Doveva essere il 24 ottobre 1962, un mercoledì. A Washington, nonostante la temperatura
fosse ancora gradevole, il camino dell’ambasciata sovietica fumava ininterrottamente
giorno e notte. Si bruciavano documenti, cifrari, l’intero archivio. Nel Veneto, in uno di quei
giorni nebbiosi di fine ottobre, il nostro insegnante ci salutò al termine delle lezioni con un
breve discorso che si concluse più o meno con le parole: “Domani a quest’ora potremmo
essere tutti morti”. Pare incredibile raccontarlo oggi, ma è ciò che accadde allora in una
seconda elementare. La paura della “bomba”, di una guerra nucleare, era qualcosa che
percepivano tutti come un evento possibile, imminente. I telegiornali di quei giorni
rassicuravano: la terza guerra mondiale forse si poteva ancora evitare.
Iniziò una “quarantena” ordinata dal presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy, un blocco
navale di Cuba, a seguito del dispiegamento di missili sull’isola da parte dell’Unione
Sovietica. Le navi sovietiche sarebbero state costrette a sottoporsi a una “ispezione” entro
una zona di 500 miglia. Ciò violava chiaramente il diritto internazionale. Seguirono ore di
ansia, ma tutte le navi sovietiche tornarono indietro prima di raggiungere la zona di blocco.
Nei giorni e nelle settimane successive, si negoziò una soluzione secondo l’antico principio
diplomatico del “do ut des”.
C’è una differenza, non solo climatica, tra l’autunno del 1962 e la primavera del 2026. Alla
Casa Bianca c’è Trump e non Kennedy. L’attuale presidente è uno dei più pericolosi
criminali in circolazione, quasi alla pari con Netanyahu e la sua cricca. Più pericoloso dei
suoi predecessori che bombardarono il Vietnam, l’Iraq, l’Afghanistan e tanto altro. Ha più
volte minacciato di distruggere l’Iran, di riportarlo all’età della pietra. Questa sera scade il
suo ultimatum.
Questo vecchio strafottente, vanesio e ignorante, ha convinto il mondo intero che solo la
forza, e nient’altro che la forza, decide ogni cosa. Non si rende conto che le persone di solito
si arruolano nell’esercito “professionale” non per difendere la patria o per l’avventura, ma
unicamente per i soldi. Di conseguenza, la stragrande maggioranza dei soldati americani
non desiderano affatto diventare dei cadaveri, sebbene la professione militare implichi in
alcuni casi l’eventualità di essere uccisi.
La quantità di armamento ed equipaggiamento a disposizione dell’esercito statunitense
sembra quasi infinita, ma anche questa è un’illusione. Gli americani si sono da tempo
convinti di dover affrontare solo guerre di massacro contro avversari di gran lunga più
deboli, con perdite minime (quasi simboliche) e persino con un consumo di munizioni molto
limitato. Non sarà così con l’Iran.
Per creare nella regione mediorientale una forza di terra più o meno adeguata, ci vorranno
almeno due mesi. Dopodiché, anche nello scenario migliore per gli americani, queste truppe
subiranno perdite molte volte superiori a quelle in Iraq e Afghanistan messe insieme. In
alternativa che deciderà di fare Trump per piegare Teheran?
Per gli ebrei sionisti la questione si presenta in termini diversi, basti ricordare che il sabato
28 febbraio in cui hanno iniziato i bombardamenti sull’Iran corrispondeva allo shabbat di
Zaccaria, il giorno in cui la pratica religiosa impone la cancellazione di Amalek, una tribù
nomade a cui la Torah comanda il massacro persino di neonati e bestiame.
Questo accadeva quarantotto ore prima di Purim, la festività che celebra la vittoria degli ebrei su Haman, un visir dell’antica
Persia. Benjamin Netanyahu, la mattina degli attacchi, diffuse un video preregistrato in cui
si rivolgeva ai suoi concittadini in ebraico, riprendendo la metafora della regina Ester e
promettendo all’Iran la stessa tragica sorte di Haman. Ma vigeva un rigoroso divieto di
diffondere a livello internazionale queste immagini bibliche: l’ufficio stampa modificò
pesantemente il discorso.