martedì 29 settembre 2026

Consapevolezze di classe

 

Quasi alla fine della campagna elettorale (però non si sa ancora quando si celebrerà il rito elettorale), ai titoli di coda, il cosiddetto campo largo troverà un accordo per far sparire l’elefante nella stanza. Non resta altro da fare che prepararsi (non con dei popcorn, per carità) e attendere il momento in cui con un gioco di prestigio ciò avverrà.

*

L’introduzione del suffragio universale tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo – un compromesso necessario più per accontentare dei piccoli borghesi engagé che contro la ribellione della classe operaia – ha perpetuato l’illusione che la giustizia e la prosperità generale possono essere raggiunte solo attraverso un sistema parlamentare rappresentativo di stampo borghese (*).

Da quali categorie professionali è composto il Parlamento (non solo il nostro)? Basterebbe riflettere su questo dato per far comprendere che il sistema parlamentare rappresentativo in effetti rappresenta solo categorie e gruppi sociali che nulla hanno a che spartire con chi suda la giornata di lavoro per ricevere il becchime con cui campare. La stessa composizione si riscontra facilmente nella magistratura e nei vertici apicali della pubblica amministrazione.

Dovrebbe apparire dunque chiaro quali interessi prevalenti siano tutelati all’interno del sistema parlamentare. Per non parlare poi delle lobby che, come falene attratte dalla luce, gravitano attorno al parlamento europeo così come attorno a quelli nazionali. Del resto, i candidati sono scelti dalle segreterie dei partiti. E questa mi pare una prova empirica dell’esistenza di una contraddizione fondamentale tra le aspirazioni costituzionali e la realtà costituzionale. E non voglio aggiungere altro.

(*) Vorrei precisare, anche se mi pare di averlo già fatto in passato, che quando impiego la parola “borghese” non mi riferisco genericamente e semplicemente alla gente con gli schei. Più in generale, va osservato che gli individui si trovano predestinati nelle loro condizioni di vita, hanno assegnata dalla propria classe la loro posizione nella società e con essa il loro sviluppo personale, e sono sussunti sotto la propria classe.

Posso assicurare che le élite sono fortemente endogame: uno dei miei passatempi – grazie a internet – riguarda gli incroci matrimoniali dei grandi nomi dell’aristocrazia industriale e finanziaria, nonché i percorsi di carriera eccezionali (per meriti, ovviamente). Per quanto riguarda il famigerato ascensore sociale, ci fu un tempo in cui funzionava in forza di una espansione scolastica e apertura dell’istruzione superiore, combinata con la crescita economica che favoriva le promozioni interne alle aziende; oggi tutti i dati e le conoscenze personali ci dicono che l’ascensore è guasto, bloccato in cantina e puzza di piscio.

Pertanto, la definizione di borghese o di proletariato è sempre in relazione al capitale inteso come rapporto sociale. Ciò nonostante, non tutti i proletari e non tutti i borghesi stanno in una identica relazione rispetto al capitale sociale. Per cogliere identità e differenza è necessario attenersi alla molteplicità dei fenomeni sociali e alle loro articolazioni (anche a livello di singolo individuo: non è che il borgataro che vince alla lotteria diventa ipso facto un “borghese”).

Stante l’integrazione internazionale del capitale, non è più possibile capire la struttura di una composizione di classe a livello nazionale o locale senza partire dalle modificazioni che la cosiddetta globalizzazione comporta a livello mondiale. Inoltre, l’accesso ai consumi di massa nasconde, tra le altre determinazioni, la pauperizzazione crescente della popolazione in rapporto all’imponente creazione di ricchezza socialmente prodotta.

Visto che ci sono, vorrei precisare brevemente, fuori dalla sputacchiera ideologica corrente, anche sui concetti di “giustizia” e di “libertà”. La “giustizia” non potrà mai essere qualcosa di diverso, di più elevato e di equanime, di quanto sia dato dai rapporti sociali in essere, fissati e sanzionati, appunto, dalle leggi. Insomma, la “giustizia” non potrà mai essere neutrale in relazione alla violenza delle contraddizioni che percorrono il sistema sociale di riferimento (lo dico per i riformisti in jersey). Ciò vale per qualsiasi epoca e formazione sociale (lo dico per gli “anticapitalisti” sans phrases).

