martedì 21 luglio 2026

Schlein e Calenda studiosi di Ostwald

 

Nel post precedente avevo posto una domanda. Ho ricevuto un solo commento. Molto stimolante questa situazione per chi scrive un blog: porre domande e non ricevere risposte. Vero, peraltro, che nella nostra epoca non si pongono nemmeno più delle domande, a motivo del fatto che riteniamo di sapere già tutte le risposte.

Dove si trova, all’interno di un nocciolo di ciliegia, il progetto per la crescita dell’albero? Quale ingranaggio di un orologio aziona le lancette? Quale parte dell’orologio misura il tempo? In generale, il rapporto tra la parte e il tutto è molto più complesso di quanto sembri. Già aver ipotizzato che il mondo fosse composto da atomi e molecole non fu affatto facile da far accettare.

Il chimico Wilhelm Ostwald (1853-1932), ad esempio, aderiva alla teoria dell’energetismo, secondo cui tutto in ultima analisi è composto da energia fluida e infinitamente divisibile, piuttosto che essere “granulare” e costituito da minuscole particelle. Ciò non impedì che gli venisse conferito il Nobel per altri indubbi suoi meriti.

Nel 1902 brevettò un metodo per la produzione industriale di acido nitrico, fondamentale per la creazione di fertilizzanti ed esplosivi. Elly Schlein conosce a memoria il suo sistema di classificazione colorimetrico, mentre Karl Calenda è un esperto di livello universale della sua legge sulla diluizione.

Nel 1905, Albert Einstein spiegò il motivo per cui la polvere di polline sembra danzare nell’acqua al microscopio (moto browniano). Questo movimento è il risultato di collisioni casuali tra le molecole d’acqua e le particelle di polvere. L’anno successivo, le previsioni di Einstein su come il moto browniano dipendesse dalla temperatura e dalla viscosità del liquido furono confermate sperimentalmente, e con esse, l’esistenza delle molecole.

Ludwig Boltzmann, che aveva utilizzato la sua “meccanica statistica” per collegare il micromondo invisibile degli atomi in movimento con il macromondo visibile delle cose che ci circondano, si impiccò quello stesso anno. Qui vicino, a Duino. Come un personaggio di una tragedia classica, dove il messaggero con il messaggio di vittoria arriva troppo tardi.

Si deve a Boltzmann la prima prova concreta dell’esistenza degli atomi. Con una necessaria precisazione: mentre Boltzmann partiva dal moto delle particelle e derivava le grandezze macroscopiche (pressione, temperatura, ecc.) come valori medi di tale moto, Einstein interpretò il movimento ondulatorio delle particelle di polvere (di dimensioni quasi macroscopiche) come una fluttuazione nella media di numerose collisioni tra particelle di polvere e molecole d’acqua, deducendo da questa fluttuazione l’esistenza delle molecole.

In sostanza, Einstein partiva da un presupposto esattamente contrario a quello di Boltzmann. Ad ogni modo, fu proprio l’applicazione di metodi statistici alla descrizione della natura che portò al risultato. Ad esempio, una descrizione statistica della velocità delle molecole non specifica più la velocità con cui si muove ogni singola molecola, ma indica piuttosto con quale frequenza si verifica ciascuna velocità, ovvero quante particelle si muovono a quella velocità.

Boltzmann è noto anche per una più banale (giudizio di Schrodinger) osservazione, ossia quella secondo cui l’ordine ha la tendenza a trasformarsi spontaneamente in disordine, mentre non accade il fatto contrario. Solo che non esiste in natura uno stato “ordinato”. L’universo stesso parte da uno stato disordinato; se consideriamo l’evoluzione della materia, occorre partire dal disordine iniziale. Da questo disordine iniziale parte l’evoluzione, che produce le più diverse forme di relativo ordine.

A partire dall’originario disordine, dall’originaria energia, forniti dal big bang, le più diverse forme materiali (formazione delle galassie di stelle, dei pianeti, e tra questi, di un pianeta nel quale è potuta sorgere la vita, e la vita cosciente) altro non sono che un complesso di risultati statistici eccezionali fondati su grandi numeri. Occorre un enorme dispendio di energia perché possano sorgere dal disordine (dal caso), come risultati straordinari e statisticamente eccezionali, forme ordinate (la necessità).

domenica 19 luglio 2026

Di che cosa si tratta?

 

Già questa foto rivela il livello reazionario di questo quotidiano.

Le speranze del 1989, per chi le aveva coltivate, non erano state altro che un’illusione. Tutto andò esattamente nella direzione opposta. Il capitalismo occidentale, senza avversari, si metteva alla conquista dell’intero pianeta. Come un rullo compressore, abbatteva confini, differenze geografiche e culturali. Il mondo si trasformava in un gigantesco supermercato dove ogni cosa diventava merce e il profitto veniva estratto da ogni cosa a beneficio di pochi.

