venerdì 22 maggio 2026

Prima o poi verrà il loro turno


Oramai gli accadimenti sono arrivati a un punto tale di oscenità che è quasi impossibile commentarli, e dunque mi è assai penoso e anche difficile aggiornare il mio diario quotidiano.

Israele è un paese in larga maggioranza complice degli stragisti genocidi al governo. Solo una minoranza degli ebrei nel mondo ha condannato ciò che è avvenuto e sta avvenendo in Palestina e in Libano. Questo è tutt’altro che un buon motivo per mettere tutti gli ebrei sullo stesso piano, ma penso sia un motivo sufficiente per una riflessione sull’estremismo ebraico e in particolare sul sionismo che ne è l’espressione di punta.

È stato possibile assistere in questo XXI secolo allo sterminio di un popolo, quello palestinese, per fame, sete, mancanza di cure e continui bombardamenti (sono stati distrutti 28 ospedali e centri di medicina). Uno sterminio che continua nel sostanziale silenzio dell’Unione Europea e in particolare del governo italiano e di quello tedesco (che ringrazia Israele per compiere il “lavoro sporco”.

Un’Unione Europea che, non ultimo per questo motivo, di fatto ha cessato di esistere. A questa organizzazione, così come alla Nato, si stanno sovrapponendo gli interessi e le iniziative di alcune potenze, prima tra tutte quella germanica, che si sta riarmando per rendersi pronta e capace di scatenare una nuova guerra ad Est sulla base di qualsiasi pretesto. Il fatto che manchi oggi di armi nucleari non deve illudere.

Quanto agli Stati Uniti, da moto tempo sono la più grave minaccia che grava sul mondo intero. Dal secondo dopoguerra, hanno causato milioni di morti con le loro guerre. Dopo aver sequestrato manu militari il presidente del Venezuela e dopo aver proditoriamente attaccato militarmente l’Iran, un Paese che dista oltre 10.000 chilometri da Washington, ora si propongono di invadere Cuba.

Come spesso accade, gli statunitensi indicano una minaccia fantasma che diventa un pretesto molto reale per la guerra. Il 17 maggio, funzionari americani hanno fatto trapelare informazioni riservate (che evidentemente riservate non erano). Il governo cubano, che il giornalismo da strapazzo chiama “regime”, avrebbe acquisito 300 droni da combattimento per attaccare la base americana di Guantanamo. È falso, calunnioso e contro ogni logica. Per un Paese che rischia un’invasione statunitense in qualsiasi momento, l’acquisto di droni non è affatto sorprendente.

Ieri, il sistema giudiziario americano si è spinto fino a incriminare il Segretario generale del Partito comunista cubano, Raúl Castro. Finora Washington aveva applicato la stessa strategia degli assassini genocidi israeliani, imponendo un embargo di carburanti, cibo e alle attività turistiche, rendendo più che problematica la sopravvivenza della popolazione (le grandi compagnie di navigazione CMA CGM e Hapag-Lloyd hanno recentemente sospeso le loro attività con Cuba). Anche in tal caso, tutto ciò sta avvenendo nella quasi totale indifferenza degli organismi internazionali e degli Stati che si definiscono “democratici”.

Le principali centrali termoelettriche, che generano circa il 40% dell’elettricità dell’isola, sono fuori servizio, causando significative interruzioni di corrente. La popolazione sta soffrendo e le manifestazioni stanno iniziando a svolgersi nelle strade dell’Avana anche se gli abitanti temono soprattutto un’invasione americana dell’isola. Cuba è pronta a difendersi, applicando la dottrina della “guerra popolare”. Questa strategia consiste nel permettere agli invasori di entrare nel territorio dell’isola prima di intraprendere una guerra di logoramento. L’esercito cubano è piccolo, ma rimane preparato e ben addestrato, tuttavia quanto potrà resistere Cuba all’embargo dei rifornimenti di carburante?

Anche in tal caso, noto aperta o malcelata soddisfazione presso i cosiddetti liberali. Prima o poi verrà il loro turno.

mercoledì 20 maggio 2026

La cosa più importante

Da adolescente, intuivo che una vita vissuta secondo le regole di questo sistema fosse distruttiva. Il mio non era ancora un giudizio politico ed ideologico motivato, ma semplicemente una presa d’atto della realtà. Qualche anno dopo, ho capito che il mio senso di smarrimento non era radicato in un problema individuale, ma piuttosto nelle più generali condizioni della società. Ciò mi ha aperto gli occhi ancora di più sull’ingiustizia che ci circonda: il brutale sfruttamento e l’oppressione. Ho categoricamente rifiutato, nel mio piccolo e per quanto mi è stato possibile, di rendermi complice di tutto ciò. Sapevo che andava fatto.

