martedì 24 marzo 2026

La macchia verde

 

È bastato l’obbligo di essere decenti. E però quella macchia verde, il lombardoveneto, la conosco bene. Parlo soprattutto del mio Veneto, della sua provincia profonda. Di gente soddisfatta, che guarda (non tutti, sia chiaro) solo al proprio particolare in un mondo eccessivamente amaro. Una visione del mondo a sé stante, paleolitica. Il loro è un linguaggio la cui grammatica non sarà mai completamente decifrata. Una forma di comunicazione unica, in cui ciò che di solito conta per gli altri, per loro non ha importanza. Gente che ragiona per tutta la vita come se fosse ancora in seconda media. Capace di tutta la bontà e di tutta la cattiveria con la stessa faccia. Tutta la cattiveria della bontà.

lunedì 23 marzo 2026

Tristezze referendarie

 

Inerpicarsi sull’esito del referendum non solo è un azzardo, ma un suicidio. Ad ogni modo, considerata la fluenza ai seggi, penso che la provincia abbia votato prevalentemente in un modo, mentre le città abbiano votato in maggioranza nel modo opposto. Dunque potrebbe esserci una sorpresa. Tra poche ore i dati mi smentiranno? E chi se ne importa. L’unica cosa che mi rattristerebbe in caso di vittoria del No, sarebbe veder cantar vittoria la peggior sinistra degli ultimi centocinquant’anni. Se invece vince il Sì, canterebbero vittoria, con la solita iattanza, i clerico-fascisti e altri muridi. Ciò non mi renderebbe solo triste.


sabato 21 marzo 2026

Sarà Teheran a decidere


Le guerre di logoramento del passato, seguivano questa logica: uomini e materiali venivano consumati per anni nella speranza di indebolire in qualche modo il nemico. La differenza, oggi, sta nella velocità del feedback: sensori, satelliti e droni forniscono dati sugli effetti di ogni attacco quasi in tempo reale. La guerra diventa quindi un processo di controllo cibernetico in cui l’efficienza nell’impiego delle risorse diventa più cruciale del semplice numero di effettivi.

La guerra dell’Iran segue questo schema. Il valore dei contrattacchi iraniani non si misura con la distruzione di tutti gli obiettivi presi di mira, bensì con la pressione costante e sistematica che esercita.

Dall’inizio della guerra, Teheran ha utilizzato questa strategia per colpire simultaneamente alcuni punti di pressione, il cui effetto combinato pone un problema strategico che per gli Usa e i suoi alleati rimane irrisolto.

L’Iran non dirige i suoi attacchi principalmente contro gli aggressori stessi, ma contro i loro alleati regionali. Gli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane vengono contrastati con attacchi contro le infrastrutture energetiche degli stati del Golfo: una risposta simmetrica a una scelta asimmetrica di obiettivi. Questo mina il modello economico della regione: la stabilità come fondamento dei centri finanziari, del turismo e del mercato immobiliare. Le immagini di grattacieli in fiamme e aeroporti attaccati minano proprio questa promessa. Allo stesso tempo, l’Iran può mantenere questo stato di cose a lungo termine con attacchi isolati e relativamente economici.

In secondo luogo, le installazioni militari statunitensi in Bahrein, Kuwait, Qatar, Giordania e Arabia Saudita sono state costantemente oggetto del fuoco iraniano. Numerose basi sono state colpite nelle primissime ore del conflitto. I danni alle infrastrutture, alle comunicazioni satellitari e ai sistemi radar sono particolarmente ingenti. Le conseguenze operative si fanno già sentire: aerei cisterna e da ricognizione vengono riposizionati e le basi europee si stanno affermando come alternative, mentre le capacità regionali vengono ridotte.

Le basi statunitensi nella regione del Golfo hanno in gran parte cessato di funzionare come piattaforme operative affidabili, con notevoli conseguenze logistiche per le forze armate statunitensi. E ora, l’Iran ci prova anche con Diego Garcia, la grande base aereo-navale statunitense nell’Oceano Indiano.