La materialità della produzione industriale veniva sussunta all’immaterialità del mondo finanziario: la ricchezza veniva creata in borsa. La borghesia occidentale aveva trionfato e non voleva restrizioni all’esercizio del suo potere. Non aveva più bisogno di sobbarcarsi il compromesso sociale postbellico tra capitale e lavoro che aveva dato origine allo stato sociale in Europa.

L’Europa ovviamente era un territorio di conquista, ma anche i paesi dell’Europa orientale furono costretti a privatizzare tutto, smantellare i loro stati sociali e aprirsi a un mercato non regolamentato. E per tutti gli anni ‘90, nelle guerre nell’ex Jugoslavia, gli stati occidentali, spinti dal proprio interesse, avevano alimentato le fiamme del nazionalismo, lasciando strada al risorgente fascismo.

La globalizzazione del mercato ci veniva presentata come un’opportunità unica di sviluppo, in un mondo finalmente unito. Ricchezza e prosperità si sarebbero diffuse ovunque, insieme alla libertà. Molti cedettero per rassegnazione e altri per spudorato calcolo. Tutta la sinistra riformista europea, seppelliti i propri residui ideali sotto le macerie del Muro di Berlino, si proclamava convinta che il mondo non potesse funzionare che in quel modo.

Questa titolazione è più eloquente dello stato di cose presenti di un saggio di Picketty, Stiglizt o altro porcodidio.

Mandato in soffitta Marx, considerata la sua opera soltanto “un affascinante oggetto di studio” per topi di biblioteca, la sconfitta dei movimenti antagonisti, o sedicenti tali, stava dietro l’angolo. Le marce cittadine di protesta e il conflitto sociale ritualizzato, finirono per scontare le loro fondamentali illusioni strategiche a Genova. Non solo a causa della repressione poliziesca, ma soprattutto a causa del vuoto sostanziale di proposta.

Non basta gridare che un altro mondo è possibile, era ed è necessario chiarire sulla base di quali rapporti sociali si vuole costruire quello nuovo e possibile. Non basta impegnarsi sul terreno delle disuguaglianze e frustrazioni sociali accumulate. Non si tratta di questo o quello; non solo di politiche neoliberiste, dell’oppressione e della violenza strutturale del sistema. Non si tratta di ridefinire semplicemente i confini di ciò che è tollerato e accettato e di ciò che non lo è, o non lo è più.

Dunque, di che cosa si tratta?

giovedì 16 luglio 2026

Sempre un alito cattivo

 

Ho iniziato la lettura del nuovo saggio di Luciano Canfora dal titolo: Comunismo, un’altra storia. Negli ultimi tre anni e mezzo scarsi, il filologo barese ci ha fatto dono di ben dieci saggi pubblicati, alcuni di notevole spessore anche cartaceo.

Del nuovo saggio, ho letto le prime 20 pagine. Dunque sarebbe quantomeno azzardato da parte mia esprimere un qualsiasi giudizio, se non fosse che questi primi 7 capitoletti si chiudono con un’affermazione così perentoria da confermare un mio antico giudizio sul Canfora stesso.

Ma prima desidero riportare la frasetta con la quale Canfora liquida definitivamente l’opera di Marx: «Col che la sua opera [di Marx] è diventata vieppiù soltanto un affascinante oggetto di studio.»

Questo giudizio tranchant, secondo l’autore del libro, deriverebbe dal fatto che Marx, pur avendo «introdotto un elemento di scientificità dentro la cornice di una preesistente, colossale utopia, è, per suo carattere, contingente, ossia legata a condizioni materiali e rapporti sociali che mutano ma mano, di necessità».

Pertanto, sostiene Canfora, il contributo scientifico di Marx, ancorato a condizioni e rapporti sociali tipicamente ottocenteschi ed eurocentrici, avrebbe perso la sua efficacia scientifica e critica a fronte delle mutate condizioni materiali e sociali seguite alla sua epoca.

Sembra che Canfora ignori anzitutto la categoria di formazione economico sociale, che il materialismo storico concettualizza nella struttura di un sistema dinamico di rapporti organicamente legati ed in continua interazione, sulla base di un dato modo di produzione e secondo leggi specifiche.

È naturale che una stessa formazione sociale possa assumere forme concrete molto diverse. Ad esempio, la formazione sociale capitalistica, nella stessa epoca, può determinarsi nella forma statunitense, cinese, argentina, ecc.. Ciò si spiega con l’ineguale grado di sviluppo del modo di produzione capitalistico, nonché con la storia particolare di ciascuna nazione, con la peculiare forma di interazione dei diversi sottosistemi (economico, politico, giuridico, ...).

