venerdì 5 giugno 2026

Cristo s'è fermato a ebola

Pur di avere bollette meno care, va bene anche il nucleare. Naturalmente a debita distanza da casa nostra. Che si sa, il fallout radioattivo è ancora più fastidioso del polline. Quanto alle scorie, ci pensiamo poi (continuiamo a pagare i costi del vecchio nucleare in bolletta alla voce “oneri di sistema”). C’è per esempio l’Albania. Ma anche il Sudan, se i costi di trasporto non sono troppo alti. E poi le centrali nucleari le hanno tutti. I più coraggiosi (proprio così: “coraggiosi”) sono i nipponici.

La zona di interdizione a Fukushima riguarda ancora circa 309 kmq. Intere sezioni delle città di Tomioka, Okuma, Futaba, Namie, Katsurao, Iitate e Minamisoma sono ancora off-limits. Eh, ma lì è stata sfiga.

Acquistare il gas e petrolio russo a prezzi stracciati invece non va bene, che i russi sono invasori e ci hanno l’ebola.

La "lettera" di Zelensky a Putin

 

Durante un incontro con i capi delle principali agenzie di stampa mondiali al Forum economico internazionale di Pietroburgo, Putin ha detto ieri che Mosca è pronta al dialogo con l’Unione Europea e non ha alcuna intenzione di entrare in guerra con la NATO. Se Kiev accettasse un compromesso, il conflitto potrebbe essere risolto pacificamente. Un accordo si baserebbe sugli accordi raggiunti con il presidente statunitense Donald Trump in Alaska nell’agosto del 2025.

La lettera aperta di Zelensky al Presidente della Federazione Russa, apre con un insulto al quale fa seguire subito una minaccia: «La stragrande maggioranza degli ucraini vede di buon occhio la visita dei nostri droni a lungo raggio all’inaugurazione del vostro forum a San Pietroburgo, che hanno percorso una distanza di oltre 1.000 chilometri. Come ben sapete, questa distanza non rappresenta il limite delle nostre capacità.»

Già questo dà la misura dell’iniziativa di Zelensky: è una provocazione e un bluff. Prosegue con un falso storico: «Hai trascorso quasi metà dei tuoi 26 anni al potere in Russia a fare guerra all’Ucraina». Non contento, Zelensky ci aggiunge un altro carico: «Qualunque cosa tu possa dire sulla NATO, sulla geopolitica o sulla lingua russa, questa guerra è una tua scelta personale: una guerra senza una vera causa. È così che la storia la ricorderà».

Zelensky dà esplicitamente del codardo a Putin: «Sentiamo spesso dire che lei non ha problemi con questa guerra. Certo, non quando si tratta della sicurezza della sua residenza a Valdai o della sua parata a Mosca. La sua stessa vita è preziosa per lei». È questo il modo per aprire un dialogo, una trattativa?

La lettera, in realtà un comunicato stampa pieno di insulti, falsità e recriminazioni prosegue: «Ma ora possiamo tutti constatare che i russi stanno finalmente iniziando ad accettare con meno serenità questa realtà, ovvero il fatto che la guerra stia portando conseguenze sempre più negative alla Russia.

A loro non piacciono i nostri droni e i nostri missili. Non gradiscono la carenza di benzina e l’aumento costante dei prezzi. Non gradiscono le restrizioni costanti.

Non gradiscono la tua intenzione di lanciare una seconda ondata di mobilitazione per estendere la guerra in un’altra direzione in Ucraina o per usarla contro altri paesi confinanti con la Russia. Non gradiscono il fatto che la vostra guerra non stia per finire.

Sì, è ancora possibile costringere i russi a vivere in questo modo. Ma le risorse a disposizione si stanno riducendo drasticamente. Non avrete abbastanza denaro o capitale politico per continuare ad acquistare la lealtà dei russi come avete fatto negli ultimi 26 anni.»

Poi, altra dose di propaganda: «Ieri ho ricevuto un rapporto sulle perdite del vostro esercito sul fronte ucraino durante il mese di maggio. Ancora una volta, il numero di soldati russi uccisi e gravemente feriti ha superato i 30.000. Noi manteniamo questo livello mese dopo mese e abbiamo prove video di ciascuna delle vostre perdite: non si tratta di affermazioni vuote.

Sappiamo che il 63% delle perdite sul campo di battaglia è dovuto ai morti, mentre solo il 37% ai feriti. Nel XXI secolo, nessun esercito può permettersi un simile rapporto. E la percentuale di morti continuerà a crescere.»

