sabato 12 settembre 2026

Dio non voglia

 

Dopo pranzo desidero evitare di leggere o di scrivere, dunque, seppur quasi di malavoglia, accendo il televisore. Ovvio che cerco di evitare il culmine dell’idiozia televisiva. L’apparecchio è sintonizzato su Rai Storia, uno dei pochissimi canali televisivi ai quali mi collego, offrendo ormai Rai Scuola da un paio d’anni solo delle repliche.

Per farla breve, su Rai Storia oggi trasmettevano un varietà del 1962, regia di Enzo Trapani. Ripeto: un varietà, non per esempio quell’inchiesta sul ruolo delle multinazionali trasmessa la notte del 15 agosto 1977. Ebbene, mi è preso un senso di nostalgia. A 71 anni, l’ammetto, lo stato più morboso che mi sento addosso è la nostalgia. Ma in tal caso non è una nostalgia romantica e nemmeno genericamente canaglia, ma di un tipo di più complessa classificazione. Una sindrome per la quale non esiste terapia efficace, e nemmeno dei sedativi al bisogno. Si aspetta solo che passi in attesa di una nuova crisi.

Uno dei momenti nei quali tale nostalgia si palesa è quando guardo quei programmi semplici, genuini e democristianamente controllati di molti decenni or sono. Diceva Luigi Pintor che non saremmo morti democristiani. E aveva ragione, ma il capitalismo cibernetico è anche peggio.

Qualcosa da tempo sta accadendo senza che molti ne siano pienamente consapevoli. Questa cosa, che non è un segreto, esiste sullo sfondo, e sta travolgendo un po’ tutto. A cominciare dall’impoverimento del linguaggio. Non solo di quello televisivo, che ormai non fa quasi più da matrice, sostituito da quello dei cosiddetti social.

Ognuno, nel proprio ambiente o nella propria vita privata, può osservare e deplorare: si tratta piuttosto di percepire l’avanzare inesorabile della sua distruzione e come essa favorisca un potere concentrato esclusivamente sul perseguimento di certi interessi.

Ma non basta denunciare l’impoverimento del linguaggio, che ai più sembrerà l’ultimo dei problemi, ed è in realtà tra i maggiori e dei più severi. La pervasività della tecnologia ha imposto il regno indiscusso delle procedure, le quali, legate alla natura istantanea dei comandi, cercano di rendere obsoleta l’esperienza del linguaggio, della scrittura manuale, della lettura profonda e, cosa gravissima, dell’attenzione.

Non appena gli specialisti della manipolazione si accorgeranno che la riproposizione di queste vecchie trasmissioni tratte dagli archivi Rai possono diventare pericolose, ossia che possono indurre a considerazioni sullo stato delle cose presenti alla luce del passato, allora anche Rai Storia dovrà cambiar pelle, oppure venir assassinata come Rai Scuola.

A pensarci bene, quanti sono coloro che abitualmente guardano Rai Storia e soprattutto qual è la fascia d’età prevalente? Rai Storia potrà continuare ancora così a lungo, semmai la infarciranno di gente come Mario Sechi. Dio non voglia.

venerdì 11 settembre 2026

Le parole esatte

 

Oggi è una giornata decisamente fresca, quaggiù al nord-est. Mi ricorda certe giornate di settembre della mia infanzia trascorse nella casa della nonna materna. Dolce e severa, come sapevano essere con i propri nipoti le “vecchie” a sessant’anni di una volta (Dio la benedica). Mentre facevo colazione con l’ovetto sbattuto amalgamato con lo zucchero, guardavo dalla finestra l’estesa campagna non ancora immolata al boom economico e al soddisfatto benessere dalle plebi che si scrollavano di dosso, se non la fame, quantomeno la penuria. Ricordo nitidamente il sapore dell’aria frizzante, il fumo del treno che si disegnava sull’orizzonte, il lontano e puntuale ronzare di una lambretta. Le feste che mi faceva Tel, il cane da caccia, uno degli esseri più intelligenti e affettuosi che ho conosciuto.

