sabato 26 settembre 2026

Viaggio nella notte: Dachau - Niederdorf

 

Ho terminato la lettura della biografia di Hjalmar Schacht, Il banchiere di Hitler, scritta da John Weitz, un ebreo americano (la precisazione ha un suo valore dato l’argomento trattato). La traduzione è stata edita da Piemme nel 1998.

Sarebbe stato sufficiente un editing appena più accurato per evitare alcuni grossolani errori storici dell’autore (oppure dei qui pro quo della traduttrice?), così come qualche imprecisione e superficialità, sempre della traduttrice (p. es.: Antwerp non tutti sanno che corrisponde ad Anversa; le armi non sono tutte “pistole”). Ad ogni modo, strafalcioni a parte, si tratta di un buon libro perché dall’inizio alla fine riporta il contenuto dell’autobiografia di Schacht: 76 Jahre meines Lebens (altro che Maria Elide Punturieri).

Per quanto riguarda gli strafalcioni, me la cavo subito citandone alcuni (altri richiederebbero osservazioni più “tecniche”): «Lo zar, che era ancora al comando delle truppe, cercò di allentare la pressione sugli Alleati che stanno combattendo in Francia sferrando un rischioso attacco finale alla Galizia polacca. Il suo esercito subì una disastrosa sconfitta, e il risultato fu un trattato di pace firmato a Brest Litovsk». C’è, evidente, un salto cronologico di tre anni tra la sconfitta in Galizia dell’esercito zarista e il trattato di Brest Litovsk (1918), senza dire che tra un fatto e l’altro accaddero altre cosucce, tanto che fu un certo Trockij a guidare (ma non a firmare) il trattato di Brest Litovsk.

Altro più lieve strafalcione: «Per la Germania era la fine dell’influenza di Ludendorff, la fine del ruolo del Kaiser e la fine della guerra. Questo portò il vendicativo trattato di pace firmato a Versailles nel 1921». Penso non sia necessario alcun commento, salvo il fatto che le cifre esatte delle riparazioni economiche furono effettivamente definite solo nel 1921, dunque due anni dopo Versailles. Ben noto è che nel tentativo di pagare le prime rate delle enormi somme stabilite per le riparazioni, il governo tedesco iniziò a stampare moneta in modo incontrollato, innescando la drammatica iperinflazione del 1923 e la conseguente occupazione militare franco-belga del bacino minerario della Ruhr. Ed è a questo punto che interviene Schacht. Ma tutto ciò è accademia, avrebbe detto il sardonico dottor Eldon Tyrell.

Ora una citazione involontariamente comica: «Si dice che Adolf Hitler, quando fu informato dell’opposizione del Papa a certi i piani nazisti, chiese: “Quante divisioni [di truppe] possiede il Papa?». Una battuta che piace tanto ai cattolici e però non viene lasciata alla paternità di Iosif Džugašvili.

Di Hjalmar Horace Greeley Schacht, e del perché portava il nome di un famoso giornalista e politico americano dei tempi della guerra di Secessione, magari racconterò in un’altra occasione. Leggendo il libro, m’imbatto in una cosa per me curiosa. Ero a conoscenza del famoso trasporto a mezzo autobus, nell’aprile 1945, dei circa 140 prigionieri “prominenti o speciali” (Sonderhäftlinge) dalla Germania verso il Tirolo meridionale, ma ignoravo un certo aspetto della vicenda del quale darò conto tra un po’ qui di seguito.

Personaggi più o meno importanti facevano parte della comitiva: oltre allo stesso Hjalmar Schacht, l’industriale Fritz Thyssen, l’ex primo ministro francese Léon Blum, l’ex cancelliere austriaco Kurt von Schuschnigg, il comandante in capo dell’esercito greco, generale Alexandros Papagos, con tutto il suo stato maggiore, il tenente Vasily Vasilyevich Kokorin, nipote del commissario del popolo per gli affari esteri Molotov, il generale italiano Sante Garibaldi e Mario Badoglio (figlio del maresciallo Pietro Badoglio) e altre personalità straniere e ufficiali generali tedeschi caduti in disgrazia, nonché anche donne e bambini appartenenti alle famiglie di Goerdeler, Stauffenberg, Hofacker e altri partecipanti al complotto del 20 luglio (Sippenhäftlinge, prigionieri per ragioni di sangue)).

Scopo del trasferimento: essere tenuti a disposizione di Ernst Kaltenbrunner, capo della polizia di sicurezza e generale di corpo d’armata delle Ss (il generale Karl Wolff era perfettamente a conoscenza del valore politico di quei prigionieri, ma non fu lui ad ordinarne il trasferimento da Dachau), che intendeva servirsene per trattare con gli alleati. Sopra a Kaltenbrunner stava ovviamente Himmler. Le Ss volevano ritirarsi nella “Fortezza Alpina” e negoziare lì per combattere insieme agli Alleati contro la Russia. Himmler contattò personalmente gli Alleati tramite la Svizzera. Questi rifiutarono di negoziare.