Zelensky non sta scrivendo a Putin, scrive rassicurando i suoi e a chi sostiene in Europa la sua guerra: «Stiamo perdendo i nostri cari e ogni perdita è dolorosa per noi. Anche quando il rapporto tra le perdite ucraine e quelle russe è di uno a cinque o di uno a sei, la differenza rimane enorme.»

Un messaggio falso e denigratorio: «Abbiamo portato la guerra sul vostro territorio e non sareste stati in grado di affrontarla senza l’aiuto della Corea del Nord. Siete il primo leader della Russia a rivolgersi a Pyongyang per chiedere assistenza. E oggi dipendete completamente dalla Cina, cosa che non si verificava nella storia della Russia.»

Ancora un attacco personale di Zelensky a Putin: «E ora è proprio te che i tuoi funzionari, uomini d’affari e propagandisti guardano con evidente stanchezza. Il mondo intero lo vede.

Il mondo non si è stancato dell’Ucraina, come a lungo speravate. Ma cresce la stanchezza nei confronti della Russia, persino tra coloro che, nel resto del mondo, vi aiutano a eludere le sanzioni e a mantenere a galla la vostra economia. È impossibile non notarlo. Dopo 26 anni al potere, l’età comincia a farsi sentire. E con il tempo, la stanchezza non farà che aumentare.»

La verità è un’altra e si legge tra le righe della lettera: «Basta con la guerra. L’Ucraina propone di porre fine a questa guerra. Ciò deve essere fatto onestamente, con dignità e con garanzie che la guerra non venga riaccesa. Constatiamo che gli Stati Uniti sono pienamente concentrati sulla questione iraniana, e sarebbe un errore aspettare semplicemente che la guerra in Europa torni al centro della loro attenzione. L’Ucraina propone di porre fine a questa guerra attraverso un dialogo diretto tra noi e voi. Propongo un incontro.»

Zelensky propone a Putin un incontro, ma esclude pregiudizialmente gli accordi di Anchorage. La trattativa dovrebbe avvenire tra la Russia e dall’altra parte l’Ucraina e i Paesi europei, «ovvero coloro che hanno realmente la capacità di influenzare la situazione». Ossia i Paesi europei che tramite l’Ucraina sono in guerra con la Russia. È probabile che questa lettera sia stata sollecitata dalla Germania e da altri Paesi coinvolti in considerazione della crisi energetica ed economica che si profila sempre più minacciosa.

Zelensky non può che ubbidire, ma la butta in caciara, accusando ancora la Russia: «La vostra guerra ha diviso per sempre l’Ucraina e la Russia. [...] Ma anche voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra stessa esistenza, non per quella della Russia, ma per la vostra. E questa non è una minaccia da parte mia o dell’Ucraina. È un fatto della storia russa che conoscete bene: quando la Russia si stanca, arriva il cambiamento.»

Chiede il cessate il fuoco per potersi rifornire di armi e di uomini: «L’Ucraina è pronta per un cessate il fuoco completo per tutta la durata dei negoziati». Quindi, l’ultima minaccia personale rivolta a Putin: «Se personalmente non giungerete alla conclusione che è ora di porre fine a questa guerra, l’Ucraina continuerà a lottare per la propria sopravvivenza. Avremo coloro che ci sosterranno.»

Non manca, in una lettera così diretta e personale a Putin, un saluto fraterno: «Gloria all’Ucraina!».

I media occidentali, spudoratamente come è loro costume, potranno dire che Putin ha rifiutato la proposta di trattativa lanciata pubblicamente da Zelensky. Il quale ha solo una speranza per rimanere al potere e ricevere denaro da chi lo sostiene: che la guerra continui.

giovedì 4 giugno 2026

Al servizio dei sionisti

 

Il 10 maggio, l’ufficio di Benjamin Netanyahu ha annunciato ufficialmente che, durante l’aggressione all’Iran, il Macellaio di Gaza aveva visitato segretamente Abu Dhabi capitale degli Emirati Arabi Uniti, senza specificare una data precisa né fornire dettagli. Ciò ha causato un palese imbarazzo per la famiglia al potere, e in particolare per il presidente Mohammed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan. Gli Emirati hanno immediatamente e categoricamente smentito che tale visita avesse avuto luogo.

Sono seguite ulteriori “rivelazioni”, fatte trapelare ai media israeliani da fonti interne: David Barnea, capo del Mossad (intelligence estera), il cui mandato si è ufficialmente concluso ieri l’altro, avrebbe tenuto colloqui ad Abu Dhabi almeno due volte durante la guerra, a marzo e ad aprile. Anche David Zini, capo dello Shin Bet (intelligence interna), e il capo dell’esercito Ejal Zamir, insieme ad altri due alti ufficiali, avrebbero tenuto “colloqui di coordinamento strategico” negli Emirati. Anche queste affermazioni sono state categoricamente smentite ad Abu Dhabi.