Visto che sono in vena di amenità e pasquinate (il post “serio” l’ho scritto ieri sera e lo trovate qui sotto se ne avete voglia), mi ha fatto sorridere il verbale, autentico o solo presunto tale, dei vigili del Lido di Venezia che contestano alla “persona a margine generalizzata, in presenza di più persone, bestemmiava con parole oltraggiose le divinità venerate dalla religione di Stato” (la punteggiatura è la mia, la sintassi è la loro).

Ovvio che l’attenzione del pubblico si sia focalizzata sull’anacronistico riferimento alla “religione di Stato”. La legge, che prevede una sanzione amministrativa per la bestemmia in pubblico, fa riferimento stretto alle offese rivolte direttamente contro la “divinità”. Nel verbale è scritto che le bestemmie erano riferite alle “divinità venerate”. La precisazione non è priva di pregio, poiché si evince che il redattore del verbale non conosca la differenza tra “venerazione” e “adorazione”, che nel caso di specie è una differenza sostanziale.

Dunque è necessario appurare a quali (plurale) divinità sono state rivolte le invettive oltraggiose. Se trattavasi propriamente di Dio, e allora non si comprende l’uso del plurale. Inoltre, se le invettive oltraggiose erano dirette anche contro “Gesù” o a “Cristo”, la questione assume un carattere squisitamente teologico, chiamando in causa la celebre disputa sull’arianesimo e simili.

Ma il fatto più significativo, come detto, è l’uso improprio del termine “venerate” riferito alle divinità, cosa che induce a pensare che le parole oltraggiose fossero indirizzate non “alle divinità” bensì a “figure umane”, quali sono considerate i santi e la Madonna stessa, e dunque in tal caso non si tratta di bestemmia verso la “divinità (*).

Il ricorso al Prefetto mi pare del tutto giustificato e, se respinto, anche un successivo ricorso giurisdizionale per appurare se il fatto costituisce effettivamente una violazione ex art. 724 oppure no. Per appurarlo con certezza va sentito il vigile ed escussi i testimoni, i quali dovranno precisate letteralmente le esatte parole che sarebbero state pronunciate dal presunto sacrilego, in modo da stabilire verso chi il riferimento oltraggioso fosse propriamente e inequivocabilmente diretto.

(*) Nel riportare il testo dell’art. 724, spesso si riportano, pur tra parentesi quadre, le seguenti parole: [o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato]. La Corte Costituzionale, con sentenza n. 440 del 18 ottobre 1995, ha rimosso quella specifica frase dall’articolo per contrasto con il principio di uguaglianza e di laicità dello Stato. Di conseguenza, la sanzione punisce unicamente l’offesa rivolta contro la “Divinità” in senso lato (senza discriminazioni tra fedi), e non più quella contro figure umane o simboli religiosi (come la Madonna o i santi).

La lezione fondamentale


Venticinque anni fa, quando i terroristi trasformarono quattro aerei di linea dirottati in bombe volanti e colpirono il World Trade Center e il Pentagono, gli attacchi costarono 3.000 vite. Gli attentatori di al-Qaeda erano un prodotto della politica estera statunitense della Guerra Fredda: la CIA reclutò, armò e sostenne i guerrieri jihadisti contro l’esercito sovietico in Afghanistan. Ma ora queste forze stavano mordendo la mano che le aveva nutrite.

Gli attentati dell’11 settembre 2001 segnarono una svolta: gli Stati Uniti potevano legittimare le proprie guerre come “azioni antiterrorismo”. La NATO invocò l’articolo 5 per la prima volta nella sua storia. Il 20 settembre, Bush dichiarò la “guerra globale al terrorismo”. Il 7 ottobre, Stati Uniti e Gran Bretagna attaccarono l’Afghanistan. Nel 2003 seguì l’invasione dell’Iraq, che com’è ormai noto non poteva essere minimamente giustificata dall’11 settembre.

La “Guerra al Terrore” scatenata da Washington non fu concepita come risposta a ciò che accadde in quel giorno di fine estate, ma si trattava di un piano volto principalmente a portare il Medio Oriente sotto il controllo statunitense. Un piano in fase di elaborazione da tempo, tanto che il direttore della CIA, George Tenet, presentò la sua “Matrice di Attacco Mondiale” (Worldwide Attack Matrix) appena quattro giorni dopo.