Negli anni ’70 aleggiava ancora un sentore del movimento del 1968, c’erano dei giovani che combattevano con tanta risolutezza contro questo sistema, una ribellione contro le istituzioni e le mentalità di stampo fascista presenti nella società. Guardando alla storia e al mondo che mi circondava, mi appariva sempre più chiaro che i potenti beneficiari, coloro che erano più invischiati nel sistema capitalistico, avrebbero combattuto qualsiasi cambiamento fondamentale con la violenza più brutale. Ed era ciò che precisamente stavano facendo per mano dei fascisti.

Il nostro era stato l’ultimo retaggio degli ideali di lotta per il socialismo e il comunismo da oltre un secolo. Negli anni ‘80 la società era cambiata ed era diventata evidente la necessità di una riflessione e di una ridefinizione riguardo molte cose fondamentali della politica, dell’ideologia e dell’azione. Retrospettivamente, su alcune cose non avevamo avuto ragione, ma non su tutte. Si era percepito molto chiaramente dove ci stava portando lo strapotere capitalistico e di come l’indebolimento del movimento antagonista avrebbe avuto conseguenze catastrofiche. Ed è effettivamente ciò che è successo.

Superare un trauma di massa richiede cambiamenti immediati, profondi, e ciò non è avvenuto sia per il radicale mutamento della struttura produttiva e di ciò che gli sta intorno, sia per stanchezza e limiti storici e culturali. Come già aveva preconizzato il Grande Vecchio, prese piede nella società una classe di salariati che per convenienza, indolenza e calcolo, riconosceva come leggi naturali ovvie le esigenze del modo di produzione capitalistico e ad esso si adeguava.

L’alternativa socialista, ricca di esperienze storiche, anche attraverso il superamento dei gravi errori, dei grandi e piccoli tentativi rivoluzionari, delle lotte, scomparve dall’orizzonte degli ideali e come necessario presupposto teorico e pratico per il cambiamento. Della memoria di quel passato, in un mondo che persegue in ogni modo e con ostinazione la propria rovina, non è rimasto nulla o quasi. Non solo di lapsus, di ignoranza e di ignobile tracotanza si tratta, ma di un lavoro scientifico di demolizione e diffamazione che prosegue da decenni. La memoria è importante, anzi è la cosa più importante sul piano individuale e sul piano storico-sociale di una comunità. Senza di essa una persona cessa di essere tale e una comunità si estingue.

martedì 19 maggio 2026

Con regolarità

 

L’importante è leggere, dice qualcuno. Come andare di corpo. Non importa cosa ti danno da mangiare. Chiosa Repubblica a riguardo del Salone del Libro di Torino: “cura del cibo come oggetto estetico e progettuale e dove ha avuto successo il filone vegetariano-vegano con un progetto tutto dedicato alle radici”.

Nel postprandiale, i visitatori-acquirenti, che non è detto siano anche lettori, sono andati di corpo con questa roba qua: Concita De Gregorio “La cura”, “Il custode” di Niccolò Ammaniti, Vasco Brondi con “Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte”.

Altri hanno preferito lassativi meno diluenti: uno dei preferiti è stato Maurizio De Giovanni con “L’orologiaio di Brest”. Esaurito Tomaso Montanari con “La continuità del male”, richiestissima anche la glicerina “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi.

La merda è ovunque, cambia solo il colore: quella “gialla” di Petros Markaris, “La ricchezza che uccide” e “Caducità”, di Sandro Veronesi. Quella più fotografata è una prima del “Signore degli anelli”. Per sfinteri forti la superstar indiscussa è stata “Kolchoz” di Emmanuel Carrère. La purga sovietica rende bene.

Anche la prostata di Vittorio Sgarbi stimola parecchio con “Il cielo più vicino”. Ora che è stato assolto, il critico depresso può ritornare in circolazione. In rotolone soffice doppio velo: “Io sono perfetto” di Paolo Ruffini e “Il crimine del Paradiso” di Guillaume Musso.

