sabato 9 maggio 2026

Una donna coraggiosa

Il 9 maggio 1976, la vita di Ulrike Meinhof si concluse nel braccio di massima sicurezza del lager socialdemocratico di Stoccarda-Stammheim. Un suicidio, come lo hanno definito i filosofi dell’ordine capitalista. Chiunque sia rinchiuso in un braccio di massima sicurezza vive e muore tra le braccia dello Stato.

Andreas Baader aveva scritto: «Ci faranno fuori appena sentiranno che l’opinione pubblica è talmente montata contro di noi da non temere reazioni e quando l’isolamento sarà così totale che nessuno potrà controllare quello che qui accade».

Ciò che accadde nel carcere di Stammheim a Ulrike Meinhof nel 1976 (troppo lungo riportare qui le perizie che escludono il suicidio), e un anno dopo ad altri tre membri della Rote Armee Fraktion, anch’essi dichiarati suicidi, esemplifica bene la reale natura della democrazia tedesca (e non solo di quella).

Quando sento affermare che la Germania avrebbe fatto i conti con il suo passato nazista, mentre l’Italia non avrebbe fatto i suoi con il fascismo, penso che chi fa tali dichiarazioni o non sa di che cosa parla oppure è in malafede. La Germania, segnatamente la Repubblica federale tedesca, non ha mai fatto i conti col suo passato nazista (*).

Nel 1961, Ulrike Meinhof pubblicò un articolo dal titolo Hitler in voi (Koncret, n. 10). Ulrike cercò di mobilitare con i suoi articoli le giovani generazioni su questo tema, per una risposta specifica, ricordando che nel 1926 «in un referendum gli studenti tedeschi si pronunciarono a favore delle “caratteristiche razziali come criterio della loro appartenenza all’associazione”».

Scriveva con uno stile mite e pacifico: «una tale constatazione non deve essere un appello alla delazione riguardo al passato del singolo. Essa è però un richiamo al fatto che non possiamo tacere su questa problematica, che come studenti vogliamo prendere posizione e non lasciare in pace il passato e attendiamo dai più anziani una risposta».

Più tardi si renderà conto che questa speranza si scontrava con la dura realtà tedesca. I limiti della critica dei cosiddetti “vecchi nazisti” e gli sforzi per un buon rapporto con lo Stato d’Israele, non producevano cambiamenti sostanziali. Concludeva il suo articolo con queste parole: «Come noi chiediamo di Hitler ai nostri genitori, un giorno ci chiederanno di Strauß».

Nel 1968, contro il più possente movimento di massa che la RFT avesse conosciuto nel dopoguerra, furono approvate dal governo federale (con i voti della SPD-CDU-CSU) le “leggi di emergenza”, che segnarono profondamente la trasformazione statuale della Repubblica federale tedesca. Queste leggi stanno all’origine di tutta la legislazione successiva poiché sancivano il principio che i diritti riconosciuti dalla Costituzione potevano essere in determinati casi sospesi o limitati “per proteggere la Costituzione e l’ordinamento da essa garantito”.

Le leggi di emergenza hanno senza dubbio costituito l’attacco più profondo alla Costituzione e sono alla base di tutte le altre leggi liberticide che seguirono. Per esempio, del Berufsverbot, ossia l’interdizione del pubblico impiego (1970). L’interdizione professionale è un provvedimento di competenza ministeriale preso al termine di un procedimento individuale di tipo inquisitorio completamente informale e privo di garanzie legali. Con il Berufsverbot, tutt’ora in vigore, furono colpiti membri del partito comunista, esponenti della sinistra del partito socialdemocratico, simpatizzanti dei gruppi della sinistra extraparlamentare, professori universitari. Servì al sindacato per eliminare dalle sue fila elementi di sinistra, dando quindi il via libera a quello che diventò il sindacato in Germania, ossia un sindacato “giallo”. Seguirono altre leggi speciali dal 1972 al 1976.

Ulrike Meinhof, è stata una donna straordinaria, un’intellettuale coraggiosa, tra i più acuti commentatori politici tedeschi degli anni Sessanta. Gran parte di ciò che è stato scritto sulla figura di questa militante rivoluzionaria, è falso. Ulrike non era una “teorica disperata” come l’ha definita Heinrich Böll, né un’eroina del revolver alla Bonnie, ma una persona che conosceva paure e scrupoli. Era una donna di quasi quarant’anni, madre di due figlie. Il suo impegno politico fu determinato, dapprima, da ragioni morali. Da studentessa, uscendo dal torpore borghese e dalla torre d’avorio degli interessi scientifico-letterari, aderiva all’appello di 18 professori contro l’armamento atomico della Repubblica federale.