Un’altra leva strategica trasforma il conflitto regionale in una ricaduta economica globale: circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto transita attraverso lo Stretto di Hormuz. La sola minaccia di attaccare le navi o di minare il canale è sufficiente a bloccare di fatto lo stretto, con conseguenze per l’economia globale ancora impossibili da prevedere. L’Iran controlla di fatto lo Stretto di Hormuz e la Marina statunitense non sarà in grado di garantire il passaggio sicuro.

Inoltre, Israele, in quanto belligerante, viene attaccato quotidianamente con droni e missili. Il Paese è una zona di guerra, ma non la priorità delle forze armate iraniane. La distribuzione degli attacchi mostra che gli Emirati Arabi Uniti subiscono il peso maggiore con la metà degli attacchi, seguiti da Kuwait con quasi un quinto, a seguire l’Arabia Saudita, il Bahrein e Qatar. Israele, con circa 830 attacchi, è stato colpito con una frequenza significativamente inferiore rispetto ai soli Emirati Arabi Uniti. La logica è la seguente: Israele è, per il momento, un obiettivo secondario; l’Iran prende di mira il sistema che supporta il nemico, non il nemico stesso.

L’Iran è ovviamente zona di guerra. Tuttavia, sebbene le dichiarazioni ufficiali degli Stati Uniti parlino di una distruzione diffusa delle sue capacità militari, i dati disponibili tracciano un quadro diverso: finora, è stato confermato visivamente solo un numero relativamente esiguo di lanciarazzi, sistemi di difesa aerea e installazioni radar distrutti.

Le scorte di missili e le attrezzature militari iraniane sono stoccate in silos sotterranei UHPC, che è l’acronimo di “calcestruzzo ad altissime prestazioni”, con valori di resistenza alla compressione superiori a 40.000 PSI (libbre per pollice quadrato, ovvero circa 2.800 kgf/cm2), circa otto volte superiori a quelli del calcestruzzo convenzionale. Le ben note bombe statunitensi sono in gran parte inefficaci contro questo materiale.

Gli attacchi aerei prendono di mira principalmente punti di accesso, strade ed edifici di supporto in superficie. Non solo le installazioni militari e le tanto discusse città missilistiche sono state spostate sottoterra, ma anche interi complessi di produzione di droni e missili sono stati strategicamente fortificati nel corso degli anni.

Un tunnel profondo costa solo una frazione di una batteria di missili Patriot, ma dura per decenni. Lo stesso vale per la produzione di armi: la fabbricazione di razzi a propellente solido iraniani, ad esempio, avviene in pozzi sotterranei di cemento dove la miscela di propellente viene versata e lasciata indurire per diversi giorni. Le analisi delle immagini satellitari suggeriscono un totale di circa 44-56 di questi pozzi. Poiché il prodotto richiede dai sei ai dieci giorni per indurirsi, ciò si traduce in una capacità produttiva teorica di circa 200 razzi a propellente solido al mese.

Le reali dimensioni dell’arsenale missilistico iraniano rimangono una delle questioni più controverse di questa guerra. Le stime variano da 2.500 a 6.000 missili. Tuttavia, se si considera la capacità produttiva documentata e si calcola in modo prudente una produzione di 50 missili al mese per oltre 20 anni, l’arsenale risultante ammonterebbe già a una cifra a cinque zeri. La situazione, con una stima più realistica di 100 missili al mese, è di per sé eloquente. Oltre al programma missilistico, l’Iran ha una capacità produttiva stimata di circa 10.000 droni al mese.

Ogni abbattimento di un drone o di un missile a basso costo con i ben più costosi intercettori occidentali rappresenta già un vantaggio strategico per l’Iran: qualsiasi impatto successivo è un bonus. Ciò si traduce in una contraddizione fondamentale, si potrebbe persino parlare di una “sproporzione tra piattaforme”: sebbene gli Stati Uniti siano tecnologicamente superiori, potrebbero possedere gli strumenti sbagliati in questo conflitto.

