domenica 18 ottobre 2026

La banca del Führer

 

L’argomento principale della “consueta riunione informale e segreta domenicale” dei governatori presso la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) a Basilea, nel maggio del 1939, era la nomina del prossimo presidente.

Johan Beyen, il presidente olandese in carica, che aveva consegnato l’oro cecoslovacco ai nazisti, avrebbe dovuto lasciare l’incarico nel 1940. I principali candidati a succedergli erano tre: un olandese, uno svedese e un americano.

L’americano designato era Thomas Harrison McKittrick (1889–1970). Di formazione avvocato, non aveva alcuna esperienza diretta nel settore delle banche centrali. Ma ciò contava poco, poiché la guerra era alle porte e c’era la necessità di mantenere aperti i canali finanziari durante il conflitto.

In tal senso, McKittrick era il candidato ideale come cittadino di un paese neutrale e anche perché gli Stati Uniti erano diventati il territorio della finanza transnazionale. Aveva lavorato per la Higginson & Company, la filiale britannica della Lee, Higginson & Company, una rinomata società di investimenti di Boston, che al suo apice era più ricca e prestigiosa di Goldman Sachs e Lehman Brothers.

Trascorse un periodo anche in Italia, dove lavorò per la divisione estera della National City Bank of New York, prima di arruolarsi nell’esercito statunitense nel 1918. Non fu inviato al fronte, ma a Liverpool, dove venne distaccato presso l’intelligence militare britannica per verificare che non vi fossero spie intente a utilizzare le banchine portuali per entrare o uscire dalla Gran Bretagna. Lo possiamo immaginare all’interno di un pub intento a scrutare le banchine del porto e il fondo del suo bicchiere.

Nel 1921 fu inviato a Londra per lavorare nella filiale britannica della società e divenne socio responsabile delle operazioni estere sia per la sede di Londra che per quella di New York. Seppe presto orientarsi nella City di Londra, costruendo un’impressionante rete di contatti internazionali. Dedicò gran parte del suo tempo, oltre ai cocktail, a prestiti e investimenti riguardanti la Germania, tra cui il prestito estero tedesco previsto dal Piano Dawes del 1924.

McKittrick era arrivato alla BRI nel 1931, entrando a far parte del Comitato arbitrale sui crediti tedeschi, incaricato di dirimere le controversie relative ai crediti concessi alle banche private tedesche. Gli altri due membri erano Marcus Wallenberg, della banca svedese Enskilda Bank, e Franz Urbig, presidente del consiglio di sorveglianza della Deutsche Bank.

Wallenberg e suo fratello Jacob erano tra i banchieri più influenti d’Europa; la famiglia Wallenberg vantava una rete di redditizi collegamenti con banchieri di Londra, Berlino e Wall Street. Durante la IIGM, i fratelli Wallenberg avrebbero sfruttato la Enskilda Bank per intrattenere rapporti con entrambi gli schieramenti, assicurandosi al contempo ingenti profitti (*).

McKittrick era da tempo grande amico di Allen Dulles, conosciuto quando quest’ultimo lavorava presso la legazione americana a Berna e lo aveva aiutato a risolvere una questione legata a un visto. Questa stretta amicizia, ancor più di altre, spiega molto della vicenda personale di McKittrick e dunque anche della storia della BRI durante il conflitto bellico.

Allen Dulles – dal novembre 1942 inquilino al numero 23 di Herrengasse –, dirigeva da Berna la sede svizzera dell’Office of Strategic Services (OSS), il servizio di intelligence estera degli Stati Uniti. Una rete molto complessa composta non solamente da agenti veri e propri, ma anche da banchieri e uomini d’affari, studiosi, preti ed esuli. Uno dei visitatori del civico 23 (dalla porta sul retro) era il principe Max Egon zu Hohenlohe-Langenburg, un agente del Servizio di Sicurezza del Reichsführer Ss Heinrich Himmler.

Alcuni informatori e agenti di Dulles scambiavano notizie per la causa degli Alleati, altri per denaro. McKittrick, noto anche con il nome in codice OSS 644, scambiava informazioni per lealtà: non verso la causa o l’interesse nazionale degli Stati Uniti, bensì verso la finanza transnazionale, un credo condiviso dallo stesso capo dei servizi segreti americani.

Dulles voleva conoscere tutto ciò di cui McKittrick era al corrente, in particolare riguardo ai canali finanziari nazisti; e le informazioni in suo possesso erano molte, come egli stesso avrebbe poi ricordato.

