mercoledì 20 maggio 2026

La cosa più importante

Da adolescente, intuivo che una vita vissuta secondo le regole di questo sistema fosse distruttiva. Il mio non era ancora un giudizio politico ed ideologico motivato, ma semplicemente una presa d’atto della realtà. Qualche anno dopo, ho capito che il mio senso di smarrimento non era radicato in un problema individuale, ma piuttosto nelle più generali condizioni della società. Ciò mi ha aperto gli occhi ancora di più sull’ingiustizia che ci circonda: il brutale sfruttamento e l’oppressione. Ho categoricamente rifiutato, nel mio piccolo e per quanto mi è stato possibile, di rendermi complice di tutto ciò. Sapevo che ciò andava fatto.

Negli anni ’70 aleggiava ancora un sentore del movimento del 1968, c’erano dei giovani che combattevano con tanta risolutezza contro questo sistema, una ribellione contro le istituzioni e le mentalità di stampo fascista presenti nella società. Guardando alla storia e al mondo che mi circondava, mi appariva sempre più chiaro che i potenti beneficiari, coloro che erano più invischiati nel sistema capitalistico, avrebbero combattuto qualsiasi cambiamento fondamentale con la violenza più brutale. Ed era ciò che precisamente stavano facendo per mano dei fascisti.

Il nostro era stato l’ultimo retaggio degli ideali di lotta per il socialismo e il comunismo da oltre un secolo. Negli anni ‘80 la società era cambiata ed era diventata evidente la necessità di una riflessione e di una ridefinizione riguardo molte cose fondamentali della politica, dell’ideologia e dell’azione. Retrospettivamente, su alcune cose non avevamo avuto ragione, ma non su tutte. Si era percepito molto chiaramente dove ci stava portando lo strapotere capitalistico e di come l’indebolimento del movimento antagonista avrebbe avuto conseguenze catastrofiche. Ed è effettivamente ciò che è successo.

Superare un trauma di massa richiede cambiamenti immediati, profondi, e ciò non è avvenuto sia per il radicale mutamento della struttura produttiva e di ciò che gli sta intorno, sia per stanchezza e limiti storici e culturali. Come già aveva preconizzato il Grande Vecchio, prese piede nella società una classe di salariati che per convenienza, indolenza e calcolo, riconosceva come leggi naturali ovvie le esigenze del modo di produzione capitalistico e ad esso si adeguava.

L’alternativa socialista, ricca di esperienze storiche, anche attraverso il superamento dei gravi errori, dei grandi e piccoli tentativi rivoluzionari, delle lotte, scomparve dall’orizzonte degli ideali e come necessario presupposto teorico e pratico per il cambiamento. Della memoria di quel passato, in un mondo che persegue in ogni modo e con ostinazione la propria rovina, non è rimasto nulla o quasi. Non solo di lapsus, di ignoranza e di ignobile tracotanza si tratta, ma di un lavoro scientifico di demolizione e diffamazione che prosegue da decenni. La memoria è importante, anzi è la cosa più importante sul piano individuale e sul piano storico-sociale di una comunità. Senza di essa una persona cessa di essere tale e una comunità si estingue.

martedì 19 maggio 2026

Con regolarità

 

L’importante è leggere, dice qualcuno. Come andare di corpo. Non importa cosa ti danno da mangiare. Chiosa Repubblica a riguardo del Salone del Libro di Torino: “cura del cibo come oggetto estetico e progettuale e dove ha avuto successo il filone vegetariano-vegano con un progetto tutto dedicato alle radici”.

Nel postprandiale, i visitatori-acquirenti, che non è detto siano anche lettori, sono andati di corpo con questa roba qua: Concita De Gregorio “La cura”, “Il custode” di Niccolò Ammaniti, Vasco Brondi con “Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte”.

Altri hanno preferito lassativi meno diluenti: uno dei preferiti è stato Maurizio De Giovanni con “L’orologiaio di Brest”. Esaurito Tomaso Montanari con “La continuità del male”, richiestissima anche la glicerina “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi.

La merda è ovunque, cambia solo il colore: quella “gialla” di Petros Markaris, “La ricchezza che uccide” e “Caducità”, di Sandro Veronesi. Quella più fotografata è una prima del “Signore degli anelli”. Per sfinteri forti la superstar indiscussa è stata “Kolchoz” di Emmanuel Carrère. La purga sovietica rende bene.