L’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA) radunò preventivamente da varie prigioni e campi di concentramento, tra ottobre e novembre del 1944, presso l’Hotel Hindenburg-Baude vicino a Bad Reinerz, nella Bassa Slesia, alcune decine di personalità detenute per poterle poi utilizzare in qualsiasi momento.

Il 30 novembre 1944, giunse il momento: l’operazione di presa degli ostaggi ebbe inizio. Il pericolo di una liberazione da parte dell’esercito russo era realistico. In quel giorno, l’RSHA prelevò i prigionieri dalla Bassa Slesia e li trasferì al campo di concentramento di Stutthof, nella Prussia occidentale.

Attraverso il campo di prigionia Ss e di polizia di Matzkau, vicino a Danzica, e il campo di concentramento di Buchenwald, vicino a Weimar in Turingia, i prigionieri appartenenti alle famiglie arrivarono a Dachau il 17 aprile 1945, dove si unirono ad altri prigionieri speciali provenienti da campi di concentramento come Flossenbürg, Mauthausen, Ravensbrück e Sachsenhausen.

Ma anche a Dachau, oltre a problemi logistici, l’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA) temeva che i prigionieri di spicco potessero cadere nelle mani degli americani in avanzata e quindi essere persi come merce di scambio nei vagheggiati negoziati.

Lasciarono il campo in tre trasporti: il 17, il 24 e il 26 aprile 1945. Il gruppo era composto da 37 familiari di prigionieri, 98 prigionieri speciali e i due prigionieri di Dachau, Wilhelm Visintainer e Paul Wauer, che erano stati assegnati agli ostaggi più importanti dall’amministrazione del campo di Dachau come cuoco e interprete.

Ciò che non mi era noto di questa vicenda del trasferimento dei prigionieri da Dachau al Tirolo era l’esatto itinerario percorso dagli autobus e la meta finale. A pagina 316 del Il banchiere di Hitler, leggo: «Una lunga colonna di autobus li condusse a sud, sulle montagne, fino a quando arrivarono nella cittadina di Niederndorf». Il nome di questa località mi è tutt’altro che sconosciuto, ma ritenevo si trattasse di una omonimia, ovvero che Niederndorf a cui si riferisce il libro fosse un’omonima località dell’Austria e non il paese di Villabassa/Niederndorf in provincia di Bolzano.

Rapida ricerca su Google maps, e apprendo dalla Pizia di Mountain View che Niederndorf esiste solo come località vicina a Dobbiaco, in Alta Val Pusteria. La cosa m’intriga personalmente assai. Il risultato sintetico al quale pervengo è il seguente.

Si tratta di uno degli episodi più spettacolari e drammatici degli ultimi giorni della IIGM. Il convoglio, partito il 27 aprile al comando dell’Ss-Obersturmführer (tenente) Edgar Stiller, raggiunse il Campo Speciale Ss di Innsbruck a Reichenau. Gli alloggi del campo sono inadeguati, sporchi e infestati dai parassiti. Stiller è indignato e si rifiuta di ospitare i “prigionieri speciali” nelle baracche fatiscenti. È responsabile della salute dei prigionieri e sa che solo gli ostaggi vivi hanno valore (come del resto gli operai). Almeno questo è ciò che si racconta.

La protesta di Stiller fa sì che il trasporto prosegua. La destinazione è ora l’Alto Adige. La Gauleitung (la direzione regionale nazista) di Innsbruck ha assegnato l’hotel Pragser Wildsee nelle Dolomiti come nuova sede dove alloggiare gli ostaggi. Tuttavia, Stiller non aveva ordini precisi in merito ad eventuali trattative e scambi di prigionieri, insomma l’operazione era lasciata un po’ a sé stessa in quegli ultimi giorni del conflitto e in pieno marasma.

La sera del 27 aprile, Stiller partì da Reichenau con cinque autobus. Il viaggio prevedeva l’attraversamento del Passo del Brennero, che il convoglio superò alle 3 del mattino. Nelle prime ore del mattino del 28 aprile, il convoglio si diresse verso la Val Pusteria. Quando Stiller arrivò con il convoglio nell’Alta Val Pusteria, poco prima di raggiungere la destinazione, si trovò di fronte a una sorpresa: l’avanguardia del convoglio aveva appreso che l’hotel Pragser Wildsee era occupato da tre generali di stato maggiore della Wehrmacht tedesca e dal loro seguito. Così Stiller e i suoi autobus si ritrovarono bloccati sulla strada principale fuori Niederdorf, a circa una decina di chilometri dal lago.

La notizia dell’arrivo dei prigionieri si diffuse rapidamente a Niederdorf. I prigionieri s’incamminarono a piedi verso il paese, dove furono accolti da un’ondata di solidarietà: ovunque possibile, la popolazione locale aiutò i prigionieri stremati. Le proteste delle guardie delle Ss rimasero in gran parte inascoltate. Gli avvenimenti che seguirono furono cruciali per la sorte dei prigionieri.

