venerdì 21 agosto 2026

Le fantasie di Engels che sono invece quelle di Luciano Canfora

Dopo il caldo torrido è arrivata la pioggia. Il clima da molto tempo non è più solo un fatto naturale. L’aria più fresca mi dà modo di concentrarmi sul libro a firma di Luciano Canfora: Comunismo. Un’altra storia. Da alcune settimane mi chiedo quale interesse o anche minimo godimento può trovarvi il lettore medio leggendolo. Sempre se il lettore riesca a leggerne effettivamente e integralmente il testo, o almeno ad arrivare sano e salvo fino agli ultimi capitoli che trattano di vicende più recenti e digeribili.

Il volume è diviso in due parti. La prima è una ricostruzione su chi, quando, perché e come abbia redatto l’arcinoto pamphlet propagandistico Il Manifesto del Partito Comunista. Un’esegesi specialistica approfondita, a tal punto che può suscitare reale interesse solo presso un pubblico che abbia una dimestichezza non comune con gli scritti marxiani.

La seconda parte è dedicata prevalentemente ai rapporti diplomatici tra il nuovo governo bolscevico e i leader occidentali, con particolare riferimento alla vicenda della “missione Bullitt”, inviata a Mosca con l’avallo del presidente Willson. Seguono poi alcuni brevi capitoli sulla seconda guerra mondiale, sul doppio golpe del 1991 e altre finali considerazioni della quali in questo post non mi occuperò.

Nella prima parte del libro, quella dedicata alla stesura del Manifesto del Partito Comunista, la tesi dell’Autore (o piuttosto dell’Autrice?) è volta a dimostrare che Marx scrive Il Manifesto in ritardo rispetto agli accordi presi, di malavoglia, utilizzando un “catechismo” scritto precedentemente da Engels, eccetera.

Si punta a dire che Engels e Marx, dopo l’esperienza rivoluzionaria del 1848, pervengono a posizioni non solo più attendiste, ma soprattutto a una concezione dello sviluppo storico di tipo evoluzionistico darwiniano (in contrasto con quello che sarà poi il leninismo). Fino ad arrivare a formulazioni come quelle che riporto integralmente e per esteso:

«Torniamo ora al “riuso” del Manifesto. Mentre la prefazione del 1872 dice con chiarezza ciò che non ha più senso illudersi di poter fare (“impadronirsi einfach, sic et simpliciter, della macchina statale e rimetterla in funzione con obiettivi mutati für ihre eigenen Zwecke”, la prefazione del 1888 è, in tono e con uno sguardo completamente retrospettivo, incentrato sull’evoluzione positiva realizzatasi nei decenni trascorsi. E più in generale sulla concezione della storia umana come evoluzione.

Si impone alla fantasia [sic!) di Engels il paragone tra la propria analisi sociale e “ciò che la teoria di Darwin ha rappresentato per la biologia”. Ribadisce questo concetto anche in una nota aggiuntiva all’introduzione tedesca del 1890. Afferma che alla visione della storia come costante processo evolutivo che culmina in qualcosa, e vi si compie, anche Marx è già giunto nel 1845. Del resto non è senza motivo che Marx avesse, quantunque senza successo, chiesto proprio a Darwin il permesso di dedicargli il primo volume (1867: l’unico da lui edito) del Capitale

Come il lettore accorto avrà già compreso, qui siamo a un livello apparentemente sofisticato di manipolazione delle idee e dei testi marxiani ed engelsiani. Nella citata Prefazione inglese del 1888 (MEOC, vol. VI, p. 669), si legge:

« [...] in ogni epoca storica, il modo economico di produzione e di scambio dominante e la struttura sociale che ne è la conseguenza necessaria, formano la base sulla quale si edifica, e dalla quale soltanto può essere spiegata, la storia politica e intellettuale di tale epoca; di conseguenza [...], tutta la storia dell’umanità è stata una storia di lotte di classi, lotte fra classi sfruttatrici e classi sfruttate, fra classi dirigenti e classi oppresse; la storia di questi conflitti di classe costituisce uno sviluppo nel quale si è raggiunto oggi uno stadio in cui la classe sfruttata e oppressa - il proletariato - non può liberarsi dal giogo della classe sfruttatrice e dominante - la borghesia - senza emancipare una volta per tutte la società nel suo insieme da ogni sfruttamento, da ogni oppressione, da tutte le differenze di classe e da tutte le lotte di classe.»