Quanto alla “libertà”, essa è un prerequisito moderno – non indispensabile ma positivo senz’altro – affinché il proletario sia libero di vendersi come si vende qualunque altra merce, di modo che l’estorsione del plusvalore possa avvenire con i minori intoppi possibili. Infatti, la forma “salario” non avrebbe senso nel modo di produzione capitalistico se non celasse il segreto di tutta la produzione capitalistica: la produzione di plusvalore e la sua estorsione. È proprio quando il “libero” lavoratore cerca una propria “autonomia” contestando lo sfruttamento che interviene, deus ex machina, l’Uomo che rimette le cose a posto.

In ciò hanno ovviamente un ruolo importante gli intellettuali: non sono affatto lavoratori (come essi invece credono), essi sono una categoria sociale; come i preti, sono una vera casta, sono i produttori e gli spacciatori di oppio al servizio dei padroni e dello Stato.

Se si fa proprio il concetto che il lavoro sociale e l’appropriazione privata del prodotto del lavoro si contrappongono direttamente come classi sociali, tutto le altre determinazioni della sfera borghese divengono chiare da sé stesse.

Scrive il Grande Vecchio: «L’epoca nostra, l’epoca della borghesia, si distingue tuttavia perché ha semplificato i contrasti fra classi. La società intiera si va sempre più scindendo in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente opposte l’una all’altra: borghesia e proletariato». Soggiungo una postilla: oggi solo la borghesia ne è pienamente consapevole e agisce conseguentemente.

Il gregge è tornato

 

Dopo i fan adoranti di Céline Dion, ora arriva la devozione feticistica del Papa. È arrivato, ha detto cose reazionarie, cose sdolcinate e ha baciato feti appena nati, poi vroom-vroom nella Papamobile.

Un incontro al Palazzo dell’Eliseo, una visita all’UNESCO, una passeggiata nel Quartiere Latino, i vespri a Notre-Dame, una veglia di preghiera allo Stade de France e, come gran finale, una gigantesca messa all’aperto. In Francia sono in piena campagna elettorale, qualunque clown va bene per lo spettacolo.

Settimana di preghiera in strada in un Paese che è stato rigorosamente laico per oltre 120 anni. Motivo per il quale lo Stato francese rilascia i suoi diplomati anno dopo anno senza che abbiano ricevuto alcuna forma di indottrinamento religioso dalla scuola pubblica. Dunque dovrebbe destare sorpresa l’alta percentuale di giovani tra la folla presente all’arrivo del Papa. Qualche domanda bisognerebbe porsela.

Me la sono posta. A questo punto, per la solita Francia reazionaria, un Messia diventa indispensabile. Speriamo non abbia i baffetti.

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Ieri, sempre in Francia, 180 scuole medie superiori sono state interessate dalle proteste, di cui 28 nella regione dell’Île-de-France. Secondo quanto riferito dalla prefettura di polizia di Parigi 164 studenti sono stati arrestati, un numero definito “piuttosto significativo“. Dodici membri della polizia sono rimasti feriti, secondo il Ministero dell’Interno, così come otto membri del personale docente, tra cui tre presidi. Anche una dozzina di studenti delle scuole superiori sono rimasti feriti. Qualche domanda bisognerebbe porsela.

Me la sono posta. In Francia, di là della solita frenesia mediatica, ai giovani studenti del Papa non frega un cazzo e ciò che chiedono non è “speranza”.

