martedì 10 marzo 2026

Noi

 

Fu alla fine del secolo scorso l’ultima volta che ricevetti un certificato elettorale. Scrissi una letterina, vi allegai il certificato elettorale e consegnai il tutto all’ufficio protocollo del mio comune di residenza. Pertanto, se vorrò votare al prossimo referendum dovrò recarmi presso gli uffici del mio comune per il rilascio di un documento idoneo al voto. In futuro, già lo so, bestemmierò in occasioni innumerevoli per questa mia tribolata decisione.

Per un giorno fingerò che la mia memoria sia diventata labile, che non ricordi i fanatismi e le innumerevoli infamie. Tuttavia, questa decisione non invalida il mio giudizio sulla distanza abissale dei comportamenti di molti magistrati e gli esseri umani che ne subiscono gli effetti. Pertanto, non voterò nel merito del quesito referendario, né nel demerito. Fosse solo per quello li manderei tutti a cagare distintamente, soprattutto quelli con la riga a sinistra e le palle a destra.

Perché molte persone come me, seppur molto a malincuore (eufemismo), andranno a votare al prossimo referendum? Senza tirarla per le lunghe: perché noi siamo persone perbene.

L’Occidente sta già correndo in riserva

 

Dovrebbe stupire l’assoluta impreparazione dell’Europa a riguardo del prezzo del petrolio e del gas. C’erano state le minacce esplicite, le flotte posizionate e altri preparativi bellici statunitensi, per certi versi piuttosto dilettanteschi. Quindi Trump e Netanyahu a mani libere. Non ci voleva Nostradamus per immaginare che un attacco all’Iran avrebbe provocato innanzitutto una crisi negli approvvigionamenti di idrocarburi.

È chiaro che, anche nell’eventualità di una rapida riapertura dello Stretto di Hormuz, le forniture non torneranno immediatamente ai livelli prebellici: ci vorranno settimane, se non mesi, per riavviare e rimettere in funzione gli impianti di produzione di GNL e petrolio.

I 32 paesi membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, tutti occidentali o filo- occidentali, hanno immagazzinato riserve di emergenza pari a circa 1,2 miliardi di barili (circa 190 miliardi di litri) di petrolio. Secondo il Financial Times, esperti statunitensi hanno raccomandato di rilasciare 400 milioni di barili, una cifra considerevole corrispondente al 30% delle riserve totali.

“Stiamo anche rinunciando ad alcune sanzioni legate al petrolio per ridurre i prezzi”, ha detto Trump in conferenza stampa, dopo i colloqui avuti con il presidente russo Vladimir Putin. Citando il presidente cinese Xi Jinping, il tycoon ha aggiunto che “rimuoveremo le sanzioni finché la situazione non si risolverà”.

Chiaro che ha pestato il merdone e ora Trump vuole pulirsi le scarpe da qualche parte. Ma nessuno potrà togliergli la puzza di merda che ha addosso. Non ha voluto riconoscere la responsabilità americana nella strage alla scuola elementare iraniana in cui sono morte più di centosessanta bambine tra i 7 e i 12 anni. Quando gli hanno fatto notare che nelle immagini si vede un missile a lungo raggio Tomahawk, di quelli in dotazione agli Stati Uniti, Trump ha risposto: “I Tomahawk sono usati anche da altri, numerose altre nazioni le hanno e le hanno comprate da noi”.

Questo è quanto riporta il quotidiano sionista Repubblica. Il New York Times, scrive: «L’esercito statunitense è l’unica forza coinvolta nel conflitto che utilizza missili Tomahawk». Poi: «Sabato, alla domanda di un giornalista del Times se gli Stati Uniti avessero bombardato la scuola, il presidente Trump ha risposto: “No. A mio parere, e in base a quanto ho visto, è stato l’Iran”. Ha poi aggiunto: “Come sapete, sono molto imprecisi con le loro munizioni”».

