martedì 28 luglio 2026

Coglioni, ve lo meritate

 

Metti che queste donne, sottoposte alla poliginia, fossero cattoliche ... Moriremo discutendo di queste cazzate medievali. Non si vuol proprio capire che il khimar, il niqab e il burka non sono solo dei pezzi di stoffa, ma sono strumenti patriarcali di dominio e ingranaggio fondamentale che sorregge le teocrazie islamiche.

Per milioni di ragazze e donne in tutto il mondo che non hanno altra scelta se non quella di indossarli. Una vergogna, in questa parte del mondo che si proclama “libera”. L’isolamento delle donne che resistono all’islam deriva dall’atteggiamento della sinistra, dalla paura di essere accusati di islamofobia.

Per contrappunto, la stessa cosa succede con Israele, la paura di essere definiti antisemiti. Ma sarà anche l’ora di mandare a fanculo il miserabilismo della sinistra?

Nel 2018, quei merdaioli mantenuti del Parlamento europeo invitarono a difendere “la libertà di indossare il velo”. Imbecilli che scelsero di battersi affinché le adolescenti potessero esibire la loro “modestia” e i loro simboli religiosi a scuola o i loro burkini nella piscina comunale.

Qualche tempo fa scrissi che Vannacci avrebbe potuto sfiorare il 10%. Avanti così, che da qui a un anno il 20% non è un miraggio. Rosicchierà un po’ di qua e di là, dunque non solo a destra. Ve lo meritate, il Vannacci.

Non ancora

 

L’epoca di un mondo in frantumi produce semplicemente persone in frantumi. Se queste persone hanno influenza politica, denotano disturbi comportamentali come la megalomania e il narcisismo. Chiunque aspiri a una posizione di rilievo nella classe politica deve necessariamente acquisire tali psicopatologie. Fino al punto da immaginarsi nelle vesti di un papa o di un imperatore romano.

È sbagliato definirli fascisti, come faccio anch’io di solito. Siamo in presenza di qualcosa di diverso, una trasformazione autoritaria di un sistema che simula la democrazia, non più sufficiente nella salvaguardia del capitalismo. Un sistema basato sulla paura e la falsa speranza, ma che non possiamo chiamare fascismo. Non ancora almeno. Ed è qui che sta l’inganno.

lunedì 27 luglio 2026

La conseguenza della strategia ucraina

È possibile che la nave mercantile iraniana, che l’Ucraina ha affermato di aver affondato nel Mar Caspio, trasportasse effettivamente rifornimenti militari. Ciò non è più verificabile perché la nave è esplosa e successivamente è presumibilmente affondata.

La Russia non ha più bisogno dei droni iraniani, come accadeva nelle prime fasi della guerra. Ora li produce e li modernizza. Né l’Iran ha bisogno delle armi che è in grado di produrre autonomamente.

Dunque, qual è la ragione dell’attacco ucraino a circa 2.000 chilometri dal proprio territorio? Si sta offrendo all’amministrazione Trump, che non ha ancora sotto controllo le conseguenze della guerra che ha scatenato nel Golfo Persico?

La notizia è un’altra e l’ha data il Wall Street Journal: funzionari del governo statunitense hanno esortato l’Ucraina in termini inequivocabili ad astenersi da futuri attacchi contro le petroliere che trasportano petrolio dal Kazakistan, anche se battono bandiera russa.

Questo perché il petrolio kazako esportato in Occidente appartiene a un consorzio che comprende importanti società statunitensi. Una di queste, la Chevron, si è già lamentata con Trump. Il consorzio Caspian Pipeline sarebbe stato costretto a interrompere la produzione nel più grande giacimento petrolifero del Kazakistan a causa della sua limitata capacità di stoccaggio e quindi della mancanza di alternative di trasporto.

Il porto russo di Novorossiysk è un importante snodo per l’esportazione di petrolio e il punto di arrivo di un oleodotto, in parte di proprietà della Chevron, che fornisce il 2% del fabbisogno giornaliero mondiale di petrolio.

Perché l’Ucraina ricorre a tali misure, che di fatto danneggiano terze parti? Innanzitutto e molto semplicemente perché ora ne ha il potere. E la Russia al momento non ha molto da contrattaccare. Tuttavia, non crollerà per questo. In secondo luogo, è nell’interesse dell’Ucraina internazionalizzare al massimo il conflitto con la Russia e trascinare gli Stati Uniti pienamente nel conflitto.

L’amministrazione Trump non può certo rimanere indifferente all’andamento dei prezzi del petrolio. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha già fatto aumentare i prezzi del petrolio (altro che la storiella dei Patriot raccontata dai media oggi), cosa che si riflette anche nei prezzi delle stazioni di servizio statunitensi. E tra tre mesi, Trump deve vincere le elezioni di medio termine se non vuole diventare un tacchino arrosto.

