domenica 15 marzo 2026

Dal diario di un diplomatico russo

 

Ho fatto cenno, nel post di ieri, alla contessa Maria Eduardovna Kleinmichel e alla stravagante storiella raccontata nelle sue memorie da Felix Jusupov sull’origine dei cosiddetti Protocolli dei Savi di Sion. Qui di seguito riproduco un resoconto, molto più serio e attendibile ma su tutt’altro tema, di ciò che accade a un ricevimento in casa della predetta contessa poco prima della deflagrazione della guerra mondiale. Riguarda un colloquio avvenuto tra il capo della cancelleria del ministero degli affari esteri russo, il barone M. F. Schilling (*), e l’ambasciatore italiano a Pietroburgo, il marchese Andrea Carlotti (1864- 1920).

Diario del Ministero degli Esteri della Russia (dal documento originale). 1914, 3 luglio [15 luglio].

«Durante un ricevimento a casa della contessa Kleinmichel, l’ambasciatore italiano chiese al barone Schilling come avrebbe reagito la Russia a un eventuale intervento dell’Austria, qualora quest’ultima avesse deciso di intraprendere azioni contro la Serbia. Il barone Schilling, senza esitazione, rispose che la Russia non avrebbe tollerato alcuna ingerenza austriaca nell’integrità e nell'indipendenza della Serbia. Il marchese Carlotti osservò che, se tale fosse stata davvero la ferma decisione della Russia, sarebbe stato opportuno dichiararla inequivocabilmente a Vienna, poiché, a suo parere, l’Austria era in grado di compiere un passo irreversibile contro la Serbia, contando sul fatto che la Russia, pur potendo protestare verbalmente, avrebbe esitato a usare la forza per proteggere la Serbia dalle ingerenze austro- ungariche. Nel frattempo, se Vienna si fosse resa conto dell’inevitabilità di uno scontro con la Russia, con ogni probabilità avrebbe riflettuto sulle conseguenze di una politica anti-serba eccessivamente decisa.

«Il barone Schilling disse all’ambasciatore che poteva confermare con assoluta certezza quanto gli aveva appena riferito circa la ferma intenzione della Russia di impedire l’indebolimento o l'umiliazione della Serbia. Pertanto, se l’atmosfera a Vienna era effettivamente quella descritta dall’ambasciatore, il barone Schilling riteneva che sarebbe stato dovere, prima di tutto, degli alleati dell’Austria-Ungheria avvertirla del pericolo a cui la sua politica stava conducendo, vista l’indubbia determinazione della Russia a difendere la Serbia.

«L’ambasciatore promise di telegrafare a Roma a questo proposito e di chiedere al governo italiano di portare la questione all’attenzione del gabinetto viennese, ma osservò che, a suo parere, una dichiarazione proveniente direttamente dalla Russia avrebbe avuto un impatto maggiore a Vienna rispetto a una proveniente dal suo alleato italiano. Il barone Schilling disse all’ambasciatore che, al contrario, se la Russia avesse rilasciato una simile dichiarazione a Vienna, questa avrebbe potuto essere considerata un ultimatum e aggravare la situazione, mentre i continui consigli da parte dell’Italia e della Germania, ovvero degli alleati, sarebbero stati ovviamente più accettabili per l’Austria-Ungheria».

Fin qui quanto riporta il documento del ministero degli Esteri russo pubblicato nel 2014.

Nel vol. XII dei Documenti diplomatici italiani, editi dal ministero degli Affari Esteri, che copre l’arco temporale che va dal 28 giugno al 2 agosto 1914, non c’è traccia di questo colloquio tra Carlotti e Schilling, né del promesso telegramma di Carlotti a Roma inteso a chiedere al governo italiano di portare la questione all’attenzione del gabinetto viennese. Tuttavia, l’ambasciatore Carlotti telegrafava il 16 luglio 1914 al ministro degli Esteri, Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano (1852–1914):

«Del resto gli avvenimenti non sembrano alla vigilia di precipitare. Malgrado tutto né Albania né Serbia né Grecia fornirebbero facile occasione ad estese complicazioni finché Bulgaria giace, Romania veglia e Russia rimane pacifica. Quanto quest’ultima se crediti sono votati il suo esercito e la sua marina non saranno che fra alcuni anni all’altezza della situazione (?); se la sua situazione diplomatica è migliorata sul continente, essa non è ancora consolidata e le sue condizioni interne specialmente in Polonia lasciano ancora molto a desiderare.

«È quindi opinione generale in questi circoli diplomatici che per alcuni anni Russia continuerà a spiegare ogni sforzo per evitare guerre quali che siano le previsioni sulla sorte della ferma triennale in Francia» (IV serie, vol. XII, d. 273, p. 187).

Meno di due settimane dopo, il 28 luglio, l’Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia. Il giorno dopo la Russia decide di ordinare la mobilitazione generale. La Germania le dichiara guerra il 1° agosto. Il 6, anche l’Austria-Ungheria dichiara guerra alla Russia. Il 3 agosto la Germania dichiara guerra alla Francia. Il 4, la Gran Bretagna dichiara guerra alla Germania. Francia e Gran Bretagna all’Austria-Ungheria l’11 agosto. Dal bisticcio austro-serbo, in un mese si arrivò a una guerra europea su vasta scala e poi mondiale.

