mercoledì 8 aprile 2026

Anus mundi

 

Un paio di meriti a Donald il Matto gli vanno riconosciuti: ha risvegliato l’ansia per l’inesorabile distruzione del nostro mondo, e poi quello di aver reso evidente che siamo totalmente dipendenti dal petrolio e dal gas, vale a dire quanto sia importante il controllo delle rotte di navigazione, poiché per nave transita più dell’80 per cento delle merci.

Basta che si chiuda uno stretto, e il pianeta è sull’orlo del disastro. Visto dall’alto, lo Stretto di Hormuz assomiglia a un ano che lascia passare le navi una alla volta, come escrementi che fuoriescono dal retto. Consultate un dizionario medico per visualizzare questa metafora e ne apprezzerete l’appropriatezza.

Un altro merito, sempre indiretto, che va riconosciuto a Trump è quello di aver reso palese, ancora una volta viene da dire, che i più pericolosi criminali politici vengono eletti democraticamente. Sapendo bene in anticipo quali sono le loro intenzioni. Tuttavia non si può ridurre la storia criminale dell’epoca moderna semplicemente a un fattore individuale.

Questo sarebbe l’errore più grave.

martedì 7 aprile 2026

Per il resto, tutto tace

 

Stanotte, o una delle prossime notti, Netanyahu e Trump daranno ordine di distruggere le infrastrutture energetiche ed idriche dell’Iran. Creando così una crisi umanitaria senza precedenti. Come reagirà Teheran? Colpendo le infrastrutture energetiche ed idriche dei Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti. Cercando anche di colpire nel vivo Israele. Come scrivevo stamani, in tal modo sarà divelto un ordine regionale delicatissimo, mettendo a soqquadro l’economia dell’intero pianeta.

Uno scenario del genere sarebbe politicamente disastroso anche per gli Stati Uniti, poiché un conflitto prolungato amplificherebbe e approfondirebbe le divisioni interne, anche con esiti inaspettati.

Se non vi sarà un qualche aggiustamento tattico dell’ultima ora, un ennesimo rinvio, ciò che minaccia Trump prelude a uno sconquasso tale, a livello geopolitico ed economico, che porterà senza alcun dubbio a un inasprimento dei rapporti internazionali, a un conflitto mondiale entro pochi anni, se non ancora prima.

Quanto all’Europa, si accorgerà presto che cosa significa essere alleati di due regimi criminali quali sono senza dubbio, non da oggi, quello degli Stati Uniti e di Israele. C’è il rischio concreto che saltino le catene industriali, per carenza di approvvigionamento energetico e di altre materie prime a prezzi sostenibili. Per il resto, tutto tace. L’unica nostra preoccupazione apparente, è quella di un lockdown energetico, ossia di poter fare il pieno ai distributori di carburante e occhio alla bolletta del gas e della luce.

Marionette

 

Doveva essere il 24 ottobre 1962, un mercoledì. A Washington, nonostante la temperatura fosse ancora gradevole, il camino dell’ambasciata sovietica fumava ininterrottamente giorno e notte. Si bruciavano documenti, cifrari, l’intero archivio. Nel Veneto, in uno di quei giorni nebbiosi di fine ottobre, il nostro insegnante ci salutò al termine delle lezioni con un breve discorso che si concluse più o meno con le parole: “Domani a quest’ora potremmo essere tutti morti”. Pare incredibile raccontarlo oggi, ma è ciò che accadde allora in una seconda elementare. La paura della “bomba”, di una guerra nucleare, era qualcosa che percepivano tutti come un evento possibile, imminente. I telegiornali di quei giorni rassicuravano: la terza guerra mondiale forse si poteva ancora evitare.

Iniziò una “quarantena” ordinata dal presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy, un blocco navale di Cuba, a seguito del dispiegamento di missili sull’isola da parte dell’Unione Sovietica. Le navi sovietiche sarebbero state costrette a sottoporsi a una “ispezione” entro una zona di 500 miglia. Ciò violava chiaramente il diritto internazionale. Seguirono ore di ansia, ma tutte le navi sovietiche tornarono indietro prima di raggiungere la zona di blocco. Nei giorni e nelle settimane successive, si negoziò una soluzione secondo l’antico principio diplomatico del “do ut des”.

C’è una differenza, non solo climatica, tra l’autunno del 1962 e la primavera del 2026. Alla Casa Bianca c’è Trump e non Kennedy. L’attuale presidente è uno dei più pericolosi criminali in circolazione, quasi alla pari con Netanyahu e la sua cricca. Più pericoloso dei suoi predecessori che bombardarono il Vietnam, l’Iraq, l’Afghanistan e tanto altro. Ha più volte minacciato di distruggere l’Iran, di riportarlo all’età della pietra. Questa sera scade il suo ultimatum.

