giovedì 28 maggio 2026

L'anestetico papale

 

La lettera enciclica pubblicata da Leone XIV reca la data del 15 maggio, una data simbolicamente significativa. In quel giorno ricorreva il 135° anniversario della pubblicazione dell’enciclica Rerum novarum (Lo spirito dell’innovazione) del suo omonimo, Leone XIII. In essa, papa Pecci affrontava, si fa per dire, le questioni della lotta di classe e poneva le basi della cosiddetta “dottrina sociale cattolica”.

I media hanno definito il nuovo documento un’enciclica sociale sull’IA, e in effetti nelle 245 tesi che costituiscono il documento si parla anche dell’IA. Su questo tema, la Magnifica Humanitas di Prevost si richiama esplicitamente a un precedente documento, Antiqua et Nova, incentrato sul “rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana”, firmato da quattro alti prelati e pubblicato il 14 gennaio 2025 ex audientia Franciscus.

Nella Magnifica Humanitas non si dice nulla di nuovo e di particolarmente significativo a riguardo della IA. Non più di quanto la Chiesa cattolica avrebbe potuto dire a suo tempo a riguardo dell’introduzione nell’industria manifatturiera dei motori elettrici. Un esempio letterale di vacuità e banalità a tale riguardo:

«... l’intreccio tra automazione, robotica e IA sta trasformando rapidamente la struttura stessa del lavoro. Questo porterà, si dice, grandi miglioramenti per tutti. In realtà, i “nuovi modi” di lavorare non sono necessariamente migliori, perché “mentre l’IA promette di dare impulso alla produttività facendosi carico delle mansioni ordinarie, i lavoratori sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora”.»

La citazione tra virgolette è tratta precisamente dal documento Antiqua et Nova. Del resto, Magnifica Humanitas è esattamente una lunga collazione di citazioni tratte da vari documenti pontifici, riferimenti biblici e teologici. Anche sul “problema della disoccupazione”, l’enciclica rimane sul vago, pur assumendo una connotazione genericamente critica: «San Giovanni Paolo II ha ricordato che la disoccupazione è un male grave e che, soprattutto quando assume dimensioni massicce, essa può diventare una vera calamità sociale, che interpella in modo speciale la responsabilità dello Stato. Oggi, nella “quarta rivoluzione industriale”, questa preoccupazione si fa più acuta, poiché l’innovazione viene spesso accolta solo in funzione della riduzione dei costi e dell’aumento dei profitti.»

Segue la denuncia di «nuove forme di precarietà e disuguaglianza, con remunerazioni molto elevate per una minoranza altamente specializzata e salari sempre più ridotti per una larga parte della popolazione attiva.» Il richiamo diretto alla generica “responsabilità dello Stato”, evita (potrebbe essere diversamente?) di tirare in ballo le responsabilità proprie del modo borghese di produzione. Quanto alle remunerazioni “molto elevate per una minoranza altamente specializzata”, verrebbe da chiedersi, se non fosse pleonastico, di quale “alta specializzazione” sarebbero dotati gli amministratori delegati delle multinazionali hi-tech.

Si parla di Prevost come di un Papa particolarmente dotato sul piano scientifico, poiché laureato in matematica e in chissà cos’altro. E però sempre di un prete si tratta, di uno che ha canonizzato un giovane “come tanti altri”, un certo Carlo Acutis, nato nel 1991 e morto a 15 anni di leucemia fulminante. Il giovane viene presentato dalla Chiesa come il “santo patrono dei giovani cattolici e degli utenti di internet”, in particolare per la sua passione per i computer e per Dio.

Perché un essere umano diventi santo, sono necessari due miracoli, di solito una guarigione inspiegabile per la scienza. Nel caso del nostro “ragazzo alla moda” Carlo Acutis, la guarigione di un bambino brasiliano affetto da una rara malformazione pancreatica e quella di uno studente costaricano gravemente ferito in un incidente sono servite come base per la sua canonizzazione. Acutis avrebbe “interceduto” dall’aldilà in favore di queste povere creature (*).

Di là di questi fatti per i quali non si trova più il gusto di bestemmiare, anche per le cosiddette encicliche sociali si ricorre allo stesso trucco. Il male pernicioso non sta nella scienza e nella tecnologia in quanto tali, ma nel loro cattivo impiego. Discorso che pare filare liscio, ed infatti ciò “non significa rinunciare alla tecnologia”, ma “impedirle di controllare l’umanità”. Quella del controllo è sempre stata l’aspirazione e l’intento dei preti, dalla culla alla tomba. Non è gradita la concorrenza.