Per oggi, il principale sindacato studentesco delle scuole superiori ha indetto un blocco nazionale delle scuole in tutta la Francia, in concomitanza con la giornata nazionale di mobilitazione dei lavoratori del settore pubblico. Denunciano, tra l’altro, una generale carenza di risorse e classi sovraffollate. L’unica risposta è la repressione.

lunedì 28 settembre 2026

Il programma minimo della sinistra

 

La guerra ha sempre spaccato la sinistra. Il 4 agosto 1914, quando i socialdemocratici al Reichstag votarono i crediti militari, l’Internazionale si dissolse in un giorno. Così scrive il manifesto. Quale sinistra? I lacerti del PDS e della Margherita? Veltroni, Franceschini, Serracchiani e compagnia bella? Oppure Conte? Di sinistra costui? Ma andiamo, è una delle tante scorregge sfuggite al controllo di Grillo.

Per essere un partito di sinistra, sempre nell’ambito del contesto parlamentare borghese, bisognerebbe essere quantomeno dei riformisti radicali. E cioè? Il “nodo” non può essere solo l’Ucraina, ma avere un programma incompatibile con la UE, con la BCE e con la NATO.

Dunque condannarsi per sempre a una posizione minoritaria? Ma appunto in ciò consiste la contraddizione immanente – il dilemma della nostra epoca – al riformismo quando vuole essere di sinistra. Berlinguer, per esempio, dal cosiddetto compromesso storico ne uscì con le ossa rotte.

Se oggi vuoi essere di sinistra, devi mettere in conto l’accusa di essere contro l’Unione Europea, quindi l’accusa di antisemitismo, di intelligenza con Putin, l’antipatriottismo e insomma l’accusa di avventurismo e di estremismo. La battaglia ideologica è la battaglia più importante. La Chiesa cattolica lo sa da millenni, la borghesia da secoli.

Mettiamola più semplice: possono dirsi di sinistra solo coloro che non vogliono o non hanno le energie per lavorare oltre una certa età, magari con precari contratti a tempo determinato; che vogliono essere sicuri che i propri cari ricevano le cure di cui hanno bisogno, o che non sopportano più le sempre più amare pillole di un sistema sanitario a due livelli; che credono che coloro che traggono profitto dallo smantellamento dello stato sociale debbano essere chiamati a risponderne e non solo in via ipotetica. Insomma, roba simile.

Possiamo immaginarceli Schlein e Conte aderire senza se e senza ma a un programma minimo del genere?

sabato 26 settembre 2026

Viaggio nella notte: Dachau - Niederdorf

 

Ho terminato la lettura della biografia di Hjalmar Schacht, Il banchiere di Hitler, scritta da John Weitz, un ebreo americano (la precisazione ha un suo valore dato l’argomento trattato). La traduzione è stata edita da Piemme nel 1998.

Sarebbe stato sufficiente un editing appena più accurato per evitare alcuni grossolani errori storici dell’autore (oppure dei qui pro quo della traduttrice?), così come qualche imprecisione e superficialità, sempre della traduttrice (p. es.: Antwerp non tutti sanno che corrisponde ad Anversa; le armi non sono tutte “pistole”). Ad ogni modo, strafalcioni a parte, si tratta di un buon libro perché dall’inizio alla fine riporta il contenuto dell’autobiografia di Schacht: 76 Jahre meines Lebens (altro che Maria Elide Punturieri).

Per quanto riguarda gli strafalcioni, me la cavo subito citandone alcuni (altri richiederebbero osservazioni più “tecniche”): «Lo zar, che era ancora al comando delle truppe, cercò di allentare la pressione sugli Alleati che stanno combattendo in Francia sferrando un rischioso attacco finale alla Galizia polacca. Il suo esercito subì una disastrosa sconfitta, e il risultato fu un trattato di pace firmato a Brest Litovsk». C’è, evidente, un salto cronologico di tre anni tra la sconfitta in Galizia dell’esercito zarista e il trattato di Brest Litovsk (1918), senza dire che tra un fatto e l’altro accaddero altre cosucce, tanto che fu un certo Trockij a guidare (ma non a firmare) il trattato di Brest Litovsk.