L’altro comandante della scorta, oltre a Stiller, ossia Ernst Bader (dell’SD, Sicherheitsdienst, il Servizio di Sicurezza e ufficiale delle guardie del campo di Dachau), aveva ricevuto l’ordine tassativo di uccidere tutti gli ostaggi qualora vi fosse stato il rischio che cadessero vivi nelle mani degli Alleati. Bader, del resto, aveva dato prova di essere un aguzzino e un assassino seriale (*).

Weitz, nel suo Il banchiere di Hitler, cita Fey von Hassell, una prigioniera, figlia dell’ex ambasciatore Ulrich von Hassell, giustiziato per aver preso parte all’attentato contro Hitler del 20 luglio 1944, la quale descrive nel libro di memorie autobiografiche, intitolato I giorni del cappio, ciò che avvenne in quella circostanza tanto drammatica.

Dal libro di Weitz: a Niederndorf (Villabassa), un prigioniero (il colonnello Bogislaw von Bonin) ascoltò di nascosto la conversazione tra due guardie delle Ss che pianificavano di far saltare in aria gli automezzi con delle bombe (?) per eliminare i prigionieri. Weitz scrive che Bonin vide un gruppo di ufficiali dell’esercito tedesco nella piazza del paese; uno di questi era il generale Heinrich von Vietinghoff, un suo caro amico.

Sempre secondo Weitz, che fa proprio il racconto di Fey von Hassell, il generale fu molto felice di rivederlo, e Bonin gli chiese il suo soccorso immediato. Vietinghoff mandò due ufficiali alla ricerca delle due Ss a capo del convoglio: li trovarono in un’osteria lì vicino e ordinarono loro di consegnare i prigionieri di andarsene con le altre guardie. Così fecero, e gli uomini dell’esercito ebbero la meglio su 80 guardie delle Ss (in realtà qualche decina).

Tutto troppo facile e pacifico. Dubito che ciò corrisponda esattamente al vero, soprattutto che in quel giorno il generale Vietinghoff si trovasse a Niederndorf/Villabassa. Il generale era il comandante del Gruppo d’armate C, con sede a Recoaro Terme. Dopo il bombardamento di Recoaro ripiegò con le truppe più a nord e a Bolzano fissò il suo comando. Pertanto è più realistico che Bonin riuscisse a telefonare a Bolzano e, non riuscendo a mettersi in contatto con von Vietinghoff, parlasse invece con il suo capo di stato maggiore, il generale Hans Röttiger, che pure conosceva, il quale gli promise di contattare von Vietinghoff per suo conto.

Da Bolzano un messaggio fu inviato alle truppe della Wehrmacht di stanza a Sexten (Sesto, dov’è cresciuto Jannik Sinner). Da Sesto partì per Niederndorf/Villabassa il giorno successivo il capitano Wichard von Alvensleben con 150 soldati.

Pagina del rapporto redatto nel nov. 1945 da von Alvensleben.

Intanto, a Niederdorf/Villabassa, Stiller telefonò all’ingegnere Anton Ducia, che era stato distaccato dalla Camera di Commercio di Innsbruck a Bolzano per coordinare le richieste di alloggio militari e civili in Alto Adige in qualità di responsabile degli approvvigionamenti del Commissario Supremo.

Come concordato telefonicamente con Stiller il giorno precedente, Anton Ducia arrivò a Niederdorf la mattina del 29 insieme al suo collega, il geografo Dr. Herbert Thalhammer. Si tenne un briefing sulla situazione con il comandante della guarnigione della Wehrmacht, il tenente colonnello von Rehm, e gli ufficiali delle Ss Stiller e Bader.

Stiller.

Anton Ducia contattò telefonicamente il sindaco di Niederdorf/Villabassa e organizzò una sistemazione provvisoria per i prigionieri. Questi furono alloggiati in parte nelle locande e nella canonica, e in parte su un cumulo di paglia ammassato in fretta nel municipio. Il resto della storia è assai più complesso di come viene raccontato di solito e qui non voglio tirarla per le lunghe.

Il 30 aprile i prigionieri furono liberati da soldati della Wehrmacht comandati dal citato capitano Wichard von Alvensleben (1902-1982), che evidentemente aveva ricevuto ordini in tal senso dai suoi superiori. Infatti, messe alle strette, le guardie Ss si ritirarono senza sparare. La maggior parte degli ormai ex detenuti fu trasferita nell’hotel Pragser Wildsee (Lago di Braies), dove vennero ricevuti dalla proprietaria, Emma Heiss-Hellenstainer.

Assegnazione delle camere, la 124 è firmata da Schacht.
Il documento è conservato presso l'hotel.

Ognuno di loro ricevette un piccolo biglietto con il numero di una camera. Le stanze sono gelide e, per la maggior parte, non possono essere riscaldate, poiché la stagione qui non inizia prima di giugno. Ma ora sono al sicuro, hanno un vero letto in cui dormire, possono lavarsi e possono mangiare a sazietà, anche se devono cucinare da sé a causa della mancanza di personale.

