sabato 23 marzo 2019

giovedì 21 marzo 2019

Divagazioni sulle palle piene


«Eppure le tue ossa si consumeranno,
sepolte nei campi di Ilio,
per un’impresa incompiuta».


Alessandro Manzoni a riguardo di Napoleone Bonaparte si chiese se la sua fu vera gloria. Molti hanno risposto in modo diverso e problematico a questa domanda. Personalmente non ho dubbi: la sua fu vera gloria, e ciò a prescindere dalle ipotetiche pretese del “Massimo Fattor” manzoniano, anche se, a un dato punto, le sue guerre persero le caratteristiche della lotta tra conservazione e cambiamento.

Per una valutazione della stoffa d’uomo, basterebbe leggere una parte delle sue 33.000 lettere (Correspondance générale, Fayard) per rendersi conto che si trattò ad ogni modo di una personalità dotata di volontà e talento non comuni, che seppe sì sfruttare a proprio vantaggio le situazioni che gli si presentavano ma valendosi d’indubbio ingegno, pur con le mende del suo temperamento. L’eccezionalità dell’uomo si combinò con la straordinarietà degli avvenimenti, e ciò dimostra una volta di più che sono le circostanze a fare gli uomini non meno di quanto siano gli uomini a fare le circostanze (*).

*

lunedì 18 marzo 2019

Per sua natura e vocazione


Secondo John Stuart Mill, le leggi della produzione sono “leggi reali di natura” mentre le leggi della distribuzione sono il risultato della volontà umana e quindi del diritto e del costume. Per una più equa distribuzione della ricchezza si possono immaginare delle leggi migliori.

Evidentemente Stuart Mill non teneva conto del concetto di modo di produzione, ossia del modo determinato in cui gli uomini producono e riproducono la loro vita immediata, quindi la struttura dei rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in cui essi operano ad ogni determinato grado di sviluppo delle forze produttive. La forma di questi rapporti è decisiva ai fini della comprensione dell’intero movimento della produzione (e distribuzione della ricchezza), e dunque per comprendere le leggi specifiche di un dato modo di produzione. Tra parentesi va comunque detto che non bisogna schematizzare meccanicisticamente l’uso di tali concetti, poiché forze produttive e rapporti di produzione sono in continua interazione e si determinano a vicenda, essendo un’unita di opposti.

È necessario, al fine di chiarire ciò che seguirà, ribadire che è una falsa convinzione che lo sviluppo delle forze produttive capitalistiche sia sic et simpliciter misura del progresso sociale. Nel modo di produzione capitalistico, progresso tecnico e progresso sociale non sono equivalenti, così come si vorrebbe far credere. Il progresso tecnico è anzitutto avanzamento delle tecniche capitalistiche e in tal guisa ogni effettiva feticizzazione della tecnica è fuori luogo. Infatti, dal lato di chi viene sfruttato il progresso tecnico si manifesta come aumento della produttività e intensificazione del lavoro (chiedere, per esempio, ai dipendenti di Amazon); dal lato del capitale, si manifesta come accrescimento del tempo di pluslavoro (in rapporto al tempo lavorato per produrre il proprio salario). Il progresso delle tecniche capitalistiche di produzione non ha dunque lo stesso significato per le classi lavoratrici e per i loro sfruttatori, poiché per entrambi diverge il significato di progresso sociale. L’esempio della disoccupazione di massa o dell’inquinamento e del repentino cambiamento dei cicli naturali rappresentano degli esempi pertinenti.

*

sabato 16 marzo 2019

La “difesa del clima”



-->
“Già il solo prendere atto di un proprio limite è il modo per superarlo, per cui anche il solo intuire che la sensazione di opposizione è falsa, è già un primo passo verso il pensiero dialettico.”

*

Tale Gabriele Annichiarico ha scritto un articolo sul Manifesto, in prima pagina, sul tema delle manifestazioni di ieri “in difesa del clima” (sic!). Nell’articolo non è mai citata la parola capitalismo. Per un giornale che si definisce, suo malgrado (?), come “quotidiano comunista”, questo fatto la dice lunga sullo stato dell’arte.

La “difesa del clima” è oggi di moda, esattamente come la rivoluzione molti anni or sono in alcuni salotti della media e alta borghesia. Infatti, il problema del degrado della totalità dell’ambiente naturale e umano ha già completamente cessato di porsi sul piano delle reali e irriducibili cause economiche che fanno capo al modo di produzione capitalistico. Non deve destare dunque alcuna meraviglia che esso venga fatto proprio e stravolto dall’ideologia borghese e rappresentato nello spettacolo mediatico come chiacchiera avvilente, erronea e mistificatoria.

La nostra epoca possiede ogni mezzo tecnico per alterare in modo permanente e assoluto le condizioni di vita sul pianeta, ma è anche l’epoca che dispone di tutti i mezzi di controllo e di previsione matematicamente certi per misurare con esattezza e in anticipo dove conduce la crescita incontrollata delle forze produttive di una società di classe alienata. Tutto il resto è presa per il culo. Salvo eccezioni che non fanno testo, non c’è un solo abitante della fascia dei tropici che non vorrebbe il nostro stesso standard di vita e di consumi, così come non c’è un solo europeo che farebbe cambio con lo standard di vita medio dei tropici.

