martedì 3 febbraio 2026

Per esempio ...

Foto di Mario Alpozzi

Secondo gli organizzatori, 50.000 persone hanno protestato a Torino sabato scorso contro la chiusura del centro sociale Askatasuna, ordinata da Meloni il 18 dicembre, e contro le repressive “leggi sulla sicurezza” approvate l’estate scorsa. Secondo i media padronali i manifestanti sarebbero stati “solo” 15.000, comunque tanta roba di questi tempi. Secondo alcune fonti inquinate e inquinanti, i poliziotti feriti sarebbero stati “oltre cento” (qualcuno evidentemente s’è fatto medicare anche le emorroidi), mentre secondo il Corriere di Torino sarebbero undici.

Un modo per eludere i motivi della protesta è stato quello di concentrare l’attenzione sugli incidenti al margine della manifestazione. Quindi la faccenda del poliziotto aggredito da diversi “dimostranti”, il quale per fortuna se l’è cavata con un collare portato sopra il mento! (purtroppo io di collari rigidi e morbidi mintendo molto).

Ripeto: per fortuna già ieri l’agente era pronto per le foto di rito. Ma ciò è bastato per gridare all’aggressione a base di “martellate”. La questione è: chi sono quegli individui che hanno aggredito quel tizio in divisa e senza casco dando così modo alla canea governativa di gridare al “tentato omicidio” e provocare le reazioni pavloviane dei media di servizio che invocano risposte repressive eccezionali?

Ancor più interessante sarebbe interrogarsi sui motivi per i quali ai margini delle manifestazioni intervengono gruppi che ricorrono a una forma di azione collettiva violenta assumendo un blocco al centro del quale ogni persona conserva il proprio anonimato. Secondo la questura si tratterebbe principalmente di “soggetti disorganizzati riconducibili alla galassia anarchica”. Etichetta che vuol dire tutto e niente. Chi di noi non si sente, alcune volte o più spesso, almeno un po’ anarchico, se non altro come testimone di un’eredità situazionista?

Si tende a dimenticare che viviamo, oggi forse più di qualche anno addietro, in un mondo in cui le persone cercano di giustificare la violenza e il terrore con argomenti contrastanti. Non sono pochi coloro che si trovano in una posizione ambigua. Personalmente detesto la violenza comoda, motivo per il quale in questo blog, attirandomi anche delle critiche, non ho mai indicato a nessuno che cosa fare o non fare (*).

In concreto la penso così: è un po’ troppo facile uccidere in nome della legge, così come accade negli Stati Uniti, ma non solo da quelle parti. Sia chiaro, non voglio giustificare il comportamento degli aggressori di quel poliziotto a Torino, ma vorrei sottolineare che è complicità criminogena fornire armi ed equipaggiamenti a chi massacra decine di migliaia di civili inermi a Gaza e altrove. Per esempio.

(*) Vorrei citare una delle prime Costituzioni borghesi: “Quando il governo vìola i diritti del popolo, l’insurrezione è, per il popolo e per ogni sua parte, il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri” (art. 35 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, 1793). Stiamo vivendo una fase storica che modifica le relazioni tra gli attori sociali e genera forti incertezze sul sistema. Sul fronte politico, in crisi, una frazione non trascurabile della società e dei poteri vuole rispondervi con esecutivi “forti”. Non siamo nemmeno all’inizio dello scontro sociale che verrà.

lunedì 2 febbraio 2026

Né l’una, né l’altra

 

Ai nostri improbabili discendenti basterebbero questi due titoli in esergo per farsi un’idea precisa del nostro presente, che altro non è che la nostra proiezione nel futuro. Proprio in questi giorni di dissolvente realismo preolimpico, assistevo ai lavori interni al supermercato davanti a casa: l’installazione di otto casse automatiche. Quelle iper-tecnologiche che t’invitano a saldare il conto della spesa con uno slogan frenetico: “spesa veloce”.

