domenica 4 ottobre 2026

La banca con la svastica

 

Nel 1929, il mercato rialzista americano era in piena espansione, le quotazioni azionarie continuavano a salire: il valore delle azioni della Radio Corporation of America (RCA) crebbe di quasi il 50 per cento in un solo mese. In agosto, una società di intermediazione annunciò un nuovo servizio per i viaggiatori diretti in Europa sui transatlantici: la possibilità di negoziare titoli a bordo durante la traversata, che durava una settimana.

Un giorno d’estate di quell’anno, nell’ufficio del direttore di The Economist squilla il telefono. Walter Layton alzò la cornetta. Lo stava chiamando Montagu Collet Norman, governatore della Banca d’Inghilterra. Secondo il Wall Street Journal, Norman veniva definito “il dittatore monetario d’Europa”.

Durante il suo mandato come governatore, dal 1920 al 1944, Norman fu uno degli uomini più influenti al mondo, un pilastro apparentemente incrollabile del sistema finanziario globale. Quando fu riconfermato governatore nel 1932, il New York Times scrisse che egli presiedeva “l’impero invisibile della ricchezza” britannico. “I regimi aurei possono andare e venire”, osservava l’articolo, “ma Montagu Norman resta”.

Le sue dichiarazioni enigmatiche venivano analizzate a fondo alla ricerca di un significato. Il suo potere era tale che una sua dichiarazione poteva far muovere i mercati. A una cena tra banchieri a Londra dichiarò con tono cupo che il disordine economico mondiale sfuggiva al controllo di qualsiasi uomo, governo o paese. Il giorno dopo, le azioni, le obbligazioni e il dollaro subirono un rapido e brusco calo a New York.

Norman chiese con fervore a Layton di recarsi nel suo ufficio alla Banca il prima possibile per discutere di una questione della massima importanza. Il direttore di The Economist non si stupì dell’agitazione di Norman. Il governatore era l’erede di un’antica dinastia bancaria, ma lui era un banchiere molto atipico: si presentava a cena senza calzini e andava al lavoro in metropolitana, cosa molto insolita per quei tempi.

Il banchiere più potente del mondo detestava la pubblicità, l’essere riconosciuto o la vita sociale, ed era soggetto a svenimenti. Conduceva una vita molto austera, detestava i cocktail party e scoraggiava qualsiasi segno di ostentazione. Sebbene viaggiasse sotto falso nome per attraversare l’Atlantico, al momento dello sbarco a New York ad attenderlo c’erano comunque schiere di giornalisti e fotografi.

Il suo stato psicologico era un segreto di Pulcinella tra gli addetti ai lavori della finanza. Norman era una figura imprevedibile, un maniaco-depressivo, noto negli ambienti finanziari per i suoi sbalzi d’umore. Timido e ipersensibile, Norman era introverso fino al punto di rasentare la nevrosi. Anni prima, Norman si era rivolto a Carl Jung per discutere un possibile trattamento, ma senza successo. Jung aveva lasciato intendere che Norman fosse intrattabile, il che non aveva certo migliorato la situazione.

Rispondendo alla convocazione di Norman, Layton si recò rapidamente alla sede centrale della banca in Threadneedle Street, il noto quartiere finanziario di Londra, cuore pulsante della City. Circondata da un alto muro, la sede della banca era progettata per impressionare, per incutere timore. Oltre l’imponente portone in bronzo si celava un complesso di uffici e sale operative brulicanti di funzionari e subalterni che facevano la spola lungo i corridoi. Persino la terminologia era di stampo regale: la banca non era governata da un consiglio di amministrazione, bensì da una “Corte”.

Norman sedeva a un tavolo di mogano al centro della stanza rivestita di pannelli in legno. Voleva discutere di una nuova banca, da chiamare Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI). La BRI stava nascendo in relazione al Piano Young, l’ultimo e, si sperava, definitivo programma per l’attuazione dei pagamenti delle riparazioni di guerra tedesche.

Nell’aprile del 1921, la Commissione per le riparazioni annunciò che la Germania avrebbe pagato un totale di 132 miliardi di marchi-oro (31,5 miliardi di dollari), con rate annuali da 2 miliardi. La Germania era ancora sotto shock per la sconfitta: l’iperinflazione dilagava mentre il governo stampava denaro per mantenere in moto l’economia. La società stava collassando e nelle strade si scontravano le opposte fazioni politiche. Venivano presi ostaggi, occupate fabbriche e i prigionieri schierati contro i muri e fucilati.

Dove avrebbe trovato la Germania il denaro per pagare? Con quali meccanismi avrebbe effettuato i pagamenti? Chi avrebbe supervisionato e regolamentato tali versamenti? Queste complesse discussioni determinarono il ruolo, la struttura e lo status giuridico privilegiato della BRI.

L’Europa poteva e doveva essere ricostruita, ma il suo futuro dipendeva dal commercio e dalla cooperazione finanziaria. L’obiettivo non era ridurre la Germania in miseria, bensì aiutarla a risanare l’economia e a riprendere gli scambi commerciali il prima possibile.

