martedì 3 marzo 2026

Il dito persiano, la luna cinese

 


Ci fu un tempo in cui gli imperialisti per iniziare e giustificare le loro guerre s’inventavano operazioni sotto falsa bandiera o menzogne accuratamente costruite. Una guerra richiedeva un’autorità superiore e doveva essere resa plausibile alla comunità internazionale. La Carta delle Nazioni Unite forniva una sorta di codice di condotta per gli Stati che intendevano calpestare la scena internazionale. Quei giorni sono finiti. Sono finiti i tentativi di mentire, è finito il riconoscimento, almeno presunto, del diritto internazionale. Alcuni giornali registrano la situazione con preoccupazione; altri semplicemente non potrebbero preoccuparsi di meno del rispetto di alcune regole.

Le bombe stanno finalmente cadendo sull’Iran. Rimuovere il regime dei mullah è un obiettivo politico fondamentalmente legittimo. Che a incaricarsene siano i sionisti e gli americani è perfino ovvio. Questo è l’atteggiamento esplicito o implicito della stragrande maggioranza della stampa europea. C’è urgente bisogno di abbattere le dittature, ma non tutte, e di aiuti allo sviluppo nei settori del capitalismo e della libertà. Più bombe ed esplosivi ci sono, più efficaci saranno gli aiuti alle libertà e allo sviluppo.

Oltre al tentativo di eliminare quello che percepiscono come un focolaio di disordini in Medio Oriente, l’obiettivo è infliggere danni significativi alla Russia e, soprattutto, alla Cina, il principale avversario dell’establishment statunitense. Ecco il motivo perché se ne stanno tutti buoni e coperti nelle capitali europee, facendo fare il “lavoro sporco” ai sionisti e ai criminali di Washington. Ma c’è anche chi si offre di passare lo straccio per pulire il pavimento dell’obitorio.

L’Iran non è semplicemente – in quanto membro dei BRICS e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai – parte integrante del sistema di coordinate russo-cinese. Ha sostenuto la Russia nella guerra in Ucraina, ad esempio con i droni, e ha stipulato un accordo di cooperazione strategica di 25 anni con la Cina. Se un regime filo-occidentale riuscisse a insediarsi a Teheran, Mosca e Pechino perderebbero un partner importante. Questo rimane vero anche se il Paese precipitasse nel caos.

Se, per un motivo o per l’altro, Teheran dovesse cessare di essere un partner di cooperazione per la Cina, ciò costituirebbe – da una prospettiva puramente politica – un duro colpo; tuttavia, non sarebbe la condanna a morte per la posizione della Cina nel Golfo. A meno che Washington non riesca a costringere anche Riad e Abu Dhabi a separarsi da Pechino. Con questi chiari di luna tutto è possibile.

La Cina importava petrolio dal Venezuela. Il fatto che gli Stati Uniti abbiano ora blocchino queste importazioni è qualcosa che Pechino può facilmente assorbire. Lo stesso varrebbe per il petrolio importato dall’Iran, qualora un regime allineato a Washington salisse al potere a Teheran. Tuttavia, Trump non si fermerà a questo. Gli Stati Uniti potrebbero chiudere lo Stretto di Malacca per tagliare fuori la Cina dalle sue forniture di materie prime, questione che preoccupa gli strateghi cinesi da decenni. Pechino dovrà tracciare una linea rossa da qualche parte. Dove esattamente e come verrà applicata lo vedremo.

Trump, come dicevo l’altro giorno, non è quel pazzo che si vuol far credere. O, quanto meno, la sua è una lucida follia.


lunedì 2 marzo 2026

Macron cita Macchiavelli

 

Questa idea ha portato solo guerre. Per essere liberi bisogna innanzitutto essere sovrani. L’Europa non è sovrana. Inoltre, per essere liberi bisognerebbe tenersi lontani da individui pericolosi. E invece viviamo nel mondo di Trump e Netanyahu, ma anche in quello di Epstein e di altra gente simile.

Donald Trump ha costruito parte della sua promessa politica sulla fine delle “guerre infinite”, sull’idea di non ripetere le esperienze di Afghanistan e Iraq. Ora si trova coinvolto in un’operazione il cui esito è strutturalmente incerto e potenzialmente pericoloso: anche se l’Iran crollasse, ma senza una successione organizzata, il conflitto non finirà, si estenderà, continuerà e diventerà sempre più incontrollabile.