La conseguenza ironica della strategia ucraina è che la Russia trarrà vantaggio, nel breve termine, dall’aumento dei prezzi del petrolio. Presumibilmente, quindi, la strategia ucraina non è in realtà una vera e propria strategia, ma semplicemente una trovata pubblicitaria di breve durata. Roba per gente di bocca buona. Non serve fare nomi.

domenica 26 luglio 2026

La lotta per la democrazia

 

È chiamato democratico un sistema dove si va a votare, poco importa di che si tratti realmente. Si vede la democrazia dalla prospettiva della propria posizione di privilegio anziché cogliere la realtà delle cose per ciò che sono: ovvero che la democrazia è l’enigma irrisolto di tutti sistemi sociali e delle loro costituzioni.

Infatti, importa nulla se si tratta di un sistema dove le banche razziano decine di miliardi di utili netti l’anno; dove i gestori dei servizi, attraverso tariffe basate sul più puro sistema di grassazione, macinano miliardi; un sistema che consente a delle gang la gestione dei beni demaniali versando all’erario quattro spicci. Eccetera, eccetera, eccetera ...

Se questa è dunque “la democrazia”, per rifarmi solo al caso nostro, allora che cos’è il totalitarismo? Possono cambiare i governi, di ogni colore, ma ciò che non cambia sono i rapporti sociali, ossia i rapporti tra quelli che hanno in mano il timone e chi invece deve solo remare e votare. Dove condurre la nave e che cos’è la democrazia lo decidono loro.

Il ricatto democratico sta proprio in questo: se vuoi la tua scodella di riso e l’abbonamento a DAZN, devi remare. E poco importa se dalla stiva sale qualche borbottio. Fa parte della “vera” democrazia, dicono. Un semplice disturbo di fondo, che non sposta di una virgola la questione fondamentale: quella dei rapporti sociali.

Ma che cosa sono questi “rapporti sociali”, chiederà l’ingenuo. Semplice: innanzitutto i rapporti di proprietà. Ah no, di qua non si passa, rispondono. I rapporti di proprietà non possono essere messi in discussione. Se t’azzardi a qualcosa di più del mero borbottio, del chiasso televisivo e di fondo, allora finisci di là del muro.

Dunque, quali sarebbero i mezzi legali, detti democratici, per ottenere un cambiamento di tali rapporti sociali? Non esistono mezzi legali, sarebbe una contraddizione che la classe dei padroni del vapore prevedesse mezzi legali per mutare gli attuali rapporti sociali. La democrazia è la verità del potere, ma non è la verità della democrazia.

A fronte di ciò e di molto altro, i fascisti di destra, sinistra, centro o altrimenti camuffati, chiamano “terroristi” dei giovani che protestano lanciando sassi e fuochi d’artificio. Ringraziassero il loro dio democratico che quei giovani non hanno, finora, piena coscienza di che cosa sia e in che cosa consista una vera battaglia per il potere. Cioè una vera lotta per la demo-crazia.

Accadde settant'anni fa

 

Nella notte tra il 22 e il 23 luglio 1952, una congiura di ufficiali egiziani, a capo dei quali c’era anche Gamal Abdel Nasser, rovesciò re Farouk. Nasser assunse la carica di vice-capo del Consiglio del Comando della Rivoluzione. Nel 1953 divenne ministro dell’Interno e nel 1954 assunse la carica di primo ministro in seno al nuovo ordinamento statale. Propose di modernizzare l’economia e rafforzare l’esercito. Nel giugno 1956 divenne presidente dell’Egitto dopo aver destituito il generale Muammad Naīb.

Nasser si fece portavoce di un discorso nazionalista arabo che gli permise di guadagnare popolarità. Il suo messaggio fu ampiamente diffuso dalla stazione radio Voce degli Arabi, creata nel 1953.

Il 19 luglio 1956, il Segretario di Stato americano John Foster Dulles annunciò all’ambasciatore egiziano a Washington, Ahmed Hussein, che il suo governo si sarebbe ritirato dall’impegno assunto nel dicembre 1955 di partecipare, insieme alla Gran Bretagna e alla Banca Mondiale, al finanziamento della prevista diga di Assuan.

“Gli sviluppi degli ultimi sei o sette mesi” non erano stati esattamente favorevoli a “generare benevolenza nei confronti dell’Egitto presso il pubblico americano”, spiegò Dulles al diplomatico egiziano. Nessun altro progetto di cooperazione internazionale era così impopolare negli Stati Uniti come la diga di Assuan. La causa principale della resistenza era “la sensazione che il governo egiziano stia collaborando strettamente con coloro che ci sono ostili e vogliono danneggiarci in ogni modo possibile”.

