venerdì 9 ottobre 2026

Varie ed eventuali

 

Domani sarò al cimitero e dunque anticipo il post (*).

Dopo la Francia e la Spagna tocca al Belgio. I giornaloni italiani lo scopriranno domani (forse). I trasporti pubblici hanno subito interruzioni in diverse zone del Paese e l’aeroporto di Bruxelles (Zaventem) prevedeva la cancellazione di 140 voli.

I sindacati belgi hanno mobilitato per una giornata di protesta nazionale nella capitale, Bruxelles. Qui, la coalizione di cinque partiti guidata dal Primo Ministro Bart De Wever stava negoziando il bilancio, che prevede tagli per dieci miliardi di euro entro il 2029.

La scorsa settimana le proteste si sono diffuse dalla Francia alla Vallonia, la regione francofona del Belgio. A Liegi, si sono verificati violenti scontri con la polizia per diversi giorni, che hanno portato a decine di arresti. Le autorità di Liegi avevano imposto il divieto di assembramenti di oltre tre persone per la giornata di venerdì (viva la democrazia).

Anche in Italia la situazione è molto tesa, al limite della rivoluzione sociale: il monarca del Quirinale aveva un mese di tempo per promulgare la legge elettorale approvata ieri dalla Camera, oppure di porre il veto e rinviarla al Parlamento, ma già questa mattina all’alba, ancora in pigiama, l’ha firmata (**).

Leonardo Maria Del Vecchio si confessa a Fedez: «Ho fatto l’amore con duemila donne». È uno che usa molto ... la testa.

(*) In visita.

(**) Il primo presidente, provvisorio, era un galantuomo che non volle mai mettere piede al Quirinale, vivendo in un modesto appartamento.

Il secondo presidente, un economista borghese, sempre defilato durante il fascismo e che “non aveva mai partecipato in vita sua ad alcuna lotta veramente politica, se non come uomo della Monarchia” – secondo le parole di un suo autorevolissimo compagno di partito e vicino di seggio in Parlamento – era divenuto famoso per la sua parsimonia. Come ministro delle finanze minacciò tagli a destra e a manca, tagliando però sempre dalla stessa parte (serve specificare quale?). Nel 1948 la sua conversione fu istantanea, da “italiano più monarchico” a più alto rappresentante della repubblica. Ed essendo monarchico il distacco dalla monarchia gli riuscì bene, ma non quello dai fasti e dalle spese tipiche di quei regimi. Ed infatti, eletto presidente della repubblica, andò ad abitare al Quirinale, succedendo alla monarchia anche nello sfarzo dei riti e dei costumi, senza tema del ridicolo.

Nonostante le distruzioni del conflitto bellico e la miseria vera in cui versava il “popolo sovrano” di allora, la dotazione presidenziale fu la folle somma di 180 milioni l’anno (escluse le spese del segretario generale della presidenza che rimanevano a carico del bilancio dello Stato), più un milione al mese quale assegno personale. Lo stipendio medio mensile di un operaio non superava le 20-25mila lire. Insomma si trattava di un appannaggio enorme “e senza alcun paragone coi maggiori assegni dei presidenti della repubblica di paesi meno poveri o assai più ricchi di noi”, ebbe a scrivere allora un ex presidente del consiglio.

Al Quirinale il presidente parsimonioso si ritrovò tra decine di corazzieri e staffieri, ereditati dal precedente regime, e tra uno stuolo di servitori in livrea rossa e blu (le stesse uniformi dei Savoia), impiegati, funzionari e faccendieri. Una vanità burlesca e dispendiosa che superava quella del precedente monarca. Nel tempo le cose sono andate peggiorando, il numero degli “addetti” è aumentato e le spese sono cresciute senza eguali nel mondo, cioè centinaia di miliardi di lire che solo l’escamotage dell’euro riduce in milioni a tre cifre (il Quirinale oggi ha un appannaggio di circa 235 milioni di euro, corrispondenti a 455 miliardi di lire l’anno!