Non si può dire, col senno di poi, che l’ambasciatore Carlotti avesse la vista lunga. Del resto, la nostra diplomazia non poteva non tener conto degli interessi dell’élite italiana, puntando in primo luogo sulla questione adriatica e di ottenere qualche lacerto nella spartizione dell’Impero ottomano tra Francia e Gran Bretagna. Perciò si restò in attesa di vedere da che parte stare tra i due schieramenti contrapposti, poi, quando lo sfondamento germanico in Francia non si concretizzò, si pensò a quali vantaggi territoriali ottenere in anticipo dalle promesse degli Alleati.

Il giorno di Pasqua 1915, l’ambasciatore Carlotti telefonò a Schilling, chiedendo un incontro con il Ministro degli Esteri per lo stesso giorno al fine di comunicargli notizie urgenti. Ricevuto dal ministro, il marchese Carlotti lesse un telegramma ricevuto da Roma, che lo informava che, in considerazione del rifiuto da parte degli Alleati delle richieste italiane riguardanti la penisola di Sabioncello e le isole vicine, il barone Sonnino aveva detto all’ambasciatore britannico a Roma che l’Italia sarebbe stata probabilmente costretta a interrompere i negoziati e a cercare di tutelare i propri interessi con altri mezzi.

Le solite miserie della classe dirigente italiana. Secondo un documento datato 13 febbraio 1915 del ministero degli Affari Esteri russo, alle rimostranze di Schilling, «Carlotti (pur essendo di origine ebraica per parte di madre) non poté fare a meno di esclamare: «Sonnino n’est qu’un petit juif qui cherche a faire une grosse affaire» [Sonnino è solo un piccolo ebreo che vuole fare una grande cosa].

(*) Mavriky Fabianovich Schilling (1872-1934), allora capo della Cancelleria del Ministero degli Affari Esteri e del Primo Dipartimento Politico, è noto per i suoi appunti e resoconti, in particolare sulla partecipazione di Italia, Romania e Bulgaria alla Prima Guerra Mondiale, nonché sulla politica vaticana. È menzionato come uno dei principali funzionari del Ministero (insieme a Neratov) che parteciparono alla notifica dello scoppio della guerra alla leadership del paese. Nel 1898 fu nominato secondo segretario dell’Ambasciata russa a Vienna. In tale veste, partecipò alle riunioni della Conferenza di pace dell'Aia (1899). Dal 1902 al 1908 fu rappresentante del consolato russo presso il Vaticano. Dal 1908 al 1910 fu primo segretario d’ambasciata a Parigi. Nel 1912 fu nominato ciambellano della corte imperiale e divenne senatore. Si ritirò nel 1916. Dopo la rivoluzione del 1917, decise di lasciare la Russia, viaggiando da Stoccolma a Londra e poi a Parigi. Nel 1918-1919, prestò servizio nella commissione diplomatica della Conferenza Politica Russa, un’organizzazione che rappresentava il movimento bianco all’estero, nonché le strutture estere dell’ex Impero russo che non riconoscevano il potere sovietico. Morì a Parigi nel 1934 e fu sepolto nel cimitero russo di Sainte-Geneviève-des-Bois.

Tenne diari dettagliati relativi al periodo compreso tra gennaio 1893 e dicembre 1913 (conservati integralmente dal 1893 al 1902 e parzialmente dal 1912 al 1913 presso l’Archivio di Stato della Federazione Russa). Le dettagliate annotazioni quotidiane narrano non solo i problemi, le preoccupazioni, le gioie e i dolori personali dell’autore, ma offrono un quadro molto ampio della vita a San Pietroburgo e Mosca in quel periodo. Le pagine del diario sono costantemente popolate da diplomatici, alti funzionari e “personaggi dell’alta società”, con i quali Schilling aveva contatti continui per via dei suoi doveri ufficiali e dei legami familiari.

Nel suo diario, Schilling scrisse il 12 marzo 1894: «Ho già parlato con papà e abbiamo già deciso che non sosterrò l'esame di stato questa primavera. Considerato (in base al saggio che ho presentato) come laureato all’Università di Mosca, ho diritto ad entrare in servizio anche ora, ma con il grado di quattordicesima classe (dato che il grado di decima e dodicesima classe viene assegnato solo tramite l’esame di stato). [...] Quindi, forse presto sarò un diplomatico! A questo proposito, scrissi a Misha, che mi stava persuadendo a intraprendere qualche tipo di servizio per curare il mio disturbo morale: “Rallegrati, amico: sto per entrare al Ministero degli Affari Esteri, cioè diventerò un funzionario di alto rango, mentre ora sono la stessa cosa: un inetto. La differenza è minima”. Ed è vero. Fare carriera. Non ho nemmeno la forza di impegnarmi per questo. Desiderare questo significherebbe avere uno scopo nella vita, e ora sono stanco di vivere e non posso desiderare altro che il Nirvana».

Il punto di svolta

 

Più debole è lo stato sociale, più forte è lo stato militare. È ciò che sta avvenendo in Europa e ovunque. Chiunque privatizzi i servizi pubblici, dall’acqua alla sanità, dall’energia alle comunicazioni, crea deliberatamente maggiore disuguaglianza, malattia e morte prematura. L’esperienza ci insegna che non si fermeranno davanti a nulla, lasciando dietro di sé una scia di cadaveri.

Le nostre società si sono trasformate in modo decisivo in entità totalitarie e imperialiste, laddove i diritti sociali ed umani funzionano come strumento morale per valutare gli obiettivi politici. Questo include non solo il “normale” darwinismo sociale come principio guida della “sinistra” liberal-imperialista (quella che su Repubblica celebra Habermas “erede dei Lumi e profeta d’Europa”), ma ora la rinascita tout court dell’ideologia fascista.

