarci in ogni modo possibile”.

Dulles alludeva, tra le altre cose, al fatto che l’Egitto aveva concluso un importante accordo per la fornitura di armi con l’Unione Sovietica nel settembre dell’anno precedente, che formalmente doveva essere gestito tramite la Cecoslovacchia. Questo, tuttavia, era già noto nel dicembre del 1955, quando Washington e Londra promisero il loro sostegno finanziario. A ciò si aggiunse l’instaurazione di relazioni diplomatiche tra l’Egitto e la Repubblica Popolare Cinese il 16 maggio 1956.

Nasser si trovò ad affrontare non solo la potente e influente lobby israeliana e i rappresentanti dei produttori di cotone americani, che temevano la concorrenza egiziana, ma anche gli alleati del regime a Taiwan. Il sostegno finanziario all’Egitto sarebbe stato probabilmente bloccato dal Congresso in ogni caso. Pubblicamente gli Stati Uniti addussero che la situazione finanziaria dell’Egitto non fosse abbastanza solida da garantire il ripianamento del debito.

Ciò che è essenziale evincere (e che invece le fonti occidentali in genere non citano) per comprendere la posizione egiziana e gli accordi tra Il Cairo e Mosca, quindi con la Cina, è il Patto di Baghdad. Una alleanza strategica tra Regno Unito, Iran, Iraq, Turchia e Pakistan (gli Stati Uniti vi aderiranno nel 1958).

Il 26 luglio, al Cairo, a Ismailia, a Port Said e a Suez, le truppe egiziane occuparono gli uffici della Compagnie universelle du canal maritime de Suez, una società a maggioranza di proprietà di centinaia di migliaia di piccoli azionisti francesi e del governo britannico (*). Il 29 luglio 1956, Nasser diede l’annuncio della nazionalizzazione del canale di Suez. Nasser intendeva utilizzare i proventi dei pedaggi del canale per la costruzione della diga.

Gran Bretagna e Francia, allora impegnate in una disperata battaglia contro il crollo dei loro imperi coloniali, reagirono immediatamente alla nazionalizzazione del Canale di Suez confiscando tutti i beni egiziani e imponendo altre sanzioni economiche. Contemporaneamente, i governi di Parigi e Londra iniziarono a preparare un’operazione militare congiunta.

Le due potenze coloniali europee si coordinarono con Israele, che aveva interessi sia sul canale e sia in chiave anti-araba. Il 29 ottobre 1956, le truppe israeliane lanciarono l’invasione congiunta. L’Unione Sovietica minacciò un intervento militare diretto. Otto giorni dopo, il governo statunitense, attraverso pressioni economiche e politiche, riuscì a imporre un cessate il fuoco. Il 7 marzo 1957, gli ultimi soldati israeliani si ritirarono dalla penisola del Sinai.

I vincitori politici furono Nasser, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Fu definitivamente confermato il nuovo equilibrio di potere globale della Guerra Fredda e che Francia e Regno Unito cessavano di essere le potenze dominanti nella regione. Tuttavia, Israele dimostrò la sua capacità di mobilitazione e la sua superiorità militare sull’Egitto. Lezione quest’ultima, di cui Nasser (emerso come vincitore della crisi) e i Paesi arabi non tennero in debito conto.

(*) Nella creazione del Canale di Suez, il 51% delle quote erano francesi, soprattutto private, mentre le restanti erano egiziane. Dopo la sua creazione, nel 1869, la Gran Bretagna rivalutò l’importanza del canale e, a seguito di una crisi finanziaria che colpì l’Egitto nel 1875, la Gran Bretagna acquistò le quote egiziane del canale di Suez e successivamente adottò il pretesto per occupare il paese e contestualmente il canale. Venne creato un protettorato ed un governo succube della corona inglese, anche se dal 1922 l’Egitto ebbe formale indipendenza. Questo portò a scontri tra francesi ed inglesi, che verranno successivamente mediati anche nei congressi di Berlino. La guerra arabo-israeliana del 1967 portò alla chiusura del Canale fino al giugno del 1975.