Quanto alla “catena di sfruttamento deliberatamente nascosta”, attendiamo di conoscere da chi e come viene forgiata questa catena. Loro sono per un “capitalismo inclusivo” (vedi nota 122 della Humanitas). Un’altra illusione riformista che predica la moralizzazione del mercato mantenendo la proprietà privata dei mezzi di produzione. In tal modo, la Chiesa agisce come un “anestetico sociale” che preserva il sistema capitalistico di sfruttamento.

(*) Si tratta sempre della solita muffa e della collaudata truffa per idioti totali. Casi tutti uguali, come quello della cosiddetta “madre Teresa”. Il Vaticano si è avvalso della testimonianza di una donna bengalese, Monica Besra, la quale affermava che un raggio di luce emanato da una fotografia di madre Teresa l’avesse guarita dal suo tumore. Tuttavia, il suo medico ha dichiarato che la paziente non aveva mai avuto il cancro e che la sua cisti tubercolare era scomparsa grazie ai farmaci da lui prescritti.

Vale ancora la pena ricordare che i santi non esistono, e le anime virtuose che si vantano di dedicare la propria vita al servizio degli altri sono fin troppo spesso degli individui perversi? Tempo perso: come diventare santi in vita grazie a un eccellente piano mediatico è il fulcro del magistero ecclesiastico. Nel caso del nostro povero Carlo Acutis, un’anima così pura e così utile alla Chiesa, non si può che rammaricarsi che Dio abbia scelto di lasciarlo morire a 15 anni, a causa di una leucemia fulminante. Una ricompensa davvero singolare.

mercoledì 27 maggio 2026

Più pericoloso del cancro

 

Fa una certa pena vedere un bravuomo come Bersani in difficoltà dalle più che scontate domande di una Gruber. La verità è che nessuno ha uno straccio d’idea di una società anche solo un poco diversa dall’attuale. Né in Italia, né altrove. Per la verità, Bersani può davvero pensare che basti mettersi d’accordo su “quattro cose”? Non è più tempo di “lenzuolate”, né di centro-sinistra, peraltro diviso e in lite su qualunque cosa. Sono finti, sono sfiniti, sono estinti nell’originaria natura.

C’è una causa sistemica a monte di questa crisi, che si trasferisce nelle più varie peculiarità sociali e nelle sue espressioni politiche. Il capitale si preoccupa esclusivamente di ridurre la quota di lavoro retribuito e di appropriarsi del lavoro non retribuito. È un processo ineluttabile e contraddittorio che sta nella testa di ogni capitalista e alla base del modo di produzione capitalistico (*). Come se ne viene a capo? In nessun modo risolutivo. La presa di potere completamente incontrollata da parte del capitale finanziario è la risposta storica del capitalismo stesso al suo sviluppo e alla sua crisi.

Politicamente, i partiti riformisti ne prendono atto e procedono, più nella labilità dei proponimenti elettoriali che nei fatti , in azioni tese a mitigarne alcuni effetti sociali e a guadagnare tempo. Si calcia avanti la lattina finché non passa un camion che schiaccia sia la lattina e sia il calciatore. A ciò sono servite precisamente le politiche “riformistiche”. Il camion è rappresentato dal grande capitale che ritiene finita l’epoca del riformismo e che se ne possa fare a meno.

Questo stallo sostanziale del riformismo, promuove spinte elettorali e politiche di segno contrario. Il fascismo non piove dal cielo. Fatto è, tra l’altro, che non possiamo sapere quale forma specifica assumerà il fascismo nel corso del XXI secolo. Ossia a riguardo della sua integrazione ideologica nella società borghese dell’epoca attuale e di quella nuova che si profila sotto i nostri occhi. Avrà ad ogni modo l’obiettivo principale di garantire e mantenere “condizioni redditizie”.