Un punto di svolta in questo processo fu la guerra di aggressione della NATO contro la Jugoslavia nel 1999, alla quale parteciparono tutti i governi. Un “intervento umanitario” che fu, come al solito, preparato con menzogne grottesche, che mostrò un livello di demagogia che non si vedeva dagli anni Trenta, fatta eccezione per le “giustificazioni” degli Stati Uniti per le loro guerre, tipo il Vietnam e poi, in seguito, l’Iraq, lo sterminio dei palestinesi e oggi l’Iran.

Gli Stati Uniti avevano ribattezzato la loro guerra contro l’Iraq nel 1991 “Desert Storm”, un titolo hollywoodiano, con una schiera di liberal intellettuali che identificavano Saddam Hussein come una reincarnazione di Hitler, quando in realtà non era altro che uno de tanti dittatori che governano quell’area e tante altre nel mondo. Al massimo ci si limitava a criticare le modalità con cui era stata attuata la giustificazione giuridica internazionale per Desert Storm, ottenuta dagli Stati Uniti con mezzi discutibili in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Stava risorgendo, ancora una volta, un’epoca in cui il mondo avrebbe fatto della guerra una categoria fondamentale della storia mondiale.

La mentalità civile del dopoguerra da parte della maggioranza della popolazione europea era volta al rifiuto del riarmo e della guerra. Questa mentalità non cambiò nemmeno dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Nella primavera del 1999, mentre si prendeva il primo sole sulle spiagge, l’aviazione italiana e della NATO ci sorvolava diretta a bombardare, con bombe all’uranio e a grappolo, città e paesi, impianti chimici, stazioni tv e centrali elettriche in Jugoslavia per oltre un mese. L’“intervento umanitario”, si diceva, era volto a scongiurare presunti crimini contro l’umanità, la “precisione chirurgica” degli attacchi aerei non era altro che la continuazione della “retorica dell’emergenza” con mezzi particolarmente menzogneri.

Con lo spezzatino jugoslavo, la UE controlla i Balcani occidentali, che assolvono bene al loro compito di prevenire l’immigrazione da quel lato. Dal 1999, gli Stati Uniti mantengono nel Kossovo (Camp Bondsteel, come lo chiamano loro), la seconda base militare più grande d’Europa, una portaerei inaffondabile con oltre 7.000 soldati, da cui è possibile raggiungere rapidamente il Mar Nero, la costa russa, il Medio Oriente e il Nord Africa.

Lo smantellamento di un movimento pacifista che si faceva sentire, fu merito in Italia e nel resto d’Europa di tutti gli schieramenti politici. E venne il turno della Russia, con tutti unanimi nel fare uno spezzatino, un piatto succulento di materie prime e idrocarburi nel quali intingere il pane. Si puntava a un nuovo ordine giuridico democratico globale, che in realtà nascondeva le mire del vecchio ordine imperialistico, fino ad arrivare al genocidio perpetrato dai sionisti, i quali s’innervosiscono per ogni bambino palestinese che si sottrae alla morte con la fuga. Eretz Israel, come avevo facilmente vaticinato, non riguarda solo la Palestina, ma ora il Libano e poi andranno oltre.

Oggi siamo giunti ad un altro punto di svolta e non è difficile immaginare dove ci porterà.

sabato 14 marzo 2026

La prima banca russo-cinese

 

Ho incrociato Felikx Jusupov (Yusupov o Ûsupov, ecc.) alle pagine 480-81 del diario di Cecil Beaton, pubblicato recentemente anche in italiano per i tipi di Neri Pozza (ne ho fatto un cenno lo scorso 7 febbraio). Beaton incontrò Jusupov a Parigi nel gennaio 1964. Al termine della descrizione dell’incontro, si legge: «Sarebbe stata una mattinata ancora più interessante se avessi affrontato l’argomento dell’omicidio di Rasputin, ma ero in ritardo per pranzo, così quel tema doveva aspettare la prossima volta».

Non si ha notizia che vi sia stato un successivo incontro tra i due (Felikx muore nel 1967), ed è assai significativo che il calo degli zuccheri di Cecil abbia avuto la meglio su una storia davvero interessante se fosse stata raccontata dal protagonista centrale di quell’episodio ormai celebre ma tuttora non privo di ombre nelle sue dinamiche esecutive. Penso che il riferimento all’imminenza del pranzo sia stata una scusa, un modo ironico di Beaton per alludere ad altro.

Ciò mi ha indotto ad andare un po’ a fondo sul personaggio del principe Felikx Jusupov, ossia di colui che materialmente uccise Grigori Rasputin. Beaton descrive Jusupov come “omosessuale bello, regale e distinto, distratto e disinteressato alla Parigi di oggi” (quella del secondo dopoguerra). In realtà, Jusupov era bisessuale, come del resto lo era Beaton, che ebbe una lunga relazione con Greta Garbo ma anche, tra gli altri, con un certo David Hockney (*).

Racconta Jusupov: «Mia madre, che aveva già avuto tre figli, due dei quali morti in tenera età, era talmente convinta di dover dare finalmente alla luce una femmina, che aveva fatto preparare tutto il corredo in rosa. Per consolarsi della delusione mi vestì da bambina sino all’età di cinque anni». Ed infatti, una foto ritrae il nostro principino all’età di due anni vestito con gli abiti da bambina. Non mi interessa indagare, segnalo solo che in seguito e per anni il giovane principe amava andarsene in giro travestito da donna, suscitando enorme scandalo sia a Pietroburgo che a Mosca.