Sebbene nel luglio del 1956 le agenzie di stampa annunciassero che il colonnello Nasser aveva nazionalizzato il Canale di Suez, era ormai universalmente accettato che una tale nazionalizzazione non fosse possibile per il semplice fatto che il Canale è sempre stato parte del territorio nazionale egiziano. La sovranità egiziana sugli elementi fisici del Canale è affermata inequivocabilmente dall’articolo 9 dell’Atto di concessione del 22 febbraio 1866, dall’articolo 8 del Trattato di alleanza anglo-egiziano del 26 agosto 1936 e dall’articolo 9 dell’Accordo anglo-egiziano del 19 ottobre 1954, riguardante la base del Canale di Suez. Inoltre, la sovranità egiziana sul Canale non è mai stata messa in discussione, né prima né dopo la nazionalizzazione della società che lo gestiva. In seguito, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU espresse chiaramente lo stesso principio nella sua risoluzione del 13 ottobre 1956.

Dal punto di vista giuridico, la situazione del Canale di Suez è molto diversa da quella dello Stretto di Hormuz. Infatti, non è possibile stabilire alcuna identificazione tra lo status giuridico dei canali marittimi, che sono vie d’acqua artificiali, e lo status giuridico degli stretti che collegano due mari aperti.

Mentre l’assegnazione degli stretti al traffico internazionale deriva dalla natura stessa delle cose ed è quindi anteriore all’esistenza degli Stati rivieraschi, l’assegnazione dei canali artificiali al traffico internazionale è, così come la loro creazione, il prodotto della volontà sovrana e libera degli Stati sul cui territorio sono stati scavati. In altre parole, mentre gli stretti – che collegano due mari aperti e ne sono un accessorio naturale – sono soggetti al principio di libero passaggio secondo le norme del diritto internazionale generale o consuetudinario, i canali artificiali sono soggetti solo in virtù della volontà sovrana dello Stato territoriale.

L’Inghilterra e la Francia avevano un bel dire che il loro diritto sul Canale derivava dalla concessione sul demanio pubblico di uno Stato, e che la Compagnia avesse effettivamente svolto un ruolo essenziale nel libero passaggio da parte di tutti gli Stati. Ciò storicamente non è avvenuto, poiché la Compagnia non ha mai avuto né i diritti né il potere territoriale di fatto necessari per superare gli ostacoli che le due Potenze hanno ufficialmente posto sulla via del libero utilizzo del Canale.

La questione è ora solo di interesse retrospettivo poiché per quanto riguarda Suez il principio del libero passaggio a beneficio di tutte le navi mercantili e da guerra, senza distinzione di bandiera, è stato ormai espressamente sancito.

Storia antica del collegamento fluviale tra il Mediterraneo e il Mar Rosso. Il faraone Senusret III, discendente della dodicesima dinastia, fu il primo a concepire un collegamento indiretto tra il Mar Rosso e il Mediterraneo attraverso il Nilo e i suoi affluenti, con lo scopo di promuovere il commercio e facilitare i trasporti tra Oriente e Occidente. Le navi provenienti dal Mediterraneo avrebbero percorso il Nilo fino a Zagazig (pertanto si tratta, nel primo tratto, di un percorso diverso da quello dell’attuale Canale artificiale) e da lì sarebbero giunte al Mar Rosso attraverso i Laghi Amari, che all’epoca vi erano collegati. Tracce di questo canale sono ancora visibili oggi a Geneifa, vicino a Suez.

Nel 610 e.c., la sabbia aveva riempito il canale, creando una diga di terra che aveva isolato i Laghi Amari dal Mar Rosso a causa di un lungo periodo di abbandono. Il faraone Necao II intraprese di rifare il canale e riuscì a collegare il Nilo ai Laghi Amari, ma non fu in grado di collegarli al Mar Rosso.

Nel 510, Dario riuscì a ricollegare il Nilo ai Laghi Amari. Tuttavia, a differenza del suo predecessore, non riuscì a collegare questi Laghi Amari al Mar Rosso se non attraverso piccoli canali navigabili solo durante la stagione delle piene del Nilo (l’attuale Canale, a cui si accede da Porto Said provenendo dal Mediterraneo, non sfrutta le acque del Nilo, ma passa ugualmente per i Laghi).

