venerdì 1 maggio 2026

Il fattore incognito di Tolstoj

 

Tempo di lettura: relativistico.

Ho finito di leggere Giardini e strade, in marcia verso Parigi, il diario 1939-1940 dello scrittore tedesco Ernst Jünger, autore che penso non abbia bisogno di molte presentazioni. Dico subito che mi aspettavo, per esempio, una cronaca dei giorni che anticiparono e poi scandirono, con l’invasione della Polonia, l’inizio della seconda guerra mondiale. E invece Jünger parla di botanica, ornitologia, enogastronomia, quindi di copiose mangiate e memorabili sbornie, ma del Patto russo-tedesco dell’agosto del 1939 e dell’invasione della Polonia, avvenuta all’inizio del mese successivo, non c’è la minima traccia.

Racconta, inevitabilmente direi, del suo richiamo alle armi in data 30 agosto: «Partenza. Di sopra mi sono guardato allo specchio, nella mia uniforme di sottotenente, non senza ironia. Intanto in Europa oggi sta andando allo stesso modo a molti uomini che mai più avrebbero pensato di dover riprendere il servizio. Per quanto mi riguarda, imputerei la cosa all’influsso del segno del cancro nel mio oroscopo, che non di rado mi rimanda indietro a situazioni già vissute, spesso con successo».

Il 1° di settembre è laconico: «Stamattina, a colazione, il cameriere mi ha chiesto, con un’espressione eloquente al volto, se avessi sentito le notizie di oggi. Si diceva che le nostre truppe sarebbero entrate in Polonia. Nel corso della giornata, nell’andirivieni delle faccende da sbrigare ho appreso ulteriori novità, che confermavano anche nei particolari lo scoppio della guerra contro la Francia e l’Inghilterra». Considerazioni? Nessuna!

Il resto della giornata, nel primo giorno di guerra, Jünger lo passa passeggiando nel parco di un castello e poi alla sera al caffè: «S’incede tra le luci, musica e tintinnii di bicchieri come in una festa segreta, o nella penombra di una grotta. E anche qui voci dalla radio, che annunciano bombardamenti e recano minacce».

Il giorno dopo, nel diario annota di arnie con le api e di bachi da seta, di frutti con la forma plastica, il colore dei fiori e il loro profumo. Il 3 settembre, l’unico riferimento alla guerra è questo: «Per una breve licenza a Blankbourg, dove devo partecipare a un corso. Ogni guerra inizia con dei cicli di lezioni». Bisogna attendere il 17 settembre, per un altro rapido accenno: «Il servizio giornaliero nel promontorio, al poligono di tiro e al maneggio, ha di buono che scaccia i piccoli acciacchi». Le truppe sovietiche hanno invaso, come da accordi tra Ribbentrop e Molotov, la Polonia, ma Jünger non ne parla affatto.

Il 21 settembre, per esempio, annota: «La vita si trasforma in una prova, e noi riusciremo a superarla. Che sensazione di gioia, allora, quando ci si sveglia. Dev’essere un’anticipazione della Luce perpetua». Tutto ciò quando l’Europa intera è in angoscia per quanto sta accadendo e per quanto minaccia di accadere ancora. Ciò non deve meravigliare troppo, perché a mio avviso stiamo vivendo oggi la stessa situazione con il sostanziale medesimo distacco.

Bisogna poi spingersi fino al giorno 29 settembre per trovare un altro accenno alla Polonia: «Nelle valli dell’Harz, per verificare le strade destinate alle unità motorizzate di ritorno in questi giorni dalla Polonia». Asettico più di un vigile urbano che sta verificando l’entità del traffico su un’arteria stradale.

Si arriva così al mese di novembre, quando si può leggere: «La compagnia comando, un organo ancora sconosciuto ai tempi della [Prima] Guerra mondiale, allevia piacevolmente la trasformazione degli ordini in azione». Nessuna considerazione sulle cause e i motivi della guerra, nessun giudizio sul regime che la scatenata, salvo il fatto che egli la sta vivendo come un’avventura cadenzata da marce, ispezioni e colazioni abbondanti: «la vigilia di Natale, prima un giro per tutti i bunker, poi cena con la compagnia comando: fagiani, molto ben frollati nel nostro magazzino delle munizioni che funge anche da deposito per la selvaggina. Stamattina, poi, passeggiata lungo lo Schwarzbach, con la brina, ricordando Natali trascorsi».