Felikx Jusupov era il secondogenito di una famiglia aristocratica, la più ricca della Russia, dopo quella dello zar ovviamente. A Mosca possedevano un palazzo immenso, già residenza di Ivan il Terribile, dal quale, lungo un percorso sotterraneo di chilometri, si poteva raggiungere il Cremlino. Possedevano palazzi e ville innumerevoli, miniere, fabbriche e giacimenti petroliferi, proprietà fondiarie ognuna estesa quanto una grande provincia italiana (**).

Vivevano in un lusso inaudito, in una cornice di impareggiabile suntuosità, circondati da opere d’arte del più puro stile bizantino. I loro ricevimenti, nel palazzo di Pietroburgo o di Mosca, oppure nelle loro ville in campagna nel Caucaso o in Crimea, erano di una fastosità che è perfino in difficile immaginare. A volte si riunivano più di 2000 persone, anche lo zar e famiglia. «Questi ricevimenti provocavano lo stupore dei visitatori stranieri. Essi, infatti, si meravigliavano che in una casa privata si potesse offrire a un così gran numero di invitati una cena calda servita in piatti d’argento o di porcellana di Sèvres».

Tra le cose curiose e divertenti, l’autore ci racconta che cosa accadde durante un grande pranzo offerto in onore di Li-Hung-Ciang (che identifico in Li Hongzhang, figura centrale della seconda metà dell’Ottocento cinese, il quale partecipò a dei negoziati a San Pietroburgo nel 1896), «uomo politico cinese di passaggio a Pietroburgo. Il pranzo ti offre l’occasione di conoscere una delle più strane manifestazioni della cortesia cinese. Alla fine del pranzo, due servi dalle lunghe lucide trecce si avvicinarono a Li-Hung-Ciang recando l’uno un bacino d’argento, l’altro alcune penne di pavone e un tovagliolo. Il loro padrone preso una penna, si stuzzicò in gola ... e vomito nel bacile tutto quanto aveva mangiato. Inorridita, mia madre si volse verso un diplomatico che sedeva alla sua destra e che aveva vissuto per molti anni nel celeste impero [potrebbe trattarsi del principe Esper Esperovich Ukhtomsky]. “Principessa, le disse questi, dovete considerarvi estremamente onorata, perché questo gesto di Li-Hung-Ciang è un omaggio reso alla squisitezza delle pietanze e significa che sua eccellenza è pronta a ricominciare”» (***).

Ukhtomsky svolse un ruolo di primo piano nella politica orientale russa a cavallo dei due secoli, e come consigliere dello zar Nicola e del suo ministro Sergei Witte, ricoprì incarichi di grande rilievo per quanto riguarda in specie la ferrovia transiberiana e la Banca russo- cinese (****).

A pagina 60 delle sue memorie, Felikx Jusupov racconta della contessa Kleinmichel, la quale «possedeva un’importante biblioteca, composta principalmente di opere sulla massoneria. Un giorno fu scoperto tre libri un manoscritto ebraico pergamena che venne inviato a Pietroburgo e tradotto in russo. Quella traduzione fu poi pubblicata con il titolo: I protocolli di Sion; ma la maggior parte dell’edizione sparì misteriosamente subito dopo la pubblicazione. Essa fu di sicuro distrutta. Comunque, è certo che, al momento della rivoluzione bolscevica, tutti i membri delle famiglie in caso delle quali veniva scoperto una copia del libro in questione, venivano fucilati seduta stante.un esemplare della pubblicazione giunse in Inghilterra. Conservato nella biblioteca nazionale di Londra, fu tradotto in inglese con il titolo di The Jews Peril e in francese con quello, appunto, di Protocolli di Sion [Protocoles de Sion]».

Mi pare evidente che Felikx Jusupov abbia riciclato una patacca. Va notato che Jusupov nutriva un interesse di lunga data e profondo per questo tipo di letteratura, fatto a cui allude anche Beaton nel suo incontro con il principe russo. È in tal modo che nascono miti e leggende. Identifico con esattezza la contessa Kleinmichel con Maria Eduardovna Kleinmichel (1846-1931), e una società segreta, la Lega Santa (ramificata e potente), quindi personaggi niente affatto raccomandabili come un certo Nikolic-Serbogradsky, serbo di nascita, che dapprima prestò servizio nella cavalleria austriaca e poi nel losco mondo dei servizi segreti russi.

Prima del matrimonio, Maria Eduardovna Keller era dama di compagnia di Maria Alexandrovna (moglie di Alessandro II). Le sue amiche più care erano la principessa Maria Elimovna Meshcherskaya (primo amore del futuro imperatore Alessandro III) e Alessandra Vasilievna. Zhukovskaya (la figlia del poeta), la moglie morganatica del Granduca Alexei Alexandrovich (figlio di Alessandro II). Entrambe furono costrette a lasciare la corte a causa delle loro relazioni extraconiugali. Nel 1872, anche la contessa M.E. Keller, di 26 anni, lasciò la corte per sposare il conte Nikolai Petrovich Kleinmichel (1836-1878), figlio del direttore generale delle comunicazioni, che supervisionò la costruzione della ferrovia Nikolaevskaya da San Pietroburgo a Mosca.