Il quotidiano americano filoebraico (*), è intervenuto sulla vicenda del video pubblicato da Bellingcat, sostenendo che il missile sarebbe caduto sulla scuola elementare di Shajarah Tayyebeh durante «un attacco di precisione avvenuto contemporaneamente agli attacchi alla base navale gestita dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica». Così prosegue l’articolo: «Il Times ha identificato l’arma vista nel nuovo video come un missile da crociera Tomahawk, un’arma che né l’esercito israeliano né quello iraniano possiedono».

Riporto quanto precede per offrire un’idea di quale cloaca sia sempre stata l’informazione che si ammanta di essere “libera e indipendente”.

(*) Sebbene il Times sia una società pubblica dal 1969, è ancora controllato da una famiglia le cui esperienze come ebrei continuano a plasmare il giornale che leggiamo oggi. Ari Goldman, ex giornalista religioso del giornale, potrebbe affermare, come ha fatto in un articolo sulla Jewish Week, che “leggere il Times è diventato parte dell’essere ebrei in America”.

[...] Nei sette anni in cui abbiamo dedicato la ricerca a una biografia degli Ochs e dei Sulzberger, è diventato sempre più evidente che l’immagine di sé della famiglia come ebrei ha profondamente plasmato il giornale. [...] abbiamo scoperto che le qualità che hanno permesso a tanti ebrei tedeschi di raggiungere posizioni di rispettabilità e rilievo – orgoglio, cautela, ambizione e patriottismo energico – furono, in gran parte, responsabili di aver reso il Times il forum unico dell’establishment che è oggi. [...] Ancora oggi, il dibattito se il Times sia “troppo ebreo” o “non abbastanza ebreo” continua, e gran parte delle discussioni sono stimolate da domande sulla “giudaicità” dei proprietari del giornale, che sul punto sono estremamente cauti.

(Tratto da: “La famiglia. Come l’essere ebreo ha plasmato la dinastia che dirige il Times”, di Susan E. Tifft, pubblicato sul The New Yorker il 12 aprle 1999). 

lunedì 9 marzo 2026

La mappa

Una concezione novecentesca del conflitto armato.

Ci hanno raccontato un sacco di balle dopo la famosa caduta del Muro. Quasi quarant’anni dopo il crollo, il mondo non è diventato più pacifico. Al contrario: i conflitti e il pericolo di una terza guerra mondiale sono in costante aumento.

Viviamo in una dittatura politica dell’opinione, ma basta leggere tra le righe: ogni guerra è la nostra guerra. È una resa volontaria: aderiamo tutti a un capitalismo di grande fascino, certo, ma anche di grande spietatezza.

Sabato, quando un giornalista ha chiesto a Donald Trump se la “mappa dell’Iran” avrebbe avuto lo stesso aspetto “quando tutto questo sarà finito”, la risposta è stata: “Non posso dirtelo. Probabilmente no”.

Aerei ed elicotteri militari, portaerei, fregate, cacciatorpediniere, sistemi di difesa aerea: l’elenco delle armi che i principali Stati europei della NATO stanno inviando in Medio Oriente è lungo. E anche se la maggior parte di questi mezzi e armi non viene schierata direttamente nel Golfo Persico, ma solo nel Mediterraneo orientale e a Cipro, l’Europa occidentale è da tempo coinvolta, in un modo o nell’altro, nella guerra di aggressione di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. E prima ancora contro i palestinesi (il famoso “lavoro sporco”). Tutti, tranne la Spagna, stanno concedendo agli Stati Uniti l’accesso al loro spazio aereo per operazioni di dispiegamento e attacco.

Le “forze influenti” europee sono consapevoli dei rischi che corrono sostenendo la guerra. Non si tratta solo del fatto che un gran numero di rifugiati sarebbe nuovamente costretto a fuggire in Europa se scoppiasse una guerra civile in Iran o se il Paese venisse bombardato e riportato all’età della pietra nei prossimi giorni. L’impennata dei prezzi del petrolio e del gas minaccia l’economia e non sarà qualche centesimo in più o in meno di accise a cambiare la situazione. Una guerra prolungata contro l’Iran provocherebbe gravi danni collaterali, anche in Europa. Eppure, allo stesso tempo, questa offre loro opportunità in termini di politica di potenza. Se l’Iran verrà sconfitto, il dominio occidentale sull’intero Medio Oriente sarà assicurato.

