sabato 7 febbraio 2026

Cecil Beaton


In attesa del ritorno della luce, dopo un lungo letargo nel quale ci siamo ubriacati di vin brulè e di banalità televisive imperdibili, sto leggendo una selezione dei diari di Cecil Beaton nel volume pubblicato sul finire dell’anno scorso da Neri Pozza.

Il diarista inglese è piuttosto famoso nel mondo anglo-americano per essere stato un fotografo ben pagato ma soprattutto una persona eccentrica e pettegola che ha conosciuto molta gente troppo famosa. Leggo che i suoi diari (1922-1974), pubblicati originariamente in sei volumi, sarebbero superiori ai diari di Harold Nicolson, che ho letti l’anno scorso. Prima impressione: propendo per un giudizio più cauto e articolato.

Un esempio: Beaton nel dicembre 1929 è negli Stati Uniti, ebbene ci si aspetterebbe almeno un cenno sul crollo di Wall Street, sul disastro finanziario e i primi morsi della crisi. Invece non c’è una parola al riguardo, ma frasi come: “ballammo intorno a un falò, cademmo nel fango e brindammo al futuro con lo champagne”.

C’è il sarcasmo (vedi la “forte detonazione” a p. 103) e il solito badinage: “Andammo insieme ad applaudire gli Astaire, comprammo dischi, ascoltammo opere, concerti e orchestre da ballo ad Harlem”. Neanche la fotocopia di The Sound and the Fury, di William Faulkner, pubblicato negli Stati Uniti proprio nel 1929. Indimenticabile: “L’uomo è la somma delle sue esperienze climatiche”!

Il meglio di Beaton è nella descrizione minuta dei volti e degli ambienti dei personaggi del suo tempo (li ha incrociati tutti), da Picasso a Jean Cocteau, da Winston allo scià di Persia, dalla contessa Morosini all’immancabile Capote, con il quale passava “ore di svago”, quindi da Wallis a Greta (con la quale il bisessuale Cecil ebbe una relazione): “Sdraiata sulla schiena fumava una Old Glod in un paio di calzoncini bianchi attillati e reggipetto” (p. 285). Insomma descrizioni d’incontri molto ravvicinati e godibili sia per i lettori e le lettrici Old England così come per quelli Vecia Padania.

Ciò che non mi attrae è legato all’attualità fatta di sfacciate assurdità. I protagonisti della scena politica, mediatica e artistica odierna, quasi tutti a quattrozampe, sono spesso posseduti da un turbine di risentimento, come direbbe Nietzsche. Un mondo dove la stupidità ha preso il potere e dove tutti sperano di rimanere illesi correndo ciechi nel tunnel.

Per contro, mi piacciono i racconti autobiografici di protagonisti che non esistono più. La loro lettura mi dice più cose di corposi e densi saggi storici. Nel caso di Beaton, Nicolson e altri testimoni, pur nella temperie segnata da due guerre mondiali, leggo di un’epoca che negli stili di vita, certamente borghesi ma senza eccessive leccature, era capace di distinguere il buon gusto dalla trivialità. 

venerdì 6 febbraio 2026

Quello che fa più paura al governo

 

È sufficiente il semplice sospetto per essere “fermati”. Chi decide se sei sospetto sono gli stessi che hanno fermato Federico Aldrovandi, come quelli della caserma Diaz, insomma quella roba lì, che non ti tortura e non ti uccide per strada come capitò a Giorgiana Masi, ma le “stimolazioni” preferisce fartele con comodo in questura.

Sospinti da questa escalation senza limiti, con un singolare gusto del paradosso, vogliono “evitare il ritorno delle Brigate rosse”. Così ha detto un ministro (il cui muso mi ricorda quello di Carrero Blanco), del quale la “prova del palloncino” ci potrebbe rivelare molte cose. Non c’è da aspettarsi altro da chi mette sotto sorveglianza chi porta dei fiori laddove è stata assassinata Mara Cagol.

Ebbene sì, le Brigare Rosse, che fu un movimento di massa con migliaia di persone, fanno ancora paura, ma rievocarle oggi provoca un effetto surreale e straniante. È solo una scusa per creare un clima di sospetto parossistico e di ossessione investigativa senza freni.

C’è chi sostiene che manca la volontà di comprendere cosa stia accadendo e perché. Non è così: sanno benissimo, sono degli esperti della “strategia della tensione”, che fu una strategia Nato con manovalanza fascista con raccordo dei servizi segreti.