Per offrire a queste casse automatiche un loro adeguato spazio vitale, ma evidentemente non solo per tale motivo, sono state eliminate alcune casse tradizionali, dunque in prospettiva è stato “liberato” il posto di lavoro di alcuni addetti, cancellando anche quel rapporto di scambio umano che si va costituendo negli anni tra loro e i clienti abituali.

Quello stesso lavoro lo svolgeranno in parte e con alacrità i clienti stessi, “a gratis”, e per il resto delle macchine più scaltre che intelligenti. A forza di spazzare via posti di lavoro a ritmo accelerato, eliminando salari e stipendi, vorrò vedere tra qualche anno chi potrà andare ancora a far la spesa. Ovviamente Marx aveva previsto anche questo, ossia il capitale che sega il ramo dell’albero a cui è appesa la nostra gioiosa altalena. Ne travaillez jamais significava la creazione di una vita attiva ma non alienata. Non avremo né l’una, né l’altra.

domenica 1 febbraio 2026

La guerra si fa in questo modo

Due cose non si dicono, e perché non si menzionino lascio ad ognuno decidere sul perché. La prima riguarda il fatto che non solo Mosca ha sospeso per una settimana gli attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine, ma anche Kiev si è impegnata a fare altrettanto e a non attaccare quelle russe nello stesso periodo. E questo perché le parti in guerra sono due, anche se con mezzi e risorse diseguali. Dunque, parliamo di guerra e come si combatte.

L’attacco russo mira a impedire alla popolazione civile di riscaldarsi, cucinare e lavarsi? Sì e no. Le centrali elettriche sono tipiche strutture a duplice uso: l’elettricità che producono non si può dire se serva ad illuminare case o fabbriche di armi, ad alimentare bollitori o a ricaricare droni. I civili ucraini sono ostaggi di questa ambivalenza delle infrastrutture energetiche. La distruzione delle infrastrutture militari è inseparabile dalla distruzione di quelle civili. L’una è un “danno collaterale” dell’altra.

È chiaro che la parte russa enfatizzerà l’aspetto militare della distruzione, quella ucraina quello civile. La stessa dialettica è stata applicata nella Seconda Guerra Mondiale: gli attacchi degli Alleati alle retrovie del Terzo Reich avevano sempre due scopi: paralizzare l’industria bellica e minare il morale della popolazione. Riuscirono ampiamente nel primo caso, ma solo in misura limitata nel secondo. La popolazione resistette praticamente fino alla fine, basti por mente alla battaglia di Berlino. Oggi, la Russia non può sfuggire a questa trappola. La guerra si fa in questo modo, il resto sono chiacchiere e propaganda. 

Fenomeni

 

Le nuove avventure del Dio-Uomo e la mansarda romana condivisa con il suo commesso viaggiatore, il quale non si preoccupa di affettazioni o formule contorte, va dritto alla verità. Cita una boiata di una santona albanese: “l’aborto il più grande distruttore della pace”. Lo vada a dire ai palestinesi di Gaza, agli abitanti di Kiev, a curdi e a tanti altri.

Ognuno fa la sua parte nella grande commedia umana, e questo è perfettamente normale, ma come si fa a prendere sul serio un uomo, istruito e laureato, la più alta carica religiosa del cattolicesimo ... Ah, ecco: il cattolicesimo. Per quasi due millenni il motto è stato: pregare e bruciare. Soprattutto donne.

Alla Bojaxhiu hanno conferito il Nobel per la pace. Dunque non ci sarebbe da stupirsi che lo avessero conferito anche a Trump, giusto in tempo prima che gli Stati Uniti invadano la Groenlandia e l’Iran.

*

Sono molti, in Italia, quelli convinti che la pioggia non sia solo un fenomeno meteorologico.

sabato 31 gennaio 2026

Sostiene Cacciari

 

Il prof. Massimo Cacciari, sempre più ecumenico, sostiene che bisogna usare la parola “fascismo” con molta parsimonia, anzi, che è preferibile non usarla affatto. Sostiene anche che, pur non condividendo una sillaba delle posizioni di CasaPound e simili, è necessario confrontarsi con queste frange estremiste (che non definisce “fasciste”, per via della parsimonia di cui sopra), altrimenti, nel negarsi, nel respingerli, si fa il loro gioco, ossia si dà loro visibilità e si fanno passare per vittime della nostra chiusura e intolleranza.