Per porre freno al caos inflazionistico, nel 1923 si decise di introdurre un nuovo tipo di marco al posto di quello ormai in rovina e alle numerose valute private emesse da varie imprese industriali. Si sarebbe chiamato rentenmark, marco in affitto, e sarebbe stato teoricamente appoggiato dal valore di tutti i terreni tedeschi, che poco per volta sarebbero stati ipotecati in base alla restante fornitura d’oro della Germania. L’idea era nata dal ministro delle Finanze Rudolf Hilferding, che noi oggi ricordiamo per essere l’autore de Il capitale finanziario, pubblicato nel 1910. (*)

Era una soluzione assai aleatoria poiché nessuno poteva calcolare il vero valore di tutti i possedimenti pubblici della Germania, ma costituiva comunque un primo passo verso la stabilizzazione della moneta. In pratica dietro al rentenmark non c’era nulla, ancor meno degli “assegnati” durante la rivoluzione francese, basati sui beni ecclesiastici confiscati. Da poche centinaia di milioni previsti, gli assegnati francesi furono emessi per decine di miliardi, fino a diventare carta per accendere il fuoco.

Il 13 novembre, quattro giorni dopo il mancato colpo di Stato di Hitler-Ludendorff, Hjalmar Horace Greeley Schacht fu convocato dal ministro della Finanze per assumere l’incarico di sovrintendente alla valuta nazionale. Schacht sapeva che l’unica soluzione definitiva sarebbe stata quella di garantire al marco un valore in oro, ma si rendeva anche conto dell’urgente bisogno di una soluzione temporanea come il rentenmark. Schacht chiese e ottenne dei poteri illimitati.

Il 15 novembre 1923, le macchine da stampa si fermarono nella stampa del vecchio marco e incominciarono quella dei nuovi rentenmark, che sarebbero stati emessi dalla nuova Rentenbanck. L’emissione era previsto fosse rigorosamente limitata, l’obiettivo, affermò Schacht, era quello di “rendere la valuta tedesca scarsa e preziosa”. Fu stabilito un cambio a un tasso fisso rispetto al dollaro (valeva 4,2 Rentenmark, un ritorno al tasso di cambio precedente la Prima Guerra Mondiale), contro la vecchia moneta svalutata. Tutti i crediti sarebbero stati interrotti per porre fine alla speculazione. Un rentenmark sarebbe stato cambiato con mille miliardi di vecchi marchi. Finalmente si potevano acquistare merci che costavano due o tre marchi. Schacht stava per dimostrare che spesso il credito è psicologico e non necessariamente razionale. Oggi quasi tutta l’economia finanziaria è basata su tale tipo di credito.

La necessità di assicurare un solido appoggio al rentenmarck valutandolo col sistema aureo, impose a Schacht, sovraintendente alla valuta ma anche nuovo presidente della Reichbank, di chiedere un incontro col governatore della Banca d’Inghilterra, ossia con Montagu Norman. Con grande sorpresa di Schacht, alle otto di sera della vigilia di Capodanno, ad accoglierlo alla banchina del porto inglese c’era Norman in persona, il quale era impaziente di dare inizio a una stretta relazione d’affari con Schacht, che poi si trasformò anche in amicizia personale, tanto che Norman fece da padrino di battesimo a uno dei nipoti di Schacht.

Durante la Conferenza dell’Aia e i negoziati sul Piano Young del 1929 (volti a ristrutturare i pesanti debiti di riparazione imposti alla Germania dopo la sua sconfitta), Schacht presentò una proposta formale insieme ad altri banchieri per istituire un organismo di regolamento finanziario. Insieme al Governatore della Banca d’Inghilterra, Montagu Norman, concepì la BRI con un duplice scopo: gestire i flussi finanziari delle riparazioni di guerra tedesche e fornire una rete di salvataggio (prestatore di ultima istanza) alla stessa banca centrale tedesca nel caso in cui il marco si fosse indebolito, garantendo al contempo un forum permanente per la cooperazione tra banche centrali.

Norman nutriva vaste ambizioni: la BRI sarebbe stata la prima istituzione finanziaria internazionale al mondo e avrebbe costituito un punto di incontro per i banchieri centrali. Lontani dalle pressioni dei politici e dagli sguardi indiscreti dei giornalisti ficcanaso, i banchieri avrebbero potuto portare ordine e coordinamento nel sistema finanziario globale.

Affinché la BRI potesse avere successo e potesse esprimere appieno il proprio potenziale, spiegò Norman, aveva bisogno dell’aiuto di Layton. Di lì a poco, una sottocommissione si sarebbe riunita a Baden-Baden, in Germania, per redigere lo statuto della banca. Il direttore dell’Economist, disse Norman, era proprio la persona adatta per stendere l’atto costitutivo della BRI, un documento che doveva, innanzitutto, garantire l’indipendenza della banca dalla politica.