Altro più lieve strafalcione: «Per la Germania era la fine dell’influenza di Ludendorff, la fine del ruolo del Kaiser e la fine della guerra. Questo portò il vendicativo trattato di pace firmato a Versailles nel 1921». Penso non sia necessario alcun commento, salvo il fatto che le cifre esatte delle riparazioni economiche furono effettivamente definite solo nel 1921, dunque due anni dopo Versailles. Ben noto è che nel tentativo di pagare le prime rate delle enormi somme stabilite per le riparazioni, il governo tedesco iniziò a stampare moneta in modo incontrollato, innescando la drammatica iperinflazione del 1923 e la conseguente occupazione militare franco-belga del bacino minerario della Ruhr. Ed è a questo punto che interviene Schacht. Ma tutto ciò è accademia, avrebbe detto il sardonico dottor Eldon Tyrell.

Ora una citazione involontariamente comica: «Si dice che Adolf Hitler, quando fu informato dell’opposizione del Papa a certi i piani nazisti, chiese: “Quante divisioni [di truppe] possiede il Papa?». Una battuta che piace tanto ai cattolici e però non viene lasciata alla paternità di Iosif Džugašvili.

Di Hjalmar Horace Greeley Schacht, e del perché portava il nome di un famoso giornalista e politico americano dei tempi della guerra di Secessione, magari racconterò in un’altra occasione. Leggendo il libro, m’imbatto in una cosa per me curiosa. Ero a conoscenza del famoso trasporto a mezzo autobus, nell’aprile 1945, dei circa 140 prigionieri “prominenti o speciali” (Sonderhäftlinge) dalla Germania verso il Tirolo meridionale, ma ignoravo un certo aspetto della vicenda del quale darò conto tra un po’ qui di seguito.

Personaggi più o meno importanti facevano parte della comitiva: oltre allo stesso Hjalmar Schacht, l’industriale Fritz Thyssen, l’ex primo ministro francese Léon Blum, l’ex cancelliere austriaco Kurt von Schuschnigg, il comandante in capo dell’esercito greco, generale Alexandros Papagos, con tutto il suo stato maggiore, il tenente Vasily Vasilyevich Kokorin, nipote del commissario del popolo per gli affari esteri Molotov, il generale italiano Sante Garibaldi e Mario Badoglio (figlio del maresciallo Pietro Badoglio) e altre personalità straniere e ufficiali generali tedeschi caduti in disgrazia, nonché anche donne e bambini appartenenti alle famiglie di Goerdeler, Stauffenberg, Hofacker e altri partecipanti al complotto del 20 luglio (Sippenhäftlinge, prigionieri per ragioni di sangue)).

Scopo del trasferimento: essere tenuti a disposizione di Ernst Kaltenbrunner, capo della polizia di sicurezza e generale di corpo d’armata delle Ss (il generale Karl Wolff era perfettamente a conoscenza del valore politico di quei prigionieri, ma non fu lui ad ordinarne il trasferimento da Dachau), che intendeva servirsene per trattare con gli alleati. Sopra a Kaltenbrunner stava ovviamente Himmler. Le Ss volevano ritirarsi nella “Fortezza Alpina” e negoziare lì per combattere insieme agli Alleati contro la Russia. Himmler contattò personalmente gli Alleati tramite la Svizzera. Questi rifiutarono di negoziare.

L’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA) radunò preventivamente da varie prigioni e campi di concentramento, tra ottobre e novembre del 1944, presso l’Hotel Hindenburg-Baude vicino a Bad Reinerz, nella Bassa Slesia, alcune decine di personalità detenute per poterle poi utilizzare in qualsiasi momento.

Il 30 novembre 1944, giunse il momento: l’operazione di presa degli ostaggi ebbe inizio. Il pericolo di una liberazione da parte dell’esercito russo era realistico. In quel giorno, l’RSHA prelevò i prigionieri dalla Bassa Slesia e li trasferì al campo di concentramento di Stutthof, nella Prussia occidentale.