La questione di come si stia attuando l’infiltrazione fascista nel tessuto sociale è di fondamentale importanza, tuttavia del fascismo possono mutare alcune forme, non la sostanza. Per contro, vedo che restiamo, chi più e chi meno, intrappolati nella descrizione dei fenomeni, quando ciò che invece serve, prima di tutto, è chiarezza sulla sua essenza sociale. Rimaniamo perplessi come un medico che può descrivere nei minimi dettagli i sintomi e la crescita del cancro di un paziente, ma non ha idea della sua effettiva eziologia. Uno sguardo al capitale finanziario odierno dimostra che è palesemente molto più pericoloso di qualsiasi tipo di cancro. Non divora solo i singoli individui. Ha il potenziale per divorare tutti noi.

(*) La spinta allo sviluppo scientifico e tecnologico serve a ridurre la percentuale di lavoro umano nel processo produttivo. Con la riduzione del lavoro umano, la massa del plusvalore estorto può anche aumentare, ma si riduce in rapporto agli investimenti. Pertanto, sulla base di tale tendenza, di tale rapporto tra capitale costante e capitale variabile, si riduce anche il plusvalore per cui i capitalisti competono. Essi cercano di contrastare questa tendenza con un numero sempre maggiore di prodotti e sempre più innovativi. E con una sua sempre più massiccia finanziarizzazione. Ma questo non risolve la crisi del sistema, la sposta nel tempo e l’aggrava, e infine la contraddizione esplode.

martedì 26 maggio 2026

Ostrega, non se l'aspettavano

 

Si dice spesso che gli elettori siano disillusi dalla politica. Si dice anche che la radice di questa disillusione risiede nella privazione di partecipazione alla politica. Dunque, la disillusione non ha origine nelle persone, ma nella politica stessa. E qui sarebbe necessario qualche dettaglio.

Nei termini della teoria politica corrente, l’allontanamento dalla politica può essere descritto come un graduale declino della democrazia, con il venir meno delle opzioni politiche. In termini meno convenzionali, si tratta di un processo di lungo periodo che si snoda dentro le articolazioni dello sfruttamento e del dominio borghese.

Ma questo tipo di analisi, mi rendo conto, darebbe luogo a un discorso troppo complicato se fatto oggi. Dunque è sufficiente la sintesi: votare è come rianimare un cadavere dopo l’autopsia.

Da ultimo c’è da commentare il risultato delle elezioni amministrative. Parlo di Venezia, perché non conosco bene le altre mafie politiche, salvo il fatto che un quasi ottuagenario, dopo tre anni da vicesindaco, ventidue anni da sindaco e dieci anni presidente della Regione Campania, viene rieletto sindaco di nuovo. Resta da chiarire in che cosa si concretizzi questa democrazia (*).

Dice Cacciari che a Venezia non s’aspettava la vittoria del candidato democristiano. La città era stata l’unico luogo del Veneto dove al referendum aveva prevalso il No. Questa volta i giovani (ma non solo loro) sono andati al mare piuttosto che votare uno come Martella. Soggiungo: non serviva un consulente d’immagine per capire che la faccia di un seminarista pentito dopo che s’è fatto una sega non poteva funzionare.

Ma è ovvio, non si può votare un partito che è l’espressione delle sagrestie apostolico-bancarie e del liberismo europeista (di quella UE le cui leggi sono scritte da lobbisti e gestite da un apparato burocratico privo di qualsiasi responsabilità riconoscibile). Si è votato al referendum perché non si voleva darla vinta a individui osceni in grisaglie e a fasciste in tailleur. Ma per il resto, c’è il solito buio a mezzogiorno.

A votare quei trichechi democristiani, imbullonati alla poltrona, oppure i fascisti, che fa lo stesso, ci va chi ha la “barca” in darsena, la seconda casa ad Auronzo o a Cortina, l’abbonamento alla Fenice e l’ombrellone fisso al Lido. Gente che magari paga meno tasse delle loro colf e ti dice che bisogna stringere la cinghia. Anche alle prossime politiche potranno votare Franceschini, Delrio, Renzi e magari anche Calenda, senza vomitare i dolcetti della comunione.

Meglio la troupe di Meloni, incluso il generale Bergonzoli, che almeno e sia pure a denti stretti si ride un po’.

P.S. : Cacciari insiste nel dire che Meloni è molto intelligente. Anche in questo caso sbaglia: è meno stupida e più furba di altri.

