Ho telefonato a New York. Mi ha risposto il centralino. Ho chiesto di passarmi il signor António. Il centralinista mi ha detto che sono chiusi per il week-end. Riproverò lunedì ... Risposta: il lunedì ci sono solo gli impiegati, neanche tutti. Insisto: martedì? Se vuole – mi ha risposto –, ma penso sia inutile. Io stesso – mi racconta il centralinista – dal mese scorso non ricevo lo stipendio. Chiedo perché ciò accada. Laconica risposta: solo 69 paesi membri hanno versato i loro contributi all’inizio del 2026. Ho replicato: ma almeno una dichiarazione, un appello, qualcosa … «Madame – mi grida il centralinista – je vous ai déjà dit que cet endroit est fermé pour le week-end ! ». Click.
sabato 28 febbraio 2026
Il conflitto inevitabile
Tempo al tempo e anche di loro non sentiremo più la mancanza.
Il rapporto di Citrini ha toccato un punto delicato della questione “capitalismo”. Si sentono tutti o quasi preoccupati per quello che succederà domani o dopodomani. Tranquilli, non succederà nulla di così catastrofico nel tempo ravvicinato, salvo crisi finanziarie e robetta come depressione economica, qualche rutto sociale e alla Casa Bianca uno scappato da Bedlam. Il capitalismo non crollerà, si trasformerà in qualcos’altro. Quando? Non lo so, ma che importanza ha? Non da un giorno all’altro, né da un anno all’altro. Moriremo tutti prima di allora, o almeno molti di noi avranno già tirato le cuoia. Diamogli un po’ di tempo, siamo solo agli inizi della sua trasmutazione.
Anche per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, non è un mostro di Frankenstein, né HAL 9000. Non è per nulla intelligente, nel senso umano: i suoi risultati possono apparire sofisticati, ma i modelli non ne comprendono per nulla il significato. Questa distinzione è cruciale e costituisce una delle ragioni principali per non cedere, tra l’altro, all’idea che sostituirà in tutto e rapidamente la maggior parte dei lavori d’ufficio e simili. Del resto, un robot non avrà mai gli occhi colmi di pensieri lontani.
Né bisogna credere che l’IA riduca i costi, aumenti la produzione e apra la strada a modelli di business completamente nuovi, proprio come è accaduto nelle precedenti rivoluzioni tecnologiche. Questa è una consolante illusione. Quando il computer e internet sostituirono le macchine da scrivere, la calcolatrice e molti impiegati con il bloc-notes, poi ad affiancare i superstiti sono apparsi i programmatori, i venditori di cianfrusaglie informatiche e tutta una pletora affine della stessa filiera.
Con l’intelligenza artificiale non è così. Non viene scambiata la macchina da scrivere con il computer, riscritta la mansione dell’impiegato e ristrutturato l’organigramma dell’ufficio, ma sconvolta dalle fondamenta tutta l’architettura concettuale, organizzativa, implementativa e gestionale delle attività lavorative (e non solo lavorative), creando, tra l’altro, inevitabili tensioni nella gerarchia del lavoro, tra la logica manageriale e la pratica lavorativa dei dipendenti.
Se con la microelettronica e internet è cambiata la nostra vita, con l’IA viene a modificarsi anche la nostra identità, i confini tra uomo e macchina. Il conflitto è inevitabile.
venerdì 27 febbraio 2026
Gli alieni del Manifesto
Ieri, sul quotidiano il manifesto, è comparso un articolo di Luigi Pandolfi, il cui titolo (Gli alieni del capitale) richiama casualmente quello di un mio recente post sullo stesso argomento (Come nei film con le macchine aliene).
Pandolfi cita l’ormai famoso testo di 7.000 parole firmato Citrini Research, nel quale gli autori, come in un racconto distopico ambientato nel 2028, offrono un’anticipazione dello scenario che si verrebbe a creare con la sostituzione dell’intelligenza umana (la forza-lavoro umana, che è costituita da più fattori!) con la cosiddetta intelligenza artificiale.
«Disoccupazione al 10,2%, S&P 500 a –38%, consumi in caduta, mutui in sofferenza anche tra i debitori più solidi», laddove «Ogni dollaro risparmiato sul personale finiva in capacità di IA che permetteva ulteriori tagli». Un ciclo senza freni, riporta Pandolfi, con le aziende che licenziano, aumentano i margini, reinvestono in IA, licenziano ancora. È, sostiene Pandolfi, il «plusvalore relativo» di cui parlava Marx portato all’estremo: comprimere il lavoro per estrarre più profitto, sostituendolo con macchine sempre più efficienti.
Sicuramente, solo che Marx sosteneva anche altro a proposito della composizione di valore e della composizione tecnica del capitale. Che non sono aspetti marginali, tutt’altro, ed entrambi vanno ad incidere nella composizione organica del capitale. Vediamo in dettaglio.