Thomas McKittrick, come previsto, nel gennaio 1940 divenne il nuovo presidente della BRI e vi rimase in carica fino al 1946. Dunque in un lasso di tempo cruciale. Fu il terzo presidente americano della BRI, dopo Gates McGarrah e Leon Fraser. Il legame con gli Stati Uniti aveva plasmato la BRI fin dalla sua fondazione nel 1930. La banca era stata ufficialmente istituita per amministrare il Piano Young per le riparazioni tedesche, dal nome del diplomatico americano che aveva mediato l’accordo, ma in realtà si occupava anche di molto altro ancora (**).

L’obiettivo dichiarato da McKittrick era quello di mantenere per la BRI una stretta neutralità finanziaria. La dichiarazione di neutralità comportava quanto segue: la banca non avrebbe concesso credito alle banche centrali dei paesi belligeranti; operando su mercati neutrali, avrebbe vigilato affinché i belligeranti non traessero profitto da tali operazioni; non avrebbe effettuato transazioni, né dirette né indirette, tra paesi in guerra tra loro; non avrebbe venduto attività detenute in un paese per effettuare pagamenti a un altro paese in guerra con il primo, né avrebbe detenuto attività di un paese belligerante a garanzia di un altro.

Le dichiarazioni di neutralità della banca si rivelarono ben presto prive di valore. McKittrick e il resto della dirigenza trasformarono la BRI in un braccio operativo di fatto della Reichsbank. Ciò non fu il frutto di inerzia, passività o indolenza burocratica, bensì la conseguenza di una serie di decisioni strategiche deliberate.

La BRI effettuò operazioni di cambio con la Reichsbank e accettò oro nazista frutto di saccheggi fino agli ultimi giorni di guerra, quando persino paesi neutrali come la Svezia avevano iniziato a rifiutarlo. Riconobbe l’annessione forzata al Terzo Reich dei paesi occupati, tra cui Francia, Belgio, Grecia e Paesi Bassi.

La Germania nazista non aveva raggiunto la vantata autarchia. Aveva bisogno di acquistare ingenti quantità di materie prime per produrre armamenti e per nutrire, riscaldare e vestire la propria popolazione. Acciaio svedese, petrolio rumeno, tungsteno portoghese e carne bovina sudamericana: tutto doveva essere acquistato e pagato in valuta pregiata (da ciò si può ben comprendere come l’antiebraismo fosse funzionale alla necessità di reperire oro e altri valori). La Germania nazista necessitava di un canale finanziario verso i paesi neutrali, canale che passava per Basilea.

La BRI convertiva il metallo prezioso in franchi svizzeri puliti o altre valute convertibili, permettendo al regime nazista di finanziare il proprio sforzo bellico. Per esempio, le aziende svedesi fornivano ai nazisti milioni di tonnellate di minerale di ferro – destinato alla produzione di carri armati, cannoni e munizioni – oltre a cuscinetti a sfera, generi alimentari e legname, materie prime di importanza vitale.

Nel 1944, durante la Conferenza di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense Henry Morgenthau Jr. chiese apertamente la dissoluzione totale e immediata della BRI a causa della sua complicità con il nazismo. Tuttavia, la risoluzione approvata a Bretton Woods non fu mai resa efficace.

Questa resistenza statunitense si buon ben comprendere. La Standard Oil aveva costituito un cartello con la IG Farben, il cui amministratore delegato e responsabile dell’economia di guerra, il deputato nazista Hermann Schmitz, sedeva nel consiglio di amministrazione della BRI. Nel 1948, Schmitz fu processato per crimini di guerra e contro l’umanità per il saccheggio e la spoliazione dei territori occupati; condannato a 4 anni, fu rilasciato nel 1950; divenne poi membro del consiglio degli amministratori della Deutsche Bank di Berlino, nonché presidente onorario della Rheinische Stahlwerke AG).

La filiale francese della J.P. Morgan – membro fondatore della BRI – intratteneva proficui rapporti commerciali con i nazisti anche dopo l’invasione della Francia. Quanto alla ITT, la multinazionale aveva avviato una partnership con Kurt von Schröder, il potente banchiere nazista (la J.H. Stein Bank di Colonia) soprannominato “midwife of Nazism” (lavatrice del nazismo), che ricopriva la carica di amministratore della BRI, pur essendo un finanziatore e esponente di grado elevato delle Ss: Brigadeführer (***). Per la nuova classe di finanzieri transnazionali, la guerra non era che un’interruzione dei commerci, per quanto estremamente redditizia. Nel frattempo, era necessario mantenere aperti i canali finanziari, che passavano per Basilea.

