giovedì 3 settembre 2026

Il fascismo con l'aria condizionata

 

È difficile non rischiare il ridicolo sostenendo che in Europa (e non solo negli Stati Uniti o in Israele) governa il fascismo. E questo prima che Alternativa per la Germania vinca le elezioni, prima che una Le Pen sieda all’Eliseo, e del resto un La Russia è solo un patetico nostalgico e Vannacci una caricatura del fascismo d’antan. Tutto vero. Del resto, io posso scrivere in questo blog ciò che voglio o quasi, a conferma della vigente ampia libertà di parola.

Beh, la penso in modo diverso. Anche se i codici del nostro tempo sono altri, non trovo parola migliore di “fascismo” per definire il totalitarismo al quale siamo sottoposti. Il totalitarismo, per esempio, che ci insegna la paura. Il totalitarismo che vuole far diventare l’Europa una potenza militare mondiale sotto la guida tedesca. Il totalitarismo degli azionisti la cui avidità di profitto può essere soddisfatta solo da una grande guerra.

Il fascismo europeo – del quale a livello politico fanno parte non solo i partiti di destra (va da sé), ma anche l’ala “riformatrice” variamente socialdemocratica e liberale – è il rappresentante dei più corposi interessi industriali e finanziari nazionali e cosmopoliti (*).

Trova il suo zoccolo duro elettorale nella borghesia benestante e in quel ceto medio, imbottito di G5 e febbrili salotti televisivi, che vive con angoscia sia le trasformazioni indotte dall’innovazione tecnologica e sia le problematiche innescate dalla massiccia immigrazione, salvo la badante per la nonna e l’ultimo i-Phone.

A queste zoccole sociali non interessa che i rendimenti obbligazionari aumentino (e dunque salgano gli interessi sul debito pubblico) a causa delle guerre e dei prestiti contratti dai governi per finanziare guerre e riarmo. Anzi, troveranno modo di esserne soddisfatti per cedole semestrali più cospicue.

Pertanto, la questione odierna del fascismo europeo non si presenta come una questione di colore politico e di orientamento ideologico (sostanzialmente piatto e uniforme), ma come la questione della dittatura di un sistema che non può più garantire la facciata della democrazia liberale. Posto che ormai non esiste da tempo una reale opposizione politica nei Paesi europei, tantomeno una prospettiva di un’insurrezione armata delle masse popolari, il potere (quello reale) che governa la UE ha deciso che può fare ciò che vuole.

E tra questo “ciò che vuole” rientra il fatto di ritenere la guerra con la Russia (o con la Cina o anche con Marte) possibile e vincente. Non appena saranno armati a sufficienza e alla Casa Bianca ci sarà un demente disposto a dar loro retta. La Russia non oserà attaccare un paese della Nato, dunque l’Europa fascista ritiene di poter portare alle estreme conseguenze le sue provocazioni contro di essa.

L’Europa reazionaria e fascista in trent’anni, nel Novecento, ha provocato due guerre mondiali. L’Europa reazionaria e fascista di oggi non si farà scrupolo di provocarne una terza. È gente naturalmente cinica, che pensa in questi termini: chi mai si sognerebbe di condannare l’umanità alla sua fine durante una serata tra gente dell’alta società?

(*) Sembra una frase retorica priva di contenuti, in realtà non lo è. Che qualche centinaio di imprenditori e tecnocrati si ritrovino a Cernobbio o alcune migliaia di essi sfilano per l’università estiva del Médef, la principale federazione padronale francese, fingendo interesse per la politica, non deve sorprendere. Fa parte del gioco sociale e mediatico.

Si pensi a dei colossi come ENI o Leonardo (partecipati dallo Stato), quindi alle grandi banche e assicurazioni (detentrici di una grossa fetta del debito pubblico); quindi si pensi ai colossi della difesa, del credito, dell’energia e del lusso in Francia, a quelli bancari, assicurativi, motoristici, delle telecomunicazioni, della chimica e tecnologia medica in Germania, solo per dire. Ebbene, questi conglomerati di potere economico e finanziario non toccherebbero palla nel gioco politico e geopolitico nazionale ed europeo?

mercoledì 2 settembre 2026

Per chi?