L’apposita commissione parlamentare, ai tempi di Luigi Einaudi, ebbe a scrivere: «Il Presidente di una repubblica democratica fondata sul lavoro non ha bisogno di attingere il suo prestigio al fasto che si accompagna alle corti». Ma è giustappunto perché si tratta di una repubblica fondata sul lavoro (altrui) che i presidenti della stessa (e le relative corti) possono vivere come monarchi rinascimentali.

giovedì 8 ottobre 2026

Il partito unico

 

Mentre al distributore sto facendo 50 euro di benzina, penso a quando con 100mila lire facevo il pieno e anche una buona spesa al supermercato. Risalgo in macchina e guardo la lancetta: segnala che il serbatoio è pieno a metà. Ho un attimo d’indecisione, vorrei scendere e fare altri 20 euro di benzina, ossia altri 10 litri scarsi. Desisto e metto in moto.

Accendo la radio: hanno approvato l’ennesima nuova legge elettorale. I fascisti puntano al 42 per cento dei voti e al premio di maggioranza con il 55% dei seggi. C’è quasi d’ammirarli. Se vincono anche alle prossime elezioni finalmente potranno gettare la maschera e rivendicare ancora più spudoratamente il loro passato vergognoso.

I fascisti, rientrati da latitanze e fughe dopo il crollo dello stato fantoccio di Salò, nell’aprile 1948 si presentarono alle elezioni. Ci voleva un certo stomaco per votarli. Ma già cinque anni dopo triplicarono i loro voti e portarono in Parlamento 38 tra deputati e senatori.

Il segretario nazionale era Augusto De Marsanich, già deputato fascista e membro del governo Mussolini. Il presidente onorario era un criminale di guerra, già ministro delle Forze Armate della RSI e responsabile del bando con cui erano condannati a morte i renitenti alla leva e i partigiani. Processato da un tribunale militare e condannato a 19 anni di reclusione, uscì di galera dopo 4 mesi.

Vent’anni dopo le elezioni del 1953, i fascisti potevano contare su tre milioni di voti. Tuttavia, l’Italia, nonostante le bombe e le stragi, non era disponibile per la revanche dei fascisti. Nel 1989 tutto cominciò a cambiare. Nel decennio successivo i fascisti entrarono a far parte di un governo nazionale.

La notte dei risultati elettorali del 25 settembre 2022, Meloni dedicò la vittoria elettorale alle “persone che non ci sono più”, pensando ai fascisti delle remote caligini. Da quattro anni al comando ci sono loro. E ci resteranno non solo in forza della nuova legge elettorale, ma perché il loro è l’unico partito rimasto in Parlamento.

Un mondo culturale di segatura

 

Massimo Cacciari, sul Corriere della Sera, istruisce i propri lettori su Spinoza e Marx. Ognuno ha le sue fisse e Cacciari è posseduto da quella su Spinoza.

Comincio a leggere il suo articolo fino a quando incontro questa roba qua:

«Chi detiene i mezzi di produzione e stabilisce le strategie di produzione, i fini della produzione e ottiene i risultati e i profitti di questa produzione, non sono i produttori. I produttori fanno parte di questo sistema, la forza lavoro è parte integrante del sistema sociale capitalistico di produzione. Non viene da Marte, sta lì dentro, viene prodotta essa stessa. Perché la classe operaia è prodotta nel sistema sociale capitalistico di produzione. E tuttavia in questo sistema vige questa contraddizione politica. Marx nel Capitale cerca di dare una base scientifica a questa visione, mostrando il meccanismo economico dello sfruttamento. Ma questa è la parte, tutto sommato, più caduca del discorso di Marx.»

Domanda: chi detiene i mezzi di produzione e stabilisce le strategie di produzione, i fini della produzione e ottiene i risultati e i profitti di questa produzione? Mistero.