Chiaro che quei giorni furono un periodo di straordinaria intensità emotiva per quegli ex prigionieri di Dachau, ma ora l’immensa tensione si dissolve lentamente, così come la paura. Possono conversare indisturbati tra di loro e fare anche delle passeggiate. Il 4 maggio 1945, arrivarono al Lago di Braies le truppe americane guidate dai tenenti Melvin A. Ashe e Charles Anderson, accompagnati da partigiani italiani (**).

Un gruppo di ex prigionieri davanti all’hotel (dal lato del lago), ai primi di maggio c'era ancora la neve.

Pertanto, le truppe americane non liberarono i prigionieri, i quali erano già stati liberati dalle grinfie delle Ss il 30 aprile. Al contrario: l’arrivo degli americani portò alla successiva reclusione di alcuni degli ex prigionieri, questa volta per mano degli Alleati, tra i quali il dottor Hjalmar Schacht.

L’ex ministro dell’Economia di Weimar e poi del III Reich fu incriminato dagli Alleati e processato a Norimberga come uno dei principali criminali di guerra, ma venne assolto nell’autunno del 1946. Appena liberato a Norimberga, fu subito arrestato dalle nuove autorità tedesche e imprigionato. Ma di ciò dirò magari un’altra volta.

Nell’aprile del 2005 sette detenuti del 1945 sono tornati per tre giorni a Villabassa e al Lago di Braies su invito del Comune di Niederndorf/Villabassa e della famiglia Heiss dell’hotel Lago di Braies, in occasione delle celebrazioni del 60° anniversario della liberazione degli ostaggi. La foto qui sotto dell’Hotel l’ho scattata nel dicembre scorso.

(*) L’Ss-Untersturmführer (maggiore) Ernst Bader, numero di matricola Ss era 476078 e numero di iscrizione NSDAP 2868997. Nel 1944 prestò servizio presso il RSHA (Reichssicherheitshauptamt, l’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich) e successivamente fu distaccato presso la sede della Gestapo a Praga. Sfuggì a ogni sanzione e in seguito intraprese persino una carriera come agente di polizia. Penso non sia casuale che non si rinvengano altre sue notizie biografiche in rete.

(**) Fatto curioso: il fratello del capitano Wichard von Alvensleben, il colonnello delle SS Ludolf Jakob von Alvensleben, era all’epoca comandante (sia delle Ss che della polizia) di tutte le truppe delle Ss nella zona (Adriatico-Ovest). Dopo la guerra sfuggì alle indagini e al procedimento giudiziario e si dice sia morto quando la sua macchina si ribaltò su una strada fuori Dortmund, nell’agosto del 1953. Non c’erano testimoni dell’incidente. Da non confondere con altro criminale delle Ss: Ludolf-Hermann von Alvensleben, che scappò con la famiglia in Argentina dove morì nel 1970 sotto il nome di Carlos Lücke.

venerdì 25 settembre 2026

Non cambia e non può cambiare

 

Avrei voluto stupirvi con un post sull’attualità internazionale, ma ho letto con quale enfasi è stata data la ridicola notizia di un possibile attacco russo di droni contro l’Italia. Quindi di un criminale genocida che ci dice ciò che è bene e ciò che è male dallo scranno dell’ONU. C’è chi se lo merita eccome questo giornalismo e questo mondo di Netanyahu.

Perciò ripiego sull’attualità interna, dove sembra si scopra oggi, anno domini 2026, che dalla metà contribuenti viene solo il 5% dell’IRPEF e 9 milioni non la pagano, oltre due terzi versa solo il 20% dell’intero gettito dell’imposta (*).

In altri termini, ossia in altri numeri, 24,8 milioni, il 46% degli italiani, non ha redditi, non paga tasse e vive a carico della collettività e tuttavia beneficia gratuitamente di tutti i servizi dello Stato e delle Regioni, dalla scuola alla sanità. Il 5% più ricco della popolazione detiene quasi la metà (circa il 49%) della ricchezza nazionale, evidenziando una forte concentrazione interna a fronte di salari reali frenati non solo dall’inflazione, ma da politiche economiche “competitive” nell’impossibilità di svalutare la moneta propria (che non esiste), e in definitiva da una distribuzione della ricchezza di stampo medievale.

Un Paese di pezzenti. Salvo che per l’ABI: la ricchezza netta italiana è pari a 8 volte il reddito disponibile, un dato superiore alla media dell’area euro (7,5 volte) che testimonia la solidità patrimoniale accumulata storicamente. Va bene, incide la proprietà della prima casa. Ma perché la tassazione sui conti correnti è uguale per tutti, per chi ha 5k e chi ha un milione o più? Perché la tassazione sul portafoglio titoli è uguale per tutti, ossia un misero 0,2 per mille?