 

Ieri sera, verso casa in treno, riflettevo sul fatto ormai evidente che il pensiero razionale è diventato obsoleto. Non solo per quanto ho visto e ascoltato ieri, che è solo un frammento di quanto avviene ovunque.

Non volendo ora entrare nel merito (troppo lunga e complicata la faccenda), mi limito ad un esempio apparentemente marginale e però concreto: com’è possibile dire che sono “gli esseri umani” a causare la crisi climatica. Come se io ed Elon Musk, per citare un nome, fossimo sulla stessa barca. A dire queste cose, sulla comune responsabilità, sono proprio quelli che parlano in continuazione di “crescita” e simili.

È questo solo un esempio, tra i tanti, di lavoro ideologico. Ne siamo tutti coinvolti, nessuno escluso.

Ab ovo. Giovanotti che furono dei fascistoni di prim’ordine nel regime si riciclarono dal 1943 e anche molto dopo come intellettuali marxisti o comunque di sinistra. Alcuni facevano capo al Comitato per la Strategia Psicologica subordinato al Consiglio di Sicurezza Nazionale americano. I nomi li conosciamo, ed ormai è acqua passata. Sto saltando di palo in frasca? Ma no, attenzione, è proprio di quanto sta succedendo che sto parlando.

Un giorno sarà chiaro a tutti. Anche oggi, per la guerra ideologica, abbiamo gli opinionisti del Dipartimento di Stato americano che pontificano sui nostri giornali. E studiosi che attaccano il marxismo in terminologia marxista. La sostanziale difesa dell’ordine sociale occidentale in terminologia di sinistra. Scava e trovi sempre un nesso tra Stato, capitale e intelletto.

La dittatura del capitale non può più essere garantita dalla facciata della democrazia liberale, questo è un fatto assodato. Ritorno del fascismo? Non se n’è mai andato. Del resto, non è vero che il fascismo è stato sconfitto nel 1945. I regimi fascisti, e nemmeno tutti, furono sconfitti militarmente. Il fascismo cambiò solo abito. Quello più furbo indossò l’abito “democratico” e “liberale”.

Il cosiddetto Partito dei Lavoratori Tedeschi, con i suoi soli 55 membri, tenne la sua prima grande riunione alla fine di febbraio del 1920, dove Hitler coniò il nome “nazionalsocialista”. Che c’entrava Hitler con il socialismo? Da quattro anni l’Italia ha un presidente del senato e una presidente del consiglio che sono dei reduci del partito fascista di Almirante, che ha cambiato solo nome. Cambiano i nomi, i simboli e i colori, ma è la stessa merda.

La cosa non è sembrata turbare realmente nessuno o quasi. E ora si fa avanti uno come Vannacci. Troppo apertamente fascista per esibirlo in una futura coalizione di governo? Se lo crediamo, allora non abbiamo capito niente di ciò che è già avvenuto e sta per succedere in Europa e altrove. E per scongiurare tale “pericolo” dovremmo votare? 

martedì 1 settembre 2026

Settembre, andiamo

 


Niente di nuovo in Occidente.

Nello stesso periodo in cui la “sinistra” ha litigato sulle “primarie”, gli Stati Uniti hanno violato tre trattati di pace e distrutto l’Iran nove volte. Il prezzo della benzina è aumentato del 16%. Non importa.

Una vedova, a passeggio con il suo caimano per Villa Borghese, ha avvertito un odore acre. Non aveva pestato una merda. Si trattava del cadavere del PD. Dall’esame autoptico è risultato che la testa era sprovvista di cervello.

Trump sta colmando di attenzioni l’imperatore nordcoreano Kim III, motivo per cui quest’ultimo ha messo le sue forze armate in stato di massima allerta.

Lo stesso Trump ha ribattezzato la Terra “Pianeta America”. Google ha provveduto immediatamente all’aggiornamento.

La Russia sta facendo sul serio.

