mercoledì 30 settembre 2026

Professioni

 

Sbagliano i giovani medici a snobbare l’urologia, poiché essa rappresenta, con qualche altra specialità, il futuro del business sanitario. Anche perché l’urologo ha la possibilità di metterlo nel culo al paziente, maschio, due volte. La prima volta, col suo ditino; la seconda, con la sua parcella.

Per contro, prevedo un declino della psichiatria. Per un motivo molto semplice: in un mondo di matti, le persone che non presentano seri disturbi mentali saranno considerate fuori norma. E queste persone sono tendenzialmente sempre di meno.

Ma non vi annoiate?

 

Anche settembre se n’è andato. Tra meno di cento giorni ci saremo fumati anche questo caloroso 2026. Che però non è ancora finito e può riservarci ancora delle sorprese prima di Natale, quando ancora una volta ci prenderà la mania della merce, tanto che non sanno più cosa inventare pure in Cina.

La nostra vita è sempre più una vita di giorni incerti e dunque non c’è da farsi illusioni anche per i giorni che verranno, anzi. La stupidità si è cristallizzata, ed è un risultato cumulativo di troppe negligenze, del fatto che ognuno s’è sentito assolto da responsabilità proprie. Abbiamo fatto passare con noncuranza certe idee, ed adesso assistiamo a una reazione a catena fuori controllo, che non si può fermare.

Questo presente indicibile non è segreto, sta travolgendo il pianeta. Le contese internazionali non si combattono più solo con le cannoniere e le baionette. La tecnologia non si limita al ruolo di supporto, le macchine possono agire autonomamente. Il passato che ritorna è anche peggio.

In fondo non ce ne frega nulla o non più di tanto. Lo percepisco anche quando racconto delle “storie”. Sarà che non le saprò raccontare bene, che le racconto per sfuggire alla mia vita di periferia, in un quartiere grigio e quasi benestante, ma ad ogni modo è indicativa l’indifferenza col quale è stato accolto anche l’ultimo racconto, che mi ha preso ore e ore per ricostruirlo con la precisione che mi è stata possibile. Ha raccolto un solo commento, che peraltro non avrei dovuto pubblicare.

Mi chiedo, ma non vi annoiate a leggere le solite puttanate sulla misure delle gonne e altra pornografia del genere?

martedì 29 settembre 2026

Consapevolezze di classe

 

Quasi alla fine della campagna elettorale (però non si sa ancora quando si celebrerà il rito elettorale), ai titoli di coda, il cosiddetto campo largo troverà un accordo per far sparire l’elefante nella stanza. Non resta altro da fare che prepararsi (non con dei popcorn, per carità) e attendere il momento in cui con un gioco di prestigio ciò avverrà.

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L’introduzione del suffragio universale tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo – un compromesso necessario più per accontentare dei piccoli borghesi engagé che contro la ribellione della classe operaia – ha perpetuato l’illusione che la giustizia e la prosperità generale possono essere raggiunte solo attraverso un sistema parlamentare rappresentativo di stampo borghese (*).

Da quali categorie professionali è composto il Parlamento (non solo il nostro)? Basterebbe riflettere su questo dato per far comprendere che il sistema parlamentare rappresentativo in effetti rappresenta solo categorie e gruppi sociali che nulla hanno a che spartire con chi suda la giornata di lavoro per ricevere il becchime con cui campare. La stessa composizione si riscontra facilmente nella magistratura e nei vertici apicali della pubblica amministrazione.

Dovrebbe apparire dunque chiaro quali interessi prevalenti siano tutelati all’interno del sistema parlamentare. Per non parlare poi delle lobby che, come falene attratte dalla luce, gravitano attorno al parlamento europeo così come attorno a quelli nazionali. Del resto, i candidati sono scelti dalle segreterie dei partiti. E questa mi pare una prova empirica dell’esistenza di una contraddizione fondamentale tra le aspirazioni costituzionali e la realtà costituzionale. E non voglio aggiungere altro.