La conoscenza concreta di ciascuna formazione, ad ogni stadio particolare del suo sviluppo, non potrà che essere, perciò, il risultato di una analisi concreta della situazione concreta, ma il concetto di formazione economico sociale resta in ogni caso indispensabile per comprendere le leggi generali oggettive di funzionamento e di sviluppo proprie ad ogni sistema sociale indipendentemente dalle sue particolarità.

Ciò premesso, l’oggetto d’indagine di Marx è il modo capitalistico di produzione e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono, e non - come hanno creduto in molti e con essi Canfora – il capitalismo europeo della seconda metà del XIX secolo, ovvero l’Inghilterra, che pure, nella sua epoca, era di questo oggetto la “sede classica”.

Certo che l’Inghilterra viene presa in considerazione da Marx nella costruzione della sua teoria, poiché essa era la forma più sviluppata del fenomeno che egli considera; ma, nella Prefazione alla prima edizione (luglio 1867) de Il Capitale, Marx mette in chiaro che:

«In sé e per sé, non si tratta del grado maggiore o minore di sviluppo degli antagonismi sociali derivanti dalle leggi naturali della produzione capitalistica, ma proprio di tali leggi, di tali tendenze che operano e si fanno valere con bronzea necessità. Il paese industrialmente più sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l’immagine del suo avvenire.»

In altri termini, ciò che interessa a Marx è il modo di produzione capitalistico in generale, le sue leggi e le sue tendenze (sui concetti di legge e di tendenza occorre essere precisi, poiché si tratta di strumenti essenziali per l’elaborazione di una immagine scientifica del mondo), e non, invece, una sua forma determinata ad un qualche stadio del suo divenire.

È proprio questo che interessa a Marx: estrapolare dalle leggi generali del divenire capitalistico la tendenza; simulare concettualmente, secondo procedure dialettiche (logiche e/o matematiche), il loro movimento intrinsecamente contraddittorio, per carpire al futuro la loro forma divenuta.

Sono questi gli strumenti che gli consentiranno le più ardite operazioni del pensiero; gli consentiranno, cioè, di spingersi per via analitica fino agli estremi limiti del modo di produzione capitalistico, oltre i quali si spalanca la breccia di una discontinuità qualitativa epocale e, a partire di lì, riguardare con occhi nuovi, e secondo nuove prospettive, anche il presente!

Ignorare, o fingere di ignorare, che le leggi economiche scoperte da Marx conservano validità generale per quanto riguarda tutta la storia della formazione sociale capitalistica e del relativo modo di produzione, significa ignorare le motivazioni più profonde e più vere della crisi della formazione economica capitalistica e dunque anche della odierna contesa imperialistica.

Anche noi dovremmo chiederci con Engels: “Forse la feudalità è stata mai corrispondente al suo concetto?”

Il mio giudizio su Canfora, a riguardo del suo rapporto con Marx e il materialismo storico, ebbi modo di esprimerlo già 12 anni fa. Forse oggi lo sostanzierei meglio, ma nella sostanza penso che non lo muterei.

[...]

 

In seguito alla sconfitta della nazionale francese di calcio contro la Spagna nella semifinale dei Mondiali, si sono verificati disordini in numerose città, sebbene, secondo una valutazione del ministero dell’Interno francese, non si siano registrati incidenti gravi. Il ministero ha segnalato scontri con la polizia in 183 città, in particolare a Parigi e Lione. Sono state arrestate 342 persone, di cui 250 in stato di fermo. In 688 casi, gli agenti sono stati presi di mira con fuochi d’artificio e ne sono stati sequestrati 1.128.

Un modo alternativo per festeggiare il 14 luglio.


Sapete dove si trova il Kirghizistan? Da qualche parte in Asia, ovviamente. L’Unione Europea vuole ristabilire l’”ordine” nel paese centroasiatico e per questo ha imposto delle sanzioni.

Dal giornale umoristico Repubblica.

martedì 14 luglio 2026

Esplorazioni socio-etnologiche

 

Questa mattina, poco dopo le 10, ero in auto e ho acceso la radio. Le varie emittenti trasmettevano réclame in sincrono, perciò ho optato per radiotre, il canale radiofonico delle persone colte e di sinistra, quelle che ascoltano musica etnica malgascia a pranzo e Brahms al cesso.

Ho seguito la trasmissione per pochi minuti, il tempo di arrivare dove volevo andare, per dirla con Totò. Tema odierno: la concentrazione della ricchezza presso i soliti noti Paperoni. È sempre un argomento di vendita e garantisce ascolti più alti, senza mai chiarire i meccanismi sociali che governano questo mondo. Del resto, anch’io, proveniente da una classe sociale “inferiore”, da decenni cerco di decifrare i meccanismi del dominio sociale studiando le diverse soggettività prodotte dalla natura specifica dell’esistenza della classe dominante.