La forza-lavoro non è semplicemente parte integrante del sistema sociale capitalistico di produzione, né è il presupposto. La classe dei lavoratori produttivi (di capitale), è la principale forza produttiva di mezzi di lavoro e di beni di consumo. Senza di essa non vi sarebbe alcuna produzione.

Quanto al meccanismo economico dello sfruttamento, Cacciari la considera la parte più caduca del “discorso” (discorso!) di Marx, e riesce perfino a non citare in tutto l’articoletto il plusvalore, la borghesia, il proletariato, la merce, denaro, valore d’uso e valore di scambio, eccetera.

Pertanto è escluso che Cacciari parli del fondamento della critica (non “discorso”) dell’economia politica marxiana: nel capitalismo la forza-lavoro è merce ed ha, quindi, il duplice aspetto di valore d’uso e di valore di scambio. Ma, mentre il valore di scambio della forza-lavoro è identico a quello di tutte le altre merci, il suo valore d’uso ha una caratteristica particolare, quella cioè di essere la fonte del valore, di poter creare, durante il suo consumo produttivo, valore e plusvalore.

Scrive Cacciari: «La contraddizione [sta] tra chi detiene i mezzi di produzione, chi ha la potenza per detenere i mezzi di produzione e la massa dei produttori che sono, in un modo o nell’altro, espropriati dal frutto del proprio lavoro.»

Qui va osservato, preliminarmente, che i produttori (chi?) non sono espropriati del frutto del proprio lavoro, ma solo di una parte di esso. Bastava dire: lo sfruttamento non è prerogativa del solo modo di produzione capitalistico, ma solamente nel capitalismo lo sfruttamento assume la forma storica e determinata di appropriazione di lavoro non pagato.

Pertanto lo sfruttamento non avviene “in un modo o nell’altro”, come sostiene Cacciari, ma in un modo molto preciso, che appunto è stato messo in luce da Marx: il processo lavorativo diventa semplice mezzo del processo di valorizzazione del capitale, diventa mezzo per fabbricare plusvalore.

Questo è il vero e principale merito di Marx, e non, come sostiene Cacciari, per aver messo «fine ad ogni idea di creatore e di creatura». Dopo Feuerbach, a Marx importa nulla della morte del creatore e della creatura, dando la cosa per acquisita e superata.

Non è merito peculiare di Marx aver posto in luce che la contraddizione è universale, assoluta, che esiste in tutti i processi di sviluppo delle cose e penetra tutti i processi dal principio alla fine.

Per quanto riguarda la contraddizione fondamentale alla base del modo di produzione capitalistico, Cacciari sostiene esplicitamente che si tratti di una contraddizione politica!

Ciò che anche a riguardo della dialettica è merito di Marx, è di aver posto in luce che ciascuna categoria dell’economia politica, essendo un rapporto, un’unità di opposti, contiene in sé la possibilità della crisi.

Insomma, senza tirarla ancora per le lunghe su questo sciocchezzaio cacciariano, non resta che prendere atto che questo è “quintessenzialmente” Massimo Cacciari. Come ex PCI e poi Margherita, come filosofo, come divulgatore, come presunto caustico critico sia del marxismo che di altro. Che cosa gli vogliamo dire a un tizio del genere? Mi pare chiaro il perché la sinistra, ma non solo la sinistra e bensì un intero mondo culturale ormai fatto solo di segatura, siano entrati da molto tempo in coma profondo e irreversibile.

Di seguito il testo di Cacciari, che il Corriere non ti fa leggere se non ti abboni.

*

Spinoza e Marx

Spero che qualcuno abbia ascoltato la mia lezione su Spinoza, perché la mia interpretazione di Marx è strettamente connessa al discorso su Spinoza. Gli idealisti tedeschi dicevano che «fare filosofia è ragionare intorno a Spinoza». E questo vale per loro ma vale ancora di più per Marx: è un'interpretazione che nella storia filosofica contemporanea è ritornata più volte, magari in termini diversi da come l'affronterò io. È una chiave filosofica forte, perché troppe volte - ancora - Marx viene letto o come un quasi economista o tutto politico o tutto storico, oppure filosofo della storia. Tutte interpretazioni risibili rispetto alla complessità e alla grandezza dell'opera di Marx che, come Spinoza, è uno di quegli autori dopo i quali il pensiero, la filosofia, la scienza europea cambiano, mutano. Autori epocali, che fanno epoca e determinano rivoluzioni complessive nella nostra cultura, non soltanto in qualche disciplina.