La vicenda di questa forfora aristocratica è molto ingarbugliata e lunga da raccontare. Mi limito a una osservazione di Trotsky che conosceva bene alcuni personaggi di quell’ambiente equivoco dell’aristocrazia nera. Nel primo volume della sua Storia della Rivoluzione Russa: «Le ciniche memorie del vecchio intrigante Kleinmichel mostrano con notevole chiarezza quale carattere sovranazionale contraddistinguesse l’alta borghesia di tutti i paesi europei, legata da vincoli di parentela, eredità, disprezzo per tutto ciò che è inferiore e, non ultimo, adulterio cosmopolita in antichi castelli, località di villeggiatura alla moda e nelle corti d’Europa».

Trotsky si ispirò alle memorie della contessa M.E. Kleinmichel, Da un mondo sommerso, pubblicate a Berlino nel 1922 e tradotte dal francese. A giudicare dal testo, la contessa aveva una sua visione personale basata sulla conoscenza di alcuni eventi importanti inaccessibili a molti. Conosceva personalmente tutti e tre gli ultimi zar di Russia, molti granduchi e granduchesse, il re inglese Edoardo VII e l’imperatore tedesco Guglielmo II, nonché numerosi stretti collaboratori e confidenti della corte russa e di molte corti europee.

Nel 1917-’18, tutto ciò ebbe termine. O quasi.

(*) I principi Jusupov, di origine tartara, appartenevano agli strati più alti dell’aristocrazia russa, che conservava ancora gran parte della sua influenza. La famiglia era di piccole dimensioni. Dopo la morte del principe N.B. Yusupov nel 1891, la figlia Zinaida Nikolaevna (1861-1939), divenne l’unica erede del nome, dei titoli e dell’immensa fortuna della famiglia. Con un decreto speciale dell’imperatore Alessandro III, il diritto al titolo principesco e al cognome Jusupov fu esteso anche al marito, il conte F.F. Sumarokova-Elston (1856–1928) e i loro figli, Nikolai (1883–1908) e Felix (1887–1967). Nikolai morì a causa di un duello e Felix divenne l’unico erede.

Jusupov, nel 1927, pubblicò un libro di memorie dal titolo La Fin de Raspoutine, in seguito ripubblicato con il titolo Avant l’Exil: 1887-1919, dove l’autore narra la sua giovinezza, la vita nell’alta società russa e il suo coinvolgimento nell’assassinio di Rasputin; nel 1954 pubblicò En Exile, in cui racconta la fuga dalla Russia, la vita in esilio e le esperienze successive alla rivoluzione.

Esiste un’edizione italiana: Felix Yussupov, Dalla corte all’esilio, edita da Rizzoli nel 1955, pp. 448 di testo. Il volume italiano, piuttosto raro, raccoglie il racconto di Jusupov dall’infanzia fino al 1953. La traduzione di Cesare Giardini, che ho confrontato con La Fin de Raspoutine, differisce stilisticamente non poco dall’originale francese, pur non mancando di riprodurre la sostanza del racconto.

(**) La formazione di una borghesia russa e l’accumulazione di capitale finanziario e industriale divennero una seria sfida al dominio economico della nobiltà terriera in Russia. Un’altra differenza rispetto all’era pre-riforma (1861) fu il cambiamento nella struttura e nella dinamica delle entrate dell’aristocrazia russa. Un’analisi della struttura delle entrate dell’aristocrazia russa rivela non solo significativi cambiamenti qualitativi nella posizione economica dell’élite nobiliare, ma anche le loro ampie possibilità di adattamento alle nuove condizioni.

A sfatare un luogo comune, già nel 1813, la nobiltà russa possedeva il 64% delle miniere, il 78% delle fabbriche tessili, il 60% delle cartiere, il 66% delle vetrerie e l’80% degli impianti di produzione di potassio. La spiegazione di ciò non risiede tanto nelle innovazioni della seconda metà del XIX secolo, quanto piuttosto nelle tradizioni e preferenze storiche dell’aristocrazia russa, che non ha mai trascurato gli investimenti di capitale in aree industriali e urbane. Pertanto, la presenza di zuccherifici, cartiere e fabbriche di carta attive nelle tenute Jusupov è del tutto naturale.

In termini materiali, la posizione degli Jusupov all’inizio del XX secolo era cambiata ben poco rispetto all’epoca della servitù della gleba. Secondo i dati del 1858, in termini di numero di servi della gleba (questo criterio rifletteva in modo più adeguato il livello di prosperità della classe dei proprietari terrieri nella Russia feudale), gli Jusupov si classificavano al quarto posto nella lista dei maggiori proprietari terrieri. Il principe N.B. Jusupov, padre della principessa Zinaida Nikolaevna, possedeva all’epoca 30.809 servi della gleba, il conte Sergej Dmitrievič Šeremetev (primo posto) ne possedeva 146.853, il principe P. Wittgenstein, 69.961 e la contessa Natalia Pavlovna Stroganova, 64.853. All’inizio del XX secolo, in termini di capitale e reddito, gli Jusupov continuavano a figurare tra i primi cinque proprietari terrieri russi più ricchi. Ma a differenza dell’era della servitù della gleba, i proprietari terrieri in Russia avevano perso il loro monopolio nella sfera dell’accumulazione di capitale: le grandi fortune si formavano ora non tanto nella proprietà terriera quanto nella finanza, nel commercio estero e nell’industria.