La BRI riconobbe l’annessione forzata al Terzo Reich dei paesi occupati, tra cui Francia, Belgio, Grecia e Paesi Bassi. La BRI consentì ai regimi di occupazione nazisti di acquisire la proprietà delle sue azioni, facendo sì che il blocco dell’Asse detenesse il 67,4% del capitale azionario con diritto di voto. Le riunioni del Consiglio di amministrazione furono sospese, ma le Assemblee generali annuali proseguirono; le banche azioniste votavano per delega.

Le annessioni territoriali naziste vennero accettate, ma non quelle sovietiche. Nel giugno 1940, l’Armata Rossa invase Lettonia, Lituania ed Estonia. I sovietici ordinarono ai governatori delle tre banche centrali di dare istruzioni alla BRI affinché trasferisse le loro riserve auree alla banca di Stato dell’Unione Sovietica. Il parallelo con l’oro cecoslovacco era evidente, ma l’esito fu ben diverso. La dirigenza della BRI, attenta al rispetto formale delle norme, sosteneva che la banca dovesse accettare le istruzioni date dai sovietici. Ma questa volta il presidente si oppose e fu decisivo.

All’inizio della guerra, temendo un’invasione tedesca della Svizzera, per un breve periodo la BRI si trasferì a Château-d’Oex, nel sud-ovest del Paese. McKittrick e Per Jacobsson (Consigliere economico e Capo del dipartimento monetario ed economico, che scrisse i rapporti annuali della BRI dal 1931 al 1956) si sistemarono allo Château de Rougemont, gentilmente concesso in uso dal proprietario americano. Il resto del personale dovette arrangiarsi nel villaggio. Tutti tirarono un sospiro di sollievo quando la BRI fece ritorno a Basilea nell’ottobre del 1940. Lì, nonostante il conflitto, la BRI continuò a godere di enormi privilegi, sia finanziari che giuridici. Poteva acquistare e vendere quantità illimitate di franchi svizzeri. Si trattava della valuta più importante nell’Europa in guerra, accettata ovunque.

Grazie al suo statuto, la BRI non era tenuta a comunicare le operazioni di cambio. I suoi tassi di cambio rispetto al franco svizzero non erano soggetti alle stesse restrizioni imposte alle banche commerciali svizzere. Fino al 1942, la BRI poté acquistare e vendere oro a condizioni più vantaggiose rispetto alla Banca Nazionale Svizzera. Questa singolare situazione, in cui banchieri degli Alleati e dell’Asse collaboravano con tale profitto, attirò l’attenzione sempre più ostile da parte di certi ambienti a Londra e Washington.

La BRI deteneva investimenti in Germania per un valore di 294 milioni di franchi svizzeri-oro (96 milioni di dollari: al cambio di allora, ovviamente) sotto forma di fondi presso banche statali, cambiali e obbligazioni. La banca riuscì a sopravvivere grazie agli interessi corrisposti dalla Reichsbank, che finirono per rappresentare l’82 per cento delle sue entrate. Inizialmente la Germania saldava i propri debiti in valuta, ma dopo il marzo 1940 passò all’oro, in gran parte frutto di rapine e saccheggi.

Durante il conflitto, la Germania incrementò le proprie riserve auree di 603,5 milioni di dollari; oltre l’80 per cento di tale quantitativo proveniva da razzie ai danni delle banche centrali dei paesi occupati. Oro per un valore di 88 milioni di dollari fu confiscato a cittadini tedeschi e residenti nei territori sotto occupazione nazista. Oro per circa 3 milioni di dollari fu sottratto alle vittime dei campi di concentramento. Anche questo venne accreditato su un conto presso la Reichsbank gestito da Emil Puhl, uomo di fiducia di Thomas McKittrick e compagno di pranzi di Per Jacobsson.

Durante gli anni della guerra transitarono complessivamente 21,5 tonnellate d’oro attraverso il conto aureo della Reichsbank presso la BRI; di queste, 13,5 tonnellate erano state acquisite nel corso del conflitto. Sei tonnellate furono impiegate per saldare i debiti della Reichsbank tramite il sistema di pagamento della BRI per il traffico ferroviario e postale internazionale, gestito anch’esso dalla banca (****).

Il mondo era in guerra, ma l’unico punto su cui entrambe le parti sembravano concordare era che la BRI dovesse continuare a operare, con Thomas McKittrick alla presidenza.

