giovedì 19 febbraio 2026

L’arte inappropriata

 

La lettura di questo post è sconsigliata a gente che va di fretta.


Questa mattina, mentre attraversavo la strada sulle strisce pedonali con la solita circospezione, un’auto a velocità sostenuta mi stava investendo. Chi guidava ha inchiodato all’ultimo momento e l’auto s’è arrestata a non più di un paio di metri da me. Ho gridato verso la donna alla guida: “Svegliati prima al mattino”. La persona che stava con me mi ha chiesto: “Sai chi è quella?”. Ho risposto: “Sicuramente una pazza in ritardo”. Di rimando: “Era la nostra vicina di casa”. E io: “Ma quanta bella gente abita intorno a noi!”.

Prima delle nove del mattino e poi dopo “las cinco de la tarde”, le strade diventano più pericolose del solito. Per il semplice motivo che al mattino aprono i manicomi e alla sera la gente s’affretta perché li chiudono e teme di rimanerne fuori.

Cosa nota solo ai miei biografi più intimi. All’età di cinque anni subii un incidente del quale, oltre alle cicatrici occultate dai capelli, potrei aver riportato dei postumi permanenti. Questo dettaglio non lo posso affermare con certezza, perché mi dicono che denotavo una personalità “artistica” anche prima dell’incidente, che però si è accentuata nel corso degli anni seguenti. Avevo una smodata (è un termine congruo) passione per il disegno e la pittura, tanto che combinai un grosso guaio quando degli imbianchini tinteggiavano un’abitazione contigua a quella dove abitavo.

Era di domenica, attraverso una delle finestre aperte, penetrai all’interno della casa. Trovai a disposizione del mio estro una serie di vasi, flaconi di colore e molti pennelli. Dio, che insperata e irresistibile occasione per mettere a frutto la mia arte in totale libertà di fantasia e colore. Dopo oltre un paio d’ore di sperimentazioni sempre più ardite, il risultato fu tale che Picasso sarebbe morto d’invidia. La mia opera stava per diventare immortale.

I proprietari della casa, il giorno dopo, espressero un giudizio critico molto severo sulla mia interpretazione dell’arte moderna. È un mistero perché noi artisti dell’avanguardia rimaniamo spesso incompresi molto a lungo. Una signora, che diceva di vantare delle pretese su di me, per almeno una settimana mi rinfacciò che ciò che avevo fatto in quella abitazione con colori e pennelli non era “appropriato”. Sull’inappropriatezza dell’arte, ma non solo di essa, ebbi modo di riflettere molto a lungo e fino ad oggi.

Per esempio, cosa faceva Degas, che era anche un vecchio e odioso antisemita, con le sue piccole ballerine una volta che le aveva ritratte? E che dire di Balthus, non vorremmo mica esporlo alle Scuderie del Quirinale? Conoscevamo già l’arte degenerata ed ecco il suo equivalente contemporaneo: “l’arte inappropriata”.

Non è forse ora di cancellare Paul Gauguin?, si chiedeva innocuamente il New York Times, in un articolo sulla mostra a lui dedicata alla National Gallery di Londra. In un libro sull’immaginario dell’artista, si legge: “Dalla fine degli anni ‘80, il sospetto aleggia su Gauguin. I ricercatori americani, collocando l’approccio del pittore nel quadro di una società innegabilmente imperialista e fallocratica, lo interpretano come uno sfruttamento della cultura e delle donne tahitiane e ne mettono in discussione la legittimità ...”.

Poi ci chiediamo perché alla Casa Bianca è ritornato il “coso” e i democratici americani vengono schiacciati come cow pats.

Certo, Paul Gauguin ebbe ripetuti rapporti sessuali con giovani ragazze dell’esotico luogo, sposandone due e generando dei figli (un nipote è ancora vivente). Senza dubbio l’artista approfittò della sua posizione di occidentale privilegiato. E allora, vogliamo riscrivere la storia dell’umanità con la nostra accresciuta, ma spesso ipocrita, sensibilità pubblica verso questioni di genere, razza e colonialismo?

Gauguin nacque a Parigi nel 1848 da genitori antibonapartisti. La nonna materna era la scrittrice radicale Flora Tristan, di origini peruviane, e nel 1849 la famiglia di Gauguin fuggì da Parigi per Lima a bordo della nave francese Albert, e suo padre morì di aneurisma cardiaco durante il viaggio (fu sepolto a Fuerte Bulnes, nello Stretto di Magellano). Paul trascorse i successivi sei anni in libertà con la famiglia allargata, un’”infanzia rousseauiana” sostenuta dalle comodità rese possibili dagli schiavi di proprietà del suo prozio. In seguito ricordò la sua infanzia in Perù in termini sognanti, quasi allucinatori.