Il legame tra questi due colossi, Spinoza e Marx, mediato certo dalla filosofia hegeliana, dalla filosofia del diritto, è fortissimo. Perché? Perché tutto Marx è lo sviluppo in chiave radicalmente immanentistica del discorso di Spinoza.

In Spinoza abbiamo questo fondamentale principio: Deus sive natura è causa immanens, è una causa che sta dentro la cosa, la manifestazione di tutte le cose. Non è una causa transiens, non è la causa creatore che crea per sua libera volontà le cose che diventano creature. Non c'è né creatore né creature.

La causa è immanente ad ogni ente. La causa prima si manifesta immanentemente e continuamente, perennemente, nella concretezza dell'esistenza dell'ente. Questo è quintessenzialmente Marx, cioè la potenza della causa prima, la potenza della Natura sive Deus spinoziana è immanente all'ente.

L'ente - e l'ente uomo in primis, che più interessa Marx - è manifestazione piena della causa prima: non c'è una causa e poi questa causa ha noi e tutti gli enti finiti come effetti, non ci sono propriamente effetti, perché ogni ente ha in sé la potenza della causa prima.

Quindi l'eliminazione della causa transiens cosa comporta? L'eliminazione della prospettiva religiosa, di ogni religione (quindi presupposto del discorso di Marx è Feuerbach). «La critica della religione - dirà Marx costantemente - è il presupposto del mio discorso». Feuerbach, dunque, ma letto in questa chiave potente, spinoziana. Feuerbach va superato perché è ancora umanesimo, mi parla di una «natura umana» in generale. No, non vi è «la natura umana», non vi è nessuna natura umana. L'uomo è ogni volta quell'ente storicamente determinato che ha immanente in sé la potenza della causa. La determinatezza storica dell'ente non inficia minimamente la sua potenza. Non c'è nessuna causa creatrice. Io sono uomo, io sono il creatore, non l'uomo di Feuerbach, ma questo uomo storicamente determinato.

L'uomo è ogni volta quell'ente storicamente determinato che ha immanente in sé la potenza della causa.

La determinatezza dell'uomo e il capitalismo.

E allora che cos'è la determinatezza contemporanea dell'uomo?
Marx si rivolge alle nuove scienze che secondo lui determinano con concretezza storica la specificità dell'uomo contemporaneo. Ecco la sociologia e l'economia in particolare. Perché il mondo contemporaneo è dominato dall'economico. In Marx vi è una filosofia del capitalismo. Il capitalismo è una grande trasformazione di tutti i rapporti sociali, economici, politici.

La sua peculiarità consiste nel porre per la prima volta nella storia delle civiltà, l'economico al primato: il primato dell'economico è qualcosa che nessuna civiltà aveva conosciuto prima della civiltà capitalistica. È una grande rivoluzione di cui Marx esalta la portata.

L'uomo storicamente determinato contemporaneo - basta umanesimo, basta "ismi" - sono gli uomini e i conflitti tra uomini che si manifestano nella concretezza del sistema capitalistico sociale di produzione.

Sistema economico sociale di produzione perché è composto da soggetti storicamente determinati che rappresentano questa situazione. Quali sono questi soggetti fondamentali

del conflitto contemporaneo? Sono due classi, ognuna delle quali ha potenza in sé: capitale e lavoro.

In che cosa consiste la contraddizione tra capitale e lavoro?
Consiste nel fatto che i produttori, coloro che producono la ricchezza sociale, né conoscono le condizioni del proprio lavoro (perché il proprio lavoro è organizzato da potenze che gli sono esterne), né i fini del proprio lavoro, né i frutti del proprio lavoro.