L’Iran ha studiato meticolosamente il suo avversario per decenni e si è preparato sistematicamente a un simile conflitto. Traendo insegnamenti fondamentali dalle guerre guidate dagli Stati Uniti nel Golfo, Teheran ha sviluppato una strategia basata sull’adattamento, il decentramento e la guerra asimmetrica, in grado di esaurire le riserve di difesa aerea statunitensi. La nuova dottrina di difesa aerea iraniana si può tradurre con “spara e scappa”: lanciatori missilistici autonomi, navigazione tramite dati satellitari cinesi e utilizzo di droni come radar volanti.

Le guerre asimmetriche non si decidono principalmente in base alla capacità di infliggere una sconfitta all’avversario, ma in base alla capacità di resistervi (a Kiev e a Mosca lo sanno). L’Iran non dove distruggere una singola base statunitense, abbattere un singolo drone o trasformare un singolo Stato del Golfo in una zona di guerra. Gli basta dimostrare un’elevata capacità di assorbimento. Dopo la fallimentare campagna aerea, Stati Uniti e Israele hanno ora poche opzioni. Una di queste sarebbe l’impiego di truppe di terra.

La domanda è: qual era esattamente il piano di Israele e degli Stati Uniti quando hanno lanciato la guerra contro l’Iran? Perché non si può vincere. Non con i missili da crociera e certamente non con le truppe di terra (sarebbe un bagno di sangue). Fare previsioni è sempre difficile (c’è chi le fa post factum), ma temo che sarà Teheran e non il pagliaccio di Washington a decidere se e quando fermare la guerra. 

venerdì 20 marzo 2026

La logica della mafia

Stia tranquillo Trump, se si presenterà l’occasione di una guerra a basso costo, tutti torneranno in gioco. Il motto rimane: “Nuove conquiste, nuova unità”.

Stati Uniti e Israele invadono l’Iran, radendo al suolo una scuola femminile nella primissima ondata di attacchi (almeno 175 bambini sono morti) riducendo il paese in macerie, bombardando le sue infrastrutture energetiche civili; e cosa ha criticato il vertice UE, conclusosi stasera? Nulla. Anzi, i capi di Stato e di governo hanno “condannato” la resistenza iraniana, il fatto che stesse compromettendo la produzione di petrolio e gas nella penisola arabica e che, pur nettamente inferiore ai suoi avversari convenzionali, stesse ricorrendo alla chiusura parziale dello Stretto di Hormuz come arma asimmetrica.

Agli alleati è consentito condurre guerre di aggressione, violare le leggi di guerra a loro piacimento; ma a un nemico comune non è consentito difendersi: questa è la logica dell’UE. È la logica della mafia.

Lo shock

Esattamente sior Mario, viene da lontano, più in generale e non solo per l'Italia. Di seguito degli esempi a caso. Da quando le grandi mitrie del libero e democratico Occidente hanno deciso che la Russia, troppo grande e troppo ben fornita di materie prime, andava spartita. Non le piace? Ne propongo un altro: da quando Washington ha decretato che il Nord Stream2 non andava fatto e invece bisogna acquistare il loro gas. Troppo fantasiosa anche questa?

La pattuglia di cherubini con la bandierina ucraina e la svastica israeliana tatuate nel cuore, insomma quelli che scrivono ogni giorno che Dio è dalla parte dell’Occidente (e di Israele) e la Russia è il regno del maligno, ci hanno raccontato per anni che la pagliacciata di Majdan Nezaležnosti era roba genuina, vale a dire che il popolo ucraino scendeva in piazza contro gli oppressori. E infatti s’è visto chi hanno messo al potere a Kiev. Del resto, ogni carriera ha i suoi aspiranti e l’apostolato non disdegna la prebenda.