So bene che quelli di CasaPound e gli esponenti del partito della Meloni non sono i soli fascisti, ma solo quelli più visibili. Con la differenza che i primi (CasaPound e simili) hanno il coraggio o meglio l’impunita impudenza di definirsi fascisti e di comportarsi come tali; per contro, gli esponenti politici di Fratelli d’Italia, al momento, non vogliono esporsi più di tanto, e ciò per opportunità politica o anche per viltà.

Se non li definisci fascisti, quale altro termine usare? Vogliamo sostituire la parola fascismo con totalitarismo, autoritarismo o altro ancora? Non ritengo totalitarismo un aggettivo equipollente, né altrettanto chiaro e comprensibile a tutti, poiché totalitarismo è un termine applicabile a situazioni e comportamenti anche molto diversi tra loro. Che il fascismo abbia un’anima totalitaria è pacifico (non bisogna commettere l’errore di Hannah Arendt, che escluse il fascismo dalla categoria del totalitarismo), ma il fascismo è anche qualcosa di diverso, di più perfido e insinuante.

Da un punto di vista storico, è stato (ed è tutt’ora) un errore far passere l’idea che il regime fascista si basasse essenzialmente sul mito di Mussolini, capo di una minoranza radicalizzata che aveva preso il potere con la forza e lo aveva mantenuto esclusivamente attraverso la repressione e la propaganda, con la complicità degli strati sociali dominanti, della passività delle masse, e così via.

C’è molto di vero in questo, ma non basta. Se il fascismo fosse stato essenzialmente quello descritto, allora gli attuali epigoni che governano e siedono in parlamento non sarebbero dei fascisti o neofascisti, ma dei semplici parvenu giunti al potere per via legale e pacifica, che puntano alla poltrona e allo stipendio. Cosa anche questa effettiva, ma solo in parte. C’è la zampa dei grandi poteri, ma lo zoccolo duro è dato, per motivi diversi, da molti altri ambiti trasversali alla società.

È proprio sulla base di questo errore (*), ossia dell’immagine dei “buoni italiani” vittime del fascismo, che le questioni sull’eredità del fascismo nell’Italia del dopoguerra furono considerate irrilevanti, poiché la realtà del consenso veniva negata. Non vi fu una defascizzazione, tantomeno nel settore della pubblica amministrazione e degli apparati.

Ed è perciò illusorio pensare che questo rigurgito di schiuma fascista sia destinato ad essere riassorbito non appena la crisi economica e sociale si aggraverà (o causa l’esito negativo di un voto referendario). Questa schiuma è il prodotto della crisi di un establishment che non sa rispondere sul piano politico, sociale e culturale alle profonde trasformazioni indotte dalla nuova fase del capitalismo e dai nuovi e dirompenti rapporti geopolitici.

Ad ogni modo, per quanto riguarda l’uso della parola “fascista”, penso non si tratti semplicemente di una questione terminologica e di classificazione, ma di usare un termine esplicito, efficace e chiaro per evincere la piega che stanno prendendo le cose qui da noi e altrove.

(*) Errore che non fu di Togliatti (Sul fascismo, Laterza), il quale riteneva sì il fascismo sostanzialmente come creatura della reazione del capitale e delle classi proprietarie, ma anche il prodotto del consenso della piccola borghesia e di una parte del proletariato nella crisi sociale del primo dopoguerra. De Felice, invece, riteneva il fascismo come espressione del potere personale di Mussolini e che il Partito Fascista avesse attraversato un processo, completato nei primi anni Trenta, di depoliticizzazione e subordinazione allo Stato. Dunque intravedeva una continuità tra il regime liberale e il fascismo. Opinione che poi cambiò nel quinto volume della biografia mussoliniana, evidenziando la dinamica totalitaria insita nella logica del regime, che puntava a radicare l’ideologia fascista per accelerare la rivoluzione antropologica destinata a far nascere “l’uomo nuovo”.