lunedì 22 giugno 2026

In continuità con Hitler

 

Ci sono molte ragioni per ignorare la data del 22 giugno 1941 nella politica ufficiale di commemorazione dell’Europa occidentale. Secondo l’interpretazione prevalente, la “liberazione” è avvenuta solo dove gli Alleati occidentali respinsero e sconfissero la Wehrmacht, non dove combatté l’Armata Rossa annientando il più possente esercito della storia.

Ottantacinque anni fa, le truppe tedesche e i loro alleati fascisti invasero l’Unione Sovietica. Gli strateghi che idearono l’invasione pianificarono il genocidio di 40 milioni di persone. Gran Bretagna e Francia avevano contato che ciò accadesse prima di quel 22 giugno 1941. Sbagliarono i loro calcoli. Hitler attaccò la Polonia nel 1939 e poi la Francia attraverso il Belgio e l’Olanda nel 1940.

La guerra assunse un carattere globale. I suoi pianificatori stavano preparando il più grande genocidio della storia. Tra i 30 e i 40 milioni di cittadini sovietici sarebbero dovuti morire entro la fine del 1941 per assassinio e fame, milioni ridotti in schiavitù e costretti a lavorare nell'economia di guerra tedesca. La parte europea dell’Unione Sovietica era destinata ai coloni tedeschi. Gli ebrei dovevano essere sterminati, tutte le figure di spicco del governo sovietico eliminate e tutti i commissari politici dell’Armata Rossa assassinati al momento della cattura. Un genocidio nel genocidio fu perpetrato contro i prigionieri di guerra sovietici: di oltre cinque milioni di prigionieri, 3,3 milioni morirono, più di due milioni dei quali entro la primavera del 1942.

Dopo appena quattro settimane, i piani militari tedeschi per un nuovo Blitzkrieg fallirono. Il 10 luglio ebbe inizio la battaglia di Smolensk, che durò due mesi: la resistenza dell’Armata Rossa fermò la Wehrmacht, impedendole di raggiungere Mosca fino all’inverno. Mai prima d’allora politici e generali avevano commesso errori di valutazione così catastrofici come Hitler e lo stato maggiore tedesco.

Cosa poco nota, il principale stratega dell’Operazione Barbarossa, come capo del dipartimento operazioni dell’Alto Comando dell’Esercito (OKH), fu Adolf Heusinger (1897- 1982). Dal sito biografico ufficiale della Germania: «Negli anni ‘30, Heusinger condivideva gli obiettivi del nazionalsocialismo [...]. Appoggiò le politiche espansionistiche dello stato nazista e nel 1940 accolse con favore i piani di annessione del regime nazista in Occidente, così come la guerra contro l’Unione Sovietica.»

Heusinger firmava gli ordini per la lotta contro i partigiani, che spesso servivano da pretesto per lo sterminio di massa della popolazione civile. L’Unione Sovietica chiese l’estradizione di Heusinger dagli Stati Uniti per crimini di guerra commessi nei territori occupati. La richiesta fu respinta, considerandola una manovra di propaganda politica durante la Guerra Fredda.

Nel dopoguerra, Heusinger evitò di assumere posizioni critiche sul passato nazista e si schierò ripetutamente a favore del personale militare condannato per crimini di guerra, tra cui il feldmaresciallo Erich von Manstein. Heusinger evitò di assumere posizioni critiche sul passato nazista e si schierò ripetutamente a favore del personale militare condannato per crimini di guerra, tra cui il feldmaresciallo Erich von Manstein Heusinger sostenne la tesi,

diffusa nel dopoguerra, secondo cui la Wehrmacht era costituita da truppe “pulite” che furono semplicemente utilizzate in modo “improprio” dalla leadership nazista.

«Nel 1948, Heusinger, operando con il nome in codice Adolf Horn, assunse una posizione di rilievo nell’Organizzazione Gehlen, il servizio segreto della Germania Ovest supervisionato dalla CIA, come capo del dipartimento di valutazione. L’Organizzazione Gehlen era diventata un punto di riferimento per gli ex ufficiali di stato maggiore tedeschi. Questo gli conferì una posizione chiave per il futuro riarmo della Germania Ovest. Gli Stati Uniti appoggiarono Heusinger, che in seguito fornì alla CIA informazioni sensibili provenienti dall’apparato statale della Germania Ovest.»

Nel 1947, Heusinger chiese agli Alleati occidentali di rimilitarizzare la Germania Ovest. Nel 1950, divenne consigliere per le questioni militari di Konrad Adenauer. Nel 1955, Heusinger fu uno dei 44 generali della Wehrmacht trasferiti alla Bundeswehr (forze armate federali). Pochi anni dopo, divenne Ispettore Generale della Bundeswehr e nel 1961 Presidente del Comitato Militare della NATO. Gli europei occidentali e i nordamericani non ebbero obiezioni verso una persona che aveva svolto un ruolo chiave nella preparazione del genocidio in Unione Sovietica. Nel 2017 Ursula Albrecht lo definì un “modello da seguire” per le forze armate tedesche.

