lunedì 12 ottobre 2026

Incontri e scontri

Forse non ve ne siete accorti per via della ripresa del campionato di calcio o altro, ma il cancelliere Merz è indignato per l’incontro tra l’ex cancelliere Schröder e quel satanasso di Putin, responsabile di “sofferenze incommensurabili, vittime civili, famiglie distrutte, morti e feriti”. Merz non incontra mai persone del genere, ossia quelle che fanno il “lavoro sporco” per nostro conto.

Dopo quasi cinque anni di guerra e decine di pacchetti di sanzioni contro la Russia, i 27 della UE hanno adottato un nuovo pacchetto di 1600 sanzioni (milleseicento). Che cosa si erano “dimenticati” di sanzionare finora? E soprattutto che cosa resta ancora da sanzionare?

Donald Trump se ne infischia della UE e di quel pagliaccio di Zelensky, infatti ha annunciato che gli Stati Uniti importeranno 300.000 tonnellate di gasolio dalla Russia questo mese, altre 500.000 tonnellate a novembre e fino a tre milioni di tonnellate in più entro la primavera. Quantitativi irrisori, se vogliamo, ma che hanno un preciso significato politico.

Finora non ci sono prove che Trump abbia interrotto o limitato la condivisione di dati satellitari statunitensi con l’Ucraina. Con questi dati, l’Ucraina può non solo determinare l’ubicazione precisa delle raffinerie russe, ma anche identificare la posizione dei sistemi di difesa russi, consentendole così di tracciare i percorsi meno pericolosi per i propri droni.

È evidente che qualcuno sta barando.

Nei primi nove mesi del 2026, i porti europei hanno ricevuto 12,18 milioni di tonnellate di GNL dal progetto russo Yamal (un aumento del 9,5% rispetto al 2025), per un valore stimato di circa 7,88 - 7,9 miliardi di euro. Quasi il 90% di tutto il GNL russo importato dalla UE è concentrato in tre soli Paesi: la Francia di Macron, la Spagna e il Belgio.

La Germania non importa direttamente GNL dalla Russia, giusto quando sostiene la ministra dell’Economia Katherina Reiche che ha affermato che la Germania non importa idrocarburi e prodotti petroliferi dalla Russia dal 2023. Salvo consumarne indirettamente una parte significativa, per esempio il gas via tubo, poiché circa il 45% delle sue importazioni totali arriva proprio dai gasdotti collegati a Belgio e Paesi Bassi.

Dal 2027 i Paesi UE non importeranno – dicono – nemmeno un metro cubo di gas russo. All’inizio di questo mese, i depositi di gas europei sono pieni solo al 72,4%. Si tratta del livello più basso per questo periodo dal 2011 (l’anno scorso erano all’83%).

A Bruxelles e Berlino lor signori si scalderanno sicuramente, e anche a Roma le loro eccellenze non patiranno freddo al sedere; quanto a noi probabilmente non soffriremmo troppo il freddo, ma non sappiamo ancora a quale prezzo. Per il prossimo anno, continuando il sostegno immarcescibile alla cricca di Kiev, si vedrà. 

domenica 11 ottobre 2026

“Pensare bene e come si deve”

 

Gianfranco Ravasi, nell’inserto de Il sole 24ore di oggi, sostiene che per “pensare bene e come si deve”, si deve pensare come lui, ossia come un prete. Per avvalorare il suo assioma, chiama sul banco dei testimoni il solito Blaise Pascal, il quale il 23 novembre 1654 ritrovò Dio durante una polluzione notturna.

Non contento del “cumulo di pezzi di carta” di cui fu autore Pascal, Ravasi evoca Goethe, mettendoci tutti sugli attenti: «La felicità suprema del pensatore è sondare il sondabile e venerare in pace l’insondabile». Fosse per Ravasi e la sua cerchia di chierici reazionari saremmo rimasti al sistema tolemaico: se la realtà ha un nucleo misterioso che non si può indagare, siamo condannati a rimanere passivi.