Scopo del capitale non è quello di produrre “beni” e servizi, ma quello di produrre valori d’uso di qualsiasi genere (portaerei e navi da crociera sono, da questo punto di vista, la stessa cosa) da trasformare in valori di scambio, ossia in merci. Tali merci contengono una quota di lavoro non pagato, ossia pluslavoro, che nello scambio si realizza come plusvalore, ossia quella parte di valore del prodotto del lavoro che non viene pagata all’operaio. Fin qui cose risapute, dopo che Marx le ha spiegate.
Per appropriarsi di quote maggiori di plusvalore e far fronte alla concorrenza, i capitalisti devono costantemente aumentare la produttività del lavoro. Ciò impone l’aumento e il miglioramento incessante del livello tecnologico degli impianti e del macchinario. Maggiore è il perfezionamento tecnologico, più il numero di operai e addetti richiesti per la stessa quantità di produzione è minore. In altri termini, si eleva la composizione tecnica del capitale.
L’aumento progressivo della composizione tecnica del capitale provoca, necessariamente, un mutamento parallelo della sua composizione di valore, e, quindi, nella composizione organica, vale a dire un aumento progressivo del capitale costante in rapporto a quello variabile. Infatti, la composizione organica del capitale è il rapporto reciproco che si stabilisce tra composizione di valore e composizione tecnica.
La composizione di valore riflette le proporzioni in valore delle parti costitutive del capitale (c/v). La composizione tecnica riflette il rapporto fisico tra materie prime, mezzi di produzione e lavoro (Mp/L) ed indica il livello tecnico raggiunto dalla produzione.
Non distinguere tra “composizione in valore” e “composizione tecnica” riducendo la composizione organica a semplice “composizione in valore” preclude qualsiasi possibilità sia di cogliere la contraddizione fra lo sviluppo storico-naturale delle forze produttive (Mp/L) e la forma che esse assumono nel modo di produzione capitalistico (c/v), e sia la vera ragione per cui l’aumento della composizione organica, provocando la caduta tendenziale del saggio di profitto, possa e debba risolversi nella crisi dell’accumulazione capitalistica.
Poiché l’unica fonte di valore, e quindi di plusvalore, è la forza-lavoro, la diminuzione relativa del capitale variabile implica che si giunga ad un punto del processo di accumulazione in cui il plusvalore prodotto è divenuto così piccolo, relativamente al capitale complessivo accumulato, che non è più sufficiente a valorizzare l’intero capitale, facendogli compiere il necessario salto di composizione organica.
In altri termini, non ogni quantità di profitto può trasformarsi in un aumento dell’apparato tecnico di produzione: per l’espansione – qualitativa e quantitativa – della scala della produzione è necessaria infatti una quantità minima di capitale addizionale, quantità che nel processo di accumulazione diventa, a causa della crescita accelerata del capitale costante, sempre maggiore.
L’aumento della composizione organica del capitale è una tendenza necessaria allo sviluppo capitalistico e rappresenta la causa delle crisi che si manifesta palesemente nel fenomeno della sovrapproduzione (e folle finanziarizzazione) che investe la società capitalistica (*). L’avvento dell’IA, aggrava ancor più (enormemente) questo stato delle cose.
E veniamo al resto di ciò che ci racconta Pandolfi, che dell’analisi marxiana del capitale deve aver letto un Bignami mentre viaggiava in treno. Scrive: «Marx aveva descritto la tendenza del capitale a comprimere il lavoro vivo; Minsky aveva mostrato come ogni fase di stabilità generi comportamenti che preparano la crisi successiva. L’IA tiene insieme entrambe le dinamiche. Se la storia del capitalismo è una sequenza di “crisi cicliche”, di bolle e correzioni, questa non farà eccezione».
Ah, ecco, abbiamo trovato la formula per il capitalismo quale formazione economico-sociale eterna. Soggetto a crisi, è vero e palese, ma queste si risolveranno poi sempre positivamente, perché il ciclo in ascesa possa di nuovo ricominciare e il caro Pandolfi scrivere le sue omelie apologetiche sul manifesto, che è diventato un quotidiano comunista quanto io di fede cristiana (o altro).
No, caro Pandolfi, questa crisi potrà anche manifestarsi con una serie sempre più ravvicinata di crisi cicliche, di scossoni settoriali e generali più o meno profondi dell’assetto capitalistico, ma tutto ciò va letto alla luce della tendenza generale, ovvero come crisi storica, come crisi generale del modo di produzione capitalistico, almeno per come l’abbiamo conosciuto da qualche secolo a questa parte. Siamo in presenza di un inedito di trasformazione del processo storico di cui nessuno ancora conosce la strada che prenderà.
(*) La categoria del saggio di profitto svolge un ruolo fondamentale nell’economia politica, in quanto il suo movimento è alla base della crisi del modo di produzione capitalistico. Infatti, la tendenza storica dell’accumulazione capitalistica consiste, come evidenziato nel post, in un aumento della composizione organica del capitale e, di conseguenza, in una caduta del saggio del profitto.
