lunedì 6 febbraio 2023

Uno straccio di dignità

 

Propongo una domanda per verificare il QI dei lettori di questo blog. Il quiz è anonimo e il risultato resterà riservato. La domanda è semplice: se doveste spiare il territorio di un’altra nazione, quale tipo di aeromobile usereste? Chi rispondesse: “un pallone aerostatico gigantesco”, dimostrerebbe una spiccata attitudine all’ironia, e nel caso specifico, illustrato dai media in questi giorni, di non essere un deficiente disposto a farsi prendere per il culo.

Tutta la copertura mediatica ha accettato l’affermazione infondata secondo cui l’aeromobile era un “pallone spia” cinese mirato specificamente alle installazioni militari statunitensi. I soliti palloni gonfiati dei media si sono gettati sulla “notizia” per giorni e giorni. Negli Stati Uniti è stata montata una campagna per fomentare l’isteria collettiva.

Il pallone è stato abbattuto da un missile lanciato da un caccia statunitense. Dove? Quando era già sull’Atlantico, a spiare i banchi di merluzzi. La verità è probabilmente questa: qualche meteorologo cinese potrebbe fare le valigie per essere riassegnato alla Mongolia Interna.

Che il globo bianco fosse un “pallone spia” è considerato un dato di fatto, e nessun media statunitense ha nemmeno suggerito la possibilità della spiegazione più ordinaria e ragionevole: che si trattasse di un pallone fuori rotta di una missione di ricerca pacifica proprio come la NASA ha condotto dozzine di volte.

Quanti palloni aerostatici della NASA o di enti scientifici pubblici e società private statunitensi si sono avventurati nei cieli di tutto il mondo, spesso scambiati per degli ufo? Purtroppo la questione seria riguarda il confronto tra Cina e Stati Uniti, che, date le premesse, non potrà risolversi pacificamente.

Lo scopo di questa campagna mediatica a tutto campo è quello di condizionare il pubblico mostrando i cinesi come degli aggressori, giustificando l’accerchiamento della Cina con missili a poche miglia dalle sue coste, quindi veicolare il concetto di una potenziale guerra con la Cina come un bene positivo, per il quale gli Stati Uniti devono prepararsi. E infatti si stanno preparando ufficialmente dal 2018, quando hanno adottato una strategia di sicurezza nazionale che esortava il Pentagono a dare la massima priorità alla preparazione di una guerra con la Cina.

Questo stesso tipo di reazione isterica è stato utilizzato per giustificare la Guerra del Golfo del 1991, il bombardamento della Jugoslavia del 1998, l’invasione dell’Afghanistan del 2001, l’invasione dell’Iraq del 2003 e i bombardamenti del 2011 in Siria e Libia. Questa volta, l’obiettivo non è un’ex colonia impoverita, ma la seconda economia più grande con il secondo budget militare del mondo. In possesso di armi nucleari, di satelliti e di vettori intercontinentali.

Tutto ciò accade mentre gli Stati Uniti e le loro colonie sono impegnati nella guerra non dichiarata con la Russia, vista come una precondizione necessaria per sferrare l’attacco contro la Cina.

Personalmente, per ciò che conta il mio parere, non mi garbano né le politiche di stampo egemonico di Mosca e Pechino, né tantomeno quelle statunitensi, né quelle di altri attori geopolitici. Tuttavia la realtà non possiamo ignorarla o esorcizzarla. Anche nel caso si voglia difendere “a prescindere” gli interessi del democratico e libero occidente, del migliore dei sistemi sociali possibile, ecc. ecc. ecc., però cerchiamo almeno, con uno straccio di dignità, di smarcarci un poco dalle idiozie più palesi di stampo americano (e non).

domenica 5 febbraio 2023

La storia del ferroviere anarchico “che venne giù dalla finestra”

 

Perché è importante la vicenda di quell’anarchico? Perché la storia di questo Paese (anche il suo presente!) non può essere letta e compresa senza farne riferimento. Perché ciò che accade in quei giorni del dicembre 1969, di terribile e di apparentemente “misterioso”, rappresenta l’antefatto di tutto ciò che seguì e ci perseguita: il fascismo da questo paese non se n’è mai andato.