Dunque, dove si rileva il “paragone” con l’evoluzione naturale di Darwin? Eccolo il richiamo engelsiano al naturalista inglese: «A questa idea [dello sviluppo storico] che, secondo me, è destinata a produrre nella scienza storica un progresso uguale a quello che ha prodotto la teoria di Darwin nelle scienze naturali, entrambi ci eravamo già accostati a poco a poco vari anni prima del 1845.»

È di tutta evidenza che il “paragone” riguarda la portata scientifica e storica della nuova concezione della storia e non consta invece, come vorrebbe Canfora, in una equiparazione sic et simpliciter con la teoria evolutiva di Darwin. La concezione materialistica e dialettica della storia alla quale pervengono Marx ed Engels non è per nulla esposta al naturalismo darwiniano e tantomeno al darwinismo sociale che ne fece seguito.

Ciò è precisato ancora una volta proprio da Engels nell’orazione funebre di Marx: «Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana [...] Ma non è tutto. Marx ha anche scoperto la legge peculiare dello sviluppo del moderno modo di produzione capitalistico e della società borghese da esso generata [...]. Tale era lo scienziato. Ma lo scienziato non era neppure la metà di Marx. Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una forza rivoluzionaria. Per quanto grande fosse la gioia che gli dava ogni scoperta in una qualunque disciplina teorica, e di cui non si vedeva forse ancora l’applicazione pratica, una gioia ben diversa gli dava ogni innovazione che determinasse un cambiamento rivoluzionario immediato nell’industria e, in generale, nello sviluppo storico. [...] Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario. Contribuire in un modo o nell’altro all’abbattimento della società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato, contribuire all’emancipazione del proletariato moderno al quale Egli, per primo, aveva dato la coscienza della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione: questa era la reale sua vocazione. La lotta era il suo elemento. Ed ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno combattuto.»

E ancora: in una lettera a Engels del 16 gennaio 1861, Marx scrive: «Molto notevole è l’opera di Darwin, che mi fa piacere come supporto delle scienze naturali alla lotta di classe nella storia. Naturalmente bisogna accettare quella maniera rozzamente inglese di sviluppare le cose. Ma, nonostante tutti i difetti, qui non solo si dà per la prima volta il colpo mortale alla “teologia” nelle scienze naturali, ma se ne spiega il senso razionale in modo empirico».

In seguito, vista la piega che stava prendendo il darwinismo in mano agli ideologi borghesi, Marx in una lettera a Kugelmann del 27 giugno 1870, ebbe modo di precisare ironizzando contro F. A. Lange: «riassume l’intera storia in un’unica grande legge della natura. Questa legge della natura è la frase struggle for life, la lotta per l’esistenza (in questa accezione l’espressione darwiniana diventa mera frase) e il contenuto di questa frase è la legge malthusiana del popolamento, o piuttosto del sovrappopolamento. Invece di analizzare lo struggle for life come si presenta in diverse determinate forme sociali, non occorre far altro che tradurre ogni lotta concreta nella frase “struggle for life”, e questa frase nelle “fantasie di popolamento” di Malthus. Bisogna ammettere che questo è un metodo molto persuasivo, per l’ignoranza e la pigrizia mentale ostentatamente scientifica e ampollosa» [MEOC, vol. XLIII].

Potrei continuare con simili citazioni per pagine, a cominciare dalla celeberrima Prefazione a Per la critica dell’economia politica: «A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale».

È chiaro che la soggettività rivoluzionaria si produce e si manifesta proprio sulla base della citata contraddizione oggettiva, e non può prescindere da essa senza raccogliere vento e tempesta. Tuttavia, riconoscere la contraddizione dialettica, l’interazione reciproca tra forze produttive e rapporti di produzione, quale base oggettiva della crisi del modo di produzione capitalistico, non comporta alcuna concessione al determinismo evoluzionistico (*).

Pertanto, il “paragone” darwiniano prospettato da Canfora (o chi per lui) non è del tipo inteso da Engels e tanto meno da Marx. Per non dire poi del metodo scientifico di studio di Marx, che non è metodo storico (come credono e spacciano in molti), ma logico; metodo logico che è la chiave per la comprensione dello sviluppo storico (e questo Canfora dovrebbe saperlo).