Non così per gli Stati arabi del Golfo. Cresce la rabbia per essere stati trascinati contro la loro volontà in una guerra dal loro principale alleato militare, gli Stati Uniti. Una guerra che sta costando miliardi alle loro economie e che danneggia gravemente le loro prospettive future. Non hanno, al momento, alternative alla cooperazione militare con gli Stati Uniti.

Ad ogni modo, perché cambi realmente la mappa del Medio Oriente, sarà necessario che le truppe americane mettano piede a Teheran. Cosa che ritengo assai improbabile. Più probabile qualche coda ai distributori di carburante.

domenica 8 marzo 2026

Anniversari


Ogni epoca ha circostanze peculiari, la storia si ripete, ma mai allo stesso modo. Una farsa è qualcosa di diverso da una tragedia. Per esempio, stiamo assistendo alla disintegrazione dello Stato-nazione, guidata dalla destra statunitense e dagli oligarchi della tecnologia. Tuttavia non è difficile riconoscere certi elementi strutturali del passato che ricorrono regolarmente, stante anche il fatto che la sostanza dei rapporti sociali non muta e gli interessi economici restano chiaramente la forza trainante del processo storico.

L’antifascismo non riguarda solo il passato, ma ancor di più il presente e il futuro. L’Europa è il luogo più importante in gioco: i reazionari useranno l’Europa per realizzare il loro disegno; è qui che si raccontano le bugie più grandi; è in l’Europa che vogliono verificare se sono in grado di vincere.

Le elezioni presidenziali tedesche del 1932 si tennero in due turni: il 13 marzo e il 10 aprile. Inizialmente si presentarono cinque candidati, tra cui il presidente in carica Paul von Hindenburg, Adolf Hitler (NSDAP) e il comunista Ernst Thälmann (KPD). La SPD invocò l’elezione di Hindenburg con lo slogan “Battete Hitler!”, mentre Thälmann fece campagna elettorale con lo slogan “Chi vota per Hindenburg vota per Hitler, chi vota per Hitler vota per la guerra”. Il 25 febbraio Hitler aveva ricevuta la cittadinanza tedesca.

Al secondo turno, rimasero in lizza solo i tre candidati sopra menzionati. Il vincitore fu ... Alle elezioni del novembre 1932, i socialdemocratici (SPD) ottennero 121 seggi e i comunisti (KPD) 100. Hitler, pur perdendo quasi due milioni di voti rispetto alle elezioni precedenti, ottenne 196 seggi. La differenza in termini di seggi la fecero i partiti del blocco cattolico e reazionario: cattolici (70 + 20) e nazionalisti (50). Nel gennaio 1933, Hindenburg nominò Hitler cancelliere.

Le prossime elezioni politiche in Germania sono previste al più tardi per il marzo 2029. Ne sortirà una coalizione di estrema destra e centro conservatore cattolico. In Francia, il prossimo anno sarà eletto un presidente della Repubblica ancora più a destra di Macron. In Italia, chiunque vinca le elezioni politiche del prossimo anno, non cambierà nulla. A prevalere saranno comunque gli interessi della lobby industriale-bancaria, della speculazione finanziaria e immobiliare, quelli delle mafie e delle cliniche, quelli delle caste. 

sabato 7 marzo 2026

Chi sta aiutando la Russia


La notizia, se vera, ha del paradossale: Washington chiede aiuto a Kiev per la produzione di alcuni sistemi d’arma, posto che le scorte statunitensi si stanno esaurendo. Difficile sapere davvero cosa ci sia di vero. Si tratta di startup che intraprendono attività di ricerca e sviluppo, ad esempio nella produzione di droni o nella guerra elettronica. Si tratta di un modello che ha adottato la Russia.