Layton, allora quarantacinquenne, aveva un curriculum di tutto rispetto. Aveva studiato alla King’s College School, alla Westminster City School, all’University College di Londra e al Trinity College di Cambridge, del quale nel 1908, a soli 24 anni, divenne docente di economia. Economista di spicco, Layton lavorò per il ministero delle Munizioni durante la Prima Guerra Mondiale, poi presso la nascente Organizzazione Economica e Finanziaria della Società delle Nazioni. Nel 1928, fu membro del comitato del Partito Liberale che elaborò il documento Britain’s Industrial Future, altrimenti noto come Libro Giallo Liberale.

Insomma, Montagu Norman stava affidando l’incarico a una persona molto competente. Si pensi che Layton durante la IIGM fu a capo dello Stato Maggiore Congiunto per la Produzione Bellica dal 1942 al 1943, e sarà vicepresidente dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa dal 1949 al 1957.

Nell’ottobre 1929, il consiglio d’amministrazione della nuova Banca dei Regolamenti, la nuova Banca di Schacht e Norman, si riunì per la prima volta nella vecchia stazione termale tedesca di Baden-Baden. Il 29 ottobre, pochi giorni dopo l’inizio delle riunioni, la borsa di New York crollò.

Come governatore della banca centrale di una delle nazioni fondatrici, Schacht ottenne automaticamente un seggio nel Consiglio di Amministrazione della BRI. Sfruttò l’istituto di Basilea come canale finanziario privilegiato per mantenere i contatti con l’alta finanza internazionale, legame che continuò anche dopo l’ascesa del regime nazista, quando fu riconfermato alla guida della Reichsbank (1933–1939) e nominato Ministro dell’Economia di Hitler, incarico che mantenne fino al 1939, quando tra i due avvenne la definitiva rottura sul finanziamento del riarmo tedesco.

Tuttavia, non va dimenticato che Schacht, il 19 novembre 1932, promosse la “Petizione degli industriali” (Industrielleneingabe), con la quale il Presidente del Reich, Hindenburg, veniva invitato ad affidare al Partito Nazista e al suo leader il compito di formare un governo. La petizione dimostrò il forte appoggio di una parte del capitalismo tedesco al movimento nazista, aprendo la strada alla nomina definitiva di Hitler avvenuta il 30 gennaio 1933 (**).

Sulla scia della gestione Schacht, il consiglio di amministrazione della BRI continuò a ospitare alti funzionari del Terzo Reich (come Walter Funk ed Emil Puhl), portando l’istituto a subire dure accuse nel dopoguerra per aver agevolato le transazioni finanziarie e d’oro della Germania nazista. Infatti, la BRI svolgerà un ruolo di fondamentale complicità, agendo come la principale camera di compensazione e “lavanderia” finanziaria del Terzo Reich durante la Seconda Guerra Mondiale.

In un post che farà seguito (ma non subito), darò conto della fittissima rete di complicità, alleanze e, si direbbe oggi, joint-ventures, che si andò formando progressivamente negli anni 1930 tra parte del grande capitale finanziario e industriale statunitense e quello tedesco, strettamente collegato con i nazisti. Il gotha economico e finanziario dell’epoca, che vide tra i suoi protagonisti, paradossalmente, anche influenti esponenti dell’ebraismo perfino a conflitto mondiale in corso.

(*) Geminello Alvi, nel 1993, ha pubblicato un libro, Dell’estremo Occidente. Il Secolo Americano in Europa, che alterna fatti verificabili e descrizioni sconclusionate e assolutamente inattendibili, peraltro scritto in uno stile “flamboyant”, con ridondanti e irritanti solecismi. Alle pp. 238-39 si legge la seguente sciocchezza (delle sue è tutt’altro la più madornale): «Nel 1910 Rudolf Hilferding puntale aveva tradotto in un raro frasario marxista [sic!] col titolo Das Finanzkapital, un libro scritto anni prima da Otto Jeidels, efficiente banchiere a Berlino della Handles-Gesellschaft.»

In realtà Jeidels è l’autore di Das Verhältnis der deutschen Großbanken zur Industrie mit besonderer Berücksichtigung der Eisenindustrie (Il rapporto tra le grandi banche tedesche e l’industria con particolare riferimento all’industria siderurgica, Lipsia, 1905. Hilferding, nel suo libro, Il capitale finanziario, cita Jeides sei volte a piè di pagina. Anche Lenin cita Jeides nel suo quaderno “β”, brogliaccio che servirà alla stesura de L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (dove, a riguardo di statistiche, citerà Jeides nei capp. 1, 2 e 6).

Alvi si occupa di Hilferding anche a p. 484, in una nota. Scrive che Il capitale finanziario fu pubblicato un anno prima della crisi di Agadir (1911) e sostiene che Hilferding della crisi di Agadir “non comprese l’essenziale”. Transeat. Facciamoci spiegare l’essenziale da Alvi: «L’invio di panzer ad Agadir non provocò all’inizio che un controllato nervosismo, non comparabile al panico che nel maggio del 1911 aveva attraversato la borsa di Berlino». La nave cannoniera Panther, inviata da Berlino nel porto marocchino di Agadir, per Alvi diventa l’invio di panzer (tra l’altro nel 1911!). Ripeto: sono quisquilie a fronte di altre pretenziosità che a raccontarle ci vorrebbero pagine e pagine di puro esilarante divertimento.