L’anno scorso è stato scoperto un deposito di armi in una foresta vicino a Berlino. Poiché nessuno si è presentato a recuperare le due (!) pistole, un uomo è stato arrestato in Romania. Il che dimostra, logicamente, che dietro a tutto ciò ci sono i russi.

«Perché i russi?» – chiese l’ufficiale dei servizi segreti al Ministro Federale del Panico. Lui rispose: «Beh, erano Makarova russe!» – «E allora? Abbiamo centomila pistole russe dell’esercito nordvietnamita nel deposito dei servizi segreti.» All’ufficiale dei servizi segreti fu quindi ordinato di smontare tutte quelle pistole.

Secondo Repubblica (non ridete), il cancelliere tedesco (hanno ancora il cancelliere!) si preparerebbe ad accusare Mosca per i tre famosi droni dell’aeroporto di Lipsia (ne ha trattato anche Bartezzaghi sulla Settimana enigmistica). Sennonché i tre droni esplosivi sono stati arrestati senza opporre resistenza e si rifiutano di rilasciare dichiarazioni. Uno era semplicemente abbandonato, uno avrebbe attaccato un aereo senza esplodere e il terzo svolazzava senza meta finché un autista di autobus non lo ha abbattuto con un calcio.

Un ufficiale dei servizi segreti tedeschi ha osservato che gli attacchi sembravano così amatoriali da escludere l’intervento di attori statali. L’ufficiale è stato adibito a rimontare le pistole nordvietnamite e poi a trasportarle dal seminterrato alla soffitta e viceversa.

domenica 30 agosto 2026

Il punto cieco del gazzebo Pirelli

 

Mentre al riparo dall’afa soffocante mi trastullo sulla dialettica valore d’uso – valore di scambio, il mondo reale, quello degli schei, va avanti come un rullo compressore. Ne ho già scritto anche di recente, per esempio qui e anche qui, e perciò non desidero ripetermi. Segnalo al riguardo il nuovo rapporto Altrata.

Di seguito dirò di un altro rapporto, nostrano come i capponi del Manzoni, ovvero il Report Pirelli. Alleluia. Nel presentarlo nell’inserto del Sole 24 ore odierno, un sociologo, Derrick de Kerckhove (il quotidiano confindustriale lo indica come Kerchove), scrive:

«C’è un piccolo esperimento che chiunque può provare a fare, e la maggior parte di noi sa già come andrà a finire. Immaginate il mondo tra trent’anni. La versione cupa si presenta subito, già completa di tutti i dettagli e gli arredi: il caldo, le inondazioni, il lavoro affidato alle macchine, i prezzi che nessuno può permettersi. Ora provate immaginare l’opposto: una strada migliore, una scuola per cui valga la pena camminare, una vecchiaia che non sia solitaria, un modo di vivere insieme che funzioni davvero. Per la maggior parte di noi, a quel punto, lo schermo diventa nero. Non perché non lo desideriamo, ma perché proprio non riusciamo a concepire un’immagine adeguata.»

Questo genio della sociologia ha appena immaginato un sistema con strade migliori, assistenza adeguata agli anziani e salari che ti permettono di vivere dignitosamente. Dunque, un sistema socialdemocratico che funziona. Di tutto il resto, cioè della realtà di quest’ordine sociale, non gliene importa un fico. Perché se gliene importasse qualcosa e ne desse conto onestamente, ciò non gli darebbe accesso né ai compensi monetari Pirelli né alla prima pagina dell’inserto del Sole 24 ore.

Osserva ancora il sociologo che monta le Pirelli: «Quello che proviamo ora non è il solito brontolio di fronte alle notizie. È un tipo particolare di perdita: sembra che abbiamo smarrito la capacità di immaginare che la vita possa essere organizzato in modo diverso e migliore. [...] la causa, a mio avviso affonda molto più in profondità del carattere individuale e a ben poco a che fare con la bontà o la cattiveria delle persone.»