«Mezzanotte è passata da poco, ma è difficile dormire bene dopo una giornata come quella del 15 dicembre 1969, dopo il funerale delle vittime della Banca dell’Agricoltura. E adesso a letto, col sonno che non arriva. Arriva invece una telefonata. “Sei a letto? Non importa. Fra cinque minuti davanti al tuo cancello”. “Perché?”. “Un uomo si è buttato da una finestra della questura” [...]. Sono due amici con i quali ho sempre corso in questi giorni, Corrado Staiano e Gianpaolo Pansa, hanno la faccia e i modi di questi giorni, gesti frettolosi, rabbia e dolore negli occhi [...].

Via di corsa al Fatebenefratelli [...]. È un anarchico, si chiama Giuseppe Pinelli, l’ho saputo un minuto prima, senza rendermi conto naturalmente che sarebbe diventato per me un nome dei più familiari, che di lì a pochi mesi mi sembrerà di averlo conosciuto da sempre, lui, i suoi sogni, la sua generosità leggendaria, la sua sete di sapere, la sua voglia di vivere, le sue bambine, la moglie Licia che è un po’ l’ammira è un po’ lo prende in giro».

(Camilla Cederna, Pinelli. Una finestra sulla strage, Feltrinelli, 1972).

L’ultrà della borghesia reazionaria, Indro Montanelli, già vanaglorioso stupratore di bambine, il 15 marzo 1972, tre anni dopo la morte di Pinelli, dal Corriere della sera scrisse, a proposito di Cederna:

«Fino a un paio d’anni or sono, non mi ero accorto che tu avessi competenza di bombe, anzi ero convinto che questi grossolani e rumorosi aggeggi fossero del tutto incompatibili con i tuoi delicati gusti di preziosa merlettaia del costume [...]. Dopo aver frequentato tanto il mondo delle contesse, che tu abbia optato per quello degli anarchici [...] facendo anche del povero Pinelli un personaggio della café society, non mi stupisce: gli anarchici perlomeno odorano d’uomo, anche se forse un po’ troppo. Sul tuo perbenismo di signorina di buona famiglia, il loro afrore, il loro linguaggio, le loro maniere, devono sortire un effetto afrodisiaco. Una droga».

Adriano Sofri, nel 2008, La notte che Pinelli, Sellerio:

«E la vecchia storia del ferroviere anarchico che venne giù dalla finestra del quarto piano della Questura di Milano. Quarant’anni fa, più o meno. Quelli che allora c’erano, ciascuno a suo modo, credono di saperla. Be’, non la sanno. Figurarsi quelli che non c’erano. Figurarsi una ragazza di vent’anni, di quelle che fanno le domande. Anch’io credevo di saperlo. Poi ho ricominciato daccapo».

Quanto disprezzo e quanta distanza da quel ferroviere anarchico “che venne giù dalla finestra”. Contrariamente a ciò che dice oggi Sofri, io so perché in quella fredda e nebbiosissima sera del dicembre 1969 al quarto piano della questura di Milano fu spalancata la finestra. Pinelli non si suicidò (inconcepibile), né fu suicidato (incongruo), semplicemente sfuggì di mano. Il che non è meno grave, non è meno cliché negli incerti del mestiere di sgherro.


sabato 4 febbraio 2023

Tutto è già nel trailer


Si credeva che dovessimo rallegrarci per la fine della segregazione razziale negli Stati Uniti. Fa molta più notizia un manifestante arrestato a Mosca che l’ennesimo nero ucciso dalla polizia a Los Angeles con “una decina di colpi di arma da fuoco”. Se i giornali ne parlano è perché la vittima era senza gambe e stava su una sedia a rotelle.

Dovremmo aggiornare il software anti-razzistico un po’ datato – spesso di facciata – della sinistra bianca. Quanto al resto, è l’odore fetido che s’espande ovunque anche a proposito del 41 bis, senza che nessuno abbia l’onestà di chiamare la tortura col proprio nome.

