Foto di Mario Alpozzi
Secondo gli organizzatori, 50.000 persone hanno protestato a Torino sabato scorso contro la chiusura del centro sociale Askatasuna, ordinata da Meloni il 18 dicembre, e contro le repressive “leggi sulla sicurezza” approvate l’estate scorsa. Secondo i media padronali i manifestanti sarebbero stati “solo” 15.000, comunque tanta roba di questi tempi. Secondo alcune fonti inquinate e inquinanti, i poliziotti feriti sarebbero stati “oltre cento” (qualcuno evidentemente s’è fatto medicare anche le emorroidi), mentre secondo il Corriere di Torino sarebbero undici.
Un modo per eludere i motivi della protesta è stato quello di concentrare l’attenzione sugli incidenti al margine della manifestazione. Quindi la faccenda del poliziotto aggredito da diversi “dimostranti”, il quale per fortuna se l’è cavata con un collare portato sopra il mento! (purtroppo io di collari rigidi e morbidi m’intendo molto).
Ripeto: per fortuna già ieri l’agente era pronto per le foto di rito. Ma ciò è bastato per gridare all’aggressione a base di “martellate”. La questione è: chi sono quegli individui che hanno aggredito quel tizio in divisa e senza casco dando così modo alla canea governativa di gridare al “tentato omicidio” e provocare le reazioni pavloviane dei media di servizio che invocano risposte repressive eccezionali?
Ancor più interessante sarebbe interrogarsi sui motivi per i quali ai margini delle manifestazioni intervengono gruppi che ricorrono a una forma di azione collettiva violenta assumendo un blocco al centro del quale ogni persona conserva il proprio anonimato. Secondo la questura si tratterebbe principalmente di “soggetti disorganizzati riconducibili alla galassia anarchica”. Etichetta che vuol dire tutto e niente. Chi di noi non si sente, alcune volte o più spesso, almeno un po’ anarchico, se non altro come testimone di un’eredità situazionista?
Si tende a dimenticare che viviamo, oggi forse più di qualche anno addietro, in un mondo in cui le persone cercano di giustificare la violenza e il terrore con argomenti contrastanti. Non sono pochi coloro che si trovano in una posizione ambigua. Personalmente detesto la violenza comoda, motivo per il quale in questo blog, attirandomi anche delle critiche, non ho mai indicato a nessuno che cosa fare o non fare (*).
In concreto la penso così: è un po’ troppo facile uccidere in nome della legge, così come accade negli Stati Uniti, ma non solo da quelle parti. Sia chiaro, non voglio giustificare il comportamento degli aggressori di quel poliziotto a Torino, ma vorrei sottolineare che è complicità criminogena fornire armi ed equipaggiamenti a chi massacra decine di migliaia di civili inermi a Gaza e altrove. Per esempio.
(*) Vorrei citare una delle prime Costituzioni borghesi: “Quando il governo vìola i diritti del popolo, l’insurrezione è, per il popolo e per ogni sua parte, il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri” (art. 35 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, 1793). Stiamo vivendo una fase storica che modifica le relazioni tra gli attori sociali e genera forti incertezze sul sistema. Sul fronte politico, in crisi, una frazione non trascurabile della società e dei poteri vuole rispondervi con esecutivi “forti”. Non siamo nemmeno all’inizio dello scontro sociale che verrà.