Dunque, Derrick si smarca dalla solita omelia pretesca, cerca le cause dello stato di cose presenti ben oltre la bontà o la cattiveria delle persone. Finalmente. Osserva con pacata genialità: «Con l’avvento della stampa, [...] milioni di persone si sono ritrovate sole davanti a una pagina, ciascuna immersa nei propri pensieri, nelle proprie convinzioni, nella propria vita interiore.»

Dio, com’è vero. È proprio con l’avvento della stampa che ci siamo trovati immersi nella nostra vita interiore. «È così – rivela Derrick –, che ha preso forma l’individuo moderno.» Grazie Gutenberg, che ci hai dato la possibilità di sviluppare «un io autonomo, separato, convinto di abitare il centro della propria coscienza e di guardare il mondo da lì, come un osservatore distinto da ciò che osserva.»

Dato che ci siamo, ringraziamo anche quegli anonimi nostri progenitori che ci hanno donato il modo di accendere il fuoco, illuminando il nostro io autonomo all’interno della caverna. E anche gli inventori della scrittura, che permette oggi al nostro io domestico di mettere in bella mostra nelle nostre librerie le opere classiche dell’antichità pagana. Eccetera.

Profondo Derrick, ma il suo scavo non si ferma al “centro della coscienza”, va ancora più in profondità, in quelle viscere dell’io autonomo che si collegano alla sua coscienza: «a quella forma di coscienza dobbiamo la nascita della scienza moderna, l’affermazione dei diritti individuali, il riconoscimento della dignità della persona. [...] Ha funzionato così bene che abbiamo finito per considerarlo l’unico modo possibile di essere umani.»

Derrick evidentemente conosce altri modi di essere umani, bevendo molti margarita. Dunque a una nuova coscienza dobbiamo la scienza moderna e poi anche tutta la merda che gli si aggrappa. Tutto promana da lì, dalla nostra coscienza stimolata dalla “pagina a stampa” di Gutenberg. La storia umana altro non sarebbe che uno svolgimento della coscienza individuale attraverso i suoi diversi gradi. Ecco svelato il filo conduttore dell’evoluzione storica umana: a un certo punto, la coscienza s’è liberata dall’antico giogo e s’è data alla caccia delle verità accessibili per la via delle scienze positive.

Non si trattava che di foggiare il mondo intero secondo i principi di questa nuova coscienza. E però «quell’idea di sé portava con sé un punto cieco. Ed è proprio da quel punto cieco che derivano molti problemi che oggi ci sembrano così difficili da affrontare.» Compreso il caldo e le alluvioni? Derrick non si pronuncia, è sufficiente averci rivelato qual è il punto cieco.

Che altri non è che l’”io”. Con la maiuscola o la minuscola non ha importanza. «Poiché si percepisce come separato, questo io tende a vedere il mondo come una collezione di cose: cose da conoscere, da utilizzare, da possedere. È estremamente abile nel conquistare, accumulare, misurare, controllare. Molto meno nel sentirsi parte di qualcosa. Fatica a riconoscere, nel profondo, di appartenere a una realtà più vasta e di avere nei suoi confronti una responsabilità». Un io porco, insomma.

Ma non s’era detto testualmente, caro Derrick, che la causa affonda molto più in profondità del carattere individuale e ha ben poco a che fare con la bontà o la cattiveria delle persone? E poi, che gli uomini, uniti o separati che fossero, non hanno forse in ogni tempo storico manifestato il desiderio se non la brama di conoscere, utilizzare e possedere le “cose”? Quindi di conquistare, accumulare, misurare, controllare? Dov’è mai la novità?

Derrick scivola via: «quando i problemi sono diventati grandi quanto il pianeta stesso, quando è apparso evidente che nulla esiste isolatamente e che ogni cosa è intrecciata a tutte le altre, quel punto cieco ha cominciato a mostrarsi in tutta la sua portata.»