L’articolo 10 dello statuto della BRI garantiva che in caso di guerra i beni e le proprietà della banca sarebbero stati immuni da sequestro. C’era persino l’accordo con il governo britannico affinché le comunicazioni della BRI a Londra potessero passare direttamente senza il vaglio della censura. Sir Kingsley Wood, Ministro delle Finanze, dichiarò nell’ottobre del 1942 che, con McKittrick al timone della BRI, non vi era nulla di cui preoccuparsi.

McKittrick trasmetteva ripetutamente informazioni economiche e finanziarie alla dirigenza della Reichsbank. Era particolarmente vicino a Emil Puhl, vicepresidente della Reichsbank e direttore della BRI, che McKittrick descriveva come un suo “amico”. Puhl, specialista in oro e valute (gran parte del metallo proveniva dalle vittime dell’Operazione Reinhard ad Auschwitz, Majdanek, Treblinka, Bełżec, Chełmno e Sobibór), era un frequentatore abituale anche della Banca Nazionale Svizzera a Berna.

Aveva stretti legami con il ramo finanziario delle Ss, articolazione che gestiva i vasti interessi commerciali dell’organizzazione. Puhl, piuttosto che Walther Funk, il suo superiore nominale, era il vero capo della Reichsbank, e come tale figura chiave nel finanziamento dello sforzo bellico del Terzo Reich. Al processo dei ministeri, uno degli ultimi dei dodici processi di Norimberga tenutisi tra il 6 gennaio 1948 e il 13 aprile 1949, Puhl fu condannato per crimini di guerra a soli cinque anni di reclusione (ho letto, in rete, il resoconto stenografico del suo interrogatorio: poveretto, non sapeva niente di niente). Fu rilasciato dal carcere otto mesi dopo, il 21 dicembre 1949, per buona condotta.

Tutti i personaggi qui citati facevano parte di un ristretto club finanziario internazionale che continuò non solo a dialogare amichevolmente con alti funzionari nazisti anche al culmine delle ostilità, ma furono uno strumento economico favorevole agli interessi del III Reich, poiché è fuori di dubbio che la BRI fu assolutamente cruciale per permettere al Reich di sopravvivere economicamente sul mercato internazionale.

Quei club finanziari, occulti al grande pubblico e interdetti ai curiosi, esistono ed operano ancora oggi, soprattutto oggi.

(*) Jacob Wallemberg controllava una parte preponderante dell’industria e del settore minerario svedesi, tra cui la Bofors (produzione militare) e la SKF, monopolizzatrice mondiale degli indispensabili cuscinetti a sfera, e fu in ottime relazioni d’affari con i nazisti per tutto il conflitto.

(**) La politica del governo nazista in materia di debito estero, con particolare riguardo al servizio dei prestiti Dawes e Young, i due più importanti prestiti internazionali stipulati dalla Germania nel periodo tra le due guerre. L’obiettivo di questa politica era porre fine una volta per tutte agli obblighi derivanti dagli accordi sulle riparazioni di guerra della Prima Guerra Mondiale e, al contempo, ridurre drasticamente le scarse riserve valutarie della Germania. Tali obiettivi furono raggiunti imponendo un default parziale sul debito estero e bilateralizzando i negoziati commerciali e finanziari, smantellando così il Piano Young del 1930. Per molti aspetti, il governo nazista continuò le politiche in vigore dal 1931, spingendosi però oltre e applicandole con maggiore spietatezza. Tuttavia, gli effetti negativi a lungo termine di questa politica cominciavano a farsi sentire, poiché l’economia tedesca era isolata dai mercati finanziari internazionali e sempre più gravata da complesse normative sui cambi. Fu la Repubblica Federale Tedesca a dover gestire l’eredità finanziaria di questa politica dopo la guerra (Piet Clement, La pietra di paragone del credito tedesco: la Germania nazista e il servizio offerto dalla Dawes and Young Loans).

(***) Dopo la guerra mondiale, Schröder fu arrestato e processato da un tribunale tedesco per appartenenza a un’organizzazione criminale. Fu riconosciuto colpevole e condannato a tre mesi di reclusione.