Le leggi del movimento del saggio di profitto non coincidono con quelle del saggio del plusvalore, da cui peraltro il saggio del profitto si distingue fin dall’inizio anche quantitativamente. Il saggio di profitto può scendere, anche se il plusvalore reale sale. Il saggio di profitto può salire, anche se il plusvalore reale scende.
Questa legge, diceva Marx, è “sotto ogni aspetto la legge più importante della moderna economia politica [...] È la legge più importante dal punto di vista storico”.
giovedì 26 febbraio 2026
Una rozza riflessione
La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria.
Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l'uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo “pagamento in contanti”. [...] Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli. In una parola: ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d’illusioni religiose e politiche.
La dinamo ha sostituito la macchina a vapore, i dispositivi digitali hanno soppiantato quasi tutti i mezzi di scrittura, eppure queste parole, scritte alla luce di una lampada a petrolio e vergate con un pennino d’acciaio, dopo 178 anni non hanno perso di significato.
Pochi anni dopo, Marx scriverà: La ricchezza reale si manifesta – e questo è il segno della grande industria – nell’enorme sproporzione fra il tempo di lavoro impiegato e il suo prodotto, come pure nella sproporzione qualitativa fra il lavoro ridotto ad una pura astrazione e la potenza del processo di produzione che esso sorveglia. Non è più tanto il lavoro a presentarsi come incluso nel processo di produzione, quanto piuttosto l’uomo a porsi in rapporto al processo di produzione come sorvegliante e regolatore.
Saranno gli uomini a porsi in rapporto al processo di produzione come sorveglianti e regolatori, ma in quale numero essi troveranno occupazione per tali attività? E così siamo giunti a quella che chiamiamo impropriamente ma comunemente “intelligenza artificiale”. S’è cominciato con le casse automatiche e i pagamenti digitali, quindi a sostituire i lavoratori con “assistenti digitali” in molti servizi e nei commerci, ora si passa al taglio degli impiegati e presto anche alle posizioni apicali in molteplici attività. Eccetera.
Ancora il Grande Vecchio: La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. [...] Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi fra tutte le epoche precedenti. Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti.
Una riflessione molto più rozza di quella di Marx: dopo aver guardato con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti, venuti meno i salari e gli stipendi, dunque i mezzi per una relativa tranquilla sopravvivenza, a quali determinazioni giungerà la massa degli uomini e donne messi in “libertà”? Né si potrà far troppo conto di provvedervi con l’assistenza statale e la previdenza sociale, posto che il gettito fiscale e contributivo sono destinati, proprio a causa della disoccupazione e sottoccupazione, a un deciso declino.
Tutto ciò scaturisce dal fatto che il capitale tende a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, altrimenti non gli importerebbe nulla dello sviluppo tecnologico. Pertanto, l’aporia non nasce dallo sviluppo della tecnologia, che non possiamo arrestare, ma dall’uso capitalistico che ne viene fatto. O vi sarà una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o andremo incontro alla rovina dell’intera società.
Scenari orientati
Il vecchio mondo si sta sciogliendo, il nuovo capitalismo, oltre a prometterci disoccupazione di massa, sta penetrando nelle sfere più intime dell’esistenza umana. E quindi che si fa? Politica e media ci stanno facendo annusare ogni bidone della spazzatura; c’è Sanremo con i suoi androidi antropomorfi e un referendum che realmente non interessa a nessuno, se non alla destra e alla sinistra per segnare un punto in attesa che il prossimo anno, come coniglietti della Duracell, si vada a votare per celebrare la “democrazia”. Il riflesso di una percezione distorta è la percezione distorta stessa.
Ieri pomeriggio ho telefonato a un gestore telefonico. Dopo un po’ di caparbia insistenza, una voce artificiale modulata su quella umana ha acconsentito che potessi parlare con un operatore (umano). Quindi è intervenuta un’altra voce registrata: i tempi d’attesa sarebbero stati di un’ora e sei minuti. Ieri mattina, invece, un gestore umano, che simulava essere una personalità digitale, mi ha detto che per le operazioni bancarie, anche le più complesse, dobbiamo arrangiarci ognuno col proprio cellulare (loro, le banche, incassano le commissioni, il lavoro lo facciamo noi, assumendoci i relativi rischi). Gli ho fatto notare che le due persone interessate hanno rispettivamente 88 e 91 anni. La faccia di merda, addestrato con tecniche di prompting, ha risposto: “Se non sono capaci, glielo insegneremo noi”.
La faccia di merda non ha capito, o forse sì, che le prossime vittime dell’arroganza digitale saranno proprio quelli come lui. Ho molta curiosità su come andrà avanti questa storia dell’IA e di altre tecnologie. Mi mancano i dettagli, ma ho assoluta certezza che nell’insieme la faccenda culminerà in una conclusione logica. Non ci vorrà molto ancora, al massimo un paio di lustri. Forse ce la faccio.