Dunque, par di capre, il punto cieco non è l’io in quanto tale, quell’egoista irresponsabile che sta dentro di noi, ma la sua crisi. Derrik pensa che i problemi attuali dipendano solo da una coscienza sbagliata. Da quell’“io” che «si è trovato impreparato a comprendere un mondo fondato sulle relazioni, perché la soluzione è un problema condiviso e non nasce mai dall’azione di una singola parte. Nasce un nuovo modo di appartenere. Nasce dalla capacità di riconoscersi dentro una rete di legami, di obblighi reciproci, di destini incrociati. Ed è proprio questo che l’io moderno non ha mai davvero imparato a immaginare».

Padroni e schiavi salariati hanno obblighi reciproci e destini incrociati, che non vuol dire rapporti reali tra classi sociali, rapporti di proprietà e di sfruttamento tipici di quest’ordine sociale. Ma no, siamo tutti sulla stessa barca, poco importa chi rema e chi in plancia beve champagne. L’atto d’accusa è contro l’”io” comune, sta nel mormorare al nostro orecchio profezie sul “futuro”; smettiamola di «confondere il futuro con l’ennesima innovazione o con un gadget tecnologico».

Eh, caro Derrick, come vorrei darti retta, ma il problema è dirlo agli azionisti di quelle «150 società quotate a livello globale che contribuiscono maggiormente alla creazione di ricchezza per i miliardari, non di rado con valutazioni di mercato gonfiate di startup focalizzate sull’IA» (Rapporto Altrata, p. 10).

Nessun accenno, nemmeno velato alle contraddizioni insite nei rapporti di produzione, che non voglio chiamare capitalistici, mi limito a dire: moderni. Questi sociologi, semifilosofi e begli spiriti, sono pagati per richiamare le virtù della vecchia società e delle buone maniere nel mentre rimproverano agli elementi della loro stessa classe sociale, che vedono avvicinarsi il momento nel quale verranno sostituiti nel ruolo e nel processo sociale dalla tecnologia, di non essere abbastanza ascetici, di non mortificare abbastanza la carne e lo spirito in nome dei “comuni interessi”. Ma neanche i preti sono più ipocriti di così.

Quanto al fatto che «questo io moderno non ha mai davvero imparato a immaginare» un futuro diverso, «riconoscen[dosi] dentro una rete di legami, di obblighi reciproci, di destini incrociati», ad immaginare quindi «il modo nuovo di vivere insieme», beh, a questo riguardo bisogna proprio dire, Derrick, che sei uno stronzo. Uno di quegli stronzi, e dio sa quanti sono, che, nella crisi storica del sistema capitalistico, è stato incaricato d’impugnare la bisaccia da mendicante, agitandola come bandiera per raggruppare il ceto medio per fotterlo ancora e anche meglio.

Un vecchio sporco imbroglio

 

Molte persone, anche tra quelle riputate “colte”, ritengono che Marx sia stato, nella migliore delle ipotesi, fondamentalmente un “filosofo”; oppure, nella versione più becera, un ideologo, fondatore di una dottrina “politica” che porta il suo nome: il marxismo. In realtà egli è stato più di tutto uno scienziato, uno scienziato sociale diremmo oggi. Il maggiore studioso e critico dell’economia politica “classica” e, suo malgrado, anche di quella “volgare”.

A riguardo di “volgarità”, vorrei soffermarmi sulla più immediata e prosaica volgarità che s’incontra all’approccio dell’economia politica, laddove per indicare la merce gli economisti usano il termine “bene”. Sembra una mera pinzillacchera terminologica, e invece già in questa banale premessa trovano radice le successive assurdità della teoria economica, l’origine del “vecchio sporco imbroglio”, per dirla con Lucio Battisti.

Marx, per indicare la merce, non usa mai il termine “bene” (bonum). Infatti, è vero che ogni merce, sotto l’aspetto utile, è un valore d’uso, dunque un bene, ma non tutti i valori d’uso (“beni”) sono delle merci.

La natura è la prodiga fonte dei valori d’uso (in ciò consiste la ricchezza effettiva!), altrettanto quanto il lavoro, che è esso stesso soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza- lavoro umana.

La merce è un prodotto esclusivo del lavoro, anche se non tutti i prodotti del lavoro sono merci. Il valore d’uso di una merce, questo suo carattere di utilità, non dipende dal fatto che costi all’uomo molto o poco lavoro.