(****) Alla fine del 1939, la Banca Nazionale del Belgio inviò oltre 200 tonnellate delle sue riserve in Francia per metterle al sicuro. Con l’avanzata dei nazisti, la Francia trasferì l’oro belga – e parte del proprio – al porto di Dakar, nell’Africa occidentale. Temendo un’incursione degli Alleati, le autorità francesi spostarono poi l’oro verso l’interno. Dopo la caduta di Parigi, la Germania ordinò al governo collaborazionista francese di Vichy di inviare l’oro a Marsiglia, affinché venisse preso in “custodia” dalla Reichsbank. L’oro fu quindi trasportato via nave, camion, treno e carovana di cammelli attraverso il Sahara fino ad Algeri. Da lì fu trasferito in aereo a Marsiglia e infine depositato nei caveau della Reichsbank. Nell’estate del 1943, il governatore della Banca di Francia (allora sotto il controllo di Vichy), si recò a Basilea per avvertire McKittrick della sorte dell’oro belga, parte del quale sarebbe indubbiamente arrivato a Basilea. McKittrick liquidò le preoccupazioni del governatore sostenendo che tutto l’oro ricevuto dalla BRI recava i marchi corretti ed era tedesco, non belga. L’oro belga era stato rifuso presso la zecca prussiana e marchiato con numeri identificativi e date falsi, compresi tra il 1934 e il 1939.

Sotto la guida di McKittrick, la BRI effettuò anche un numero significativo di transazioni in oro per conto di altre potenze dell’Asse. Vendette oro della Banca di Francia (governo di Vichy) al Portogallo in cambio di scudi, valuta di cui la Francia necessitava per pagare le importazioni portoghesi. Organizzò tre spedizioni di oro da Berna alla Bulgaria. Vendette quasi nove tonnellate di oro alla Romania, praticando prezzi più vantaggiosi rispetto alla Banca Nazionale Svizzera. Tutte queste operazioni costituivano una violazione diretta della politica di neutralità. La BRI concluse inoltre tredici operazioni di scambio di oro (swap) con la Turchia – per un totale di 8,6 tonnellate – permutando l’oro che la Turchia deteneva presso la Banca Nazionale Svizzera con oro della BRI custodito a New York, Parigi e Londra. La Turchia era formalmente neutrale, ma intratteneva forti relazioni commerciali con la Germania ed era il principale fornitore di cromo del Terzo Reich. La BRI non fu l’unica a accettare oro nazista di provenienza illecita e a omettere, da parte dei suoi dirigenti, le verifiche sulla provenienza del metallo: anche le banche commerciali svizzere e la Banca Nazionale Svizzera (BNS) accettarono prontamente l’oro nazista sottratto illegalmente. La politica dei banchieri di mantenere rapporti d’affari “normali” con i nazisti era dettata dai vertici. Ernst Weber, presidente del consiglio di amministrazione della BRI dal 1942 al 1947, ricopriva anche la carica di presidente della Banca Nazionale Svizzera. Weber, al pari di McKittrick e Jacobssen, intratteneva rapporti cordiali con Puhl. Persino mentre gli Alleati avanzavano attraverso l’Europa occupata dai nazisti verso il confine svizzero, Weber e Puhl continuavano a organizzare spedizioni di oro. I due banchieri cenarono insieme il 10 dicembre 1944 per discutere il loro ultimo accordo: la Svizzera avrebbe acquistato oro tedesco e, in cambio, la Germania avrebbe venduto carbone alla Svizzera. Le trattative si svolsero in quella che Otto Köcher, capo della legazione tedesca a Berna, definì la “consueta atmosfera di fiducia”.

Una protesta morale

 

Un graffio ed è subito tentato sbirricidio.

Nelle redazioni della stampa cialtrona, le speranze di una ripresa economica sono ancora legate alla benevolenza degli oligarchi che controllano l’economia. Quanto alle imponenti manifestazioni giovanili di ieri in Francia, Repubblica online non ne fa menzione, salvo un’intervista con un rotto in culo di nome Jérôme Fourquet (*), direttore del dipartimento Opinioni e strategie d’impresa presso l’Institut français d’opinion publique (il più importante istituto demoscopico francese): “Abbiamo privilegiato la spesa per le pensioni rispetto ad altre politiche pubbliche, come l’istruzione”.

Non la spesa per gli armamenti e simili dissipazioni perpetrate dalla banda di delinquenti che sta impoverendo il pianeta e intere società, Fourquet straparla di altre “politiche pubbliche”, ossia le pensioni. Bisognerebbe tagliare le couilles a gentaglia del genere e infilzarli in un’asta, e invece sappiamo come siano bene educati e pacifici i giovani francesi (e soprattutto quelli italiani), che al massimo danno fuoco a dei cassonetti dell’immondizia e non, per esempio, alle sedi del private banking (avendo l’accortezza di farlo quando i banker sono al loro interno).