Questa è la situazione di complessiva alienazione che domina il sistema sociale capitalistico di produzione: capitale-lavoro. Chi detiene i mezzi di produzione e stabilisce le strategie di produzione, i fini della produzione e ottiene i risultati e i profitti di questa produzione, non sono i produttori. I produttori fanno parte di questo sistema, la forza lavoro è parte integrante del sistema sociale capitalistico di produzione. Non viene da Marte, sta lì dentro, viene prodotta essa stessa. perché la classe operaia è prodotta nel sistema sociale capitalistico di produzione. E tuttavia in questo sistema vige questa contraddizione politica. Marx nel Capitale cerca di dare una base scientifica a questa visione, mostrando il meccanismo economico dello sfruttamento. Ma questa è la parte, tutto sommato, più caduca del discorso di Marx.

La visione marxista

La grandiosità del discorso di Marx sta nel vedere, direi profeticamente, come il mondo si stia avviando a manifestare un unico sistema sociale di produzione, quello capitalistico, che mette al lavoro secondo schemi e secondo strategie organizzative identiche, tutto il mondo. Quello che Marx chiama il «cervello sociale», l'intelletto generale messo al lavoro all'interno di un sistema unico. Questa è la grande tendenza che vede Marx soprattutto nei Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, in opere non pubblicate durante la sua vita, in cui profetizza questa dinamica del sistema che tende inevitabilmente a globalizzarsi e a mettere tutto il mondo al lavoro, l'intelletto generale al lavoro, secondo un unico schema. Secondo un unico sistema ma senza poter eliminare quella contraddizione tra chi detiene i mezzi di produzione, chi ha la potenza per detenere i mezzi di produzione e la massa dei produttori che sono, in un modo o nell'altro, espropriati dal frutto del proprio lavoro.

Per Marx questa contraddizione tende inevitabilmente ad allargarsi, a drammatizzare fintanto che si giungerà alla rivoluzione, cioè a qualcosa che mette fine ai caratteri propri di questo sistema sociale di produzione.

Tutto ciò può essere ovviamente criticato, è stato criticato, stra-criticato: tutta la parte di filosofia della storia di Marx o più propriamente politica di Marx può essere correttamente criticata. E tuttavia nulla può inficiare la grandiosità della predizione, della profezia marxiana che non ha eguali tra gli autori del XIX secolo.

Nel primo affermarsi del sistema capitalistico di produzione - che allora nelle forme che dice Marx interessava la Gran Bretagna, l'Inghilterra, interessava le isole europee -, che in quella situazione in cui ancora la grande massa del lavoro era impiegata nel primario (cioè in agricoltura), che in quelle condizioni appunto Marx estrapolasse dalla sua analisi di certi elementi fondamentali del sistema di produzione capitalistico questa visione del futuro europeo, del futuro dell'Occidente, del futuro del mondo, ecco questo è un qualcosa di assolutamente straordinario che fa di Marx un autore epocale.

Marx può avere questa visione, può giungere a questa straordinaria visione del futuro, dei nostri rapporti sociali economici e anche culturali perché parte da quella filosofia che vede nel nostro mondo europeo l'affermarsi di un'idea di causa totalmente immanente. Un'idea che vede il sistema capitalistico di produzione alla luce di quella rivoluzione che mette fine ad ogni idea di creatore e di creatura. Marx si muove perfettamente in questo ambito di pensiero: «Deus sive Natura». Che potremmo anche dire con Nietzsche: «Dio è morto».

Che Marx estrapolasse dalla sua analisi di certi elementi fondamentali del sistema di produzione capitalistico questa visione del futuro europeo, del futuro dell'Occidente, del futuro del mondo, è un qualcosa di assolutamente straordinario che fa di Marx un autore epocale.

mercoledì 7 ottobre 2026

La borghesia chiese il permesso a Luigi XVI prima di decapitarlo?

