La lettura di questo post è sconsigliata a gente che va di fretta.
Questa mattina, mentre attraversavo la strada sulle strisce pedonali con la solita circospezione, un’auto a velocità sostenuta mi stava investendo. Chi guidava ha inchiodato all’ultimo momento e l’auto s’è arrestata a non più di un paio di metri da me. Ho gridato verso la donna alla guida: “Svegliati prima al mattino”. La persona che stava con me mi ha chiesto: “Sai chi è quella?”. Ho risposto: “Sicuramente una pazza in ritardo”. Di rimando: “Era la nostra vicina di casa”. E io: “Ma quanta bella gente abita intorno a noi!”.
Prima delle nove del mattino e poi dopo “las cinco de la tarde”, le strade diventano più pericolose del solito. Per il semplice motivo che al mattino aprono i manicomi e alla sera la gente s’affretta perché li chiudono e teme di rimanerne fuori.
Cosa nota solo ai miei biografi più intimi. All’età di cinque anni subii un incidente del quale, oltre alle cicatrici occultate dai capelli, potrei aver riportato dei postumi permanenti. Questo dettaglio non lo posso affermare con certezza, perché mi dicono che denotavo una personalità “artistica” anche prima dell’incidente, che però si è accentuata nel corso degli anni seguenti. Avevo una smodata (è un termine congruo) passione per il disegno e la pittura, tanto che combinai un grosso guaio quando degli imbianchini tinteggiavano un’abitazione contigua a quella dove abitavo.
Era di domenica, attraverso una delle finestre aperte, penetrai all’interno della casa. Trovai a disposizione del mio estro una serie di vasi, flaconi di colore e molti pennelli. Dio, che insperata e irresistibile occasione per mettere a frutto la mia arte in totale libertà di fantasia e colore. Dopo oltre un paio d’ore di sperimentazioni sempre più ardite, il risultato fu tale che Picasso sarebbe morto d’invidia. La mia opera stava per diventare immortale.
I proprietari della casa, il giorno dopo, espressero un giudizio critico molto severo sulla mia interpretazione dell’arte moderna. È un mistero perché noi artisti dell’avanguardia rimaniamo spesso incompresi molto a lungo. Una signora, che diceva di vantare delle pretese su di me, per almeno una settimana mi rinfacciò che ciò che avevo fatto in quella abitazione con colori e pennelli non era “appropriato”. Sull’inappropriatezza dell’arte, ma non solo di essa, ebbi modo di riflettere molto a lungo e fino ad oggi.
Per esempio, cosa faceva Degas, che era anche un vecchio e odioso antisemita, con le sue piccole ballerine una volta che le aveva ritratte? E che dire di Balthus, non vorremmo mica esporlo alle Scuderie del Quirinale? Conoscevamo già l’arte degenerata ed ecco il suo equivalente contemporaneo: “l’arte inappropriata”.
Non è forse ora di cancellare Paul Gauguin?, si chiedeva innocuamente il New York Times, in un articolo sulla mostra a lui dedicata alla National Gallery di Londra. In un libro sull’immaginario dell’artista, si legge: “Dalla fine degli anni ‘80, il sospetto aleggia su Gauguin. I ricercatori americani, collocando l’approccio del pittore nel quadro di una società innegabilmente imperialista e fallocratica, lo interpretano come uno sfruttamento della cultura e delle donne tahitiane e ne mettono in discussione la legittimità ...”.
Poi ci chiediamo perché alla Casa Bianca è ritornato il “coso” e i democratici americani vengono schiacciati come cow pats.
Certo, Paul Gauguin ebbe ripetuti rapporti sessuali con giovani ragazze dell’esotico luogo, sposandone due e generando dei figli (un nipote è ancora vivente). Senza dubbio l’artista approfittò della sua posizione di occidentale privilegiato. E allora, vogliamo riscrivere la storia dell’umanità con la nostra accresciuta, ma spesso ipocrita, sensibilità pubblica verso questioni di genere, razza e colonialismo?
Gauguin nacque a Parigi nel 1848 da genitori antibonapartisti. La nonna materna era la scrittrice radicale Flora Tristan, di origini peruviane, e nel 1849 la famiglia di Gauguin fuggì da Parigi per Lima a bordo della nave francese Albert, e suo padre morì di aneurisma cardiaco durante il viaggio (fu sepolto a Fuerte Bulnes, nello Stretto di Magellano). Paul trascorse i successivi sei anni in libertà con la famiglia allargata, un’”infanzia rousseauiana” sostenuta dalle comodità rese possibili dagli schiavi di proprietà del suo prozio. In seguito ricordò la sua infanzia in Perù in termini sognanti, quasi allucinatori.
Per tale motivo potremmo mai rimproverare a Gauguin di essere un estimatore della schiavitù?
Per circa un decennio, all’inizio della sua carriera, Gauguin lavorò come agente di cambio a Parigi. Sua moglie, Mette, di cui era contento, era una donna danese indipendente. Gauguin trascorreva il suo tempo libero dedicandosi all’arte, disegnando e imparando a dipingere e scolpire. Poteva permettersi di essere “ricco senza scrupoli, allegramente opulento”, come può capitare (non proprio) a chiunque.
Non certo a me, che non posso vantare come Gauguin di possedere 12 dipinti di Cézanne. L’arte era la sua amante, come vorrei fosse mia amica e avessi meno della metà del talento di Paul. Poi venne il momento in cui si scagliò contro gli effetti debilitanti della vita domestica borghese. Ma come arrivò a tale sconfortevole decisione?
Il capitalismo e i suoi effetti, care bellezze metropolitane. Un crollo della borsa nel 1882 sconvolse tutto. Gauguin perse il lavoro e dovette, come dicono a Napoli, faticare per trovare un modo per mantenere la sua famiglia, che presto arrivò a contare cinque figli. Si trasferirono tutti in Danimarca, dove Paul vendeva qualcosa senza molta convinzione.
È in Danimarca che trovò la vita soffocante, non certo quella che aveva vissuto a Parigi. Come dargli torto quando per sei mesi è buio anche a mezzogiorno? Non poteva più permettersi il suo spensierato passatempo inframezzato da copule generatrici di pargoli. Capì che doveva andarsene. “Voglio solo dipingere”, scrisse a un amico. “Tutti mi odiano perché dipingo, ma è l’unica cosa che so fare”.
E così fiorì la leggenda di Paul Gauguin, l’artista determinato che lasciò la sua famiglia per cercare l’autenticità tra le rovine druidiche della Bretagna (con quel simpatico fuori di testa di Vincent) e, in seguito, a Hiva Oa, nelle isole tropicali della Polinesia francese.
Dopo la sua morte, l’amministratore incaricato di vendere il contenuto della casa di Gauguin non credeva che sarebbe stato possibile ripagare completamente i creditori: “Le passività supereranno di gran lunga le attività, poiché i pochi dipinti del defunto pittore, appartenente alla scuola decadente, hanno scarse prospettive di trovare acquirenti”.