Attraverso il campo di prigionia Ss e di polizia di Matzkau, vicino a Danzica, e il campo di concentramento di Buchenwald, vicino a Weimar in Turingia, i prigionieri appartenenti alle famiglie arrivarono a Dachau il 17 aprile 1945, dove si unirono ad altri prigionieri speciali provenienti da campi di concentramento come Flossenbürg, Mauthausen, Ravensbrück e Sachsenhausen.

Ma anche a Dachau, oltre a problemi logistici, l’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA) temeva che i prigionieri di spicco potessero cadere nelle mani degli americani in avanzata e quindi essere persi come merce di scambio nei vagheggiati negoziati.

Lasciarono il campo in tre trasporti: il 17, il 24 e il 26 aprile 1945. Il gruppo era composto da 37 familiari di prigionieri, 98 prigionieri speciali e i due prigionieri di Dachau, Wilhelm Visintainer e Paul Wauer, che erano stati assegnati agli ostaggi più importanti dall’amministrazione del campo di Dachau come cuoco e interprete.

Ciò che non mi era noto di questa vicenda del trasferimento dei prigionieri da Dachau al Tirolo era l’esatto itinerario percorso dagli autobus e la meta finale. A pagina 316 del Il banchiere di Hitler, leggo: «Una lunga colonna di autobus li condusse a sud, sulle montagne, fino a quando arrivarono nella cittadina di Niederndorf». Il nome di questa località mi è tutt’altro che sconosciuto, ma ritenevo si trattasse di una omonimia, ovvero che Niederndorf a cui si riferisce il libro fosse un’omonima località dell’Austria e non il paese di Villabassa/Niederndorf in provincia di Bolzano.

Rapida ricerca su Google maps, e apprendo dalla Pizia di Mountain View che Niederndorf esiste solo come località vicina a Dobbiaco, in Alta Val Pusteria. La cosa m’intriga personalmente assai. Il risultato sintetico al quale pervengo è il seguente.

Si tratta di uno degli episodi più spettacolari e drammatici degli ultimi giorni della IIGM. Il convoglio, partito il 27 aprile al comando dell’Ss-Obersturmführer (tenente) Edgar Stiller, raggiunse il Campo Speciale Ss di Innsbruck a Reichenau. Gli alloggi del campo sono inadeguati, sporchi e infestati dai parassiti. Stiller è indignato e si rifiuta di ospitare i “prigionieri speciali” nelle baracche fatiscenti. È responsabile della salute dei prigionieri e sa che solo gli ostaggi vivi hanno valore (come del resto gli operai). Almeno questo è ciò che si racconta.

La protesta di Stiller fa sì che il trasporto prosegua. La destinazione è ora l’Alto Adige. La Gauleitung (la direzione regionale nazista) di Innsbruck ha assegnato l’hotel Pragser Wildsee nelle Dolomiti come nuova sede dove alloggiare gli ostaggi. Tuttavia, Stiller non aveva ordini precisi in merito ad eventuali trattative e scambi di prigionieri, insomma l’operazione era lasciata un po’ a sé stessa in quegli ultimi giorni del conflitto e in pieno marasma.

La sera del 27 aprile, Stiller partì da Reichenau con cinque autobus. Il viaggio prevedeva l’attraversamento del Passo del Brennero, che il convoglio superò alle 3 del mattino. Nelle prime ore del mattino del 28 aprile, il convoglio si diresse verso la Val Pusteria. Quando Stiller arrivò con il convoglio nell’Alta Val Pusteria, poco prima di raggiungere la destinazione, si trovò di fronte a una sorpresa: l’avanguardia del convoglio aveva appreso che l’hotel Pragser Wildsee era occupato da tre generali di stato maggiore della Wehrmacht tedesca e dal loro seguito. Così Stiller e i suoi autobus si ritrovarono bloccati sulla strada principale fuori Niederdorf, a circa una decina di chilometri dal lago.