Ancora: perché le donazioni e successioni, con consistenti franchigie, sono tassate mediamente dal 4 al 6 per cento? Perché il capitale liquidato sulle polizze di rischio vita, in caso di morte dell’assicurato, è esente da IRPEF (per non parlare degli escamotage degli investimenti finanziari travestiti da polizza)? Ce lo chiede l’Europa? Per non dire poi del cosiddetto zainetto fiscale, con il quale si può recuperare/compensare plusvalenze e minusvalenze generate dal capitale di rischio (azioni/obbligazioni, derivati, “certificate”, ecc.), ossia capitale speculativo.

Eccetera, eccetera, eccetera.

Mi chiedo, perché tanto stupore e tutta questa enfasi mediatica? È una situazione nota da decenni. Si sta pensando a qualche intervento, ovviamente “mirato”, per metterlo in culo ancora e sempre ai redditi medio-bassi? Destra, sinistra, centro, sopra e sotto, la situazione non cambia e non può cambiare. C’è il “pilota automatico”, disse cinicamente ma con divertita sincerità “il candidato PdR trombato”.

In questo caso il “pilota” non è la UE o la BCE, ma la effettiva dittatura di ceti sociali e corporazioni che votano. Il voto non paga, ma ciò vale per tutti gli altri. Lo zoccolo duro regge, per il momento, e reggerà finché alla maggioranza di questo Paese di arlecchini & ipocriti, tutto sommato le cose stanno bene così.

(*) Il gettito Irpef complessivo generato dagli immigrati tocca i 12,6 miliardi di euro, su un totale complessivo nazionale di 193,316 miliardi, ossia circa il 6 per cento. Il numero degli immigrati in Italia si aggira sui 9,1 milioni. La stima è mia sulla base dei dati pubblicati.

giovedì 24 settembre 2026

Lo zio Alf

 

Secondo il rapporto conclusivo della Direzione di Polizia di Monaco, datato 28 settembre 1931, Angelika Raubal, detta Geli, una ragazza di 23 anni, fu trovata morta, con una ferita da arma da fuoco, il 19 settembre alle ore 10.15 nell’appartamento di un elegante condominio nella Prinzregentenplatz a Monaco.

Abitava in quell’appartamento dal 1929, assieme allo zio materno di 42 anni. Entrambi erano originari dell’Austria. La madre della ragazza, Angela, era la sorellastra dello zio. Lo zio di Geli, lo “zio Alf”, come lo chiamava lei, quando questa aveva 15 anni, cioè nel 1923, venne nominato suo tutore. Geli, fino al 1927, si era iscritta a medicina e dopo pochi mesi aveva abbandonato. Nel tempo libero, la giovane si recava all’Opera con lo zio o viaggiava con lui. La ragazza venne spesso ritratta anche dal fotografo ufficiale dello zio Alf, Heinrich Hoffmann.

Geli espresse il desiderio di diventare cantante lirica e lo zio finanziò i suoi studi. Il 14 settembre 1930, lo zio era stato eletto al Reichstag. Il fatto che zio e nipote vivessero nello stesso appartamento dava adito a voci su un rapporto descritto dai contemporanei come morboso, ossessivo e geloso.

Quale che fosse la verità, in seguito si sostenne che Geli non poteva uscire da sola ed era dispoticamente assoggettata al dominio psicologico e fisico esercitato dallo zio Alf, senza il consenso del quale non poteva fare nulla, confinata in una prigione in cui la sua volontà era totalmente annullata. In realtà Geli aveva intrattenuto più di una relazione con altri uomini della cerchia dello zio, fino a progettare il matrimonio con Emil Maurice, autista dello zio e suo fedele accompagnatore.

Che vi fosse una forte infatuazione dello zio per la nipote è un fatto acclarato da plurime testimonianze coeve. Per esempio, Alice Franck Stock, all’epoca vicina di pianerottolo di Hitler e Geli in Prinzregentenplatz, all’età di 101 anni, nel 2020, non ha mostrato dubbi: “Tutti sapevano della loro relazione”, ha dichiarato senza mezzi termini a proposito del legame tra la ragazza e lo zio.

Leni Riefenstahl, la famosa regista, racconta di una visita presso l’abitazione dello zio di Geli, avvenuta anni dopo, il giorno di natale del 1935: «[...] mi prende per un braccio e mi conduce davanti ad una porta segreta al fondo del corridoio. Tira fuori la chiave, apre e mi mostrò uno scrigno: libri, spazzole, abiti, tutti accuratamente sistemati sembrano aspettare che li userà, e che può tornare da un momento all’altro. In un angolo troneggia il busto in bronzo di una ragazza, con accanto un vaso di fiori freschi: “Geli, mia nipote. L’ho amata molto. Era l’unica donna che avrei potuto sposare. Ma il destino non l’ha permesso.»

