Le plebi hanno lasciato i loro stazzi urbani e raggiunto lidi e monti. Spenderemo i nostri
sudati risparmi per due o tre settimane di ozio, coniugando vorticosi divertimenti con agi
all included. Così direbbe un Cicerone in sedicesimo descrivendo l’esodo estivo dei tempi
nostri. Questo periodo di ferie retribuite si deve alla Carta del Lavoro (1927) e all’art. 36
della Costituzione (1948). Reliquie del XX secolo, ingombranti ostacoli a contrastare uno
sfruttamento ancora più prolungato e intensivo.
Poi, concluso il periodo degli ozii, ci si incolonna per il rientro, accaldati e incazzati. Non
mancheranno i rimpianti di ogni stagione e il rinnovo degli impegni solenni per la prossima.
Si torna negli uffici, nelle fabbriche e in tutti gli altri loghi di lavoro. Ognuno mediamente
per 40 ore settimanali (DL 66/2003). Chi un po’ di più e chi un poco di meno, tenendo
presente che il limite massimo giornaliero fissato per legge è di 13 ore.
Com’è possibile, dato l’enorme aumento raggiunto dalla produttività del lavoro, che la
settimana lavorativa “normale” sia ancora fissata per legge a 40 ore così come usava circa
un secolo fa? A tale riguardo, si tira in ballo la famigerata “produttività”, tradotta in numeri
e tabelle sulla competitività e altre amenità del genere.
Ma le ragioni della resistenza padronale a ridurre la giornata lavorativa sono solo di ordine
economico o c’è, sottinteso, un altro motivo per così dire sociologico oltre che economico? I
padroni vogliono anzitutto mantenere integra la specificità salariale del rapporto tra
capitale e lavoro, quindi controllare il tempo dell’operaio e stabilirne uno stretto rapporto
di subordinazione. Ciò serve a mantenere il dominio esistenziale capitalista sulla
produzione e sul consumo attraverso il lavoro a tempo pieno.
La riconquista del tempo (l’autogestione del tempo di lavoro e di vita) diventa quindi una
condizione essenziale per l’autonomia individuale e collettiva, e dovrebbe essere uno dei
pilastri di un programma politico dei partiti di sinistra. Sennonché ci vene detto che si tratta
di una questione insormontabile (vincoli strutturali dell’organizzazione globale della
produzione, ecc.). Partiti di sinistra che non esistono se non nelle forme prostituite al
servizio del capitale.
Il voto non paga, c’è solo una strada per l’abolizione del lavoro salariato e non passa dai
parlamenti. Ma chi è disposto oggi a mettere in gioco la propria posizione sociale e il
raggiunto relativo e sempre più precario benessere? «Hic Rhodus, hic salta»