Tra brina, neve, vento e calma, si arriva così fino al 4 febbraio 1940, al racconto che ha per protagonista il vino e segnatamente una bottiglia di Affentaler Klosterrebberg del 1921, «che andava giù a meraviglia, mi sono preso, da bevitore solitario, la prima sbornia in questa capanna. Una delle migliori direi: di quelle che, quando ti svegli, ti senti più sano e soddisfatto».

Tuttavia, in data 13 febbraio, c’è una annotazione di grande interesse, almeno per me: «Certe relazioni mi sono apparse chiare anche leggendo Tolstoj – soprattutto la stupefacente prefazione a Guerra e pace. Tolstoj vi analizza il fatto che l’uomo, come singolo, prende in piena libertà le sue decisioni, le quali tuttavia rientrano in una rigida statistica. Così per esempio il numero dei suicidi si mantiene più o meno identico nel corso degli anni, cambiano solo le cause. Quanto maggiore è il numero delle libere decisioni che si assommano, tanto più la libera volontà scompare in quella somma. Ciò, per converso, permette di concludere che nel libero arbitrio del singolo si cela un fattore incognito che si manifesta nelle risoluzioni della specie. Secondo Tolstoj il libero arbitrio che c’è assegnato è poi tanto minore, quanto più è decisiva la posizione nella quale agiamo» (*).

L’Autore, e fino a un certo punto con lui anche Tolstoj, si riferiscono, anche se non esplicitamente, alla dialettica caso-necessità. Non colgono in pieno il fenomeno, ma se non altro si spingono oltre il “principio di causalità” e stabiliscono come la regolarità osservata riguardi l’azione collettiva di grandi numeri di singoli eventi, una regolarità che rientra in una rigida statistica. Essi, pur restando avviluppati nella nebulosa del “fattore incognito” del singolo uomo che prende in “piena libertà le sue decisioni”, hanno compreso l’importanza della statistica come legge necessaria (in Tolstoj vi è un riferimento esplicito), in opposizione alla casualità dei singoli eventi. Mancarono il bersaglio, ma gli sono andati nei pressi. Da ultimo, il 20 aprile descrivevo il rapporto polare caso-necessità così:

In ogni fenomeno fisico in cui osserviamo una regolarità intervengono miliardi di atomi e di molecole; l’effetto osservato è determinato dall’azione reciproca di ogni singolo atomo con migliaia di altri. Così come accade per noi esseri umani, il cui singolo comportamento è assolutamente imprevedibile, ma nell’insieme l’umanità segue le leggi della necessità. La regolarità osservata del comportamento collettivo si dissolve completamente nei valori medi (i soli a noi accessibili, che presentano la loro conformità a una legge puramente statistica) di milioni di comportamenti singoli.

C’è solo da aggiungere, a ulteriore chiarimento, che l’evento singolo, come nel gioco dei dadi, non può essere compreso nelle leggi della statistica, la quale dipende proprio dalla casualità relativa ai singoli eventi, nel senso che la statistica dei fenomeni collettivi è possibile proprio perché i singoli eventi sono casuali!

Dunque, oltre questo aspetto, la descrizione degli eventi fatta da Ernst Jünger è piatta e poco interessante? Solo in parte, perché soprattutto verso la fine del libro l’Autore descrive quasi giorno per giorno e con molti particolari la debacle dell’esercito francese, l’abbandono di città e paesi da parte di tutti gli abitanti, nessuno escluso, tanto che sui banconi delle osterie si potevano vedere ancora i bicchieri mezzi pieni, su una macchina da scrivere di un tribunale un foglio con l’ultima parola scritta a metà, segno di una fuga generale molto precipitosa.

E poi cumuli di cadaveri, molti i cavalli morti o morenti, i quali costituivano ancora il più cospicuo mezzo di trasporto. Una guerra industriale solo per due terzi. Tesori artistici e librari abbandonati al loro destino, castelli sventrati e torme di prigionieri talmente rassegnati che non avevano bisogno quasi di vigilanza, ma anzi chiedevano con insistenza, oltre al cibo, se il trattato di pace fosse stato firmato. E tutto ciò prima che i tedeschi arrivassero a Parigi. De Gaulle avrebbe finto che tutto ciò non fosse mai avvenuto, negando che la Francia avesse perso la guerra e in un solo mese. Intanto, a Roma, dei maldestri giocatori di poker accarezzavano l’idea di bottino con un big blind sulle Alpi Marittime.