Anche la prostata di Vittorio Sgarbi stimola parecchio con “Il cielo più vicino”. Ora che è stato assolto, il critico depresso può ritornare in circolazione. In rotolone soffice doppio velo: “Io sono perfetto” di Paolo Ruffini e “Il crimine del Paradiso” di Guillaume Musso.

Nel vespasiano di Mondadori: “Il tempo del la la la” di Luciana Littizzetto, “Cesare, la conquista dell’eternità” di Alberto Angela e “Arkansas” di Chiara Tagliaferri. Dicevo: l’importante è andare di corpo. Anche questanno, con regolarità.

lunedì 18 maggio 2026

Ciò che dicevano Gramsci e Togliatti, ma non dice Bersani

Il termine “fascismo” e i suoi derivati verbali rinvia comunemente al fascismo storico, e dunque c’è da chiedersi se concettualmente tale termine (considerato “problematico”, per cui il sostantivo e l’aggettivo sono sostituiti con espressioni anodine e cialtronesche come: “destra-destra”, “quella roba lì”, ecc.) sia anche il più adatto a descrivere l’emergere delle tendenze autoritarie che stiamo sperimentando specialmente negli ultimi lustri in occidente.

Sia chiaro, per varie ragioni non mi riferisco al ritorno e alla riproposizione sic et simpliciter dei fascismi novecenteschi (fatta la tara alle belluine pose dei nostalgici). Dunque perché l’impiego di tali forme verbali?

A mio avviso, anche se l’impiego di tale termine non ci permette di comprendere analiticamente l’intensificarsi delle tendenze autoritarie e l’integrazione nel sistema esistente delle organizzazioni parafasciste, tuttavia può funzionare quando viene utilizzato nel senso comune per descrivere le transizioni dalle democrazie borghesi a regimi politici totalitari (si rammenti che lo Statuto albertino e la costituzione di Weimar non furono mai formalmente revocati).

Premesso che il potere delle classi dominanti può essere assicurato in modo più affidabile quando si basa non sulla violenza aperta, ma sul consenso volontario dei governati, sulla gestione capitalistica del malcontento, l’oscillazione tra un sistema appena democratico e una politica non ancora fascista è proprio ciò che rende il concetto di “fascistizzazione” così specifico: permette di analizzare sviluppi e processi laddove il fascismo non esiste ancora o non si manifesta ancora apertamente come tale (anche per l’opposizione di una parte della borghesia stessa).

Pertanto e pur senza rifarmi alla lettera alla definizione di fascismo di Dimitrov (troppo didascalica rispetto a quella di Togliatti [*]) è il termine più adatto per descrivere una concentrazione di tendenze politiche autoritarie che sono l’effetto indotto dalle molteplici trasformazioni che hanno investito il capitalismo nell’ultimo mezzo secolo, così come l’effetto della crisi dell’ordine mondiale e di quella socio-politica interna.

Mutamento profondo che ha convinto i grandi poteri economici di aver superato la società pluralistica attraverso una politica economica conforme all’economia di mercato. Ed è proprio della natura di questa tendenza del “mercato”, ossia del modo di produzione capitalistico, che fingono di non rendersi conto i liberal-democratici variamente di centro e di sinistra.

Una società sostenuta da grandi conglomerati finanziari e industriali sa, da sempre, che per rendere fluido il meccanismo dello sfruttamento, il nemico interno, rappresentato da ogni reale antagonismo sociale e politico, deve essere pacificato. Ma, se necessario, annientato. Anche Gramsci, com’è noto, ci offre il quadro reale della situazione quando parla di: “Stato integrale”, di “Stato = società politica + società civile, ovvero egemonia armata di coercizione”. Non penso si tratti dello stesso Gramsci di cui parlano oggi i fascisti al governo, ma di quello che hanno perseguitato, condannato e imprigionato i loro nonni in orbace.

La società borghese, quando le cose filano lisce, è un ibrido di bastone/carota e forme ideologiche a cui gli sfruttati si devono conformare volontariamente. Tuttavia, la falange borghese (che non esclude componenti di “centro-sinistra”, tutt’altro), non ha mai smesso di lavorare al suo progetto di annichilimento dei movimenti antistatali e anticapitalisti (vedi le campagne diffamatorie, la riesumazione di fatti e processi a oltre mezzo secolo di distanza) e di rendere sempre più “pacifici” anche quelli di stampo emancipatorio.

Il termine “fascismo” e i suoi derivati verbali, sono appropriati anche oggi, perché il fascismo non è stato un fenomeno spiegabile con la biografia di Mussolini, come veicolato da tanta pubblicistica (interessante la categorizzazione instillata nelle menti di lettori e spettatori), né è spiegabile con le solite frasi sulla distruzione della democrazia.