Nel 1958, dopo l’università, si unì a un gruppo studentesco e fece lavoro d’informazione, s’iscrisse al partito comunista e svolse un ruolo importante nel gruppo che organizzò il famoso Congresso antiatomico di Berlino del 1959. Aderì a Konkret, un’importante e raffinata rivista di critica politica e sociale nella quale trovò il terreno per lo sviluppo del suo talento nel trasporre riflessioni comuni in parole appropriate, tracciando la linea di demarcazione tra le forze progressiste e quelle reazionarie, prendendo posizione, tra l’altro, contro la politica egemonica perseguita da Bonn in Europa (stiamo parlando di più di sessant’anni fa!). I suoi editoriali spaziavano dalla giustizia d’impronta nazista agli affari e scandali ministeriali, le citate leggi d’emergenza, i criminali nazisti a piede libero, gli elementi della sinistra che venivano eliminati.

Nei suoi scritti emergono impressionanti analogie, con uno scarto di alcuni anni, tra il “modello Germania” e il “caso Italia”. Scopre la connessione tra i media (l’elaborazione a tavolino delle deformazioni per servire certi interessi), la società economica e quella borghese. Denuncia la politica di Franz Josef Strauss, ministro della difesa, e viene denunciata per “offese”. Di fronte alla palese inconsistenza delle accuse, fu assolta.

Ministro dell’interno era Hermann Höcherl, già membro del partito nazista. L’organizzazione studentesca venne vietata dal senato di Berlino. Konkret era diventata nel frattempo una rivista di massa che si acquistava nelle edicole e Ulrike iniziava i suoi interventi alla radio, affrontando questioni scottanti. Tuttavia, molto di ciò che per lei era importante veniva cancellato dal testo. La democrazia totalitaria non può lasciare che ci si spinga oltre un certo limite nella denuncia.

Non poteva prevedere, allora, nel 1964, quanto a fondo si sarebbe spinta l’azione del dominio nella sterilizzazione delle coscienze e la cancellazione della memoria storica. Quello che accade dopo è più o meno noto, ma lei, Ulrike, non era affatto quello che in seguito vollero spacciare la stampa di Springer e gli altri media. Entrò in clandestinità – come scrisse Ulrike nella sua ultima lettera – per scelta, “perché tra integrazione, corruzione e, infine, strumentalizzazione per la Cia, da una parte, e lotta armata e attiva partecipazione al processo di organizzazione dell’insurrezione contro i rapporti capitalistici di produzione, dall’altra, non vi è più un luogo per un’opposizione politica, perché opposizione politica e illegalità sono diventate la stessa cosa”.

(*) Un solo esempio tra i tanti: Reinhard Höhn nel 1933 aderì al partito nazista, e nel 1934 entrò a far parte delle SS, di cui divenne in seguito generale. Nel 1939 divenne direttore dell’Istituto di Ricerca Statale dell’Università di Berlino, ruolo che mantenne fino alla fine della guerra. Tra il 1941 e il 1944 diresse la maggiore rivista di geopolitica delle SS, Reich - Volksordnung - Lebensraum. Nel 1956 fondò l’Akademie für Führungskräfte der Wirtschaft (Accademia per dirigenti d’impresa) a Bad Harzburg. Di lì passarono ogni anno circa 35.000 tra manager e quadri pubblici e privati che venivano indottrinati sulle tecniche di comando. Johann Chapoutot, nel suo libro dal titolo Nazismo e management (Einaudi, 2021), s’interroga: “È un caso o vi è un legame profondo tra il nazismo e le concezioni di direzione aziendale del Novecento?”.

venerdì 8 maggio 2026

È tempo di guerra

 

Lo suggerisce il sentimento anti-russo in Europa e in particolare in Germania, alimentato dai nazionalisti ucraini e dai neofascisti e neonazisti, ma non meno che dai sedicenti liberali. Gli stessi che spesso avevano il nonno in orbace, salvo scoprirsi antifascisti dopo il 25 luglio del 1943 e anche oltre. L’elenco è lungo.

L’8 maggio 1945, ben una settimana dopo il suicidio di Hitler, la Germania si arrese incondizionatamente a Berlino-Karlshorst all’Unione Sovietica, agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna e, per quanto possa sembrare paradossale, alla Francia. La Seconda Guerra Mondiale terminò in Europa. 

Oggi, la Germania si sta riarmando massicciamente e sta gradualmente introducendo la coscrizione obbligatoria. Le visite mediche dovrebbero riprendere a luglio 2027. Dal 1° gennaio sono stati inviati circa 194.000 questionari a uomini e donne. Il 28% degli uomini non ha rispettato l’obbligo di rispondere entro un mese. Il ministero della Difesa ha annunciato delle sanzioni. Alcuni quotidiani invocano la coscrizione obbligatoria dal 1° gennaio 2027.