L’Iran non è l’Afghanistan e nemmeno l’Iraq di Saddam. È un paese vasto più di cinque volte l’Italia, con un’orografia molto varia (uno dei più montuosi del mondo, con vette che sfiorano i seimila metri, tanto che a un’ora d’auto da Teheran la borghesia persiana va a sciare) e oltre 90 milioni di abitanti, ed è in ottimi rapporti con Mosca e Pechino. L’Iran è un incubo politico, geografico ed etnico.

In un post del 3 gennaio 2020 scrivevo: «La più grave sconfitta patita dagli Usa nel dopoguerra sul piano geo-strategico, ancor più di quella patita nel sud-est asiatico negli anni Settanta, è stata la perdita del controllo sull’Iran. Oggi la più grave sciagura che possa capitare agli Usa e ai suoi alleati sarebbe un conflitto armato con l’Iran. Al Pentagono conoscono la geografia politica e anche quella fisica, perciò non ignorano che l’Iran rappresenta uno dei più essenziali cardini strategici dell’equilibrio mondiale.

«È sufficiente un’occhiata a una carta geografica per rendersi conto che le più grandi riserve petrolifere mondiali sono localizzate tutt’intorno all’Iran, un paese che ha migliaia di chilometri di coste sul Golfo Persico e su quello di Oman, divisi dallo Stretto di Hormuz. Confina con la Turchia, l’Iraq, l’Azerbaijan, l’Armenia, il Turkmenistan, l’Afghanistan, e a sud-est con il Pakistan, è a contatto diretto con il Mar Caspio e non dista molto dal Mar Nero».

In un vertice UE del maggio 2019 in Romania, Macron, a riguardo degli accordi sul nucleare iraniano, dichiarava: “Innanzitutto, l’Iran non si è ritirato da questo accordo. Secondo, se l’Iran si ritira da questo accordo, sarà responsabilità degli Stati Uniti”. Come cambiano i tempi.

Se l’Iran vendesse carrube alla Cina invece di petrolio, gli Usa non spenderebbero un dollaro per bombardare Teheran.

«Cè un solo diritto nel mondo, il diritto della forza!» A.H.

domenica 1 marzo 2026

Da che parte stare


Fare della satira su Trump è stato divertente e anche molto facile. Però è il presidente della più grande potenza militare e nucleare, oltre che economica e monetaria. Dunque non è come fare satira su Salvini o Macron.

Anche se ormai quasi nessuno ci fa caso, Trump ha ignorato più volte sia il diritto internazionale e sia quello costituzionale statunitense in materia di guerra. Ha agito ripetutamente in violazione della Carta dell’ONU, né ha coinvolto il Congresso, a cui la Costituzione conferisce il potere esclusivo di dichiarare guerra.

Trump è il volto degli Stati Uniti, il rappresentante eletto di uno Stato e di un Paese che si considera l’inventore della democrazia (della pizza e altro ancora). È l’esecutore di una politica che non è guidata e promossa solo ed esclusivamente da lui, dalla sua persona.

Nonostante tutto il clamore mediatico che circonda Trump, non dobbiamo dimenticare cos’è la democrazia liberale nella sua essenza, quali strutture di potere salvaguarda e quali individui vengono scelti per questo ruolo in un dato momento. È in questo reale contesto sociale che può verificarsi ciò che erroneamente interpretiamo come la follia di un presunto pazzo.

La follia di fondo è il capitalismo e l’imperialismo in un mondo che si sta squagliando, dove nuove potenze stanno emergendo ed entrano in feroce competizione. Di conseguenza, e secondo le leggi del capitale, la questione della guerra e della pace passa in primo piano nelle relazioni tra Stati e blocchi di potere in tutti i settori, dall’economia all’esercito.

In un mondo del genere, che ospita le più grandi minacce per l’umanità, in un mondo dolorosamente privo della forza e dell’influenza dei movimenti anticapitalisti e antimperialisti, non possiamo esimerci dall’analizzare e valutare le forze che stanno cambiando questo mondo oggi, e dunque decidere da quale parte stare.

