lunedì 4 maggio 2026

Se il capitalismo fosse un'altra cosa

 

«Se il capitalismo fosse un’azienda, già da tempo l’amministratore delegato avrebbe convocato il responsabile della comunicazione per sottoporlo a una energica lavata di capo. È mai possibile, gli rinfaccerebbe, che il nostro prodotto e il nostro brand, con un’onorata secolare carriera alle spalle, non piacciono più a nessuno e vengano accusati delle peggiori nefandezze, dal disastro ambientale alla fine del ceto medio alle guerre fino le pandemie?».

Inizia così la recensione, a firma di Salvatore Carrubba, apparsa ieri nell’inserto domenicale del quotidiano dei padroncini italiani e avente per oggetto due libri: Sven Beckert, Capitalism: A Global History, Penguin, 2025; John Cassidy, Capitalism and Its Critics: A Battle of Ideas in the Modern World, Allen Lane, 2025.

Nella recensione, Marx viene citato alla fine e solo incidentalmente, per onore di firma: «I necrologi per il capitalismo risalgono almeno a duecento anni fa e provengono da studiosi di tutte le sfumature politiche [sic!], da Marx a Schumpeter». Chiude così la recensione: «[...] la perdurante vitalità del capitalismo [è] dovuta soprattutto alla sua natura: quella appunto di essere un’idea, non un dogma». Se così fosse, verrebbe da dire che si tratta di un’idea “che non piace più a nessuno e viene accusata delle peggiori nefandezze”.

Il disastro ambientale, la fine del ceto medio, le guerre sono solo alcuni dei fenomeni attraverso i quali appare la crisi storica del capitalismo. Nessuna di queste descrizioni dà conto delle cause che stanno in radice a questa e alle precedenti crisi del capitalismo. La chiave, il motivo fondamentale, si può rintracciare proprio partendo da questa locuzione: “modo di produzione capitalistico”. Infatti, parlare genericamente di “capitalismo”, senza riferirsi al suo modus operandi, quindi partendo dai rapporti sociali di produzione, che sono alla base del modo in cui avviene l’accumulazione capitalistica, non porta ad alcun risultato utile sia per quanto riguarda l’oggetto storicamente determinato, il capitalismo, sia per quanto riguarda le sue crisi (*).

Solo la critica marxista dell’economia politica si occupa, in particolare, delle leggi e delle categorie che regolano il modo di produzione capitalistico e il movimento delle sue contraddizioni intrinseche. Infatti, la critica marxista dell’economia politica non studia i fenomeni della società capitalistica così come essi appaiono in superficie, in quanto tali, ma si propone di scoprire dietro ad essi le leggi e le categorie del modo di produzione capitalistico, i rapporti di produzione tra gli uomini e i rapporti di classe della società capitalistica. In altri termini, solo la critica marxista dell’economia politica considera le categorie economiche (ad esempio, merce, denaro, valore, ecc.) come riflesso dei rapporti sociali di produzione.

(*) Il modo di produzione è il modo determinato in cui gli uomini producono e riproducono la loro vita immediata, e cioè la struttura dei rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in cui essi operano a un determinato grado di sviluppo delle forze produttive. “Non è quel che viene fatto, ma come viene fatto, con quali mezzi di lavoro, ciò che distingue le epoche economiche”. (I, Terza Sezione, cap. V).

Ogni modo di produzione implica una duplice serie di rapporti: degli uomini con la natura; degli uomini tra di loro. La prima serie, riguarda le forze produttive, mentre la seconda riguarda i rapporti di produzione. “Nella produzione gli uomini non agiscono soltanto sulla natura, ma anche gli uni sugli altri. Essi producono soltanto in quanto collaborano in un determinato modo e scambiano reciprocamente la propria attività. Per produrre essi entrano gli uni con gli altri in determinati legami e rapporti e la loro azione sulla natura, la produzione, ha luogo soltanto nel quadro di questi legami e rapporti sociali”. (Lavoro salariato e capitale, 1847, cap. III).

La forma di questi rapporti è, dunque, decisiva ai fini della comprensione dell’intero movimento della produzione. Occorre, tuttavia, fare molta attenzione a non schematizzare meccanicisticamente l’uso di questi concetti, poiché forze produttive e rapporti di produzione sono in continua interazione e si determinano a vicenda, essendo un’unità di opposti.

domenica 3 maggio 2026

Pensieri illusori sull’Iran (quelli di Trump)

 

Giovedì, i diplomatici iraniani, con l’assistenza del Pakistan, hanno presentato a Washington una nuova proposta di pace che, secondo le dichiarazioni ufficiali, si compone di 14 punti. L’agenzia di stampa iraniana Tasnim ne ha riassunto il contenuto come segue: «Tra i punti inclusi nella proposta iraniana in 14 punti figurano garanzie di non aggressione, il ritiro delle forze militari statunitensi dalle aree circostanti l’Iran, la revoca del blocco navale, lo sblocco dei beni iraniani congelati, il pagamento di riparazioni di guerra, la revoca delle sanzioni e la fine della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano, nonché un nuovo meccanismo per lo Stretto di Hormuz».