Nel 285 circa, Tolomeo II Filadelfo superò tutte le difficoltà incontrate dai suoi predecessori, restaurò e completò il preesistente Canale dei Faraoni, scavando con successo il tratto tra i Laghi Amari e il Mar Rosso, in sostituzione dei piccoli canali preesistenti e collegando il ramo orientale del Nilo al Mar Rosso per favorire i commerci e la fondazione di città portuali come Arsinoe.

L’imperatore Traiano fece scavare un nuovo canale (Amnis Traianus, nel 98 e.v.), che partiva dal Cairo, alla foce del golfo, e terminava ad Abbassa, dove era stato collegato al vecchio ramo di Zagazig (nord-est del Cairo). Durante l’epoca bizantina, il canale fu nuovamente trascurato fino a renderlo completamente non navigabile.

Nel 641 (calendario giuliano), Amr ibn al-‘Āripristinò la navigazione nel Canale e lo chiamò Canale dell’Emiro dei Credenti. Nel 760, il califfo abbaside Abu Ja’far al-Mansur distrusse il canale per impedirne l’utilizzo per il trasporto di rifornimenti agli abitanti della Mecca e di Medina, che si erano ribellati al suo dominio. La navigazione tra i due mari restò interrotta per circa undici secoli.

venerdì 24 luglio 2026

Rassegnamoci

 

Cazzo, se i telomeri non s’accorciano nei tempi previsti, urge adeguamento dell’età pensionabile e dei relativi versamenti contributivi. Per la pensione di vecchiaia basteranno 100 anni di versamenti continuativi? E per quella di anzianità 160 di età? L’opzione donna a 140 o 150? Che ne pensa Landini, ma soprattutto Fornero e Salvini? Vannacci: leva militare obbligatoria per i novantenni. Il governo chiede al Bruxelles di differire la durata del PNRR per l’acquisto di 100 miliardi di euro di pannoloni e cateteri. Previsti bonus del 130% per gli ultra 150enni. Al compimento del 150° compleanno non sarà previsto il rinnovo della carta d’identità.

giovedì 23 luglio 2026

Il mestiere delle armi

 

Nel XX secolo la piattaforma non è mai stata l’arma in sé. Il carro armato era il mezzo di lancio per la granata, la nave da guerra un deposito galleggiante per l’artiglieria o i missili, il sottomarino per i siluri, il caccia un vettore volante per le bombe. Tutto il resto di queste grandi e costose piattaforme serviva a un unico scopo: trasportare l’armamento fino a che potesse colpire l’obiettivo. Si vedeva il carro armato, non la granata; il caccia, non la bomba.

Il nuovo carro Leopard 2A8 pesa oltre 60 tonnellate, costa quasi una trentina di milioni di euro. Un mostro d’acciaio progettato principalmente per sparare munizioni del peso di diversi chilogrammi. Ogni sistema d’arma deve essere valutato in base alla sua efficacia, non alla sua mole. Il fattore decisivo è l'energia esplosiva o cinetica. Tutto il resto (corazza, motore, sensori, equipaggio) è, a rigor di termini, logistica. La sua corazza protegge il suo motore che spinge un cannone, il quale, utilizzando energia chimica, lancia un proiettile per centrare un bersaglio. L’arma vera e propria non è il carro, ma il suo armamento.

Un drone FPV (First Person View, ovvero un drone controllato da remoto), utilizzato per attaccare i carri armati in Ucraina, trasporta una carica esplosiva da uno a tre chilogrammi. Il drone stesso pesa solo pochi chilogrammi, costa una frazione minima del prezzo di un carro armato ed è mosso da quattro piccoli motori elettrici. La sua carica esplosiva non è stata rivoluzionata, ma è cambiato il modo in cui raggiunge il bersaglio. Per dirla semplice: la granata si è liberata dal suo involucro da 60 tonnellate e non ha più bisogno di un carro armato.

Perché armi, munizioni ed esplosivi potessero liberarsi dai limiti storici di tali poderose e costose piattaforme di trasporto e protezione, doveva svilupparsi una tecnologia che ne potesse ridurre drasticamente le dimensioni, le rendesse più economiche e disponibili in grandi quantità. Dunque: energia mobile, navigazione, sensori e potenza di calcolo.

