lunedì 1 giugno 2026

La più chiara alternativa al capitalismo

 

Le persone sagge e ben informate, le quali comprendono e sperimentano cosa sia il totalitarismo quotidiano al quale siamo sottoposti, sanno cosa riserva il futuro: niente di buono. Questo è un motivo più che sufficiente per una riflessione radicale sullo stato delle cose, non per trarne soluzioni miracolose, ma per agire sul mondo attuale e riflettere su quello che verrà.

Il modo di produzione capitalistico, da sistema che ha fornito, pur nelle sue immanenti e laceranti contraddizioni, una spinta propulsiva inedita allo sviluppo economico e civile, si è trasformato ormai da tempo in un Saturno che divora i suoi figli, ossia come il più minaccioso ostacolo allo sviluppo pacifico e sostenibile dell’umanità.

Il fondamentalismo di mercato ci ha trascinati nell’abisso finanziario, politico, bellico, ecologico ed etico. Lo stesso cogito umano è a rischio. Non basta, ad esempio, sancire solennemente la centralità del lavoro, bisogna dire in quali condizioni e forme reali prende corpo il lavoro e ciò che ne deriva.

Gran parte dell’umanità resta schiava di coloro che si sono resi proprietari delle fonti dell’esistenza e delle condizioni materiali del lavoro. Il risultato è che si può vivere solo col permesso dei proprietari. Se questi decidono di spostare una fabbrica per trarne un maggior profitto, chi ci lavora si trova per strada a qualsiasi età.

Tra l’altro, la proprietà privata preclude, specie a molte persone giovani, di poter offrire, nell’abito delle attività scientifiche, culturali e produttive, il proprio contributo secondo le loro capacità e attitudini se queste non si conformano ai bisogni di guadagno del capitale.

Dovunque constatiamo come questo sistema determini precarietà, insicurezza e povertà dal lato di chi lavora, e invece ricchezza senza precedenti dal lato di chi non lavora. Siamo arrivati al paradosso che il sistema non riesce nemmeno più a garantire un’adeguata riproduzione sociale, con le conseguenze demografiche e migratorie ben note.

Quanto all’istruzione, alle cure mediche e all’assistenza, esse sono sistematicamente indirizzate sempre più alla privatizzazione. È impressionante constatare la strada che è stata percorsa un tempo e quanto siamo poi regrediti in ogni situazione. E di ciò i partiti sedicenti di sinistra portano una responsabilità storica decisiva per aver condiviso il bavoso liberalismo e l’abbraccio del cattolicesimo chiagni-e-fotti.

La sinistra parlamentare, sposando le fandonie ideologiche che compiacciono la borghesia, si è completamente allontanata dalla storia del movimento operaio. Ha rinunciando al suo bagaglio storico e teorico invece di liberarlo dalle macerie dei marxismi novecenteschi. In tal modo è andata incontro a un fallimento intellettuale ed elettorale senza precedenti e dal quale non si riprenderà.

Questo è uno dei motivi, ma non certo un motivo secondario, per cui le influenze reazionarie sono così forti oggi: perché non hanno più un avversario credibile e capace di contrastarle.

La più chiara alternativa al capitalismo esiste e si chiama socialismo. Per socialismo s’intende un sistema economico che, sotto controllo pubblico, pianifica le attività connesse alla produzione di beni, garantendo le migliori condizioni materiali d’esistenza ad ogni persona.

Non si tratta di uno scenario utopico o di un espediente narrativo. Riguarda in principio poche solide cose, essenziali diritti e tutele già formalmente sancite dalle più avanzate costituzioni statuali, che però nella realtà concreta dominata dai rapporti sociali capitalistici trovano una revoca nell’azione oppositiva generata dagli interessi della proprietà privata in generale e da quella monopolistica in particolare.

Vero è che quelle “poche solide cose”, non contemplerebbero ancora la scomparsa della subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, né l’uscita completa dall’angusto orizzonte giuridico borghese, ma se non altro con quelle “poche solide cose” saremmo a un primo significativo passo in tal senso.

domenica 31 maggio 2026

Di guerra in guerra


di Edgar Nahoum

Insensibilmente l’arma nucleare è divenuta un pericolo presente e suscita dibattiti apparentemente sereni, alcuni dei quali assicurano tranquillamente che la terza guerra mondiale è già cominciata, come se non si trattasse di una catastrofe dantesca.

