lunedì 7 settembre 2026

Germania, ancora una volta non cambierà nulla


In Sassonia-Anhalt (ex DDR), Alternative für Deutschland ha più che raddoppiato i propri voti rispetto al 2021. Ha votato poco più di 1,7 milioni gli elettori, una percentuale dell’80 per cento. Il partito al governo ha più che dimezzato la sua quota di voti, ottenendo solo circa il 17,5%. I socialdemocratici sono al 9,2 per cento. La Linke all’8,6%, i Verdi 8,9%, il partito di Sahra Wagenknecht supera lo sbarramento del 5% per un soffio; FDP (Freie Demokratische Partei), il Partito Liberale Democratico, con il 2,5% resta fuori dal parlamento regionale.

Secondo le analisi elettorali, l’AfD prende voti in tutte le fasce d’età, conquistando la maggioranza assoluta dei voti tra gli elettori di età compresa tra i 35 e i 59 anni. Perché i tedeschi dell’Est sono così insoddisfatti? Non sono mai stati così bene. Chi si pone una domanda/risposta del genere ignora ciò che la maggior parte dei tedeschi dell’Est già sapeva nel 1990, quando Helmut Kohl annunciò la prosperità: dove non c’è industria, crescono erba e cespugli.

Secondo l’Istituto di ricerca economica di Halle, più di cinque milioni di persone sono emigrate. Un calo demografico simile non si vedeva dalla Guerra dei Trent’anni (1618-1648). Nelle zone scarsamente popolate tra il Mar Baltico e i Monti Metalliferi, poche auto circolano sulle nuove autostrade e tangenziali. L’emigrazione è ormai un fenomeno europeo nelle regioni periferiche, ovunque un motore del successo elettorale dei partiti di destra.

Ma allora perché anche gli elettori della Germania Ovest hanno votato per l’AfD alle elezioni federali del 2025? Dei 10,3 milioni di tedeschi che hanno votato per l’AfD, oltre 7 milioni sono quelli occidentali. Evidentemente le differenze tra le due parti del paese non bastano a spiegare il perché l’AfD è da tempo diventato un fenomeno pantedesco.

Agli elettori poco importa che l’AfD sia dominata da professori benestanti, sia divisa sulla politica pensionistica e abbia poco da offrire in termini di riforma del sistema sanitario, che il suo programma non è pensato per la gente comune. È dunque un voto di protesta? Sicuramente, ma non solo.

La Germania sta attraversando forse la sua trasformazione più profonda dalla riunificazione. Non riesce ad uscire dalla sua crisi e subisce sempre più la concorrenza cinese. Nei periodi di crisi, la fiducia in chi detiene il potere diminuisce fino a crollare. Per la prima volta da decenni, le persone stanno vivendo crisi fondamentali, non solo per motivi economici. Inoltre, non solo in Germania, chi è al potere ripete ostinatamente che cambiamenti radicali sono impossibili perché l’Unione Europea non lo permette.

Che ci sia bisogno di un cambio di rotta radicale, in Germania così come nel resto d’Europa, è evidente. Non essendo disponibile un’alternativa credibile, dal lato elettorale c’è rottura consapevole con il sistema e i partiti tradizionali. Gli elettori dicono basta, non vogliono più giocare a questo gioco. Basta con la UE, basta con l’immigrazione, basta licenziamenti e sottoccupazione, basta con la guerra contro la Russia e i miliardi ai corrotti dell’Ucraina, basta con il riarmo e tagli alla spesa sociale.

Quando i partiti di estrema destra arrivano al potere, dimostrano anch’essi la loro impotenza. Il fatto è che poi quel potere non lo vogliono più lasciare. Al grande capitale sta bene così, lo si vede negli Usa, dove ai “democratici” in fondo Trump non dispiace finché se la prende con gli immigrati e l’Europa. 

domenica 6 settembre 2026

Lo “zuppone” domenicale

 

Uno degli sketch comici più esilaranti del cinema italiano (del tempo che fu, poiché oggi non esiste più nulla) è quello del duo Tognazzi-Gassmann nel film ad episodi I nuovi mostri. L’episodio s’intitola Hostaria, con l’acca, che fa tanto antico e rustico nei nomi delle trattorie. Tognazzi e Gassmann impersonano rispettivamente un cuoco e un cameriere. Il locale è una tipica bettola “scoperta” da una comitiva di personaggi decisamente “in”.