La camera di Geli nel Prinzregentenplatz diventa una sorta di reliquiario, lo scultore Ferdinand Liebermann scolpisce un busto di lei, che sarà collocato al posto d’onore nella nuova Cancelleria del Reich. Invece il bassorilievo “Geli”, scolpito da Josef Thorak, e un ritratto di lei, dipinto da Adolf Ziegler, vengono installati nella camera da letto dello zio. Un altro quadro dell’amata, con fiori sempre freschi, adorna poi il Berghof.

La versione ufficiale, avvalorata dal rapporto di polizia, affermava che la giovane donna si era chiusa in camera dopo una discussione con lo zio e si era suicidata con la pistola dello zio, dopo la partenza di questi per Norimberga. Geli aveva dimestichezza con la pistola dello zio, come testimoniato molto dopo da Henriette Hoffmann, figlia del fotografo dello zio Alf:

«In un poligono di tiro nei dintorni di Monaco imparavamo a sparare. Potevamo usare la pistola Walther 7,85 [calibro che non esiste per quella casa] una per volta, poi pulirla, rimetterne in insieme i pezzi, caricarla e togliere la sicura. Ci divertivamo così, come nella scena di un film di Tom Mix, con cowboy pistoleri, ma innocui e sereni. Solo adesso solo che adesso il gioco si era fatto improvvisamente serio.»

L’inchiesta sulla morte di Geli fu archiviata e non venne eseguita alcuna autopsia.

Agosto 1931

Secondo una certa versione, la sera prima della morte, i due ebbero un violentissimo litigio. Geli voleva trasferirsi a Vienna per sposarsi e continuare gli studi di canto, ma lo zio glielo proibì categoricamente. Molti ipotizzarono che la furia del leader nazista o la scoperta di relazioni clandestine di lei potessero aver scatenato un gesto estremo dello zio.

Ogni tanto ricompare sulla stampa la stessa storia, gli stessi sospetti sul suicidio/omicidio di Geli. C’è anche chi vi ha scritto un romanzo di quasi 500 pagine: L’Angelo di Monaco, di Fabiano Massimi, edizioni Longanesi, 2020,, ma si tratta, appunto, di un romanzo che non ha nulla a che fare con la realtà storica.

Riferiva il 22 settembre il settimanale Der Spiegel, che a distanza di 95 anni, uno storico tedesco, Harald Sandner, ha scoperto in un registro dei decessi negli Archivi di Stato bavaresi che la data del ritrovamento del corpo di Geli, il 19 settembre, non corrisponde alla data dell’effettivo decesso, che sarebbe avvenuto il giorno precedente. Anche due necrologi coevi, scoperti di recente, menzionano questa data della morte. Da ciò emerge che lo zio si trovasse ancora a Monaco il giorno 18, quando avvenne effettivamente la morte della nipote e non a Norimberga come da egli stesso asserito.

C’è da osservare che la data della morte di Geli è ovunque riportata per il 18 settembre e non il 19. Dove starebbe dunque la novità?

Vediamo come andarono i fatti secondo il verbale della polizia: «Il cadavere era nella camera, che ha un’unica entrata, e una sola finestra sul Prinzregentenplatz, con la faccia a terra è rivolta verso il sofà, sul quale stava una pistola Walther 6,35 [esiste il 7.65]. Il dr. Muller, medico della polizia, ha stabilito che il colpo mortale aveva perforato i polmoni e il rigor mortis era sopravvenuto dopo parecchie ore, tra le 17 e le 18. Si trattava inoltre di un colpo sparato da distanza ravvicinata, e penetrato attraverso l’abito e la pelle, al di sopra del cuore, che quindi non era stato toccato. Il proiettile non era neanche uscito dall’altra parte, bensì si era conficcato sul fianco sinistro del corpo, al di sopra dell’anca, sottopelle.»

Dunque, anche secondo il verbale, il decesso di Geli non sarebbe avvenuto il mattino del 19 settembre, ma il giorno precedente, quando lo zio Alf era ancora a Monaco. Ma ciò corrisponde al vero?

Lo zio Alf, il mattino del 18 settembre 1931, un venerdì, volle intraprendere un nuovo giro elettorale nel nord del paese; il fotografo Hoffman lo accompagna e descrive i preparativi del viaggio in questi termini: «Quando entrai in casa sua, Geli era presente, e lo stava aiutando a fare la valigia. Lasciammo l’abitazione e, mentre già stavamo scendendo le scale, Geli si affacciò alla ringhiera e gridò: “Au revoir, zio Aldolf! Au revoir, signor Hoffmann”. Hitler si fermò a guardare in su. Indugiò un attimo, poi si voltò e risali le scale, mentre io lo aspettavo giù alla porta d’ingresso. Poco dopo torno a scendere.» (Heinrich Hoffmann, Hitler was my friend, Burke, Londra, 1955, p. 152.