È con stupore che una parte degli umani considera il corso catastrofico degli eventi, mentre un’altra parte vi contribuisce con incoscienza.

Si è ciechi rispetto alla grande regressione che prosegue il suo corso planetario, accentuata dalla mondializzazione dell’inizio del secolo, e che ha già prodotto due guerre entrambe internazionalizzate e che minacciano di generalizzarsi.

L’anteguerra del 1940 fu incancrenito dal pacifismo poi collaborazionista, questo lo è dal bellicismo.

Ho spesso segnalato che la storia dell’umanità, divenuta «una» dopo la mondializzazione pur divenendo sempre più diversa e conflittuale, aveva preso, simultaneamente ai suoi progressi scientifici e tecnici, un corso politico ed etico sempre più regressivo.

Due guerre ci assediano ormai. Esse sono internazionalizzate pur rimanendo ancora regionali. Esse aggravano la grande catastrofe ecologica che subisce il pianeta, e un po’ ovunque contribuiscono a questo aggravarsi.

Nello stesso tempo, le angosce che esse provocano al di fuori dei loro territori contribuiscono a questo aggravamento che annichila tutti i tentativi di riassorbimento della crisi ecologica mondiale.

Corsa agli armamenti: escalation o tracollo? L’una e l’altro nello stesso tempo.

È da sottolineare come la mondializzazione economica realizzatasi all’inizio del secolo abbia favorito la disunione delle nazioni e nello stesso tempo le potenze imperiali.

La Russia ha fallito nel suo tentativo di annettere l’Ucraina una volta conquistata. Fino ad ora non ha potuto che occupare pochi territori oltre alle province separatiste russofone, che del resto erano in guerra contro l’Ucraina dal 2014. Non si vede come una pace giusta possa mettere queste province russofone sotto il controllo di uno stato ucraino che ha bandito la lingua russa, la sua cultura e la sua musica.

Come avevo già indicato nel mio libro Di guerra in guerra, la pace giusta dovrebbe comportare l’indipendenza politica e militare dell’Ucraina, con garanzie da negoziare (Neutralità protetta? Integrazione nell’Unione europea?).

Dovrebbe confermare la russizzazione delle province separatiste e uno statuto per la Crimea, che nel 2014 includeva 1.400.000 russi, 400.000 ucraini, 300.000 tartari, primi abitanti della Crimea la cui maggioranza è stata deportata da Stalin.

Una tale pace è concepibile fintanto che le forze in conflitto siano più o meno equilibrate e fintanto che nessuna sia costretta alla capitolazione.

Dunque, è ancora possibile nel momento in cui sto scrivendo, ma questa possibilità scomparirà con l’accresciuta internazionalizzazione di questa guerra, e con le escalation che di fatto sono dei tracolli.
La visione unilaterale dei media ignora che l’Ucraina è stata una posta in gioco fra l’impero americano e l’impero russo. Prima di Trump, gli Usa avevano satellizzato economicamente, tecnologicamente e militarmente l’Ucraina, la quale sarebbe stata una pistola puntata alla frontiera russa, se fosse passata sotto il controllo della Nato.

I nostri media non soltanto sottolineano l’imperialismo russo, ma immaginano che questo potrebbe invadere l’Europa, laddove è peraltro incapace di annettere l’Ucraina in tre anni di guerra. Lo spettro del pericolo russo ci maschera il pericolo della degradazione in corso delle democrazie europee minacciate dalla possibilità di subire un potere autoritario.

Paradossalmente, le sanzioni hanno favorito l’economia militare russa, che oltre ad aerei, droni, bombe ha ormai un missile che per capacità supera i missili occidentali, perché nelle condizioni attuali non può essere intercettato.

Invece che spingere i due nemici a negoziare, e a stabilire un compromesso sulle basi che ho appena menzionato, gli europei contribuiscono alla escalation.

Putin è un tiranno crudele e cinico, ma l’argomento per cui non si potrebbe negoziare con Putin è derisorio da parte di governi che negoziano amichevolmente con il capo di una dittatura totalitaria molto più tentacolare della dittatura Putiniana.

