lunedì 23 febbraio 2026

Come nei film con le macchine aliene

 

Sentite un po’ che cosa scrive Luca Tremolada sul giornale dei padroni confindustriali: «Secondo l’amministratore delegato di Microsoft AI, Mustafa Suleyman, entro 18 mesi al massimo il mondo arriverà all’automazione completa delle mansioni impiegatizie. Vuol dire che professionisti come avvocati, contabili e project manager saranno, nella migliore delle ipotesi, messi al lavoro in una catena di montaggio agentica, dove il loro compito di supervisione e controllo avrà come colleghi modelli linguistici di grandi dimensioni orchestrati da agenti di intelligenza artificiale».

Nonostante l’ablazione del suo pensiero da parte di ogni vetero marxismo e di ogni comodo liberalismo, Marx, già 170 anni or sono, nei Grundrisse, aveva vaticinato con lucida precisione ciò che sta accadendo oggi: la conferma del carattere storico e transitorio della legge del valore. Lo scrivevo proprio nel post di ieri: il potenziale di progresso della forza produttiva in ogni ambito dell’attività economica si scontra con la natura dei rapporti sociali in essere nella società. Siamo davvero a un punto di svolta storico della nostra civiltà, o, se preferite, del capitalismo. Date retta.

Si può ancora viaggiare a Roma (con ritardi), Parigi e Barcellona. Ballare, mangiare la pajata e la cassœula, leggere Omero, Tomasi, Balzac e Cervantes. O quello che preferite. Tra un po’, tutto questo non ci sarà più, e non mi riferisco solo ai ristoranti che chiudono, i luoghi che cambiano e gli amici che muoiono. Se non sapremo scuotere questo sistema da cima a fondo, sarà il sistema a scuotere irresistibilmente ognuno di noi. Saremo i servitori di un mondo che non è il nostro. E ciò, sul momento, mi sembra l’ipotesi più probabile.

Già ora la nostra Europa è solo un parco a tema per turisti e un bancomat per una guerra che abbiamo perso tutti. Il mondo che verrà distruggerà ciò che siamo, forse la cosa migliore che sia mai accaduta nella storia. Con tutti i nostri errori e difetti.

Quando tutto va a remengo, c’è una sola consolazione: sapere perché sta andando così. La sinistra nemmeno si pone seriamente la questione. Pensa al referendum su quell’aborto che è sempre stata la giustizia, qui più che altrove, convinta che vincendolo farà perdere la destra. Stanno arrivando altri imperi, come nei film con le macchine aliene che invadono il pianeta, e noi in Europa siamo ancora alle prese col fascismo. È un fatto paradossale, ma è un pericolo serio.

Perché l’Italia e l’Europa non hanno superato il fascismo; non solo come memoria, ma come arma politica. Ci sono generazioni senza letture né memoria diretta, facilmente manipolabili con dei cliché. Chiedere in giro, non solo ai giovani, che cosa pensano di Mussolini. La destra fascista ha preso piede a causa dei peccati di tutti noi. C’è una mancanza di cultura. Vera cultura, non la robaccia che viene spacciata in televisione e nei social, dove i politicanti litigano continuamente tra loro ma non seriamente, dove giornalisti fingono di interrogare altri giornalisti che conoscono le domande in anticipo per delle risposte scontate.

Dove sono gli “intellettuali” che dicono quello che pensano e non si preoccupano delle conseguenze? Anche un Pasolini qualsiasi andrebbe bene. Abdicazione in cambio di tribuna, stipendi e prebende.

È una battaglia persa, lo so, ma dobbiamo combatterla. Non dobbiamo temere la sconfitta, che è una possibilità della lotta. Che altro ci resta?

domenica 22 febbraio 2026

L'illusione kruscioviana

 

Era il febbraio di settant’anni fa, quando gli inverni erano ancora degni del loro nome. A Mosca la neve scendeva a raffiche dispettose. Si apriva il XX congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica. Nikita Krusciov, primo segretario del Partito, pronunciava un discorso che passerà alla storia come il “Rapporto segreto”. Non lo lesse ai congressisti in seduta pubblica, ma a porte chiuse con la presenza dei soli delegati. Alle delegazioni straniere fu letto direttamente e separatamente, ma non consegnato.