(**) Nel 1931, nelle grandi società per azioni, l’11% dei membri del consiglio di amministrazione e quasi un quarto di tutti i membri del consiglio di sorveglianza erano ebrei. Entro un anno e mezzo dall’ascesa al potere dei nazisti, gli ebrei avevano perso metà delle loro posizioni. Nel 1938, il loro numero si era ridotto all’8% (consiglio di amministrazione) e al 17% (consiglio di sorveglianza) rispetto ai livelli del 1933. Nelle più grandi banche per azioni, dove nel 1927 un quarto dei dirigenti era ebreo, a metà del 1934 il loro numero era sceso al 6,5%, nel 1938 all’1% (Martin Münzel, Die jüdischen Mitglieder der deutschen Wirtschaftselite 1927–1955: Verdrängung – Emigration – Rückkehr, Zürich, Ferdinand Schöningh, 2006, tavola 34a, 441). Otto Jeidels, citato qui nel post nella nota precedente, nonostante fosse ebreo, rimase nei consigli di amministrazione di 17 società per azioni tedesche fino all’inizio del 1938, quando le aziende di tutta la Germania furono minacciate di nazionalizzazione se non fossero riuscite a ottenere la certificazione ariana, liberandosi quantomeno dei dirigenti non ariani rimasti.

sabato 3 ottobre 2026

Esattamente

 

Perché scrivo molto sul passato? Per il semplice motivo che il presente è quasi sempre incommentabile. Un esempio? Ci avviamo a cinque anni di guerra tra la Russia e l’Ucraina. Che hanno fatto finora i Paesi della UE? Hanno atteso che la Russia gettasse la spugna. Ma si può essere più stupidi e criminali di così?

E intanto migliaia di giovani muoiono ogni mese sui campi di battaglia dove si combatte una guerra subdola e feroce. Anche decine di civili muoiono ogni mese a causa dei bombardamenti, e a milioni soffrono per una guerra che non ha alcun senso per le persone normali. Ha invece senso per i criminali che l’hanno cercata e la stanno alimentando.

Le bollette del gas e il prezzo dei carburanti sono alle stelle. Per chi ha un buon reddito, la cosa non tange. Dunque, per tutta quella gentaglia che manda soldi e armi a vagonate alla cricca criminale di Kiev la questione dell’inflazione non si pone. Nemmeno li sfiora il fatto di essere mandanti o quantomeno complici di un crimine.

Sulle stragi di Gaza, invece, si sono girati dall’altra parte. Anzi, i loro sostenitori adornano le loro trombe sui social di bandierine sioniste, favorevoli all’invio di armi ai nazisti ucraini e ai nazisti israeliani. Questi farabutti (come altro chiamarli?), non hanno speso una parola, una sola parola, di condanna per i crimini dei sionisti (va detto che anche la maggioranza della popolazione ebraica è favorevole al genocidio palestinese).

I criminali che stanno a capo della UE e degli Stati che ne fanno parte, s’adontano se li paragoni ai nazisti. Addirittura promulgano leggi che vietano di paragonare loro e i sionisti a dei nazisti. Non si rendono conto che ciò costituisce la prova che essi sono esattamente come i nazisti. Con una differenza: i nazisti non lo nascondevano. Se non altro erano coerenti.

*
Se i ragazzi francesi s’incazzano, si mostra stupore e anatema. Ho visto dei filmati. Purtroppo questi ragazzi vanno allo sbaraglio, non sono istruiti sull’arte della guerriglia urbana. Lo si comprende dal fatto che si radunano in massa nei grandi viali, diventando in tal modo vulnerabili alle cariche degli sgherri. Del resto, non si può chiedere a dei ragazzi dei licei di agire in vece degli adulti.

Si dovrebbe invece agire a piccoli gruppi (non più di 6-7 ogni gruppo), improvvisamente e contemporaneamente su decine di obiettivi predeterminati e con determinazione annientarli. Azioni combinate della durata di pochi minuti, ma solo dopo aver disseminato le vie di accesso di piedi di corvo (triboli). Quindi lasciare il campo individualmente. Ma questa è accademia. Oggi ci sono anche i droni, ma non posso istruire di più di così ...

Francesco


Francesco d’Assisi moriva il 3 ottobre 1226. Il fondatore dell’ordine francescano proveniva dalla borghesia mercantile. Suo padre, Pietro di Bernardone, importava tessuti pregiati dalla Francia e sua madre era francese, il bambino, che secondo la leggenda fu battezzato Giovanni Battista, ricevette il soprannome di Francesco, il piccolo francese. Il suo ingresso nella vita religiosa coincise con il suo veemente rifiuto di tutto ciò che la borghesia mercantile stimava: l’accumulo di ricchezze, i beni materiali, il potere.

