martedì 14 aprile 2026

I Trump passano, i Leoni restano

 

Per Trump, l’unico uomo veramente in grado di guidare la Chiesa cattolica non è altri che Trump stesso. Durante il conclave dello scorso anno, il presidente americano ha diffuso immagini generate dall’intelligenza artificiale che lo ritraevano sul trono di San Pietro. E lo scorso fine settimana, su Truth, si è ritratto con una veste bianca e rossa, mentre posava la mano sulla fronte di un malato, circondato da ecclesiastici, sullo sfondo di bandiere americane, la statua della Libertà, aerei da combattimento e aquile.

La diatriba odierna tra Trump e il Papa va oltre una semplice lotta di potere aggrappata a poche formule vuote su pace, guerra, bene e male. È non è nemmeno una semplice lite tra bigotti in cui ognuno si proclama re dei bigotti.

È vero che il Papa è un monarca medievale eletto a vita dai suoi principi, a loro volta nominati da lui stesso. Una reliquia anacronistica quanto la nobiltà titolata, vestigia di un ordine sociale scomparso, ma una reliquia il cui potere effettivo è stato riscattato dai Patti Lateranensi con Mussolini poi riconfermati da Craxi, con il riconoscimento di un suo potere legislativo, giudiziario e coercitivo! Il cattolicesimo romano è rappresentano a livello globale presso le Nazioni Unite e le sue agenzie specializzate.

Oltre a questa dimensione orizzontale (Stato-Chiesa), vi è anche una dimensione verticale, che discende, per gradi, fino alla parrocchia, unità di base, passando per il livello essenziale della diocesi. Il tutto a sua volta affiancato da assi secondari: il corpo straordinariamente numeroso e variegato di ordini, congregazioni e istituti dedicati alla cosiddetta vita religiosa consacrata; quindi il “movimento cattolico”, tentacolare e organizzato in partiti confessionali, sindacati cattolici, cooperative, società di mutuo soccorso, casse di credito, banche, ecc..

Altra articolazione fondamentale riguarda il sistema scolastico, dall’asilo all’università, comprese le scuole tecniche e professionali; una rete di stampa ed editoria che spazia dalle grandi testate al volantino, e che ha rapidamente abbracciato i nuovi media. La Chiesa quale apparato ideologico non secondario dello Stato. Anche per questa via la tesi liberale della sovranità del popolo va a farsi ... benedire.

Pertanto, il cattolicesimo non si è mai ridotto a una religione: è infinitamente più di una religione confinata all’amministrazione del sacro, ed è presente in tutti gli aspetti della vita sociale. Nulla è elastico quanto il “campo religioso” cattolico, più facile da definirsi a livello concettuale che da isolare nella realtà. Anche se tendenzialmente in declino, si tratta di un potenziale d’influenza e di potere enorme.

In un momento storico in cui si parla tanto di crisi del cattolicesimo, è necessario contestualizzare questo declino e non confondere le tendenze locali con il fenomeno globale. Pertanto non sottovaluterei il potere della Chiesa cattolica e del suo Papa, come invece con troppa leggerezza si tende a fare. Vorrei ricordare che ancora nel secolo scorso, Leone XIII nutriva ancora la speranza di recuperare i suoi Stati, tanto che nel Patto di Londra (1915) il Regno d’Italia si accordò per escludere la Santa Sede dalla successiva Conferenza di Pace.

Nella nostra età, il Papa è diventato un esperto di umanità, si rivolge alla coscienza universale, condanna la guerra e invoca la difesa del genere umano e dei suoi diritti. Questa situazione era inimmaginabile poco più di un secolo fa, e ci offre l’idea dell’adattabilità del cattolicesimo. Tutto ciò non sposta di una virgola la sostanza dei conflitti e le loro motivazioni, e tuttavia ha un impatto sulla narrazione sociale e dunque anche in sede storica. Trump, almeno questo, lo sa.

lunedì 13 aprile 2026

La questione più urgente

 

In Italia, nel 1922, la fiducia al governo Mussolini (*) fu votata dai partiti borghesi. In Germania, nel 1933, la legge sui pieni poteri a Hitler fu approvata con i voti dei partiti borghesi. Ma la lezione appresa in quegli anni di brutale e sanguinoso conflitto di classe fu: mai più fascismo, mai più guerra. Ma per raggiungere stabilmente questo obiettivo, bisognerebbe eliminare le condizioni sistemiche che avevano reso possibile il fascismo e la guerra (**).