Che Goethe sia stato un poeta di straordinario talento, non ci piove, e fu pure disgustato dalla meschinità della vita tedesca, ma al contempo fu un filisteo di corte, un uomo che non ha saputo o voluto superare i limiti storici della Germania del suo tempo, vivendo integrato nel sistema burocratico-cortigiano di Weimar, rifugiandosi nella contemplazione e nel compromesso invece di lottare attivamente contro quel sistema feudale e arretrato.

Ravasi privilegia il Goethe e il consigliere privato, il burocrate accomodante che teme i grandi sconvolgimenti, che rifiuta la Rivoluzione Francese e che preferisce il compromesso politico alla rottura rivoluzionaria; ma esiste anche un altro Goethe, che distrugge i vecchi dogmi religiosi e morali, che celebra la natura e l’attività umana emancipata. Ravasi estrapola la frasetta goethiana e ci spalma la propria merda: le forze superiori o misteriose sono il perfetto paravento ideologico di ogni prete, con tonaca o senza.

Quando Goethe si arresta di fronte all’insondabile (das Unerforschliche) dicendo di volerlo “venerare”, compie un atto di capitolazione intellettuale. La contraddizione, il dualismo di Goethe, non è un semplice difetto morale o personale, quale è per un prete, ma è in realtà il riflesso dei limiti storici e sociali della Germania del suo tempo (la “miseria” tedesca di cui ebbe a dire molto anche Marx).

Goethe preferisce misticizzare anziché razionalizzare e combattere. È un suo atteggiamento tipico quello di tendere a rifugiarsi nella contemplazione pura e nella spiritualità naturale (il panteismo goethiano) ogniqualvolta la realtà storica circostante si faceva troppo minacciosa o complessa.

Viene in mente, a tale riguardo e per converso, Il nipote di Rameau di Diderot, un’opera in cui si riflette su quale debba essere la posizione dell’uomo di cultura in una società ipocrita e classista, dominata dal denaro e dal potere. Circolato inizialmente in modo manoscritto, il testo fu tradotto in tedesco proprio da Goethe nel 1805 e molto apprezzato da Hegel, che ne fece un punto chiave della sua analisi della coscienza divisa nella Fenomenologia dello spirito.

Hegel nota che il nipote parla una lingua ribaltata, cinica, in cui il bene diventa male e il male diventa bene. Questo linguaggio del nipote, per quanto scandaloso, è superiore a quello espresso dall’altro protagonista, il filosofo illuminista alter ego di Diderot, perché smaschera l’ipocrisia del mondo. Questa scissione e contraddizione profonda della coscienza è il motore necessario che permette di cambiare il mondo attraverso una lotta capace di disprezzo e ironia, ma anche di distruggere le vecchie illusioni morali. Altro che contemplazione e venerazione del cosiddetto “insondabile”.

In molti di noi si sono prodotti cambiamenti nei confronti dell’epoca e del mondo negli ultimi lustri, nei quali ha avuto luogo una transizione sociale che raramente ha riscontro in precedenti storici analoghi per la sua profondità, vastità e soprattutto repentinità. C’è chi s’è arreso e ha risposto a un simile cambiamento con la perfetta adesione, quindi chi con disperata rassegnazione e chi invece intende resistere, a suo modo e secondo le proprie forze, convinto che il miglior modo di “pensare bene e come si deve” sia quello di negare che vi siano misteri ontologicamente inaccessibili, ma solo porzioni di realtà e di storia non ancora comprese e non ancora trasformate dall’azione umana.

L’isola dei morti

 

Le industrie molto energivore sono in crisi a causa degli alti prezzi raggiunti dall’energia. Anche il settore della cremazione dei cadaveri deve far fronte a tale situazione, ma ogni impianto può sfruttare, nella sua zona di attività, un quasi monopolio e una domanda in crescita, per cui agisce in una situazione di costante espansione: nel 2025 si sono registrate 257.205 cremazioni di cadaveri (pari al 39,46% dei decessi totali a livello nazionale), in aumento rispetto alle 253.355 del 2024.