I valori d’uso costituiscono il contenuto materiale della ricchezza, qualunque sia la forma sociale di questa. Nella forma di società capitalistica i valori d’uso sono i depositari materiali del valore di scambio [*]. In quanto tale, il valore d’uso, è soltanto il mezzo per raggiungere un fine, cioè la produzione di valori di scambio (o meglio, di plusvalore in quanto valore di scambio accresciuto) [**].

Pertanto: la merce è, in primo luogo, una cosa che soddisfa un qualsiasi bisogno dell’uomo; in secondo luogo, una cosa che si può scambiare con un’altra. La merce è un’unità di valore d’uso e di valore di scambio.

Tra parentesi: laddove il valore d’uso entra in relazione con i rapporti sociali di produzione, influisce su di essi e ne subisce l’influenza, pertanto diventa anch’esso una categoria economica. Come sanno bene gli specialisti della réclame, per esempio.

Negli scambi sul mercato capitalistico si stabiliscono dei rapporti di equivalenza tra i valori d’uso più diversi e meno comparabili l’uno con l’altro (ferro e grano, per es.). Cos’hanno allora in comune tutte queste cose diverse, e che cosa le rende comparabili?

Hanno in comune il fatto di essere prodotti del lavoro umano. Attraverso lo scambio dei prodotti, gli uomini stabiliscono dei rapporti di equivalenza tra le diverse specie di lavoro.

Quel che le merci hanno in comune, quindi, non è il loro valore d’uso, bensì il lavoro umano astratto, il lavoro umano in generale, vale a dire il loro valore di scambio, la cui grandezza è determinata dalla quantità di lavoro socialmente necessario per la produzione di un determinato valore d’uso.

Non si tratta dunque di una distinzione terminologica e nemmeno semplicemente concettuale. Il rapporto dialettico tra valore d’uso e valore di scambio rappresenta la contraddizione fondamentale della merce all’interno del modo di produzione capitalistico.

[*] Purtroppo, e non solo in questi magri tempi, è necessario chiarire: solo in certe condizioni sociali un prodotto si trasforma in merce: queste condizioni storicamente determinate sono rappresentate dai rapporti di produzione mercantili, basati sull’esistenza di lavori effettuati indipendentemente l’uno dall’altro e collegati dallo scambio. Di per sé, quindi, la forma mercantile di produzione non si identifica con il modo di produzione capitalistico: ad esempio, all’interno del modo di produzione antico e feudale esistevano già rapporti di mercato (produzione mercantile semplice). Tuttavia, è soltanto nel capitalismo che la produzione mercantile si sviluppa a tal punto da diventare la forma produttiva assoluta e dominante. Anche la forza-lavoro umana, sottratta alle antiche forme produttive, viene trasformata in una merce (con buona pace di quell’essere fittizio di Karl Polanyi o di quell’insulso di Ludwig von Mises). I rapporti di mercato penetrano fin dentro il processo di produzione diventando i rapporti generali e più frequenti della società.

[**] Come dico in premessa, già in radice questa confusione, che non è solo concettuale, tra bene e merce è gravida di conseguenze. Infatti, di quid pro quo e di furbe confusioni è intessuta la “scienza” economica accademica (consumo, soddisfazione, comfort, felicità e altre coglionate sul genere Zygmunt Bauman, Consumo, dunque sono, ecc.) e a cascata il senso comune generale. Anche questo non accade casualmente. È vero che bisognerebbe istruire fin dalla scuola sui più basilari rudimenti economici (ma non è interesse dei “manovratori”), ma ciò risulterebbe ancor più esiziale dell’ignoranza. Prima ancora bisognerebbe rieducare gli economisti, i giornalisti, insomma i preti dell’ideologia borghese in generale. E ciò non è possibile in questo sistema sociale (anche somministrando poca zuppa e tanto duro lavoro). Però, se un giorno sarà data tale opportunità, si potrà tentare anche per questa via di moderata somministrazione di zuppa e forte spinta al duro lavoro.