La politica è intrinsecamente legata alle classi e viene utilizzata dai loro rappresentanti nell’interesse di una classe o dell’altra. Un partito che non ha nel suo programma e nei suoi obiettivi concreti un ordine sociale diverso da quello attuale, nei fatti sostiene la borghesia e i suoi interessi, dunque non può essere considerato un partito di sinistra.

La questione sociale fondamentale riguarda “chi sta in alto” e “chi sta in basso”, sfruttati e sfruttatori, poveri e ricchi, vincitori e vinti. Questa sinistra, così come le altre sedicenti sinistre europee, ha operato una scelta netta: non solo non aspira a un cambio radicale dell’ordine economico e sociale, ma nemmeno a un qualsiasi reale forma di socialismo democratico.

La sua alleanza con il centro e spesso anche con frange della destra, non è meramente tattica, bensì strategica. Essa è tutta e solo per questo sistema illiberale, per la grande proprietà privata, poiché quella piccola è stata completamente fagocitata e non esiste più. Ancor più della destra fascista (!), è per il completo controllo del capitale privato nell’economia e nella società, come dimostra di là di ogni dubbio la storia dei suoi governi.

È una “sinistra” conservatrice per posizionamento e definizione!

Scriveva Marx: “il capitale aborre la mancanza di profitto o il profitto molto esiguo, come la natura aborre il vuoto. Quando c’è un profitto proporzionato, il capitale diventa audace. Garantirgli il 10%, e lo si può impiegare dappertutto; il 20%, e diventa vivace; il 50%, e diventa veramente temerario; per il 100% si mette sotto i piedi tutte le leggi umane; dategli il 300%, e non ci sarà nessun crimine che esso non arrischi.» (***)

Non è casuale che da decenni si è creata un’industria della delegittimazione di qualsiasi forma autentica di antagonismo sociale, una delegittimazione che continua a essere alimentata non solo dalla destra, ma ancor più da quella che passa per essere la sinistra, preoccupata dal fatto che sempre più persone, di fronte alle evidenti catastrofi indotte dal sistema capitalistico, ne mettono in discussione la pretesa di verità assoluta, compresa la sua narrazione storica.

La possibilità di una risoluzione positiva della lotta tra democrazia e totalitarismo nell’epoca attuale si fa sempre più dubbia (ad essere ottimisti), mentre la questione alternativa – guerra o pace, socialismo o barbarie – si fa sempre più urgente.

(*) Nella XXVI legislatura il Blocco nazionale, che includeva i fascisti, non aveva affatto la maggioranza in Parlamento, tutt’altro.

(**) Sconfitto il nazismo e il fascismo, nel maggio del 1946 Churchill coniò l’espressione “cortina di ferro”. Questo termine era stato introdotto nel vocabolario politico dal ministro della propaganda nazista Goebbels. Stalin, l’alleato del giorno prima, prese il posto di Hitler.

(***) I, cap. 24.

domenica 12 aprile 2026

Ecco detto tutto

 

Tratamento sanitario nelle carceri israelite.

Viviamo in un’economia che punta sfrenatamente alla brevità e alla concisione. Il tempo è denaro, e, nel caso non lo fosse, sarebbe tempo perso. Nell’intrattenimento televisivo è un continuo zapping tra i canali, con una concorrenza esasperata tra gli schermi. C’è voglia di dopamina e di suspense, sennò le persone restano incollate ai loro telefoni mentre sono sedute davanti alla tv.

L’esistenza di molte persone, specie le più giovani, è diventata ormai una sorta di TikTokizzazione o Instagramizzazione. Stupidità connessa. Pertanto chi vuoi che legga più i blog, specie dove si pubblicano pipponi che richiedono a volte fino a due o tre minuti di lettura? Eppure la lettura è forse l’ultimo baluardo per chi apprezza la lentezza e il ragionamento, per chi non vuole essere trattato come un imbecille. Difficile trovare un motivo più snob, lo so, però mi pare resti un valido motivo.

Un motivo suffragato dal fatto che certe cose non le penso e scrivo solo io e magari altri naufraghi della rete. Paradossalmente le scrive anche il giornale della Confindustria. Oggi, in seconda e terza pagina, due articoli, uno su Trump e i suoi deliri di gloria, l’altro su Netanyahu e il sionismo.

