venerdì 19 giugno 2026

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Avrei scelto la traccia relativa al discorso di insediamento del presidente Giuseppe Saragat. Il quale esordiva così:

Cari Senatori e Deputati, è inutile nasconderci un fatto evidente, ossia che Voi contate come il due di coppe quando a briscola c’è denari. E peraltro io stesso – lo dico per prevenire l’accusa – fin qui non ci sono arrivato per mera simpatia.

Le parole pronunciate in quest’aula suonano false come quelle di marionette. Mai, dall’unità d’Italia, chiunque nominalmente esercitasse il potere politico, fosse egli clericale o liberale, oppure socialista o altro, ha potuto agire per gli interessi del paese se non in piena coincidenza con quelli delle diverse frazioni della classe dominante.

Perciò a Voi, Senatori e Deputati, non spetta che formalizzare ciò che è nei patti, altrimenti ve ne andrete a casa. Due conti in milioni di lire e vedrete che cosa vi conviene. Forse non serve che precisi, tuttavia è sempre bene dire le cose con franchezza: nel caso vi saltasse in mente di rendervi disubbidienti, la possibilità di una vostra ricandidatura sarebbe pari a zero.

Tra meno di un anno, ci saranno le elezioni politiche e Voi sapete bene quanta agitazione c’è nei collegi per questo appuntamento che si presenta anzitutto come l’occasione per altri falliti di trovare uno stipendio e visibilità, per i partiti altri finanziamenti e altri scambi. È un mercato, lo sapete bene, un do ut des di posti e di mance, di scambi di ogni natura.

E poi, ancora, sempre per parlar chiaro, sono in ballo decine di sottosegretariati, con annessi e connessi, e può essere che la ruota della fortuna si fermi sul Vostro nome, o su quello di un Vostro amico, di una fidanzata/amica/amante. Vi conviene non disunirvi, di non cedere alle lusinghe emotive ed irrazionali di una coscienza del bene comune che non Vi appartiene, perciò continuate a mentire sulla repubblica democratica del lavoro, sulla democrazia in questo paese.

Pure sulla bontà dei Vostri propositi, vorrei ricordare le parole che un liberale ebbe a scrivere nel 1948:

«Una caratteristica strana degli italiani moderni è che, credendosi molto abili in politica (discendenti di Machiavelli) anche quando altri non li ammira si ammirano. Si ammiravano nel fascismo, si ammiravano nel regime incomposto che seguì il fascismo, si ammirano ora che avendo la più incerta e umiliante situazione credono e dicono di creare anche con ministri ridicoli la nuova Europa!» [*].

E sia ben chiaro che un conto è il rinnovamento e le riforme, quello cioè che noi intendiamo far credere ai gonzi, e un conto è la dissoluzione del sistema di potere sul quale poggiano le nostre fortune sia di classe e sia personali.

Se per qualsiasi causa, per colpa di questi o di quelli, l’Italia va al disastro, il disastro colpirà tutti e noi per primi che perderemo non solo potere e privilegi, ma ci toccherà anche di andare a lavorare.

[*] Francesco Saverio Nitti, Rivelazioni, ESI, Napoli, 1948, p. XXI.

Saragat in visita a Firenze in occasione dellalluvione del 1966.

mercoledì 17 giugno 2026

Desideri e realtà

 

Donald Trump diceva che voleva riportare l’Iran all’età della pietra, poi ha promesso alla Repubblica islamica pace eterna e prosperità senza precedenti. Ora, sembra certo che i rappresentanti di entrambi i Paesi firmeranno venerdì un Memorandum d’intesa a Lucerna, una dichiarazione non vincolante dal punto di vista legale e non molto dettagliata. Quando il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha riassunto il contenuto del documento congiunto ha affermato che era composto da meno di due pagine.

Ciò suggerisce che persino le misure di massima priorità, che dovrebbero essere affrontate “immediatamente”, come il ripristino della libera navigazione nello Stretto di Hormuz, non sono ancora state completamente risolte. Trump, in un’intervista al New York Times di domenica, ha annunciato che, come parte centrale del Memorandum, lo Stretto di Hormuz sarebbe rimasto d’ora in poi “permanentemente esente da pedaggi”.