Vado a memoria: della comitiva fanno parte l’immancabile “architetto”, che fa da cicerone e guida gli altri; il giornalista che ne decanterà le gioie culinarie a Montanelli, una vecchia troia altolocata e via di seguito. Il gruppo ordina piatti tipici e “veraci”, tra cui lo “zuppone alla porcara” e il vino della casa.

Mentre i clienti al tavolo decantano la bontà dello “zuppone alla porcara”, il cuoco e il cameriere litigano furiosamente in cucina per gelosia e vecchi rancori. La lite degenera in una zuffa violenta dove volano insulti, sputi e avanzi di cibo di ogni tipo, finendo per “insaporire” proprio il minestrone in cottura.

L’episodio è da vedere e non da raccontare. Ad ogni modo, mi ritorna in mente puntualmente ogni domenica leggendo le recensioni enogastronomiche di Luca Cesari e di Davide Paolini su Il Sole 24ore. Un tempo vi scriveva anche Camilla Baresani, che poteva vantare di essere amica dell’allora responsabile dell’inserto domenicale.

Mai una critica del ristorante dove hanno mangiato cose, a dir poco, “miracolose”. Più che uno stomaco scafato, ci vuole davvero un gran culo per non incappare in un ristorante o trattoria dove il pesce non sia surgelato o di allevamento (e non solo durante il fermo-pesca); quindi carni da discount e ortaggi in busta, quindi dessert conservati a -18° C. per mesi.

Scrive oggi Cesari: «E solo con il miracolo economico, spezzata la memoria della fame, che quella miseria viene riverniciata a “cucina della nonna” e il piatto tipico diventa il perno attorno a cui costruire identità, bilanci e carriere amministrative: un caso da manuale dell’invenzione della tradizione descritta da Eric Hobsbawm, osservata qui in corpore vili tra i capannoni delle feste.»

Sta parlando di Danilo Gasparini, autore del libretto Dal bianchetto alla sagra. Mangiare e bere nelle Venezie tra medioevo ed età contemporanea. A proposito di ristorazione in età contemporanea, racconto quanto segue: la recensione di Cesari l’ho letta subito dopo aver terminato lo spoglio delle recensioni relative a: “dove mangiare a Sant’Erasmo di Venezia”.

Nell’isola di ristoranti ve ne sono davvero pochi, a ragione (e per fortuna) che gli itinerari turistici canonici portano le greggi in luoghi celebrati, più comodi e molto cari della Laguna. Per non farla lunga, preannuncio che, tra qualche giorno, mio malgrado, mangeremo sì a Sant’Erasmo, ma sarà una frugale colazione al sacco. Non per avarizia e nemmeno per parsimonia. Qui sotto il grafico relativo alle recensioni del locale più noto dell’isola. In tal senso, gli altri due gli fanno leale concorrenza.

Il 44,9 per cento delle recensioni viaggia tra “scarso” (15,2%) e “terribile” (29,7). Anche prendendo le recensioni più sfavorevoli con beneficio d’inventario (può sempre esserci chi si duole che il bicchiere per il vino non era quello giusto), è difficile, leggendole, non farsi un’idea ancor più “terribile”. Il 14,4 per cento, invece, ha votato per “eccellente”. Si tratta di architetti e giornalisti.

sabato 5 settembre 2026

Volubili e volatili siete "voi"

 

Non è difficile concordare con questa analisi, profonda e superficiale ad un tempo, e ovviamente con la sua conclusione.