Per tale motivo potremmo mai rimproverare a Gauguin di essere un estimatore della schiavitù?

Per circa un decennio, all’inizio della sua carriera, Gauguin lavorò come agente di cambio a Parigi. Sua moglie, Mette, di cui era contento, era una donna danese indipendente. Gauguin trascorreva il suo tempo libero dedicandosi all’arte, disegnando e imparando a dipingere e scolpire. Poteva permettersi di essere “ricco senza scrupoli, allegramente opulento”, come può capitare (non proprio) a chiunque.

Non certo a me, che non posso vantare come Gauguin di possedere 12 dipinti di Cézanne. L’arte era la sua amante, come vorrei fosse mia amica e avessi meno della metà del  talento di Paul. Poi venne il momento in cui si scagliò contro gli effetti debilitanti della vita domestica borghese. Ma come arrivò a tale sconfortevole decisione?

Il capitalismo e i suoi effetti, care bellezze metropolitane. Un crollo della borsa nel 1882 sconvolse tutto. Gauguin perse il lavoro e dovette, come dicono a Napoli, faticare per trovare un modo per mantenere la sua famiglia, che presto arrivò a contare cinque figli. Si trasferirono tutti in Danimarca, dove Paul vendeva qualcosa senza molta convinzione.

È in Danimarca che trovò la vita soffocante, non certo quella che aveva vissuto a Parigi. Come dargli torto quando per sei mesi è buio anche a mezzogiorno? Non poteva più permettersi il suo spensierato passatempo inframezzato da copule generatrici di pargoli. Capì che doveva andarsene. “Voglio solo dipingere”, scrisse a un amico. “Tutti mi odiano perché dipingo, ma è l’unica cosa che so fare”.

E così fiorì la leggenda di Paul Gauguin, l’artista determinato che lasciò la sua famiglia per cercare l’autenticità tra le rovine druidiche della Bretagna (con quel simpatico fuori di testa di Vincent) e, in seguito, a Hiva Oa, nelle isole tropicali della Polinesia francese.

Dopo la sua morte, l’amministratore incaricato di vendere il contenuto della casa di Gauguin non credeva che sarebbe stato possibile ripagare completamente i creditori: “Le passività supereranno di gran lunga le attività, poiché i pochi dipinti del defunto pittore, appartenente alla scuola decadente, hanno scarse prospettive di trovare acquirenti”.


Donato dal cielo

 

La vita non ha senso se non gliene dai uno. Per Umberto Eco, questo dev’essergli accaduto fin da piccolo. I nomi sono segni, puramente accidentali. Il contesto della loro formazione è andato perduto da tempo. Nessuno sa come avrebbe potuto altrimenti chiamarsi Eco; suo nonno era un trovatello. Lo chiamavano “Eco”, acronimo di ex caelis oblatus. Molto meno noto è che Eco fu anche, per poco, un insegnante di disegno. Ancora una volta il “segno”.

Il primo suo romanzo che ho letto è stato Il pendolo di Foucault (1988), che narrativamente è floscio; la tecnica di montaggio è troppo ovvia, vorrei dire puerile. Speravo in meglio ne Il cimitero di Praga (2010), ma Eco rivisita il tema de “Il pendolo”, la cospirazione non è più creata dall’interpretazione, ma dall’azione. Troppo scontato e banale il Simonini che, spaventato per ciò che lui stesso vuole fare, diventa l’autore de I protocolli dei Savi di Sion (testo smascherato nel 1921 come un plagio del Dialogo agli Inferi tra Machiavelli e Montesquieu di Joly, il quale a sua volta si era ispirato a un romanzo di Eugène Sue).

Il suo primo romanzo, che gli dette fama internazionale e che lessi più tardi, fu anche il suo migliore. Il nome della rosa (1980) si distingue dalle sue opere successive soprattutto per la sua trama fitta, il montaggio e la struttura materiale. Una narrazione storica è presentata all’interno di una cornice saggistica, ed entrambe le narrazioni sono tenute insieme da una terza, una trama criminale.