(*) Per “prefazione” a Guerra e pace, si deve intendere in realtà la seconda parte dell’Epilogo, così com’è presente nel secondo volume dell’opera tolstojana nell’edizione Einaudi. Alle pagg. 745-46, per esempio, si può leggere: «Qualunque rappresentazione dell’attività di più persone o di un singolo noi prendiamo in esame, non la comprendiamo altrimenti che come prodotto in parte della libertà dell’uomo, in parte delle leggi di necessità. [...] non possiamo rappresentarci nessuna azione umana altrimenti che come una certa combinazione di libertà e necessità. [...] il rapporto tra libertà e necessità diminuisce e aumenta a seconda del punto di vista da cui si osserva l’azione; ma questo rapporto resta sempre inversamente proporzionale».

Come si può notare da queste citazioni e da altre che si possono trarre dall’Epilogo, Tolstoj perviene sicuramente al problema del rapporto tra il caso, che egli identifica nella libertà del singolo, e la necessità secondo legge, ma non riesce a svelarne chiaramente il nesso, ossia che il movimento casuale dei molti individui si manifesta come necessità complessiva. Né per questa via poteva pervenire ad altre determinazioni essenziali della dialettica caso/necessità, quali per esempio: che la casualità è la necessità assoluta; che il casuale è necessario e ha un motivo, eccetera. Tuttavia, bisogna dare atto a Tolstoj di aver cercato di porre in senso razionale il problema del rapporto caso/necessità, ma senza riuscirci proprio per effetto sia della sua idea religiosa e sia per la sua intransigente posizione di classe, ciò che è indifferente al fatto che egli volgesse alla fine verso una semplicità di vita personale.

Mi chiedo: se Tolstoj avesse studiato Hegel, se non fosse stato, oltre che uno spirito inquieto, anche un pio fanatico, le sue interrogazioni sul rapporto tra volontà della singola personalità e fatti storici, sul rapporto tra le masse e i leader, eccetera, avrebbero assunto un’impronta diversa nello svolgimento del tema, anche in rapporto a ciò che accade in natura (vedi nelle pp. dell’Epilogo in cui tratta il tema) e non solo in società e nella storia umana? Ne dubito.

Sebbene non avesse bisogno di atteggiarsi a difensore della servitù della gleba per ravvisare la sacra necessità di un ritorno alle condizioni sociali in cui vedeva una saggia semplicità, proprio per questo egli mantenne sempre un’idea sostanzialmente conservatrice della società. Tutto è predeterminato, giustificato e santificato. Senza alcuna responsabilità né libero arbitrio, l’uomo vive semplicemente in obbedienza, la quale in apparenza non porta a nessun risultato, ma che tuttavia racchiude in sé il suo risultato, nell’eterna successione delle generazioni, nell’eterno ciclo di nascita, vita e morte.

Il rapporto dialettico tra caso e necessità non viene colto e anzi si dissolve per effetto di una estetica rurale spietatamente conservatrice per natura, per necessità, laddove anche l’inquieto cercatore di verità, Pierre, ci viene rivelato alla fine del libro come un uomo di famiglia tranquillo e appagato.

mercoledì 29 aprile 2026

La guerra contro la memoria

 

Potrei pensare ad altro, al ritorno della primavera, alla bellezza delle mie malve che promettono di superare i tre metri d’altezza, alle passeggiate per le strade soleggiate della periferia veneta, o per le calli della mia città, invece di lasciarmi consumare dalla rabbia malinconica suscitata in me dalla distruzione di Beirut da parte dell’oligarchia razzista e fascistoide israeliana. In fin dei conti, che cosa ce ne dovrebbe importare davvero di Beirut, così come di Kiev e di Teheran?

A chi importò davvero della distruzione della biblioteca Vijećnica di Sarajevo e della biblioteca di Mossul, ma soprattutto della nazionale di Bagdad, avvenuta nell’aprile 2003 nel corso della cosiddetta battaglia di Baghdad? In quest’ultima biblioteca non erano conservate solo opere antiche e classiche della storia araba medievale relativa al periodo degli abbasidi e dei mamelucchi, ma anche libri di scienze con riferimento all’algebra e i documenti dei tribunali sharaitici d’epoca ottomana. Librerie trasmesse di padre in figlio, elenchi di libri lasciati in eredità che avrebbero permesso un giorno di riscrivere la storia araba, tanto comunemente maltrattata.