Dalle erudite falsificazioni passiamo ai piatti truismi, come quello, perdurante (vedi mons. G. Ravasi su il Domenicale del Sole 24 ore dell’11-2-2007), secondo il quale Marx avrebbe, quantunque senza successo, chiesto proprio a Darwin il permesso di dedicargli il primo volume del Capitale. Si tratta di un grossolano equivoco, ripetuto di volta in volta da gente che non ha cura per il dettaglio (anche da ciò deduco che Canfora sia più il curatore del libro e non il suo autentico autore).

Marx dedicò Il Capitale a Wilhem Wolff, un operaio tedesco: «Al mio indimenticabile amico, l’ardito, fedele, nobile pioniere del proletariato» morto in esilio nel 1864. L’equivoco su questo presunto rifiuto nasce da una lettera di Darwin del 12 ottobre 1880. La lettera non era rivolta a Marx ma ad Aveling, il genero di Marx, compagno della figlia Eleanor (che ereditò la corrispondenza). Si pensò che la lettera fosse rivolta a Marx perché per errore finì tra la sua corrispondenza. Aveling chiese a Darwin in una lettera dell’11-10-1880 di potergli dedicare una propria opera. La faccenda è ricostruita, dapprima, da Lewis S. Feuer in Is the Darwin-Marx correspondence’ authentic?, in Annals of Science, 32, 1975, pp. 1-12, poi ripresa e definitivamente chiarita nel numero successivo (33, 1976) della rivista (Feuer, Carroll, Colp, pp. 383-394). Origine del “disguido” sembra essere stato uno studioso sovietico, Ernst Kolman, nel 1931 (per una rapida ricostruzione vedi qui). È documentato invece che Marx inviò a Darwin una copia della seconda edizione del Capitale con sua dedica. Darwin rispose con una lettera di ringraziamento il primo ottobre 1873.

Basta così; vado a vedere la pioggia cadere sulla natura assetata.

(*) Il percorso della soggettività rivoluzionaria nella crisi è ostacolato da molti fattori. Non c’è arma che non verrà impiegata contro di essa da parte delle classi dominanti, non c’è violenza, strage o genocidio che non saranno tentati per bloccarne il corso. Ma la lotta ideologica in tutto ciò riveste un ruolo fondamentale.

giovedì 20 agosto 2026

La propaganda, il suo volto, la sua maschera

 

È noto quanto i segni – linguaggio e immagini – guidino l’attenzione, che è una delle funzioni psichiche superiori proprie dell’uomo, e creino costruzioni della realtà. E quanto potentemente ciò avvenga attraverso i media. E come questi sappiano indurre desideri, bisogni e alimentare narrazioni di ogni tipo.

È del tutto fuori luogo parlare di alfabetizzazione mediatica, ossia della capacità di utilizzare, analizzare e riflettere criticamente sui media e i loro messaggi, sia per quanto riguarda i giovani che per la popolazione più matura. Ci hanno abituati a dei rituali discorsivi consolidati che ormai non ci fanno più effetto.

Un esempio concreto: il discorso sul Medio Oriente, dove qualsiasi deviazione dagli schemi abituali fa scattare immediatamente sospetti di antisemitismo. Si tratta di un rituale collaudato da tempo, che trae origine dalla comunicazione strategica, non da una ricostruzione e riflessione storica.

Gli specialisti della neolingua, pensata per nascondere la verità, operano in tutti i settori della comunicazione, non ultimo il settore dell’economia e della finanza. Ma anche quando l’UE pontifica sull’”armonizzazione delle capacità”, in realtà si riferisce all’acquisto di armi, al riarmo in vista del conflitto armato (secondo piani già esistenti da tempo, la dottrina NATO del 1999 definiva già la sicurezza delle risorse e delle vie di accesso come giustificazione per la guerra).

Non è un fenomeno manipolativo recente, anche se ora ha raggiunto alti livelli di sofisticazione. Da sempre siamo tutti trascinati in guerra con delle bugie, e le parti in conflitto utilizzano le stesse tecniche di propaganda che attribuiscono alla controparte: affermano di difendersi soltanto, mentre l’altra parte è un aggressore malvagio. Chiunque non si allinei è un traditore, e così via.

