È l’isola più vasta della laguna di Venezia (il centro storico della città è costituito da oltre cento isolette collegate tra loro da circa 400 ponti). Sant’Erasmo è estesa per circa 325 ettari, una lunghezza di circa 5 chilometri e un chilometro di larghezza che si riduce della metà e anche meno verso le due estremità.
Che cosa c’è da vedere di turisticamente interessante in quest’isola della Laguna? Assolutamente nulla. Infatti è un’isola rurale e non approdano “turisti” foresti (rarissimi). Vi sono estesi e rigogliosi orti (famose le eccellenti castraùre, ossia il carciofo voletto di Sant’Erasmo) e vaste distese di vegetazione. Questo verde ovunque durerà nella mia mente per diversi giorni, forse per sempre. Alcuni vigneti di uva nera non ancora vendemmiata (pare sia buono il vino bianco locale). Qua e là, abitazioni di agricoltori, rare seconde case e anche qualche vecchia casetta disabitata. C’è anche un piccolo albergo tra il verde.
E allora che cosa ci si va a fare? A respirare l’aria fine del mare e godere la luce della laguna. Sant’Erasmo è un’oasi di pace, dove il silenzio cura i pensieri cattivi. Non serve andare a Hachijojima per credere che la fine del mondo è già avvenuta. Una sensazione di fluttuazione, che ci ricorda che il tempo è sempre duplice, che ogni istante inizia e finisce. Già il viaggio, in cui si percorre quasi tutta la Laguna nord, vale la pena (il vaporetto non è strapieno, anzi).
Come si raggiunge Sant’Erasmo se non volete arrivarci a nuoto: usciti dalla stazione di Santa Lucia, si prende il vaporetto 4.2 all’imbarcadero D (si trova sul lato destro dell’uscita dalla stazione) per le Fondamenta Nuove. Qui si sbarca e si prende il vaporetto numero 13 all’imbarcadero D (uno ogni ora, di solito al minuto 25).
Il tragitto: si passa a fianco dell’isola cimitero di San Michele, quindi fermata al Faro di Murano e poi si prosegue per Sant’Erasmo, ma, a richiesta, si può sbarcare al Lazzaretto nuovo o all’isola delle Vignole, “dove il turismo non arriva”, recita uno slogan che dovrebbe acchiappare il turista.
A Sant’Erasmo i punti di sbarco sono tre: “Capannone”, punta sud, e “Chiesa”, al centro dell’isola (dove c’è l’unico minimarket, giustamente chiuso di domenica), quindi “Punta Vela”. La chiesa (1928) è modesta all’interno, consona al luogo. Poco lontano c’è un minuscolo cimitero, con lapidi monumentali (una signora, non del posto, ci ha detto che gli abitanti dell’isola fanno a gara in grandessa). La verzura porta schei.
In zona “Capannone” vi è un ristorante e anche una pizzeria (entrambi da me non sperimentati: colazione proletaria al sacco), oltre a una spiaggetta dove si arriva in genere col motoscafo privato (classe media: idraulici, elettricisti, affittacamere, piccoli commercianti, ceto impiegatizio). Un posto tranquillo, nulla a che vedere con ... Coccia di Morto. Gente molto composta, niente musica, voci soffuse dal ristorante, pulizia e qualche aereo di linea che passa alto nel cielo. Prende bene il cellulare, ma non ho visto nessuno usarlo (incredibile!).
L’isola si percorre a piedi o in bici (di domenica ho visto transitare un’auto e due motocarri a tre ruote). L’abbiamo fatta a piedi (adoro i percorsi incogniti) e ho scattato qualche foto. Ho approfittato di una comitiva di ragazzi che aveva prenotato una visita, ovviamente gratuita, alla Torre Massimiliana, fortezza austriaca del XIX secolo. Nulla di irresistibilmente “turistico”.
Il tragitto di ritorno a Venezia, verso sera, è ancora più suggestivo. Per i foresti, consiglio acquistare tiket giornaliero per il trasporto. Invece chi è in possesso della “tessera Venezia unica” (ex carta Venezia), con tre schei a cranio va e torna. I vantaggi del comunismo veneto.