Questo governo, che vuole dimostrare in ogni sua azione la sua superiorità su corpo e vita altrui, annovera amici e sodali tra i camerati degli “anni delle bombe”, ministri che vogliono, per esempio, arrivare alla “Verità” sulla strage di Bologna, che è stata sicuramente una strage fascista. Quello che fa più paura a questo governo di facinorosi ed eversori è la Storia.

Il capitalismo delle piattaforme

 

I viaggi dei dipendenti della redazione sportiva del Washington Post per le Olimpiadi invernali, che iniziano oggi a Milano e Cortina, sono stati cancellati. Per una ragione molto semplice: la redazione sportiva verrà chiusa completamente, una decisione già presa anche dal New York Times diversi anni fa (ha acquistato la copertura sportiva da The Athletic).

Come riportato dall’Associated Press, più di un terzo del personale sarà licenziato, per un totale di 300 posizioni su 800, con la chiusura gran parte delle redazioni estere (tutti gli uffici di corrispondenza in Medio Oriente) e anche la redazione di punta del quotidiano, un tempo liberal, è destinata a ridursi significativamente. Per compensare, Bezos, il miliardario di Amazon, ha assunto tre nuovi commentatori dalla rete MAGA lo scorso autunno. Dunque si tratta anche di un riorientamento editoriale, ossia politico.

Un caporedattore, evidentemente non tra quelli che hanno ricevuto la mail di licenziamento, ha descritto le misure prese come dolorose ma necessarie per garantire il futuro della pubblicazione e affrontare i cambiamenti tecnologici e l’evoluzione delle abitudini di lettura.

Il quotidiano opera in perdita da anni e il calo degli abbonati è probabilmente dovuto, almeno in parte, a campagne politiche cervellotiche, tipo dimostrare l’influenza russa sulle elezioni che hanno eletto Trump nel primo mandato (in tal senso, mi viene in mente, in particolare, un quotidiano italiano).

Bezos aveva acquisito il giornale nel 2013 per l’equivalente di 230 milioni di euro. Nel febbraio 2025, ha incaricato il comitato editoriale di pubblicare solo articoli di opinione che sostenessero le libertà personali e il libero mercato. Il direttore responsabile degli articoli di opinione e anche molti noti editorialisti e dipendenti di lunga data hanno lasciato il WP per protesta dallo scorso anno.

Il cambiamento tecnologico si accompagna a quello politico. Anche le prospettive sociali andranno di pari passo. Non siamo più nel mezzo tra due epoche, ma già in quella successiva, laddove i media non sono solo strumenti di generazione di profitto, di appropriazione privata del plusvalore, ma di nuove forme di potere e di controllo. Il capitalismo delle piattaforme, l’interconnessione della società attraverso la comunicazione mediata dai computer e dall’IA, prevede la possibilità di manipolazione e il dominio di una nuova classe vettoriale su miliardi di persone.

giovedì 5 febbraio 2026

Molto dipende dal presente

 

Oggi è scaduto il trattato New START che limitava le armi nucleari. Dopo quasi 60 anni, ci sono forti segnali di una nuova, illimitata corsa agli armamenti. Diciamoci la verità: frega un cazzo a nessuno o quasi.

La scadenza dell’ultimo trattato di disarmo nucleare segna la fine simbolica all’era della distensione iniziata negli anni ‘60. Allora l’Unione Sovietica raggiunse un equilibrio strategico con gli Stati Uniti e le superpotenze riconobbero che il mondo era arrivato troppo vicino a una catastrofe nucleare (mutua distruzione assicurata). Ciò aprì la strada ai negoziati sulla limitazione delle armi strategiche (SALT) a partire dal 1969, che portarono a una serie di accordi e culminarono infine nel New START.

La fine del New START potrebbe anche mettere fine al Trattato di non proliferazione nucleare del 1970, la cui revisione è prevista per il prossimo anno. Una corsa agli armamenti non rimarrebbe limitata ai due vecchi avversari, Russia e Stati Uniti. Da tempo, la Cina si sta preparando a raggiungere i due giganti nucleari. L’arsenale cinese è stimato in 550 bombe nucleari, mentre quello di Stati Uniti e Russia è stimato in oltre 5.000 ciascuno.

Il New START non fu rinnovato da Trump durante il suo primo mandato, ma Biden lo rinnovò subito dopo il suo insediamento nel 2021. Il trattato limitava gli arsenali dispiegati da entrambe le parti a 1.550 testate strategiche e imponeva lo scambio regolare di dati. Permetteva inoltre ispezioni in loco con breve preavviso.

Nel settembre scorso, Trump propose di prorogarlo di un anno. Pur definendolo “una buona idea”, non fece nulla. Al contrario, sta progettando il Golden Dome, un sistema di difesa missilistica destinato a garantire l’invulnerabilità del suo territorio e quindi consentire un primo attacco impunemente.