Di fatto i governi occidentali hanno condotto in passato una politica di alleanza con la tirannia zarista e la tirannia staliniana.

E d’altra parte Trump opera una riconfigurazione del dominio americano nella quale la Russia cessa di essere nemica e che è fondata sulla pace americana generalizzata.

I media agitano la minaccia della Russia sull’Europa occidentale. Ma come la Russia, incapace di invadere l’Ucraina, potrebbe invadere l’Europa?

Il grande pericolo è l’aggravarsi costante della crisi dell’umanità che ci conduce alle catastrofi ecologiche, politiche, militari.

Questa crisi comporta la tragedia palestinese, ancor più grave del conflitto ucraino. Israele non ha soltanto conquistato e occupato le terre del popolo palestinese, è in corso la liquidazione di questo popolo martire attraverso l’occupazione totale del suo territorio.

Niente, in questo momento, può contrastare questo processo e noi non possiamo far altro che testimoniare nella impotenza e nella compassione.

Infine, più ampiamente, noi dobbiamo cercare di pensare la policrisi dell’umanità nelle sue complessità e nei suoi orrori, e dovremmo agire nelle incertezze, ma con l’intenzione di salvare l’umanità dalla autodistruzione.

Tratto dal quotidiano il manifesto

P.S. Rincuora sentirsi un po' meno soli.

sabato 30 maggio 2026

I soliti idioti

Qualche libro l’ho letto, altre cose le ho sentite raccontare dai protagonisti diretti di certi avvenimenti, perciò ho un’idea abbastanza precisa su come nascono le guerre. In particolare su come sono scaturite le due guerre mondiali. Soprattutto la prima guerra (1914-1918). Ebbe origine in sostanza per la convergenza, sotto l’aspetto meramente soggettivo, di atti sconsiderati da parte di personaggi di potere non meno avventati e idioti di quelli odierni.

Nell’estate del 1914 molti fatti e contesti potevano far presagire l’imminenza di una conflagrazione bellica europea. Ma tutto sommato la gente comune aveva altri pensieri e preoccupazioni. Poi, improvvisamente, le luci sull’Europa si spensero. Milioni di uomini, ancor giovani nel 1914, al termine del conflitto non esistevano più. Altre decine di milioni di persone erano morte di denutrizione e malattie.

L’UE sembra perfettamente contenta che l’Ucraina stia sacrificando il proprio popolo e il proprio paese per “proteggere l’Europa da Putin”. Per il governo di Kiev, è anche una forma di assicurazione, una polizza assicurativa per mantenere il proprio potere e una fonte permanente di arricchimento personale.

Qualche giorno fa, un ufficiale ucraino impegnato nel Donbass, ha raccontato ai giornalisti il seguente episodio: a Konstantinovka, dove è attualmente di stanza, tra i 1.500 e i 2.000 residenti resistono ancora, nonostante i continui combattimenti per ogni singola casa, rifiutandosi di evacuare. Tra loro non ci sono solo anziani, ma anche un numero considerevole di uomini in età militare. Temono di essere immediatamente arruolati nell’esercito se dovessero essere evacuati.

Meglio essere sotto il fuoco nemico ogni giorno ma a casa propria, piuttosto che essere mandati a morire in una guerra che chiaramente non si considera la propria. Questo la dice lunga sul reale livello di disperazione della popolazione.

Questa non è propaganda filorussa come potrebbe pensare qualche imbecille. Anzi, va riconosciuto all’Ucraina il merito di aver permesso che storie come queste, per quanto aneddotiche, riescano comunque a raggiungere l’opinione pubblica. In Russia dubito che storie simili, per quanto riguarda i loro giovani in età di arruolamento, possano raggiungere l’opinione pubblica di casa.

Più in generale, siccome nella UE non riescono a inquadrare in un contesto argomentativo il riarmo, la militarizzazione, i preparativi bellici e la devastazione sociale, allora ogni pretesto diventa un’occasione da sfruttare propagandisticamente.