Tenet arrivò al luogo del briefing, Camp David, con una valigetta piena di documenti e piani top secret, il culmine di oltre quattro anni di lavoro su Osama bin Laden, la rete di al-Qaeda e il terrorismo globale. Questi documenti, a quanto pare, non erano stati sufficienti a prevenire i devastanti attacchi, ma fornirono un’ottima base per “una campagna antiterrorismo segreta in 80 paesi del mondo”, che avrebbe conferito ai servizi segreti esteri statunitensi “i poteri più estesi e letali della sua storia”, commentò il Washington Post in data 31 gennaio 2002.

Oltre all’Iraq e all’Afghanistan, ulteriori “interventi” statunitensi ebbero luogo in Nord Africa, Africa trans-sahariana, Corno d’Africa e Mar Rosso, Pakistan, Yemen, Siria e Filippine. Secondo il Costs of War Project, le guerre statunitensi dal 2001 hanno causato circa 4,6 milioni di morti tra conseguenze dirette e indirette; almeno 38 milioni di persone sono state sfollate.

L’11 settembre, fornì anche il pretesto per la creazione del campo di tortura statunitense di Guantanamo Bay a Cuba. Ma di questo i volenterosi democratici europei chiudono un occhio, e anzi ringraziano Stati Uniti e Israele di fare il “lavoro sporco”.

La lezione fondamentale di 25 anni di “Guerra al Terrore” è questa: i terroristi più pericolosi si trovano a Washington.

giovedì 10 settembre 2026

La repubblica oligarchica

 

Mentre i media italiani danno spazio al presunto attentato all’aereo di Zelensky, i principali giornali internazionali, come Le Monde, El Pais o il New York Times, si occupano di cose più serie (nelle loro edizioni on-line semplicemente la “notizia” non compare, mentre la Frankfurter Allgemeine Zeitung riporta in un trafiletto: «Kiev: Il rischio per Zelenskyy nell’incidente in Moldavia è “esagerato”»).

Nel post di ieri scrivevo: «Il New York Times ha pubblicato nel fine settimana scorso una lunga inchiesta che descrive dettagliatamente come la corruzione nel settore degli armamenti abbia causato all’Ucraina perdite per miliardi di dollari e gravi svantaggi militari». Oggi, lo stesso giornale newyorkese scrive:

«L’Unione Europea, uno dei principali sostenitori del Paese, aveva finalizzato all’inizio dell’anno un prestito di oltre 100 miliardi di dollari a suo favore. Tuttavia, l’Ucraina si trovava ora ad affrontare un deficit di bilancio per la difesa inaspettatamente elevato, come riferito dal presidente Volodymyr Zelensky agli alleati: per arrivare alla fine dell’anno, avrebbe avuto bisogno di ulteriori 27 miliardi di dollari.

«La richiesta dell’Ucraina ha sorpreso e turbato molti funzionari in tutta Europa, proprio mentre Kiev sta affrontando una delle fasi più critiche dal 2022. [...] Ora, i funzionari europei stanno cercando freneticamente di capire l’origine del deficit, la sua esatta entità e se – o come – inviare ulteriori fondi quest’anno. Kiev sta inoltre chiedendo a Gran Bretagna, Canada e Giappone di contribuire a colmare la lacuna. Questa richiesta inattesa rischia di complicare i rapporti dell’Ucraina con gli alleati proprio nel momento in cui ha più bisogno del loro sostegno».

Nel mio post di ieri, concludevo: «A Zelensky e ai suoi compari basta aprire bocca e dire che servono altre decine di miliardi di euro, e dopo due riunioni con i banditi dell’UE li ottengono. Chi ha il potere effettivo di controllare come vengono spesi?». Nessuno ha il potere effettivo di controllare in quali tasche finiscono quei soldi. Nella repubblica oligarchica ucraina in qualunque settore, non solo quello della guerra, la corruzione è endemica e sistemica.