Il 26 maggio, l’emittente statale israeliana KAN e il quotidiano Haaretz, hanno riferito che Zini ad Abu Dhabi aveva incontrato Mohammed Dahlan, ex capo della sicurezza di Fatah nella Striscia di Gaza, che vive in esilio lì dal 2011. Nei giorni successivi, la KAN ha approfondito la questione: Dahlan aveva già incontrato diverse volte negli ultimi anni alti rappresentanti delle forze armate israeliane e dello Shin Bet “per discutere scenari postbellici per la Striscia di Gaza”, nei quali Dahlan, secondo le visioni israeliane e americane, avrebbe dovuto svolgere un ruolo centrale.

I media israeliani affermano che il comitato amministrativo istituito nell’ambito del “piano di pace Trump” per le restanti parti della Striscia di Gaza non direttamente rivendicate da Israele è composto in gran parte da uomini vicini a Dahlan. L’emittente KAN, citando una fonte anonima, lo ha descritto come ancora “l'uomo più potente della Striscia di Gaza” grazie alla sua capacità di raccogliere fondi. Si dice che Dahlan, già ricco, abbia accumulato una fortuna nella sua patria adottiva (il suo patrimonio personale è stato stimato ben oltre i 120 milioni di dollari) e che vanti ottimi contatti con i ricchi e i potenti.

La comunità internazionale venne a conoscenza per la prima volta di Dahlan, nel 1994 fu nominato dall’Autorità Palestinese a Ramallah capo della sicurezza della Striscia di Gaza nominato (fu accusato di aver torturato diversi militanti di Hamas). Nel 2003 fu nominato ministro per la sicurezza da Mahmoud Abbas, nonostante l’opposizione di Arafat.

Hamas uscì vittorioso dalle elezioni parlamentari palestinesi del 25 gennaio 2006. Per la prima volta in un’elezione, aveva ottenuto il 44,45% dei voti, superando Fatah, che aveva ricevuto il 41,43%. Il risultato si rifletteva ancora più chiaramente nel numero di seggi: 75 per Hamas, 45 per Fatah. Sotto l’intensa pressione degli Stati Uniti e dell’UE, il presidente Mahmoud Abbas si rifiutò di collaborare, costringendo di fatto Hamas a formare un governo monocolore.

Gli Stati Uniti, in particolare, avevano “incoraggiato” Abbas a nominare Dahlan, nonostante la resistenza di Hamas, a capo del neo-costituito Consiglio di Sicurezza Nazionale Palestinese nel marzo 2007. In questo ruolo, comandava migliaia di uomini armati (circa 20.000) nella Striscia di Gaza. Nell’aprile 2008, la rivista Vanity Fair ricostruì come, dopo le elezioni del gennaio 2006, Dahlan fosse diventato la figura centrale di un piano statunitense per rovesciare il governo di Hamas. Dahlan organizzò unità paramilitari di diverse migliaia di combattenti addestrati con l’assistenza americana nei paesi arabi e fece pressioni su Israele affinché consentisse alle forze di Fatah a Gaza di ricevere grandi carichi di armi e munizioni per combattere Hamas. Ma Hamas agì più rapidamente: in soli cinque giorni, dal 10 al 15 giugno 2007, i suoi combattenti ebbero la meglio. Fatah fu costretto a ritirarsi dalla Striscia di Gaza.

Nel 2009 Dahlan fu eletto nel comitato centrale di Fatah, fino alla sua espulsione dal partito nel 2011 a causa delle numerose accuse di corruzione e abuso di potere e per le dichiarazioni del presidente palestinese Mahmoud Abbas che lo accusò di aver ucciso Arafat avvelenandolo (tracce del veleno radioattivo polonio furono trovate sugli effetti personali di Arafat). Dahlan fuggì negli Emirati Arabi Uniti, dove è diventato consigliere del presidente.

Nei media israeliani e internazionali, Dahlan appare come una figura chiave nell’influenzare gli stati arabi della regione. Si dice che abbia avuto un ruolo nel cosiddetto “Accordo del secolo” (Peace to Prosperity) del 2019 tra Israele e i palestinesi, promosso da Donald Trump, così come nella firma degli Accordi di Abramo l’anno successivo. Attraverso il partito Movimento per la Riforma Democratica da lui fondato, continua a cercare di esercitare influenza sulla politica palestinese (*).

Nel 2020, l’ambasciatore statunitense in Israele David Friedman ha dichiarato in un’intervista che gli Stati Uniti considerano Dahlan un futuro sostituto del presidente palestinese Abbas.