La notizia dell’arrivo dei prigionieri si diffuse rapidamente a Niederdorf. I prigionieri s’incamminarono a piedi verso il paese, dove furono accolti da un’ondata di solidarietà: ovunque possibile, la popolazione locale aiutò i prigionieri stremati. Le proteste delle guardie delle Ss rimasero in gran parte inascoltate. Gli avvenimenti che seguirono furono cruciali per la sorte dei prigionieri.

L’altro comandante della scorta, oltre a Stiller, ossia Ernst Bader (dell’SD, Sicherheitsdienst, il Servizio di Sicurezza e ufficiale delle guardie del campo di Dachau), aveva ricevuto l’ordine tassativo di uccidere tutti gli ostaggi qualora vi fosse stato il rischio che cadessero vivi nelle mani degli Alleati. Bader, del resto, aveva dato prova di essere un aguzzino e un assassino seriale (*).

Weitz, nel suo Il banchiere di Hitler, cita Fey von Hassell, una prigioniera, figlia dell’ex ambasciatore Ulrich von Hassell, giustiziato per aver preso parte all’attentato contro Hitler del 20 luglio 1944, la quale descrive nel libro di memorie autobiografiche, intitolato I giorni del cappio, ciò che avvenne in quella circostanza tanto drammatica.

Dal libro di Weitz: a Niederndorf (Villabassa), un prigioniero (il colonnello Bogislaw von Bonin) ascoltò di nascosto la conversazione tra due guardie delle Ss che pianificavano di far saltare in aria gli automezzi con delle bombe (?) per eliminare i prigionieri. Weitz scrive che Bonin vide un gruppo di ufficiali dell’esercito tedesco nella piazza del paese; uno di questi era il generale Heinrich von Vietinghoff, un suo caro amico.

Sempre secondo Weitz, che fa proprio il racconto di Fey von Hassell, il generale fu molto felice di rivederlo, e Bonin gli chiese il suo soccorso immediato. Vietinghoff mandò due ufficiali alla ricerca delle due Ss a capo del convoglio: li trovarono in un’osteria lì vicino e ordinarono loro di consegnare i prigionieri e di andarsene con le altre guardie. Così fecero, e gli uomini dell’esercito ebbero la meglio su 80 guardie delle Ss (in realtà qualche decina).

Tutto troppo facile e pacifico. Dubito che ciò corrisponda esattamente al vero, soprattutto che in quel giorno il generale Vietinghoff si trovasse a Niederndorf/Villabassa. Il generale era il comandante del Gruppo d’armate C, con sede a Recoaro Terme. Dopo il bombardamento di Recoaro ripiegò con le truppe più a nord e a Bolzano fissò il suo comando. Pertanto è più realistico che Bonin riuscisse a telefonare a Bolzano e, non riuscendo a mettersi in contatto con von Vietinghoff, parlasse invece con il suo capo di stato maggiore, il generale Hans Röttiger, che pure conosceva, il quale gli promise di contattare von Vietinghoff per suo conto.

Da Bolzano un messaggio fu inviato alle truppe della Wehrmacht di stanza a Sexten (Sesto, dov’è cresciuto Jannik Sinner). Da Sesto partì per Niederndorf/Villabassa il giorno successivo il capitano Wichard von Alvensleben con 150 soldati.

Pagina del rapporto redatto nel nov. 1945 da von Alvensleben.

Intanto, a Niederdorf/Villabassa, Stiller telefonò all’ingegnere Anton Ducia, che era stato distaccato dalla Camera di Commercio di Innsbruck a Bolzano per coordinare le richieste di alloggio militari e civili in Alto Adige in qualità di responsabile degli approvvigionamenti del Commissario Supremo.

Come concordato telefonicamente con Stiller il giorno precedente, Anton Ducia arrivò a Niederdorf la mattina del 29 insieme al suo collega, il geografo Dr. Herbert Thalhammer. Si tenne un briefing sulla situazione con il comandante della guarnigione della Wehrmacht, il tenente colonnello von Rehm, e gli ufficiali delle Ss Stiller e Bader.

Stiller.