 

La Francia: liberté, égalité e altre cazzatè. Un Paese dove, come in Italia e in Germania, due paesi ampiamente fascisti sotto molti riguardi, nessuno sembra ricordare che manifestare, scioperare e “bloccare” sono diritti. Dove la polizia antisommossa, i famigerati CRS (dei criminali in divisa), viene mandata contro i bambini delle medie; dove osano usare la violenza contro di loro perché manifestano davanti alle loro scuole (un gangester in divisa ha costretto un minorenne a spogliarsi completamente in mezzo alla strada), dove gli studenti delle scuole superiori vengono colpiti dai gas lacrimogeni, picchiati, soffocati, dove vengono cavati loro gli occhi, dove vengono rotti i denti e amputate le mani (su quest’ultimo caso, la procura di Béthune ha affidato le indagini all’IGPN, l’ispettorato interno della Polizia francese!).

I mercanti, i pettegoli, i demagoghi, gli ideologi ci raccontano la loro verità: gli studenti (quasi 1.800 licei) sono strumentalizzati politicamente in vista delle elezioni. Te pareva. Studenti medi e universitari, insegnanti, genitori, sindacati e persino i vigili del fuoco si sono uniti sotto la bandiera de La France Insoumise. Che si tratti, in Francia o in Spagna, del prodotto sociale di decenni di politiche neoliberiste, viene escluso a priori. Non protestano solo contro i tagli al settore dell’istruzione (chi ha soldi va in una scuola privata, chi non ne ha finisce nelle scuole pubbliche in pessime condizioni), ma contro un sistema che ha pianificato di ammassare le persone povere nelle periferie e nelle Cités HLM (habitation à loyer modéré, una forma di edilizia sociale). Protestano contro lo scandalo di un governo che taglia la spesa sociale mentre allo stesso tempo investe somme astronomiche nello sforzo bellico.

Le violenze della polizia sono il sintomo di un regime di terrore, a sua volta terrorizzato dalla propria incapacità di fornire soluzioni alla situazione invivibile che è diventata la caratteristica della vita quotidiana francese. Il patetico riflesso di repressione immediata, ma addirittura preventiva, come accade in Italia, nel silenzio pressocché generale (perfino a riguardo del divieto di andare allo stadio per seguire la propria squadra!). Che cos’altro debbono fare i fascisti al governo dei Paesi europei per dimostrarsi tali? Aprire i lager? Beh, quelli già ci sono, al momento solo per i migranti e i reclusi al 41 bis. Ma non è detto ...

Noi contro di loro

 

Non è un caso che il termine “propaganda” derivi dalla Propaganda Fide (formalmente Sacra Congregatio de Propaganda Fide) del 1622, ovvero la fede che il papato desiderava diffondere. Il papato e gli imperatori disponevano di un vasto ed efficace apparato mediatico per la loro propaganda.

Sermoni in chiese gremite, simboli anti-islamici nella numismatica e nell’araldica, teatro, poesia, la moltitudine di opuscoli, le arti performative: ovunque, nel corso dei secoli, le argomentazioni venivano deliberatamente presentate come anti-islamiche e anti-turche.

L’islam, con la sua tradizione quasi priva di immagini e con la diffusione del Corano solo in forma calligrafica, non aveva nulla per contrastare questo apparato mediatico, sorto anche grazie alla nuova stampa.

Il papato tardo medievale fece di tutto per mantenere il proprio potere, che considerava minacciato dalla diffusione della “setta dell’islam”. Oltre alla sua influenza ideologica, alimentava la “minaccia turca” servendosi anche della riscossione della “decima turca” per finanziare gli eserciti delle “guerre turche”.

Gli stessi slogan maligni, ripetuti più volte, un intero arsenale di contenuti stereotipati: i turchi sono crudeli, rapiscono i bambini cristiani e li impalano sulle recinzioni dei giardini, violentano le donne, sono barbari, assetati di sangue, lussuriosi, bestiali.