Questi idioti, perché tali sono individualmente (non mi riferisco solo alla Kallas, palesemente una stupida fanatica), pensano che una guerra diretta con la Russia possa essere combattuta convenzionalmente ed essere vinta. Per quanto possa apparire tragica una guerra convenzionale contro la Russia, non è affatto così. Non si tratterebbe di una guerra combattuta con armi convenzionali. 

venerdì 29 maggio 2026

Uno stereotipo che fa la differenza


Secondo i dati pubblicati mercoledì dall’Associazione cinese per la gestione patrimoniale, alla fine di aprile i fondi di investimento privati del Paese detenevano un patrimonio complessivo di 23.460 miliardi di yuan (3.460 miliardi di dollari USA), in aumento rispetto ai 20.220 miliardi di yuan dell’anno precedente.

Il presidente Xi ha sostenuto che la Trappola di Tucidide non esiste (“there is no such thing as the so-called Thucydides Trap in the world”), poiché le grandi potenze possono coesistere pacificamente se si trattano da pari ed evitano mentalità da guerra fredda.

Il presidente cinese pone la questione sul piano della soggettività, della mentalità, della diplomazia. Xi è molto astuto, sa bene che, per contro, la natura e la forza delle cose, come solito, porteranno alla solita storia. E la solita storia sarà una guerra catastrofica a cui né la Cina né gli Stati Uniti sopravvivranno. Nei fatti, la Trappola di Tucidide è proprio questa.

Xi sa bene che è solo questione di tempo, non di fair play diplomatico. Il fattore tempo, il guadagno di tempo, gioca dalla parte della Cina. Per gli Stati Uniti, la resa dei conti con Pechino è, e sarà sempre più, una questione di vita o di morte. Il sorpasso commerciale è già un fatto da quasi vent’anni, così come è avvenuto negli investimenti, e pure quello nel settore delle pubblicazioni scientifiche. Il sorpasso tecnologico e nei brevetti s’annuncia a breve (un lustro al massimo).

Quanto all’Europa, nel torno di pochi anni subirà un collasso economico e sociale diverso e addirittura amplificato rispetto a quello degli anni Trenta. Nei diversi fattori della sua crisi, quella della riproduzione sociale è un aspetto fondamentale. Una crisi che ha già colpito anche gli Stati Uniti e che progressivamente colpirà anche la Cina. Con la differenza, tanto per dirla con quello che sembra solo uno stereotipo, che i cinesi hanno gli occhi a mandorla. 

giovedì 28 maggio 2026

L'anestetico papale

 

La lettera enciclica pubblicata da Leone XIV reca la data del 15 maggio, una data simbolicamente significativa. In quel giorno ricorreva il 135° anniversario della pubblicazione dell’enciclica Rerum novarum (Lo spirito dell’innovazione) del suo omonimo, Leone XIII. In essa, papa Pecci affrontava, si fa per dire, le questioni della lotta di classe e poneva le basi della cosiddetta “dottrina sociale cattolica”.

I media hanno definito il nuovo documento un’enciclica sociale sull’IA, e in effetti nelle 245 tesi che costituiscono il documento si parla anche dell’IA. Su questo tema, la Magnifica Humanitas di Prevost si richiama esplicitamente a un precedente documento, Antiqua et Nova, incentrato sul “rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana”, firmato da quattro alti prelati e pubblicato il 14 gennaio 2025 ex audientia Franciscus.

Nella Magnifica Humanitas non si dice nulla di nuovo e di particolarmente significativo a riguardo della IA. Non più di quanto la Chiesa cattolica avrebbe potuto dire a suo tempo a riguardo dell’introduzione nell’industria manifatturiera dei motori elettrici. Un esempio letterale di vacuità e banalità a tale riguardo:

«... l’intreccio tra automazione, robotica e IA sta trasformando rapidamente la struttura stessa del lavoro. Questo porterà, si dice, grandi miglioramenti per tutti. In realtà, i “nuovi modi” di lavorare non sono necessariamente migliori, perché “mentre l’IA promette di dare impulso alla produttività facendosi carico delle mansioni ordinarie, i lavoratori sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora”.»