Testimonianze di un’unità araba che possono avere una presa fortissima sulla coscienza collettiva araba. Ed ecco perché quella storia, così come tante altre, fa paura.

Quasi di sfuggita s’è avuta notizia del bombardamento condotto da Stati Uniti e Israele, nella notte tra il 6 e il 7 aprile scorso, della sinagoga Rafi-Nia, nel centro di Teheran. Ciò testimonia che gli ebrei a Teheran possono riunirsi tra loro in società e nei loro luoghi di preghiera. E Dio solo sa quanto siano fanatici e intransigenti gli ayatollah sciiti, ma non tanto quanto i sionisti razzisti e i loro alleati.

Probabilmente si è trattato di una ritorsione contro la comunità ebraica locale, il cui leader, Homayoun Sameh Najafabadi, è un parlamentare iraniano che ricopre la carica di rappresentante ebraico nell’Assemblea consultiva islamica dal 2020. Nel 2024, ha affermato che “l’aiuto del governo iraniano alle sinagoghe, alle scuole, ai ristoranti e ai circoli sociali della comunità ebraica è aumentato notevolmente negli ultimi anni” (fonte: Voice of America).

Sulle macerie della sinagoga completamente rasa al suolo, accorse anche Siyamak More Sedgh, ex parlamentare e medico ebreo iraniano, presidente dell’istituzione benefica ebraica “Dr. Sapir Hospital and Charity Center”. Neanche lui aveva avuto parole gradite ai sionisti quando, per esempio, ha ripetutamente criticato Israele, che ha definito il “regime sionista”. Oppure quando ha sostenuto l’accordo sul nucleare iraniano del 2015.

Insomma, come già ho avuto modo di documentare più volte qui nel blog da un quindidecennio, non vi sono solo ebrei disposti a giustificare il colonialismo e l’apartheid. E anche qui in Italia vi sono ebrei con i quali si può ragionare anche di queste cose. Ne ho incontrato uno, mia antica conoscenza, proprio ieri pomeriggio a Venezia (ho visitato lì vicino l’orrore architettonico progettato da Vittorio Gregotti). Mi ha detto di essere quasi una rarità: non è antisionista, ma è molto critico (eufemismo) per quanto riguarda Israele.




Il celebrato maestro di questa oscenità è lo stesso dello Zen di Palermo. Lavrei fatto vivere per il resto dei suoi giorni in uno dei suoi buchi.

Il suo è solo un danno estetico.

Il lavoro “oggettivato” della signora Minetti


Nel momento della più grave tensione internazionale da 64 anni a questa parte, che tra l’altro minaccia una crisi finanziaria ed economica imponente, in Italia tiene banco l’ennesimo scandalo. Non solo quello che coinvolge gli arbitri di calcio (ridicolo credere che in Italia un business del genere e in un mondo opaco come quello dello sport professionistico non esistano manipolazioni), ma più appassionante ancora è quello che ha per protagonista una pregiudicata già amante di un altro pregiudicato al cui nome è stato intitolato uno dei più importanti aeroporti nazionali.

Il caso è noto, riguarda la grazia presidenziale che è stata concessa sulla base di attestazioni che, si dice, si stanno rivelando false. Un tipico scandalo di regime, che però questa volta non coinvolge solo il governo e il suo trincante ministro di grazia e giustizia, ma anche e, secondo il mio parere, non meno, il Quirinale e il suo illustre inquilino. Dunque, con tali chiari di luna quale speranza posso avere di richiamare l’attenzione dei lettori su altri temi che non siano quelli del meretricio nelle sue più concrete e anche astratte variazioni?

Del resto, di che cosa vado a lamentarmi, per esempio del fatto che nella cosiddetta sinistra “istituzionale” sia ormai completamente assente un qualsiasi riferimento a un lavoro teorico degno di tale nome? Non da oggi, ma da tempo ormai immemorabile. I risultati dell’analfabetismo teorico si vedono e si scontano. Vengo ora al dunque.

I paesi che vendono combustibili fossili non hanno certamente derivato la loro ricchezza da una sorta di “plusvalore” derivante unicamente dal lavoro, bensì dalla vendita di una materia prima ad alta densità energetica: il petrolio. È innegabile, almeno in superficie, che il prezzo del petrolio non derivi dal lavoro di nessuno (salvo il lavoro di estrazione, stoccaggio e trasporto), bensì dalla domanda di petrolio come materia prima e fonte di energia per la produzione e altri usi civili.

