La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria.
Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l'uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo “pagamento in contanti”. [...] Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli. In una parola: ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d’illusioni religiose e politiche.
La dinamo ha sostituito la macchina a vapore, i dispositivi digitali hanno soppiantato quasi tutti i mezzi di scrittura, eppure queste parole, scritte alla luce di una lampada a petrolio e vergate con un pennino d’acciaio, dopo 178 anni non hanno perso di significato.
Pochi anni dopo, Marx scriverà: La ricchezza reale si manifesta – e questo è il segno della grande industria – nell’enorme sproporzione fra il tempo di lavoro impiegato e il suo prodotto, come pure nella sproporzione qualitativa fra il lavoro ridotto ad una pura astrazione e la potenza del processo di produzione che esso sorveglia. Non è più tanto il lavoro a presentarsi come incluso nel processo di produzione, quanto piuttosto l’uomo a porsi in rapporto al processo di produzione come sorvegliante e regolatore.
Saranno gli uomini a porsi in rapporto al processo di produzione come sorveglianti e regolatori, ma in quale numero essi troveranno occupazione per tali attività? E così siamo giunti a quella che chiamiamo impropriamente ma comunemente “intelligenza artificiale”. S’è cominciato con le casse automatiche e i pagamenti digitali, quindi a sostituire i lavoratori con “assistenti digitali” in molti servizi e nei commerci, ora si passa al taglio degli impiegati e presto anche alle posizioni apicali in molteplici attività. Eccetera.
Ancora il Grande Vecchio: La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. [...] Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi fra tutte le epoche precedenti. Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti.
Una riflessione molto più rozza di quella di Marx: dopo aver guardato con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti, venuti meno i salari e gli stipendi, dunque i mezzi per una relativa tranquilla sopravvivenza, a quali determinazioni giungerà la massa degli uomini e donne messi in “libertà”? Né si potrà far troppo conto di provvedervi con l’assistenza statale e la previdenza sociale, posto che il gettito fiscale e contributivo sono destinati, proprio a causa della disoccupazione e sottoccupazione, a un deciso declino.
Tutto ciò scaturisce dal fatto che il capitale tende a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, altrimenti non gli importerebbe nulla dello sviluppo tecnologico. Pertanto, l’aporia non nasce dallo sviluppo della tecnologia, che non possiamo arrestare, ma dall’uso capitalistico che ne viene fatto. O vi sarà una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o andremo incontro alla rovina dell’intera società.



