Tratamento sanitario nelle carceri israelite.
Viviamo in un’economia che punta sfrenatamente alla brevità e alla concisione. Il tempo è denaro, e, nel caso non lo fosse, sarebbe tempo perso. Nell’intrattenimento televisivo è un continuo zapping tra i canali, con una concorrenza esasperata tra gli schermi. C’è voglia di dopamina e di suspense, sennò le persone restano incollate ai loro telefoni mentre sono sedute davanti alla tv.
L’esistenza di molte persone, specie le più giovani, è diventata ormai una sorta di TikTokizzazione o Instagramizzazione. Stupidità connessa. Pertanto chi vuoi che legga più i blog, specie dove si pubblicano pipponi che richiedono a volte fino a due o tre minuti di lettura? Eppure la lettura è forse l’ultimo baluardo per chi apprezza la lentezza e il ragionamento, per chi non vuole essere trattato come un imbecille. Difficile trovare un motivo più snob, lo so, però mi pare resti un valido motivo.
Un motivo suffragato dal fatto che certe cose non le penso e scrivo solo io e magari altri naufraghi della rete. Paradossalmente le scrive anche il giornale della Confindustria. Oggi, in seconda e terza pagina, due articoli, uno su Trump e i suoi deliri di gloria, l’altro su Netanyahu e il sionismo.
Gregory Alegi, scrive: «il New York Times ha ricostruito in dettaglio la riunione nella quale l’11 febbraio scorso il premier israeliano avrebbe convinto il presidente statunitense ad attaccare l’Iran. [...] il gancio psicologico di BiBi: “Trasformare per sempre il Medioriente è un’impresa epica, che solo gli Stati Uniti sotto la tua guida possono compiere. Vinci, e passerai alla storia”». Ogni commento mi pare superfluo.
Nell’altro articolo, a firma di Ugo Tramballi, si legge: «Le guerre israeliane, soprattutto le ultime, tendono a non risolvere il problema che le causa ma creano le condizioni del conflitto successivo». Personalmente avrei evitato l’inciso “soprattutto le ultime”, ma bisogna accontentarsi.
Scrive ancora Tramballi: «”Ha perso Israele, hanno vinto gli ebrei”, commentò lo sconfitto Shimon Peres: quegli ebrei che avrebbero costruito un’egemonia trasformando la Bibbia in un manuale politico militare». Sono d’accordo, ma con una precisazione: è vero che sono molte le facce del sionismo, e però tutto il sionismo, non solo quello di estrema destra, ha come premessa che la Palestina appartiene di diritto agli ebrei, che quella è la loro terra in forza di un diritto storico. E questo vantato diritto, però, non è altro che una menzogna.
Al punto in cui è giunta la questione palestinese, gli ebrei debbono poter vivere in Palestina in pace e sicurezza. E ciò, sarebbe potuto accadere negli ultimi decenni se solo l’avessero effettivamente voluto. Con gli accordi di Oslo si era compiuto un passo verso una parziale soluzione della questione palestinese, tuttavia, come chiude il suo articolo Tramballi, «anche durante quella trattativa dal 1993 al 2000, l’unica seria speranza in decenni di guerre, gli israeliani continuavano a impossessarsi di terre palestinesi: in quei sette anni di pace il numero delle colonie ebraiche in Cisgiordania aumentò del cento per cento». Ecco detto tutto.
Il resto, si può leggere nell’ottimo libro di Elena Testi, Genesi. Soldi, crimine, impunità. Storia dell’estrema destra israeliana (Feltrinelli). L’Autrice, forse per evitare l’accusa di antisionismo, imputa tutto ciò che è accaduto di peggio negli ultimi decenni in Palestina all’estrema destra israeliana, ma ciò coglie solo un aspetto, quello più estremista del progetto sionista, che in realtà varia solo nei metodi ma non negli obiettivi del sionismo più moderato.

