giovedì 13 agosto 2026

Buio

Ieri sera siamo piombati nel buio per ben due volte. Non a causa dell’eclissi, ma per due brevi black-out elettrici. Ad ogni modo, sold out per gli “occhialini”. Ciò dimostra non l’interesse per il fenomeno astronomico, ma come si possa spettaccolarizzare fino al parossismo qualsiasi evento. Gli strafottenti che governano il mondo possono stare tranquilli. Nessun fantasma saggira in nessun luogo.

Il 13 agosto 1961, è stato il giorno in cui il Patto di Varsavia ha creato una meraviglia del mondo: un’Europa senza guerre. Pensate sia un paradosso? No, non lo pensava nemmeno un democristiano come Andreotti, che di queste cose un po’ s’intendeva.

Una volta smantellata quella meraviglia architettonica, con le sue torrette ornate, i suoi robusti cancelli, Bonn diventava di nuovo Berlino, e Parigi, Londra e Washington si misero al lavoro: smantellare la Jugoslavia, intraprendere guerre di aggressione, invocare la ragion di Stato e condurre una guerra per procura contro la Russia con l’aiuto di Bandera e dei sostenitori dell’UPA.

Ogni giorno che passa, la DDR ci sembrerà diventare più bella. Date retta.

mercoledì 12 agosto 2026

Baronie

 

Non creda, caro blog, abbia io scordato di occuparmi del libro del barone barese. Ritengo che almeno la prima parte (il libro costa di due parti distinte) non sia farina del suo sacco. È uno studio approfondito sull’origine e gli autori de Il manifesto del partito comunista. Un’analisi, anche molto testuale, della documentazione attinenete che ha richiesto una buona conoscenza non solo della lingua tedesca, ma anche delle relative forme grammaticali. Oltre a uno scavo archeologico stratigrafico di non comune impegno. Non appena potrò rimettere mano sui sacri testi marx-englesiani in mio possesso potrò dire di più nello specifico e sugli scopi perseguiti, che non sono solo di natura filologica e non sono nemmeno una novità per quanto riguarda il nostro barone, oggi sammarinese.


martedì 11 agosto 2026

lunedì 10 agosto 2026

Il furto di tempo

 

Le plebi hanno lasciato i loro stazzi urbani e raggiunto lidi e monti. Spenderemo i nostri sudati risparmi per due o tre settimane di ozio, coniugando vorticosi divertimenti con agi all included. Così direbbe un Cicerone in sedicesimo descrivendo l’esodo estivo dei tempi nostri. Questo periodo di ferie retribuite si deve alla Carta del Lavoro (1927) e all’art. 36 della Costituzione (1948). Reliquie del XX secolo, ingombranti ostacoli a contrastare uno sfruttamento ancora più prolungato e intensivo.

Poi, concluso il periodo degli ozii, ci si incolonna per il rientro, accaldati e incazzati. Non mancheranno i rimpianti di ogni stagione e il rinnovo degli impegni solenni per la prossima. Si torna negli uffici, nelle fabbriche e in tutti gli altri loghi di lavoro. Ognuno mediamente per 40 ore settimanali (DL 66/2003). Chi un po’ di più e chi un poco di meno, tenendo presente che il limite massimo giornaliero fissato per legge è di 13 ore.

Com’è possibile, dato l’enorme aumento raggiunto dalla produttività del lavoro, che la settimana lavorativa “normale” sia ancora fissata per legge a 40 ore così come usava circa un secolo fa? A tale riguardo, si tira in ballo la famigerata “produttività”, tradotta in numeri e tabelle sulla competitività e altre amenità del genere.

Ma le ragioni della resistenza padronale a ridurre la giornata lavorativa sono solo di ordine economico o c’è, sottinteso, un altro motivo per così dire sociologico oltre che economico? I padroni vogliono anzitutto mantenere integra la specificità salariale del rapporto tra capitale e lavoro, quindi controllare il tempo dell’operaio e stabilirne uno stretto rapporto di subordinazione. Ciò serve a mantenere il dominio esistenziale capitalista sulla produzione e sul consumo attraverso il lavoro a tempo pieno.

La riconquista del tempo (l’autogestione del tempo di lavoro e di vita) diventa quindi una condizione essenziale per l’autonomia individuale e collettiva, e dovrebbe essere uno dei pilastri di un programma politico dei partiti di sinistra. Sennonché ci vene detto che si tratta di una questione insormontabile (vincoli strutturali dell’organizzazione globale della produzione, ecc.). Partiti di sinistra che non esistono se non nelle forme prostituite al servizio del capitale.

Il voto non paga, c’è solo una strada per l’abolizione del lavoro salariato e non passa dai parlamenti. Ma chi è disposto oggi a mettere in gioco la propria posizione sociale e il raggiunto relativo e sempre più precario benessere? «Hic Rhodus, hic salta»