Negli ultimi 25 anni, gli Stati Uniti si sono ritirati da tutti gli accordi di disarmo e controllo degli armamenti stipulati con l’Unione Sovietica e la Russia. Nel 2019, Trump si è ritirato dall’importante Trattato INF sulla riduzione dei missili a corto e medio raggio e, nel 2020, dal Trattato Cieli Aperti del 1992, che consentiva voli di osservazione sul territorio degli Stati firmatari. Da quello stesso anno, agli ispettori russi del New START è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti.

Martedì, il portavoce del presidente russo Putin, Dmitry Peskov, ha sottolineato che l’iniziativa di Putin per una proroga di un anno è “ancora sul tavolo”. La scadenza dell’accordo sarebbe “molto negativa per la sicurezza globale”. La Casa Bianca ha dichiarato che Trump “deciderà il futuro corso del controllo degli armamenti nucleari secondo i suoi programmi”.

Ciò che rimane è la potenza militare. Secondo il New York Times del 30 gennaio 1986, sul pianeta che abitiamo c’erano ancora 70.400 testate nucleari; oggi ce ne sono circa 12.500.

Quanto agli europei occidentali, essi si rifiutano di parlare con Mosca. Questo residuo della NATO ha affondato la pace in Ucraina nel 2022 e ora sta valutando la possibilità di dotarsi di armi nucleari. È sulla buona strada per diventare la seconda più grande minaccia alla pace mondiale dopo gli Stati Uniti.

Un rischio calcolato

 

Non sono i soli a non aver capito che cosa stesse succedendo proprio a loro.

Entro pochi anni avremmo dei data center di intelligenza artificiale su larga scala destinati principalmente a gestire le richieste di I.A. delle aziende nel settore dell’alta tecnologia specializzata in soluzioni di automazione basate sull’I.A. e robotica intelligente. A cascata seguiranno le aziende di altri settori per ridurre i tempi di sviluppo di prodotti e componenti. Ci sarà bisogno di molta energia e di acqua di raffreddamento, di pochi tecnici specializzati e quasi di nessuna manodopera. Si profila una disoccupazione di massa senza precedenti.

La cosiddetta sinistra parlamentare di ciò non si occupa, così come negli ultimi decenni il suo offuscamento ideologico ha favorito un modello di produzione che riduce sistematicamente i costi del lavoro, esternalizza i rischi e sfrutta la forza lavoro fino all’esaurimento. Basti pensare che sono stati soprattutto i governi di centro-sinistra a varare centinaia di tipologie di contratti di lavoro, quindi a veicolare la proliferazione del subappalto in moltissime attività sia della produzione che dei servizi.

Di modo che la creazione di valore effettiva (il lavoro fisico sia generico che qualificato) viene subappaltata a diversi livelli. Ogni subappaltatore è sotto pressione per consegnare a costi più bassi e in tempi più rapidi. La pressione economica viene trasferita, mentre i profitti rimangono concentrati ai vertici. Responsabilità e rischi sono frammentati. Questo sistema è diventato un prerequisito funzionale per la redditività. Chi si è occupato di queste cose, il sindacato dei pensionati e dei ferrovieri?

Non penso di essere la sola persona che vede quotidianamente, per esempio, degli operai di ditte di subappalto arrampicati, senza alcuna misura di sicurezza, sui pali della luce per via della fibra ottica. È un esempio di lavoro fisico esternalizzato, così come le sue conseguenze sulla salute. Il rischio e l’usura della forza-lavoro vengono esternalizzati e i costi della sua riproduzione sono lasciati ai dipendenti stessi e alla collettività. Il successo economico delle grandi aziende che subappaltano si basa proprio sul non produrre nulla in proprio.

Il valore viene creato dal basso, realizzato dall’alto. Gli oneri ricadono su chi lavora e su quelli costretti a pagare le imposte. Gli infortuni sul lavoro sappiamo bene che non sono un’eccezione in questo sistema, ma piuttosto un rischio calcolato. Chi se ne occupa, l’oca giuliva con passaporto svizzero e statunitense?

Quella che fu la classe media (e medio-alta!) è sempre più proletarizzata e perfino sottoproletarizzata, ossia socialmente marginalizzata, e ciò non corrisponde ad una qualsiasi autodescrizione, ma a una realtà materiale evidente. E però l’attenzione politica di questa sinistra va a rimorchio della frenesia sicuritaria della destra fascista che grida al “tentato omicidio” e al “terrorismo” perché un poliziotto in servizio di ordine pubblico ha ricevuto uno spintone e forse una randellata.