I media di Teheran riportano che gli Stati Uniti intendono revocare il blocco dei porti iraniani sul Golfo Persico, ma sono apparentemente disposti a tollerare che l’Iran, con il coinvolgimento dell'Oman, mantenga il controllo della zona e incassi milioni di dollari in tasse. Araghchi ha annunciato che il contenuto del documento sarà pubblicato dopo la firma di venerdì.

I presunti 14 punti del Memorandum rappresentano una proposta fatta in origine dai negoziatori iraniani il 2 maggio tramite mediatori pakistani. L’idea che l’amministrazione Trump avrebbe accettato l’intero pacchetto in questa forma è pura fantasia. Le differenze tra i 14 punti del Memorandum d’intesa e le narrazioni del presidente statunitense e della sua cerchia ristretta, sono, in alcuni casi, enormi. L’impegno degli Stati Uniti a ritirare le proprie truppe dalla regione intorno all’Iran (punto 5) è altamente improbabile. Lo stesso si può presumere per la revoca di tutte le sanzioni senza alcuna concessione (punto 6) e per un programma di ricostruzione statunitense in Iran di almeno 300 miliardi di dollari (punto 7).

La verità è che Trump si accontenterebbe di mantenere lo status quo fino alle elezioni di medio termine del 3 novembre.

Quanto alla guerra in Ucraina, questione che ci riguarda ancora più da vicino anche se apparentemente meno spinosa dal punto di vista degli approvvigionamenti di idrocarburi, il conflitto potrebbe intensificarsi in qualsiasi momento con altri attacchi di Kiev contro installazioni strategiche russe e trasformarsi in una guerra europea.

Ieri, il vertice del G7 ha affrontato la questione. Secondo indiscrezioni provenienti da Évian, gli europei occidentali sarebbero riusciti a persuadere Trump a rivedere la sua posizione politica nei confronti della Russia. O forse hanno approfittato di una sua amnesia.

Le dichiarazioni di Évian non indicano che sia stata condotta nemmeno la minima analisi della posizione russa, né tantomeno che siano in corso negoziati. Il tono è da ultimatum e riflette gli errori di valutazione che hanno guidato l’espansione della NATO dagli anni ’90. Del resto, è noto che la Russia non ha interessi di sicurezza, solo “noi” li abbiamo. A Évian regna l’ottimismo supportato dai media: “L’Ucraina è in una posizione di forza” e “La situazione sta cambiando a favore dell’Ucraina” ha dichiarato Ursula von der Ficken.

È ancora una sanguinosa guerra di logoramento, ma il G7 sta per trasformarla in uno scontro devastante.

martedì 16 giugno 2026

Fortezza America: una superpotenza che riorganizza il proprio dominio

 

L’interpretazione occidentale della guerra scatenata dagli Stati Uniti e Israele contro l’Iran è piuttosto univoca: Washington ha perso il controllo, è stata trascinata da Israele in un conflitto che non voleva e ora sta pagando il prezzo di decenni di politica mediorientale. Questa interpretazione è troppo semplicistica, confonde la strategia con la perdita di egemonia.

La guerra contro l’Iran è solo un aspetto della strategia statunitense. Serve simultaneamente a diversi interessi egemonici globali: impedire un mondo multipolare e controllare le rotte di approvvigionamento rendendo vulnerabili i concorrenti e regolamentando l’accesso alle risorse energetiche, anche dei propri alleati (anzi, costringendo questi ultimi a una nuova divisione imperiale del lavoro e della tecnologia). Nel contempo, fornire all’esercito statunitense l’ambiente per l’apprendimento necessario al cambio di paradigma dalla guerra, da quella di piattaforma a quella “mobile” (*).

Il concetto analitico chiave è quello di “fortezza”. Fortezza America: un’area centrale sicura, protetta da una rivisitazione più stringente della Dottrina Monroe (vedi Venezuela e ora Cuba) e difesa dal sistema missilistico Golden Dome e dall’autosufficienza energetica nordamericana.