Anton Ducia contattò telefonicamente il sindaco di Niederdorf/Villabassa e organizzò una sistemazione provvisoria per i prigionieri. Questi furono alloggiati in parte nelle locande e nella canonica, e in parte su un cumulo di paglia ammassato in fretta nel municipio. Il resto della storia è assai più complesso di come viene raccontato di solito e qui non voglio tirarla per le lunghe.

Il 30 aprile i prigionieri furono liberati da soldati della Wehrmacht comandati dal citato capitano Wichard von Alvensleben (1902-1982), che evidentemente aveva ricevuto ordini in tal senso dai suoi superiori. Infatti, messe alle strette, le guardie Ss si ritirarono senza sparare. La maggior parte degli ormai ex detenuti fu trasferita nell’hotel Pragser Wildsee (Lago di Braies), dove vennero ricevuti dalla proprietaria, Emma Heiss-Hellenstainer.

Assegnazione delle camere, la 124 è firmata da Schacht.
Il documento è conservato presso l'hotel.

Ognuno di loro ricevette un piccolo biglietto con il numero di una camera. Le stanze sono gelide e, per la maggior parte, non possono essere riscaldate, poiché la stagione qui non inizia prima di giugno. Ma ora sono al sicuro, hanno un vero letto in cui dormire, possono lavarsi e possono mangiare a sazietà, anche se devono cucinare da sé a causa della mancanza di personale.

Chiaro che quei giorni furono un periodo di straordinaria intensità emotiva per quegli ex prigionieri di Dachau, ma ora l’immensa tensione si dissolve lentamente, così come la paura. Possono conversare indisturbati tra di loro e fare anche delle passeggiate. Il 4 maggio 1945, arrivarono al Lago di Braies le truppe americane guidate dai tenenti Melvin A. Ashe e Charles Anderson, accompagnati da partigiani italiani (**).

Un gruppo di ex prigionieri davanti all’hotel (dal lato del lago), ai primi di maggio c'era ancora la neve.

Pertanto, le truppe americane non liberarono i prigionieri, i quali erano già stati liberati dalle grinfie delle Ss il 30 aprile. Al contrario: l’arrivo degli americani portò alla successiva reclusione di alcuni degli ex prigionieri, questa volta per mano degli Alleati, tra i quali il dottor Hjalmar Schacht.

L’ex ministro dell’Economia di Weimar e poi del III Reich fu incriminato dagli Alleati e processato a Norimberga come uno dei principali criminali di guerra, ma venne assolto nell’autunno del 1946. Appena liberato a Norimberga, fu subito arrestato dalle nuove autorità tedesche e imprigionato. Ma di ciò dirò magari un’altra volta.

Nell’aprile del 2005 sette detenuti del 1945 sono tornati per tre giorni a Villabassa e al Lago di Braies su invito del Comune di Niederndorf/Villabassa e della famiglia Heiss dell’hotel Lago di Braies, in occasione delle celebrazioni del 60° anniversario della liberazione degli ostaggi. La foto qui sotto dell’Hotel l’ho scattata nel dicembre scorso.

(*) L’Ss-Untersturmführer (maggiore) Ernst Bader, numero di matricola Ss era 476078 e numero di iscrizione NSDAP 2868997. Nel 1944 prestò servizio presso il RSHA (Reichssicherheitshauptamt, l’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich) e successivamente fu distaccato presso la sede della Gestapo a Praga. Sfuggì a ogni sanzione e in seguito intraprese persino una carriera come agente di polizia. Penso non sia casuale che non si rinvengano altre sue notizie biografiche in rete.