Krusciov muoveva 61 accuse contro Stalin, di fatto consacrava il colpo di Stato e di partito del 1953, ma il sistema sovietico di stampo stalinista restò sostanzialmente intonso. Del resto, Krusciov non avrebbe potuto trionfare se fosse stato visto dall’élite del partito come un elemento sovvertitore del sistema. Il suo fu un abile tentativo di rinnovare lo stile del sistema, non di cambiarne la natura. Ma non è di questo che voglio dire e del resto un’analisi approfondita, basata sullo studio delle fonti, richiederebbe molto spazio di esposizione.

Ciò che mi interessa è la figura di Krusciov (del quale molti anni or sono ho letto le innocue memorie nelle quali tace le sue responsabilità, per es. nell’esecuzione delle purghe staliniane) e in particolare la sua tesi secondo cui l’URSS avrebbe vinto entro pochi anni la competizione economica con gli Stati Uniti. Raggiungere e superare gli Stati Uniti era un’ossessione per Krusciov. Lo slogan – che non era suo, ma di Stalin fin dai tempi del primo piano quinquennale – è stato il leitmotiv dei suoi discorsi e delle sue interviste (per i dettagli, cfr. l’articolo di André Pierre su Le Monde dell’11 novembre 1957, disponibile in rete).

Krusciov era cresciuto politicamente in epoca stalinista, dunque poteva considerarsi un marxista. Tuttavia il marxismo stalinista non si può considerare, sotto profili essenziali, come una continuazione dell’analisi marxiana, ossia di quel Marx (ed Engels) che, pur favorevole ad un’azione politica organizzata connessa alla sua teoria, dichiarava “Je ne suispas marxiste”.

Krusciov certamente non ignorava che il potenziale di progresso della forza produttiva in ogni ambito dell’attività economica si scontra con la natura dei rapporti sociali in essere nella società. Questa contraddizione fondamentale esplode in mille fenomeni quotidiani, laddove il sistema di relazioni sociali entri in conflitto con il modo di produzione. Non solo nell’ambito del modo di produzione basato sul libero scambio, il profitto e la proprietà privata in cui è incastonato. Ciò vale per qualunque formazione economico-sociale di classe. Dunque anche per l’URSS, che era senza dubbio una società gerarchizzata.

Sicuramente l’URSS non aveva risolto la contraddizione tra il carattere sociale della produzione e la forma di appropriazione del prodotto, che seppure non più fondata sul capitale privato (il capitale, non importa se privato o statale, è un rapporto sociale!) essa andava a beneficio di caste e gruppi sociali privilegiati. La teoria ufficiale che riconosceva due classi, operai e contadini, oltre a uno strato intermedio, l’intellighenzia, in realtà mascherava profonde disuguaglianze sociali, in particolare tra lavoratori manuali e quadri del Partito, tra sapere e lavoro, tra potere e sottomissione, tra accesso ai beni e penuria.

Allo stesso tempo, le donne erano sovrarappresentate nelle occupazioni meno retribuite e sottorappresentate nelle posizioni elevate nell’economia, nel governo e nel partito. Se erano sposate, svolgevano la maggior parte delle faccende domestiche oltre al lavoro fuori casa. Questo eccesso di lavoro, unito alle condizioni abitative sovraffollate, contribuiva a un alto tasso di divorzi e aborti.

Ciò non toglie che l’Unione Sovietica dalla sua fondazione (1922) avesse fatto compiere alla società russa dei progressi sul piano economico, sociale e civile di tutto riguardo. Le condizioni di partenza, dopo un disastroso conflitto bellico contro gli Imperi centrali, quindi una guerra civile tragica e spietata durata anni, erano le peggiori che si potessero anche solo immaginare nel 1914. Con la Nuova Politica Economica (NEP), che Lenin stesso nei suoi ultimi scritti non escludeva potesse durare decenni, la Russia si stava riprendendo lentamente (*).

