giovedì 16 luglio 2026

Sempre un alito cattivo

 

Ho iniziato la lettura del nuovo saggio di Luciano Canfora dal titolo: Comunismo, un’altra storia. Negli ultimi tre anni e mezzo scarsi, il filologo barese ci ha fatto dono di ben dieci saggi pubblicati, alcuni di notevole spessore anche cartaceo.

Del nuovo saggio, ho letto le prime 20 pagine. Dunque sarebbe quantomeno azzardato da parte mia esprimere un qualsiasi giudizio, se non fosse che questi primi 7 capitoletti si chiudono con un’affermazione così perentoria da confermare un mio antico giudizio sul Canfora stesso.

Ma prima desidero riportare la frasetta con la quale Canfora liquida definitivamente l’opera di Marx: «Col che la sua opera [di Marx] è diventata vieppiù soltanto un affascinante oggetto di studio.»

Questo giudizio tranchant, secondo l’autore del libro, deriverebbe dal fatto che Marx, pur avendo «introdotto un elemento di scientificità dentro la cornice di una preesistente, colossale utopia, è, per suo carattere, contingente, ossia legata a condizioni materiali e rapporti sociali che mutano ma mano, di necessità».

Pertanto, sostiene Canfora, il contributo scientifico di Marx, ancorato a condizioni e rapporti sociali tipicamente ottocenteschi ed eurocentrici, avrebbe perso la sua efficacia scientifica e critica a fronte delle mutate condizioni materiali e sociali seguite alla sua epoca.

Sembra che Canfora ignori anzitutto la categoria di formazione economico sociale, che il materialismo storico concettualizza nella struttura di un sistema dinamico di rapporti organicamente legati ed in continua interazione, sulla base di un dato modo di produzione e secondo leggi specifiche.

È naturale che una stessa formazione sociale possa assumere forme concrete molto diverse. Ad esempio, la formazione sociale capitalistica, nella stessa epoca, può determinarsi nella forma statunitense, cinese, argentina, ecc.. Ciò si spiega con l’ineguale grado di sviluppo del modo di produzione capitalistico, nonché con la storia particolare di ciascuna nazione, con la peculiare forma di interazione dei diversi sottosistemi (economico, politico, giuridico, ...).

La conoscenza concreta di ciascuna formazione, ad ogni stadio particolare del suo sviluppo, non potrà che essere, perciò, il risultato di una analisi concreta della situazione concreta, ma il concetto di formazione economico sociale resta in ogni caso indispensabile per comprendere le leggi generali oggettive di funzionamento e di sviluppo proprie ad ogni sistema sociale indipendentemente dalle sue particolarità.

Ciò premesso, l’oggetto d’indagine di Marx è il modo capitalistico di produzione e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono, e non - come hanno creduto in molti e con essi Canfora – il capitalismo europeo della seconda metà del XIX secolo, ovvero l’Inghilterra, che pure, nella sua epoca, era di questo oggetto la “sede classica”.

Certo che l’Inghilterra viene presa in considerazione da Marx nella costruzione della sua teoria, poiché essa era la forma più sviluppata del fenomeno che egli considera; ma, nella Prefazione alla prima edizione (luglio 1867) de Il Capitale, Marx mette in chiaro che:

«In sé e per sé, non si tratta del grado maggiore o minore di sviluppo degli antagonismi sociali derivanti dalle leggi naturali della produzione capitalistica, ma proprio di tali leggi, di tali tendenze che operano e si fanno valere con bronzea necessità. Il paese industrialmente più sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l’immagine del suo avvenire.»

In altri termini, ciò che interessa a Marx è il modo di produzione capitalistico in generale, le sue leggi e le sue tendenze (sui concetti di legge e di tendenza occorre essere precisi, poiché si tratta di strumenti essenziali per l’elaborazione di una immagine scientifica del mondo), e non, invece, una sua forma determinata ad un qualche stadio del suo divenire.

È proprio questo che interessa a Marx: estrapolare dalle leggi generali del divenire capitalistico la tendenza; simulare concettualmente, secondo procedure dialettiche (logiche e/o matematiche), il loro movimento intrinsecamente contraddittorio, per carpire al futuro la loro forma divenuta.