Gregory Alegi, scrive: «il New York Times ha ricostruito in dettaglio la riunione nella quale l’11 febbraio scorso il premier israeliano avrebbe convinto il presidente statunitense ad attaccare l’Iran. [...] il gancio psicologico di BiBi: “Trasformare per sempre il Medioriente è un’impresa epica, che solo gli Stati Uniti sotto la tua guida possono compiere. Vinci, e passerai alla storia”». Ogni commento mi pare superfluo.

Nell’altro articolo, a firma di Ugo Tramballi, si legge: «Le guerre israeliane, soprattutto le ultime, tendono a non risolvere il problema che le causa ma creano le condizioni del conflitto successivo». Personalmente avrei evitato l’inciso “soprattutto le ultime”, ma bisogna accontentarsi.

Scrive ancora Tramballi: «”Ha perso Israele, hanno vinto gli ebrei”, commentò lo sconfitto Shimon Peres: quegli ebrei che avrebbero costruito un’egemonia trasformando la Bibbia in un manuale politico militare». Sono d’accordo, ma con una precisazione: è vero che sono molte le facce del sionismo, e però tutto il sionismo, non solo quello di estrema destra, ha come premessa che la Palestina appartiene di diritto agli ebrei, che quella è la loro terra in forza di un diritto storico. E questo vantato diritto, però, non è altro che una menzogna.

Al punto in cui è giunta la questione palestinese, gli ebrei debbono poter vivere in Palestina in pace e sicurezza. E ciò, sarebbe potuto accadere negli ultimi decenni se solo l’avessero effettivamente voluto. Con gli accordi di Oslo si era compiuto un passo verso una parziale soluzione della questione palestinese, tuttavia, come chiude il suo articolo Tramballi, «anche durante quella trattativa dal 1993 al 2000, l’unica seria speranza in decenni di guerre, gli israeliani continuavano a impossessarsi di terre palestinesi: in quei sette anni di pace il numero delle colonie ebraiche in Cisgiordania aumentò del cento per cento». Ecco detto tutto.

Il resto, si può leggere nell’ottimo libro di Elena Testi, Genesi. Soldi, crimine, impunità. Storia dell’estrema destra israeliana (Feltrinelli). L’Autrice, forse per evitare l’accusa di antisionismo, imputa tutto ciò che è accaduto di peggio negli ultimi decenni in Palestina all’estrema destra israeliana, ma ciò coglie solo un aspetto, quello più estremista del progetto sionista, che in realtà varia solo nei metodi ma non negli obiettivi del sionismo più moderato.

Il pollice dell’imperatore

 

Scrive il NYT: «Trump Was Watching a U.F.C. Fight in Miami While Iran Talks Collapsed. On his way to Florida, President Trump said it did not matter to him if a deal with Iran was reached or not: “We win, regardless,” he said».

Trump stava guardando un incontro di UFC a Miami mentre i colloqui con l’Iran fallivano. Durante il viaggio verso la Florida, il presidente Trump ha affermato che per lui non importava se si raggiungesse o meno un accordo con l’Iran: “Vinceremo comunque”, ha detto.

Non sapendo che cos’è “un incontro di UFC”, cerco aiuto: “Un incontro di UFC (Ultimate Fighting Championship) è un match professionistico di arti marziali miste (MMA), la principale organizzazione mondiale del settore. Si svolge in una gabbia ottagonale (Octagon), combinando tecniche di percussione (pugni, calci, gomitate) e lotta (prese, atterramenti, sottomissioni)”.

Trump con chi stava guardando l’incontro del nobile sport? Tra gli altri, con il leader della “manosfera” Joe Rogan. E chi è costui? Leggo: “Influencer di rilievo: Rogan è considerato uno degli influencer più noti della manosfera, il cui podcast ha un impatto significativo nel plasmare le opinioni di molti giovani uomini contemporanei”. E che cos’è ‘sta “manosfera”? “un ecosistema online di podcast e social media focalizzato su tematiche maschili, spesso con derive antifemministe e di supremazia maschile”.