Sennonché il collega blogger Massimo Mantellini parla dei cosiddetti flussi elettorali, dunque di chi al seggio ci va. Non s’interroga su chi invece non vota, ossia tra il 40 e il 50 per cento dell’elettorato. La chiamano “astensione”, un termine neutro che non vuol dire nulla, salvo il fatto che sono elettori che non votano. Se solo il 20% degli astenuti decidessero di votare, l’esito del voto potrebbe essere completamente diverso.

Ma chi ha davvero interesse a prendersi cura di questa consistente massa di non votanti o almeno di una sua parte? Poniamo dei potenziali votanti di sinistra. Nessun partito o coalizione di sinistra perché ciò comporterebbe, almeno sul piano programmatico, una critica radicale del sistema sociale vigente e un programma politico conseguente.

Significherebbe, per esempio, dire della UE le cose che andrebbero dette e fino in fondo. Oppure sul riarmo e le spese folli per la “difesa”. Sul fatto che la NATO è un’organizzazione di stampo fascista che ha scopi incompatibili con la pace. Quindi sui tagli alla sanità e la sua privatizzazione. Sui profitti di petrolieri e banchieri. Sulla rinazionalizzazione dei servizi pubblici: energia, acqua, telefonia, banche, eccetera. Insomma, servirebbe quantomeno che un PD – partito per il quale vota Mantellini – fosse davvero un partito convintamente riformista e socialista. Un cambiamento che dovrebbe partire dal nome.

Mi chiedo: i vari Mantellini sarebbero d’accordo nell’abbandonare il liberismo o il liberalismo, o come cazzo vogliono chiamare questo stato di cose, e di abbracciare il socialismo? Dico il socialismo riformista, giammai – orrore – il comunismo!

venerdì 4 settembre 2026

[...]

 

L’estate sta finendo, e un anno se ne va. Così recita ossessivo il ritornello della canzone. Addio mare, dove il corpo celebrava la gioia di una diluizione. Potremmo anche non rivederci mai più, o invece ancora per quanto? È sufficiente che alle cinque del mattino sia ancora buio e vengono a bussare dei pensierini per nulla gentili.

Il desiderio tutto umano di dare un senso alla vita (e alla morte) e il caos indifferente del cosmo. L’esistenza alienata percepita come una prigione da cui non c’è via d’uscita. Dunque, la condizione di disperazione. Che prescinde dalle particolari contingenze storiche e sociali. Pertanto non imputabile solamente alle condizioni della nostra epoca. Almeno così sembra a un esame superficiale e troppo soggettivo.

Non appena s’intravede la luce dell’alba e ricominciano i rumori e le voci sulla strada, il quadro cambia: è così che gli uomini vivono, si riproducono, fuggono, si dilaniano a vicenda e muoiono. Si ricomincia: struggle for existence.

Ma davvero la nostra vita è una semplice lotta per l’esistenza? Oppure noi umani facciamo sì parte della natura, ma non siamo solo natura? Siamo fatti soprattutto di storia e società. Nel bene e nel male, senza di noi la natura non avrebbe prodotto gran parte di ciò che ci circonda, di ciò che siamo. La nostra lotta quotidiana non gravita più soltanto attorno ai puri mezzi di sussistenza, ma attorno ai beni voluttuari e a ciò che consente il nostro sviluppo. Non solo piramidi e cattedrali gotiche, non solo vaccini e antibiotici, ma anche servitù e armi nucleari.

Già in questo diventano totalmente inapplicabili le categorie derivanti dal regno animale. La condizione umana non dipende semplicemente da qualcosa di naturale o d’astratto. Intendere la concezione della storia come un susseguirsi di lotte sociali, di classe, si rivela essere una concezione più profonda e ricca di contenuto della semplice riduzione di essa a fasi della lotta per l’esistenza debolmente distinte. È giorno, lasciamo certi pensierini caduchi della notte.

giovedì 3 settembre 2026

Il fascismo con l'aria condizionata

 

È difficile non rischiare il ridicolo sostenendo che in Europa (e non solo negli Stati Uniti o in Israele) governa il fascismo. E questo prima che Alternativa per la Germania vinca le elezioni, prima che una Le Pen sieda all’Eliseo, e del resto un La Russia è solo un patetico nostalgico e Vannacci una caricatura del fascismo d’antan. Tutto vero. Del resto, io posso scrivere in questo blog ciò che voglio o quasi, a conferma della vigente ampia libertà di parola.