Hitler trascorso la notte a Norimberga. Il giorno seguente, il 19 settembre, salì in macchina con Schreck, l’autista. Il fattorino dell’hotel ricevette la telefonata di Hess che gli intimava di richiamare immediatamente Hitler a Monaco. Il giovane salì su un taxi che seguì Schreck e alla fine riuscì a fermare l'auto. Hitler tornò quindi in hotel, rispose alla chiamata di Hess e poi Schreck ricevette effettivamente una multa per infrazione al codice della strada nella vicina Hiltpoltstein mentre stavano freneticamente tornando a Monaco. La multa esiste ancora e la sua riproduzione è stata pubblicata su Der Spiegel nel 1983 e di nuovo nel 1999.

Geli si suicidò nel tardo pomeriggio o la sera del 18 settembre.

Vero è che diverse persone erano presenti nell’appartamento di Prinzregentenplatz dove è stato ritrovato il corpo. Le trascrizioni delle interviste al personale domestico contenevano significative incongruenze riguardo alla sequenza degli eventi e al momento esatto in cui la tragedia è stata notata. Gli investigatori non hanno approfondito a sufficienza queste discrepanze.

Ma è altrettanto vero che Anni Winter, governante e amministratrice dell’appartamento, e suo marito, insieme alla cameriera Maria Reichert, erano le uniche persone presenti nell’appartamento la sera della sua morte. Nessun altro avrebbe potuto entrare nell’appartamento chiuso a chiave senza che loro lo sapessero. Poche ore prima della sua morte, Geli trovò un biglietto che Eva Braun aveva lasciato nella tasca della giacca di Hitler, ringraziandolo per averla portata all’opera. Geli strappò il biglietto in quattro pezzi e li lasciò ben in vista sul comò di Hitler. Anni Winter lesse il biglietto strappato e ne parlò a diverse persone.

mercoledì 23 settembre 2026

Su Xiaobai

 

Palazzo Soranzo-van Axel è attiguo alla splendida chiesa di Santa Maria dei Miracoli, uno dei primi esempi rinascimentali a Venezia. Il palazzo, fondamenta de le Erbe, sestiere di Cannaregio (dunque da non confondere con l’omonimo palazzo Soranzo in Santa Croce), esternamente ricorda il tardo gotico e ha comunque un suo fascino, come quasi tutte le costruzioni veneziane dei secoli migliori.

L’edificio si può visitare in occasione della mostra dell’artista cinese Su Xiaobai, evento collaterale della Biennale di Venezia. L’ingresso è gratuito, anche perché l’interno del palazzo non presenta nulla di significativo, salvo la vera da pozzo posta all’ingresso per la compulsiva gioia digitale dei visitatori.

Su Xiaobai (1949), ha scoperto la sua vena artistica a quasi quarant’anni. Si dice abbia «sviluppato un’arte sensuale [?] ma rigorosa, che sfida ogni classificazione», e che «dialoga sia con il linguaggio dell’arte astratta occidentale sia con le tradizioni della filosofia cinese, incluso il sutra buddista: “Tutto è niente, niente è tutto”».

Mancandomi la conoscenza dei sutra di Siddhartha Gautama, accolgo senza riserve il giudizio: la sua “arte” è inclassificabile, un niente di tutto e un tutto di niente. Stesso giudizio che si ricava da AI di Google:

«Per lo sguardo occidentale, la semplicità radicale e il profondo legame con la spiritualità e la memoria rischiano di apparire hermetici [sic!] o difficili da decodificare appieno nei loro strati concettuali più intimi.»

Non vedo cos’altro si potrebbe aggiungere di più “intelligente” al riguardo degli “strati concettuali più intimi” di Su Xiaobai, di gente che antepone il primato del concetto sull’oggetto. Si tratta di “smaterializzazione” dell’arte, ossia dell’arte ridotta a un’idea o a un’azione astratta. Salvo che chi acquista queste “opere” lo fa sulla base del loro status di oggetti nella forma di merce, del prosaico concetto di “investimento”.

Del resto, a pensarci bene, il mondo è pieno di oggetti, più o meno interessanti; per quale motivo aggiungerne altri? A tal fine basterebbe un’arte ultra-concettuale fatta di soli International Bank Account Number degli artisti (non si vive di soli concetti, si deve pur mangiare).

Su Xiaobai non è così ortodosso nella prassi smaterializzatrice, al contrario, propende per opere concrete e di grandi dimensioni, laddove ogni opera è tutt’altro che invisibile o irrealizzata, fino a diventare ingombrante, e tuttavia deve comunque costituire arte priva di autentico interesse visivo e impossibile difficile da decodificare senza un’adeguata propedeutica.

L’artista cinese con residenza germanica, per il suo oggettivo sostentamento si aggiudica il 5730° posto nella classifica mondiale degli artisti più venduti all’asta (fatturato 2025). Ha realizzato le sue migliori vendite principalmente in Cina, ma le sue quotazioni sono in live declino, comunque ci vogliono circa 40k euro per mettersi in casa una sua opera (in tal caso avvertite la vostra colf che si tratta di un’opera d’arte e non di oggetto ingombrante da conferire in discarica).