In Umbria, nella seconda metà del XII secolo, nei decenni precedenti la nascita di Francesco (1181 o 1182), si era formata una classe borghese composta da artigiani, funzionari e mercanti. Sotto la pressione dell’economia monetaria, i signori feudali persero gradualmente il loro potere. Sebbene la Chiesa esercitasse ancora il maggior potere economico, l’ascesa della borghesia divenne inarrestabile. Diverse città italiane si erano già liberate dal giogo dell’imperatore e del papa: stavano nascendo i comuni, governati dai ricchi.

Ad Assisi, questo sviluppo si manifestò in modo più drammatico che altrove. Poco dopo la morte dell’imperatore Enrico VI nel 1197, gli abitanti della città si ribellarono contro la guarnigione locale del Sacro Romano Impero, comandata dal duca di Spoleto, Corrado di Urslingen. I ribelli appartenevano alla nascente classe del “popolo”, i cittadini della città, uomini come il padre di Francesco. Riuscirono a scacciare i nobili nella vicina città di Perugia.

Perugia entrò in guerra contro Assisi, una guerra in cui anche Francesco partecipò. Nel 1202 prese parte alla battaglia di Collestrada – a cavallo, cosa che, vista la sua passione per i romanzi cavallereschi, potrebbe anche aver gradito – e in seguito dovette sopportare la prigionia, dalla quale fu liberato dopo un anno grazie a un riscatto pagato dal padre. La vittoriosa nobiltà tornò ad Assisi. Chi avrebbe infine detenuto il potere – l’imperatore, il papa o i cittadini – era tutt’altro che chiaro all’epoca. Quel che era certo, tuttavia, fu che il vecchio, rigido e per alcuni persino tranquillo stile di vita era definitivamente finito. Nuovi sistemi economici e nuove relazioni commerciali rivoluzionarono l’ordine costituito.

Uscì dalla sua lurida cella malato; la grave patologia cardiaca che alla fine lo avrebbe portato alla morte a metà dei quarant'anni cominciava già a manifestarsi. Questa esperienza deve aver avuto un impatto devastante sul giovane sensibile, un playboy della jeunesse dorée che si godeva la vita al massimo. Come spesso accade, il forte stress psico-fisico produsse la sua crisi esistenziale, quindi la conversione alla “povertà”.

Pare che la crisi raggiunse il suo culmine iniziale nel 1206, quando Francesco udì il cadavere raffigurato in un crocifisso dire: “Va’ e ricostruisci la mia Chiesa!”. Che un uomo predicasse la povertà radicale in mezzo a questo turbolento sviluppo iniziale del capitalismo era qualcosa di inaudito in ogni senso della parola. Il suo tentativo di sconvolgere il corso della storia era destinato a fallire. La contro-storia di Francesco, che si estende per pochi decenni, può essere descritta solo come spettacolare.

In effetti l’atto della rottura tra Francesco e la sua ricca famiglia fu di per sé spettacolare. Giotto (presumibilmente) raffigurò la “rinuncia ai beni” in uno degli affreschi della basilica ad Assisi. Dopo che il padre lo aveva prima posto agli arresti domiciliari e poi portato in tribunale, il figlio rinunciò pubblicamente non solo a tutti i suoi averi, ma anche ai suoi vestiti, e infine rimase nudo davanti alla folla attonita finché il vescovo Guido II non lo coprì.

Il suo apprendistato nella casa commerciale del padre gli aveva fornito la migliore preparazione possibile. Sebbene il giovane si presentasse come un sempliciotto santo, “simplex et idiota”, aveva ricevuto un’educazione completa; ciò è dimostrato dallo stile raffinato dei suoi scritti in latino. Aveva inoltre affinato i suoi modi affabili, le sue doti diplomatiche e le sue capacità di leadership nella casa commerciale del padre.

Francesco iniziò a restaurare chiese fatiscenti e condusse una vita umile, a volte mendicando, a volte prendendosi cura dei lebbrosi. Ma tutto ciò non gli bastava ancora; aspirava a una grande entrata in scena. Giunse così il momento che decise la sua vita e quella di molti altri: il suo pubblico rifiuto dello stile di vita borghese e la creazione di un progetto per coloro che sceglievano volontariamente la povertà.

I primi adepti accorsi da lui, Bernardo di Quintavalle e Pietro Catani, erano entrambi anziani scapoli, alti funzionari di famiglie nobili. Francesco chiese loro, come a tutti coloro che desideravano seguirlo, di vendere tutti i loro averi e di devolvere il ricavato ai poveri. Anche gli stracci che i frati indossavano erano considerati semplicemente presi in prestito. Era loro permesso di esercitare i propri mestieri, ma potevano accettare come compenso solo cibo, non denaro.

Oggi le vite dei primi francescani vengono solitamente ritratte in una luce benevola, come già nel film di Roberto Rossellini, Francesco, giullare di Dio (1950), che li raffigura come anarchici gentili, folli dotati di talento. In realtà, Francesco governò con il pugno di ferro e rimase implacabile in tutte le questioni cruciali.