Sottomettere la Russia è ciò che si propongono di rifare i criminali attuali che governano l’Europa. Se non riusciranno con altri mezzi, lo rifaranno non appena saranno pronti per la guerra. Chi nega questo progetto ignora quale sia la vera natura e gli appetiti dell’imperialismo europeo.

domenica 21 giugno 2026

Quello smemorato di mons. Gianfranco Ravasi

 

Non leggo gli articoli di Ravasi puntualmente pubblicati ogni santa domenica nell’inserto del Sole 24 ore. Per la semplice ragione che non mi interessa che cosa ha ancora da raccontare un prete dopo duemila anni di spudorate falsità.

Oggi ho fatto un’eccezione poiché il titolo dell’articolo lo chiedeva: Il mistero buffo del giullare di Dio, ammiratore di Gesù. L’articolo è, manco a dirlo, un esempio classico di strumentalizzazione di stampo pretesco. Del resto, la biografia di Dario Fo, più ancora della sua opera artistica e letteraria, si presta a diverse interpretazioni e utilità.

Giovanissimo, classe 1926, Fo aderì al regime di Salò vestendone la divisa. Nulla di straordinario, a meno di vent’anni e specie in quella congerie storica, si poteva essere anche fascisti. Non però a trenta, come invece lo furono molti altri che poi divennero insigni antifascisti (a babbo morto). In seguito, Dario Fo sì riscattò amplissimamente, divenendo perfino un’icona della sinistra. Tuttavia, per giustificare quella macchia giovanile inventò di aver ricoperto un ruolo di doppiogiochista, motivazione scarsamente credibile e anzi assai meschina.

Fo divenne, con la moglie Franca Rame, un personaggio televisivo di prima fascia, ma sgradito ai soliti democristiani per le sue troppo audaci performance che puntavano a fare della televisione un palcoscenico d’avanguardia (ai tempi di Andreotti e Fanfani!). Banditi dal palinsesto televisivo, i coniugi Fo e Rame ripresero la strada del teatro, questa volta politicamente impegnato, inventando un genere comico nuovo e con un approccio critico verso le democrazie capitaliste e la religione.

Anche nella rappresentazione della sua opera più famosa, Mistero buffo, il messaggio ideologico, una idealizzazione della lotta di classe e del marxismo, a quel tempo fu sempre più importante della differenziazione estetica e psicologica dei suoi personaggi. Pier Paolo Pasolini definì Fo “una specie di piaga che ha infettato il teatro italiano”.

Bisogna però riconoscere a Fo che durante gli anni di Berlusconi, fu uno dei pochi personaggi a far notare quanto comodamente la sinistra italiana si fosse adagiata all’ombra di Berlusconi.

Come scrittore di pièce teatrali, tradotte in moltissime lingue, Fo non eccelse, ma come attore, interprete, costumista e scenografo delle stesse fu riconosciuto maestro e venerato dal pubblico come tale. Negli ultimi anni della sua vita aderì al movimento fondato da Grillo (a suo tempo usato dalla Dc tramite Baudo per attaccare Craxi), del quale evidentemente condivideva le idee e la posizione sociale.

Ravasi, nel suo untuoso articolo, sicuramente non racconta di quando la Rai finalmente trasmise Mistero buffo e il Vaticano telegrafò al presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, esprimendo “dolore e protesta per la trasmissione profanatrice e culturalmente inaccettabile”. Oppure di Fo interprete de Il Papa e la strega, che ritrae un papa in crisi che, sotto l’influenza di una strega, decide di farsi promotore della liberalizzazione della droga e allarga le maglie della morale sessuale.

Sorvola Ravasi di quando l’Osservatore Romano, nel 1997, in occasione del Nobel a Fo, definì scandalosa la scelta, denunciando un autore la cui opera era segnata da una permanente “mancanza di rispetto” per i principi religiosi cattolici. Né ricorda, il monsignore, quando nel 2013 il Vaticano negò l’autorizzazione per l’uso dell’Auditorium per uno spettacolo commemorativo dedicato a Franca Rame. Eccetera.

Certo, Fo strizzava l’occhio a un personaggio di cartapesta come Gesù, come nella scena in cui raffigura la fuga di Gesù e dei suoi genitori da Betlemme per sfuggire ai piani omicidi di Erode. Nel luogo in cui si rifugiano, vengono emarginati come stranieri; a Gesù non è permesso giocare con i bambini del posto e alla fine compie un miracolo per conquistare il loro favore.