La citazione tra virgolette è tratta precisamente dal documento Antiqua et Nova. Del resto, Magnifica Humanitas è esattamente una lunga collazione di citazioni tratte da vari documenti pontifici, riferimenti biblici e teologici. Anche sul “problema della disoccupazione”, l’enciclica rimane sul vago, pur assumendo una connotazione genericamente critica: «San Giovanni Paolo II ha ricordato che la disoccupazione è un male grave e che, soprattutto quando assume dimensioni massicce, essa può diventare una vera calamità sociale, che interpella in modo speciale la responsabilità dello Stato. Oggi, nella “quarta rivoluzione industriale”, questa preoccupazione si fa più acuta, poiché l’innovazione viene spesso accolta solo in funzione della riduzione dei costi e dell’aumento dei profitti.»

Segue la denuncia di «nuove forme di precarietà e disuguaglianza, con remunerazioni molto elevate per una minoranza altamente specializzata e salari sempre più ridotti per una larga parte della popolazione attiva.» Il richiamo diretto alla generica “responsabilità dello Stato”, evita (potrebbe essere diversamente?) di tirare in ballo le responsabilità proprie del modo borghese di produzione. Quanto alle remunerazioni “molto elevate per una minoranza altamente specializzata”, verrebbe da chiedersi, se non fosse pleonastico, di quale “alta specializzazione” sarebbero dotati gli amministratori delegati delle multinazionali hi-tech.

Si parla di Prevost come di un Papa particolarmente dotato sul piano scientifico, poiché laureato in matematica e in chissà cos’altro. E però sempre di un prete si tratta, di uno che ha canonizzato un giovane “come tanti altri”, un certo Carlo Acutis, nato nel 1991 e morto a 15 anni di leucemia fulminante. Il giovane viene presentato dalla Chiesa come il “santo patrono dei giovani cattolici e degli utenti di internet”, in particolare per la sua passione per i computer e per Dio.

Perché un essere umano diventi santo, sono necessari due miracoli, di solito una guarigione inspiegabile per la scienza. Nel caso del nostro “ragazzo alla moda” Carlo Acutis, la guarigione di un bambino brasiliano affetto da una rara malformazione pancreatica e quella di uno studente costaricano gravemente ferito in un incidente sono servite come base per la sua canonizzazione. Acutis avrebbe “interceduto” dall’aldilà in favore di queste povere creature (*).

Di là di questi fatti per i quali non si trova più il gusto di bestemmiare, anche per le cosiddette encicliche sociali si ricorre allo stesso trucco. Il male pernicioso non sta nella scienza e nella tecnologia in quanto tali, ma nel loro cattivo impiego. Discorso che pare filare liscio, ed infatti ciò “non significa rinunciare alla tecnologia”, ma “impedirle di controllare l’umanità”. Quella del controllo è sempre stata l’aspirazione e l’intento dei preti, dalla culla alla tomba. Non è gradita la concorrenza.

Quanto alla “catena di sfruttamento deliberatamente nascosta”, attendiamo di conoscere da chi e come viene forgiata questa catena. Loro sono per un “capitalismo inclusivo” (vedi nota 122 della Humanitas). Un’altra illusione riformista che predica la moralizzazione del mercato mantenendo la proprietà privata dei mezzi di produzione. In tal modo, la Chiesa agisce come un “anestetico sociale” che preserva il sistema capitalistico di sfruttamento.

(*) Si tratta sempre della solita muffa e della collaudata truffa per idioti totali. Casi tutti uguali, come quello della cosiddetta “madre Teresa”. Il Vaticano si è avvalso della testimonianza di una donna bengalese, Monica Besra, la quale affermava che un raggio di luce emanato da una fotografia di madre Teresa l’avesse guarita dal suo tumore. Tuttavia, il suo medico ha dichiarato che la paziente non aveva mai avuto il cancro e che la sua cisti tubercolare era scomparsa grazie ai farmaci da lui prescritti.

Vale ancora la pena ricordare che i santi non esistono, e le anime virtuose che si vantano di dedicare la propria vita al servizio degli altri sono fin troppo spesso degli individui perversi? Tempo perso: come diventare santi in vita grazie a un eccellente piano mediatico è il fulcro del magistero ecclesiastico. Nel caso del nostro povero Carlo Acutis, un’anima così pura e così utile alla Chiesa, non si può che rammaricarsi che Dio abbia scelto di lasciarlo morire a 15 anni, a causa di una leucemia fulminante. Una ricompensa davvero singolare.