Nel terzo volume del Capitale, Marx afferma: “La proprietà fondiaria presuppone il diritto monopolistico, da parte di certi individui, di disporre di determinate porzioni del globo, come di sfere riservate alla loro volontà privata, con esclusione di tutti gli altri”. (III, 37, Condizioni della rendita fondiaria; MEW 25, 628, qui il testo è un po’ diverso ma dal significato identico).

Grazie a questo monopolio gratuito sui doni della natura, le nazioni produttrici di petrolio si appropriano di una considerevole quantità di ricchezza, che possono poi utilizzare per acquistare beni di ogni tipo sul mercato mondiale. Pertanto, anche le nazioni produttrici di petrolio realizzano un profitto – questo a un livello superficiale della questione – ma si appropriano solo di “una parte del plusvalore generato dal capitale” che “spetta loro in quanto proprietari terrieri” (ibidem).

Questo chiarisce come prezzo e valore divergano in questo caso: le nazioni produttrici di petrolio si appropriano dei prodotti del lavoro di altre nazioni, semplicemente grazie al loro potere dominante sui giacimenti naturali degli idrocarburi. Questa divergenza è osservabile anche in superficie: il prezzo di mercato mondiale di questi prodotti della natura apparentemente privi di valore fluttua in base alla domanda e all’eventuale shock dell’offerta, e dunque non oscilla attorno a un valore fisso. Questo fenomeno viene spesso definito “volatilità dei prezzi”, ma più spesso di tratta di un fenomeno meramente speculativo.

Marx afferma nella sua teoria del valore, che non è sufficiente che il lavoratore produca qualcosa, ma deve produrre plusvalore. Solo il lavoratore che produce plusvalore per il capitalista o che serve all’autovalorizzazione del capitale è produttivo. Con il suo concetto di valore, Marx sembrerebbe (per i lettori superficiali, o più spesso per sentito dire) affermare che solo il lavoro salariato crea valore; mentre appare ovvio, per quanto qui precede, che anche la natura crea “valore” (*).

Marx, con il suo concetto di valore, offre una critica devastante al capitalismo, proprio perché solo ciò che serve alla proprietà privata entra nel metabolismo sociale del denaro e, di conseguenza una grande quantità di lavoro socialmente necessario e le sue condizioni vengono consumate come un dono gratuito (si pensi, per esempio, al “lavoro di cura”). Marx dimostra che in questa società solo ciò che serve alla proprietà privata è considerato di valore, compresi il terreno fertile, l’aria respirabile, eccetera.

(*) Marx polemizzò, ogni volta che poté, contro i rappresentanti del primo movimento operaio quando questi producevano perle di saggezza come quelle contenute nel Programma di Gotha, che afferma che “il lavoro [...] è la fonte di tutta la ricchezza e di tutta la cultura”. Al contrario, Marx, nelle sue glosse, precisò: “Il lavoro non è la fonte di tutta la ricchezza. La natura è fonte di valori d’uso tanto quanto il lavoro, che a sua volta non è altro che l’espressione di una forza naturale, la forza lavoro umana”. Pertanto, il processo lavorativo è indipendente da qualsiasi forma sociale particolare ed è sempre “un processo tra uomo e natura”.

Marx, con “plusvalore”, non si riferisce a una categoria fisica, bensì sociale. I suoi riferimenti alle necessità materiali del processo lavorativo sono ben diversi dal contenuto del processo di valorizzazione. In altre parole, Marx stesso insiste in modo piuttosto evidente sul fatto che – sebbene scriva ripetutamente che tutti i valori d’uso derivano dalla natura e dall’uomo – il valore è semplicemente “lavoro astratto oggettivato”. 

martedì 28 aprile 2026

Un Paese pieno di debiti e di enfasi dannunziana

Il 25 aprile, a Milano, Netanyahu e Trump sono sfilati in corteo. In effige, ovviamente, ma c’erano anche loro. Circondati da bandiere dello Stato sionista. Il prossimo anno potrebbe sfilare una gigantografia molto più appropriata, quella di un personaggio che nella lotta al nazifascismo ebbe un ruolo determinante: Stalin. Perché no? Lui era a capo dell’Unione sovietica e di quell’Armata Rossa che dalla periferia di Mosca ricacciò indietro fino a Berlino e oltre le truppe nazifasciste.