(**) Fatto curioso: il fratello del capitano Wichard von Alvensleben, il colonnello delle SS Ludolf Jakob von Alvensleben, era all’epoca comandante (sia delle Ss che della polizia) di tutte le truppe delle Ss nella zona (Adriatico-Ovest). Dopo la guerra sfuggì alle indagini e al procedimento giudiziario e si dice sia morto quando la sua macchina si ribaltò su una strada fuori Dortmund, nell’agosto del 1953. Non c’erano testimoni dell’incidente. Da non confondere con altro criminale delle Ss: Ludolf-Hermann von Alvensleben, che scappò con la famiglia in Argentina dove morì nel 1970 sotto il nome di Carlos Lücke.

venerdì 25 settembre 2026

Non cambia e non può cambiare

 

Avrei voluto stupirvi con un post sull’attualità internazionale, ma ho letto con quale enfasi è stata data la ridicola notizia di un possibile attacco russo di droni contro l’Italia. Quindi di un criminale genocida che ci dice ciò che è bene e ciò che è male dallo scranno dell’ONU. C’è chi se lo merita eccome questo giornalismo e questo mondo di Netanyahu.

Perciò ripiego sull’attualità interna, dove sembra si scopra oggi, anno domini 2026, che dalla metà contribuenti viene solo il 5% dell’IRPEF e 9 milioni non la pagano, oltre due terzi versa solo il 20% dell’intero gettito dell’imposta (*).

In altri termini, ossia in altri numeri, 24,8 milioni, il 46% degli italiani, non ha redditi, non paga tasse e vive a carico della collettività e tuttavia beneficia gratuitamente di tutti i servizi dello Stato e delle Regioni, dalla scuola alla sanità. Il 5% più ricco della popolazione detiene quasi la metà (circa il 49%) della ricchezza nazionale, evidenziando una forte concentrazione interna a fronte di salari reali frenati non solo dall’inflazione, ma da politiche economiche “competitive” nell’impossibilità di svalutare la moneta propria (che non esiste), e in definitiva da una distribuzione della ricchezza di stampo medievale.

Un Paese di pezzenti. Salvo che per l’ABI: la ricchezza netta italiana è pari a 8 volte il reddito disponibile, un dato superiore alla media dell’area euro (7,5 volte) che testimonia la solidità patrimoniale accumulata storicamente. Va bene, incide la proprietà della prima casa. Ma perché la tassazione sui conti correnti è uguale per tutti, per chi ha 5k e chi ha un milione o più? Perché la tassazione sul portafoglio titoli è uguale per tutti, ossia un misero 0,2 per mille?

Ancora: perché le donazioni e successioni, con consistenti franchigie, sono tassate mediamente dal 4 al 6 per cento? Perché il capitale liquidato sulle polizze di rischio vita, in caso di morte dell’assicurato, è esente da IRPEF (per non parlare degli escamotage degli investimenti finanziari travestiti da polizza)? Ce lo chiede l’Europa? Per non dire poi del cosiddetto zainetto fiscale, con il quale si può recuperare/compensare plusvalenze e minusvalenze generate dal capitale di rischio (azioni/obbligazioni, derivati, “certificate”, ecc.), ossia capitale speculativo.

Eccetera, eccetera, eccetera.

Mi chiedo, perché tanto stupore e tutta questa enfasi mediatica? È una situazione nota da decenni. Si sta pensando a qualche intervento, ovviamente “mirato”, per metterlo in culo ancora e sempre ai redditi medio-bassi? Destra, sinistra, centro, sopra e sotto, la situazione non cambia e non può cambiare. C’è il “pilota automatico”, disse cinicamente ma con divertita sincerità “il candidato PdR trombato”.

In questo caso il “pilota” non è la UE o la BCE, ma la effettiva dittatura di ceti sociali e corporazioni che votano. Il voto non paga, ma ciò vale per tutti gli altri. Lo zoccolo duro regge, per il momento, e reggerà finché alla maggioranza di questo Paese di arlecchini & ipocriti, tutto sommato le cose stanno bene così.

(*) Il gettito Irpef complessivo generato dagli immigrati tocca i 12,6 miliardi di euro, su un totale complessivo nazionale di 193,316 miliardi, ossia circa il 6 per cento. Il numero degli immigrati in Italia si aggira sui 9,1 milioni. La stima è mia sulla base dei dati pubblicati.