mercoledì 13 maggio 2026

I peggiori

 

Finora solo i morti hanno visto la fine della guerra. Di quella in Ucraina, di quelle in Medio Oriente e di tutte le altre delle quali solitamente non ci occupiamo affatto. Ci stiamo abituando alla guerra? Quella degli altri, perché per il momento noi le avvertiamo solo dal lato economico e non tutti allo stesso modo, peraltro. Oppure prevale l’indifferenza? Non la rabbia malinconica per le inutili stragi ucraine, per la distruzione di Gaza o di Beirut da parte dell’oligarchia razzista di Israele, ma una sostanziale indifferenza. Che non è qualcosa di inerte o di neutrale; diventa un atto politico, proprio perché apparentemente l’indifferenza, per i vivi e per i morti, non è politica.

Ma oltre e anzi prima dell’indifferenza c’è il tifo, neanche tanto dissimulato. La passione sportiva per i “nostri” e la soddisfazione per aver colpito e sconfitto l’avversario. Si avverte un’aura di fascinazione neoromantica per la guerra. Non entusiasmo, non bellicismo aperto, forse non siamo ancora a questo, ma indubbiamente si percepisce un sottile fascino per la potenza delle armi, per la loro capacità di precisione, distruzione e annientamento del “nemico”. Se a farlo, in vece dei soldati, è un drone, un robot, allora l’operazione bellica assume un aspetto asettico e totalmente tecnologico. Se mi si passa il termine scolastico direi catartico: l’entusiasmo nella prosa giornalistica allora non è più dissimulato, ma deflagra.

Poi, da registrare, anche gli “imparziali”, veri o solo presunti. In onda televisiva e più genericamente mediatica a tutte le ore del giorno e della sera. Fanno come si farebbe l’inventario di una casa venduta a un agente immobiliare che la demolirà. Ma peggio di tutti sono i burocrati della UE e di Chigi e di Montecitorio e di ... . Quelli che si preoccupano, certo non a torto, dell’effetto di TikToc sugli adolescenti. Ma per quanto riguarda l’argomento che qui sto trattando, mi rammentano la passione per la natura e gli uccellini in gabbia dei capi e capetti delle Schutzstaffel. Non penso di esagerare nel paragone, tutt’altro.

martedì 12 maggio 2026

Il virus siete voi

 

La prima cosa che mi è venuta in mente è stato un librino di John Steinbeck, Uomini e topi, che lessi alcuni anni luce or sono. Il nuovo contagio si chiama Hantavirus, ossia il virus della pantegana. E c’è già almeno un colosso del farmaco che sta lavorando al vaccino. Dal che si deduce che pensano ad una somministrazione massiccia, altrimenti i conti non tornerebbero.

È questa la bellezza della scienza al servizio del capitalismo. Ma anche al servizio degli eserciti. Infatti, un virologo dell’Us Army Medical Research Institute of Infectious Diseases di Frederick (Maryland) ci stava già lavorando con, dice oggi, prospettive promettenti. Se in certi laboratori dell’Us Army lavorano a un vaccino, vuol dire che dapprima hanno studiato gli effetti contagiosi del virus. In gergo si chiama guerra batteriologica, anche se il virologo ha dichiarato che lo fa in vista del “cambiamento climatico”, eccetera.

Il “cambiamento climatico”, una realtà dalle cause assai controverse, è diventato un Leitmotiv, un passepartout, per smerigliare il prossimo tuo, simile ma non uguale a te stesso. Da tempo siamo governati democraticamente da un ceto sociale (non solo politico!) che rappresenta i propri interessi con la stessa rigorosità della lobby dei dentisti. Ad ogni modo metto le mani avanti. Nel caso specifico questa volta non mi farò vaccinare: la pantegana proprio no.

Ho sempre pensato che le manifestazioni del capitalismo, comprese le più recenti, possano essere efficacemente analizzate utilizzando concetti marxiani, senza la necessità di nuove categorie fondamentali. Per esempio, a proposito del “lavoro” (quanto spesso si sente gente nullafacente dire: “stiamo lavorando” a questo e a quello), è considerato socialmente necessario, nel senso specifico di lavoro astratto (su tale concetto rinvio a Marx), solo se contribuisce alla crescita del peculio privato.