Il suo eroe è Guglielmo di Baskerville, un’allusione sia a Guglielmo di Ockham che a Sherlock Holmes. Al compagno di Guglielmo è dato il nome di Adson, da cui non è difficile discernere il collegamento con Watson. È la storia di omicidi in un monastero incentrata sul misterioso secondo volume della Poetica di Aristotele. Quindi l’incendio della biblioteca, preannunciato da un proclama che ricorda l’Apocalisse, la “deflorazione” del novizio benedettino (che nell’omonimo film è una delle scene più belle e delicate), gli eretici, la ristrettezza mentale dei monaci, in breve la storia in “giallo” di un monastero medievale condita con gli ingredienti caratteristici per dei lettori di bocca buona.

Quanto alla sua semiotica, confesso che circa mezzo secolo fa ci provai su un suo testo universitario, ma sicuramente per un mio limite ne abbandonai la lettura e ... il resto. Certo, con i chiari di luna di oggi, la figura di Eco si proietta come quella di un gigante.

mercoledì 18 febbraio 2026

A ovest del Reno e a est dell’Oder

 

Tutto ciò che riguarda i rapporti tra l’Europa occidentale e la Russia prende avvio dal presupposto che la Russia rappresenti oggi una minaccia ed entro pochi anni voglia attaccarci militarmente. Pertanto è necessario che l’Europa occidentale si riarmi come non mai dopo il 1945. Ciò sarebbe tanto più necessario in quanto Washington sta ricalibrando il proprio focus strategico e teme che le sue forze possano essere sovraccaricate nello scacchiere europeo.

Inoltre, è indispensabile che l’Europa occidentale (si tratta delle tre principali potenze, che tutti gli altri contano quanto l’Italia di Tajani) si doti in proprio di una deterrenza nucleare credibile, poiché gli Stati Uniti potrebbero non essere disposti ad assumersi la responsabilità di una deterrenza nucleare estesa.

Ma di quale Europa stiamo parlando? Uno spettro aleggia di nuovo sull’Europa, quello del militarismo tedesco, del predominio germanico. È appena stato pubblicato un articolo su Foreign Affairs, la principale rivista di politica estera statunitense, in cui Liana Fix avverte che la Germania è sul punto di diventare “Il prossimo egemone dell’Europa. I pericoli del potere tedesco”. Il quotidiano francese conservatore Le Figaro ha scritto: “Dovremmo preoccuparci del riarmo della Germania?”. La risposta è stata secca: “Oui”.

La Germania che sta emergendo è esattamente la stessa Germania di un tempo e che l’Europa ha ben conosciuto. Secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung di lunedì, la situazione sta cambiando a un “ritmo vertiginoso”. L’Handelsblatt è entusiasta del boom degli armamenti: nulla in Europa sta attualmente crescendo più velocemente dell’industria bellica tedesca.

Il cancelliere Merz è stato chiaro alla Conferenza di Monaco: la Russia deve essere “esaurita economicamente e militarmente”. Tale obiettivo sottintende che le principali potenze della UE vogliono mantenere la guerra in Ucraina fintanto che esse siano pronte ad affrontare direttamente la Russia, senza temere che questa possa esercitare, come oggi, la propria coercizione nucleare.

Infatti, Vladimir Putin ha annunciato nel settembre 2024 la dottrina per l’uso di armi nucleari, includendo il loro utilizzo in risposta a un attacco alla Russia o alla Bielorussia da parte di uno Stato non nucleare sostenuto da una potenza nucleare. In tale scenario, sia lo Stato che lancia l’attacco sia i suoi sostenitori potrebbero trovarsi ad affrontare una potenziale risposta nucleare russa (*).

Le armi nucleari svolgono un ruolo chiave nella strategia russa: sono simboli dello status di grande potenza, strumenti per scoraggiare attacchi su larga scala, strumenti per influenzare le dinamiche di escalation sia prima che durante un conflitto. In Ucraina, ad esempio, Mosca minaccia un’escalation nucleare per impedire che Kiev venga dotata di armi efficaci per un attacco in profondità sul territorio russo.

Se l’Europa desidera evitare un divario di deterrenza, deve garantire che la Russia non possa concludere che l’Europa sarebbe lasciata strategicamente esposta in una crisi, sia perché Washington è distratta, divisa, sovraccarica o non disposta ad agire, sia perché gli stessi Stati europei sono incapaci di agire.

Pertanto, dato per buono il presupposto iniziale della minaccia russa, una preparazione nucleare estesa oggi farebbe la differenza tra una deterrenza credibile e una insostenibile capitolazione. In altre parole: gli europei devono agire ora per prevenire un fallimento strategico in futuro.

Come si può notare da quanto precede, le principali potenze europee, Germania, Francia e Regno Unito, partono da un presupposto ideologico che non trova riscontro oggettivo con la realtà: la Russia, anche volesse, non ha punti di forza decisivi per minacciare seriamente l’Europa occidentale e tanto meno possiede la capacità bellica per attaccarci.