Oltre quest’area, si trovano gli avamposti periferici: Europa, Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Israele quale caposaldo in Medio Oriente. La guerra con l’Iran è il perno operativo di questa transizione.

Questa mentalità da fortezza non rappresenta una ritirata dalla politica mondiale, bensì una sua riorganizzazione come superpotenza egemonica globale di un ordine futuro. È sufficiente, come già rilevai tempo addietro, prendersi la briga di leggere diligentemente i documenti strategici dell’amministrazione Trump.

La Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS), pubblicato nel novembre 2025 (nel blog ho già richiamato esplicitamente e in dettaglio), indica come obiettivi il “dominio economico e la duratura superiorità militare”. È ancora più istruttiva la lettura della Strategia di Difesa Nazionale (NDS) del gennaio 2026, che descrive la Cina come “lo Stato più potente rispetto agli Stati Uniti dal XIX secolo” (**).

Come ho rilevato in più occasioni, l’espansione verso est della NATO e la conseguente guerra in Ucraina, provocata dagli Stati Uniti, non erano dirette principalmente contro la Russia, ma contro l’asse energetico tedesco-russo e più in generale contro la UE. Infatti, si tratta del programma di disarmo economico per l’Europa avviato da Washington, anche a colpi di dazi. La guerra in Ucraina è stata il primo colpo. La Guerra del Golfo è il secondo (***).

Washington definisce la direzione strategica, ma lascia che siano le difese estere a sopportarne il peso maggiore. L’Europa viene spinta ad armarsi con il pretesto dell’autodifesa, a sopportare i rischi ed essere al contempo economicamente disciplinata.

L’obiettivo NATO di destinare il 5% del prodotto interno lordo alla spesa per la difesa entro il 2035 è stato adottato sotto la forte pressione degli Stati Uniti. L’Europa deve essere sostanzialmente indebolita come concorrente indipendente per le risorse, la capacità industriale, i diritti di emissione, eccetera.

Si tratta di una “grande strategia primatista”, laddove ovviamente la multipolarità è lo scenario da scongiurare a ogni costo. Il nuovo ordine imperiale, perseguito da Washington sin dall’insediamento della seconda amministrazione Trump, ha un nome che ha origine all’interno dello stesso Pentagono: “Grande Nord America”: un perimetro di sicurezza statunitense che incorpora Stati e territori sovrani dalla Groenlandia all’Ecuador nella zona cuscinetto strategica di Washington. Non si tratta di una zona di partenariato, bensì di un cortile fortificato: le vie di accesso, i fianchi e le linee di rifornimento verso il cuore del continente devono rimanere sotto il controllo degli Stati Uniti.

Nessuna presenza militare nemica, nessun accesso ostile alle infrastrutture strategiche, nessuna interruzione delle catene di approvvigionamento critiche nell’entroterra continentale. L’area centrale americana deve essere consolidata verso l’esterno. Basta leggere il citato documento NDS la cui formula operativa è: “Ripristinare il dominio militare americano nell’emisfero occidentale” (****).

Il Canada è economicamente dipendente e ricattato dagli Usa attraverso dazi doganali, dipendenza dal mercato e interdipendenza energetica. Washington tratta il Messico come una zona di sicurezza con diritto di intervento: l’ambasciatore statunitense ha risposto alla domanda su un’eventuale azione militare unilaterale in territorio messicano affermando: “Tutte le carte sono sul tavolo”.

La Groenlandia rappresenta il caso estremo, a livello territoriale, di questa logica di consolidamento. Com’è noto, l’interesse degli Stati Uniti ad acquisirla è una fissazione imperialista che risale al XIX secolo. La Groenlandia, in un modo o nell’altro, diamola di fatto per acquisita da Washington.