Nel vespasiano di Mondadori: “Il tempo del la la la” di Luciana Littizzetto, “Cesare, la conquista dell’eternità” di Alberto Angela e “Arkansas” di Chiara Tagliaferri. Dicevo: l’importante è andare di corpo. Anche questanno, con regolarità.

lunedì 18 maggio 2026

Ciò che dicevano Gramsci e Togliatti, ma non dice Bersani

Il termine “fascismo” e i suoi derivati verbali rinvia comunemente al fascismo storico, e dunque c’è da chiedersi se concettualmente tale termine (considerato “problematico”, per cui il sostantivo e l’aggettivo sono sostituiti con espressioni anodine e cialtronesche come: “destra-destra”, “quella roba lì”, ecc.) sia anche il più adatto a descrivere l’emergere delle tendenze autoritarie che stiamo sperimentando specialmente negli ultimi lustri in occidente.

Sia chiaro, per varie ragioni non mi riferisco al ritorno e alla riproposizione sic et simpliciter dei fascismi novecenteschi (fatta la tara alle belluine pose dei nostalgici). Dunque perché l’impiego di tali forme verbali?

A mio avviso, anche se l’impiego di tale termine non ci permette di comprendere analiticamente l’intensificarsi delle tendenze autoritarie e l’integrazione nel sistema esistente delle organizzazioni parafasciste, tuttavia può funzionare quando viene utilizzato nel senso comune per descrivere le transizioni dalle democrazie borghesi a regimi politici totalitari (si rammenti che lo Statuto albertino e la costituzione di Weimar non furono mai formalmente revocati).

Premesso che il potere delle classi dominanti può essere assicurato in modo più affidabile quando si basa non sulla violenza aperta, ma sul consenso volontario dei governati, sulla gestione capitalistica del malcontento, l’oscillazione tra un sistema appena democratico e una politica non ancora fascista è proprio ciò che rende il concetto di “fascistizzazione” così specifico: permette di analizzare sviluppi e processi laddove il fascismo non esiste ancora o non si manifesta ancora apertamente come tale (anche per l’opposizione di una parte della borghesia stessa).

Pertanto e pur senza rifarmi alla lettera alla definizione di fascismo di Dimitrov (troppo didascalica rispetto a quella di Togliatti [*]) è il termine più adatto per descrivere una concentrazione di tendenze politiche autoritarie che sono l’effetto indotto dalle molteplici trasformazioni che hanno investito il capitalismo nell’ultimo mezzo secolo, così come l’effetto della crisi dell’ordine mondiale e di quella socio-politica interna.

Mutamento profondo che ha convinto i grandi poteri economici di aver superato la società pluralistica attraverso una politica economica conforme all’economia di mercato. Ed è proprio della natura di questa tendenza del “mercato”, ossia del modo di produzione capitalistico, che fingono di non rendersi conto i liberal-democratici variamente di centro e di sinistra.

Una società sostenuta da grandi conglomerati finanziari e industriali sa, da sempre, che per rendere fluido il meccanismo dello sfruttamento, il nemico interno, rappresentato da ogni reale antagonismo sociale e politico, deve essere pacificato. Ma, se necessario, annientato. Anche Gramsci, com’è noto, ci offre il quadro reale della situazione quando parla di: “Stato integrale”, di “Stato = società politica + società civile, ovvero egemonia armata di coercizione”. Non penso si tratti dello stesso Gramsci di cui parlano oggi i fascisti al governo, ma di quello che hanno perseguitato, condannato e imprigionato i loro nonni in orbace.

La società borghese, quando le cose filano lisce, è un ibrido di bastone/carota e forme ideologiche a cui gli sfruttati si devono conformare volontariamente. Tuttavia, la falange borghese (che non esclude componenti di “centro-sinistra”, tutt’altro), non ha mai smesso di lavorare al suo progetto di annichilimento dei movimenti antistatali e anticapitalisti (vedi le campagne diffamatorie, la riesumazione di fatti e processi a oltre mezzo secolo di distanza) e di rendere sempre più “pacifici” anche quelli di stampo emancipatorio.

Il termine “fascismo” e i suoi derivati verbali, sono appropriati anche oggi, perché il fascismo non è stato un fenomeno spiegabile con la biografia di Mussolini, come veicolato da tanta pubblicistica (interessante la categorizzazione instillata nelle menti di lettori e spettatori), né è spiegabile con le solite frasi sulla distruzione della democrazia.

[*] Nel 2004 l’editore Laterza ha pubblicato una raccolta di saggi scritti negli anni Venti e Trenta da Palmiro Togliatti e proposti col titolo Sul fascismo. Renzo De Felice ebbe a scrivere riferendosi a uno di questi saggi, A proposito del fascismo, che quel testo “può essere considerato l’analisi più compiuta e più matura del fascismo italiano elaborata tra le due guerre mondiali da un autorevole esponente comunista”. Osservo che i saggi togliattiani rappresentano complessivamente non solo la migliore analisi politica del fenomeno fascista, ma una delle più penetranti analisi delle dinamiche sociali italiane in assoluto, anche se Togliatti, e non per imperscrutabile motivo, non menziona il ruolo che ebbe un elemento di fondamentale importanza sulla scena politica, economica e sociale italiana dell’epoca: il Vaticano e il movimento cattolico più in generale (cfr. mio post dell’ 11 febbraio 2018, Sul fascismo).