Nuovi (?) percorsi educativi: stabilire categorie predeterminate di cittadini. Abbiamo il diritto di essere dei perfetti idioti, dire qualsiasi sciocchezza a proposito delle carceri e della condizione di prigionia, e degli anarchici che sono individui oscuri e pericolosi. La pace sociale giustifica tutti i mezzi impiegati, tutte le contraddizioni, tutti gli eccessi.

Lo spettacolo ci vende le sue cianfrusaglie, ma quanto a chiedersi perché vi sia un ritorno in auge dell’anarchia, chi vuoi che presti attenzione a questi fenomeni. Sarebbe pericoloso già dirne qualcosa di serio, perché chiamerebbe in causa un mondo danneggiato in tutti i modi, il capitalismo nella sua fase avanzata di corruzione. 

venerdì 3 febbraio 2023

La schiavitù smaterializzata

 

Sono quasi 3 miliardi le persone che possiedono uno smartphone (5 miliardi, se includiamo tutti i dispositivi mobili). In media, i bambini ricevono il loro primo laptop all’età di 12 anni. L’80 per cento degli utenti tiene il telefono a portata di mano ventidue ore al giorno. Non ho nulla contro il cellulare, una vita senza è diventata inconcepibile. Pensiamo quanto sarebbe stata peggiore sotto il comando del lockdown! Ormai è il tramite di quasi ogni scambio, senza differenze di età, reddito o razza tra i suoi utilizzatori.

Qualche differenza di “modalità” tra le generazioni più anziane e quelle più giovani c’è indubbiamente, poiché queste ultime mostrano una concezione del tempo e dello spazio radicalmente diversa e spesso conducono conversazioni intime a un volume tale da far arrossire. Ne ho sentita una l’estate scorsa su questo tono: “Sì, va bene, posso perdonare, ma se l’hai succhiato, è finita”. Non si può dire che manchino di sentimento poetico.

Le ultime generazioni, nate senza preoccupazione per il pranzo e la cena, con un cellulare per mano, sono anche quelle che non possono concepire la vita senza social network, piattaforme varie, app multiuso e “smaterializzazione” a tutto campo utilizzando server che consumano l’energia di cinque aeroporti. Per loro usare il cellulare solo per parlare è preistorico. Ci sono persone che ordinano i loro vestiti di cotone equosolidale su Amazon, danno una sola “stella” all’autista di Uber se la bottiglia di acqua minerale è tiepida, non si capacitano perché il pigro schiavo di Deliveroo impiega così tanto a recapitare l’ordine di sushi, soprattutto perché il negozio di sushi è appena a dieci chilometri di distanza dallo zerbino di casa tua.

Sì, questa è un po’ una caricatura, perché non sono proprio tutti così i giovani adulti, ma la maggioranza di loro si avvicina a questo ritratto. Per non dire dei cosiddetti influencer, un fenomeno, ammetto, di cui non mi capacito. Ma in tal caso il limite è mio, poiché, sebbene in altre forme, sono sempre esistiti (Gabriele Rapagnetta un antesignano).

Inoltre, i giovani non vogliono più lavorare. Per essere precisi, non vogliono più preoccuparsi di lavorare. Desiderano lavori che “abbiano un senso”, preferibilmente entusiasmanti e gratificanti, che diano loro tempo libero, magari con lavori esercitati a casa. Noi vecchietti non possiamo che congratularci con noi stessi per questo lodevole rifiuto dell’alienazione attraverso il lavoro e questo nobile impegno per un futuro senza capitalismo, senza inquinamento eccetera.

Giovani che non vogliono sporcarsi le mani in lavori noiosi e gravosi, il che è un auspicio legittimo (i padroni lamentano che non ci sono abbastanza figli di proletari che accettino di farli), ma vedo in ciò una leggera contraddizione per chi ha bisogno di Amazon o di un fattorino di sushi, ossia delle mani “sporche” degli altri. La società che dicono di sognare non è quella in cui vivono e desiderano vivere.

È una società forgiata e controllata da un pugno di colossi delle “nuove tecnologie”, dove ognuno, rinchiuso nella sua piccola bolla, immagina di essere uscito dalla coscia di Giove- Google e di poter ottenere tutto sul momento, come per magia e senza alcuna conseguenza né per il pianeta né per chi lo popola. La vera genialità di Zuckerberg, Bezos, Gates, Musk e altri è di essere riusciti a far credere a miliardi di persone che anche il Lumpenproletariat e la schiavitù si siano smaterializzati.