Nel 1900, il valore delle tenute, dacie e case degli Yusupov ammontava a 21,7 milioni di rubli, inclusi il valore delle loro case a San Pietroburgo (3,5 milioni di rubli), la casa a Mosca (427.900 rubli), la miniera di antracite (970.000 rubli), la raffineria di zucchero (1,6 milioni di rubli) e le fabbriche di cartone e carta (986.000 rubli). Nel 1900, gli Yusupov possedevano 23 tenute; le più grandi erano valutate: Rakitnoye (4 milioni di rubli), Milyatinskoye (2,3 milioni di rubli), Klimovskoye (1,3 milioni di rubli), Arkhangelskoye (1,1 milioni di rubli). Nel 1914, la famiglia Yusupov possedeva titoli per un valore di 3,2 milioni di rubli, depositati presso la Banca della Nobiltà Statale, la Banca Mercantile di Mosca, la Banca Azov-Don, la Banca Internazionale di San Pietroburgo, la Banca Industriale e Commerciale di San Pietroburgo e la Banca Russa per il Commercio Estero (L.P. Minarik, Caratteristiche economiche dei maggiori proprietari terrieri in Russia tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, Mosca, 1971, pp. 33-35.

Gli Jusupov spendevano più della metà del loro reddito per le esigenze personali e conducevano uno stile di vita sfarzoso. Circa un terzo del loro reddito era destinato alla manutenzione delle loro proprietà e residenze cittadine, preservando così il loro status. Vari pagamenti a dipendenti e opere di beneficenza rappresentavano il 15-20% di tutte le spese. Nonostante le frequenti affermazioni dei membri dell’aristocrazia russa secondo cui “l’era di Caterina” era finita e che le condizioni della fine del XIX e dell'inizio del XX secolo rendevano impossibile mantenere il loro precedente stile di vita, principalmente a causa della mancanza di fondi, i documenti della famiglia Jusupov rivelano una situazione alquanto diversa. Nei primi anni del XX secolo, le spese della famiglia Yusupov crebbero costantemente, raggiungendo il loro apice poco prima del 1914. Nel 1910 ammontavano a 608.517 rubli, nel 1911 a 877.319, nel 1912 a 891.077, nel 1913 a 910.916 e nel 1914 a 1.166.012 rubli. Nel complesso, né le enormi spese, soprattutto per le necessità personali, né l’ingente debito riuscirono a minare le fondamenta della posizione economica della famiglia Jusupov (Archivio di Stato russo degli atti antichi: RGADA, in russo: РГАДА, fondo 1290. op. 5. d. 347. foglio 10, citato da: Evgeny Evgenievich Yudin, Modernizzazione e aristocrazia russa: la storia della famiglia Jusupov all’inizio del xx secolo, Nuovo Bollettino Storico, n. 1 (14), 2006, pp. 25-35.

(***) Esper Esperovich Ukhtomsky (1861-1921), poeta e orientalista, figura straordinaria dell’intellighenzia russa a cavallo tra ‘800 e ‘900, si recò alla corte cinese nel 1897 e presentò doni all’imperatore, nonché grosse tangenti ai funzionari; in seguito divenne presidente della Ferrovia Orientale Cinese. Fu l’unica figura nell’establishment russo a proclamarsi buddista. Durante i suoi viaggi accumulò una vasta collezione di arte cinese e tibetana, che alla fine contava oltre 2.000 pezzi.

(****) Nel maggio del 1891, lo zarevic Nicola pose la prima rotaia della futura ferrovia transiberiana a Vladivostok. Questo evento, carico di conseguenze per il futuro della Russia zarista, ebbe luogo durante un tour in Oriente organizzato dallo zar Alessandro III per suo figlio Nicola, un viaggio durante il quale lo zarevic ebbe come tutor Ukhtomsky. Sergei Witte, che divenne Ministro delle Finanze dello Zar il 30 agosto 1892, scrisse che “la Ferrovia Transiberiana apre una nuova rotta e nuovi orizzonti per il commercio mondiale; a questo proposito, la sua costruzione si colloca tra gli eventi di rilevanza universale”. Il Giappone non ne era per nulla contento. Durante il tour in Asia, lo zarevic Nicola scampò ad un attentato (noto come incidente di Ōtsu) proprio quando visitò il Giappone.

Il 25 luglio 1894, il Giappone entrò in guerra contro la Cina. La Cina, sotto attacco, fu costretta a firmare il Trattato di Shimonoseki il 17 aprile 1895, con il quale concesse vantaggi esorbitanti al Giappone: la cessione dell’isola di Formosa e delle isole Pescadores, della penisola di Liaodong con la base navale di Port Arthur e il riconoscimento da parte della Cina dell’indipendenza della Corea e degli interessi speciali del Giappone in Manciuria. Il Giappone divenne così, attraverso il controllo della penisola di Liaodong, un vicino terrestre della Russia.

Il 23 aprile, la Russia, con il sostegno della Francia e della Germania, inviò un ultimatum al Giappone, chiedendo la revisione del Trattato di Shimonoseki. La Russia costrinse così il Giappone a rinunciare alle sue pretese sulla penisola di Liaodong. La concessione del diritto di passaggio per la Ferrovia Transiberiana attraverso la Manciuria cinese rappresentava una riduzione di 900 chilometri nella lunghezza della linea, e quindi una significativa diminuzione dei costi di costruzione.

Il governo russo fornì una garanzia finanziaria per un prestito di 400 milioni di franchi francesi alla Cina. I fondi per questo prestito furono forniti da un consorzio di banche franco-russe, composto, per la parte russa, dalla Banca Internazionale di San Pietroburgo e, per la parte francese, da Paribas, il Crédit Lyonnais, la Société Générale e altre importanti banche. I Rothschild non erano tra queste.