Marx definisce il valore come la quantità di lavoro astratto che sottende il valore di scambio di una merce. Le merci venivano prodotte già in epoca biblica, ma solo nelle società in cui predomina il modo di produzione capitalistico la loro abbondanza si manifesta come un’immane raccolta di merci (come affermato nella prima frase del Capitale, e ancor prima in Per la Critica dell’Economia Politica). Proprio come ai tempi di Marx, anche oggi coesistono altri modi di produzione accanto a quello capitalistico, ma tutti sono caratterizzati dal primo: tutto viene trasformato in merce per generare profitto, o semplicemente per sopravvivere.

Per il capitale è del tutto irrilevante se la merce prodotta sia un vaccino o un virus per la guerra batteriologica. Se si tratti di un farmaco per salvare milioni di persone oppure di armi per lo sterminio di massa. Del tutto indifferente anche se il prodotto sia materiale o immateriale.

Questo scrive Marco Liera, uno che suppone di star fuori dal mazzo, di non averci nulla a che fare. Che tutti gli altri, tranne lui e i suoi ammiratori, siano come egli li descrive, ovvero delle capre. Non è vero che l’elettore (questo il target di Liera) “non sa bene da chi viene fregato”. Lo sa benissimo, solo che i vari Marco Liera gli hanno raccontato alla nausea che il comunismo era ed è quella roba là. Come se un tempo ci avessero raccontato che la società borghese è esattamente ed esclusivamente la condizione descritta da Jack London nella sua descrizione dei quartieri proletari di Londra; oppure che il capitalismo è la Grande Depressione, la condizione di George Milton e Lennie Small, braccianti stagionali che si guadagnano da vivere vagando per il paese di fattoria in fattoria. Qualsiasi sistema sociale ridotto permanentemente alla dimensione di unepoca, avulsa dal suo quadro storico, da qualunque frangente capitasse tra cielo e terra. Non serve spremersi troppo le meningi per trovare la causa del disorientamento e delle derive populiste.

lunedì 11 maggio 2026

La guerra ha un futuro

 

La stampa occidentale ha pubblicato recentemente la notizia secondo cui le truppe ucraine avrebbero conquistato “in modo completamente automatico” un bunker russo nella regione di Kharkiv: un robot sminatore avrebbe fatto detonare una bomba davanti all’ingresso, un altro avrebbe bloccato l’uscita e, infine, i robot avrebbero persino preso in custodia la guarnigione russa.

Le diverse tempistiche fornite dai vari media riguardo al presunto attacco automatizzato rendono evidente che gran parte di queste notizie sono inventate. L’Ucraina ha tutto l’interesse a presentarsi, attraverso tali notizie, come un Paese che non sta perdendo la guerra, attirando così ulteriori investimenti da coloro che traggono profitto dal protrarsi del conflitto. Secondo queste fonti, la forza trainante nello sviluppo dei sistemi di guerra senza pilota sarebbe la cosiddetta 3a Brigata d’Assalto, come si chiama ora l’ex Reggimento Azov.

L’altra notizia riguarda il rifiuto dell’Europa a negoziare con la Russia. Perché è chiaro che è l’Europa ad essere in guerra con la Russia. Infatti è vero che finora gli europei non erano stati coinvolti nei negoziati, ma è anche vero che non hanno mai nemmeno larvatamente avanzato alcuna proposta, così come rifiutano di esaminare qualsiasi offerta.

In riferimento alle ultime dichiarazioni di Putin, che proponeva come mediatore l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, a Bruxelles e Berlino si sostiene che un mediatore in negoziati con il Cremlino non può essere semplicemente un amico di Putin, e deve essere accettato, prima di tutto, dall’Ucraina. In altri termini deve essere un amico di Zelens’kyj e della sua cricca.

Sicuramente anche il Cremlino sa che Schröder è diventato persona non grata in Europa a causa della sua amicizia con Putin. Dunque, proporlo come mediatore non aiuta. La guerra continua e a nessuno interessa un accordo se non alle proprie condizioni.