Sono questi gli strumenti che gli consentiranno le più ardite operazioni del pensiero; gli consentiranno, cioè, di spingersi per via analitica fino agli estremi limiti del modo di produzione capitalistico, oltre i quali si spalanca la breccia di una discontinuità qualitativa epocale e, a partire di lì, riguardare con occhi nuovi, e secondo nuove prospettive, anche il presente!

Ignorare, o fingere di ignorare, che le leggi economiche scoperte da Marx conservano validità generale per quanto riguarda tutta la storia della formazione sociale capitalistica e del relativo modo di produzione, significa ignorare le motivazioni più profonde e più vere della crisi della formazione economica capitalistica e dunque anche della odierna contesa imperialistica.

Anche noi dovremmo chiederci con Engels: “Forse la feudalità è stata mai corrispondente al suo concetto?”

Il mio giudizio su Canfora, a riguardo del suo rapporto con Marx e il materialismo storico, ebbi modo di esprimerlo già 12 anni fa. Forse oggi lo sostanzierei meglio, ma nella sostanza penso che non lo muterei.

[...]

 

In seguito alla sconfitta della nazionale francese di calcio contro la Spagna nella semifinale dei Mondiali, si sono verificati disordini in numerose città, sebbene, secondo una valutazione del ministero dell’Interno francese, non si siano registrati incidenti gravi. Il ministero ha segnalato scontri con la polizia in 183 città, in particolare a Parigi e Lione. Sono state arrestate 342 persone, di cui 250 in stato di fermo. In 688 casi, gli agenti sono stati presi di mira con fuochi d’artificio e ne sono stati sequestrati 1.128.

Un modo alternativo per festeggiare il 14 luglio.


Sapete dove si trova il Kirghizistan? Da qualche parte in Asia, ovviamente. L’Unione Europea vuole ristabilire l’”ordine” nel paese centroasiatico e per questo ha imposto delle sanzioni.

Dal giornale umoristico Repubblica.

martedì 14 luglio 2026

Esplorazioni socio-etnologiche

 

Questa mattina, poco dopo le 10, ero in auto e ho acceso la radio. Le varie emittenti trasmettevano réclame in sincrono, perciò ho optato per radiotre, il canale radiofonico delle persone colte e di sinistra, quelle che ascoltano musica etnica malgascia a pranzo e Brahms al cesso.

Ho seguito la trasmissione per pochi minuti, il tempo di arrivare dove volevo andare, per dirla con Totò. Tema odierno: la concentrazione della ricchezza presso i soliti noti Paperoni. È sempre un argomento di vendita e garantisce ascolti più alti, senza mai chiarire i meccanismi sociali che governano questo mondo. Del resto, anch’io, proveniente da una classe sociale “inferiore”, da decenni cerco di decifrare i meccanismi del dominio sociale studiando le diverse soggettività prodotte dalla natura specifica dell’esistenza della classe dominante.

Nella trasmissione radiofonica si citava l’esempio dell’ex moglie di Jeff Bezos, che, ricevuti 36 miliardi di dollari dal marito, ne assegnava 26 in beneficienza (riferisco i dati ascoltati per radio). Nonostante ciò, dopo pochi anni, la signora godeva di un patrimonio ancora maggiore, di ben 46 miliardi, causa aumento valore delle “residue” azioni dall’ex marito rimastele in portafoglio.

Della serie: il diavolo continua a cagare sul mucchio più grande. Discutere di ciò è sterile: nonostante tutto questo denaro elargito in beneficienza, la disuguaglianza globale tra ricchi e poveri non fa che aumentare, come sottolinea regolarmente l’organizzazione Oxfam. Quindi è seguita per radio l’immancabile invocazione per una più equa distribuzione della ricchezza sociale a mezzo tassazione e altre favole del genere, con dotta citazione di Piketty (poteva mancare questo insulso tra gli insulsi che ha “scoperto” che la ricchezza è costituita principalmente da capitali ed eredità?).