C’è da chiedersi a chi giova la diffusione di queste notizie. Essendo all’oscuro delle varie e intricatissime trame, non è possibile rispondere. Tuttavia, mi guarderei bene dal prendere un qahwa o un affuch offertomi da qualunque dei personaggi citati.

(*) Peace to Prosperity è un piano di pace proposto nel 2019 e presentato formalmente nel gennaio 2020 dall’amministrazione Trump. Il progetto proponeva una soluzione a due Stati con forti concessioni a favore di Israele. I punti chiave includevano: Gerusalemme riconosciuta come capitale indivisibile di Israele, mentre la capitale palestinese sarebbe stata stabilita nei quartieri periferici orientali oltre la barriera di separazione; territori e confini: prevedeva che circa il 30% della Cisgiordania (inclusa la strategica Valle del Giordano e tutti gli insediamenti israeliani) passasse sotto sovranità israeliana. In cambio, ai palestinesi sarebbe stato concesso un territorio desertico adiacente al confine con l’Egitto. Il futuro Stato di Palestina sarebbe stato smilitarizzato e soggetto a rigide condizioni di sicurezza e controllo da parte di Israele.

*

Di seguito propongo, in lingua originale e integralmente, la lettura dell’articolo di Vanity Fair. Un articolo che, seppur datato, ci racconta in dettaglio più cose interessanti sul tema mediorientale di quante ne abbiamo lette e sentite a cura dalle nostre grandi firme del giornalismo.

April 2008 

The Gaza Bombshell

After failing to anticipate Hamas’s victory over Fatah in the 2006 Palestinian election, the White House cooked up yet another scandalously covert and self-defeating Middle East debacle: part Iran-contra, part Bay of Pigs. With confidential documents, corroborated by outraged former and current U.S. officials, the author reveals how President Bush, Condoleezza Rice, and Deputy National-Security Adviser Elliott Abrams backed an armed force under Fatah strongman Muhammad Dahlan, touching off a bloody civil war in Gaza and leaving Hamas stronger than ever.

mercoledì 3 giugno 2026

Il santino

 

Alla vigilia dell’ottantesimo anniversario della festa della repubblica sfondata sul lavoro, è andato in scena, in Calabria, nei pressi di Amendolara, un paese di 3.000 abitanti, un crimine barbarico, ripreso in video: due uomini hanno gettato benzina in un minivan, non nel serbatoio, ma nell’abitacolo. Hanno poi dato fuoco all’auto e bloccato le portiere dall’esterno. Per i quattro uomini a bordo, Ismat, Fazal, Waseem e Safi, provenienti rispettivamente dall’Afghanistan e dal Pakistan, ogni aiuto è arrivato troppo tardi. Tutti e quattro lavoravano come braccianti agricoli nei campi di fragole circostanti, per salari irrisori (peraltro non pagati) e in condizioni tutt’altro che umane. Sono morti bruciati vivi.

Due individui di nazionalità pakistana sono stati identificati come i presunti responsabili. Si tratta dei cosiddetti “caporali” – spesso migranti a loro volta – incaricati di reclutare lavoratori stranieri a basso salario e organizzare il loro alloggio (si fa per dire). L’unico sopravvissuto è Taj Alamyar, 35 anni, afghano, che si trova in Italia da alcuni mesi. Anche lui era a bordo dell’auto, ma è riuscito a rompere il lunotto posteriore e a fuggire.

Con gravi ustioni alle mani, Alamyar racconta che lui e gli altri erano stati alloggiati in un casolare, dormivano su un materasso a terra e guadagnavano una paga giornaliera di 45 euro. O almeno così sembrava: “Esigevamo il pagamento ogni giorno. Ma trovavano sempre una scusa. E ci facevano pagare cinque euro per il tragitto per andare al lavoro. Cinque euro all’andata, cinque euro al ritorno. Da mangiare avevamo pane e patate, nient’altro”.

La mattina della strage, ci fu un’altra discussione, durante la quale i caporali li minacciarono con un’arma. Poi tornarono nei campi. Sulla via del ritorno, ci fu un altro alterco verbale: “Volevano darci una lezione. Volevano far capire ai braccianti di questa regione che gli ordini non si discutono”, ha detto l'unico sopravvissuto.

I rappresentanti sindacali di CGIL, UIL e USB hanno chiesto un’indagine completa e approfondita. Il sindacato dei lavoratori agricoli FAI della CISL ha descritto l’incidente come senza precedenti per la sua portata. Sono ridicoli. Sanno bene come stanno le cose, non da oggi, ma da decenni.