Con la morte di Lenin e l’avvento dello stalinismo, con la più rigida pianificazione economica e l’industrializzazione a tappe forzate, la Russia conseguì dei risultati economici ancora più strabilianti nei settori strategici dell’industria pesante, pagando però il prezzo sociale e umano che conosciamo. Ciò consentì, se non altro, di far fronte con mezzi adeguati all’invasione nazi-fascista del 1941. Le democrazie occidentali, che preventivarono che vi fosse dapprima uno scontro tra la Germania e la Russia, sbagliarono i loro calcoli e l’interpretazione del Mein Kampf: la Germania colpì la loro alleata Polonia, ma non prima di essersi assicurata l’alleanza proprio con la Russia.

Fu un colpo geniale di Hitler, che già era riuscito ad imbrigliare la rancorosa vanità italiana e in tal modo di evitare di commettere l’errore che più di tutti costò la mancata sconfitta della Francia prima che nel 1917 intervenissero nel conflitto gli USA (l’entrata in guerra dell’Italia nel 1914 a fianco degli imperi centrali sarebbe stata letale per l’esercito francese, stretto a tenaglia dai tedeschi a nord e dagli austriaci e italiani sulle Alpi ad est).

Con la sconfitta della Germania, preceduta dalla conferenza di Jalta del febbraio 1945, i rapporti di forza cambiarono radicalmente. La Guerra Fredda, i cui prodromi erano presenti già durante il conflitto bellico, fu una conseguenza inevitabile, tanto più che Washington, con Hiroshima e Nagasaki, aveva chiarito a Mosca che per i russi non c’era trippa nell’area del Pacifico, salvo riprendersi Sakhalin e poco altro (oltre tutto era in atto la grana maoista e poco dopo esplose la questione coreana).

Del resto, quale poteva essere il destino e il valore di un equilibrio tra i blocchi basato su un principio che nega l’equilibrio e la mutua sicurezza cercando invece di assicurare la vittoria definitiva di una delle due parti contrapposte sull’altra? È questo un tema che sostanzialmente vale anche per l’oggi.

Nonostante ciò, in Russia si procedette alla ricostruzione dopo le immani devastazioni provocate dalla guerra. Mosca aiutò, per quanto possibile, la ricostruzione e la ripresa economica dei Paesi della propria area d’influenza (Varsavia fu ricostruita grazie ai russi per decisione diretta di Stalin). I risultati non si fecero attendere a lungo, dimostrando che la Russia poteva fare da sola, con elevati tassi di crescita e senza le ingerenze del capitale americano.

A ciò si deve l’illusione kruscioviana di poter eguagliare o addirittura superare gli USA e l’Occidente (“Vi seppelliremo”). I limiti strutturali del modello sovietico portarono ben presto a un rallentamento della crescita, alle croniche debolezze agricole, mettendo in luce l’inadeguatezza della pianificazione e la crisi di un modello di accumulazione che non si adattava alle esigenze espansive di un’economia di consumo e della relativa modernizzazione tecnologica, il tutto aggravato dalla corsa agli armamenti.

Era dunque la burocratizzazione del sistema economico nel suo insieme a frapporsi tra l’enorme potenzialità delle forze produttive e la possibilità di queste forze di esprimersi totalmente e di rendersi creative. In altri termini, se nel capitalismo liberale il limite del capitale è dato dal profitto e non dai bisogni della società, viceversa, nell’economia sovietica il limite imposto ai consumi di massa, dato dal tipo di pianificazione e dall’oggettività della struttura industriale, si frapponeva allo sviluppo sociale complessivo.