Ecco che Vatican News scrive: «A cento anni dalla nascita, il premio Nobel italiano torna al centro della scena culturale. Il suo anticlericalismo, spesso motivo di tensione con il mondo cattolico, può oggi essere riletto come critica costruttiva e richiamo alla povertà evangelica. In un’intervista del 2014 alla Radio Vaticana l’attore e drammaturgo si definiva “ateo in ricerca”.»

Questi presunti eunuchi per il regno dei cieli sono come la peste. Sarebbero pronti a scoprire d’emblée un “rapporto dialettico con la fede” anche in Lenin.

Ravasi rilancia, anch’egli sfrutta l’ambivalenza di Fo e non tende solo ad arruolarlo tra i non credenti aperti al “dialogo”, più ancora vuole annoverarlo nella cerchia degli amici di un Gesù “storico” e anticonformista, sull’esempio di un Cacciari madonnaro. Che pena questa Italia, direbbe Trump.

La realtà complottista

 

Cosa si fa per non morire (politicamente)

I media italiani, abituati a mentire sapendo di mentire, nelle ultime ore hanno “scoperto” alcune cose straordinariamente risapute: 1) l’Italia è una colonia, al pari e anche meno di un qualsiasi Venezuela; 2) ciò avviene nonostante l’Italia non sia un paese produttore ed esportatore di petrolio; 3) gli Stati Uniti e la Nato sono tossici (come i media italiani).

I media italiani l’hanno “scoperto”, ma non possono dirlo. Cadrebbe la foglia di fico. Non che gli altri Paesi europei siano messi molto meglio, ma è un fatto che l’Italia è quella messa peggio. È storia ormai antica e riguarda i trattati segreti (Air Technical Agreement, Bilateral Infrastructure Agreement e vari “codicilli”) e altre cose che sono accadute e ad evocare le quali si passa per complottisti (dio non voglia).

Altra questione, che sembra completamente avulsa da tali considerazioni, ma che avulsa (perdonate il termine) proprio non è. Ieri sera, vedendo la partita, solo la differenza delle maglie mi ha consentito, al primo colpo d’occhio, di distinguere la squadra tedesca da quella ivoriana (che ai punti meritava quantomeno di pareggiare). La Germania si è assicurata il passaggio del turno nel mondiale grazie a due gol messi a segno da un giocatore di origini curde. Certo, quel giocatore, come altri in quella squadra, è più tedesco di molti tedeschi biondi e dai cognomi che a pronunciarli schioccano come un colpo di frusta. Non è questo il punto.

Il mio commento è razzista? Può essere, la cosa non mi tange (direbbe Stefania Sandrelli). Per me è solo una presa d’atto. La vera notizia è che quel giocatore, prima di diventare un professionista del pallone, lavorava in fabbrica per 150 euro. Chi vuole intendere, intenda. 

Sono state fatte in Europa delle scelte politiche ed economiche. Non solo quelle recenti. In un caso come quello dei giocatori della nazionale tedesca (francese, olandese, italiana, ecc.), tali scelte stanno producendo effetti positivi. In altre situazioni, non calcistiche, si riscontrano dei “problemi”. Del resto, politici, padroni e matrone ci ricordano: se non ci fossero gli immigrati, chi cucinerebbe, servirebbe e pulirebbe? Anche in tal caso, si tratta di una presa d’atto ineccepibile (o quasi).

Si dice che Winston Churchill leggesse ogni giorno una paginetta della Storia della decadenza e caduta dell’Impero romano del Gibbon. Sia vero o falso, non ha importanza.

sabato 20 giugno 2026

La tregua

 

In quello che nominalmente era il primo giorno di negoziati, la lampante omissione nell’accordo firmato due giorni prima a Versailles è diventata dolorosamente evidente: i terroristi con la kippāh e quelli di Hezbollah non fanno parte del trattato. Infatti, quattro terroristi israeliani sono stati uccisi negli scontri con Hezbollah e la risposta dei sionisti nella provincia di Nabatiyah ha causato almeno 18 vittime. Il ministro delle Finanze, il terrorista Bezalel Smotrich, ha invocato “l’apertura delle porte dell’inferno”, mentre il solito criminale Itamar Ben-Gvir ha chiesto che “Tutto il Libano deve bruciare!”.

Il memorandum d’intesa in 14 punti firmato mercoledì a Versailles congela temporaneamente la guerra iniziata a febbraio, senza però porvi fine. Le questioni più complesse, comprese quelle relative all’uranio arricchito iraniano, sono rinviate a un accordo successivo da negoziare entro 60 giorni. Non ci sarà nessun accordo.