[*] Nel 2004 l’editore Laterza ha pubblicato una raccolta di saggi scritti negli anni Venti e Trenta da Palmiro Togliatti e proposti col titolo Sul fascismo. Renzo De Felice ebbe a scrivere riferendosi a uno di questi saggi, A proposito del fascismo, che quel testo “può essere considerato l’analisi più compiuta e più matura del fascismo italiano elaborata tra le due guerre mondiali da un autorevole esponente comunista”. Osservo che i saggi togliattiani rappresentano complessivamente non solo la migliore analisi politica del fenomeno fascista, ma una delle più penetranti analisi delle dinamiche sociali italiane in assoluto, anche se Togliatti, e non per imperscrutabile motivo, non menziona il ruolo che ebbe un elemento di fondamentale importanza sulla scena politica, economica e sociale italiana dell’epoca: il Vaticano e il movimento cattolico più in generale (cfr. mio post dell’ 11 febbraio 2018, Sul fascismo).

Quanto ai tratti caratteristici del fascismo, Togliatti afferma che “Per prima cosa si può affermare che il fascismo è il sistema di reazione integrale più conseguente che sia esistito fino a ora nei paesi dove il capitalismo ha raggiunto un certo grado di sviluppo”.

In nessun paese come in Italia – scriveva Togliatti – si era visto “sopprimere così radicalmente la possibilità per le masse di creare organizzazioni autonome, sotto qualunque forma”. In un mio post del 2 luglio 2011, osservavo: «per Togliatti, il fascismo è anzitutto la soppressione delle “libertà democratiche formali” e l’impossibilità per il proletariato di organizzare forme di rappresentanza autonome (partiti, sindacati, ecc.). Se questo è indubbiamente vero per il fascismo della prima metà del Novecento, è altrettanto evidente che oggi, al di là del mantenimento delle apparenze delle “libertà democratiche formali” (l’abbaglio idealista che considera lo Stato al di sopra delle classi e non come un ente che materializza la polarità contraddittoria dei rapporti di classe), il sistema capitalistico è in realtà riuscito, da un lato, a neutralizzare ogni antagonismo delle rappresentanze apparentemente autonome e anzi a coinvolgerle nella gestione della crisi e nei processi di smantellamento del welfare; dall’altro, con programmi di comportamento ritualizzato e schizofrenico, a far apparire alle coscienze i rapporti sociali borghesi come “normali” e come gli unici “reali”.»

L'ONU e la UE possono chiudere bottega


Il Medio Oriente, come viene chiamato, sta attraversando una trasformazione, le cui conseguenze restano incerte. Quel che è certo è che Israele, con la complicità della canaglia statunitense e Torah alla mano, persegue incessantemente la sua espansione.

La Ford è la più grande nave pirata mai costruita (*).

La cosiddetta comunità internazionale sta dando carta bianca al governo più fascista dai tempi della fondazione dello Stato sionista nel 1948, senza che questo abbia dovuto subire alcuna conseguenza fino ad oggi. Anzi, riceve un plauso particolare da alcuni Paesi europei in linea con i relativi interessi nazionali, per il massacro di migliaia di civili. Vuoi perché stanno facendo il “lavoro sporco per tutti noi”, vuoi perché lo stanno facendo con armi ed equipaggiamenti prodotti in Europa.

Un appoggio di fatto che serve a rassicurare la propria autostima morale dopo i misfatti del secolo scorso. Una mentalità simile anima Benjamin Netanyahu, maestro nel presentare sé stesso e il suo Paese come minacciati da un pericolo esistenziale. Ciò si traduce nel massacro di intere famiglie e nella distruzione di intere regioni, nel genocidio.

Come le armi di distruzione di massa irachene non avevano un corrispettivo reale all’inizio di questo secolo, così i piani per la sottomissione del Medio Oriente, elaborati alla fine degli anni ‘90, necessitavano di un argomento decisivo, simile alla bomba atomica iraniana. Ma come hanno dimostrato la guerra dei dodici giorni dello scorso anno e la resistenza di fronte all’attuale aggressione, un sistema autosufficiente come quello che l’Iran ha instaurato in risposta alle sanzioni occidentali, non si rovescia così facilmente. E allora altre bombe e altri missili. L’ONU, inerte, può chiudere bottega quando vuole.