Mentre gingilliamo in queste faccende, Netanyahu e i suoi amici continuano ad assassinare civili in Palestina e nel Libano. Trump, notoriamente permaloso, sogna di riportare l’Iran all’età della pietra e l’Europa all’epoca del calesse. Meloni, non potendo rivendicare Fiume, s’accontenta di presidiare la Rai.

Nei soli primi sei giorni dell’attacco all’Iran, le forze armate statunitensi, secondo le proprie stime, hanno bruciato oltre undici miliardi di dollari. Hanno i soldi per le guerre, ma non per dare un tetto a chi non ce l’ha (in un solo anno, dal 2023 al 2024, negli Usa sono aumentati del 18%, passando da 653.104 persone a 771.480, e ora certamente non sono di meno).

Altro dato su cui riflettere: il riarmo degli stati europei della NATO ha portato al maggiore incremento annuo della spesa militare nell’Europa centrale e occidentale dalla fine della Guerra Fredda. La Germania ha rappresentato la quota maggiore di questo aumento: la spesa tedesca in tale settore è cresciuta di un considerevole 24% rispetto all’anno precedente (fonte: SIPRI). In quattro anni, il Ministero della Difesa germanico ha stipulato oltre 47.000 contratti per la fornitura di armamenti, per un valore di circa 111 miliardi di euro.

Che diceva Andreotti? La stessa cosa che disse Stalin a Jalta.

E l’Italia con le pezze al culo, quella grande nazione dove poco più di un quarto dei contribuenti copre oltre tre quarti del gettito totale? Nel Paese dove le università apriranno presto un corso di laurea in diritto successorio, la spesa militare sfiora i 50 miliardi. Un paese ricco, muscoloso e proiettato nel passato: spezzeremo i reni ai grechi nel bagnasciuga. 

Spesa militare italiana.

lunedì 27 aprile 2026

Meglio iniziare presto

 

Da tempo, stiamo vivendo una situazione di trasformazione autoritaria delle nostre società . Un senso schiacciante della realtà mostra a chiunque guardi il nostro mondo con mente aperta e critica le vere dinamiche del potere. Il potere esecutivo, che secondo le Costituzioni dell’Occidente dovrebbe emanare dal popolo, è sempre più distante dal popolo e da un rapporto equilibrato con gli altri poteri. Oggi, questo potere debordante è sul punto di rivoltarsi contro il popolo stesso.

Inoltre, proprio come alla vigilia della Prima e della Seconda Guerra Mondiale, stiamo vivendo anche una crescente aggressione verso l’esterno, in special modo da parte degli Stati Uniti, ma non solo da parte loro.

Tutto ciò, sul piano sociologico e politico, mostra chiaramente e allo stesso tempo il crescente rimbecillimento delle masse e la stupidità della borghesia filantropica, posto che sappiamo come si fanno le guerre, ma come si fa la pace è tutt’altra faccenda. Non solo due megalomani in guerra per il monopolio dell’intelligenza artificiale, come Musk contro Altman, ma serie minacce di guerra vera tra potenze dotate di grandi arsenali convenzionali e nucleari.

Gli specialisti sono già al lavoro da tempo per mascherare una volgare guerra per le quote di mercato e il controllo delle materie prime come una crociata per la sopravvivenza della nostra specie. Sulla carta, il conflitto tra Occidente e Oriente ha tutte le caratteristiche di una tragedia morale per la salvezza del mondo e ovviamente la difesa dei nostri imprescindibili “valori”. Non sto parlando del domani, ma del presente!

In Francia e in Germania, ma senza temere futura smentita presto anche qui da noi, stanno prendendo piede nelle scuole medie e superiori, con la scusa dell’educazione civica, corsi di autodifesa e di sicurezza globale, comprese le gite nelle caserme per ammirare l’imponente equipaggiamento dell’esercito.

Anche qui da noi, forse non proprio a un anno dalle elezioni politiche, ma subito dopo, ci verrà raccontato che il reclutamento è necessario, la preparazione alla guerra, chiamata pudicamente “difesa”, va fatta perché è sacro dovere del cittadino difendere la patria (degli imbroglioni e dei profittatori, dei banchieri e degli evasori: precisazione questa che certamente sarà evitata). Meglio iniziare presto, dagli studenti delle scuole medie e forse anche un po’ prima.