Gli Stati Uniti si stanno preparando a un mondo in cui le risorse, l’accesso all’energia e la capacità industriale saranno oggetto di una contesa sempre più aspra. Anche la migrazione, come s’è visto nella cronaca recente, non viene trattata di là dell’Atlantico come una questione sociale, ma come un problema di sicurezza. Per quanto riguarda segnatamente l’Italia quale penisola mediterranea, il partner politico ideale di Washington in questo frangente, più che Meloni, è oggettivamente un tipo affidabile e ideologicamente conforme come Vannacci  (*****).

(*) Il XX secolo è stato dominato dalla guerra di piattaforma: aerei da combattimento, navi da guerra, carri armati, veicoli costosi per armi in grado di infliggere danni ingenti all’avversario. L’Iran è stata la prima potenza militare a minare sistematicamente questa logica: droni Shahed, missili balistici, missili da crociera prodotti in serie, resistenti alle perdite e progettati per esaurirsi (vds. mio post specifico del 31 marzo: Armi e logica economica nella guerra attuale).

(**) By any measure, China is already the second most powerful country in the world— behind only the United States—and the most powerful state relative to us since the 19th century .
As early as the 19th century, our predecessors recognized that the United States must take a more powerful, leading role in hemispheric affairs in order to safeguard our nation’s own economic and national security. It was this insight that gave rise to the Monroe Doctrine and subsequent Roosevelt Corollary. But the wisdom of this approach was lost, as we took our dominant position for granted even as it started to slip away. As a result, we have seen adversaries’ influence grow from Greenland in the Arctic to the Gulf of America, the Panama Canal, and locations farther south. This not only threatens U.S. access to key terrain throughout the hemisphere; it also leaves the Americas less stable and secure, undermining both U.S. interests and those of our regional partners (p. 9).

(***) Prima del 2022, la Germania importava il 52% del suo gas naturale dalla Russia; il petrolio greggio e il gas naturale rappresentavano il 59% di tutte le importazioni tedesche dalla Russia (e ciò senza l’entrata in funzione del Nord Stream 2). Dopo il 2022, questa dipendenza si è invertita: nel 2025, il 96% delle importazioni tedesche di gas naturale liquefatto (GNL) proveniva dagli Stati Uniti, un monopolio di fatto, più costoso, più volatile e più dipendente politicamente di quanto non lo fosse mai stato il gasdotto russo. Nel febbraio 2026, la Germania ha negoziato contratti a lungo termine con Qatar, Abu Dhabi e Arabia Saudita. Questi accordi con i Paesi del Golfo rappresentavano un tentativo di limitare la nuova dipendenza dagli Stati Uniti: più fornitori, più margine di negoziazione, meno monopolio statunitense sul GNL. Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. Non si tratta di “complottismo”, ma di unire i famosi “puntini”.

(****) [...] the Department of War will restore American military dominance in the Western Hemisphere (p. 17).

(*****) U.S. partners throughout the Western Hemisphere can do far more to help combat illegal migration as well as to degrade narco-terrorists and prevent U.S. adversaries from controlling or otherwise exercising undue influence over key terrain, especially Greenland, the Gulf of America, and the Panama Canal. The Department will work with nations across the hemisphere to advance these objectives, incentivizing and enabling them to step up accordingly (p. 19).

lunedì 15 giugno 2026

Troppo tardi

 

I giornalisti presenti al raduno di Vannacci si sono sorpresi nel non trovare nel parterre la solita marmaglia fascista. Vannacci rappresenta il fascista qualunque, ma non solo. Rappresenta per i suoi simpatizzanti, delusi da Meloni e da quellaltro imbecille, l’unica alternativa all’astensione dal voto. Meloni e i suoi nostalgici hanno capito bene e meglio di altri che vento tira. E sono preoccupati. Anche perché le difficoltà economiche e certe questioni sociali, come l’immigrazione, andranno ad incattivire molta gente. L’Europa a breve virerà decisamente a destra, e sarà una destra molto più estremista e schiettamente reazionaria di quella rappresentata dalla Meloni istituzionale.

Quanto alla cosiddetta sinistra e all’area grigia che gli sta intorno, proprio non ce la fanno. E comunque arrivano tardi, senza un’idea compatibile con la realtà e in ogni modo senza crediti di credibilità.