È vero che la Russia, per dottrina e nei fatti noti dell’Ucraina, sta esercitando una coercizione nucleare verso l’Europa occidentale, ma è altrettanto vero che la Nato con la sua minaccia si è spinta fino ai confini con la Russia, in Paesi russofobi come le repubbliche baltiche. La stessa Ucraina sarebbe ben presto diventata la punta di lancia della Nato se la Russia, dopo tanti vani avvertimenti, non fosse intervenuta militarmente.

Lo scopo, anzitutto della Germania, che programma le sue forze armate a diventare le più forti del continente, è sì quello di dotarsi di un apparato bellico all’altezza delle sfide geopolitiche del nuovo millennio, ma l’obiettivo più immediato sarà, come dichiarato apertis verbis da Merz, quello di sottomettere con ogni mezzo la Russia e ipso facto di disporre delle sue risorse, togliendo peraltro un alleato di peso alla Cina.

Nei rapporti con la Russia, che erano stati ottimi per lungo tempo, si è verificato un cambio radicale di strategia, dapprima imposto da Washington (vedi vicenda Nord Stream2), che ha sempre visto come fumo negli occhi la cooperazione tra la UE e la Russia, e ora è gestito direttamente da Berlino sulla base del mai dismesso anelito di conquistare il proprio spazio vitale.

Questi strateghi geopolitici si sono fatti l’idea che sia possibile, se necessario, condurre un prossimo conflitto tra potenze nucleari solo con l’impiego delle armi convenzionali, posto che la deterrenza nucleare riguarderebbe tutte le parti in causa, Europa compresa. Ma la deterrenza nucleare potrà funzionare ancora in un conflitto che prevede il totale e perpetuo annientamento dell’avversario?

(*) Questo cambiamento dottrinale è stato accompagnato da misure operative volte a rafforzare il messaggio strategico della Russia. Nel novembre 2024, Mosca ha lanciato per la prima volta un missile balistico a medio raggio, l’Oreshnik, contro l’Ucraina. Nel dicembre 2025, la Russia ha affermato di aver schierato missili Oreshnik in Bielorussia. Un secondo lancio è avvenuto nel gennaio 2026, con un missile che ha colpito Leopoli. Sebbene l’attacco iniziale abbia causato danni fisici limitati, l’impiego di un sistema a duplice uso con una gittata segnalata fino a 5.500 km è stato ampiamente interpretato come un segnale agli alleati occidentali dell’Ucraina.


martedì 17 febbraio 2026

Ragionare non è più di moda

 

Non mi riferisco solo alle comiche zuffe sul referendum qui da noi, ma a cose di ben più grave rilievo e alle quali quasi nessuno (qui in Italia) presta attenzione, almeno fino al giorno in cui la realtà (un’Europa in mimetica e ancor più tedesca, per esempio) non suonerà al campanello di casa nostra. E allora gli “esperti” a gettone spunteranno come funghi tossici, a spiegarci che ci vuole più geopolitica, e ciò vuol dire intensificare le tattiche di questa politica.

A Monaco, il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, ha deriso l’esercito russo, definendo la sua avanzata in Ucraina “appena più veloce di una lumaca da giardino”. Poi ha rincarato: “Questo cosiddetto orso russo non esiste”. Molto bene, possiamo stare tranquilli, l’era transatlantica è tutt'altro che finita, e che cosa questo significhi per il mondo è facile da intuire.

A dicembre, lo stesso Rutte aveva affermato: “Siamo il prossimo obiettivo della Russia”. Due generali con più stelle di un resort pugliese, l’ispettore generale delle forze armate tedesche e il capo di stato maggiore britannico, avevano appena detto che la Russia, malvagia come la conosciamo, sta preparando le sue forze armate a una possibile escalation del conflitto al suo confine occidentale. Questo è estremamente pericoloso, dicevano, e aumenta il rischio di guerra. Cosa fare? Riarmarsi, aumentare la prontezza militare e continuare a mandare truppe nell’Europa orientale, in Lituania, Lettonia, Estonia, proprio dove passa il confine occidentale della Russia.

E se fosse proprio questa la causa, l’invio di truppe e aerei ai confini con la Russia a provocare il consolidamento russo ai propri confini? Dicevo che ragionare è passato di moda, la propaganda prende tutto quello che può. Anche se si tratta solo dell’affermazione che l’oppositore russo Alexei Navalny sia stato assassinato con una secrezione di una rana velenosa sudamericana.