(*) Vorrei precisare, anche se mi pare di averlo già fatto in passato, che quando impiego la parola “borghese” non mi riferisco genericamente e semplicemente alla gente con gli schei. Più in generale, va osservato che gli individui si trovano predestinati nelle loro condizioni di vita, hanno assegnata dalla propria classe la loro posizione nella società e con essa il loro sviluppo personale, e sono sussunti sotto la propria classe.

Posso assicurare che le élite sono fortemente endogame: uno dei miei passatempi – grazie a internet – riguarda gli incroci matrimoniali dei grandi nomi dell’aristocrazia industriale e finanziaria, nonché i percorsi di carriera eccezionali (per meriti, ovviamente). Per quanto riguarda il famigerato ascensore sociale, ci fu un tempo in cui funzionava in forza di una espansione scolastica e apertura dell’istruzione superiore, combinata con la crescita economica che favoriva le promozioni interne alle aziende; oggi tutti i dati e le conoscenze personali ci dicono che l’ascensore è guasto, bloccato in cantina e puzza di piscio.

Pertanto, la definizione di borghese o di proletariato è sempre in relazione al capitale inteso come rapporto sociale. Ciò nonostante, non tutti i proletari e non tutti i borghesi stanno in una identica relazione rispetto al capitale sociale. Per cogliere identità e differenza è necessario attenersi alla molteplicità dei fenomeni sociali e alle loro articolazioni (anche a livello di singolo individuo: non è che il borgataro che vince alla lotteria diventa ipso facto un “borghese”).

Stante l’integrazione internazionale del capitale, non è più possibile capire la struttura di una composizione di classe a livello nazionale o locale senza partire dalle modificazioni che la cosiddetta globalizzazione comporta a livello mondiale. Inoltre, l’accesso ai consumi di massa nasconde, tra le altre determinazioni, la pauperizzazione crescente della popolazione in rapporto all’imponente creazione di ricchezza socialmente prodotta.

Visto che ci sono, vorrei precisare brevemente, fuori dalla sputacchiera ideologica corrente, anche sui concetti di “giustizia” e di “libertà”. La “giustizia” non potrà mai essere qualcosa di diverso, di più elevato e di equanime, di quanto sia dato dai rapporti sociali in essere, fissati e sanzionati, appunto, dalle leggi. Insomma, la “giustizia” non potrà mai essere neutrale in relazione alla violenza delle contraddizioni che percorrono il sistema sociale di riferimento (lo dico per i riformisti in jersey). Ciò vale per qualsiasi epoca e formazione sociale (lo dico per gli “anticapitalisti” sans phrases).

Quanto alla “libertà”, essa è un prerequisito moderno – non indispensabile ma positivo senz’altro – affinché il proletario sia libero di vendersi come si vende qualunque altra merce, di modo che l’estorsione del plusvalore possa avvenire con i minori intoppi possibili. Infatti, la forma “salario” non avrebbe senso nel modo di produzione capitalistico se non celasse il segreto di tutta la produzione capitalistica: la produzione di plusvalore e la sua estorsione. È proprio quando il “libero” lavoratore cerca una propria “autonomia” contestando lo sfruttamento che interviene, deus ex machina, l’Uomo che rimette le cose a posto.

In ciò hanno ovviamente un ruolo importante gli intellettuali: non sono affatto lavoratori (come essi invece credono), essi sono una categoria sociale; come i preti, sono una vera casta, sono i produttori e gli spacciatori di oppio al servizio dei padroni e dello Stato.

Se si fa proprio il concetto che il lavoro sociale e l’appropriazione privata del prodotto del lavoro si contrappongono direttamente come classi sociali, tutto le altre determinazioni della sfera borghese divengono chiare da sé stesse.

Scrive il Grande Vecchio: «L’epoca nostra, l’epoca della borghesia, si distingue tuttavia perché ha semplificato i contrasti fra classi. La società intiera si va sempre più scindendo in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente opposte l’una all’altra: borghesia e proletariato». Soggiungo una postilla: oggi solo la borghesia ne è pienamente consapevole e agisce conseguentemente.

Il gregge è tornato

 

Dopo i fan adoranti di Céline Dion, ora arriva la devozione feticistica del Papa. È arrivato, ha detto cose reazionarie, cose sdolcinate e ha baciato feti appena nati, poi vroom-vroom nella Papamobile.