Possiamo certamente trovare incoraggiante il fatto che sempre più giovani vogliano “realizzarsi” nel loro lavoro e non si tratta di un’ambizione nuovissima. Tuttavia, con l’avvento delle nuove tecnologie e della relativa società dei “servizi” di cui tutti siamo, a vari livelli, utenti, mai così tante persone hanno fatto ricorso a dei servitori. Perché chi dice “servizi”, dice servi. Quindi, ordinare il tuo sushi o le tue mutande in due click, potresti trovarlo “pratico”, ma credere che sia anche etico ... .


giovedì 2 febbraio 2023

Come per il mal di schiena

 

Recessione? Quale recessione? I profeti economici di Deutsche Bank hanno ribaltato le loro previsioni per la zona euro nel 2023 (+0,5% invece del -0,6% previsto a dicembre). Lo stoccaggio del gas, complice anche un autunno mite, è in aumento e i prezzi del gas sono in calo. L’inflazione e l’incertezza stanno diminuendo.

Le cose stanno migliorando anche in Cina, dove il governo ha abbandonato la sua politica zero-Covid, una mossa che dovrebbe rafforzare la sua economia dopo che lo scorso anno ha visto una delle sue performance più deboli mai registrate. Tuttavia, è possibile che gli effetti di una crescita più forte potrebbero anche spingere più in alto la domanda di materie prime, mantenendo alta l’inflazione.

Il dollaro è sceso ancora a gennaio contro una mezza dozzina di valute principali, ed è il suo quarto calo mensile consecutivo. Ora è scambiato ai livelli visti l’ultima volta nel maggio 2022. La centralità del biglietto verde negli scambi globali ha fatto sì che, quando è salito lo scorso anno, ha messo sotto pressione le economie di tutto il mondo, in particolare i mercati in via di sviluppo che spesso pagano le importazioni in dollari e prendono a prestito nella valuta. La sua inversione nel 2022 ha contribuito ad alimentare una tendenza opposta.

Fed ha alzato i tassi di un quarto di punto, l’ottavo aumento consecutivo da marzo ma anche il più piccolo, un segnale che ha interrotto il suo ritmo di aumenti di 0,75 punti percentuali, come da ultimo a dicembre. Ora tocca alla Bce e alla banca centrale giapponese. Intanto da più settimane la speculazione finanziaria si sta riprendendo alla grande. Basta annunciare licenziamenti e le azioni schizzano in alto.

L’anno scorso è stato brutale per gli investitori di ogni genere – scrive Bloomberg – e coloro che hanno scommesso molto su quei rimbalzi effimeri sono stati in molti casi bruciati peggio di tutti. Neel Kashkari, presidente della Fed di Minneapolis ed ex banchiere di investimenti e commerciante, ha ammonito gli investitori sul NYT: se dubitano della determinazione della banca centrale di portare a termine correttamente il lavoro sull’inflazione, anche a costo di lasciare senza lavoro milioni di americani, si sbagliano.

Il mercato sta combattendo la Fed, ma a vincere sarà la Fed. Dunque non è irrealistico aspettarsi tassi attorno al 5% o anche più. La recessione non c’è ancora, ma è solo rinviata. Non si deve mai dimenticare che l’instabilità è intrinseca al capitalismo.

Gli squilibri sono parte integrante di questo sistema, si verificano a tutti i livelli: tra produzione e consumo; tra i diversi settori dell’economia, e anche all’interno di particolari industrie; e tra le forze di produzione in continua espansione e i limiti del mercato delle merci, vale a dire che il modo di produzione capitalistico produce continuamente una spaccatura tra la dimensione limitate del consumo e una produzione che tende sempre a superare questa barriera.

Il processo continuo della sproporzionalità scaturisce dalla coesione della produzione aggregata, che si impone come legge cieca agli agenti della produzione, e non come legge compresa e controllata dalla loro volontà comune, ossia come processo produttivo sotto il loro controllo congiunto.