La cosa è curiosa: nessuno sa come i campioni di tessuto del suo corpo siano arrivati in Occidente. Nessuno può sapere se siano stati manipolati, ammesso che siano autentici. Le prove serie avrebbero un aspetto diverso. Ma non importa: la teoria della rana, lanciata giusto in tempo per la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, contribuisce a legittimare la corsa agli armamenti. Come detto, a nessuno è permesso iniziare a usare il cervello.

lunedì 16 febbraio 2026

È mancato solo il Sieg Heil

 

Alla conferenza di Monaco, Ursula von der Leyen, non sapendo cosa dire di originale, s’è buttata sul comico, celebrando il “risveglio europeo”. Ha dichiarato che l’economia russa è “sostanzialmente indebolita”. Quella europea invece scoppia di salute. Attenzione alle schegge.

Il presidente francese Macron ha scoperto l’acqua calda, sostenendo la necessità di fare dell’Europa una “potenza geopolitica” (vaste programme) e ha promesso ulteriori colloqui sulla deterrenza nucleare. Già vedo i mangiarane condividere le chiavi della Force de frappe con i mangiacrauti.

Secondo Le Monde, la Germania ritiene che gli sforzi della Francia per aumentare la spesa per la difesa siano “insufficienti” e la invita a “fare risparmi”, in particolare nei programmi sociali. Testuale.

Il premier britannico, Keir Starmer, ha chiesto di prepararsi a “combattere” la Russia con qualsiasi mezzo. Forse non ha chiaro che la Russia con un solo ordigno nucleare può cancellare l’Inghilterra dal mappamondo. Starmer ha anche annunciato che il Regno Unito avrebbe schierato il suo gruppo d’attacco di portaerei nell’Atlantico settentrionale e nell’Artico e avrebbe rafforzato la cooperazione nucleare con la Francia.

I 27 Stati membri dell’UE hanno speso circa 320 miliardi di euro per la difesa lo scorso anno, rispetto ai 200 miliardi di euro prima del 2022. E in vista vi sono ulteriori aumenti: solo prima di Natale, il Bundestag ha approvato ordini per carri armati, aerei, navi e altri equipaggiamenti per un valore di oltre 70 miliardi di euro. Non sono pazzi, sono tedeschi.

Nel suo discorso di sabato a Monaco, il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha espresso soddisfazione per gli sforzi dei membri dell’UE e della NATO: “Vogliamo che l’Europa sia forte. Crediamo che l'Europa debba sopravvivere”. Grazie amico, queste sono parole che vengono dal cuore.

Ha aggiunto che “le migrazioni di massa” stanno “destabilizzando” i paesi occidentali, ha criticato il “culto del clima” e ha messo in guardia dalla “deindustrializzazione”. Guardasse in casa sua, che qualche problema ce l’hanno.

Per 500 anni, l’Occidente si è espanso fino al 1945, poi si è “ritirato”. La conseguenza: “I grandi imperi occidentali sono entrati in un declino fatale, accelerato da rivoluzioni comuniste senza Dio e rivolte anticoloniali che hanno trasformato il mondo e coperto ampie zone della mappa con la falce e il martello rossi”. Nel Main Kampf, fatta eccezione per il riferimento a Dio, Rubio deve aver letto qualcosa del genere.

Quindi: gli Stati Uniti non vogliono essere “amministratori educati e ordinati di un declino occidentale”. Pertanto, non vogliono nemmeno che “i nostri alleati siano deboli, perché questo ci renderebbe più deboli”. L’offerta di diventare partner minoritari di una superpotenza è stata accolta con una standing ovation a Monaco.

Sempre secondo Le Monde: “tre leader tedeschi – Boris Pistorius, Ministro della Difesa; Johann Wadephul, Ministro degli Esteri; e Markus Söder, Ministro-Presidente della Baviera – seduti in prima fila, hanno salutato con la standing ovation alzandosi. Il riflesso è stato lo stesso dietro di loro: la maggior parte del pubblico, composto da una quarantina di funzionari e rappresentanti eletti americani mescolati all’establishment diplomatico e della difesa europeo tradizionalmente atlantista, si è alzata in piedi”. È mancato solo il Sieg Heil, ma tempo al tempo.

Per doverosa informazione: il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha sostenuto il rafforzamento delle Nazioni Unite, della cooperazione e del multilateralismo. Con quanta sincerità non sappiamo, ma se non altro non s’è unito al coro plutocratico di tendenze autoritarie. Perché, nella distrazione generale, è di questo che si tratta.