Dulles alludeva, tra le altre cose, al fatto che l’Egitto aveva concluso un importante accordo per la fornitura di armi con l’Unione Sovietica nel settembre dell’anno precedente, che formalmente doveva essere gestito tramite la Cecoslovacchia. Questo, tuttavia, era già noto nel dicembre del 1955, quando Washington e Londra promisero il loro sostegno finanziario. A ciò si aggiunse l’instaurazione di relazioni diplomatiche tra l’Egitto e la Repubblica Popolare Cinese il 16 maggio 1956.

Nasser si trovò ad affrontare non solo la potente e influente lobby israeliana e i rappresentanti dei produttori di cotone americani, che temevano la concorrenza egiziana, ma anche gli alleati del regime a Taiwan. Il sostegno finanziario all’Egitto sarebbe stato probabilmente bloccato dal Congresso in ogni caso. Pubblicamente gli Stati Uniti addussero che la situazione finanziaria dell’Egitto non fosse abbastanza solida da garantire il ripianamento del debito.

Ciò che è essenziale evincere (e che invece le fonti occidentali in genere non citano) per comprendere la posizione egiziana e gli accordi tra Il Cairo e Mosca, quindi con la Cina, è il Patto di Baghdad. Una alleanza strategica tra Regno Unito, Iran, Iraq, Turchia e Pakistan (gli Stati Uniti vi aderiranno nel 1958).

Il 26 luglio, al Cairo, a Ismailia, a Port Said e a Suez, le truppe egiziane occuparono gli uffici della Compagnie universelle du canal maritime de Suez, una società a maggioranza di proprietà di centinaia di migliaia di piccoli azionisti francesi e del governo britannico (*). Il 29 luglio 1956, Nasser diede l’annuncio della nazionalizzazione del canale di Suez. Nasser intendeva utilizzare i proventi dei pedaggi del canale per la costruzione della diga.

Gran Bretagna e Francia, allora impegnate in una disperata battaglia contro il crollo dei loro imperi coloniali, reagirono immediatamente alla nazionalizzazione del Canale di Suez confiscando tutti i beni egiziani e imponendo altre sanzioni economiche. Contemporaneamente, i governi di Parigi e Londra iniziarono a preparare un’operazione militare congiunta.

Le due potenze coloniali europee si coordinarono con Israele, che aveva interessi sia sul canale e sia in chiave anti-araba. Il 29 ottobre 1956, le truppe israeliane lanciarono l’invasione congiunta. L’Unione Sovietica minacciò un intervento militare diretto. Otto giorni dopo, il governo statunitense, attraverso pressioni economiche e politiche, riuscì a imporre un cessate il fuoco. Il 7 marzo 1957, gli ultimi soldati israeliani si ritirarono dalla penisola del Sinai.

I vincitori politici furono Nasser, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Fu definitivamente confermato il nuovo equilibrio di potere globale della Guerra Fredda e che Francia e Regno Unito cessavano di essere le potenze dominanti nella regione. Tuttavia, Israele dimostrò la sua capacità di mobilitazione e la sua superiorità militare sull’Egitto. Lezione quest’ultima, di cui Nasser (emerso come vincitore della crisi) e i Paesi arabi non tennero in debito conto.

(*) Nella creazione del Canale di Suez, il 51% delle quote erano francesi, soprattutto private, mentre le restanti erano egiziane. Dopo la sua creazione, nel 1869, la Gran Bretagna rivalutò l’importanza del canale e, a seguito di una crisi finanziaria che colpì l’Egitto nel 1875, la Gran Bretagna acquistò le quote egiziane del canale di Suez e successivamente adottò il pretesto per occupare il paese e contestualmente il canale. Venne creato un protettorato ed un governo succube della corona inglese, anche se dal 1922 l’Egitto ebbe formale indipendenza. Questo portò a scontri tra francesi ed inglesi, che verranno successivamente mediati anche nei congressi di Berlino. La guerra arabo-israeliana del 1967 portò alla chiusura del Canale fino al giugno del 1975.

Sebbene nel luglio del 1956 le agenzie di stampa annunciassero che il colonnello Nasser aveva nazionalizzato il Canale di Suez, era ormai universalmente accettato che una tale nazionalizzazione non fosse possibile per il semplice fatto che il Canale è sempre stato parte del territorio nazionale egiziano. La sovranità egiziana sugli elementi fisici del Canale è affermata inequivocabilmente dall’articolo 9 dell’Atto di concessione del 22 febbraio 1866, dall’articolo 8 del Trattato di alleanza anglo-egiziano del 26 agosto 1936 e dall’articolo 9 dell’Accordo anglo-egiziano del 19 ottobre 1954, riguardante la base del Canale di Suez. Inoltre, la sovranità egiziana sul Canale non è mai stata messa in discussione, né prima né dopo la nazionalizzazione della società che lo gestiva. In seguito, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU espresse chiaramente lo stesso principio nella sua risoluzione del 13 ottobre 1956.