Sergei Witte, il citato Ministro delle Finanze, nominò due dei suoi stretti collaboratori, Adolph Rothstein e il principe Ukhtomsky, presidenti della Banca russo-cinese nel gennaio 1896. La Banca russo-cinese fu fondata ufficialmente il 21 gennaio 1896. Cinque ottavi del capitale della banca furono forniti da un gruppo di banche francesi, i restanti tre ottavi dalla Banca Internazionale di San Pietroburgo. Il consiglio di amministrazione di questa banca era presieduto dal principe Ukhtomsky e comprendeva cinque direttori russi. Non c’erano direttori cinesi, nonostante il nome della banca. Fu durante le cerimonie di incoronazione di Nicola II, nel maggio 1896, che venne firmato un accordo segreto tra Russia e Cina, un accordo che permise alla neonata Banca russo-cinese di raggiungere il suo pieno potenziale e di servire agli scopi per cui era stata istituita. La Cina fu ufficialmente rappresentata a queste cerimonie di incoronazione da Li Hungchang, allora primo cancelliere cinese, la più alta carica dell’impero cinese.

Ecco dunque chiarita la presenza del grande dignitario cinese e di Ukhtomsky al pranzo nell’abitazione della principessa Jusupov. La famiglia Jusupov era strettamente legata agli ambienti finanziari di San Pietroburgo e non è escluso fosse parte in causa con una partecipazione, tramite la Banca Internazionale di San Pietroburgo, alla neonata Banca russo-cinese. La quale Banca aveva un altro compito, in formale contraddizione non solo con i suoi statuti, ma anche con le leggi fondamentali della Cina: cercare e sfruttare i giacimenti auriferi nella Mongolia settentrionale. Nel 1910, la Banca russo-cinese si fuse con la Banca del Nord per formare la Banca russo-asiatica, che, entro il 1914, era la più grande banca privata russa per patrimonio totale, controllando oltre 160 imprese.

Tredici anni dopo, quando la linea transiberiana era appena stata completata e aperta al traffico lungo tutta la sua lunghezza, da San Pietroburgo a Vladivostok, scoppiò la guerra russo-giapponese. Iniziò nella notte tra l’8 e il 9 febbraio (26-27 gennaio) del 1904, con l’attacco delle torpediniere giapponesi alla flotta russa del Pacifico, allora ancorata a Port Arthur (una sorta di Pearl Harbor). La guerra si concluse il 27-28 maggio 1905 con l’annientamento della flotta russa del Baltico, che, dopo aver circumnavigato quasi il globo passando per il Capo di Buona Speranza e l’Oceano Indiano, stava tentando di forzare il passaggio attraverso lo stretto di Tsushima tra la Corea e il Giappone.

venerdì 13 marzo 2026

Ecco dove si trova il mondo nel marzo 2026

 

Fa più chiasso nei media italioti la cosiddetta “famiglia nel bosco” dei massacri che avvengono in Medioriente. L’esercito israeliano ha nuovamente attaccato nel cuore della capitale libanese, Beirut. Aveva precedentemente emesso un ordine (!!!) di evacuazione per un edificio nel quartiere di Bashura. Poco dopo, sempre l’esercito con la svastica israelita ha ordinato (!!!) l’evacuazione di un edificio nella vicina area residenziale di Sokak Al-Blat. Entrambe le aree residenziali sono densamente popolate e, tra l’altro, non rientrano nella sfera di influenza di Hezbollah.

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa statale NNA, il direttore della facoltà di scienze, Hussein Bassi, e il professor Mortada Srour sono stati uccisi in un attacco all’Università Libanese. Il campus universitario si trova ai margini della periferia meridionale di Beirut.

Dal Libano all’Iran. Le indagini del Pentagono (!!!) indicano che gli Stati Uniti sono responsabili dell’attacco a una scuola iraniana di Minab. Si ritiene che la causa siano dati obsoleti sugli obiettivi. Il quotidiano filoebraico New York Times riporta che l’esercito statunitense si è basato su informazioni risalenti a dieci anni prima per i suoi cosiddetti attacchi di precisione, e ciò è presentato come un’attenuante prevalente sul crimine in sé.

Gli Stati Uniti, senza alcuna minaccia diretta alla propria sicurezza, con quale diritto e sulla base di quale mandato bombardano le città di un altro Stato sovrano che dista 10.000 chilometri dai propri confini? Uno scrupolo retorico da qualche parte almeno c’è: “Se il presidente facesse ciò che la Costituzione richiede e chiedesse al Congresso di autorizzare la guerra, non la otterrebbe”, ha affermato un senatore democratico. Possiamo immaginare quanto frega ai genitori delle 170 bambine assassinate tale scrupolo.

Ciò che preoccupa questi assassini e i loro complici è l’aumento dei prezzi della benzina in vista delle elezioni di medio termine di fine anno. Abbassare i prezzi al consumo era una delle principali promesse elettorali di Trump. Mercoledì, i prezzi della benzina erano aumentati del 20% in soli undici giorni. Non riescono a rendersi conto di essere la maggiore e più grave minaccia per il mondo intero, di essere i principali responsabili dei più efferati crimini bellici da quasi un secolo a questa parte.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dal canto suo, condanna chi si oppone a questa tirannia unilaterale. Mercoledì, con la Risoluzione 2817, presentata dal Bahrein e sostenuta da diversi altri Stati arabi, ha condannato non l’aggressione degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, bensì gli attacchi iraniani contro obiettivi civili in Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania, chiedendone l’immediata cessazione. Si tratta di Paesi limitrofi all’Iran, i quali ospitano una delle maggiori concentrazioni di basi e centri di comando statunitensi al mondo.