L’alternativa alla cremazione – sulla quale ritornerò tra poco – è la tradizionale inumazione, ossia la sepoltura sulla terra. Un tempo era gratuita, ora non più salvo casi particolari. Nonostante l’accorciamento dei tempi di esumazione dei resti e dunque la spinta alla più frequente rotazione dei terreni cimiteriali, sussiste indubbiamente un problema di spazio. Una soluzione potrebbe essere quella di seppellire i feretri in verticale anziché in orizzontale, la cosa però si scontra non già con problemi pratici ma di ordine soggettivo.

La domanda di tumulazione, in quella specie di alveari in affitto che sono i loculi allineati e sovrapposti, incontra maggiori difficoltà per carenza di offerta. Lo scandalo più recente e inquietante, del mese scorso, riguarda l’inchiesta sui cimiteri romani Flaminio (Prima Porta) e Maccarese, dove i cadaveri venivano fatti a pezzi per liberare anzitempo i loculi scaduti. Inoltre, la tumulazione risulta piuttosto onerosa per gli eredi, che magari sul momento sono afflitti per la grave perdita del famigliare, ma poi litigano per la suddivisione delle spese funerarie (e dell’eredità).

Pertanto la soluzione migliore dal punto di vista economico ed igienico resta quella della cremazione. E su questo punto penso sia utile chiarire le idee a chi magari non ha approfondito la questione.

Molti credono che la cremazione produca subito delle ceneri, in realtà non è così, poiché le cosiddette ceneri derivano dalla frantumazione, attuata con procedimenti meccanici, dei frammenti ossei calcinati raccolti a processo avvenuto (la fase, detta cremulatura, si basa principalmente su due sistemi alternativi: sistema di lame rotanti ad alta velocità o un sistema a sfere pesanti, un metodo quest’ultimo mutuato dall’industria mineraria).

Tecnicamente la cremazione è un processo di mineralizzazione del cadavere ad alta temperatura, dove il feretro è posto nella camera di combustione primaria ad una temperatura tra 300 e 800 °C, con punte superiori. Pertanto un processo che richiede alte temperature e un dispendio notevole di energia.

La durata di una cremazione nei moderni impianti può assumersi da un minimo di 1,5 a un massimo di 3 ore. Nei vecchi impianti, la cremazione di un solo corpo poteva richiedere anche più tempo e un importante impiego di materiali atti alla combustione.

Gli impianti moderni di cremazione sono costituiti da: “camera di combustione primaria”: la camera nella quale viene inserito il feretro; la “camera secondaria o di post-combustione”: il volume destinato all’ossidazione dei prodotti della combustione provenienti dalla camera primaria; zona di raffreddamento e mineralizzazione delle ceneri; zona di scarico ed evacuazione delle ceneri. In questa zona è previsto un sistema di raccolta delle ossa calcinate.

Il principio cardine della cremazione in Italia è l’individualità del processo, ma non è sempre avvenuto, vedi lo scandalo del cimitero di Biella, ma anche quello del Cimitero Maggiore di Padova (2008-2009), oppure quello più recente e orripilante delle finte cremazioni a Scurelle (2019), che ha interessato le agenzie funebri e i comuni delle province di Vicenza, Treviso, Verona e Padova. Nella regione Campania, oltre alle consuete questioni di mazzette, false certificazioni e speculazioni cimiteriali, si ha notizia del sequestro del primo forno crematorio regionale a Montecorvino Pugliano (2017). L’elenco potrebbe continuare per quasi ogni singola regione: esempio Palermo, dove il forno crematorio comunale è rimasto fermo per anni causa guasto.

Il Regolamento di Polizia Mortuaria stabilisce l’obbligo tassativo che all’interno dell’urna sigillata consegnata ai committenti sia riposto l’intero e solo contenuto delle ceneri umane derivanti dalla polverizzazione dei resti ossei (mediamente poco meno di 3 kg per un adulto maschio). A tale scopo i resti vengono fatti raffreddare e passano attraverso un separatore magnetico (un potente magnete) e un setaccio.

