giovedì 25 giugno 2026

Uno scambio di pezzi sulla scacchiera

 

Come già ho rilevato nei giorni scorsi, l’Iran non è il vero obiettivo di questa guerra. Questa affermazione può sembrare paradossale alla luce delle immagini di fabbriche in fiamme a Isfahan, postazioni antiaeree distrutte, eccetera. Tuttavia, l’escalation tra Stati Uniti, Israele e Repubblica Islamica, in corso dal 28 febbraio 2026, è difficile da comprendere se si considera l’Iran come il punto di arrivo della guerra israelo-americana. Un’interpretazione diversa è più plausibile: la guerra all’Iran funge per una trasformazione regionale ben più ampia.

Apro e chiudo subito una parentesi: il Libano è assolutamente strategico per Teheran, poiché il regime iraniano ha come obiettivo dichiarato la cancellazione di Israele dalla carta geografica. Su questo non ci piove, salvo il fatto che Netanyahu risponde come Hitler rispondeva su Varsavia, ossia facendo terra bruciata senza badare se per colpirne uno ne ammazza cento di innocenti.

Sul piano strategico, ossia sul piano generale, vi è un insieme di spazi interconnessi: l’Iraq, lo Stretto di Hormuz, l’Arabia Saudita, gli Stati del Golfo, la Giordania, Israele e, con essi, l’approvvigionamento energetico globale. In quest’ottica, la domanda ovvia, ossia di come si può sconfiggere militarmente l’Iran, è una la domanda sbagliata. Ciò che conta non è la quasi irraggiungibile vittoria su Teheran, ma piuttosto quali cambiamenti politici, territoriali e infrastrutturali si possano innescare nella regione attivando questo campo di commutazione.

Come rilevavo nel 2012, l’idea che gli Stati Uniti possano vincere militarmente la guerra contro l’Iran trascura un fatto strutturale: l’Iran non è un Paese che può essere occupato o controllato in modo permanente. Il suo territorio è troppo vasto, il suo territorio troppo impervio e la sua popolazione, di oltre 90 milioni di abitanti, troppo numerosa per una potenza occupante, come dimostrato dal fallimento in Iraq. Inoltre, l’Iran possiede una delle forze armate più moderne al mondo. Moderne non nel senso di piattaforme costose come aerei da combattimento o navi da guerra, ma nel senso di ciò che si può definire guerra d’arma: droni e missili prodotti a basso costo che possono essere lanciati in gran numero senza dover ricorrere a costose piattaforme di lancio.

L’Iran era già al di fuori del controllo diretto degli Stati Uniti anche prima dell’inizio della guerra; un Paese che era già fuori dalla propria sfera d’influenza può essere abbandonato a costi relativamente bassi. Ciò che a prima vista appare come una perdita di controllo è quindi simile a uno scambio di pezzi su una scacchiera: l’Iran e, a lungo termine, l’Iraq vengono sacrificati perché, in cambio, si ottiene una posizione più vantaggiosa: l’accesso alle risorse petrolifere e di gas dell’Arabia Saudita e degli altri stati arabi del Golfo, ai loro terminali, oleodotti e corridoi di esportazione.

La risposta militare iraniana ha seguito uno schema riconoscibile: attacchi non solo contro Israele, ma anche contro gli Stati del Golfo in cui è ancorata la presenza militare americana. Questa escalation prende di mira quegli Stati il cui potere si basa su infrastrutture altamente vulnerabili: impianti di liquefazione, impianti di desalinizzazione, terminal portuali e oleodotti. Droni e missili a basso costo vengono impiegati contro infrastrutture il cui guasto può paralizzare le economie nazionali e la cui ricostruzione può richiedere anni. Pertanto, ogni ulteriore scambio militare indebolisce principalmente l’Arabia Saudita e gli Stati arabi del Golfo, non dotati di un proprio potere d’azione.

Sebbene lo scambio di fuoco fino ad oggi abbia messo in luce la vulnerabilità degli Stati del Golfo, non li ha ancora spezzati strutturalmente. Per questo, sarebbe necessaria una guerra più lunga e di maggiori proporzioni, che potrebbe persino prevedere il dispiegamento di truppe di terra americane in Iran. Un simile dispiegamento non avrebbe come obiettivo la conquista, bensì la deliberata provocazione di una grande offensiva iraniana, che a sua volta prenderebbe di mira gli Stati del Golfo in quanto rifugi logistici sicuri per gli Stati Uniti.