Ci si esprime nella distinzione binaria tra “sostenere l’Ucraina con le armi” o “non fare nulla”. Si alimenta il mito secondo cui se “non si fa nulla” si è a favore della violenza e contro il diritto e la democrazia. Ciò che vale oggi per l’Ucraina, valeva all’inizio del secolo per l’Iraq e oggi per l’Iran.

Il messaggio odierno che alimenta i timori di guerra è basato sulla personalizzazione e la demonizzazione: Putin certamente ci attaccherà e pertanto dobbiamo armarci per il bene della pace. Si potrebbe dire: la guerra (la “prontezza bellica”) è favorevole alla pace. Chiunque introduca fatti scomodi nel discorso rischia di essere etichettato come agente filo-russo o disinformatore. Con il pretesto di “proteggerci” dalla “disinformazione”, si controlla di fatto l’informazione e la comunicazione (*).

Le masse sono “stupide”, ed è poi molto più difficile aizzare un popolo contro un altro perché i soldati comuni sono fin troppo simili tra loro. È così che il nemico acquista un volto e ne cancella un altro: quello del racket della guerra, il business che si cela dietro il riarmo e la guerra. Le élite, gli oligarchi, i sauditi, le famiglie reali, i BlackRock e simili conducono apertamente i loro affari, si riuniscono in reti internazionali e non mostrano alcun timore del contatto interculturale.

Le operazioni psicologiche, il discorso manipolatorio, ci incita contro gli “altri” e a sprecare le nostre energie e passioni su questioni secondarie e a trascurare le ragioni profonde del conflitto sistemico, che in buona sostanza maschera le difficoltà e il declino del modello economico dominante.

Anche quando la propaganda non sta convincendo appieno la maggioranza della popolazione a sostegno del riarmo e della militarizzazione, ciò serve comunque ad ottenere un certo grado di ottundimento e di coesione intorno alla bandiera. Lo si nota, più banalmente, perfino nei tornei sportivi dove ormai prevale la sindrome del raduno attorno all’inno e alla bandiera con un’enfasi eccessiva e ridicola.

Dovremmo prepararci a un dopoguerra, se ce ne sarà uno.

(*) Vedi la task force East StratCom (che gestisce il blog EUvsDisinfo, anche in versione italiana), frutto della collaborazione tra l’UE e la NATO. È stata fondata nel 2015/16 all’indomani delle cosiddette proteste di Euromaidan a Kiev nel 2014. Se nei media vi imbattete in tali notizie, spesso molte delle quali identiche nello stesso giorno, e tutte riconducibili a un’unica fonte, allora è chiaro che, in assenza di una seconda fonte indipendente, si tratta di comunicazione strategica.

mercoledì 19 agosto 2026

In coda per un nuovo vaccino

Non so se tra una trentina di mesi, quando avrò la stessa età che ha ora Vladimir Putin, sarò ancora tra i viventi e in quale stato di salute. Né posso prevedere quali saranno le mie più immediate preoccupazioni e ansie personali. Come avviene normalmente per quelli che hanno raggiunto la prima vecchiaia, qualche interrogativo sulla propria data di scadenza arriva spontaneo. Basta non diventi un’ossessione o anche solo un pensiero troppo ricorrente.

“In passato, raramente si arrivava a 70 anni, ma oggi, a quell’età, si è solo dei bambini”. Andiamoci piano, non esageriamo, una settantina d’anni non sono acqua fresca. “Gli organi umani possono essere trapiantati all’infinito, al punto che le persone possono ringiovanire, persino diventare immortali”. Questa è una cazzata. Chi, dopo aver raggiunto una tarda vecchiaia, vorrebbe diventare immortale? Sai che rompimento di coglioni!

E ancora: “Entro la fine di questo secolo, si potrà vivere fino a 150 anni”. Questo scambio di battute non è avvenuto quest’estate seduti in una veranda, madidi di sudore e scolando uno dopo l’altro degli Zacapa ghiacciati (che non significa con ghiaccio). Il 3 settembre 2025, Vladimir Putin e Xi Jinping, entrambi settantaduenni, discutevano degli inesorabili segni del tempo sulla loro pancia e sui testicoli cadenti. Due autocrati terrorizzati dalla morte, sulla quale il loro potere non ha alcun controllo.

