Marx mostra come l’”economia” di Proudhon (tanto cara poi a gente come Craxi, Scalfari e
ora anche a Canfora) rappresenti un passo indietro rispetto a Smith e Ricardo: «La teoria del
valore di Ricardo è l’esposizione scientifica della vita economica presente: la teoria del
valore del signor Proudhon è l’interpretazione utopistica della teoria di Ricardo» (Miseria
della filosofia, 1847, cap. I. Un testo così dottamente citato ma la cui lettura è quanto mai
trascurata).
Marx era ovviamente consapevole che il valore, inteso come ricchezza astratta, non ha
origine nel lavoro concreto; sapeva anche che il denaro, in quanto espressione di valore,
possiede un’indipendenza dal valore stesso e che, di conseguenza, persino cose prive di
valore come la terra possono avere un prezzo. Pertanto, quando i critici della teoria del
valore, indicando la terra, gli oggetti d’antiquariato o il capitale fittizio, affermano che il
lavoro umano non è l’unica fonte di valore, dicono semplicemente una stronzata. Una delle
tante del loro repertorio.
Per tacere di quei coglioni che con sofisticate formulette matematiche pretendono di
dimostrare l’esistenza di un presunto problema di “trasformazione” dei valori in prezzi,
ovvero la trasformazione del lavoro concreto in valori e quindi in prezzi. Significa non aver
capito proprio un cazzo della teoria del valore marxiana.
Il fatto che i padroni e gli apologeti della proprietà privata si rifiutino di riconoscere la
connessione tra lavoro umano e valore deriva dalla loro posizione di classe, ovvero dalla
loro visione ideologica dell’economia che, anche a livello teorico, cerca di cancellare il fatto
che gli schiavi salariati producono la ricchezza da cui sono separati.
Oggi come allora, l’economia borghese è quell’insieme eterogeneo ma ideologicamente
normato di dottrine esistenti e dominanti che servono principalmente gli interessi dei
capitalisti, i proprietari dei mezzi di produzione (per dirla in modo semplice: la borghesia),
e difendono l’ordine economico capitalista.
I movimenti politici e i partiti riformisti hanno abbellito lo sfruttamento con lo slogan
secondo cui i lavoratori possono essere orgogliosi di tutto ciò che producono, sottacendo
quale sia il vero prodotto del loro lavoro in questa società: nient’altro che la ricchezza
monetaria che sono tenuti ad accrescere e dalla quale sono esclusi per tutta la vita; ricchezza
che, peraltro, si presenta loro come un dominio sul proprio lavoro.
(*) Tra i maggiori economisti classici, vanno citate figure come il famoso Adam Smith (1723-
1790), il fisiocratico (e medico personale di Madame de Pompadour) François Quesnay
(1694-1774) e David Ricardo (1772-1823). Tra i fisiocratici vanno annoverati Pierre Samuel
du Pont des Nemours (1739–1789), Jacques Turgot (1727–1781) e anche il marchese de
Mirabeau (1715–1789). Altre figure di spicco includono: William Petty (1623–1687),
considerato il fondatore della statistica economica; Pierre Le Pesant de Boisguilbert (1646–
1714), noto per la sua difesa dei socialmente svantaggiati e oppressi; John Locke (1623–1704),
la cui teoria della proprietà ha influenzato il pensiero giuridico, filosofico ed economico fino
ai giorni nostri; John Law (1671–1729), che sviluppò una teoria e una politica monetaria
originali, ma che scatenò anche la prima grande crisi bancaria della storia nel 1720; Bernard de Mandeville (1670–1733), autore di una brillante satira economica con la sua Favola delle
api e Simonde de Sismondi (1773–1842), che fornì una delle prime spiegazioni di una crisi.
Personaggi come il rev. Thomas R. Malthus (“ciò che in A. Smith è geniale diventa nel
Malthus una posizione reazionaria contro il punto di vista del Ricardo, cit. Marx, Teorie sul
plusvalore, vol. I) e John Stuart Mill (1806–1873), nonché il francese Jean Baptiste Say (1767–
1832), Marx li esclude dai pensatori dell’economia classica perché le loro concezioni
sull’origine del valore e della ricchezza sono caratterizzate da prospettive apologetiche e
“volgari”, ovvero superficiali.