Il fatto che si rimproveri ai super ricchi (high net worth individuals) la loro ricchezza dà il senso del generale disorientamento. Sarebbero dunque i “ricchi” la causa dei problemi, e non dunque essi stessi il prodotto dei rapporti sociali vigenti. È questo il volgare e imbarazzante modo di concepire il dominio di classe con le categorie politico-sociologiche di un Proudhon (la proprietà è un furto!) o di un ancor più volgare Piketty.

Denunciare l’accumulazione di ricchezze esorbitanti in poche mani è doveroso, ma soffermarsi solo su tale aspetto significa rimanere sul terreno di una critica etica. Una critica laterale che la borghesia miliardaria alla Bill Gates non solo accetta (donare parte delle proprie “fortune” in beneficenza riduce il carico fiscale), ma pavoneggia come un sano esempio di libertà e democrazia (per Bill il pericolo maggiore al mondo sono “i microbi, non i missili”).

I super ricchi esercitano un certo fascino (già la nobiltà, sebbene decaduta nella sua rappresentazione istituzionale, nell’inconscio e nell’immaginario collettivo conserva un suo posto), emanando una straordinaria stranezza, quasi un tocco di esotismo. Del resto, la ricchezza non si limita al denaro e ai beni materiali. Questi sono necessari, ma non sufficienti. Esiste una grande varietà di ricchezze, ma tutte condividono lo stesso background, poiché tutte possiedono queste diverse forme di ricchezza, tra cui la cultura e le connessioni sociali (per entrare facilmente nel mondo del lavoro e seguire un percorso consolidato verso il “successo”), che conferiscono loro una posizione dominante nella società. Basta leggere Balzac, il quale fotografava l’ambiente sociale altamente codificato dell’alta società parigina e la complessità della violenza insita nei rapporti di classe.

Posto per assurdo che i ricchi abbiano effettivamente gli stessi interessi dei poveri, possono benissimo essere d’accordo con stronzate tipo una più equa tassazione e anzi offrire con larghezza in beneficienza il loro denaro per migliorare la condizione dei poveri, eccetera. La storiella del filantropo eroico che vuole “rendere il mondo un posto migliore” è ben nota e piace soprattutto a sinistra. L’idea che la gestione pubblica della ricchezza socialmente prodotta possa essere più efficiente non li sfiora nemmeno.

I miglioramenti che si realizzano sul terreno dei rapporti di produzione borghesi, non cambiano nulla del rapporto fra capitale e lavoro sfruttato, ma spesso assolvono la funzione di diminuire le spese che il vertice della gerarchia sociale deve sostenere per la pace e concordia sociale, indi per il suo dominio: la filantropia è una forma e un esercizio di potere (vedi l’evergetismo nell’antica Roma), oltre che un formidabile veicolo per la reputazione elitaria.

Quanto alla trita ricetta sulla tassazione dei profitti e della ricchezza, è necessario aver chiara una cosa: forme e misura del welfare non sono né saranno mai una variabile indipendente dalle dinamiche dell’accumulazione capitalistica. Infatti, il capitalista, quando investe, si aspetta un profitto. Non un profitto qualsiasi, bensì un determinato saggio del profitto. Il capitale pertanto ha bisogno: 1) di acquistare a un certo prezzo la forza-lavoro e di estrarne tutto il plusvalore possibile; 2) di operare in determinate e sicure condizioni, anzitutto regolamentazione fiscale e altri oneri sociali favorevoli. Il resto è dettaglio.

Sono in viaggio

 

Vannacci o Trump non sono argomenti così aggrappanti nel caldo afoso di luglio. Invece il termine Laniakea? Deriva dalla lingua hawaiana e significa “cieli incommensurabili”. È il nome assegnato dagli astronomi nel 2014 per identificare il superammasso di galassie che ospita anche la nostra Via Lattea. Si estende per circa 520 milioni di anni luce e contiene all’incirca 100.000 galassie.

Al suo interno c’è il superammasso della Vergine (di cui fa parte la nostra galassia) e altri ammassi minori, tutti uniti e interconnessi da attrazioni gravitazionali comuni. Dio ha creato tutto questo per dare lavoro agli astronomi e al settore industriale che si occupa di telescopi, cannocchiali e lenti d’ingrandimento. 