Ciò solleva la questione cruciale: chi avrebbe interesse a sfruttare politicamente una simile escalation? La questione di chi determini la strategia in questa guerra trova spesso risposta nel dibattito occidentale laddove si sostiene, ad esempio, che Trump non ha un piano, mentre Netanyahu sì. Che i sionisti abbiano un piano è noto da un secolo e anche molto di più.

Washington stabilisce l’agenda, Israele la attua. Questo vale anche per il progetto di “Grande Israele”, una visione geopolitica e religioso-territoriale che si estende ben oltre i territori occupati e posiziona Israele come fulcro di una nuova architettura di controllo ed energetica per la regione. Tuttavia, Israele non può svolgere questo ruolo da solo. Dal punto di vista militare, economico e diplomatico, rimane dipendente dal sostegno americano.

Non c’è alcuna contraddizione in questo. La funzione di Israele all’interno di quest’ordine: lo Stato sionista non è destinato a governare in modo indipendente, ma come avamposto americano. Un prerequisito, tuttavia, è che gli attuali centri di potere nel Golfo siano indeboliti e integrati con Israele. Solo quando l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo perderanno il loro status di indipendenza, Israele potrà emergere come fulcro regionale di una nuova architettura di controllo ed energetica.

Lo scambio strategico sulla scacchiera (l’Iraq per l’Iran e i centri energetici degli Stati arabi del Golfo per Israele quale avamposto di Washigton), ha assunto una forma concreta: il tentativo di liberare i flussi di petrolio e gas dallo Stretto di Hormuz e deviarli via terra o attraverso rotte secondarie verso il Mar Rosso o il Mediterraneo orientale.

Entra in gioco la logica dei corridoi (ne ho già parlato) dominata dagli Stati Uniti. Progetti formalmente multilaterali come il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC) incarnano questa logica senza dichiararla esplicitamente: avviati con la partecipazione attiva degli Stati Uniti, traducono l’architettura di sicurezza americana in oleodotti, ferrovie e infrastrutture portuali. Arabia Saudita, Giordania e Siria (governata da terroristi ricevuti alla Casa Bianca sul tappato rosso!) non appaiono più semplicemente come Stati, ma come potenziali corridoi di transito.

Nello specifico, l’accesso al collegamento terrestre trasforma il territorio saudita e giordano in una via di transito per un accesso al Mediterraneo controllato dagli Stati Uniti. La necessità dello scambio è principalmente geografica: rinunciare all’Iraq come sfera d’influenza elimina il corridoio terrestre che – attraverso la Turchia, ad esempio – potrebbe offrire un’alternativa alla rotta saudita-giordana.

Gli Stati del Golfo sono dunque intrappolati in una situazione dalla quale non c’è praticamente via d’uscita, secondo la logica delle alleanze esistenti. La “protezione” americana non impedisce l’escalation, ma li lega piuttosto alla stessa potenza che li trascina ripetutamente in conflitti. Allo stesso tempo, non possono rinunciare a questa protezione, perché senza di essa sarebbero ancora più vulnerabili alle ritorsioni iraniane. Più diventano vulnerabili, più, appare necessaria proprio la promessa di protezione che contribuisce alla loro vulnerabilità. L’unica via d’uscita risiederebbe in un’intesa regionale con Teheran, ovvero con lo stesso attore da cui Washington promette di proteggerli. Il fatto che questo passo sia politicamente quasi inconcepibile dimostra la natura e lampiezza della trappola.

mercoledì 24 giugno 2026

Per chi avesse ancora voglia di giocare con le parole

Mentre in Italia i media si occupavano quotidianamente dei “bambini nel bosco”, i sionisti procedevano allo sterminio dei bambini palestinesi nella Striscia di Gaza. Non è un fenomeno marginale nella politica israeliana, bensì una prassi di governo: è la conclusione a cui è giunto il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite in un rapporto pubblicato ieri.

Più di 20.000 bambini sono morti nella Striscia di Gaza dall’ottobre 2023, e oltre 44.000 sono rimasti feriti. Ciò significa che i bambini rappresentano circa il 30% delle vittime della guerra, secondo il rapporto delle Nazioni Unite. «Traumi di massa, orfanezza, separazione, disabilità, sfollamenti ripetuti, fame e il collasso dei sistemi di istruzione e assistenza sanitaria» hanno privato i giovani di Gaza della loro infanzia, afferma la commissione d’inchiesta. Inoltre, sono “sottoposti a torture e gravi forme di maltrattamento», tra cui «violenza sessuale», nelle carceri israeliane.