Sebbene fosse più severo di qualsiasi altro settario prima di lui, non ruppe con l’istituzione ecclesiastica. Alla potente Curia, chiedeva il permesso prima di ogni decisione, e questo inflisse un duro colpo al suo ordine, che non riuscì a imporsi né contro né all’interno della Chiesa. Il suo ordine visse e morì con il suo fondatore. Finché egli fu in vita, la sua presenza carismatica, seppur eccentrica, assicurò la sopravvivenza del suo gruppo marginale.

Non appena Francesco morì, la Curia dichiarò non vincolante il suo “testamento”, in cui riaffermava i principi fondamentali del suo insegnamento. I francescani furono integrati nella gerarchia, si appropriarono di terre, vi costruirono chiese, la biografia di Francesco fu falsificata e egli stesso fu canonizzato nel 1228, appena due anni dopo la sua morte. Quasi cento anni dopo, il 12 novembre 1323, Giovanni XXII dichiarò eretica la dottrina secondo cui Gesù e i suoi apostoli erano privi di beni materiali.

Ogni potere tende a preservare sé stesso. Come ci mostra la storia delle comuni rurali utopiche, è praticamente impossibile, a lungo andare, isolarsi dal mondo degli sfruttatori e degli oppressori. Inoltre, la povertà non è l’ambizione delle masse, che spesso già vivono tale condizione. Una nuova società può essere solo opera cosciente e collettiva di emancipazione dai rapporti sociali borghesi. In definitiva penso che a Francesco mancasse il necessario senso dell’umorismo.

venerdì 2 ottobre 2026

Quell’enigma degli enigmi

 

Nel 1825, la Gran Bretagna e il neonato Stato argentino conclusero un accordo commerciale che rese la costa sudamericana una destinazione primaria per le navi britanniche. Ciò rese l’idrografia ancora più importante, soprattutto il rilevamento preciso delle profondità oceaniche e delle coste. Inoltre, solo all’inizio del XIX secolo i cronometri marini erano sufficientemente sviluppati e diffusi da consentire – fatto rilevantissimo per la sicurezza della navigazione – di determinare la longitudine con precisione.

Fu questo il motivo per il quale fu organizzata una spedizione marittima la cui missione principale era di tipo cartografico: rilevare le coste del Sud America (in particolare della Patagonia e della Terra del Fuoco), ispezionare alcune isole del Pacifico e misurare la longitudine intorno al globo. La nave prescelta, il brigantino HMS Beagle (Nave di Sua Maestà). Il suo capitano, il ventiseienne Robert FitzRoy, desiderava avere a bordo, oltre all’equipaggio di circa 60 uomini, un naturalista e un “gentiluomo”, qualcuno con cui valesse la pena conversare.

La scelta ricadde infine sul ventiduenne Charles Darwin. Sebbene potesse vantare solo un corso di laurea in medicina non completato e il conseguimento di una laurea in teologia, aveva già condotto ricerche sui molluschi marini sotto la guida di Robert Grant dell’Università di Edimburgo e partecipato a escursioni con il professore di geologia di Cambridge Adam Sedgwick. Anche la sua ascendenza aveva un peso: suo nonno Erasmus Darwin era stato un famoso poeta, medico e naturalista nel XVIII secolo. Il suo libro Zoonomia (1795) contiene persino una bozza rudimentale, ma del tutto speculativa, di una teoria dell'evoluzione.

L’imbarco, tuttavia, sembra fosse dovuto all’ispirazione del suo professore di botanica, J.H. Henslow, e, dopo un primo divieto del padre, alle insistenze di uno zio Wedgwood, della famosa famiglia degli industriali della ceramica. E pensare che la carriera verso la quale era proiettato era stata quella ... ecclesiastica, tradizionalmente aperta ai figli di famiglie benestanti senza una vocazione precisa.

La HMS Beagle fu impegnata in un viaggio intorno al mondo iniziato il 27 dicembre 1831 e concluso il 2 ottobre 1836, per una durata complessiva di 4 anni, 9 mesi e 5 giorni. Quando la nave attraccò a Falmouth, nel sud-ovest dell’Inghilterra, il 2 ottobre 1836, si chiudeva la più importante impresa marittima nella storia della scienza.

Al suo rientro, l’ormai 27enne Darwin era già preceduto da una grande fama. In sua assenza, il giovane naturalista era diventato una star nella comunità scientifica inglese. Aveva inviato in Inghilterra quasi quattromila esemplari – fossili, rocce, esemplari animali e vegetali – e i suoi rapporti geologici e zoologici venivano letti ancor prima del suo ritorno. Anche solo per la sua instancabile attività di raccolta, Darwin sarebbe passato alla storia della scienza come una sorta di Alexander von Humboldt inglese.

Darwin andò oltre: la sua esperienza, l’impressionante quantità di materiale, di riflessioni e di dati raccolti sulla fauna, sulla flora e le formazioni geologiche, saranno alla base di una delle tappe fondamentali del pensiero umano e di uno dei più importanti contributi scientifici di tutti i tempi.