Fino ad ora. Perché, nell’aprile scorso, il The Mosscow Times pubblicava che il governo russo aveva annunciato l’avvio di un vasto progetto di terapia genica volto a rallentare l’invecchiamento cellulare. Definito volgarmente come una sorta di “vaccino contro l’invecchiamento”, il costo di questo programma, denominato Nuove Tecnologie per la Conservazione della Salute (sic!), è stimato in circa 26 miliardi di dollari (duplex sic!).

L’obiettivo biologico è il trattamento mirante a bloccare il recettore RAGE, una proteina di membrana che si lega ai prodotti finali della glicazione avanzata e la cui attivazione innesca i meccanismi infiammatori e stress ossidativo della cellula. Oltre al blocco del RAGE, è stato presentato un secondo candidato terapeutico basato sugli esosomi (messaggeri biologici naturali di materiale genetico) per contrastare la perdita di massa muscolare legata all’età, ossia la cachessia.

Ad occuparsene sarà l’Istituto di Biologia e Medicina dell’Invecchiamento. Il viceministro della scienza e dell’istruzione superiore, tale Denis Sekirinsky (41 anni, laurea triennale in Storia), ha dichiarato che il progetto si inserisce nel più ampio impegno della Russia per espandere la ricerca biotecnologica nazionale, “in un momento in cui il Paese si trova ad affrontare il declino demografico e un rapido invecchiamento della popolazione”.

Questi cazzo di ministri e viceministri vogliono arrestare il declino demografico allungando la vita ai vecchi. E per colmo di contraddizione mandano i giovani russi a rischiare la ghirba in Ucraina.

Per parte mia offro gratuitamente qualche suggerimento a cui attenersi per mitigare gli effetti dell’invecchiamento: 1) condurre vita attiva, ma non praticare assolutamente sport; 2) bere un bicchiere d’acqua tiepida al mattino prima di colazione; 3) quindi lavarsi accuratamente e regolarmente la dentiera; 4) mantenere la giusta distanza dalle persone troppo ignoranti o troppo intelligenti; 5) evitare coloro che offrono, anche se gratuitamente, consigli su come mitigare gli effetti dell’invecchiamento.

Alleati e finanziatori dei nazisti ucraini


Se facessi i nomi dei più noti fiancheggiatori italiani del regime nazista di Kiev, potrei rischiare delle temerarie querele. Siccome in generale nutro per la cosiddetta “giustizia” una stima uguale allo zero senza virgola, non arrischio fare nomi e cognomi. Del resto, sono noti a tutti.

Si tratta di fiancheggiatori di organizzazioni neonaziste come quella che venerdì scorso ha scortato la bara contenente le spoglie del primo leader dell’organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN). Un picchetto d’onore di tedofori e portabandiera del Movimento Azov, ha scortato la bara di Yevgen Konovalets (1891-1938) fino alla Cattedrale patriarcale della Chiesa greco-cattolica ucraina a Kiev.

Konovalets gettò le basi del movimento nazionalista, che dopo la sua morte continuò con Stepan Bandera, Andrij Melnyk e Roman Shukhevych.

Prendiamo il caso di quest’ultimo, meno noto oggi. Shukhevych, in qualità di comandante principale dell’UPA, è direttamente responsabile del massacro della Volinia contro i polacchi e della pulizia etnica genocida della popolazione civile polacca nei voivodati di Leopoli, Tarnopol e Stanisławów , che causò la morte di circa 100.000 persone, di cui 40.000- 60.000 polacchi uccisi in Volinia, 20.000-25.000-40.000 nei voivodati di Leopoli, Tarnopol e Stanisławów e 6.000-8.000 polacchi nel territorio della Polonia moderna. Il 12 ottobre 2007, gli fu conferito postumo il titolo di Eroe dell’Ucraina dal Presidente dell’Ucraina.

Insomma, anche se la guerra attuale finisse (dubito fortemente), il nazionalismo ucraino, di matrice apertamente nazista, addestrato e armato sino ai denti, costituirà un problema non da poco per i padroni della UE.

lunedì 17 agosto 2026

Storie dell’orrore

 

Storie dell’orrore come quella della presunta “fuga” dell’IA, che si sarebbe scatenata in modo incontrollato (sul tipo HAL 9000), tornano utili per il prossimo round di finanziamenti, poiché dimostrano la presunta onnipotenza del prodotto. Sono in gioco centinaia di miliardi di dollari.