La rappresentanza di Israele a Ginevra ha definito il rapporto una “farsa calunniosa”.

«La Striscia di Gaza è piena di terroristi. Ogni bambino nato ora, in questo preciso istante, è già un terrorista», ha dichiarato il deputato del Likud Nissim Vaturi alla televisione israeliana nel gennaio 2025. L’ex presidente della Knesset, Moshe Feiglin, ha rincarato la dose nel maggio 2025: «Ogni bambino a cui state dando il latte ora violenterà le vostre figlie e massacrerà i vostri figli tra 15 anni», ha affermato in un’intervista televisiva. La sua conclusione: «Nessun bambino» dovrebbe rimanere nella Striscia di Gaza.

È una logica che attraversa come un filo rosso i genocidi della storia: la propria collettività viene immaginata come vittima, in opposizione a un gruppo che rappresenta il male assoluto. Per garantire la propria sopravvivenza, gli altri devono essere sterminati o cacciati. Questo include esplicitamente i loro figli, perché sono i cattivi di domani.

Haaretz ha riportato ieri che il Consiglio di Sicurezza Nazionale ha convocato una riunione lo stesso giorno per promuovere l’”uscita volontaria” da Gaza.

Qualcosa accadrà, e sarà qualcosa d’inedito

Presto, molto presto, gran parte dell’umanità si troverà ad affrontare questioni non più rinviabili e delle quali, tuttavia, fino ad oggi non sembra avere sufficiente ed adeguata consapevolezza. Viviamo convinti della infinita superiorità della nostra civiltà tecnologica, supportati in ciò dagli strepitosi risultati raggiunti, senza peraltro renderci ben conto che essi rappresentano allo stesso tempo il livello di avvilimento al quale siamo sottoposti come esseri umani dal dominio delle macchine. Ciò dimostra come, nonostante tanti e tali progressi, non sia concesso a chiunque di sfuggire ai vincoli del proprio tempo e della propria condizione.

Anche coloro che ritengono di esserne consapevoli e di attenersi al principio di realtà, scopriranno loro malgrado che centinaia di milioni di persone ancora giovani non potranno passare le loro giornate sedute ai giardinetti a sputare gusci di pistacchio nelle aiuole mentre aspettano il sussidio, oppure sdraiate sul divano di casa a vedere 104 partite del mondiale di calcio. “La realtà ci impone di apportare cambiamenti urgenti e necessari”, ha detto il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, e va da sé che ciò non vale solo per Cuba. Tutt’altro.

Vale anche per gli Stati Uniti nel loro confronto, sempre più stringente, con la Cina. Ma non solo con la Cina. Mentre a Évian si regalava a Donald Trump una maglia da calcio per il suo ottantesimo compleanno, tre giorni prima, su ordine del governo americano, era stato vietato l’accesso ai modelli avanzati Fable 5 e Mythos di Anthropic per gli utenti non statunitensi. Mai prima d’ora l’Europa ha sentito tutta la forza dell’imperialismo tecnologico statunitense e, allo stesso tempo, la propria pericolosa dipendenza.

I nuovi modelli IA non sono semplicemente un altro tipo di software. Stanno diventando sempre più una sorta di infrastruttura di base per l’economia perché sono in grado di programmare autonomamente, automatizzare i processi aziendali, analizzare i mercati e scoprire nuove terapie mediche. Oltre al loro impiego per scopi bellici. Ecco perché tale divieto è così “pericoloso” e va ben oltre le bagatelle puerili tra Trump e Meloni. Trump è ben consapevole dell’importanza dell’intelligenza artificiale per il suo potere e per quello degli Stati Uniti nel loro complesso.

Questa volta è stato il governo degli Stati Uniti. La prossima volta potrebbe essere un miliardario americano in una brutta giornata. Gli europei sono gli inquilini di un insediamento digitale i cui proprietari, con le loro chiavi principali, vivono a Washington e nella Silicon Valley.

La Cina, dice, si è preparata proprio a uno scenario del genere, sviluppando le proprie piattaforme e investendo miliardi nel proprio ecosistema tecnologico. La macchina attualmente più veloce si trova nella città di Shenzhen, nel sud della Cina, e raggiunge una prestazione costante di 2,2 exaflops, unità di misura della potenza di calcolo di un computer al secondo. Lineshine (questo il suo nome) è stato costruito esclusivamente con processori sviluppati in Cina.