Chi minaccia la Germania? Non certo la Cina, non almeno militarmente. La Russia? Fa già fatica nel pantano ucraino. Dunque, in vista di quale minaccia e di quale guerra ci si riarma massicciamente e si procede alla coscrizione obbligatoria?

Al momento della resa del Giappone, il 2 settembre 1945, si stimava che 66 milioni di persone fossero morte in guerra; in totale, probabilmente 80 milioni di persone persero la vita a causa della guerra, dei suoi crimini e di altre conseguenze. Più di 25 milioni di queste persone erano cittadini dell’Unione Sovietica, quasi la metà dei quali soldati dell’Armata Rossa. Di questi, 3,3 milioni morirono in prigionia dei tedeschi.

Si trattò di un genocidio deliberato, inserito nel quadro del più grande sterminio della storia, pianificato dalla leadership tedesca contro la popolazione sovietica: secondo il “Piano della Fame” nazista, circa 30 milioni di persone “superflue” sarebbero dovute morire entro la fine del 1941, in seguito all’invasione dell’Unione Sovietica. Infatti, come si affermava: “La guerra potrà continuare solo se l’intera Wehrmacht verrà rifornita dalla Russia nel terzo anno di guerra”.

Giusto per ricordare da dove viene gran parte della nostra “libertà”.

giovedì 7 maggio 2026

Non serve scomodare Barbero

Forse il termine “idiota” non è il più appropriato, e lo dico non per tema di beccarmi una querela, ma perché il mio giudizio, se richiesto, sarebbe anche molto più tranchant e circostanziato. Ad ogni modo, per un giudizio di merito, fossi stata la querelata, avrei citato quale testimone a mio discarico non già il prof. Barbero (benché mediaticamente “accattivante” e del quale non discuto a priori la competenza), ma il prof. Marco Mondini, che nello specifico ritengo possa offrire maggiori ragguagli.

E però anche a nessuno dei due, preferendo il giudizio equilibrato di una fonte di prima mano, quello di un testimone oculare d’eccezione, ossia di uno stretto collaboratore del Cadorna Luigi stesso: il colonnello Angelo Gatti. Per chi volesse approfondire, rinvio ad alcuni miei post, a cominciare da questo.

Va ad ogni modo considerato come in questo stravagante Paese ci si occupi nelle sedi giurisdizionali di uomini e fatti storici di oltre un secolo prima. Se definissi, per esempio, Mussolini come un “idiota”, ciò potrebbe dare luogo a una querela da parte dei suoi discendenti? Certo, perché in questo Paese, preda di torme di debosciati (termine caro ai fascisti), non basta che ad avvalorare tale giudizio sia il fatto che costui, già definito reiteratamente come “il più grande statista del secolo”, dichiarò guerra, nell’ordine: alla Francia, all’Impero Britannico, alla Grecia, alla Russia e, non contento, agli Stati Uniti e ad altri ancora? Su un fatto debbo convenire: la classificazione di “idiota”, in tal caso e così per Cadorna, sarebbe assai riduttiva.

Tuttavia, ciò che m’interessa precisare è che non si può semplificare il giudizio sui protagonisti della storia riconducendolo all’idiozia o alla follia. Del resto, chi attribuì quel potere assoluto di vita e di morte a Cadorna e poi a Mussolini? E oggi a Trump e a Netanyahu?

mercoledì 6 maggio 2026

Abbiamo molto di niente

 

Da almeno quarant’anni non s’è fatta una sola seria riforma che abbia cambiato in meglio la vita della gente comune. Anzi, al contrario, oltre a svendere il patrimonio industriale pubblico, s’è fatto di tutto per smantellare quei pochi ma preziosi diritti che erano stati conquistati in anni di lotte, a cominciare dai contratti di lavoro e dalla scala mobile. E solo Dio sa quanto sarebbero necessarie delle norme a tutela del lavoro precario e una misura che permettesse ai salari di reggere almeno un poco al gioco degli speculatori e alla brama degli sfruttatori. Misure che avrebbero dei riflessi positivi sull’emigrazione dei giovani e anche sulla natalità.

Ma di ciò, e di una riforma fiscale non punitiva per i redditi medio-bassi, neanche a parlarne, nemmeno un sussurro da parte di chi dice di tutelare le classi salariate (ma lo dicono ancora?). Quale eredità ha realmente lasciato la sinistra durante il suo lungo governare? Quale percorso ha tracciato e quale ha deliberatamente evitato? Sì, da tre anni e mezzo governano dei fascistoidi, ma qual è la sua parte di responsabilità per il declino strutturale di questo Paese? Siamo in presenza di una dinamica dell’illusione sistematica peraltro in una evidente (per chi la vuol vedere, ovviamente) crisi costituzionale.