Le richieste principali di Israele e degli Stati Uniti non compaiono nemmeno nei riassunti della proposta in 14 punti. Trump sta con il culo scoperto.

Ismail Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri iraniano, in risposta alle affermazioni di Al Jazeera sul piano iraniano che prevedeva una sospensione di 15 anni dell’arricchimento dell’uranio, ha dichiarato: «Guardate, quello che posso dire è che il nostro piano è incentrato esclusivamente sulla fine della guerra. Non ci sono assolutamente dettagli sul nucleare in questo piano».

Dall’8 aprile è in vigore un cessate il fuoco, ma in Libano non viene rispettato. Sulla base di ciò, l’amministrazione Trump afferma che le “ostilità” militari sono terminate e che pertanto non è vincolata dalla Risoluzione sui poteri di guerra del 1973, che impone di ottenere l’approvazione del Congresso entro il sessantesimo giorno di guerra. Tale termine scadeva giovedì o venerdì scorsi.

Intanto giunge notizia che il Pentagono ha deciso di non stazionare missili a medio raggio statunitensi in Germania. Il dispiegamento di questi missili, previsto a partire da quest’anno in Baviera, avrebbe dovuto colmare una presunta “lacuna di capacità” all’interno della NATO in materia di “deterrenza nei confronti della Russia”.

I soli Stati europei della NATO hanno investito 476 miliardi di euro nei loro armamenti, più del triplo rispetto alla Russia, che ne ha spesi 155 miliardi. Chi minaccia chi? Considerando la storia e l’attuale equilibrio di potere militare ed economico, il pericolo di guerra non proviene dalla Russia, ma dai profittatori di guerra in Occidente.


Anche per chi non voleva vedere

 

Come ha fatto l’Iran a resistere più di due mesi contro la potenza militare combinata di Israele e degli Stati Uniti? Trump non comprende quanto la guerra asimmetrica abbia rimodellato la geopolitica negli ultimi anni. Gli Stati Uniti non sono pienamente preparati alla rapida evoluzione della nuova guerra e la loro base industriale della difesa non è pronta per un conflitto prolungato.

Anche il blocco marittimo sta mostrando delle crepe: secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars, il Pakistan ha aperto sei corridoi terrestri lungo i suoi 900 chilometri di confine con l’Iran, e si dice che 3.000 container siano già in transito. Questo permette a Teheran di aggirare, almeno in parte, gli effetti del blocco.

Mercoledì, davanti alla commissione del Congresso per le forze armate, il segretario alla Difesa Pete Hegzeth ha stimato il costo dell’operazione Epic Fury intorno ai 25 miliardi di dollari. Tuttavia, secondo funzionari a conoscenza delle stime interne, come riportato giovedì dalla CBS News, questa cifra è circa la metà del costo effettivo. Internamente, le stime arrivano fino a 50 miliardi di dollari, considerando che la sola sostituzione delle munizioni esaurite richiederebbe anni.

Inoltre, si registrano danni all’aeronautica militare statunitense, che l’istituto di ricerca strategica CSIS di Washington stima tra i 2,3 e i 2,8 miliardi di dollari solo per aerei e sistemi radar, incluso un aereo da ricognizione AWACS distrutto del valore di 700 milioni di dollari.

Il complesso di gas naturale liquefatto (GNL) di Ras Laffan in Qatar, il più grande al mondo nel suo genere, richiederà dai tre ai cinque anni per il completo ripristino. Le fonderie di alluminio della regione, tra cui Emirates Global Aluminium ad Abu Dhabi e Aluminium Bahrain, hanno subito danni stimati superiori a 20 miliardi di dollari, con tempi di riavvio fino a due anni. Inoltre, sono stati colpiti gli impianti di desalinizzazione, distrutte le infrastrutture portuali e i settori dell’aviazione e del turismo sono crollati.

L’Agenzia Internazionale dell’Energia avverte di una crisi globale senza precedenti. Non sappiamo ancora quando Trump darà l’ordine di attaccare nuovamente l’Iran, ma in tal caso, probabilissimo, anche le conseguenze economiche saranno inedite. Soprattutto per l’Europa. Non si può escludere che nei prossimi mesi, al massimo entro il tardo autunno, vi possano essere disordini sociali di ampia portata e scene di panico generalizzato.

Ho sentito Massimo Cacciari affermare che Trump persegue un disegno strategico (soggiungo: come per altri simili casi, di un futuro migliore per la popolazione iraniana non gli frega nulla di nulla). È quello che, più modestamente, pensavo anch’io assieme a moltissimi altri. Per quanto mi riguarda (e per quanto possa importare, ovvio) non penso più si tratti solo di perseguire un disegno strategico in prospettiva del conflitto con la Cina. C’è dell’altro: Trump e Netanyahu hanno inaugurato un’era hobbesiana priva di norme, leggi e ordine.