I materiali che risultano da questa operazione di separazione vengono trattati come rifiuti speciali cimiteriali non pericolosi. Molti impianti crematori si affidano a ditte specializzate che provvedono alla fusione e al riciclo industriale dei metalli in tal modo ottenuti, per cui non si può escludere che un oggetto metallico di uso comune sia in realtà composto anche di materiali riciclati appartenuti a dai cadaveri cremati.

Per quanto riguarda le urne dove vengono raccolte le ceneri, l’ultimo grido è costituito dalle cosiddette urne bio (urne bios): urne biodegradabili, spesso in fibra di cocco e cellulosa che contengono nella parte superiore un seme o una giovane pianta (es. quercia, ulivo). L’urna viene interrata e, man mano che si decompone, le ceneri forniscono nutrimento alle radici della pianta. Come idea per la riforestazione non sarebbe male.

Pertanto, l’industria della cremazione è ormai paragonabile a un processo industriale e tecnologico avanzato, con impianti e sovrastrutture molto complesse che richiedono investimenti adeguati e una continua attenta manutenzione, oltre all’impiego di manodopera specializzata che non è sempre facile reperire sul mercato, in quanto richiede un mix di competenze tecniche – manipola i resti ossei calcinati –, burocratiche e una salda tenuta psicologica (burnout lavorativo: stress visivo ed emotivo, stigma sociale legato ai mestieri cimiteriali) e la frequentazione di corsi di formazione obbligatori per il conseguimento di patenti o certificazioni specifiche per la conduzione di impianti termici industriali.

Detto questo, passiamo al sopralluogo specifico che ho effettuato ieri presso il complesso cimitereriale dell’isola di San Michele di Venezia. Il cimitero sorge sul congiungimento di due isole, risultato dell’interramento del canale che separava San Cristoforo della pace e San Michele. Ciò avvenne negli anni trenta dell’Ottocento. Il cimitero in San Michele data agli inizi del XIX secolo, con il famoso editto napoleonico di Saint Cloud (1804), con il quale si stabiliva il divieto di seppellire i defunti all’interno delle chiese, dei centri abitati o delle mura cittadine. A ciò è dovuta la loro collocazione extraurbana e a Venezia la scelta cadde sull’isola di San Michele.

Prima di allora, l’isola ospitava esclusivamente il monastero dell’ordine dei Camaldolesi. Nel corso dei secoli, il monastero divenne un centro culturale importante, la cui biblioteca poteva contare più di 40.000 volumi. Dopo le soppressioni napoleoniche, nel 1829 venne affidato ai frati minori francescani, alcuni dei quali vi rimasero fino al 2008.

Uno dei locali della biblioteca: le travi del soffitto
sono intagliate e decorate.

Apprezzabili i chiostri, uno dei quali attualmente sottoposto in parte a restauro. I locali del monastero, posti al piano superiore e non accessibili al pubblico, versano in uno stato di abbandono e decadimento, come ho potuto constatare di persona, nonostante vi siano bagni con sanitari recenti e un moderno e all’occorrenza funzionante impianto di riscaldamento. I locali potrebbero essere utilizzati, per esempio, per realizzare un centro studi con alloggi.



La chiesa di San Michele in Isola (XV sec.) è molto bella sia in facciata che negli interni, i quali sarebbero meritevoli di essere manutenuti con un po’ di spesa (la sagrestia è in restauro: gli operai della ditta, dopo il montaggio del ponteggio, sono assenti per lunghi periodi perché impegnati altrove). Anche i dipinti meriterebbero un restauro (il più grande, di buona mano, è attribuito alla scuola di Guido Reni).




Gli stalli del coro (XVII sec.), sono di buona fattura e meriterebbero di essere valorizzati (oggi non direttamente accessibili al pubblico). Non di particolare interesse, a mio avviso, l’interno della cappella Emiliani, mentre per apprezzare l’esterno non serve un mio commento.


Gli stalli del coro (locali non visitabili)

Cappella Emiliani (visitabile)

Il cimitero non si può descrivere in poche note. Rientra a buon diritto nel circuito europeo dei cimiteri monumentali. È suddiviso in “recinti” (per es. quello greco-ortodosso, quello protestante-evangelico, eccetera), con indicazioni che ne agevolano la visita. Innumerevoli le vecchie sepolture in loculo e a terra. Alcune sono dette “sepolture illustri”, e tutte, quale più e quale meno, versano in un “tranquillo abbandono”.