È difficile ottenere dati affidabili sull’economia e gli armamenti in tempo di guerra. Molto è segreto e molto di ciò che viene pubblicato viene abbellito. I dati sono deliberatamente presentati in modo da rendere difficili i confronti: il passaggio da dati assoluti a dati relativi è una delle tattiche più comuni.

Alla fine di febbraio, il portale russo Svobodnaya Pressa ha pubblicato un articolo (L’industria della difesa russa è impoverita dagli appalti statali, nonostante lavori su tre turni. Cosa c’è che non va?) sulla situazione apparentemente paradossale del più grande produttore russo di motori aeronautici, l’Ufa Engine Manufacturing Association (ODK-UMPO).

L’azienda, con circa 25.000 dipendenti, produce motori per tutti i caccia russi della famiglia Sukhoi, nonché pezzi di ricambio. L’impianto opera a piena capacità su tre turni, eppure alla fine del 2025 ha registrato una perdita di 14 miliardi di rubli. Al tasso di cambio attuale di circa 90 a uno, ciò equivale a circa 150 milioni di euro. Nel 2024, l’azienda aveva comunque registrato un utile di 8,4 miliardi di rubli (90 milioni di euro). L’autore dell’articolo si chiedeva che cosa fosse successo di così disastroso.

L’azienda è infilata nella classica trappola dei costi: i prezzi dei prodotti sono fissati dal governo a lungo termine e congelati a un livello dall’inizio del 2024. I produttori hanno probabilmente poco margine di negoziazione quando si tratta di “aiutare le linee del fronte”. Gli aumenti di prezzo si sono rivelati impossibili da attuare e allo stesso tempo l’industria della difesa si lamenta privatamente delle pratiche di pagamento lassiste del Ministero della Difesa, che assegna i contratti. Tutto il mondo è paese.

I costi di produzione pagabili sul mercato sono aumentati drasticamente. Le forniture sono diventate significativamente più costose. Dietro a ciò si cela un aspetto che fa gongolare i soliti idioti dalle nostre parti: l’aumento dei costi imposti all’industria bellica russa e all’industria in generale dalle sanzioni occidentali.

Uno studio pubblicato all’inizio di quest’anno sulla rivista dell’Istituto di Geopolitica della business school francese ESCP elenca con entusiasmo (ormai il livello scientifico è questo) i problemi più significativi: sebbene non sia stato possibile escludere completamente la Russia dalle importazioni di tecnologia, le importazioni indirette attraverso paesi terzi non sanzionati continuano. Tuttavia, maggiore è il numero di intermediari coinvolti, maggiori sono i ovviamente anche i costi.

Tuttavia, la Russia sta riducendo la propria dipendenza da componenti elettronici stranieri in parte grazie alla nascita del cosiddetto “settore popolare degli armamenti”, come detto ad imitazione del modello adottato dall’Ucraina.

La leadership russa è ben consapevole degli oneri economici che impone all’industria della difesa: da un lato, i contratti vengono assegnati in base a criteri di valore d’uso come il volume di produzione, mentre dall’altro ci si aspetta che le aziende operino secondo principi capitalistici. Una palese contraddizione, che però trova un parziale correttivo.

La perdita di 14 miliardi di rubli subita dall’impianto di motori aeronautici di Ufa difficilmente ne porterà alla chiusura, almeno nel breve termine. Questo perché, già nel 2019, la Promsvyazbank, di proprietà statale, è diventata la camera di compensazione centrale per i crediti in sofferenza delle aziende della difesa. Prima che questi prestiti possano gravare sui bilanci delle banche commerciali che erogano direttamente i prestiti, la Promsvyazbank se ne fa carico.

Il governo russo a quanto pare non sta valutando per quanto tempo questo andirivieni di crediti inesigibili possa continuare, o sta semplicemente rimandando la soluzione, insieme ai crediti inesigibili delle banche. Per fortuna di Mosca, ora Trump sta dando una mano alle esportazioni di idrocarburi russi che fluiscono copiosamente verso l’Asia.