Quanto ai tratti caratteristici del fascismo, Togliatti afferma che “Per prima cosa si può affermare che il fascismo è il sistema di reazione integrale più conseguente che sia esistito fino a ora nei paesi dove il capitalismo ha raggiunto un certo grado di sviluppo”.

In nessun paese come in Italia – scriveva Togliatti – si era visto “sopprimere così radicalmente la possibilità per le masse di creare organizzazioni autonome, sotto qualunque forma”. In un mio post del 2 luglio 2011, osservavo: «per Togliatti, il fascismo è anzitutto la soppressione delle “libertà democratiche formali” e l’impossibilità per il proletariato di organizzare forme di rappresentanza autonome (partiti, sindacati, ecc.). Se questo è indubbiamente vero per il fascismo della prima metà del Novecento, è altrettanto evidente che oggi, al di là del mantenimento delle apparenze delle “libertà democratiche formali” (l’abbaglio idealista che considera lo Stato al di sopra delle classi e non come un ente che materializza la polarità contraddittoria dei rapporti di classe), il sistema capitalistico è in realtà riuscito, da un lato, a neutralizzare ogni antagonismo delle rappresentanze apparentemente autonome e anzi a coinvolgerle nella gestione della crisi e nei processi di smantellamento del welfare; dall’altro, con programmi di comportamento ritualizzato e schizofrenico, a far apparire alle coscienze i rapporti sociali borghesi come “normali” e come gli unici “reali”.»

L'ONU e la UE possono chiudere bottega


Il Medio Oriente, come viene chiamato, sta attraversando una trasformazione, le cui conseguenze restano incerte. Quel che è certo è che Israele, con la complicità della canaglia statunitense e Torah alla mano, persegue incessantemente la sua espansione.

La Ford è la più grande nave pirata mai costruita (*).

La cosiddetta comunità internazionale sta dando carta bianca al governo più fascista dai tempi della fondazione dello Stato sionista nel 1948, senza che questo abbia dovuto subire alcuna conseguenza fino ad oggi. Anzi, riceve un plauso particolare da alcuni Paesi europei in linea con i relativi interessi nazionali, per il massacro di migliaia di civili. Vuoi perché stanno facendo il “lavoro sporco per tutti noi”, vuoi perché lo stanno facendo con armi ed equipaggiamenti prodotti in Europa.

Un appoggio di fatto che serve a rassicurare la propria autostima morale dopo i misfatti del secolo scorso. Una mentalità simile anima Benjamin Netanyahu, maestro nel presentare sé stesso e il suo Paese come minacciati da un pericolo esistenziale. Ciò si traduce nel massacro di intere famiglie e nella distruzione di intere regioni, nel genocidio.

Come le armi di distruzione di massa irachene non avevano un corrispettivo reale all’inizio di questo secolo, così i piani per la sottomissione del Medio Oriente, elaborati alla fine degli anni ‘90, necessitavano di un argomento decisivo, simile alla bomba atomica iraniana. Ma come hanno dimostrato la guerra dei dodici giorni dello scorso anno e la resistenza di fronte all’attuale aggressione, un sistema autosufficiente come quello che l’Iran ha instaurato in risposta alle sanzioni occidentali, non si rovescia così facilmente. E allora altre bombe e altri missili. L’ONU, inerte, può chiudere bottega quando vuole.

Anche l’UE può chiudere quando vuole. Dopo le sanzioni alla Russia, ora i comuni cittadini, non tutti in egual misura ovviamente, sentiranno il peso, solo dal lato economico però, della criminale protervia dei sionisti e dei coloni bianchi d’America. Ma diamo tempo al tempo e avremo modo di sperimentare anche altro.

(*) Abbordare e derubare le petroliere è solo un gioco da pirati. La Ford può fare molto di più: si impossessa di pozzi petroliferi, moltissimi, anzi, di un intero paese pieno di pozzi petroliferi, così tanti pozzi che insieme formano le più grandi riserve petrolifere del mondo, e tutte insieme si chiamano Venezuela. In passato, i pirati venivano infine assicurati alla giustizia. Ora, a Norfolk, stanno sbarcando, esausti, onorati e acclamati.