Sono trascorsi circa quattro anni dalla diffusione dei “modelli linguistici” su larga scala, e dunque non solo l’intelligenza artificiale, ma anche la stupidità artificiale ha circa quattro anni. Politici e ministri che si fanno scrivere i discorsi da ghostwriter virtuali; giornalisti lautamente pagati generano le loro encicliche con la semplice pressione di un pulsante e poi le impreziosiscono con la propria “autorevole” firma; studenti che falliscono anche le domande più semplici senza accesso a internet; eccetera.

Sam Altman, CEO di OpenAI, multinazionale specializzata in intelligenza artificiale, ha annunciato: “Siamo nella singolarità, questo è il momento”. Che cosa significa? Chiedo a ... OpenAI: “La singolarità tecnologica è un momento futuro ipotetico in cui l’intelligenza artificiale e la tecnologia supereranno l’intelligenza umana. Da quel punto in poi, le macchine potranno migliorarsi da sole a una velocità enorme. Questo renderà il progresso così rapido che le persone non riusciranno più a capirlo o a controllarlo”.

A rigore: l’intelligenza artificiale di questo tipo sarebbe quindi anche l’ultima invenzione dell’umanità. Dopodiché, subentrerebbero le macchine. La questione se la tecnologia oggi chiamata IA abbia mai prodotto un singolo pensiero veramente originale o sia semplicemente una funzione di completamento automatico migliorata, ovvero se sia e possa essere più della somma dei dati con cui è stata addestrata, è divenuta infine una questione eminentemente religiosa.

Anziché concentrarci sulle macchine divine, rivolgiamoci al marxismo. La Cina usa l’espressione “nuove forze produttive” per l’intelligenza artificiale e altre tecnologie future (come la robotica umanoide). Non è una coincidenza, poiché fa riferimento a Marx ed Engels. Essi avevano già stabilito ne L'ideologia tedesca (cap.II) che “ogni nuova forza produttiva, nella misura in cui non sia semplicemente un’estensione quantitativa delle forze produttive già note, determina un nuovo sviluppo della divisione del lavoro”.

Le forze produttive capitalistiche rinviano ai rapporti di produzione: all’inizio del XIX secolo, le tecnologie allora nuove, come le ferrovie e l’industria pesante, richiedevano determinate (diverse) condizioni e prerequisiti sociali per il loro pieno sviluppo; uno Stato moderno e una classe dominante capitalista. Le strutture feudali erano inadeguate allo scopo e furono spazzate via da guerre e rivoluzioni (*).

Oggi, si ripropone la domanda: con quale ordine sociale si armonizzano queste “nuove forze produttive” in modo da essere compatibili? Basti pensare all’automazione della produzione che l’intelligenza artificiale, in combinazione con la robotica, promette di realizzare, fino alle sue logiche conseguenze: senza il lavoro umano, non si crea plusvalore. Inoltre, i robot non ricevono salari e non comprano nulla.

Attualmente, dobbiamo accettare che ogni innovazione venga utilizzata come mezzo per aumentare il tasso di creazione di valore e alterare la composizione organica del capitale (attraverso licenziamenti di massa). Dunque, contro le persone e i loro stessi interessi. Questa evoluzione tecnologica non può essere arrestata, perché la pressione per massimizzare il profitto (la logica dell’accumulazione e la tenuta del saggio di profitto) impone di per sé l’automazione. Nessuno può fermare la ruota del tempo e sarà di grande interesse vedere come andrà la faccenda da qui a qualche lustro.

(*) Per forze produttive s’intende, prima di tutto, la classe dei lavoratori produttivi (di capitale), che è la principale forza produttiva di mezzi di lavoro e di beni di consumo. Senza di essa non vi sarebbe alcuna produzione. Per rapporti di produzione e di scambio si intendono tutti quei rapporti oggettivi, e cioè indipendenti dalla coscienza, che si stabiliscono tra gli uomini nella creazione del prodotto sociale e nella successiva ripartizione di esso.