La tomba della principessa Anna Bagration (ne avevo scritto qui nel 2015 e del gen. Bagration in diversi post).

I visitatori lasciano una penna. Non avendo altra penna, pensai di lasciare la mia Montblanc, ma poi ritenni non fosse una buona idea.

Anche la tomba di un mago.

Nel cimitero di San Michele non ho individuato alcun “recinto” consono alle mie future esigenze, e poi in laguna c’è troppa umidità. Da un bel portale monumentale (chiamato anche porta Stucky) è possibile effettuare la dispersione in natura delle ceneri dei defunti, sia in laguna e sia in terra, nel Giardino del Ricordo all’interno del cimitero.

Il vaporetto per raggiungere l’isola (linea per Murano: 4.1 e 4.2) è molto frequente, ma dopo una certa ora serale non ferma all’imbarcadero dell’isola. Nel malaugurato caso in cui un visitatore dovesse rimanere all’interno del cimitero dopo la chiusura, vicino al cancello c’è un pulsante per l’apertura. A quel punto dovrà chiamare la società di navigazione al fine di far fermare il vaporetto presso l’isola, oppure raggiungere Venezia a nuoto: il tratto di laguna, partendo dall’imbarcadero, è solo di 500 metri.

venerdì 9 ottobre 2026

Varie ed eventuali

 

Domani sarò al cimitero e dunque anticipo il post (*).

Dopo la Francia e la Spagna tocca al Belgio. I giornaloni italiani lo scopriranno domani (forse). I trasporti pubblici hanno subito interruzioni in diverse zone del Paese e l’aeroporto di Bruxelles (Zaventem) prevedeva la cancellazione di 140 voli.

I sindacati belgi hanno mobilitato per una giornata di protesta nazionale nella capitale, Bruxelles. Qui, la coalizione di cinque partiti guidata dal Primo Ministro Bart De Wever stava negoziando il bilancio, che prevede tagli per dieci miliardi di euro entro il 2029.

La scorsa settimana le proteste si sono diffuse dalla Francia alla Vallonia, la regione francofona del Belgio. A Liegi, si sono verificati violenti scontri con la polizia per diversi giorni, che hanno portato a decine di arresti. Le autorità di Liegi avevano imposto il divieto di assembramenti di oltre tre persone per la giornata di venerdì (viva la democrazia).

Anche in Italia la situazione è molto tesa, al limite della rivoluzione sociale: il monarca del Quirinale aveva un mese di tempo per promulgare la legge elettorale approvata ieri dalla Camera, oppure di porre il veto e rinviarla al Parlamento, ma già questa mattina all’alba, ancora in pigiama, l’ha firmata (**).

Leonardo Maria Del Vecchio si confessa a Fedez: «Ho fatto l’amore con duemila donne». È uno che usa molto ... la testa.

(*) In visita.

(**) Il primo presidente, provvisorio, era un galantuomo che non volle mai mettere piede al Quirinale, vivendo in un modesto appartamento.

Il secondo presidente, un economista borghese, sempre defilato durante il fascismo e che “non aveva mai partecipato in vita sua ad alcuna lotta veramente politica, se non come uomo della Monarchia” – secondo le parole di un suo autorevolissimo compagno di partito e vicino di seggio in Parlamento – era divenuto famoso per la sua parsimonia. Come ministro delle finanze minacciò tagli a destra e a manca, tagliando però sempre dalla stessa parte (serve specificare quale?). Nel 1948 la sua conversione fu istantanea, da “italiano più monarchico” a più alto rappresentante della repubblica. Ed essendo monarchico il distacco dalla monarchia gli riuscì bene, ma non quello dai fasti e dalle spese tipiche di quei regimi. Ed infatti, eletto presidente della repubblica, andò ad abitare al Quirinale, succedendo alla monarchia anche nello sfarzo dei riti e dei costumi, senza tema del ridicolo.