Anche da noi i giovani si stanno svegliando rispetto al torpore degli adulti (che si sveglieranno all’improvviso alla prossima ondata della rivoluzione dell’IA industriale). Cresciuti come consumatori in zone residenziali standardizzate, rotatorie e centri commerciali, cominciano a comprendere che anche la loro generazione è modellata dal proprio potere d’acquisto, e che con gli attuali chiari di luna è tagliata fuori da un lavoro dignitoso e adeguatamente retribuito. Se la famiglia non avrà potuto sostenerli economicamente per loro un cursus honorum universitario di prim’ordine, con il loro pezzo di carta dequalificato andranno a servizio nei fast food o smistare pacchi da Jeff Bezos.

Dunque, non si tratta solo di “posti letto”, come sembrano dar da intendere i ventriloqui del sistema, bensì di una totale sfiducia nella promessa borghese della meritocrazia.

La frammentazione sociale e la segregazione urbana, con centri urbani elitari e quartieri periferici, si traduce in esclusione e precarietà. In Francia, data la storia coloniale e immigratoria, si fanno sentire fortemente, oltre ai fattori economici, anche quelli etnici (mostrandoci ciò che accadrà anche da noi tra due-tre lustri). Da questo insieme di situazioni promana una rabbia che rappresenta il sismografo dei cambiamenti antropologici e culturali profondi intervenuti rispetto alle generazioni di giovani di qualche decennio fa.

Assistiamo perciò a una protesta priva di colore politico specifico, che ha per oggetto le spese per il riarmo, l’emergenza climatica (eco-ansia), la precarietà infrastrutturale scolastica e più genericamente la propria posizione esistenziale. Manca un’analisi teorica rigorosa dei meccanismi profondi del capitale e dunque, almeno per il momento, questa protesta, nel suo insieme maggioritario, non contesta il processo di valorizzazione e la logica intrinseca dell’accumulazione capitalistica.

Esempio di motivi moralistici (ma è già qualcosa).

La protesta degli studenti liceali ha una natura prevalentemente fenomenologica e morale, non strutturale. Né potrebbe essere diversamente. Punta illusoriamente a correggere gli “eccessi” e le “storture” del capitale su temi molto specifici sui quali riesce ad aggregarsi. Resta da vedere in che modo una simile protesta potrà espandersi e coinvolgere altre fasce sociali, e in che modo il sistema intende riuscire ad assorbire questo movimento di protesta, prima che scappi di mano e si arrivi a una sua più ampia radicalizzazione politica.

(*) Stipendio di oltre 10.000 euro mensili, ai quali s’aggiungono i cospicui “gettoni” come ospite in talk show, trasmissioni televisive, emittenti radiofoniche e conferenze, oltre ovviamente i diritti d’autore e gli elevati onorari di consulenza aziendale ed elettorale.

sabato 17 ottobre 2026

Non dimenticate

 

È di nuovo quel periodo dell’anno: cambia l’ora. Da quella legale a quella solare. È facile ricordare quando si devono spostare le lancette dell’orologio. Quest’anno nella notte tra il 17 e il 18 ottobre.

Non dimenticate, stanotte le lancette dell’orologio vanno spostate avanti di un’ora. Precisamente alle 3:00, le lancette passeranno dalle 3:00 dell’ora legale alle 4:00 dell’ora solare. Nello specifico, questo significa che, pur potendo andare a letto un’ora più tardi, dovrete alzarvi un’ora prima.

Comunque non è necessario svegliarsi alle 3:00 per spostare le lancette, si può anticipare la regolazione del vostro orologio e della sveglia mettendo già questa sera le lancette avanti di un’ora. Se, per esempio, vi coricate alle 11.00, potete già spostare le lancette sulla mezzanotte, in modo da evitare di farlo in piena notte.

Inoltre, se non l’avete ancora fatto, dovreste anche spostare in avanti di un’ora tutti i vostri appuntamenti per i prossimi sei mesi sul calendario o sull’agenda: questo aiuterà a evitare imbarazzanti malintesi, soprattutto nella settimana successiva al cambio dell’ora.

Poiché le persone spesso si dimenticano del cambio dell’ora e di conseguenza perdono appuntamenti importanti, ti consiglio di inoltrare il link di questo post a quanti più amici e conoscenti possibile tramite e-mail, WhatsApp, Telegram, Facebook, eccetera.