E dire che più di sette anni or sono, l’attore televisivo Volodymyr Zelensky, candidato alle elezioni presidenziali, promise “un cambio d’era”. Dopo decenni di politica nazionale dominata da interessi oligarchici, beneficiò dell’immagine di un candidato nato per caso e dai principi saldi, venuto alla ribalta in quel ruolo incarnato nella fortunata serie televisiva “Servitore del popolo”.

A metà novembre scorso, l’Ufficio nazionale anticorruzione rivelava l’esistenza di un sistema di tangenti ai danni dei subappaltatori di Energoatom, l’operatore statale del settore dell’energia nucleare civile. Il sistema, che coinvolgeva somme stimate in oltre 100 milioni di dollari, ha contribuito a indebolire la rete di generazione elettrica. E ciò accadeva in un paese in guerra! Alcuni dei più stretti collaboratori di Zelensky ne erano coinvolti. Che cosa ne sapeva il presidente della repubblica oligarchica?

Poi, la vicenda relativa alla villa di lusso destinata a “Vova”, il soprannome di Volodymyr. Anche questa sconvolse l’opinione pubblica perché evoca un’immagine semplice e brutale: mentre i soldati muoiono al fronte, mentre le famiglie vivono sotto i bombardamenti, mentre lo Stato esige sacrifici da tutta la società, si parla di residenze di lusso negli ambienti del potere statale.

Va da sé che uno scandalo politico non risiede solo nelle prove legali, qualche volta neppure in Italia. Che la guerra, lungi dall’aver sospeso i vecchi riflessi oligarchici e predatori dell’Ucraina, abbia invece offerto nuove occasioni di arricchimento a certe reti vicine al potere, non è solo un’ipotesi. Oltre al sistema amministrativo, sanitario, pensionistico e ovviamente bellico, gli Stati Uniti, ma soprattutto la UE, con i soldi dei propri contribuenti mantengono finanziariamente in piedi un intero paese e il suo vasto sistema corruttivo.

Scriveva nel maggio scorso Giuseppe Gagliano, Presidente del Centro Studi Strategici Carlo De Cristoforis: «Come possono giustificare il continuo e massiccio sostegno pubblico se lo Stato ucraino appare incapace di controllare i propri sistemi finanziari? Come possono difendere l’aumento degli aiuti se l’immagine del governo di Kiev si sta sgretolando? Come possono accelerare l’integrazione europea di un Paese le cui istituzioni anticorruzione stanno portando alla luce scandali ai massimi livelli del suo apparato politico ed economico?». Domande rimaste senza risposta.

mercoledì 9 settembre 2026

L’occasione crea i ladri ed essi creano l’occasione

 

L’Ucraina si dimostra una terra di possibilità illimitate quando si tratta di creatività criminale. Gli stretti collaboratori di Zelensky, presidente a vita, e gli alti funzionari statali accusati di corruzione ormai non si contano più. Da ultimo, il procuratore generale Ruslan Kravchenko ha rassegnato le dimissioni ieri mattina. La sua decisione è giunta in seguito alle recenti perquisizioni effettuate dall’Ufficio nazionale anticorruzione (NABU) e dalla Procura speciale (SAP) presso gli uffici della procura e le residenze private dei sospettati.

C’è da valutare una dimensione politica, poiché Kravchenko è considerato uno stretto collaboratore del presidente Zelensky. In particolare, durante il suo mandato, ha regolarmente bloccato i tentativi delle autorità anticorruzione di incriminare i parlamentari presumibilmente corrotti e di revocarne l’immunità.

Già questo, che un procuratore generale sia sospettato di corruzione, non è un fatto comune, nemmeno in Ucraina. Ma più eclatante ancora è la notizia sui fatti di cui è accusato. Kravchenko e i suoi collaboratori sono accusati di aver sfruttato le proprie posizioni per estorcere tra i 20 e i 24 milioni di dollari a call center illegali gestiti da truffatori finanziari.