Nella trasmissione radiofonica si citava l’esempio dell’ex moglie di Jeff Bezos, che, ricevuti 36 miliardi di dollari dal marito, ne assegnava 26 in beneficienza (riferisco i dati ascoltati per radio). Nonostante ciò, dopo pochi anni, la signora godeva di un patrimonio ancora maggiore, di ben 46 miliardi, causa aumento valore delle “residue” azioni dall’ex marito rimastele in portafoglio.

Della serie: il diavolo continua a cagare sul mucchio più grande. Discutere di ciò è sterile: nonostante tutto questo denaro elargito in beneficienza, la disuguaglianza globale tra ricchi e poveri non fa che aumentare, come sottolinea regolarmente l’organizzazione Oxfam. Quindi è seguita per radio l’immancabile invocazione per una più equa distribuzione della ricchezza sociale a mezzo tassazione e altre favole del genere, con dotta citazione di Piketty (poteva mancare questo insulso tra gli insulsi che ha “scoperto” che la ricchezza è costituita principalmente da capitali ed eredità?).

Il fatto che si rimproveri ai super ricchi (high net worth individuals) la loro ricchezza dà il senso del generale disorientamento. Sarebbero dunque i “ricchi” la causa dei problemi, e non dunque essi stessi il prodotto dei rapporti sociali vigenti. È questo il volgare e imbarazzante modo di concepire il dominio di classe con le categorie politico-sociologiche di un Proudhon (la proprietà è un furto!) o di un ancor più volgare Piketty.

Denunciare l’accumulazione di ricchezze esorbitanti in poche mani è doveroso, ma soffermarsi solo su tale aspetto significa rimanere sul terreno di una critica etica. Una critica laterale che la borghesia miliardaria alla Bill Gates non solo accetta (donare parte delle proprie “fortune” in beneficenza riduce il carico fiscale), ma pavoneggia come un sano esempio di libertà e democrazia (per Bill il pericolo maggiore al mondo sono “i microbi, non i missili”).

I super ricchi esercitano un certo fascino (già la nobiltà, sebbene decaduta nella sua rappresentazione istituzionale, nell’inconscio e nell’immaginario collettivo conserva un suo posto), emanando una straordinaria stranezza, quasi un tocco di esotismo. Del resto, la ricchezza non si limita al denaro e ai beni materiali. Questi sono necessari, ma non sufficienti. Esiste una grande varietà di ricchezze, ma tutte condividono lo stesso background, poiché tutte possiedono queste diverse forme di ricchezza, tra cui la cultura e le connessioni sociali (per entrare facilmente nel mondo del lavoro e seguire un percorso consolidato verso il “successo”), che conferiscono loro una posizione dominante nella società. Basta leggere Balzac, il quale fotografava l’ambiente sociale altamente codificato dell’alta società parigina e la complessità della violenza insita nei rapporti di classe.

Posto per assurdo che i ricchi abbiano effettivamente gli stessi interessi dei poveri, possono benissimo essere d’accordo con stronzate tipo una più equa tassazione e anzi offrire con larghezza in beneficienza il loro denaro per migliorare la condizione dei poveri, eccetera. La storiella del filantropo eroico che vuole “rendere il mondo un posto migliore” è ben nota e piace soprattutto a sinistra. L’idea che la gestione pubblica della ricchezza socialmente prodotta possa essere più efficiente non li sfiora nemmeno.

I miglioramenti che si realizzano sul terreno dei rapporti di produzione borghesi, non cambiano nulla del rapporto fra capitale e lavoro sfruttato, ma spesso assolvono la funzione di diminuire le spese che il vertice della gerarchia sociale deve sostenere per la pace e concordia sociale, indi per il suo dominio: la filantropia è una forma e un esercizio di potere (vedi l’evergetismo nell’antica Roma), oltre che un formidabile veicolo per la reputazione elitaria.

Quanto alla trita ricetta sulla tassazione dei profitti e della ricchezza, è necessario aver chiara una cosa: forme e misura del welfare non sono né saranno mai una variabile indipendente dalle dinamiche dell’accumulazione capitalistica. Infatti, il capitalista, quando investe, si aspetta un profitto. Non un profitto qualsiasi, bensì un determinato saggio del profitto. Il capitale pertanto ha bisogno: 1) di acquistare a un certo prezzo la forza-lavoro e di estrarne tutto il plusvalore possibile; 2) di operare in determinate e sicure condizioni, anzitutto regolamentazione fiscale e altri oneri sociali favorevoli. Il resto è dettaglio.