Sebbene Zoonomia non avesse avuto alcuna influenza sul nipote, un’altra opera si rivelò ben più determinante. Al momento dell’imbarco, FitzRoy regalò al giovane compagno di viaggio il primo volume dei Principi di Geologia di Charles Lyell. Un’opera che, ignorando audacemente il racconto biblico della creazione, spiegava i mutamenti e l’evoluzione della Terra attraverso graduali processi geologici avvenuti in periodi di tempo lunghissimi.

Per il periodo più lungo – tra la fine del 1832 e l’inizio del 1834 – il Beagle navigò nel sud dell’Argentina e nella Terra del Fuoco, durante il quale Darwin compì numerose escursioni nell’entroterra, rimanendo ripetutamente coinvolto in dispute politiche, rivolte e persino in una rivoluzione. In totale, Darwin trascorse solo 18 mesi in mare nei quasi cinque anni di viaggio, durante i quali poté confermare la teoria dei processi geologici: trovò conchiglie fossilizzate nelle Ande e, dopo aver vissuto un forte terremoto sulla costa cilena nel febbraio del 1835, osservò che alcune parti del litorale si erano sollevate.

Era stato proprio Humboldt, allora celeberrimo esploratore e naturalista, a raccomandare l’utilizzazione del racconto di viaggio come fonte primaria del sapere scientifico, ed a fornire lui stesso un esempio formidabile di questo uso del suo immenso lavoro Viaggio alle regioni equinoziali del nuovo continente negli anni 1799-1804, che Darwin tenne come modello di metodo e di scrittura.

Grazie ai suoi taccuini e diari, pubblicati in volume nel 1839 con il titolo Il viaggio del Beagle, l’esperienza di Darwin è documentata in modo dettagliato ed esaustivo. Rimane una lettura preziosa e intrigante ancora oggi, non da ultimo per le osservazioni etnologiche e le critiche sociologiche. Darwin si oppose alla schiavitù e descrisse, ad esempio, la povertà dei contadini, che attribuiva al sistema feudale ancora vigente (*).

L’escursione più importante fu un soggiorno di circa cinque settimane nel 1835 alle Isole Galapagos, a circa 1.000 chilometri a ovest dell’Ecuador. «L’arcipelago è un piccolo mondo a sé stante», osservò Darwin. «Considerate le piccole dimensioni di queste isole, siamo ancor più stupiti dal numero delle loro creature originarie e dalla loro distribuzione limitata». Qui, continuò, ci si trova «abbastanza vicini a quel grande fatto – quell’enigma degli enigmi – la prima comparsa di una nuova vita su questa terra». In precedenza, altri lo avevano informato del fatto che le testuggini di ciascuna isola si erano evolute in modo leggermente diverso le une dalle altre.

La prima impressione che Darwin ebbe del viaggio fu quella di una natura variegata, crudele e “dispendiosa” (sul dispendio, col quale procede la natura in ogni suo aspetto, forse noi non si riflette abbastanza, specie in rapporto al caso-necessità). Fu solo al suo ritorno nell’ottobre del 1836 (il Beagle aveva circumnavigato il globo passando per l’Australia e il Capo di Buona Speranza) che analizzò più a fondo le sue scoperte.

I fringuelli di Darwin, che aveva riportato con sé e che in seguito furono chiamati così in suo onore, ebbero un ruolo particolarmente importante. L’ornitologo John Gould fece notare che, sebbene gli uccelli provenienti dalle varie isole appartenessero tutti alla famiglia dei fringuelli, ora rappresentavano specie diverse, distinguibili principalmente per le dimensioni del becco.

Nel corso del 1837, Darwin redasse altri appunti. In uno di essi, registrò l’idea che “una qualche forma di evoluzione” fosse in atto nella vita, “e non solo nell’avifauna delle Isole Galapagos, ma in tutti gli organismi, compresi gli esseri umani”. Già durante il suo viaggio, Darwin aveva notato che gli animali si riproducono molto rapidamente mentre la disponibilità di cibo rimane costante, e che questa discrepanza contribuisce alla diversificazione delle specie.

Non appena furono formulate le idee fondamentali, Darwin si trovò subito ad affrontare l’arduo compito di metterle in pratica: nel 1842 aveva già scritto un trattato sulla teoria dell’evoluzione, che però rimase inedito. Negli anni successivi, Darwin si dedicò principalmente a un meticoloso lavoro empirico, valutando i risultati geologici del suo viaggio in diversi libri. Come scrive alla fine della sua Autobiografia (Einaudi), avrebbe finito di trasformare la sua mente in «una specie di macchina per estrarre delle leggi generali da una vasta raccolta di fatti».

Fu una particolare situazione competitiva a spingerlo all’azione. Lo zoologo britannico Alfred Wallace s’imbatté, in modo indipendente, alla fine degli anni ‘50 dell’Ottocento, nelle idee cruciali della teoria evoluzionistica: la variabilità degli organismi, la limitazione delle popolazioni da parte delle risorse alimentari e, di conseguenza, la “selezione naturale” degli individui meglio adattati al loro ambiente o con maggiore successo riproduttivo (**). Temendo di perdere il suo primato di scopritore, Darwin si mise al lavoro con rinnovato impegno. Nel novembre del 1859, il suo libro epocale L’origine delle specie fu finalmente pubblicato (***). Il resto, come si suole dire, è storia.