Il 9 agosto dell’anno scorso, scrivevo in esergo a un post: “Le macchine non esistono fuori dalla storia. E se esistono nella storia, esistono in un’epoca, e in quell’epoca si decide la relazione tra te e la macchina.”

“Voglio parlarti di Dio”. I chiacchieroni sono ovunque.

martedì 23 giugno 2026

La grana a loro, le grane agli altri

La prima emissione di buoni del tesoro poliennali (btp) denominata Italia Sì (nome evocativo del referendum di marzo?) ha raccolto in cinque giorni 8,84 miliardi. La platea degli acquirenti è quasi esclusivamente domestica. Segno che la grana c’è, tanto è vero che nei portafogli degli investitori nazionali non finanziari i miliardi sono 458. Famiglie e imprese non finanziarie italiane detengono un 14,5% del debito pubblico. Non male. Ma ciò significa anche che oltre l’85% del debito pubblico è in mani straniere.

Ovviamente a comprare titoli è solo chi può permetterselo e dunque sul piano redistributivo gli effetti dell’alto debito (leggi: spartizione degli interessi cedolari) sono a favore di chi la grana già ce l’ha. Insieme alle solite banche e agli altri investitori istituzionali. E quella degli interessi passivi del debito costituisce una delle voci di spesa più rilevanti a carico dello Stato (dunque di quella metà dei contribuenti che paga le imposte).

Come scriveva Gianni Trovati sul Sole 24ore di domenica, «Da questo fiume di cedole sono inevitabilmente esclusi gli italiani in condizioni economiche meno floride. Che, anzi, vedono erodere dagli interessi sul debito in margine di bilancio che altrimenti avrebbero potuto finanziare politiche pubbliche a loro destinate». In altri termini: risorse tolte alla sanità, alla scuola, alla ricerca, eccetera.

Gli interessi passivi costeranno quest’anno 94,9 miliardi (+8,9% rispetto al 2025), prima di arrivare a 100,1 miliardi nel 2027 e salire poi ai 111,6 miliardi messi in calendario nel 2029 dall’ultimo Documento di finanza pubblica approvato a fine aprile.

Di patrimoniale neanche a parlarne. Del resto, fanno notare, una pur minima patrimoniale la si paga già con la tassazione dei conti correnti (imposta di bollo). Sennonché tale imposta è fissa, sia per chi ha una giacenza media di 5.001 euro e sia per chi mediamente ha una giacenza di milioni di euro. Insomma, non è una imposta progressiva, e anzi per aziende, società ed enti, l’imposta di bollo fissa è di 100 € l’anno, anche in tal caso indipendentemente dalla giacenza. Tutto ciò s’addice alla buona gestione di una società di classe.

Chi pensa che un prossimo esecutivo, di stampo malavitoso come l’attuale o anche di stampo malavitoso diverso, possa mettere mano a questa distorsione che grida scandalo al cielo, ebbene, se c’è chi pensa questo, non è solo un irrimediabile illuso, bensì un imbecille.

Stretto di Magellano e Nubi su Hormuz

 

Le delegazioni statunitense e quella persiana, che si stanno incontrando in questi giorni in Helvetia, hanno per tema del confronto due questioni: quella relativa al Grande Attrattore, e quella, non meno spinosa, che riguarda il metodo geometrico della parallasse trigonometrica, calcolo fondamentale per il pedaggio delle navi nello stretto di Hormuz.

Se non avete ancora sentito parlare di queste questioni è perché non seguite il dibattito televisivo su questo tema verso le tre del mattino. Lascio per altra occasione la questione del Grande Attrattore e vediamo in dettaglio che cos’è il metodo geometrico della parallasse trigonometrica, che tanto incide sulla nostra bolletta energetica.

La distanza tra le galassie e gli oggetti celesti più piccoli viene determinata in base alla loro luminosità. Nel caso delle Nubi di Magellano, due galassie nane satelliti della Via Lattea, questo calcolo costituisce la base per determinare le distanze di altri oggetti. Esse fungono da galassie di riferimento.

Le stelle variabili, ossia stelle che periodicamente aumentano e diminuiscono di luminosità, si trovano principalmente nelle Nubi di Magellano. Le Nubi di Magellano (più precisamente, la Piccola Nube di Magellano e la Grande Nube di Magellano) sono le due galassie più vicine alla nostra galassia; sono facilmente visibili a occhio nudo dall'emisfero australe in una notte serena, ma non dall’Europa.