Questo vecchio strafottente, vanesio e ignorante, ha convinto il mondo intero che solo la forza, e nient’altro che la forza, decide ogni cosa. Non si rende conto che le persone di solito si arruolano nell’esercito “professionale” non per difendere la patria o per l’avventura, ma unicamente per i soldi. Di conseguenza, la stragrande maggioranza dei soldati americani non desiderano affatto diventare dei cadaveri, sebbene la professione militare implichi in alcuni casi l’eventualità di essere uccisi.

La quantità di armamento ed equipaggiamento a disposizione dell’esercito statunitense sembra quasi infinita, ma anche questa è un’illusione. Gli americani si sono da tempo convinti di dover affrontare solo guerre di massacro contro avversari di gran lunga più deboli, con perdite minime (quasi simboliche) e persino con un consumo di munizioni molto limitato. Non sarà così con l’Iran.

Per creare nella regione mediorientale una forza di terra più o meno adeguata, ci vorranno almeno due mesi. Dopodiché, anche nello scenario migliore per gli americani, queste truppe subiranno perdite molte volte superiori a quelle in Iraq e Afghanistan messe insieme. In alternativa che deciderà di fare Trump per piegare Teheran?

Per gli ebrei sionisti la questione si presenta in termini diversi, basti ricordare che il sabato 28 febbraio in cui hanno iniziato i bombardamenti sull’Iran corrispondeva allo shabbat di Zaccaria, il giorno in cui la pratica religiosa impone la cancellazione di Amalek, una tribù nomade a cui la Torah comanda il massacro persino di neonati e bestiame. 

Questo accadeva quarantotto ore prima di Purim, la festività che celebra la vittoria degli ebrei su Haman, un visir dell’antica Persia. Benjamin Netanyahu, la mattina degli attacchi, diffuse un video preregistrato in cui si rivolgeva ai suoi concittadini in ebraico, riprendendo la metafora della regina Ester e promettendo all’Iran la stessa tragica sorte di Haman. Ma vigeva un rigoroso divieto di diffondere a livello internazionale queste immagini bibliche: l’ufficio stampa modificò pesantemente il discorso.

Insomma, nulla di nuovo per chi come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich ha nella propria agenda teologica l’imperativo di radere al suolo il Monte del Tempio, ricostruire il Terzo Tempio e imporre la venuta del Messia.

Da un punto di vista profetico, siamo perfettamente in linea con i tempi. Questa ingegneria dell’Apocalisse ha ora i suoi portavoce ufficiali ai più alti livelli anche nell’amministrazione statunitense. L’ambasciatore americano in Israele, il pastore battista Mike Huckabee, ha spiegato con calma in televisione, una settimana prima dei bombardamenti, che non avrebbe visto alcun problema nell’annessione da parte dell’alleato di tutti i territori che si estendono dal Nilo all’Eufrate, precisamente i confini richiesti dalla profezia.

Non va meglio con la controparte. Nella teologia sciita, il Mahdi è il dodicesimo Imam, ufficialmente nascosto dall’874. Ma dal 2009, l’ayatollah Mesbah-Yazdi ha trasformato questa figura mistica in un manifesto militare radicale, che è diventato il principale strumento di indottrinamento delle Guardie Rivoluzionarie. Il dogma è semplice: il Mahdi deve tornare sulla Terra per scatenare la guerra apocalittica definitiva e cancellare Israele dalla mappa. Tuttavia, questo ritorno è soggetto a una condizione rigorosa: affinché il dodicesimo imam si degni di uscire dal suo nascondiglio millenario, esige prima che il mondo precipiti nel caos totale, intriso di sangue e distruzione.

Aver scatenato una guerra di tali proporzioni in un’area di produzione e smercio di materie prime essenziali, ha come risultato quello di aver divelto un ordine regionale delicatissimo, mettendo a soqquadro l’economia dell’intero pianeta. Trump ha già perso più volte la faccia e la perderà ancora. Perderà anche la guerra. È diventato la marionetta di Netanyahu, così come l’Europa è diventata la marionetta di Kiev. Quanto ai macellai di Teheran, nel sangue dei civili inermi ci sguazzano.

lunedì 6 aprile 2026

Tremare davanti al futuro

A pagina XI dell’inserto culturale domenicale del Sole 24 ore, si può leggere un articolo di Francesco Maria Colombo, che, direttore d’orchestra e buon fotografo, sa usare anche la penna. Recensisce la biografia dedicata a un amico, forse il più intimo, di Marcel Proust, tale Lucien Daudet (Éditions Le Charmoiset). Per questo caro amico, Marcel sfidò a duello Jean Lorrain, una iena del giornalismo scandalistico che aveva svelato la tenera amicizia.

