Alla vigilia dell’ottantesimo anniversario della festa della repubblica sfondata sul lavoro, è
andato in scena, in Calabria, nei pressi di Amendolara, un paese di 3.000 abitanti, un crimine
barbarico, ripreso in video: due uomini hanno gettato benzina in un minivan, non nel
serbatoio, ma nell’abitacolo. Hanno poi dato fuoco all’auto e bloccato le portiere
dall’esterno. Per i quattro uomini a bordo, Ismat, Fazal, Waseem e Safi, provenienti
rispettivamente dall’Afghanistan e dal Pakistan, ogni aiuto è arrivato troppo tardi. Tutti e
quattro lavoravano come braccianti agricoli nei campi di fragole circostanti, per salari
irrisori (peraltro non pagati) e in condizioni tutt’altro che umane. Sono morti bruciati vivi.
Due individui di nazionalità pakistana sono stati identificati come i presunti responsabili.
Si tratta dei cosiddetti “caporali” – spesso migranti a loro volta – incaricati di reclutare
lavoratori stranieri a basso salario e organizzare il loro alloggio (si fa per dire). L’unico
sopravvissuto è Taj Alamyar, 35 anni, afghano, che si trova in Italia da alcuni mesi. Anche
lui era a bordo dell’auto, ma è riuscito a rompere il lunotto posteriore e a fuggire.
Con gravi ustioni alle mani, Alamyar racconta che lui e gli altri erano stati alloggiati in un
casolare, dormivano su un materasso a terra e guadagnavano una paga giornaliera di 45
euro. O almeno così sembrava: “Esigevamo il pagamento ogni giorno. Ma trovavano sempre
una scusa. E ci facevano pagare cinque euro per il tragitto per andare al lavoro. Cinque euro
all’andata, cinque euro al ritorno. Da mangiare avevamo pane e patate, nient’altro”.
La mattina della strage, ci fu un’altra discussione, durante la quale i caporali li minacciarono
con un’arma. Poi tornarono nei campi. Sulla via del ritorno, ci fu un altro alterco verbale:
“Volevano darci una lezione. Volevano far capire ai braccianti di questa regione che gli
ordini non si discutono”, ha detto l'unico sopravvissuto.
I rappresentanti sindacali di CGIL, UIL e USB hanno chiesto un’indagine completa e
approfondita. Il sindacato dei lavoratori agricoli FAI della CISL ha descritto l’incidente
come senza precedenti per la sua portata. Sono ridicoli. Sanno bene come stanno le cose,
non da oggi, ma da decenni.
Lo scorso marzo, il quotidiano il manifesto ha pubblicato un reportage che descriveva
dettagliatamente le condizioni di questi braccianti in Puglia. Il quaranta per cento dei
pomodori italiani viene prodotto in questa regione. A Borgo Mezzanone, il “cuore oscuro
d’Europa”, 5.000 persone vivono in baracche senza acqua corrente e in condizioni igieniche
catastrofiche “nei vicoli fangosi del ghetto”. Sono costrette ad alzarsi nel cuore della notte e
a lavorare per 14-15 ore fino a tarda notte, con la schiena dolente, per pochi euro. D’estate
sotto il sole a picco, d’inverno il freddo penetra nelle ossa e l’aria puzza di plastica bruciata
e resina. Decine di bidoni della spazzatura improvvisati bruciano lungo le strade sterrate;
mobili, tegole e pezzi di gomma abbandonati offrono un po’ di calore.
Il presidente della Repubblica sfondata sul lavoro, ormai diventato un santino, non si è recato
in Calabria. Aveva un altro impegno, ai Fori imperiali.