Quasi nascosto alla nostra vista (da quella del mio terrazzo, per esempio), c’è il Grande Attrattore. Infatti si trova quasi esattamente dietro al centro della Via Lattea, nascosto da un sacco di polvere cosmica. Viaggiamo comodamente verso di esso a una velocità di circa 600 km/s, ovvero oltre 2 milioni di chilometri all’ora. Questo movimento non è casuale, ma è causato dall’incredibile densità di materia concentrata in quella direzione (una massa stimata in decine di milioni di miliardi di soli). C’entra ancora una volta la gravità, lo strudel di Newton.

Il Grande Attrattore non è un buco nero. Né un quasar. I quasar sono buchi neri supermassicci che attraggono enormi quantità di materia. Questa materia irradia poi enormi quantità di energia. Pertanto, i quasar sono gli oggetti più luminosi dell’universo e costituiscono il nucleo di intere galassie. I primi quasar si sono formati meno di un miliardo di anni dopo il Big Bang, un tempo relativamente breve su scala cosmica.

Al centro della nostra galassia (noi siamo in periferia) non c’è un quasar, ma un semplice e tranquillo buco nero (con una massa di 4 milioni di volte quella del nostro Sole). Tra circa 4 miliardi di anni, la nostra galassia si scontrerà con un’altra galassia, Andromeda. Il risveglio dei buchi neri potrebbe far brillare il centro galattico come un quasar. Un gigantesco gioco pirotecnico superiore persino a quello di sabato prossimo a Venezia (spiaze per chi se lo perde).

Intanto, però, viaggio a 36.000 kilometri al minuto verso il Grande Attrattore. Che non raggiungerò mai. Non per il paradosso di Achille e la tartaruga, ma per il paradosso di Olbers.

Sono le ore 5.02 GMT+1 e sto sfrecciando troppo veloce nell’universo perché mi venga in mente dell’altro che non siano queste cose che vi ho raccontato.

lunedì 13 luglio 2026

La sinistra tra le cosce dei padroni

 

Desta, in alcuni, una certa sorpresa, vera o fasulla che sia, l’avanzata del partito del gen. Vannacci. Il quale non raccoglie solo canagliesche nostalgie, ma anche un disagio vero, che sale in superficie da una parte non trascurabile della società. Il motivo principale della sua ascesa è dato, com’è risaputo, dalla questione dell’immigrazione, della quale in Italia stiamo assaporando solo l’antipasto. È un saliente sul quale finora le arrampicate politiche, nonché le iniziative governative, hanno deluso e fallito.

A seconda da come si allineeranno i pianeti da qui alle elezioni politiche, ossia a seconda dell’atteggiamento prevalente dei media, dunque di chi li comanda, il partito di Vannacci potrà sfiorare o anche raggiungere il 10 per cento dei voti, raccattando consenso anche nell’enorme bacino dell’astensione. Ma anche rimanendo attorno al 6 per cento, come dicono oggi i sondaggi, il partito del generale sarà indispensabile alla destra per vincere. Dunque, in entrambi i casi, sarà Vannacci l’ago della bilancia delle prossime elezioni.

Salvo sorprese a sinistra, dove può sempre apparire un Masaniello a scompaginare le carte. Una sinistra interessata a ben altro che alle questioni sociali, verso le quali non ha alcuna proposta, tantomeno delle proposte convincenti. Del resto è così in tutta Europa: la sinistra affonda dove l’ideologia libero-scambista ha mostrato la sua contraddizione fondamentale. Che è alla base del marasma internazionale attuale (a prescindere da Trump): non appena le misure di protezionismo vengono ridotte, le economie nazionali si destabilizzano, le loro capacità produttive si indeboliscono e si profila una crisi nei rapporti economici.

Non ci voleva chissà quale dottrina per scoprire che il libero scambio è un’ideologia semplicistica. Secondo i suoi dotti propagandisti basta abbassare tutte le barriere e tutto andrà bene. La sinistra, vale a dire le supposte élite intellettuali, vista l’insostenibilità del suo becero riformismo (non puoi al contempo servire il popolo e il capitale), si è buttata tra le braccia (e tra le cosce) dei padroni del mondo. A far loro un ricco pompino.