Già questa foto rivela il livello reazionario di questo quotidiano.
Le speranze del 1989, per chi le aveva coltivate, non erano state altro che un’illusione. Tutto andò esattamente nella direzione opposta. Il capitalismo occidentale, senza avversari, si metteva alla conquista dell’intero pianeta. Come un rullo compressore, abbatteva confini, differenze geografiche e culturali. Il mondo si trasformava in un gigantesco supermercato dove ogni cosa diventava merce e il profitto veniva estratto da ogni cosa a beneficio di pochi.
La materialità della produzione industriale veniva sussunta all’immaterialità del mondo finanziario: la ricchezza veniva creata in borsa. La borghesia occidentale aveva trionfato e non voleva restrizioni all’esercizio del suo potere. Non aveva più bisogno di sobbarcarsi il compromesso sociale postbellico tra capitale e lavoro che aveva dato origine allo stato sociale in Europa.
L’Europa ovviamente era un territorio di conquista, ma anche i paesi dell’Europa orientale furono costretti a privatizzare tutto, smantellare i loro stati sociali e aprirsi a un mercato non regolamentato. E per tutti gli anni ‘90, nelle guerre nell’ex Jugoslavia, gli stati occidentali, spinti dal proprio interesse, avevano alimentato le fiamme del nazionalismo, lasciando strada al risorgente fascismo.
La globalizzazione del mercato ci veniva presentata come un’opportunità unica di sviluppo, in un mondo finalmente unito. Ricchezza e prosperità si sarebbero diffuse ovunque, insieme alla libertà. Molti cedettero per rassegnazione e altri per spudorato calcolo. Tutta la sinistra riformista europea, seppelliti i propri residui ideali sotto le macerie del Muro di Berlino, si proclamava convinta che il mondo non potesse funzionare che in quel modo.
Questa titolazione è più eloquente dello stato di cose presenti di un saggio di Picketty, Stiglizt o altro porcodidio.
Mandato in soffitta Marx, considerata la sua opera soltanto “un affascinante oggetto di studio” per topi di biblioteca, la sconfitta dei movimenti antagonisti, o sedicenti tali, stava dietro l’angolo. Le marce cittadine di protesta e il conflitto sociale ritualizzato, finirono per scontare le loro fondamentali illusioni strategiche a Genova. Non solo a causa della repressione poliziesca, ma soprattutto a causa del vuoto sostanziale di proposta.
Non basta gridare che un altro mondo è possibile, era ed è necessario chiarire sulla base di quali rapporti sociali si vuole costruire quello nuovo e possibile. Non basta impegnarsi sul terreno delle disuguaglianze e frustrazioni sociali accumulate. Non si tratta di questo o quello; non solo di politiche neoliberiste, dell’oppressione e della violenza strutturale del sistema. Non si tratta di ridefinire semplicemente i confini di ciò che è tollerato e accettato e di ciò che non lo è, o non lo è più.
Dunque, di che cosa si tratta?