Le milizie sioniste hanno pubblicato una mappa aggiornata delle proprie posizioni nel Libano meridionale. La cosiddetta Linea di Difesa Avanzata si estende in territorio libanese fino a raggiungere la periferia di Nabatiyah, a nord del fiume Litani (fonte idrica). Inizialmente designata come “zona cuscinetto” in aprile, l’area è stata da allora gradualmente ampliata. Netanyahu ha dichiarato che la striscia di sicurezza deve rimanere in vigore “finché le esigenze di sicurezza di Israele lo richiederanno”. Ossia per sempre.

Questo rivela la falla fondamentale dell’accordo: Israele detiene il fulcro dell’intera intesa. Washington aveva i mezzi per costringere i sionisti ad aderire all’accordo, ma ha scelto di non usarli. Al vertice del G7 a Évian, Trump si è lamentato del fatto che fosse “inutile” (non criminale!) bombardare interi palazzi per colpire singoli combattenti di Hezbollah. Tuttavia, non ci sono state conseguenze: gli aiuti militari non sono stati sospesi né le spedizioni di armi ritardate.

Nel frattempo, la situazione nello Stretto di Hormuz dimostra la portata delle concessioni statunitensi: sebbene il Consiglio di sicurezza iraniano abbia rinunciato alle tasse di transito per 60 giorni, richiede comunque l’autorizzazione preventiva della propria autorità marittima, come riportato dai media iraniani. Teheran, quindi, non rinuncia al controllo sullo stretto che si era assicurata durante la guerra.

A Washington e in quella che chiamano Tel Aviv stanno solo prendendo tempo.

venerdì 19 giugno 2026

[...]

 

Avrei scelto la traccia relativa al discorso di insediamento del presidente Giuseppe Saragat. Il quale esordiva così:

Cari Senatori e Deputati, è inutile nasconderci un fatto evidente, ossia che Voi contate come il due di coppe quando a briscola c’è denari. E peraltro io stesso – lo dico per prevenire l’accusa – fin qui non ci sono arrivato per mera simpatia.

Le parole pronunciate in quest’aula suonano false come quelle di marionette. Mai, dall’unità d’Italia, chiunque nominalmente esercitasse il potere politico, fosse egli clericale o liberale, oppure socialista o altro, ha potuto agire per gli interessi del paese se non in piena coincidenza con quelli delle diverse frazioni della classe dominante.

Perciò a Voi, Senatori e Deputati, non spetta che formalizzare ciò che è nei patti, altrimenti ve ne andrete a casa. Due conti in milioni di lire e vedrete che cosa vi conviene. Forse non serve che precisi, tuttavia è sempre bene dire le cose con franchezza: nel caso vi saltasse in mente di rendervi disubbidienti, la possibilità di una vostra ricandidatura sarebbe pari a zero.

Tra meno di un anno, ci saranno le elezioni politiche e Voi sapete bene quanta agitazione c’è nei collegi per questo appuntamento che si presenta anzitutto come l’occasione per altri falliti di trovare uno stipendio e visibilità, per i partiti altri finanziamenti e altri scambi. È un mercato, lo sapete bene, un do ut des di posti e di mance, di scambi di ogni natura.

E poi, ancora, sempre per parlar chiaro, sono in ballo decine di sottosegretariati, con annessi e connessi, e può essere che la ruota della fortuna si fermi sul Vostro nome, o su quello di un Vostro amico, di una fidanzata/amica/amante. Vi conviene non disunirvi, di non cedere alle lusinghe emotive ed irrazionali di una coscienza del bene comune che non Vi appartiene, perciò continuate a mentire sulla repubblica democratica del lavoro, sulla democrazia in questo paese.

Pure sulla bontà dei Vostri propositi, vorrei ricordare le parole che un liberale ebbe a scrivere nel 1948:

«Una caratteristica strana degli italiani moderni è che, credendosi molto abili in politica (discendenti di Machiavelli) anche quando altri non li ammira si ammirano. Si ammiravano nel fascismo, si ammiravano nel regime incomposto che seguì il fascismo, si ammirano ora che avendo la più incerta e umiliante situazione credono e dicono di creare anche con ministri ridicoli la nuova Europa!» [*].

E sia ben chiaro che un conto è il rinnovamento e le riforme, quello cioè che noi intendiamo far credere ai gonzi, e un conto è la dissoluzione del sistema di potere sul quale poggiano le nostre fortune sia di classe e sia personali.

Se per qualsiasi causa, per colpa di questi o di quelli, l’Italia va al disastro, il disastro colpirà tutti e noi per primi che perderemo non solo potere e privilegi, ma ci toccherà anche di andare a lavorare.

[*] Francesco Saverio Nitti, Rivelazioni, ESI, Napoli, 1948, p. XXI.

Saragat in visita a Firenze in occasione dellalluvione del 1966.