La “follia” di un Trump è davvero diversa da quella di un Merz e dei suoi simili e della loro ossessione per una politica di potenza e la guerra? Per tacere dello Stato sionista che occupa la Palestina con metodi non dissimili da quelli dei nazisti. Dunque, mi pare evidente quali siano le potenze più aggressive, le più militanti e pronte a scatenare un conflitto locale o generale.

Molti europei e statunitensi non sono tra coloro che dimostrano di essere interessati a un confronto aperto e pacifico. Al contrario, sono di fatto favorevoli a una politica estera aggressiva e guerrafondaia. Lo dimostra il loro sostegno alla NATO e al regime fascista di Kiev, il loro sostanziale favore o disinteresse con il quale guardano a ciò che succede in Palestina. Tutto ciò ha e avrà sempre più delle conseguenze. Leggere la storia del passato e del presente come il risultato della follia di qualche leader politico è autoassolutorio ma fuorviante e catastrofico.

sabato 28 febbraio 2026

[...]


Ho telefonato a New York. Mi ha risposto il centralino. Ho chiesto di passarmi il signor António. Il centralinista mi ha detto che sono chiusi per il week-end. Riproverò lunedì ... Risposta: il lunedì ci sono solo gli impiegati, neanche tutti. Insisto: martedì? Se vuole – mi ha risposto –, ma penso sia inutile. Io stesso – mi racconta il centralinista – dal mese scorso non ricevo lo stipendio. Chiedo perché ciò accada. Laconica risposta: solo 69 paesi membri hanno versato i loro contributi all’inizio del 2026. Ho replicato: ma almeno una dichiarazione, un appello, qualcosa … «Madame – mi grida il centralinista – je vous ai déjà dit que cet endroit est fermé pour le week-end ! ». Click. 

Il conflitto inevitabile

 

Tempo al tempo e anche di loro non sentiremo più la mancanza.

Il rapporto di Citrini ha toccato un punto delicato della questione “capitalismo”. Si sentono tutti o quasi preoccupati per quello che succederà domani o dopodomani. Tranquilli, non succederà nulla di così catastrofico nel tempo ravvicinato, salvo crisi finanziarie e robetta come depressione economica, qualche rutto sociale e alla Casa Bianca uno scappato da Bedlam. Il capitalismo non crollerà, si trasformerà in qualcos’altro. Quando? Non lo so, ma che importanza ha? Non da un giorno all’altro, né da un anno all’altro. Moriremo tutti prima di allora, o almeno molti di noi avranno già tirato le cuoia. Diamogli un po’ di tempo, siamo solo agli inizi della sua trasmutazione.

Anche per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, non è un mostro di Frankenstein, né HAL 9000. Non è per nulla intelligente, nel senso umano: i suoi risultati possono apparire sofisticati, ma i modelli non ne comprendono per nulla il significato. Questa distinzione è cruciale e costituisce una delle ragioni principali per non cedere, tra l’altro, all’idea che sostituirà in tutto e rapidamente la maggior parte dei lavori d’ufficio e simili. Del resto, un robot non avrà mai gli occhi colmi di pensieri lontani.

Né bisogna credere che l’IA riduca i costi, aumenti la produzione e apra la strada a modelli di business completamente nuovi, proprio come è accaduto nelle precedenti rivoluzioni tecnologiche. Questa è una consolante illusione. Quando il computer e internet sostituirono le macchine da scrivere, la calcolatrice e molti impiegati con il bloc-notes, poi ad affiancare i superstiti sono apparsi i programmatori, i venditori di cianfrusaglie informatiche e tutta una pletora affine della stessa filiera.

Con l’intelligenza artificiale non è così. Non viene scambiata la macchina da scrivere con il computer, riscritta la mansione dell’impiegato e ristrutturato l’organigramma dell’ufficio, ma sconvolta dalle fondamenta tutta l’architettura concettuale, organizzativa, implementativa e gestionale delle attività lavorative (e non solo lavorative), creando, tra l’altro, inevitabili tensioni nella gerarchia del lavoro, tra la logica manageriale e la pratica lavorativa dei dipendenti.

Se con la microelettronica e internet è cambiata la nostra vita, con l’IA viene a modificarsi anche la nostra identità, i confini tra uomo e macchina. Il conflitto è inevitabile.