Un incontro al Palazzo dell’Eliseo, una visita all’UNESCO, una passeggiata nel Quartiere Latino, i vespri a Notre-Dame, una veglia di preghiera allo Stade de France e, come gran finale, una gigantesca messa all’aperto. In Francia sono in piena campagna elettorale, qualunque clown va bene per lo spettacolo.

Settimana di preghiera in strada in un Paese che è stato rigorosamente laico per oltre 120 anni. Motivo per il quale lo Stato francese rilascia i suoi diplomati anno dopo anno senza che abbiano ricevuto alcuna forma di indottrinamento religioso dalla scuola pubblica. Dunque dovrebbe destare sorpresa l’alta percentuale di giovani tra la folla presente all’arrivo del Papa. Qualche domanda bisognerebbe porsela.

Me la sono posta. A questo punto, per la solita Francia reazionaria, un Messia diventa indispensabile. Speriamo non abbia i baffetti.

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Ieri, sempre in Francia, 180 scuole medie superiori sono state interessate dalle proteste, di cui 28 nella regione dell’Île-de-France. Secondo quanto riferito dalla prefettura di polizia di Parigi 164 studenti sono stati arrestati, un numero definito “piuttosto significativo“. Dodici membri della polizia sono rimasti feriti, secondo il Ministero dell’Interno, così come otto membri del personale docente, tra cui tre presidi. Anche una dozzina di studenti delle scuole superiori sono rimasti feriti. Qualche domanda bisognerebbe porsela.

Me la sono posta. In Francia, di là della solita frenesia mediatica, ai giovani studenti del Papa non frega un cazzo e ciò che chiedono non è “speranza”.

Per oggi, il principale sindacato studentesco delle scuole superiori ha indetto un blocco nazionale delle scuole in tutta la Francia, in concomitanza con la giornata nazionale di mobilitazione dei lavoratori del settore pubblico. Denunciano, tra l’altro, una generale carenza di risorse e classi sovraffollate. L’unica risposta è la repressione.

lunedì 28 settembre 2026

Il programma minimo della sinistra

 

La guerra ha sempre spaccato la sinistra. Il 4 agosto 1914, quando i socialdemocratici al Reichstag votarono i crediti militari, l’Internazionale si dissolse in un giorno. Così scrive il manifesto. Quale sinistra? I lacerti del PDS e della Margherita? Veltroni, Franceschini, Serracchiani e compagnia bella? Oppure Conte? Di sinistra costui? Ma andiamo, è una delle tante scorregge sfuggite al controllo di Grillo.

Per essere un partito di sinistra, sempre nell’ambito del contesto parlamentare borghese, bisognerebbe essere quantomeno dei riformisti radicali. E cioè? Il “nodo” non può essere solo l’Ucraina, ma avere un programma incompatibile con la UE, con la BCE e con la NATO.

Dunque condannarsi per sempre a una posizione minoritaria? Ma appunto in ciò consiste la contraddizione immanente – il dilemma della nostra epoca – al riformismo quando vuole essere di sinistra. Berlinguer, per esempio, dal cosiddetto compromesso storico ne uscì con le ossa rotte.

Se oggi vuoi essere di sinistra, devi mettere in conto l’accusa di essere contro l’Unione Europea, quindi l’accusa di antisemitismo, di intelligenza con Putin, l’antipatriottismo e insomma l’accusa di avventurismo e di estremismo. La battaglia ideologica è la battaglia più importante. La Chiesa cattolica lo sa da millenni, la borghesia da secoli.

Mettiamola più semplice: possono dirsi di sinistra solo coloro che non vogliono o non hanno le energie per lavorare oltre una certa età, magari con precari contratti a tempo determinato; che vogliono essere sicuri che i propri cari ricevano le cure di cui hanno bisogno, o che non sopportano più le sempre più amare pillole di un sistema sanitario a due livelli; che credono che coloro che traggono profitto dallo smantellamento dello stato sociale debbano essere chiamati a risponderne e non solo in via ipotetica. Insomma, roba simile.

Possiamo immaginarceli Schlein e Conte aderire senza se e senza ma a un programma minimo del genere?