Non m’aspettavo che un tipo come Trump passasse il week-end leggendo Harriet Beecher Stowe o John Steinbeck, tuttavia le sue inclinazioni mi sembrano, una volta di più, molto rivelatrici della sua personalità. Del resto è un individuo che ha trascorso la sua vita mangiano Big Mac e patatine fritte, insidiando giovani donne e frequentando Epstein e Joe Rogan. Dunque, non deve stupire che avesse in mente di cancellare “un’intera civiltà”. E non è detto che vi abbia rinunciato.

Trump non è un’eccezione, bensì “il compimento di ciò che l’America è sempre stata”. Certo, gli Stati Uniti non sono solo questo, ma prevalentemente sì. L’articolo odierno del NYT prosegue: «Per la maggior parte del tempo, il signor Trump è rimasto seduto impassibile a guardare il sangue e la saliva schizzare dai combattenti che si prendevano a botte davanti a lui».

E a riguardo dei negoziati in corso a Islamabad: «Non è chiaro se il presidente sapesse del fallimento dei negoziati quando è entrato nell’arena per l’evento UFC, accolto da una canzone di Kid Rock e da un fragoroso applauso. Non stava intento a digitare sul suo telefono – ha lasciato fare al signor Rubio, che a un certo punto si è sporto per mostrare al presidente lo schermo – e non ha mostrato delusione o rabbia. Ha invece offerto sorrisi forzati alle telecamere e un pollice in su ai vincitori».

sabato 11 aprile 2026

Sovranità e sicurezza non sono gratuite

 

Le crisi come opportunità di profitto non sono una novità. Tra qualche mese, o forse anche prima, si potrebbero vedere le autocisterne di carburante scortate dalla polizia, se non si giungerà a un accordo sulla nota questioncella dello Stretto di Hormuz. Sarà rispolverato il clichè del fondamentalismo di mercato: alti prezzi per frenare la domanda. Perché una cosa è ormai chiara, la guerra la sta vincendo l’Iran e la stanno perdendo tutti gli altri.

Tranne i sionisti, che questa guerra l’hanno voluta più di Trump stesso. Si tende a fraintendere completamente gli obiettivi ideologici e geopolitici del governo Netanyahu, del fanatico movimento dei coloni che esso rappresenta e, più in generale, del sionismo. Non vogliono la pace con chicchessia, bensì territorio, risorse idriche e controllo su tutto il resto.

Sebbene sia l’Iran che il Pakistan, in veste di mediatore, dichiarino che il Libano è parte dell’accordo di cessate il fuoco, Netanyahu ha sottoposto il Paese vicino ai più pesanti attacchi dall’inizio della guerra (e gli avvertimenti all’Unifil). Il motivo non è semplicemente quello che vuole sbarazzarsi di Hezbollah.

Ad opporsi all’annessine del Libano, al momento fino alla linea del Litani, è Hezbollah, ossia l’Iran. Tutto ciò è di una evidenza perfino scandalosa, e tuttavia molti sembrano ancora nutrire pericolose illusioni sulle intenzioni israeliane. Lo scrivo da tempo, i sionisti hanno in mente molto di più della loro semplice “sicurezza”. Non è nemmeno un sospetto ma una certezza che sapessero in anticipo dell’attacco del 7 ottobre 2023.

Per decenni, l’esercito libanese ha dimostrato di poter opporre ben poca resistenza all’occupazione israeliana e ai tentativi di annessione. A frapporsi c’era dapprima l’OLP e ora Hezbollah. Non è casuale che il governo iraniano rischi una nuova ondata di guerra contro il proprio paese insistendo su negoziati con gli Stati Uniti solo a condizione che il Libano sia incluso nell’attuale cessate il fuoco, come originariamente concordato. È in Libano che si gioca la partita, per opposti interessi; lo Stretto di Hormuz è solo uno strumento di guerra, di ricatto.

In una situazione in cui gli Stati Uniti sono indeboliti per non aver raggiunto i propri obiettivi di guerra in Iran, il governo libanese dovrebbe porre delle condizioni: un cessate il fuoco immediato, il ritiro di tutte le truppe israeliane dal Libano e la garanzia che Israele non attaccherà nuovamente il Libano.

Sovranità e sicurezza non sono gratuite. Richiedono fermezza, che l’Iran ha dimostrato nelle ultime settimane e continua a dimostrare. Il governo libanese, guidato dal presidente Joseph Aoun e dal primo ministro Salam, preferiscono sottomettersi ai diktat israelo-americani, a spese del popolo libanese.