Le opportunità e le speranze aperte dal XX Congresso, andarono deluse. La denuncia del culto della personalità non metteva in discussione il sistema. Poco dopo, la società russa rispose con apatia e scetticismo all’appello kruscioviano. Quanto alla burocrazia, alla fine si unì in un fronte conservatore che, nell’ottobre del 1964, rovesciò, con una rivoluzione di palazzo, un primo Segretario sempre più screditato.

(*) Cosa poco nota: Lenin, già nel novembre 1917, emanò il cosiddetto “Decreto sulla pace”, che fu inviato a tutti i governi degli Stati belligeranti allo scopo di intavolare negoziati di pace. Successivamente, il 28 novembre, il 6 dicembre e ancora il 30 gennaio 1918, altri appelli furono rivolti direttamente ai governi di Stati Uniti, Francia e Inghilterra. A questi atti ufficiali e note non venne mai data risposta.

venerdì 20 febbraio 2026

Kaja Kallas è solo stupida o c’è dell’altro?

 

Kaja Kallas è cittadina dell’Estonia, un paese che ha meno abitanti di Milano. Dovrebbe essere una persona dotata di qualità non comuni per ricoprire un ruolo importante nella Commissione UE, ed invece è una analfabeta che, non si sa come, è riuscita a superare l’esame di terza media. Tra le sue perle, ha negato che Cina e Russia siano tra i vincitori della II guerra mondiale, quindi ha definito i cinesi “molto bravi nella tecnologia ma non altrettanto bravi nelle scienze sociali, mentre i russi sono bravissimi nelle scienze sociali ma pessimi nella tecnologia”.

Nonostante sia palesemente inadeguata al ruolo, continua a mantenere l’incarico di Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. E a dire e scrivere sciocchezze. Tramite il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), ha partorito un documento sulla base del quale vuole dettare le condizioni di pace alla Russia. È davvero incredibile quanto vi si legge, ma bisogna farlo per rendersi conto della stupidità di questa donna di 49 anni e di chi le dà retta.

La Russia dovrebbe ritirarsi non solo dall’Ucraina, ma anche da Bielorussia, Moldavia, Armenia e Georgia; rimuovere le armi nucleari dalla Bielorussia e, in generale, ridurre la propria forza militare allo stesso livello di quella ucraina. Risarcire l’Ucraina e tutti gli Stati membri e le aziende dell’UE per le perdite derivanti dalla guerra, compresi i danni ambientali, e consentire agli investigatori internazionali di “indagare” sui presunti crimini di guerra russi, anche sul proprio territorio. Inoltre, prevede una “riforma interna” in Russia con “libere elezioni sotto supervisione internazionale”. Per tutto questo, l’UE rivendica il suo presunto legittimo posto al tavolo dei negoziati.

C’è da chiedersi, ma Kaja Kallas è solo una marionetta e c’è dell’altro? Come sempre in questi casi l’obiettivo è diverso da quello dichiarato, e dietro la Kallas c’è chi l’esame di terza media l’ha superato a pieni voti. Va premesso che l’UE non ha mezzi per imporre qualcosa alla Russia e che le sue sanzioni stanno lentamente diventando inefficaci e causano più danni all’interno della UE che al suo avversario. Un esempio è il divieto di importare pellicce dalla Russia, incluso nel ventesimo pacchetto di sanzioni (!!), in un mercato che è già crollato negli ultimi dieci anni a causa della mancanza di domanda di pelli di animali morti.

Insomma, l’UE dopo quattro anni continua a comprare direttamente e indirettamente petrolio e altro dalla Russia, e per il resto la sua è solo propaganda. Dunque, la domanda rimane: qual è il senso di tutto questo, che cosa spera di ottenere l’UE rendendo pubbliche le cervellotiche richieste di una scema conclamata come Kaja Kallas? Non una pace di compromesso di alcun tipo, ma piuttosto il fallimento dei negoziati e la continuazione della guerra a tempo indeterminato, in stretta collaborazione con la cricca di Volodymyr Zelensky. Per i motivi che ho già spiegato.