Niente di tutto questo sarebbe accaduto

 

Nell’inserto culturale del Sole 24ore, Massimo Bucciantini recensisce il libro di Thomas Sparr dal titolo: “Voglio continuare a vivere anche dopo la morte”. La biografia del diario di Anna Frank, Einaudi, pp. 226. La frase riproposta nel titolo è tratta proprio dal famoso diario della giovane ebrea tedesca. Il libro ricostruisce la storia delle prime edizioni del diario, curate dal padre di Anne Frank, compresa l’edizione einaudiana del 1954.

Scrive il recensore: «Otto Frank è il principale protagonista del libro. Il destino del diario – dei diari – dipende dalle sue capacità imprenditoriali, ma anche dalla rete di amicizie che fin da subito, da quando battè a macchina le carte di sua figlia, mise in moto con particolare abilità». È a partire «dall’edizione americana del 1952 e ancor di più, tre anni più tardi, con il debutto a Broadway della versione teatrale che inizia il successo planetario del diario». Un libro «che diventerà una delle opere letterarie più lette del mondo. Una storia di successo, risultato finale di un’attività instancabile [quella del padre di Anne], ma che a guardarla più da vicino si rivela composta da infinite sfaccettature in cui trovano posto fallimenti, incomprensioni, accuse, aspre polemiche e contese giudiziarie».

Tutti ricordiamo il libro di Anne edito da Einaudi, con al centro della copertina la piccola foto dell’Autrice. Un testo che divenne pressoché obbligatorio a scuola. A riguardo delle richiamate “sfaccettature”, la recensione è fin troppo laconica, poiché poche opere letterarie sono state al centro di “aspre polemiche e contese giudiziarie” come il celebre Diario. Di seguito vedo di dare, al meglio che posso, qualche ragguaglio sull’origine del diario, pur non avendo ancora letto la biografia di Thomas Sparr che sicuramente sotto questo aspetto sarà interessante.

Annelies Marie Frank, meglio conosciuta come Anne Frank (Anna in italiano), nacque il 12 giugno 1929 a Francoforte sul Meno, da Otto Frank (1889-1980) e da sua moglie Edith Holländer (1900-1945). Aveva una sorella maggiore, Margot (1926-1945), di tre anni più grande di lei. La famiglia si trasferì ad Amsterdam nel 1933.

Nel 1940, i tedeschi occuparono i Paesi Bassi. Com’è noto, applicarono nei territori occupati le leggi antiebraiche. Anne cominciò a scrivere un diario che suo padre le aveva regalato il 12 giugno 1942, per il suo tredicesimo compleanno.

Il 9 luglio 1942, la famiglia Frank si trasferì nei locali situati dietro gli uffici dell’azienda del padre. Non erano soli. Quattro vicini, Hermann van Pels, sua moglie e il figlio Peter, e un dentista, Fritz Pfeffer, sarebbero stati con loro durante il periodo di clandestinità.

Dopo due anni di clandestinità, nel 1944, la famiglia fu denunciata (alcuni sostengono, ma la cosa è tutt’altro che provata, che a denunciarli ai tedeschi fu un ebreo, il notaio Arnold van den Bergh) e deportata nei lager nazisti in Germania. Anne e sua sorella Margot furono mandate a Bergen-Belsen. Le due sorelle morirono a metà marzo del 1945, di tifo.

Il giorno dell’arresto, il diario di Anne, nascosto nella borsa di Otto Frank, cadde a terra. Le pagine sparse dei suoi appunti si dispersero. Due vicini, che li avevano aiutati quando si nascondevano nell’alloggio segreto, raccolsero e conservarono i fogli.

Il diario di Anne Frank, pubblicato per la prima volta nel 1947, scatenò polemiche e controversie legali. I “negazionisti”, dubitando della veridicità degli eventi raccontati nel diario, intentarono una causa contro Otto Frank. Il padre di Anna consegnò al tribunale tutti gli scritti di sua figlia. Gli scritti furono autenticati e Otto vinse la causa. Consegnò tutto tranne cinque pagine che considerava troppo intime, in cui descriveva il suo rapporto con la moglie.