(*) The Voyage of the Beagle si può leggere nella traduzione edita da Einaudi con il titolo: Viaggio di un naturalista intorno al mondo. Invece il Viaggio alle regioni equinoziali del nuovo continente negli anni 1799-1804 di Humboldt, è disponibile in tre volumetti per i tipi Fratelli Palombi Editori. Sempre di Humboldt, da non perdere Quadri della natura, Codice edizioni, che ho segnalato nel blog il 12 nov. 2018; notevole il saggio di Andrea Wulf, L’invenzione della natura. Le avventure di A. von Humboldt, l’eroe perduto della scienza, Luiss, 2017.

(**) La “selezione naturale” degli individui meglio adattati al loro ambiente o con maggiore successo riproduttivo riguarda solo marginalmente gli esseri umani, il cui comportamento non è regolato solo dal primo sistema di segnalazione (quello pavloviano, per intenderci), ma da un secondo sistema di segnalazione (segni, codici, ecc.), che agisce in maniera preponderante anche sotto il riguardo della riproduzione (e dei comportamenti sessuali). È il processo di produzione materiale della vita che spiega la nostra diversità dagli altri animali (che pure hanno una loro esistenza oggettiva indipendente dall’uomo), la nostra attività finalizzata a uno scopo predeterminato e mediata da molteplici strumenti. Dunque, da un certo punto in poi l’Homo Sapiens è diventato innanzitutto un prodotto storico, volto alla produzione e riproduzione di rapporti sociali. E qui entrano in gioco le forme della coscienza, che per Marx sono stati qualitativamente diversi, sublimati, appunto, dalle forme dei rapporti sociali. Se selezione c’è, essa si concreta prima di tutto in una selezione sociale.

(***) Darwin, ne L’origine delle specie, cita Wallace una sola volta, nell’Introduzione.

giovedì 1 ottobre 2026

Ce n’est qu’un début?

 

Oggi, anche i grandi giornaloni hanno scoperto ciò che avevo descritto due giorni fa, e cioè che gli studenti medi francesi sono in rivolta. E quanto in Francia s’accende la rivolta, di solito è faccenda seria. Da più di una settimana protestano contro le pessime condizioni delle loro scuole e contro ulteriori tagli al bilancio dell’istruzione. In pochi giorni, la protesta si è trasformata in un movimento nazionale. I blocchi sono proseguiti anche ieri e l’organizzazione studentesca Union syndicale lycéenne (USL) ha invitato gli studenti a continuare le manifestazioni.

Le proteste sono iniziate il 21 settembre al Lycée Antoine de Saint-Exupéry, nella periferia parigina di Créteil. Come avevo segnalato nel mio post dell’altro ieri, da lì il movimento si è diffuso prima nella regione dell’Île-de-France e poi in tutto il paese. Martedì oltre 400 scuole superiori erano interessate da proteste e blocchi, rispetto alle circa 180 di lunedì.

Edifici fatiscenti, impianti di riscaldamento guasti, a corto di insegnanti e carenza di altro personale. Inoltre c’è anche una diffusa frustrazione nei confronti del sistema di ammissione universitaria di Parcoursup (tuttavia cento volte preferibile a quello italiano). Anche gli insegnanti partecipano a scioperi e blocchi stradali e, in molti luoghi, genitori e politici locali si schierano davanti alle scuole per sostenere i giovani e proteggerli dalla polizia.

Mi pare evidente che alla fonte di queste proteste così dure (centinaia gli arresti, decine i feriti) e protratte ci dev’essere dell’altro. Un malcontento e un disagio sociale diffuso. Storicamente i giovani francesi quando scendono in piazza sono come il dentifricio che esce dal tubetto, difficile da rimettere dentro. Sarà così anche questa volta?

Martedì, il movimento studentesco si è sovrapposto allo sciopero nazionale del settore pubblico. In numerose città, i dipendenti sono scesi in piazza per protestare contro le misure di austerità del governo e chiedere salari più alti (che dovremmo dire e fare in Italia? In molte località, anche gli studenti si sono uniti alle manifestazioni.

Secondo gli ultimi dati dell’Istituto Nazionale di Statistica, circa 9,8 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà, circa 1,2 milioni in più rispetto all’inizio del primo mandato di Emmanuel Macron. Per contro, la ricchezza dei miliardari francesi è raddoppiata da quando Macron si è insediato.

Sempre martedì, citavo il Grande Vecchio: «L’epoca nostra, l’epoca della borghesia, si distingue tuttavia perché ha semplificato i contrasti fra classi. La società intiera si va sempre più scindendo in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente opposte l’una all’altra: borghesia e proletariato».

C’è chi non ci crede perché ha acquistato (con una mesata di salario o con i danè del babbo?) il nuovo iPhone.