domenica 12 aprile 2026

Ecco detto tutto

 

Tratamento sanitario nelle carceri israelite.

Viviamo in un’economia che punta sfrenatamente alla brevità e alla concisione. Il tempo è denaro, e, nel caso non lo fosse, sarebbe tempo perso. Nell’intrattenimento televisivo è un continuo zapping tra i canali, con una concorrenza esasperata tra gli schermi. C’è voglia di dopamina e di suspense, sennò le persone restano incollate ai loro telefoni mentre sono sedute davanti alla tv.

L’esistenza di molte persone, specie le più giovani, è diventata ormai una sorta di TikTokizzazione o Instagramizzazione. Stupidità connessa. Pertanto chi vuoi che legga più i blog, specie dove si pubblicano pipponi che richiedono a volte fino a due o tre minuti di lettura? Eppure la lettura è forse l’ultimo baluardo per chi apprezza la lentezza e il ragionamento, per chi non vuole essere trattato come un imbecille. Difficile trovare un motivo più snob, lo so, però mi pare resti un valido motivo.

Un motivo suffragato dal fatto che certe cose non le penso e scrivo solo io e magari altri naufraghi della rete. Paradossalmente le scrive anche il giornale della Confindustria. Oggi, in seconda e terza pagina, due articoli, uno su Trump e i suoi deliri di gloria, l’altro su Netanyahu e il sionismo.

Gregory Alegi, scrive: «il New York Times ha ricostruito in dettaglio la riunione nella quale l’11 febbraio scorso il premier israeliano avrebbe convinto il presidente statunitense ad attaccare l’Iran. [...] il gancio psicologico di BiBi: “Trasformare per sempre il Medioriente è un’impresa epica, che solo gli Stati Uniti sotto la tua guida possono compiere. Vinci, e passerai alla storia”». Ogni commento mi pare superfluo.

Nell’altro articolo, a firma di Ugo Tramballi, si legge: «Le guerre israeliane, soprattutto le ultime, tendono a non risolvere il problema che le causa ma creano le condizioni del conflitto successivo». Personalmente avrei evitato l’inciso “soprattutto le ultime”, ma bisogna accontentarsi.

Scrive ancora Tramballi: «”Ha perso Israele, hanno vinto gli ebrei”, commentò lo sconfitto Shimon Peres: quegli ebrei che avrebbero costruito un’egemonia trasformando la Bibbia in un manuale politico militare». Sono d’accordo, ma con una precisazione: è vero che sono molte le facce del sionismo, e però tutto il sionismo, non solo quello di estrema destra, ha come premessa che la Palestina appartiene di diritto agli ebrei, che quella è la loro terra in forza di un diritto storico. E questo vantato diritto, però, non è altro che una menzogna.

Al punto in cui è giunta la questione palestinese, gli ebrei debbono poter vivere in Palestina in pace e sicurezza. E ciò, sarebbe potuto accadere negli ultimi decenni se solo l’avessero effettivamente voluto. Con gli accordi di Oslo si era compiuto un passo verso una parziale soluzione della questione palestinese, tuttavia, come chiude il suo articolo Tramballi, «anche durante quella trattativa dal 1993 al 2000, l’unica seria speranza in decenni di guerre, gli israeliani continuavano a impossessarsi di terre palestinesi: in quei sette anni di pace il numero delle colonie ebraiche in Cisgiordania aumentò del cento per cento». Ecco detto tutto.

Il resto, si può leggere nell’ottimo libro di Elena Testi, Genesi. Soldi, crimine, impunità. Storia dell’estrema destra israeliana (Feltrinelli). L’Autrice, forse per evitare l’accusa di antisionismo, imputa tutto ciò che è accaduto di peggio negli ultimi decenni in Palestina all’estrema destra israeliana, ma ciò coglie solo un aspetto, quello più estremista del progetto sionista, che in realtà varia solo nei metodi ma non negli obiettivi del sionismo più moderato.

Il pollice dell’imperatore

 

Scrive il NYT: «Trump Was Watching a U.F.C. Fight in Miami While Iran Talks Collapsed. On his way to Florida, President Trump said it did not matter to him if a deal with Iran was reached or not: “We win, regardless,” he said».

Trump stava guardando un incontro di UFC a Miami mentre i colloqui con l’Iran fallivano. Durante il viaggio verso la Florida, il presidente Trump ha affermato che per lui non importava se si raggiungesse o meno un accordo con l’Iran: “Vinceremo comunque”, ha detto.

Non sapendo che cos’è “un incontro di UFC”, cerco aiuto: “Un incontro di UFC (Ultimate Fighting Championship) è un match professionistico di arti marziali miste (MMA), la principale organizzazione mondiale del settore. Si svolge in una gabbia ottagonale (Octagon), combinando tecniche di percussione (pugni, calci, gomitate) e lotta (prese, atterramenti, sottomissioni)”.