A me non piacciono i mullah sciiti, ma nemmeno il suprematismo cristiano di Washington e lortodossia ebraica colonialista. Tre fondamentalismi statali legati all’impunità capitalistica (conquista, profitto, petrolio). E ci viene ancora chiesto d’ingoiare la menzogna del campo buono”. Sono tutti infami e meritano il nostro unanime disgusto.

giovedì 12 marzo 2026

Il bluff

 

L’Iran mina lo Stretto di Hormuz. Le promesse di sicurezza di Trump agli armatori sono parole vuote. È bastata una settimana e mezza dopo l’inizio della guerra da parte degli USA e Israele per scoprire il bluff. Hanno sbagliato i loro conti: l’Iran non è l’Iraq, come del resto già scrissi e documentai sei anni fa.

La cronaca: l’attenzione internazionale si è rivolta allo Stretto di Hormuz. L’Iran aveva iniziato a minare la vitale rotta marittima, e però Donald Trump dichiarava che “non c’erano segnalazioni” di mine posate, e ha minacciato conseguenze di “proporzioni senza precedenti” qualora la situazione dovesse cambiare. Poco dopo, gli Stati Uniti hanno segnalato la distruzione di diverse imbarcazioni presumibilmente utilizzate come posamine.

La tecnica di posa nautica: le mine marine possono essere piazzate dai pescherecci o dai sottomarini tascabili. Gli esperti stimano che l’arsenale iraniano comprenda tra 2.000 e 6.000 mine di questo tipo. Particolarmente temute sono le mine da fondale di progettazione cinese: giacciono immobili sul fondale, vengono attivate da sensori passivi delle navi e colpiscono lo scafo della nave dal basso.

Quella di lancio: oltre allo schieramento via nave, l’Iran possiede anche capacità di dispiegamento a lungo raggio altamente avanzate: il sistema di lancio missilistico iraniano Fajr-5, ad esempio, può essere modificato in modo che le mine marine vengano trasportate dall’artiglieria e sganciate con il paracadute sull’area bersaglio. È mobile e può essere schierato dall’entroterra, il che contrasta i tentativi degli Stati Uniti di impedire la chiusura dello Stretto di Hormuz bombardando singole imbarcazioni (*).

La risposta americana: la ricerca di mine è un processo complesso e costoso: la sola possibilità della loro presenza è sufficiente a mettere in stato di massima allerta le compagnie di navigazione (e i loro assicuratori) e a impedire il transito navale. Inoltre, secondo Reuters, solo mercoledì tre navi mercantili sono state colpite nel giro di poche ore. Dall’inizio della guerra, la British Maritime Watchtower (UKMTO) ha registrato 13 attacchi confermati a navi civili.

Il bluff: la scorta militare statunitense per le navi mercantili, ripetutamente annunciata dal presidente degli Stati Uniti, è più un’esibizione. Martedì, Reuters ha riferito che la Marina statunitense ha finora respinto tutte le richieste di protezione tramite scorta, citando l’elevato rischio di attacco. Secondo l’agenzia di stampa, circa 150 soldati statunitensi sono rimasti feriti finora. In precedenza, le dichiarazioni ufficiali avevano menzionato solo otto feriti.

Le conseguenze: la chiusura dello Stretto di Hormuz comporta conseguenze economiche devastanti che vanno oltre il petrolio: circa un terzo dei precursori dei fertilizzanti azotati del mondo attraversa lo stretto. Sono colpite anche le riserve di gas naturale liquefatto e di zolfo, una materia prima fondamentale per le batterie.

Aumenteranno ancora i prezzi dei prodotti petroliferi e non solo quelli, nonostante l’Agenzia Internazionale per l’Energia abbia proposto il più grande svincolo di riserve petrolifere della sua storia: 400 milioni di barili, misura cui hanno aderito i 32 Stati membri. Se si dovesse verificare un crollo di Wall Street, Trump sarà appeso a testa in giù al pennone della Casa Bianca.

La situazione: a Teheran, i residenti hanno segnalato il bombardamento più pesante dall’inizio della guerra. L’ambasciatore iraniano all’ONU ha parlato di 1.300 civili uccisi finora. Da parte israeliana, i funzionari hanno espresso costernazione per il fatto che gli attacchi non abbiano ancora portato al collasso dello Stato iraniano. Nonostante i bombardamenti, non si sono visti segni di rivolta tra la popolazione iraniana, riporta Reuters.

(*) In un articolo specialistico di 12 anni or sono si legge: «A volte l’Iran annuncia nuovi programmi missilistici, nomi e prestazioni che appaiono discutibili, ma attendibili sono le armi in dotazione a corto raggio, come i missili balistici (Srbm, short-range ballistic missiles) Naze’at (100-130 km.), la famiglia degli Zelzal (Zelzal-1, 150 km.; Zelzal -2, 210 km.; Zelzal- 3, 200-250 km., Fateh-110, 200-300 km.; Shahab-1 Scud B, 350 km.; Shahab-2 Scud C, Hwasong-6, 750 km., e Qiam 1, 700-800 km.).

«Si può quindi affermare che qualsiasi sistema con una gittata di 200 km. lanciato da una delle basi missilistiche iraniane situate lungo le coste del Golfo Persico, è in grado di colpire qualsiasi posizione nella parte meridionale del Golfo situata di fronte alla Repubblica Islamica.»

Dodici anni più tardi, si può ragionevolmente supporre che l’Iran abbia notevolmente migliorato i suoi sistemi di lancio e i sui missili. E le capacità di difesa israeliane reggeranno a lungo?