Nessuna di queste tecnologie era inizialmente prodotta in serie per uso militare. Tutte hanno avuto origine nel mercato civile, con prodotti come telefoni cellulari, computer portatili, auto elettriche o droni per hobbisti. Solo la loro disponibilità su larga scala e la miniaturizzazione hanno reso possibile un cambiamento fondamentale nel modo di fare la guerra. In buona sostanza, anche il modo di fare la guerra ha seguito la logica capitalistica: riduzione dei costi e massimizzazione del risultato.

La prima tecnologia ad essere interessata è quella dell’energia mobile. Un carro armato Leopard 2A8 trasporta diverse centinaia di litri di gasolio ed è alimentato da un motore da 1.500 cavalli che da solo pesa ben oltre una tonnellata. Questa massa ha un solo scopo: propellere esplosivi o energia cinetica entro il raggio di tiro. Un drone FPV, invece, ricava la sua energia da una batteria agli ioni di litio, simile a una piccola batteria per tagliaerba domestico. Fondamentalmente, fornisce energia sufficiente per diversi minuti di volo in un formato che può essere trasportato direttamente insieme all’arma. Il sistema di alimentazione è integrato nell’arma stessa.

L’altro ambito tecnologico interessato a questa rivoluzione è la navigazione. Per decenni, la navigazione di precisione ha richiesto sistemi inerziali di grandi dimensioni e costosi. I laser ad anello ad alta precisione o i giroscopi a fibra ottica costano ancora somme considerevoli e si trovano su aerei, navi e carri armati. Al contrario, la rivoluzione degli smartphone ha dato origine ai sensori MEMS: giroscopi e accelerometri micromeccanici che ora sono ampiamente disponibili ed economici.

È emersa anche la navigazione satellitare, per la quale i ricevitori oggi costano solo una minima parte di quanto costavano i sistemi comparabili agli albori del GPS. Un drone civile come il DJI Mavic 3 pesa meno di un chilogrammo e naviga simultaneamente utilizzando i sistemi GPS, Galileo e BeiDou. Ciò che un tempo era riservato alle grandi piattaforme militari ora sta nel palmo di una mano.

Altra fondamentale tecnologia è quella dei sensori. Anche questa non è stata sviluppata per scopi bellici. Miliardi di smartphone hanno trasformato moduli fotografici ad alta risoluzione, sensori di immagine e sistemi ottici in beni economici e prodotti in serie. Allo stesso tempo, sono emerse tecniche di elaborazione delle immagini, rilevamento degli ostacoli e fusione dei sensori. Questo, in sostanza, conferisce all’arma una sorta di autonomia visiva. Il personale del carro armato non deve più individuare il bersaglio e sparare il proiettile. L’arma riconosce il bersaglio, corregge la traiettoria e ricerca il punto di impatto ottimale.

La tecnologia relativa alla potenza di calcolo mobile rasenta la fantascienza. Solo pochi anni fa, i droni erano perlopiù modelli volanti telecomandati. Oggi, chip su pochi centimetri quadrati offrono una potenza di calcolo che supera quella dei precedenti computer militari dedicati. L’intelligenza artificiale consente già il riconoscimento dei bersagli, la correzione della traiettoria e la navigazione parzialmente autonoma direttamente a bordo. Il “cervello” dell’arma non si trova più nel computer di controllo del tiro di un carro armato o in un posto di comando, ma risiede direttamente all’interno dell’arma stessa.

Solo l’interazione di questi sviluppi tecnologici rende comprensibile l’effettivo cambio di paradigma. Nel XX secolo, energia, navigazione, sensori e potenza di calcolo dovevano ancora essere combinati in una grande piattaforma protetta. Per questo motivo sono stati creati carri armati, aerei da combattimento e navi da guerra.

La piattaforma non è più il luogo in cui devono essere concentrate le informazioni militari cruciali e il lancio delle testate. In ambito aereo, questo cambiamento è già più evidente che su qualsiasi altro campo di battaglia. La vera svolta non è rappresentata dai grandi velivoli da combattimento senza pilota, ma dalla proliferazione di massa di droni economici, monouso e multiuso.