Lo scorso marzo, il quotidiano il manifesto ha pubblicato un reportage che descriveva dettagliatamente le condizioni di questi braccianti in Puglia. Il quaranta per cento dei pomodori italiani viene prodotto in questa regione. A Borgo Mezzanone, il “cuore oscuro d’Europa”, 5.000 persone vivono in baracche senza acqua corrente e in condizioni igieniche catastrofiche “nei vicoli fangosi del ghetto”. Sono costrette ad alzarsi nel cuore della notte e a lavorare per 14-15 ore fino a tarda notte, con la schiena dolente, per pochi euro. D’estate sotto il sole a picco, d’inverno il freddo penetra nelle ossa e l’aria puzza di plastica bruciata e resina. Decine di bidoni della spazzatura improvvisati bruciano lungo le strade sterrate; mobili, tegole e pezzi di gomma abbandonati offrono un po’ di calore.

Il presidente della Repubblica sfondata sul lavoro, ormai diventato un santino, non si è recato in Calabria. Aveva un altro impegno, ai Fori imperiali.

martedì 2 giugno 2026

La rivincita

 

Johann Wadephul, attuale ministro federale degli affari esteri tedesco, ebbe a dichiarare che “La Russia rimarrà sempre un nemico per noi”. Decine di milioni di morti, 1.710 città e oltre 70.000 villaggi, decine di migliaia di impianti industriali, nonché scuole, università e istituzioni culturali furono rase al suolo. Nessun paese al mondo subì più perdite dell’Unione Sovietica. E però i nipoti di quei nazisti, a loro volta nazisti nel profondo, sognano ancora la rivincita. Proprio non riescono ad accettare l’idea che la pace in Europa sarà possibile solo con la Russia, e non contro di essa.

Inutile chiedersi quale responsabilità morale la storia ci imponga. La gabbia ideologica è la stessa ovunque. In Spagna, in Italia e anche in Francia. Friedrich Engels, che aveva la vista lunga, ben in anticipo sulle guerre mondiali, scrisse: “La società borghese si trova di fronte a un dilemma: o la transizione al socialismo o la ricaduta nella barbarie”. Nessuno dei Paesi europei ha bisogna di essere “pronto alla guerra”, ma piuttosto dovrebbero essere capaci di vivere in pace. Per farlo è sufficiente sciogliere la Nato e stipulare dei patti di amicizia e collaborazione con la Russia. La stessa guerra in Ucraina perderebbe immediatamente di senso per tutti.

Tranne ovviamente che per i fascisti, sotto qualsiasi maschera essi si celino. Massimo Cacciari sostiene che “i pericoli non verranno da parte di qualche fascista o nazista; quella è tutta una storia passata e strapassata”. Quindi: “Smettiamola di andare a vedere dentro l’armadio della Meloni, non interessa a nessuno cosa ci tiene dentro l’armadio. Ormai anche lei quell’armadio ce l’ha e lo tiene chiuso perché non lo può più usare. Lascia stare quello che ha dentro, non lo potrà mai più tirar fuori, è inutilizzabile. Bene, basta, finiamola.”

Perché ancora una volta cito Cacciari? Perché rappresenta la voce del buon senso borghese, quello stesso buon senso che a suo tempo sosteneva che il governo Mussolini, sbrigato il “lavoro sporco”, avrebbe passato la mano. Durò vent’anni quel governo e cadde solo sotto le bombe e gli sbarchi di quelli che erano diventati i nostri nemici. Tra quei nemici, a cui l’Italia del buon senso aveva dichiarato guerra, c’era anche la Russia sovietica, che non mancammo di invadere, ovviamente al seguito delle armate germaniche.

L’armadio al quale allude Cacciari non è vero sia chiuso. E non solo in riferimento alla relazione mitografica. C’è altro oltre i simboli (che valgono più dei fatti), di più profondo e insinuante nell’armadio della rivincita. Dal quale non attinge solo Meloni e i suoi scagnozzi, ma paradossalmente attingono inconsapevolmente linguaggio, linee di pensiero e slogan anche tutti gli altri, in una situazione ideologicamente e intellettualmente agli sgoccioli.

Di ciò ho avuto conferma proprio stamani assistendo a una cerimonia in occasione della festa della Repubblica. Grande sfilata di giovani ognuno con il tricolore, che sembrava un’adunata del Fronte della gioventù. Sottofondo di musica rap e simili. Poi benedizione ecclesiastica e discorsetto del prete; a seguire i discorsi degli oratori, dai quali si poteva trarre la convinzione che la Repubblica è nata ottant’anni fa sotto il cavolo o portata da chissà chi.