Trump con chi stava guardando l’incontro del nobile sport? Tra gli altri, con il leader della “manosfera” Joe Rogan. E chi è costui? Leggo: “Influencer di rilievo: Rogan è considerato uno degli influencer più noti della manosfera, il cui podcast ha un impatto significativo nel plasmare le opinioni di molti giovani uomini contemporanei”. E che cos’è ‘sta “manosfera”? “un ecosistema online di podcast e social media focalizzato su tematiche maschili, spesso con derive antifemministe e di supremazia maschile”.

Non m’aspettavo che un tipo come Trump passasse il week-end leggendo Harriet Beecher Stowe o John Steinbeck, tuttavia le sue inclinazioni mi sembrano, una volta di più, molto rivelatrici della sua personalità. Del resto è un individuo che ha trascorso la sua vita mangiano Big Mac e patatine fritte, insidiando giovani donne e frequentando Epstein e Joe Rogan. Dunque, non deve stupire che avesse in mente di cancellare “un’intera civiltà”. E non è detto che vi abbia rinunciato.

Trump non è un’eccezione, bensì “il compimento di ciò che l’America è sempre stata”. Certo, gli Stati Uniti non sono solo questo, ma prevalentemente sì. L’articolo odierno del NYT prosegue: «Per la maggior parte del tempo, il signor Trump è rimasto seduto impassibile a guardare il sangue e la saliva schizzare dai combattenti che si prendevano a botte davanti a lui».

E a riguardo dei negoziati in corso a Islamabad: «Non è chiaro se il presidente sapesse del fallimento dei negoziati quando è entrato nell’arena per l’evento UFC, accolto da una canzone di Kid Rock e da un fragoroso applauso. Non stava intento a digitare sul suo telefono – ha lasciato fare al signor Rubio, che a un certo punto si è sporto per mostrare al presidente lo schermo – e non ha mostrato delusione o rabbia. Ha invece offerto sorrisi forzati alle telecamere e un pollice in su ai vincitori».

sabato 11 aprile 2026

Sovranità e sicurezza non sono gratuite

 

Le crisi come opportunità di profitto non sono una novità. Tra qualche mese, o forse anche prima, si potrebbero vedere le autocisterne di carburante scortate dalla polizia, se non si giungerà a un accordo sulla nota questioncella dello Stretto di Hormuz. Sarà rispolverato il clichè del fondamentalismo di mercato: alti prezzi per frenare la domanda. Perché una cosa è ormai chiara, la guerra la sta vincendo l’Iran e la stanno perdendo tutti gli altri.

Tranne i sionisti, che questa guerra l’hanno voluta più di Trump stesso. Si tende a fraintendere completamente gli obiettivi ideologici e geopolitici del governo Netanyahu, del fanatico movimento dei coloni che esso rappresenta e, più in generale, del sionismo. Non vogliono la pace con chicchessia, bensì territorio, risorse idriche e controllo su tutto il resto.

Sebbene sia l’Iran che il Pakistan, in veste di mediatore, dichiarino che il Libano è parte dell’accordo di cessate il fuoco, Netanyahu ha sottoposto il Paese vicino ai più pesanti attacchi dall’inizio della guerra (e gli avvertimenti all’Unifil). Il motivo non è semplicemente quello che vuole sbarazzarsi di Hezbollah.

Ad opporsi all’annessine del Libano, al momento fino alla linea del Litani, è Hezbollah, ossia l’Iran. Tutto ciò è di una evidenza perfino scandalosa, e tuttavia molti sembrano ancora nutrire pericolose illusioni sulle intenzioni israeliane. Lo scrivo da tempo, i sionisti hanno in mente molto di più della loro semplice “sicurezza”. Non è nemmeno un sospetto ma una certezza che sapessero in anticipo dell’attacco del 7 ottobre 2023.

Per decenni, l’esercito libanese ha dimostrato di poter opporre ben poca resistenza all’occupazione israeliana e ai tentativi di annessione. A frapporsi c’era dapprima l’OLP e ora Hezbollah. Non è casuale che il governo iraniano rischi una nuova ondata di guerra contro il proprio paese insistendo su negoziati con gli Stati Uniti solo a condizione che il Libano sia incluso nell’attuale cessate il fuoco, come originariamente concordato. È in Libano che si gioca la partita, per opposti interessi; lo Stretto di Hormuz è solo uno strumento di guerra, di ricatto.

In una situazione in cui gli Stati Uniti sono indeboliti per non aver raggiunto i propri obiettivi di guerra in Iran, il governo libanese dovrebbe porre delle condizioni: un cessate il fuoco immediato, il ritiro di tutte le truppe israeliane dal Libano e la garanzia che Israele non attaccherà nuovamente il Libano.