Questo post è stato scritto integralmente e pubblicato, motu proprio, dall’IA.

venerdì 16 ottobre 2026

E noi paghiamo

 

Forza, tirate fuori i soldi, la guerra deve continuare. Lo ha detto Volodymyr Zelensky oggi al vertice UE di Bruxelles. Quando Zelensky è entrato questa mattina nella sala negoziale al vertice UE, proveniva da Londra, dove a quanto pare ieri si era assicurato l’appoggio britannico per il suo rifiuto di cessare gli attacchi alle raffinerie russe. Zelenskyy si è lamentato di un previsto nuovo deficit di bilancio e ha chiesto altri 70 miliardi per il prossimo anno, che l’UE, ossia i relativi contribuenti, dovrebbe coprire.

Ciò vuol dire implicitamente che, visti i problemi di finanziamento degli aiuti all’Ucraina, Bruxelles ha probabilmente deciso di erogare quest’anno una quota maggiore del prestito di 90 miliardi di euro destinato a Kiev, originariamente previsto per due anni.

È pur vero che nell’immediato Zelensky non ha ricevuto promesse concrete, ma solo parole d’incoraggiamento, ad esempio dal presidente del Consiglio europeo António Costa: “Può contare su di noi, non solo per il suo sostegno in guerra, ma anche per il suo futuro come membro dell’Unione europea”. Zelenskyj ha ricambiato il complimento affermando che i capi di Stato e di governo dell’UE erano “veri leader”.

Solo lievi critiche sono giunte dal cancelliere austriaco Christian Stocker, il quale ha chiesto “maggiore trasparenza” riguardo al deficit in costante aumento. Il governo tedesco non è esplicitamente interessato a questo, tanto che a suo tempo è stato dichiarato che tale trasparenza era auspicabile, ma solo nella misura in cui non compromettesse “le capacità di difesa dell’Ucraina”. In altre parole: rubare per lo sforzo bellico è lecito.

Molti “opinionisti” fanno finta di non sapere che quando uno Stato (in questo caso gli Stati della NATO) fornisce aiuti in armi e finanziamenti a uno Stato in guerra, senza partecipare direttamente alle ostilità con le proprie truppe, non può dirsi “neutrale” e dunque è esso stesso uno Stato co-belligerante, tantopiù se fornisce informazioni di intelligence tattica in tempo reale finalizzate a colpire specifici bersagli o pianificare congiuntamente le operazioni militari sul campo.

Pertanto, anche quando si parla di minaccia russa nei riguardi dei Paesi della NATO, è necessario considerare che la Russia, quantunque come Stato aggredente, ha diritto, dal punto di vista legale, di colpire i convogli di armi una volta che questi entrano nel territorio del conflitto o persino in transito negli spazi internazionali (Diritto Internazionale Umanitario; il principio cardine è il Principio di Distinzione, codificato nell’Articolo 52 del I Protocollo Addizionale del 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 1949); mettere in atto ritorsioni economiche o cibernetiche: lo Stato aggredente può rispondere con contromisure non armate, es. sanzioni commerciali, interruzioni energetiche, attacchi hacker (il quadro di riferimento per le risposte non violente è regolato dal diritto internazionale consuetudinario e dal Progetto di Articoli sulla Responsabilità dello Stato della Commissione di Diritto Internazionale del 2001, artt. 22 e 49-54).

Il capitalismo non offre “opzioni” (non a tutti)

 

Il debito pubblico degli Stati Uniti è passato da 8.000 miliardi di dollari nel 2000 a 40.000 nel 2026. In 26 anni 32.000 miliardi di dollari, un aumento medio di 1.230 miliardi l’anno.

È un impatto enorme sulla domanda di credito, poiché il governo richiede sempre più credito, e le aste obbligazionarie ingoiano sempre più capitali, che in tal modo vengono sottratti alle attività private.

Di fronte alle immense esigenze legate ai deficit statali e agli investimenti nell’intelligenza artificiale, Larry Fink, a capo della principale società di gestione patrimoniale al mondo, ossia BlackRock, teme una “carenza di capitali”.

Il denaro, tuttavia, continua ad affluire in BlackRock, anche dall’Europa. Al 30 settembre, il colosso americano gestiva per conto dei suoi clienti – compagnie assicurative, fondi pensione e privati – un patrimonio record di 15.500 miliardi di dollari (13.894 miliardi di euro), secondo i dati pubblicati mercoledì.