Tradotto dialetticamente: ognuno fa come cazzo gli pare, avendo come scopo il proprio interesse individuale. Sicché si produce senza una pianificazione commisurata ai bisogni e ai consumi. Fino a quando s’incontra il collo di bottiglia. S’innesca così una crisi di sovrapproduzione o di sottoconsumo. Questo è almeno ciò che appare.

Nel modo di produzione capitalistico la contraddizione tra produzione e consumo (domanda e offerta) assume effettivamente una rilevanza di primo piano, poiché la crisi di sovrapproduzione è anche crisi di sottoconsumo, benché quest’ultima ne rappresenti unicamente un lato, un aspetto, non la necessità (nelle facoltà di economia non si studia la dialettica ritenendola faccenda di “filosofi”, cioè di perditempo).

Le contraddizioni operanti nella sfera del consumo, infatti, sono indotte da quelle interne alla sfera della produzione. Di conseguenza la genesi della crisi va ricercata nella produzione di plusvalore, e non nella sua realizzazione. Indagare questo lato della faccenda non conviene perché ciò metterebbe in luce lo “scandalo” dello sfruttamento.

Procedere in senso inverso, collocando cioè la contraddizione principale nella circolazione, elude lo “scandalo” ma conduce inevitabilmente alle interpretazioni della crisi come, appunto, crisi di sottoconsumo (o comunque di “sproporzione” tra domanda e offerta). Questa tesi alimenta l’illusione che sia possibile risolvere la crisi intervenendo sulla sfera del mercato e degli investimenti, in definitiva agendo sul movimento del denaro, dei tassi e sulla fiscalità.

In realtà, la crisi per cause di sovrapproduzione (o di sproporzione tra le diverse sfere produttive), ha la sua reale causa, in ultima istanza, nel meccanismo stesso dell’accumulazione, vale a dire nella produzione del plusvalore per il plusvalore (*).

Il limite principale, dal punto di vista metodologico, dei moderni fautori del cosiddetto libero mercato, risiede nel loro trattamento non dialettico dell’economia. Peraltro i loro modelli matematici – con i quali tentano di dare un’immagine di scientificità alle loro teorie – sono astrazioni generalizzate; approssimazioni di una realtà infinitamente complessa. Gli economisti pensano che le loro equazioni rappresentino la realtà e che l’economia debba conformarsi ai loro modelli. Piuttosto che adattare le loro teorie ai fatti, i fatti sono costretti ad adattarsi alle teorie.

(*) Succede come per il cosiddetto mal di schiena, ossia in genere le discopatie e simili. Si entra nel circo dei “maghi del mal di schiena”. Possono essere dei ciarlatani o dei medici, molto più spesso i primi quando i secondi non rispondono alle aspettative immediate. Il più delle volte il malanno, almeno nella prima comparsa, si risolve spontaneamente, vale a dire che a livello del rachide e di ciò che gli sta appresso viene raggiunto spontaneamente un nuovo equilibrio, un compromesso (meraviglie della natura). Si comincia a stare meglio, a superare la crisi del “mal di schiena”. La terapia, vera (miglioramento della postura, cortisone, ecc.) o fasulla (anche farmacologiche, o le famose “infiltrazioni”, magari di O3, agopuntura, o le tens, ecc.), in atto in quel momento viene ritenuta dal paziente come quella che ha portato alla risoluzione o al miglioramento del suo problema. Cosa che nel caso delle terapie medico-farmacologiche a volte può anche essere effettiva (qui non tratto dell’aspetto chirurgico). È quanto avviene anche con le ricette degli economisti, delle banche centrali e dei governi: merito loro se nel tempo la crisi migliora o si risolve per aver agito sui tassi e simili. Anche in tal caso alcuni interventi possono avere effetti benefici, tuttavia la contraddizione di base che ha prodotto la crisi non viene eliminata, e se ne prepara un’altra. Come per il “mal di schiena”, se non si è agito sulle cause e non solo sugli effetti.

P.S. : Ora la temperatura s’è un po’ alzata, e ho bisogno di fare una passeggiata: mai troppo seduti (specie sui divani), troppo in piedi, troppo sdraiati. Ve la do gratis come una misura preventiva del “mal di schiena”.