Dal punto di vista giuridico, la situazione del Canale di Suez è molto diversa da quella dello Stretto di Hormuz. Infatti, non è possibile stabilire alcuna identificazione tra lo status giuridico dei canali marittimi, che sono vie d’acqua artificiali, e lo status giuridico degli stretti che collegano due mari aperti.

Mentre l’assegnazione degli stretti al traffico internazionale deriva dalla natura stessa delle cose ed è quindi anteriore all’esistenza degli Stati rivieraschi, l’assegnazione dei canali artificiali al traffico internazionale è, così come la loro creazione, il prodotto della volontà sovrana e libera degli Stati sul cui territorio sono stati scavati. In altre parole, mentre gli stretti – che collegano due mari aperti e ne sono un accessorio naturale – sono soggetti al principio di libero passaggio secondo le norme del diritto internazionale generale o consuetudinario, i canali artificiali sono soggetti solo in virtù della volontà sovrana dello Stato territoriale.

L’Inghilterra e la Francia avevano un bel dire che il loro diritto sul Canale derivava dalla concessione sul demanio pubblico di uno Stato, e che la Compagnia avesse effettivamente svolto un ruolo essenziale nel libero passaggio da parte di tutti gli Stati. Ciò storicamente non è avvenuto, poiché la Compagnia non ha mai avuto né i diritti né il potere territoriale di fatto necessari per superare gli ostacoli che le due Potenze hanno ufficialmente posto sulla via del libero utilizzo del Canale.

La questione è ora solo di interesse retrospettivo poiché per quanto riguarda Suez il principio del libero passaggio a beneficio di tutte le navi mercantili e da guerra, senza distinzione di bandiera, è stato ormai espressamente sancito.

Storia antica del collegamento fluviale tra il Mediterraneo e il Mar Rosso. Il faraone Senusret III, discendente della dodicesima dinastia, fu il primo a concepire un collegamento indiretto tra il Mar Rosso e il Mediterraneo attraverso il Nilo e i suoi affluenti, con lo scopo di promuovere il commercio e facilitare i trasporti tra Oriente e Occidente. Le navi provenienti dal Mediterraneo avrebbero percorso il Nilo fino a Zagazig (pertanto si tratta, nel primo tratto, di un percorso diverso da quello dell’attuale Canale artificiale) e da lì sarebbero giunte al Mar Rosso attraverso i Laghi Amari, che all’epoca vi erano collegati. Tracce di questo canale sono ancora visibili oggi a Geneifa, vicino a Suez.

Nel 610 e.c., la sabbia aveva riempito il canale, creando una diga di terra che aveva isolato i Laghi Amari dal Mar Rosso a causa di un lungo periodo di abbandono. Il faraone Necao II intraprese di rifare il canale e riuscì a collegare il Nilo ai Laghi Amari, ma non fu in grado di collegarli al Mar Rosso.

Nel 510, Dario riuscì a ricollegare il Nilo ai Laghi Amari. Tuttavia, a differenza del suo predecessore, non riuscì a collegare questi Laghi Amari al Mar Rosso se non attraverso piccoli canali navigabili solo durante la stagione delle piene del Nilo (l’attuale Canale, a cui si accede da Porto Said provenendo dal Mediterraneo, non sfrutta le acque del Nilo, ma passa ugualmente per i Laghi).

Nel 285 circa, Tolomeo II Filadelfo superò tutte le difficoltà incontrate dai suoi predecessori, restaurò e completò il preesistente Canale dei Faraoni, scavando con successo il tratto tra i Laghi Amari e il Mar Rosso, in sostituzione dei piccoli canali preesistenti e collegando il ramo orientale del Nilo al Mar Rosso per favorire i commerci e la fondazione di città portuali come Arsinoe.

L’imperatore Traiano fece scavare un nuovo canale (Amnis Traianus, nel 98 e.v.), che partiva dal Cairo, alla foce del golfo, e terminava ad Abbassa, dove era stato collegato al vecchio ramo di Zagazig (nord-est del Cairo). Durante l’epoca bizantina, il canale fu nuovamente trascurato fino a renderlo completamente non navigabile.

Nel 641 (calendario giuliano), Amr ibn al-‘Āripristinò la navigazione nel Canale e lo chiamò Canale dell’Emiro dei Credenti. Nel 760, il califfo abbaside Abu Ja’far al-Mansur distrusse il canale per impedirne l’utilizzo per il trasporto di rifornimenti agli abitanti della Mecca e di Medina, che si erano ribellati al suo dominio. La navigazione tra i due mari restò interrotta per circa undici secoli.