Quella delle riforme è, nella gerarchia delle grandi questioni, e sono tante, la questione che ha la precedenza nelle chiacchiere di chiunque governi o sia all’opposizione. Siamo al punto, da ultimo, che quella compagine eterogenea che si presenta, più a parole che nei fatti, come l’opposizione a questo governo, non è nemmeno in grado di stilare un minimo di progetto politico (e non riuscirà a farlo, se non per ciò che vi è di più astrusamente generico). Sono tutti presi dal tema della leadership di una coalizione elettorale che ancora non esiste se non nel vaniloquio di una mezza dozzina di aspiranti al trono.

Ciò accade per una ragione non semplice ma evidente: qualunque partito, e all’interno di essi le relative correnti, è tributario, non solo elettoralmente, di un blocco sociale apparentemente variegato ma sostanzialmente granitico, che si frappone a qualsiasi riforma sfiori una sola delle cento sfumature del privilegio, una qualsiasi fonte di prebende o di esenzione. Dal padroncino al burocrate ministeriale, dal concessionario di un bene demaniale al tassista furbo, dall’evasore tollerato all’elusore sistemico autorizzato, dalla protervia di un gestore di servizi fino all’intoccabilità del magistrato, nessuno ha reale interesse che le cose cambino. E così sia.

martedì 5 maggio 2026

La necessità del bello

Imbecilli.

Tutti condividiamo la passione per le cose belle, ma ognuno ha gusti diversi. Dovremmo dunque chiederci che cos’è il bello, specie nell’arte e nell’architettura. La risposta non è facile, appunto perché “ognuno ha gusti diversi”. Risposta che rimanda ad un’altra domanda: sulla base di quali esperienze e nozioni informiamo il nostro “gusto”?

Per esempio, da molti decenni l’architettura contemporanea è presentata come un’arte al di sopra di tutto, per cui si assiste a una crescente eccentricità tra gli architetti, che aspirano a diventare artisti famosi (è stato creato il neologismo “archistar”) e perciò amano condividere le proprie “creazioni” e le riviste hanno tutto l’interesse di amplificarle.

Si crea un ambiente autoreferenziale che rafforza credenze e convinzioni individuali con la complicità degli organizzatori di grandi eventi, mostre, tavole rotonde e altre conferenze, dove nulla viene veramente messo in discussione e chi semmai si permettesse di criticare i loro deliri sarebbe liquidato come un buzzurro che non sa nulla e non capisce niente.

Oggigiorno, le banche dati di immagini sono stracolme di edifici identici provenienti da tutto il globo. La stessa retorica, gli stessi committenti, gli stessi architetti. Le loro realizzazioni urbanistiche, specie quelle suburbane, sono senz’anima, ripetitive e noiose, una continua reinvenzione e innovazione ridondante.

Poniamo, per mera ipotesi e improbabile realtà, che una soluzione architettonica si sia rivelata valida a Segrate, lo sarà anche a Venezia? Come nei film, come nella vita, dove si può trovare la magia del bello quando tutto è così levigato e privo di dissonanze? Dunque, perché insistere nel progettare qualcosa che mostra già segni di debolezza, se non di fallimento totale?

Il peggio sono dei veri e propri obbrobri di cemento bianco qui, cemento nero là, a volte una muraglia cinese (Gregotti a Venezia), altre volte una struttura in legno a vista che mal si sposa col resto, oppure di metallo, che dopo solo pochi anni è già invaso dall’ossidazione (ho negli occhi la facciata del centro commerciale alle porte di Bassano del Grappa, ma non solo).

Poi, la tristissima questione dei quartieri ghetto e di quelle infrastrutture pubbliche che dopo pochi anni sono già in totale o parziale disfacimento. Perfino l’architettura del periodo fascista, pur discussa, aveva un suo proprio stile e una indubbia solidità concettuale e materiale.

Per contro, come si può immaginare che un’architettura che non è mai esistita, nella migliore delle ipotesi un’utopia inverosimile e pretenziosa, possa sfidare lo scorrere del tempo? Sia chiaro, non auspico un anacronistico ritorno al “classico”, bensì un ritorno alla decenza, ossia a un’architettura che non dimentichi sistematicamente le proprie origini, ben strutturata e armoniosa, ben inserita e affiancata al nostro patrimonio storico.

La società del tardo capitalismo ha perso quasi del tutto il gusto del bello, ed è così egocentrica e sicura dei propri risultati da non concedersi più il desiderio, il bisogno, la necessità del bello. Visto che nulla sorprende o si distingue più, ho delle modeste, polemiche e provocatorie proposte (lultima è molto seria): chiudiamo la Biennale e altre iniziative del genere per almeno una generazione. Mi spingo oltre: chiudiamo per un bel po’ anche quei “pollai” che sono diventate le facoltà di architettura. Più ancora: mandiamo a casa anche quegli imbecilli di Bruxelles e così chiudiamo il cerchio.