(*) Leggo: De Luca, dal 2008 impegnato in una relazione con Maria Maddalena Cantisani, architetta e dirigente del comune di Salerno; ha due figli: Piero (1980), avvocato e politico, dal 2018 deputato alla Camera per il PD, di cui è segretario regionale in Campania, e Roberto (1983), commercialista, che è stato dal 2014 al 2017 responsabile provinciale economia del PD a Salerno, dal 2015 al 2016 consigliere tecnico-economico del presidente della Provincia di Salerno e da giugno 2016 a febbraio 2018 assessore al bilancio e allo sviluppo nella giunta comunale di Salerno. Peccato che padre Vincenzo non abbia anche una figlia.

lunedì 25 maggio 2026

La guerra continua

 

Nell’attacco missilistico contro Kiev dei giorni scorsi, la Russia ha lanciato oltre 700 droni, sono state utilizzate armi ipersoniche come i missili Oreshnik e Zircon (quest’ultimo in versione terrestre), insieme a diverse decine di missili balistici Iskander. Secondo fonti ucraine, l’attacco a Kiev ha causato due morti e 88 feriti. I media ucraini hanno riferito che il numero relativamente basso di vittime non è dovuto all’efficacia delle difese aeree: tutti i missili Oreshnik e Zircon hanno colpito i loro obiettivi e due terzi dei missili Iskander non sono stati intercettati.

Secondo fonti russe, alcune delle quali indirettamente confermate da fonti ucraine, sono stati colpiti obiettivi militari e industriali: tre grandi stabilimenti di produzione di elettronica militare a Kiev, un aeroporto e officine di assemblaggio per i droni ucraini Flamingo, nonché i temuti droni sottomarini nella città di Belaya Tserkov, 90 chilometri a sud di Kiev. Alcune settimane fa, questi droni sottomarini erano stati utilizzati in un altro tentativo di attacco al ponte che collega la Crimea. L’equipaggio di una motovedetta russa, la Sobol, era riuscito a sventare l’attacco solo con una manovra di collisione diretta, che ha causato la morte di tutto l’equipaggio.

La motivazione per l’attacco russo su larga scala è stata l’attacco di quattro droni ucraini su un dormitorio di una scuola professionale a Starobelsk, nella regione di Luhansk, venerdì scorso. Nel dormitorio vi erano ottantasei adolescenti di età compresa tra i 14 e i 18 anni. Secondo i necrologi pubblicati, 21 studenti sono rimasti uccisi nell’attacco (42 i feriti). La Russia ha classificato l’attacco come “terroristico” e ha respinto l’affermazione di Kiev secondo cui sarebbe stata colpita una struttura di addestramento per piloti di droni russi. L’Ucraina ha poi fatto marcia indietro, definendolo un “incidente”. La Russia ha respinto la tesi dell’incidente sostenendo che gli attacchi non fossero casuali.

In seguito all’attacco al dormitorio, i principali media occidentali hanno evitato di recarsi, su invito, in quel luogo. Ovviamente.

Attualmente in Bielorussia vi sono esercitazioni militari russo-bielorusse su larga scala, comprese quelle che coinvolgono forze missilistiche. Secondo Mosca, vere e proprie testate nucleari sono state trasportate in Bielorussia e montate su lanciatori tipo Iskander già dislocati nel paese. Questo è insolito, poiché di solito per le manovre si utilizzano testate inerti.

La Russia è ormai consapevole che la sua sopravvivenza militare, minacciata dall’Europa occidentale, dipende ormai quasi esclusivamente dalle sue forze nucleari, dall’impiego preventivo di armi nucleari tattiche. Le considerazioni dei principali consiglieri politici russi sulla necessità di contemplare l’impiego di armi nucleari, non sono certo esercizi di propaganda volti a ingraziarsi la frangia sciovinista dell’opinione pubblica russa.

Se a questi avvertimenti seguono ora manovre su larga scala della Flotta del Nord (il cui piano operativo esplicito prevede il lancio di armi nucleari strategiche), quindi il test di un missile balistico intercontinentale tipo Yars dalla Siberia e il più massiccio attacco missilistico a Kiev degli ultimi anni, allora questi avvertimenti rappresentano un segnale politico da parte della Russia all’Occidente nel suo complesso. Soprattutto perché Vladimir Putin, che fino ad ora si era distinto per la sua moderazione, sembra essersi lasciato convincere dai “falchi” russi.

Non solo una partita di calcio

 

Ancora una volta, dei sedicenti tifosi hanno sottovalutato il potere di un organo particolarmente utile: il loro cervello. Questi atti di violenza oscillano principalmente tra violenza estrema ed estrema stupidità, ma evidentemente c’è anche dell’altro. Qualcosa di non secondario e di cui le ricostruzioni giornalistiche non si sognano di occuparsi.