Con la sua famiglia Shahed, la Russia si sta concentrando su armi semplici, producibili in serie e a lungo raggio, in grado di raggiungere bersagli a centinaia di chilometri di distanza con una carica esplosiva relativamente piccola. L’Ucraina sta rispondendo con una gamma sempre più ampia di droni a lungo raggio e FPV, prodotti in officine, medie imprese e reti di produzione decentralizzate. La guerra aerea non viene plasmata da singole piattaforme ad alta tecnologia, ma da prodotti industriali fabbricati in serie.

I droni marittimi ucraini non sono semplici imbarcazioni cariche di esplosivo. Navigazione, comunicazioni radio, sensori, esplosivi e ora persino armi antiaeree sono integrati in questi piccoli sistemi senza equipaggio. La famiglia Magura (Maritime Autonomous Guard Unmanned Robotic Apparatus) dimostra quanto questo processo sia già progredito: nel 2025, un elicottero russo è stato colpito da un missile aria-aria lanciato da un drone marittimo e, nello stesso anno, l’Ucraina ha riferito di aver abbattuto due caccia russi Su-30 con droni Magura V7 armati con missili Sidewinder. Un drone marittimo, originariamente concepito semplicemente come un ordigno esplosivo galleggiante, sta quindi assumendo improvvisamente funzioni precedentemente riservate a una nave da guerra o a un sistema antiaereo.

È proprio qui che risiede il cambio di paradigma. I droni fanno a meno di quasi tutto ciò che definisce la piattaforma classica: equipaggio, corazza, motori complessi e tempi lunghi di manutenzione. Ciò che rimane è solo ciò che conta veramente dal punto di vista militare: l’arma stessa e la sua capacità di raggiungere il bersaglio con i propri mezzi. In questo contesto, il dibattito sui caccia di sesta generazione appare anacronistico. Ma in tal caso entrano in gioco massicci investimenti e dunque grandi interessi. E ciò vale, in generale, per buona parte degli investimenti destinati al riarmo in preparazione della guerra che verrà.

mercoledì 22 luglio 2026

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200.000 anni di evoluzione

Secondo il rapporto Lo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo 2026 (Sofi 2026), pubblicato congiuntamente martedì da cinque organizzazioni delle Nazioni Unite, tra cui l’UNICEF, 150.000.000 di bambini sotto i cinque anni (il 23%) sono affetti da malnutrizione cronica.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, lo scorso anno il 7,8% della popolazione mondiale ha sofferto la fame. In termini assoluti, ciò significa che nel 2025 circa 645.000.000 di persone sono state colpite dalla fame.

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Valorizzazione immobiliare

La piccola cittadina di Braunau am Inn, nell’Alta Austria, non è certo ricca di attrazioni turistiche. L’unica possibile è la casa natale di quello che è probabilmente il politico più famoso d’Austria. La casa è tutelata come monumento storico, un tempo ospitava il birrificio e la locanda Zum braunen Hirschen (Il Cervo Bruno). Nel dopoguerra, fu restituita ai precedenti proprietari e utilizzata, tra l’altro, come biblioteca, scuola e laboratorio per persone con disabilità. Dall’espropriazione del proprietario dieci anni fa, l’edificio appartiene alla Repubblica austriaca.

Per l’edificio si prospetta un futuro glorioso: nella casa sta aprendo una stazione di polizia (come già nell’appartamento appartenuto allo stesso personaggio a Monaco). Visto tutto ciò che si sa sull’ideologia di questo gruppo professionale, si può presumere che molti non vedano l’ora di iniziare il proprio lavoro nella nuova sede. Non è noto quante richieste di trasferimento a Braunau siano pervenute.

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Un club di collezionisti

La 23a edizione della coppa del mondo è terminata, e bisogna dire: meno male. Nel complesso, i Mondiali hanno offerto esattamente ciò che ci si aspettava. Interruzioni pubblicitarie mascherate da pause per bere, uno spettacolo di metà partita assolutamente pessimo e gioco del calcio prevalentemente dimesso e noioso.

La FIFA, avendo a disposizione un prodotto che può essere commercializzato in modo fantastico in tutto il mondo, si considera intoccabile. Non risponde a nessuno. È un’associazione di diritto svizzero, proprio come un club di collezionisti di francobolli in pensione.