Quando Su Xiaobai, artista sfuggito alla zappa maoista, non crea capolavori, scrive: «quando Dio creò la terra circa 6.000 anni fa, deve avervi impresso anche una lunga storia di formazione del territorio, che ha affascinato gli archeologi. Anch’io sono affascinato dal modo in cui la lacca e le piastrelle racchiudono antiche tradizioni e storie. Lo stesso vale per certi colori: non vengono usati semplicemente per rappresentare delle forme; sono storia e storie in sé».

L'imitatore


Immaginiamo che Hitler avesse tenuto, nel 1936, un discorso presso la sede ginevrina della Società delle Nazioni, l’antesignana dell’ONU attuale. Ipotizziamo chiedesse di annettere la Cecoslovacchia e l’Austria al Reich, come poi in realtà avvenne, e avesse minacciato di distruzione la Polonia, cosa che non mancò di fare in seguito (*).

Mi chiedo quale reazione avrebbe provocato il discorso di Hitler presso i delegati presenti nella sala, quindi sulla stampa e presso i governi di tutto il mondo. Solo qualche strillo di giornale e poco altro?

Nel 1936, di Anschluss neanche a parlarne. Hitler non avrebbe potuto affermare che l’Austria sarebbe passata sotto “il controllo permanente [della Germania] sulla sicurezza e su tutte le altre questioni” senza suscitare le reazioni, per esempio, di Mussolini, il quale avrebbe mandato o minacciato di inviare le sue truppe al Brennero, come aveva già fatto nel 1934.

Quanto alla Cecoslovacchia, Parigi e soprattutto Londra si piegarono vergognosamente. Ma quando toccò alla Polonia, il bluff di Hitler non funzionò più. Insomma, a tutto c’è un limite. E chi potrebbe oggi minacciare di guerra gli Stati Uniti a proposito delle loro reiterate aggressioni? La guerra è esclusa, solo Washington può minacciarla e, localmente e impunemente, porla in atto. In nome della “libertà” e della “sicurezza”.

Trump non è Hitler, non gli riesce bene nemmeno la caricatura. Ma ieri, come sua consuetudine, si è comportato come un dittatore, offrendo uno spettacolo che ci dovrebbe far vergognare tutti. E invece ... Mancava solo che sputasse per terra e scorreggiasse rumorosamente. Nemmeno questo avrebbe scosso più di tanto i delegati delle varie nazioni, che sono rimasti al loro posto silenti o anche plaudenti (tranne Cuba, per ovvi motivi).

E che Cuba sia sotto assedio, mi pare evidente. Il comunismo non arriverà mai in America, “ma la libertà arriverà a Cuba”, ha dichiarato il paladino dell’America First, la cui amministrazione conta sul collasso economico e sociale dell’isola attraverso un blocco totale.

Per non parlare di ciò che è avvenuto in Venezuela. Anche la guerra all’Iran è un fatto contrario alla Carta dell’ONU. Una guerra che mostra segni di una possibile escalation e che sta influenzando la distribuzione di petrolio e gas, con ripercussioni a cascata sull’economia globale.

Trump ha minacciato di ridurre l’Iran “all’inferno, senza possibilità di sopravvivenza e senza speranza di una futura grandezza o di un futuro prospero per le generazioni a venire”, se Teheran non farà come dice lui.

Che del genocidio palestinese gli Stati Uniti siano complici degli israeliani non ci piove. Che proprio in occasione del suo discorso la Groenlandia, l’isola più vasta del pianeta, sia stata di fatto annessa agli Stati Uniti solo degli ipocriti potrebbero negare.

Trump si è occupato ovviamente anche della guerra in Ucraina, dicendo che la pace è dietro l’angolo. A tale proposito, è passata sotto silenzio la dichiarazione del primo ministro polacco Donald Tusk, il quale ha affermato che l’esercito ucraino perde 27.000 uomini al mese tra morti e feriti. Ha affermato di aver ricevuto queste informazioni direttamente da Kiev. Zelensky e i suoi collaboratori non hanno smentito la notizia.

Nel suo discorso di circa 37 minuti, Trump ha anche esortato “tutti gli Stati membri della Corte penale internazionale a ritirarsi immediatamente da questa istituzione senza scrupoli”. Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha promesso di smantellare la CPI, che processa gli autori dei crimini più gravi al mondo, “mattone dopo mattone”. Ha definito la Corte “una minaccia intollerabile alla sovranità americana”.

I banditi internazionali con sede a Washington e a Wall Street sono furiosi per l’emissione di un mandato di arresto nei confronti del più efferato criminale dell’ultimo mezzo secolo: Benjamin Netanyahu.

Insomma, penso che a suo tempo Hitler, nel suo ipotetico discorso a Ginevra, sarebbe stato più cauto e conciliante, sicuramente meno smargiasso, di quanto è avvenuto ieri con Trump.

(*) Nella realtà storica, la Germania aveva aderito alla Società delle Nazioni nel 1926 e ne uscì nel 1933.