Il cielo notturno ci appare in due dimensioni: vediamo principalmente punti o zone di diversa luminosità e colore su uno sfondo scuro, e lo spazio profondo ci appare come un gigantesco dipinto. In molti casi, inizialmente non sappiamo quanto siano effettivamente distanti gli oggetti, perché stelle, pianeti o nebulose possono apparire più luminosi sia perché brillano effettivamente con maggiore intensità, sia perché sono più vicini a noi.

Agli inizi del XX secolo, i calcoli complessi per scopi scientifici e tecnici venivano eseguiti da donne, la maggior parte delle quali era, inevitabilmente, mal pagata. Tra queste, l’astronoma americana Henrietta Swan Leavitt, che faceva parte delle Harvard Computers, un gruppo di donne impegnate nel calcolo ed elaborazione dei dati per l’Osservatorio dell’Harvard College.

Il compito delle “donne computer” di Harvard era proprio quello di mappare le stelle variabili. Durante la catalogazione, Leavitt scoprì un gran numero di stelle variabili precedentemente sconosciute nelle Nubi di Magellano. Nel 1912, stabilì finalmente una correlazione diretta tra la frequenza di lampeggio di queste stelle e la loro luminosità assoluta. Questa correlazione si rivelò di fondamentale importanza per tutta l’astrofisica.

Per alcuni oggetti, la loro distanza dalla nostra posizione può essere determinata utilizzando il cosiddetto metodo della parallasse. Il metodo della parallasse è una tecnica geometrica usata in astronomia per calcolare la distanza degli oggetti celesti più vicini (funziona solo con telescopi potenti e solo per corpi celesti relativamente vicini, ossia non è applicabile alle galassie distanti). Sfrutta lo spostamento apparente di un oggetto rispetto a uno sfondo più lontano quando viene osservato da due posizioni differenti.

Gli oggetti appaiono leggermente spostati quando vengono osservati in momenti diversi e quindi da angoli diversi. La Terra orbita attorno al Sole a metà ogni sei mesi, quindi quando un particolare oggetto viene osservato nuovamente dopo questo periodo, viene visto da una direzione e un angolo leggermente diversi. Confrontando queste due osservazioni, è possibile calcolare la distanza assoluta dalla stella in questione.

Calcolare come? Dalla differenza di posizione angolare si calcola l’angolo di parallasse (un calcolo che io non saprei fare). Conoscendo la distanza tra i due punti di osservazione (il diametro dell’orbita terrestre) e usando la trigonometria, si ricava la distanza della stella.

Conoscendo la luminosità assoluta di una stella lampeggiante, è possibile determinarne con precisione la distanza da noi. Questi dati possono essere confrontati con i valori di luminosità di altri oggetti nelle vicinanze e, su questa base, gli astronomi possono tentare di stimare le distanze. Tuttavia, questo metodo presenta un problema: le misurazioni possono contenere errori. Le stime basate su misurazioni, che a loro volta si basano su stime, contengono anch’esse tali errori. La probabilità di errore aumenta con ogni ulteriore derivazione. Pertanto, la determinazione delle distanze degli oggetti nelle Nubi di Magellano può avere un impatto significativo su ampie parti dell’astrofisica. Per questo motivo, questa disciplina presta particolare attenzione alle galassie di riferimento.

Di recente, le Nubi di Magellano sono tornate a essere oggetto di intense ricerche, questa volta non sulla luminosità delle stelle, bensì sulla loro direzione di movimento. Si è scoperto che le Nubi di Magellano interagiscono gravitazionalmente in modo tale da perturbare il moto delle stelle. Anche una piccola perturbazione può accumularsi nel corso di milioni di anni e avere un effetto significativo. La piccola Nube di Magellano, a quanto pare, non ruota sul proprio asse, come si ipotizzava in precedenza. Le stelle sembrano invece allontanarsi l’una dall’altra. Non è ancora chiaro se questo movimento porterà alla dissoluzione della galassia, ma in ogni caso, le dinamiche interne del sistema stellare sono più complesse di quanto si pensasse.

(*) Posto che le distanze nello spazio sono enormi, gli astronomi hanno definito un’unità di misura basata proprio su questo metodo: il parsec. Un parsec (circa 3,26 anni luce) è la distanza alla quale si troverebbe una stella con un angolo di parallasse di un solo secondo d’arco. Gaia, la sonda astrometrica dell’Agenzia Spaziale Europea, lanciata nel 2013, ha rivoluzionato l’astronomia misurando posizioni, distanze e moti di oltre un miliardo di stelle con una precisione fino a 100 volte superiore a Hipparcos, il precedente telescopio spaziale.