Anche l’UE può chiudere quando vuole. Dopo le sanzioni alla Russia, ora i comuni cittadini, non tutti in egual misura ovviamente, sentiranno il peso, solo dal lato economico però, della criminale protervia dei sionisti e dei coloni bianchi d’America. Ma diamo tempo al tempo e avremo modo di sperimentare anche altro.

(*) Abbordare e derubare le petroliere è solo un gioco da pirati. La Ford può fare molto di più: si impossessa di pozzi petroliferi, moltissimi, anzi, di un intero paese pieno di pozzi petroliferi, così tanti pozzi che insieme formano le più grandi riserve petrolifere del mondo, e tutte insieme si chiamano Venezuela. In passato, i pirati venivano infine assicurati alla giustizia. Ora, a Norfolk, stanno sbarcando, esausti, onorati e acclamati. 

domenica 17 maggio 2026

Viva l’economia di mercato

 

La nostra attenzione è attratta mediaticamente dalle vicende dalla geopolitica, segnata dalla lotta tra imperialismi per la supremazia mondiale, nonché dal conflitto aperto e per interposizione di potenze minori. Alla base della contesa imperialistica e dei conflitti di schieramento vi è il modo di produzione capitalistico, punteggiato dalle crisi. Quella che stiamo vivendo non è semplicemente una crisi di ciclo, una tra le tante, ma più in generale si tratta della crisi storica del modo di produzione capitalistico, che ha un carattere oggettivo nel fatto ormai evidente che le forze produttive materiali della società sono entrate in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica).

Di seguito tratteggio quello che probabilmente, anzi sicuramente, sarà il panorama economico che ci attende nel prossimo futuro stante la congiunzione di diversi fattori di crisi: quella finanziaria, che si sta profilando da diversi mesi a questa parte, e la crisi degli idrocarburi, fabbricata di sana pianta da un potere politico fuori controllo. Queste due crisi si tradurranno inevitabilmente in una combinazione particolarmente violenta di recessione globale e di inflazione, che impatterà come una terza crisi ad esse sovrapposta.

L’illiquidità è il veleno della finanza, di quella regolamentata, di quella deregolamentata e di quella “ombra”, che non sono percentualmente una frazione trascurabile della prima. Nei momenti di crisi, la corsa al contante non si arresta quando incontra un muro; la ricerca frenetica di liquidità è destinata a spostarsi verso altre classi di attivi, altri luoghi in cui ritiene di poter trovare condizioni di disinvestimento più favorevoli.

I crediti cartolarizzati dell’immobiliare commerciale e quelli legati all’indebitamento privato – prestiti auto, debiti studenteschi, carte di credito – stanno registrando tassi di insolvenza (delinquency: certe cose si possono dire solo in inglese o in latino) che sono l’anticamera di default veri e propri, facilmente paragonabili ai livelli storici della crisi dei mutui subprime del 2007.

Per quanto riguarda il credito privato (private credit), spesso nascosto nella cosiddetta finanza ombra, non è altro che un prestito diretto diverso sia dal credito bancario che dalle obbligazioni emesse dal mercato. Il fatto che alcune imprese scelgano di indebitarsi tramite il credito privato anziché rivolgersi alle banche o all’emissione di obbligazioni indica che si tratta probabilmente di aziende di medie dimensioni spesso in condizioni finanziarie tutt’altro che floride.

Il vantaggio, specie in quest’ultimo caso, è che tali imprese pagano interessi fortemente gravati da premi di rischio. Sempre nel gergo inglese, si tratta di loan-sharking, strozzinaggio. Va da sé che il gonfiarsi di una bolla di profitti favolosi attira i capitali di pesci privati golosi e accuratamente selezionati, che vengono raccolti da fondi specializzati (gli squali).

Il vantaggio di alti tassi d’interesse, ossia di profitto, ha una sua contropartita, come succede sempre in simili casi. La contropartita si chiama illiquidità, nel senso che gli investitori creditori e i fondi che agiscono per loro conto sono bloccati fino alla scadenza dei prestiti, in genere dai cinque ai sette anni. È vero che possono riscattare una parte del loro capitale, ma solo una quota pari al 5% delle loro posizioni per trimestre, ossia un 20% annuo.

Finché tutto procede senza intoppi, nessuna ha niente da ridire: i gestori gestiscono, i debitori pagano e gli investitori incassano. Nel mondo del debito, il punto critico è il default, ossia quando i debitori cominciano a non pagare più o ad avere difficoltà nei pagamenti. A un certo punto succede sempre, come nel caso dei mutui subprime. Il gioco del credito facilitato è sempre lo stesso, cambiano solo gli attori.