Sovranità e sicurezza non sono gratuite. Richiedono fermezza, che l’Iran ha dimostrato nelle ultime settimane e continua a dimostrare. Il governo libanese, guidato dal presidente Joseph Aoun e dal primo ministro Salam, preferiscono sottomettersi ai diktat israelo-americani, a spese del popolo libanese.

Come Hemingway vinse la seconda guerra mondiale

 

Parigi ’44, l’onta e la gloria, di Patrick Bishop, è il saggio storico più interessante e godibile che ho letto negli ultimi tempi. Di che cosa si tratta? Di quella gran merda che è il mito della Francia di de Gaulle. Non perché non vi siano stati comportamenti adeguati e anche eroici, nel senso più alto dell’accezione, tra i francesi durante l’occupazione tedesca, ma proprio perché il mito della Francia che si è “liberata da sé” è una énorme merde.

In nessun altro Paese l’apparato statuale, gli intellettuali e gli artisti, nel suo insieme la borghesia (con le debite eccezioni), ha collaborato convintamente e appassionatamente con i nazisti come in Francia. Paradossalmente c’è più onore negli aderenti francesi alla Waffen- Grenadier-Division Charlemagne, che combatterono e morirono sul fronte orientale, che in quella teppaglia borghese annidata nei salotti e nei boudoir di Francia.

Nel 1940, la Francia si arrese in poco più di un mese, nonostante un numero di divisioni pressoché eguale, un numero di carri armati e di aerei francesi superiore a quelli germanici. Dopo 85mila morti, 120mila feriti e un milione e mezzo di prigionieri. Dunque non ci si arrese senza combattere, ma se per comandanti si hanno dei burocrati ...

Il patto fra la Germania e l’Unione sovietica mise il Partito comunista francese nell’incredibile posizione di chi, per proprietà transitiva, considera come alleati i suoi occupanti. In un editoriale dell’Humanité, si poteva leggere: “È particolarmente confortante, in questi tempi difficili, vedere così tanti operai parigini intrattenere rapporti amichevoli con i soldati tedeschi, sia per strada che nei bar di quartiere. Bravi, compagni! Continuate così, anche se questo irrita certi borghesi, ottusi e rancorosi” (p. 120).

Va comunque detto che nella fase successiva i comunisti nella resistenza francese svolsero una parte preponderante in ogni senso, tanto che i britannici furono molto restii nell’invio di armi.

Quanto a quell’irrefrenabile vanaglorioso di De Gaulle, ebbe a dire: “Parigi! Parigi oltraggiata! Parigi spezzata! Parigi martirizzata! Ma Parigi liberata! Liberatasi da sola, liberata dal suo popolo con l’aiuto degli eserciti di Francia, con l’aiuto dell’assistenza dell’intera Francia, di quella Francia che combatte, dell’unica Francia, della vera Francia, della Francia eterna!”. De Gaulle incarnava alla perfezione lo spirito e il carattere prevalente nella borghesia francese, sia monarchica e sia repubblicana.

L’unica divisione che i gaullisti riuscirono a mettere in campo in Francia, fu la II div. corazzata guidata dal generale Philippe de Hauteclocque (alias Leclerc), il quale “era nato da una famiglia aristocratica cattolica, che conduceva la propria esistenza come se la Rivoluzione francese non fosse mai esistita, e dalla quale aveva ereditato un profondo spirito conservatore. Leggeva il quotidiano L’Action française e andava a messa tutti i giorni”.

La divisione, che sbarcò in Francia solo il 4 agosto 1944, due mesi dopo il D-dey, disponeva di 160 carri armati M4 Sherman e 280 semicingolati corazzati M3. Contava circa 15.000 uomini, tra cui 3600 soldati marocchini e algerini (*). “La divisione passò sotto il comando operativo americano e le politiche razziste dell’esercito statunitense esclusero i neri dalle unità di combattimento. [...] I soldati avanzavano lentamente lungo le strade di campagna a bordo di mezzi corazzati semicingolati che ricavano sulle fiancate i nomi di luoghi lontani: Guadalajara, Brunete, Teruel. Le mostrine sulle uniformi dicevano che erano membri del francese Réggiment de Marche du Tchad, ma molti di quelli uomini erano spagnoli, e i nomi sui loro veicoli richiamavano le battaglie della guerra civile” (p. 160).

Effettivamente la divisione francese fece il suo ingresso a Parigi per prima, sulla base dell’accordo preso ad Algeri nel 1943 tra Eisenhower e de Gaulle, un accordo scaturito da motivazioni eminentemente politiche ...