Di spalla a questo articolo, si può leggere la recensione di Giacomo Cardinali che riguarda Gustav Flaubert, la polemica con il Consiglio municipale della sua Rouen a riguardo di un monumento in memoria del suo compagno di scuola, Louis Bouilhet, bibliotecario comunale e poeta dimenticato. Una sottoscrizione pubblica aveva già raccolto ben oltre la somma necessaria, ma ciò non fu sufficiente per il frapporsi del solito ostacolo: la politica.

Vale la pena che riporti qualche passo della recensione e anche delle parole scritte da Flaubert stesso in quell’occasione. Esse ci offrono un ritratto di quella politica, sia nazionale e sia locale, di ieri, di oggi, di sempre.

«[...] quale ostacolo poteva mai frapporsi a una così nobile iniziativa, specie in una città di provincia dalle mai sopite smanie letterarie? La politica. Quella contro la quale, nella sua versione grandiosa e perfida avrebbe ruggito Zola da uno dei principali quotidiani parigini, e che Flaubert incontrava nella variante locale del Consiglio municipale di Rouen.

«Più piccola nel formato [di quella nazionale], mediocre nei personaggi e sconosciuta nei nomi, ma esattamente identica quanto a opacità, miopia, meschinità e proterva ignoranza. [...] la presentazione del “Museo dei progetti aggiornati” di ogni giunta cittadina attinge l’essenza sovratemporale del potere pubblico». Da qui prosegue Flaubert: «La chiave è lasciata da ogni amministrazione che termina il proprio mandato a quella che gli [le] succede, tanto si ha paura di compromettersi, tanto si teme di agire! La circospezione passa per una tale virtù che l’iniziativa diviene un crimine. Essere mediocre non ha conseguenze nocive; ma soprattutto bisogna guardarsi bene dal prendere l’iniziativa. Quando il pubblico ha ben protestato, o piuttosto mormorato, ci si mette a posto, nominando una commissione; e da quel momento si può non far nulla, assolutamente niente. ”C’è una commissione”. Argomento invincibile, panacea contro tutte le impazienze».

Dunque, Flaubert si rivolgeva a quelli il cui unico e scarso “sforzo intellettuale consiste nel tremare davanti al futuro”. Quanti ne conosciamo in prima persona!

Conservateur qui ne conservez rien, Allia, € 6,50 (email: allia@editions-allia.com). 

sabato 4 aprile 2026

Grazie a Dio (e al suo figliuolo)

 

Donnie il rosso (dai capelli rossi) e alcuni suoi alunni.

Che il modello di democrazia occidentale sia in profonda crisi non è più una notizia. Prevale un senso di rassegnazione e di catastrofe. Invece di energia a prezzi accessibili e servizi funzionanti, i cosiddetti leader europei si sono concentrati sulla militarizzazione della società e sulla “guerra infinita”. Un inferno di fondamentalismi intrecciati sullo sfondo di criminalità e denaro.

In Francia e in Gran Bretagna, nove cittadini su dieci non tollerano più i propri leader. Secondo i sondaggi, Macron e Keir Starmer sono odiati quasi quanto Friedrich Merz. Ursula Albrecht non la possono più soffrire nemmeno i suoi figli. Il marito, Heiko von der Leyen, l’ha diffidata dall’usare ancora il suo cognome.

Meloni resiste, ma ancora per poco. Al primo distributore chiuso per esaurimento carburante, gli stessi che l’hanno votata e adorata se la fumano, quelli di CasaPound al canto di Bella ciao.

Scrivevo otto giorni fa: “Gente dell’ovest dovrà viaggiare verso est, inginocchiarsi sotto la scrivania di Putin e darsi daffare”. Come scorrono veloci gli avvenimenti di questi tempi. Spiace per quelli con la bandierina giallo-blu, ma la notizia è che le forniture di GNL russo all’Unione Europea a marzo 2026 hanno raggiunto un record mensile, con stime che indicano circa 2,46-3,04 miliardi di metri cubi, segnando una forte crescita rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+38%). Aumento nel primo trimestre 2026: nel complesso, le esportazioni di GNL dalla Russia verso l’Europa sono aumentate del 17% nel primo trimestre del 2026 (rispetto al Q1 2025), raggiungendo circa 4,8 milioni di tonnellate.

Sta andando com’era facile prevedere, Donnie il rosso annunciava di avere già stravinto, e invece siamo passati dalla guerra all’Iran al telepass iraniano sullo Stretto, pagato in stablecoin. Con i proventi del pedaggio la borghesia iraniana va a sciare nel comprensorio sciistico di Tochal. Ah, cosa non darebbe Donnie il rosso per conoscere le coordinate di quel paradiso. E invece tocca bombardare scuole e ospedali.

Il signor Robert Francis Prevost, durante una sua passeggiata seguita in mondovisione, ha detto sostanzialmente due cose: 1) chi fa la guerra è brutto e cattivo; 2) il figlio di Dio è morto quasi 2000 anni fa affinché oggi le persone, compresi gli atei, possano godersi un fine settimana più lungo.