Nel 2016, sui diritti d’autore, vi fu una controversia internazionale. La Fondazione Anne Frank, con sede a Basilea, in Svizzera, che tutt’ora detiene i diritti d’autore esclusivi del Diario, minacciò azioni legali contro chiunque pubblicasse anche una sola riga del testo senza la sua autorizzazione. La Fondazione ha invocato un’eccezione legale che si basa sul ruolo del padre di Anne Frank. Otto Frank supervisionò la pubblicazione postuma del testo della figlia, eliminando i passaggi che considerava troppo personali. Secondo la fondazione svizzera, apportando modifiche sostanziali al testo, il signor Frank è diventato un “coautore”, e bisognerebbe aspettare fino al 2051 perché il Diario entri nel pubblico dominio (il che impedirebbe fino a tale data anche l’accesso completo alle versioni digitali dei diari: la questione sarà decisa a breve dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea).

In dettaglio: non esiste un solo “diario”. La versione A è l’originale, il diario rilegato in cui Anne scrisse per la prima volta. All’inizio del 1944, Anne iniziò a riorganizzare i suoi scritti su fogli sciolti. Questo avvenne in seguito a un annuncio radiofonico che richiedeva diari dopo la guerra ed è indicato come versione B. Dopo la morte di Anne, Otto unì le due versioni, rimuovendo alcune pagine e decidendo se includere la versione A o la versione B degli eventi. La versione di Otto è la C. Le pagine rimosse furono pubblicate in seguito.

A seguito di un altro processo, che si tenne nel 1958, il tribunale ritenne Albert Cauvern, un caro amico di Otto Frank, autore delle correzioni degli errori di ortografia e grammatica.

Le cinque pagine omesse da Otto furono rese pubbliche solo dopo la sua morte. Due pagine coperte da carta marrone furono scoperte nel 2018. Erano state nel diario, ma Anne le aveva coperte: contenevano “barzellette oscene”.

Dunque il Diario è un falso? A mio avviso, assolutamente no; resta il fatto che troppe persone, e non solo il padre di Anne, ci misero le mani lasciandovi le loro impronte. Quanto rilevanti furono questi successivi interventi sui manoscritti di Anne non lo so. Tuttavia il Diario è sostanzialmente autentico e ancora più autentica, umanamente e storicamente, fu la sorte di Anne e di tante vittime innocenti come lei, assassinate nei lager o morte di denutrizione e malattie. Senza gli occupanti nazisti, niente di tutto questo sarebbe accaduto.

domenica 10 maggio 2026

Ultime dal fronte orientale

 

Una guerra senza fine, anche se non è vero che non ci sono dei vincitori. Almeno sul terreno, la Russia ottiene dei risultati. A quale prezzo è tutto un altro paio di maniche. E anche Volodymyr Zelenskyj ottiene ciò che in definitiva cercava: mantenere il potere, suo e della sua cricca, avendo raggiunto l’obiettivo propagandistico principale: dimostrare che non c’è motivo di temere la Russia – un punto con cui gli alleati europei di Kiev hanno ripetutamente giustificato una certa riluttanza negli ultimi anni, ad esempio, riguardo alla fornitura di missili da crociera Taurus.

Zelenskyj non teme un attacco generalizzato minacciato dalla Russia. Anche se non lo dice, lo desidera. Se la Russia dovesse mettere in atto le sue minacce, potrebbe presentarsi come vittima e in tal modo impressionare Donald Trump; ma se ciò non si concretizzasse o non raggiungesse l’intensità minacciata, Zelenskyj ha comunque già ottenuto il suo scopo: le minacce di Mosca sono rimaste senza effetto e, pertanto, non vi è alcun rischio di un’ulteriore escalation. Andiamo avanti così, mandateci altri soldi, tanti.

Come stanno a dimostrare i conflitti dal ‘900 in poi, si vince solo con l’annientamento totale dell’avversario. Se necessario anche con l’uso delle armi nucleari. Oppure col genocidio della popolazione civile. Cosa che la Russia in Ucraina non può permettersi per varie ragioni. Tuttavia sembra stiano emergendo in Europa altre considerazioni, visto come stanno andando le cose in Medio Oriente. Prima li sordi, poi i princìpi. Resta da vedere quale linea prevarrà tra le camarille europee.