Nella ricostruzione di Bishop escono male, molto male, anche alcuni mostri sacri che propriamente francesi non erano, tipo quel Picasso imbrattatele a tempo pieno: come osservò un visitatore del suo atelier: “Picasso avrebbe potuto cacare sul pavimento e tutti avrebbero ammirato la sua merda” (p. 103). Mentre la minuta popolazione soffriva la fame (Picasso pranzava regolarmente nello stesso ristorante) e centinaia di giovani francesi si facevano fucilare per aver improvvisato una qualche resistenza all’occupante, il grande artista faceva la bella vita e sotto l’occhio tollerante della Gestapo operava disinvoltamente sui mercati valutari con grande profitto (p. 102).

Salvo poi, nell’ottobre 1944, con i tedeschi ben lontani da Parigi, dichiarare: “La mia adesione [al PCF] è la conseguenza logica di tutta la mia vita e di tutta la mia opera [...]. Con la mia pittura ho sempre combattuto da rivoluzionario” (p. 393). Spudorato.

Non ne esce meglio Hemingway, un bullo, creatore del suo stesso mito, un alcolizzato davvero detestabile sotto ogni punto di vista (specie nei riguardi delle donne), a confronto del quale persino John Wayne potrebbe risultare più autentico e simpatico.

Hemingway si comportò da bullo in Spagna e poi anche dopo le prime ondate degli sbarchi alleati in Normandia, quando decisero di farlo sbarcare. “Per imbarcarlo sulla Empire Anvil, la nave da sbarco da cui le unità sarebbero state trasportate a riva, dovettero issarlo con una sedia da nostromo. Le autorità avevano stabilito che lo scrittore più famoso al mondo non avrebbe preso parte allo sbarco insieme ai soldati. [...] Nel suo reportage uscito su Collier’s, Hemingway attribuiva a sé stesso un ruolo cruciale nello svolgimento degli eventi” (pp. 199-200). In realtà quell’ubriacone in quel giorno fatidico nemmeno mise piede sulla spiaggia e rimase a bordo del mezzo da sbarco (**).

“Quella sera Hemingway tornò al Dorechester Hotel di Londra, dove un gruppo di giornalisti inglesi lo attendeva con i bicchieri in mano, ansiosi di ascoltare il suo resoconto, una storia ben più avvincente della cronaca un po’ piatta e sovraccarica di dettagli che aveva firmato per Collier’s. Ormai sosteneva di essere davvero riuscito a mettere piede sulla spiaggia e raccontava di aver svegliato un giovane tenente e con un calcio dritto sul sedere, quando questi sembrava non aver compreso l’ordine di andarsene prima che i tedeschi lo prendessero di mira”.

Sempre a proposito di questo sbruffone: “Col passare dei giorni, le sue imprese eroiche nel D-day si ingigantirono. In versioni successive, una delle quali approdata sulla stampa, si diceva che avesse persino preso il comando di un gruppo di soldati americani, bloccati sotto il micidiale fuoco delle mitragliatrici, ordinando loro di scavare delle trincee e di resistere fino all’arrivo dei carri armati” (p. 201).

E ancora: “La costruzione del mito faceva parte della rappresentazione che Hemingway metteva in scena, e i suoi interlocutori la coglievano con diversi gradi di indulgenza. [...] A volte, le vanterie di Papa [Hemingway] sembravano più un tentativo di convincere sé stesso che gli altri”. Il resto si può leggere nel libro di Patrick Bishop.

(*) Com’è noto, le truppe coloniali nordafricane (i goumier), al comando del generale Alphonse Juin, diedero il meglio di sé nell’Italia centrale con le cosiddette “marocchinate”.

(**) L’articolo di H., pubblicato sulla rivista il 22 luglio, si può leggere in rete (qui). Chiude così: «La guerra vera non è mai come la guerra sulla carta, né i resoconti di essa sono mai come appaiono. Ma se volete sapere com’era trovarsi a bordo di un LCV(P) il D-Day, quando abbiamo conquistato le spiagge di Fox Green e Easy Red il 6 giugno 1944, allora questa è la descrizione più vicina che posso darvi». Proprio così scrisse: “quando abbiamo conquistato Fox Green”!!

venerdì 10 aprile 2026

La porta dell’opportunismo

 

È difficile iniziare una rivoluzione quando non si sa esattamente chi decapitare. Hanno vinto un referendum e pensano di avere il voto giovanile già in tasca. Eh già, il voto. I veterani del pragmatismo dai capelli argentati, questi fari di speranza e riforma, hanno la bussola giusta per trovare infallibilmente la porta dell’opportunismo più sfacciato: basta spostarsi un po’ a sinistra così da poter continuare a intrattenere le giovani generazioni nel circo politico. In modo che nessuno si accorga di quanto siano diventati superflui.