Nonostante le distruzioni del conflitto bellico e la miseria vera in cui versava il “popolo sovrano” di allora, la dotazione presidenziale fu la folle somma di 180 milioni l’anno (escluse le spese del segretario generale della presidenza che rimanevano a carico del bilancio dello Stato), più un milione al mese quale assegno personale. Lo stipendio medio mensile di un operaio non superava le 20-25mila lire. Insomma si trattava di un appannaggio enorme “e senza alcun paragone coi maggiori assegni dei presidenti della repubblica di paesi meno poveri o assai più ricchi di noi”, ebbe a scrivere allora un ex presidente del consiglio.

Al Quirinale il presidente parsimonioso si ritrovò tra decine di corazzieri e staffieri, ereditati dal precedente regime, e tra uno stuolo di servitori in livrea rossa e blu (le stesse uniformi dei Savoia), impiegati, funzionari e faccendieri. Una vanità burlesca e dispendiosa che superava quella del precedente monarca. Nel tempo le cose sono andate peggiorando, il numero degli “addetti” è aumentato e le spese sono cresciute senza eguali nel mondo, cioè centinaia di miliardi di lire che solo l’escamotage dell’euro riduce in milioni a tre cifre (il Quirinale oggi ha un appannaggio di circa 235 milioni di euro, corrispondenti a 455 miliardi di lire l’anno!

L’apposita commissione parlamentare, ai tempi di Luigi Einaudi, ebbe a scrivere: «Il Presidente di una repubblica democratica fondata sul lavoro non ha bisogno di attingere il suo prestigio al fasto che si accompagna alle corti». Ma è giustappunto perché si tratta di una repubblica fondata sul lavoro (altrui) che i presidenti della stessa (e le relative corti) possono vivere come monarchi rinascimentali.

giovedì 8 ottobre 2026

Il partito unico

 

Mentre al distributore sto facendo 50 euro di benzina, penso a quando con 100mila lire facevo il pieno e anche una buona spesa al supermercato. Risalgo in macchina e guardo la lancetta: segnala che il serbatoio è pieno a metà. Ho un attimo d’indecisione, vorrei scendere e fare altri 20 euro di benzina, ossia altri 10 litri scarsi. Desisto e metto in moto.

Accendo la radio: hanno approvato l’ennesima nuova legge elettorale. I fascisti puntano al 42 per cento dei voti e al premio di maggioranza con il 55% dei seggi. C’è quasi d’ammirarli. Se vincono anche alle prossime elezioni finalmente potranno gettare la maschera e rivendicare ancora più spudoratamente il loro passato vergognoso.

I fascisti, rientrati da latitanze e fughe dopo il crollo dello stato fantoccio di Salò, nell’aprile 1948 si presentarono alle elezioni. Ci voleva un certo stomaco per votarli. Ma già cinque anni dopo triplicarono i loro voti e portarono in Parlamento 38 tra deputati e senatori.

Il segretario nazionale era Augusto De Marsanich, già deputato fascista e membro del governo Mussolini. Il presidente onorario era un criminale di guerra, già ministro delle Forze Armate della RSI e responsabile del bando con cui erano condannati a morte i renitenti alla leva e i partigiani. Processato da un tribunale militare e condannato a 19 anni di reclusione, uscì di galera dopo 4 mesi.

Vent’anni dopo le elezioni del 1953, i fascisti potevano contare su tre milioni di voti. Tuttavia, l’Italia, nonostante le bombe e le stragi, non era disponibile per la revanche dei fascisti. Nel 1989 tutto cominciò a cambiare. Nel decennio successivo i fascisti entrarono a far parte di un governo nazionale.

La notte dei risultati elettorali del 25 settembre 2022, Meloni dedicò la vittoria elettorale alle “persone che non ci sono più”, pensando ai fascisti delle remote caligini. Da quattro anni al comando ci sono loro. E ci resteranno non solo in forza della nuova legge elettorale, ma perché il loro è l’unico partito rimasto in Parlamento.