Bisogna tener presente che la violenza è diventata una componente di una certa frangia radicale del tifo organizzato (ma non solo del tifo sportivo) e oggi è più frequente che gli scontri tra tifosi si verifichino fuori dagli stadi di calcio. La violenza individuale e di gruppo sta assumendo nuovo rilievo e nuove caratteristiche.

Perché questi tifosi sono violenti? Si può rispondere alla domanda in modo molto semplice: perché ci sono gruppi di uomini che vogliono picchiarsi. Ma queste risse tra tifosi non hanno nulla a che vedere con la devastazione urbana che si verifica in occasione dei grandi eventi sportivi. L’esempio più recente è la semifinale di Coppa dei Campioni, che ha generato non pochi episodi di violenza. La violenza è la stessa, ma i fenomeni sono ben diversi.

Che si tratti di una vittoria o di una sconfitta, certi eventi portano regolarmente a scene di totale distruzione. Il 6 maggio, nonostante la vittoria del Paris Saint-Germain contro il Bayern Monaco, gli spettatori hanno causato disordini. La stessa cosa è successa quasi un anno fa, quando 294 persone sono state arrestate a margine della finale di Champions League. Dopo e nonostante la vittoria contro l’Inter, i saccheggiatori, tra le altre cose, hanno fatto irruzione in un negozio di scarpe.

La psicologia della folla, una “meccanica” che trasforma l’individuo quando si trova in mezzo alla folla: diventa suggestionabile, un automa privo di volontà propria, prendono il sopravvento le emozioni e i miti collettivi (l’opportunità di costruire un’identità maschile virile). La folla è anonima e quindi non ha alcuna responsabilità. Il senso di responsabilità, che da sempre frena gli individui, scompare completamente nella folla. In secondo luogo, in una folla, ogni sentimento, ogni azione è contagiosa, e a tal punto che l’individuo sacrifica molto facilmente i propri interessi personali all’interesse collettivo.

Il contatto fisico con altri corpi fa sì che le emozioni si diffondano per imitazione. Questo aiuterebbe a spiegare perché chi commette atti di violenza ha un’alta probabilità di ispirare altri. Qualcosa di vero – inevitabilmente verrebbe da dire – c’è anche in queste teorie (Sorel, Le Bon, ecc.) che tanto impressionarono personaggi alla Mussolini e non solo (Le Bon nel 1908 pubblicò anche una Psicologia del socialismo, ma si guardò bene dal pubblicare una psicologia del liberalismo, del cristianesimo e di chissà che cos’altro).

Le teorie di Gustave Le Bon sono diventate, inevitabilmente, il fondamento della psicologia sociale borghese, la quale punta tutte le sue fiches sul biologismo (Le Bon spiegava il comportamento delle masse esclusivamente in base a caratteristiche “razziali” innate, istintive e biologiche), avendo scarsa o nulla considerazione dell’esperienza personale e lasciando invece largo spazio al pregiudizio ideologico, ossia di classe. Le conclusioni di Le Bon erano speculative, basate sulle sue osservazioni personali e sui suoi stereotipi piuttosto che su esperimenti controllati (in buona compagnia con Freud).

Il comportamento in una folla (un comportamento sociale!) è influenzato non solo da istinti innati, ma anche e prevalentemente dalla cultura generale, dal contesto socio-economico e dagli obiettivi specifici che uniscono le persone (il pubblico di una gara di tennis è diverso da quello del calcio ...).

Pertanto, è partendo da questi presupposti che va analizzato il comportamento e le violenze espresse da alcuni gruppi di tifosi, il cui comportamento non è plasmato tanto dalla soppressione del sé, quanto dall’adozione di uno specifico ruolo sociale e dall’adesione alle “norme” della situazione.

L’errore principale di certe ricostruzioni “alla Le Bon”, oltre al fatto evidente dell’eccessiva generalizzazione del concetto di folla (tifosi, ecc.) e dell’estensione di questo termine alle più diverse associazioni e manifestazioni sociali, consiste nella decontestualizzazione della folla (dei gruppi di tifosi) e nella natura meccanicistica del suo modello, quindi nella sua esclusione artificiale dal contesto sociale, politico ed economico generale.