Trump ha messo in chiaro, anche per chi non voleva vedere, che cos’è in realtà l’America, il suo carattere più autentico. Per quanto riguarda Netanyahu, ha demolito splendidamente la favola del sionismo e di Israele, e ciò che rimane è una storia ancora tutta da raccontare.

sabato 2 maggio 2026

Lezioni dalla storia

 

Se il 1° maggio è la Festa dei lavoratori, non può essere la Festa del lavoro. Il lavoro è un mezzo, non un fine, della vita. Furono i nazisti a trasformare il 1° maggio da giornata di lotta della classe operaia nella “Giornata Nazionale del Lavoro”.

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Secondo Trump, l’Iran ha ancora una possibilità per evitare il ritiro delle truppe statunitensi. Per riuscirci, il Paese deve rinunciare a tutte le sue richieste agli Stati Uniti, cooperare pienamente con gli Stati Uniti e promettere di aumentare drasticamente le spese per la difesa.

Ho scritto Iran? Pardon, volevo dire Italia.

Trump minaccia di ritirare le sue truppe coloniali dall’Italia. Se per una volta mantenesse le sue promesse, gli saremmo grati. Del resto, l’Unione Sovietica non ha mai minacciato l’invasione o il bombardamento dell’Italia. Il Patto di Varsavia non esiste più da 35 anni. Né Mosca ha organizzato e diretto strategie destabilizzatrici a base di attentati sul territorio italiano.

Storicamente l’Italia ha inviato truppe contro la Russia: dapprima con Napoleone, quindi i bersaglieri a Vladivostok in appoggio ai “bianchi” dopo la Rivoluzione del 1917, e, da ultimo, l’Armir in appoggio alle truppe di Hitler.

Dalla Russia sovietica e post sovietica abbiamo ricevuto solo benefici. Anche grandi benefici.

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Dopo più di due mesi di guerra contro l’Iran, la crescita nell’eurozona è ancora più debole e l’inflazione ancora più alta di prima, molto più di quanto previsto dalla BCE. La crescita del PIL è scesa attorno allo zero per cento nel primo trimestre, il tasso di inflazione annuale a livello dei consumatori è ulteriormente salito al 3% ad aprile, e però si finanzia la guerra dei fascisti ucraini con ulteriori 90 miliardi, che però non basteranno per continuarla.

Per far cessare la guerra in Ucraina, già nel 2022 sarebbe bastato non inviare armi e denaro a Kiev. Dalle trattative che sarebbero seguite, la stessa Ucraina avrebbe tratto maggiori vantaggi di quanti ne possa trarre ora dopo oltre quattro anni di guerra. Si chiama realismo. Prima ancora, nel 2014 e poi nel febbraio 2015, sarebbe stato sufficiente il rispetto dei protocolli di Minsk. Invece, non importava chi avesse ragione, ma solo come vincere. È così che infine si giunse alla guerra aperta tra Russia e Ucraina. La cui sola ragione è una ragione strumentale.

Il capitalismo genera mostri

 

Ieri sera ho visto un film coreano uscito l’anno scorso: No Other Choice (Non c’è altra scelta). Si tratta di un adattamento del romanzo The Ax di Donald Westlake, già adattato in precedenza da Costa-Gavras. Ho letto una recensione che dice che “è un film genuinamente divertente, che fa proprio sghignazzare”. Vi sono indubbiamente delle scene pulp e satiriche, ed è bello ridere un po’ della merda in cui viviamo; tuttavia, a me il film non ha suscitato nemmeno un sorriso.

La prima sequenza ci presenta un ampio giardino di una villetta borghese. In sottofondo la musica del concerto K 488. C’è un uomo che sta cucinando al barbecue delle anguille omaggio della sua ditta, un’industria cartaria diventata di proprietà di una multinazionale americana. Suo figlio è seduto a tavola e sta smanettando su un computer. Chiede al padre se ciò che sta cucinando siano dei serpenti. La piccola figlia sta suonando il violoncello. La moglie sta servendo dei piatti in tavola. La famiglia si siede e consuma il pasto. Al termine del pranzo, l’uomo chiama a sé i familiari, li abbraccia tutti insieme. Pronuncia estasiato una frase: “Sapete cosa sento ora? Che non mi manca niente”. Ultime note del concerto in La maggiore.

Scena successiva: il protagonista, il medesimo che nella scena precedente vantava che nella sua vita non gli manca niente, dopo 25 anni di lavoro viene licenziato. Riduzione di personale, sostituzione dello stesso con delle macchine. Il film racconta in quale abisso ognuno di noi potrebbe precipitare: licenziato, umiliato, relegato all’inutilità. È una critica cupa del capitalismo sfrenato e delle pressioni sociali che sulla spinta dell’innovazione tecnologica esso imprime sulle persone. Un sistema economico che schiaccia gli individui, che li porta alla perdita della propria identità e dignità, fino a spingerli verso una violenza individuale estrema.

Il finale è certamente originale, ma il film può veicolare anche l’idea che il capitalismo sia inevitabile, il mercato una forza al di fuori del nostro controllo e alla quale dobbiamo adattarci. No Other Choice, traduzione letterale: Non c’è alternativa. Fu lo slogan della campagna elettorale dell’ex premier Thatcher.