Beh, la penso in modo diverso. Anche se i codici del nostro tempo sono altri, non trovo parola migliore di “fascismo” per definire il totalitarismo al quale siamo sottoposti. Il totalitarismo, per esempio, che ci insegna la paura. Il totalitarismo che vuole far diventare l’Europa una potenza militare mondiale sotto la guida tedesca. Il totalitarismo degli azionisti la cui avidità di profitto può essere soddisfatta solo da una grande guerra.

Il fascismo europeo – del quale a livello politico fanno parte non solo i partiti di destra (va da sé), ma anche l’ala “riformatrice” variamente socialdemocratica e liberale – è il rappresentante dei più corposi interessi industriali e finanziari nazionali e cosmopoliti (*).

Trova il suo zoccolo duro elettorale nella borghesia benestante e in quel ceto medio, imbottito di G5 e febbrili salotti televisivi, che vive con angoscia sia le trasformazioni indotte dall’innovazione tecnologica e sia le problematiche innescate dalla massiccia immigrazione, salvo la badante per la nonna e l’ultimo i-Phone.

A queste zoccole sociali non interessa che i rendimenti obbligazionari aumentino (e dunque salgano gli interessi sul debito pubblico) a causa delle guerre e dei prestiti contratti dai governi per finanziare guerre e riarmo. Anzi, troveranno modo di esserne soddisfatti per cedole semestrali più cospicue.

Pertanto, la questione odierna del fascismo europeo non si presenta come una questione di colore politico e di orientamento ideologico (sostanzialmente piatto e uniforme), ma come la questione della dittatura di un sistema che non può più garantire la facciata della democrazia liberale. Posto che ormai non esiste da tempo una reale opposizione politica nei Paesi europei, tantomeno una prospettiva di un’insurrezione armata delle masse popolari, il potere (quello reale) che governa la UE ha deciso che può fare ciò che vuole.

E tra questo “ciò che vuole” rientra il fatto di ritenere la guerra con la Russia (o con la Cina o anche con Marte) possibile e vincente. Non appena saranno armati a sufficienza e alla Casa Bianca ci sarà un demente disposto a dar loro retta. La Russia non oserà attaccare un paese della Nato, dunque l’Europa fascista ritiene di poter portare alle estreme conseguenze le sue provocazioni contro di essa.

L’Europa reazionaria e fascista in trent’anni, nel Novecento, ha provocato due guerre mondiali. L’Europa reazionaria e fascista di oggi non si farà scrupolo di provocarne una terza. È gente naturalmente cinica, che pensa in questi termini: chi mai si sognerebbe di condannare l’umanità alla sua fine durante una serata tra gente dell’alta società?

(*) Sembra una frase retorica priva di contenuti, in realtà non lo è. Che qualche centinaio di imprenditori e tecnocrati si ritrovino a Cernobbio o alcune migliaia di essi sfilino per l’università estiva del Médef, la principale federazione padronale francese, fingendo interesse per la politica, non deve sorprendere. Fa parte del gioco sociale e mediatico.

Si pensi a dei colossi come ENI o Leonardo (partecipati dallo Stato), quindi alle grandi banche e assicurazioni (detentrici di una grossa fetta del debito pubblico); quindi si pensi ai colossi della difesa, del credito, dell’energia e del lusso in Francia, a quelli bancari, assicurativi, motoristici, delle telecomunicazioni, della chimica e tecnologia medica in Germania, solo per dire. Ebbene, questi conglomerati di potere economico e finanziario non toccherebbero palla nel gioco politico e geopolitico nazionale ed europeo?