Gli investitori clienti, quando hanno firmato il contratto, avrebbero dovuto prendere più seriamente le clausole scritte in piccolo. Ora non hanno nemmeno gli occhi per piangere. Non sarà un caso che uno squalo come Warren Buffett negli ultimi due anni ha metodicamente convertito tutte le posizioni del proprio fondo in contanti: oggi troneggia sul patrimonio di 385 miliardi di dollari che non corre più il minimo rischio e può attendere lo sviluppo degli eventi. Ma non tutti gli investitori sono previdenti come l’oracolo di Omaha.

E veniamo all’impatto dell’IA. Gli importi investiti rappresentano da soli un terzo della crescita statunitense. Che una società come OpenAi, la società che sviluppa ChatGPT, sia valutata 850 miliardi di dollari quando non ha ancora guadagnato un centesimo e nel 2025 e ha registrato perdite per 8 miliardi di dollari (a fronte di 20 miliardi di fatturato), prevedendo di generare profitti, e solo questi contano, solo a partire dal 2030 e considerando nel frattempo di spendere altri 600 miliardi, bisogna ammettere che l’ipotesi del delirio non sia poi così delirante.

Da dove proviene questo fiume di denaro? Per esempio, l’Ansa dà notizia che a febbraio la giapponese SoftBank ha annunciato un ulteriore investimento da 30 miliardi di dollari in OpenAI, portando l’esposizione complessiva a 64,6 miliardi e la quota azionaria al 13% dall’11%. L’aumento delle azioni di OpenAI ha consentito a SoftBank un utile netto di 27 miliardi di dollari. Il gruppo ha confermato i piani per la costruzione di un data center da 500 miliardi di dollari nello stato dell’Ohio, alimentato da una centrale a gas da 9,2 gigawatt, nell’ambito del più ampio accordo da 550 miliardi che il Giappone ha siglato con gli Stati Uniti in chiave tariffaria.

Le Monde Diplomatique ci racconta di “soluzioni più scabrose dell’ingegneria finanziaria”. A marzo, OpenAi ha finalizzato una raccolta eccezionale di 122 miliardi di dollari. Amazon ha contribuito con 50 miliardi, in cambio dei quali OpenAi si è impegnata ad acquistare servizi cloud da Amazon Web Service (Aws) per 100 miliardi di dollari. A loro volta OpenAi e Aws hanno ordinato quantità gigantesche di chip a Nividia (gli operatori di IA utilizzano tonnellate di chip), che a sua volta ha investito 30 miliardi.

Una circolarità di finanziamenti davvero strana, dove i rapporti di equity di trasformano in rapporti di clientela e viceversa. Ciò non fa pensare a uno schema Ponzi, ma piuttosto ricorda l’Uroboro, il serpente che si morde la coda. Il settore dell’IA potrebbe entrare in un ciclo in cui i ricavi crescono ma i rendimenti sul capitale si comprimono. Una rottura in qualsiasi punto della spirale e s’innesca il panico con l’intero sistema che va a pallino.

Quindi la questione di Hormuz. Anche se vi fosse una soluzione e lo Stretto venisse riaperto immediatamente, vi sarebbero sicuramente delle carenze non solo di carburanti, ma una disarticolazione di altre essenziali catene di approvvigionamento, a cominciare dai fertilizzanti, plastiche, prodotti farmaceutici e altri prodotti per le lavorazioni elettrochimiche. La Cina dal 1° maggio ha vietato l’esportazione di acido solforico del quale è il maggior esportatore (serve per i fertilizzanti e per l’estrazione mineraria).

Un altro elemento chimico nevralgico è l’elio. È una risorsa fondamentale e insostituibile nell’industria dei semiconduttori. È estratto dal gas naturale e viene utilizzato massicciamente per raffreddare i wafer di silicio durante le lavorazioni ad altissime temperature e come gas di trasporto inerte nei processi di deposizione chimica.

Meno elio e a prezzi elevati, meno chip, meno potenza di calcolo e quindi meno entrate. A ciò s’aggiunge l’aumento del costo dell’energia (OpenAI consumerà tra alcuni anni una quantità di energia pari a quella dell’intera Florida) e dunque l’intero castello già vacilla.

Per chiudere il discorso: stagflazione, crollo dei corsi azionari e obbligazionari, dazi e divieti, quindi uno tsunami di perdite che arriverà da ogni direzione senza lasciare alcun luogo in cui rifugiarsi, con al centro le banche e la chiusura delle linee di credito. Viva l’economia di mercato.