Gli appelli di Greta Thunberg potranno diventare volontà reale solo: 1) se si prenderà atto che la politica, la scienza e la tecnologia non possono offrire soluzioni stabili ai problemi dell’inquinamento, sfruttamento e distruzione delle risorse naturali, poiché politica, scienza e tecnologia sono ambiti subalterni agli scopi del capitale; 2) se cesserà il sentimento euforico per lo sviluppo delle forze produttive in senso capitalistico, rilevando invece il nesso essenziale e causale che lega i rapporti di produzione e di scambio capitalistici con quei problemi. Insomma, sarà del tutto inutile manifestare nelle piazze se non si affronta dapprima il tema di un progetto di trasformazione radicale del sistema produttivo attuale, avendo ben chiaro che tale processo di trasformazione, per le forze in campo e per la complessità dei problemi, non sarà né rapido e tantomeno pacifico.

venerdì 15 marzo 2019

Cari ragazzi


Non se ne può più di sentire parlare di "sviluppo sostenibile". Sviluppo non è un termine neutro,  in economia afferisce  sempre a un dato modo di produrre, nel caso specifico al modo di produzione capitalistico. Parlare di sviluppo sostenibile costituisce una contraddizione in termini. Qualunque investimento di capitale ha come obiettivo precipuo e assoluto il profitto, non quello della salvaguardia della natura o la tutela dei lavoratori. A ciò debbono provvedere le leggi. In una società di classe, dove prevalgono gli interessi economici più forti, le leggi non sono altro che l'espressione dei rapporti di forza tra le parti in causa. Dunque è giusto e opportuno battersi su questo fronte, ma bisogna aver presente che parlare di sviluppo sostenibile è fuorviante e alla fin fine fa il gioco di questo sistema che in alcun modo è sostenibile e messo in discussione dalle crociate sullo "sviluppo sostenibile" ampiamente coperte dai media.

giovedì 14 marzo 2019

In itinere


La nuova Rinascente di via del Tritone scimiotta l'emporio del Fondaco dei Tedeschi. È un insulto alla classe media che certi prezzi non se li può permettere e deve ripiegare su Zara, mischiandosi con delle silfidi giapponesi che il Sol Levante ci manda come fasullo campionario della fauna locale. Ci aggiorniamo tra qualche giorno per una mostra che assolutamente è da evitare  (quella alle Scuderie del Quirinale) e un'altra che merita il viaggio (alla Garbatella!).

lunedì 11 marzo 2019

L'unica verità assoluta


L'Italia è un paese profondamente diviso, non solo politicamente, e il PD è altrettanto responsabile di questo stato di cose quanto i partiti di destra (di destra!) che ora sono al governo. Fortuna vorrà che con il nuovo corso zingarettiano le cose cambieranno, a cominciare dalla proposta che segue. Ci credo, eccome!

Cinque milioni di italiani vivono in totale povertà, tre volte più di 11 anni fa, prima della crisi del 2008. E molti altri, la maggioranza, non se la passano bene. Allo stesso tempo, i dati di Forbes, pubblicati martedì scorso, hanno rilevato le gigantesche fortune dei cinque italiani più ricchi: il re di Nutella, Giovanni Ferrero & famiglia ($ 22,4 miliardi), il fondatore di Luxottica, Leonardo Del Vecchio ($ 19,8 miliardi), l’imprenditore farmaceutico Stefano Pessina ($ 12,4 miliardi), lo stilista Giorgio Armani ($ 8,5 miliardi), e l'ex capo del governo e imprenditore dei media, Silvio Berlusconi ($ 6,3 miliardi). Settanta miliardi in cinque famiglie. Niente da dire, per carità, siamo un paese fondato sulla meritocrazia (art. 34, comma 3 Cost.).

Ma anche altri non scherzano, come Massimiliana Landini Aleotti, Augusto & Giorgio Perfetti, Renzo Rosso, Paolo e Gianfelice Mario Rocca, Giuseppe De Longhi, Patrizio Bertelli, eccetera. Fuori classifica, vengono i milionari, e sono migliaia, molte migliaia. Non pochi di loro non risultano così benestanti al fisco, ma questa è una battaglia persa in partenza.  Ecco perché ci sarebbe la necessità di operare una revisione delle attuali scandalose aliquote d’imposta per successioni e donazioni (di gran lunga inferiori alla media europea). In tal modo qualche miliarduccio l’anno si potrebbe recuperare, andando a rimpinguare le esangui casse statali. Basterebbe fotocopiare (fotocopiare!) la legge tedesca, francese, inglese, a scelta. In fin dei conti, si può farla franca con il fisco in tanti modi, ma non ci si può sottrarre all’unica verità assoluta di questo mondo, ossia la morte.

Quando parlo o scrivo di queste cose, segue inesorabile un silenzio assoluto. Ognuno ha o spera un giorno di avere un gruzzolo da difendere dalla voracità del fisco. Più che la politica a dividerci è la “roba”.


domenica 10 marzo 2019

I soliti furbi consigliati dai furbissimi




Proprio d’accordo sulla Cei, la quale dovrebbe starsene zitta visto ciò che incassa dallo Stato.

Sul RdC non condivido. Per il reddito d’inclusione, dal primo luglio scorso, bisogna soddisfare solamente i requisiti economici, perciò nel caso di Max gli spetta. Sennonché gli importi del reddito d’inclusione attuale sono risibili, anzi, scandalosi. Non bastava dunque portare i livelli del reddito d’inclusione a decenza ed evitare tutto quel cancan sul reinserimento che palesemente non sarà giammai una cosa seria? No, non bastava, poiché del RdC si è fatto il cavallo di Ilio per vincere le elezioni (un gigantesco voto di scambio, non inedito per la verità), per creare aspettative ("Max sta sperando") e innescare la corsa all’anagrafe e alle poste dei soliti furbi consigliati dai furbissimiInoltre il reddito di cittadinanza in tal modo è diventato di fatto il sostituto del diritto al lavoro.

Che cosa ci sarebbe stato di sbagliato in una misura adeguata del reddito d’inclusione per il quale bisogna soddisfare solamente i requisiti economici?