Secondo gli stessi media ucraini, nel paese esistono circa 2.000 call center fraudolenti di questo tipo; circa la metà di essi paga regolarmente tangenti per evitare i controlli. Già questo offre un quadro allarmante della situazione istituzionale e sociale ucraina, ma i dettagli sono ancora più incredibili. Si presume che i procuratori abbiano utilizzato circa un terzo di questa somma per sé stessi e per i membri della loro agenzia che li proteggeva; la maggior parte sarebbe stata destinata ai servizi di sicurezza interni, l’SBU.

Un esempio: il capo dipartimento presso la Procura Generale, poco dopo aver assunto l’incarico nel 2020, è entrato in possesso di una somma di denaro che ha spinto i suoi genitori, ormai in età pensionabile, a creare società fittizie per “riciclare” i proventi del pizzo e investirli poi in immobili in Ucraina e all’estero.

Poniamo che fatti come questi, di un così largo coinvolgimento della magistratura, dei servizi segreti e di funzionari statali di livello apicale in un’associazione criminale di tal genere accadessero in un qualsiasi Paese dell’Europa occidentale, quali sarebbero i giudizi e le considerazioni da trarre? Inviereste il vostro denaro (voglio dire quello dei contribuenti) a sostegno di uno Stato del genere?

Il New York Times ha pubblicato nel fine settimana scorso una lunga inchiesta che descrive dettagliatamente come la corruzione nel settore degli armamenti abbia causato all’Ucraina perdite per miliardi di dollari e gravi svantaggi militari. Il report afferma che i contratti per la fornitura di armi sono stati assegnati ad aziende che hanno consegnato attrezzature tecnicamente difettose o non hanno rispettato gli accordi precedenti. Le perdite nel solo 2024 sono stimate in 1,2 miliardi di dollari.

Di recente, Iryna Mudra, capo dell’ufficio legale della Cancelleria Presidenziale, è stata arrestata, accusata di aver organizzato, su ordine diretto di Zelenskyy, il riciclaggio di denaro sporco appartenente a imprenditori e di averlo poi utilizzato per pagare la cauzione dell’ex ministro della Giustizia e dell’Energia, German Galushchenko, che a sua volta, è stato costretto a dimettersi dopo essere stato accusato di appropriazione indebita di oltre 100 milioni di dollari.

Quasi contemporaneamente, Olga Stefanishina, ambasciatrice ucraina a Washington per lungo tempo ed ex Ministro per l’Integrazione Europea, si è dimessa perché non aveva dichiarato la proprietà di diversi appartamenti nella sua dichiarazione patrimoniale e non aveva fornito alcuna informazione su come avesse ottenuto i fondi per acquistarli.

Questo stato di cose non ha nulla a che vedere con la guerra in corso. La natura parassitaria della borghesia e dell’apparato statale ucraini è nota da prima. La guerra in corso ha creato solo una nuova occasione d’oro per i ladri di Stato. E l’appetito che cresce in proporzione alla distruzione delle ricchezze rimanenti da parte della guerra. Cos’altro si può ricavare, se non da schemi fraudolenti come truffe finanziarie telefoniche o appropriazione indebita di fondi di aiuto occidentali, purché questi affluiscano praticamente senza limiti?

Ognuno fa la sua parte; l’estorsore del dipartimento di cybersicurezza della Procura Generale non è né migliore né peggiore di un ministro della Difesa che ordina razioni alimentari a un prezzo tre volte superiore a quello di mercato. La corruzione in Ucraina è sistemica e radicata. La citata Iryna Mudra, aveva ragione quando, in un dibattito registrato, affermò che la corruzione non va combattuta, ma incanalata in percorsi ordinati!

A Zelensky e ai suoi compari basta aprire bocca e dire che servono altre decine di miliardi di euro, e dopo due riunioni con i banditi dell’UE li ottengono. Chi ha il potere effettivo di controllare come vengono spesi? Certo, si sta producendo pane tra Leopoli e Kharkiv e si stanno assemblando droni militari. Ma produrre pane è essenziale per la sopravvivenza, e tutto il resto avviene a spese di qualcun altro.

L’evasore fiscale italiano, francese o tedesco, trova in questo un ottimo pretesto. E chi non può evadere?