Nel suo editoriale dell’altro ieri sul Wall Street Journal, il CEO di BlackRock sottolinea che un’espansione economica superiore al 3% annuo è essenziale per consentire agli Stati Uniti di sostenere il debito pubblico record, reso ancor più pressante dagli investimenti infrastrutturali legati all’intelligenza artificiale.

Fink avverte che ogni tentativo di rallentare lo sviluppo delle aziende che stanno investendo così tanti soldi nei data center che alimentano l'intelligenza artificiale potrebbe danneggiare l’economia statunitense e non solo il mercato azionario.

La soluzione, secondo Fink, è quella di “investire” e “restare dentro l’investimento durante i periodi di turbolenza”. Ma, evidenzia l’amministratore delegato di BlackRock, “per milioni di persone l’investimento non è ancora un’opzione”.

Fink si riferiva a una possibile spinta per fermare la costruzione di data center negli Stati Uniti a causa delle preoccupazioni sul loro impatto ambientale. “Gran parte della nostra economia si basa sulla realizzazione di questo capex [capitale fisso, infrastrutturale]” ha dichiarato Fink.

Eppure era stato lo stesso presidente e CEO di BlackRock, nel marzo scorso, ad aver dichiarato che “L’intelligenza artificiale aumenterà ancora di più le disuguaglianze sociali”. Secondo Fink, “siamo davanti all’avvento della tecnologia più significativa dai tempi, quantomeno, del computer”, ma l’IA porta con sé anche “rischi di lungo periodo”, soprattutto “l’aumento delle disuguaglianze patrimoniali”.

Il capo di BlackRock precisava: “Le tecnologie trasformative creano un enorme valore, gran parte di cui va alle aziende che le sviluppano e le implementano, e agli investitori che le possiedono”. La spinta all’intelligenza artificiale “rischia di ripetere questo schema su scala più ampia”.

BlackRock ha riportato risultati più che lusinghieri nel terzo trimestre. I flussi netti in entrata, ovvero nuovi capitali provenienti dai clienti, hanno raggiunto 205 miliardi di dollari, e i ricavi sono aumentati del 19%, nonostante la crescita organica degli asset sia leggermente rallentata negli ultimi 12 mesi. L’utile per azione rettificato ha raggiunto i 15,93 dollari, con un incremento del 38% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e il margine operativo è salito al 47,8. Nel 2025 l’utile rettificato era aumentato del 10%.

L’iShares Bitcoin Trust (IBIT) di BlackRock è il più grande fondo bitcoin quotato pubblicamente al mondo. Dalla sua quotazione dell’11 gennaio 2024, l’ETF iShares Bitcoin Trust (IBIT) ha registrato un incremento di valore complessivo pari a circa il +73% - +77%. Il prezzo iniziale era di circa 24,30 dollari per quota, oggi è attorno ai 46-48 dollari. Nell’ottobre dello scorso anno aveva raggiunto la quota di 71,82 dollari.

Tu, schiavo, alzati al mattino e vai a lavorare, anche per pagare l’aumento degli interessi sul debito pubblico. C’è chi invece si alza più tardi e nel mentre con comodo fa colazione potrà verificare le fluttuazioni del suo investimento sul conto titoli in tempo reale seguendo l’andamento del prezzo del Bitcoin e di altri asset.

Costui, mentre tu ti fai il mazzo, inzuppa un savoiardo nel caffellatte, con il ditino dell’altra mano seleziona sul conto di trading il titolo che gli interessa e clicca su “acquista”, “vendi” o “chiudi posizione”. Può anche impostare un ordine Take Profit mentre si gode il suo tempo in altre attività. Tutto ciò si chiama aderenza alla realtà e cogliere le opportunità offerte della tecnologia al servizio dal sistema capitalistico. Ma se vuoi evitare tali fastidi e (forse) correre meno rischi speculativi, rivolgiti al tuo broker di fiducia e la vita di ozio ti sorriderà.

Pertanto, il punto sul quale non sono d’accordo con l’ultima affermazione di Fink riguarda gli esclusi dall’investimento e dunque, per esempio, gli esclusi dagli utili per azione trimestrali del 38% della BlackRock. Non si tratta dei soli milioni di statunitensi, ma di miliardi di persone, vale a dire ben oltre il 90% dell’umanità. Per tutti costoro il capitalismo non offre “opzioni”.

Il presente post è la combinazione di una intelligenza naturale in modalità veglia notturna che si è avvalsa di dati estrapolati anche dall’IA.