Il catalizzatore di tutto ciò fu la conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi nel 1453. Naturalmente, la perdita della seconda Roma, fu una ferita dolorosa per i cristiani del continente europeo. Fu una sconfitta in guerra. E questa perdita dovette essere compensata da una campagna di propaganda il cui veleno aleggia ancora oggi.

Con il rafforzamento dell’impero e la sua manifestazione nel Sacro Romano Impero Germanico, e in particolare con l’impegno degli Asburgo nell’unificare gran parte dell’Europa sotto la loro guida, vennero reclutati eserciti congiunti sotto il comando asburgico.

Emersero anche forme di resistenza. La nobiltà e i ceti sociali emergenti bloccarono o ritardarono la riscossione delle tasse per proteggere i propri interessi finanziari. la Francia e la Repubblica di Venezia, ad esempio, mantennero per un certo periodo lucrosi scambi commerciali con l’Impero Ottomano, e anzi in accesa concorrenza tra loro.

Emersero gli Stati nazionali, che perseguivano i propri interessi e stringevano alleanze di convenienza. Anche le guerre di religione cristiane nel tempo persero forza e mordente. L’idea di un Occidente cristiano unificato, costretto a difendersi dall’”altro”, si dissolse.

L’Europa non fu mai una patria comune; non si sviluppò organicamente. Piuttosto, sorse e si sviluppò come potenza militare, plasmata da un senso di superiorità civile, alimentato dal rapido sviluppo borghese-capitalista e rafforzato da perenni menzogne propagandistiche.

Insomma un amalgama egemonico, fatto di espansione predatoria, colonialismo e opera missionaria cristiana. Un amalgama che oggi viene rimpianto. E dunque voce alla propaganda: la “minaccia russa”. Il nemico supremo è ancora una volta a Est. La Russia è barbara, dispotica e guerrafondaia. Sta minando i valori europei e distruggendo l’ordine democratico.

È quindi giunto il momento di alimentare nuovamente la paura e, soprattutto, di armarci per un presunto attacco imminente (che persino le agenzie di intelligence statunitensi negano). Vladimir Putin è il “sanguinario Vlad” in persona. Volodymyr Zelensky adotta il collaudato schema di disumanizzazione del nemico: “Putin riconosce la debolezza come un animale, perché è un animale”. Quando sente odore di sangue, Putin diventa forte “E divorerà tutti per cena, insieme alla vostra UE, alla NATO, alla libertà e alla democrazia”.

Esiste una stretta connessione storica tra la propaganda crociata medievale, la denuncia dei turchi all’inizio dell’età moderna e la russofobia odierna: noi contro di loro. La civiltà contro la barbarie. Noi, i giusti, contro voi, i falsi. L’Ucraina “europea” deve essere difesa dalla Russia “asiatica”.

Kiev, la città ai confini più remoti dell’Europa, non deve cadere nelle mani dei barbari come accadde a Costantinopoli. Le nostre sanzioni rovineranno la Russia. L’Europa è un giardino, il resto del mondo una giungla. Ormai l’unico collante politico che ancora tiene unita l’UE è la “minaccia russa”.

Non è una coincidenza che esista un innegabile parallelismo tra la disumanizzazione del nemico e il genocidio israeliano contro i palestinesi. Il ministro della guerra Yoaw Gallant, dopo gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023, dichiarò: “Stiamo combattendo contro degli animali umani e ci comportiamo di conseguenza”. Pertanto, anche Ursula von der Leyen può affermare senza mezzi termini: “Russia e Hamas sono molto simili”.

È la guerra contro i “putinisti” (che si collocano subdolamente sia a destra che a sinistra), insieme alla vecchia spinta verso Est, a legittimare il riarmo. Proprio come faceva il III Reich, oggi la Germania funge da centro e forza trainante del movimento. Il Premio Nobel per la Pace assegnato all’UE nel 2012 è stato, e rimane, un premio fraudolento.