domenica 2 agosto 2026

La corsa agli armamenti pubblicitari

 

Questa mattina, poco dopo aver scorso le pagine del mio solito giornale domenicale, mi è venuta in mente una frase attribuita ad Andreotti.

Le case di produzione e distribuzione cinematografica, soprattutto statunitensi, investono somme considerevoli nella promozione dei film, spesso paragonabili o superiori al budget di produzione stesso.

La maggior parte dei film è in deficit rispetto ai meri incassi nei cinema, per cui ci si è spinti ben oltre il vintage pseudo-subliminale delle sigarette Muratti e del whisky J&B. Più recente è la marchetta promozionale a favore di certe località, dove vedi Roma o la Provenza con gli occhi degli specialisti della seduzione turistica, seguendo le tracce di tutti i luoghi mitici e immaginari della “cultura” di massa.

Per Odissea (The Odyssey) di Christopher Nolan, il regista pluripremiato (anche per colossali polpettoni come Interstellar, Tenet, Oppenheimer ...), l’investimento nella promozione e nel marketing si aggira intorno al 50% del budget di produzione, ovvero circa 125 milioni di dollari.

Promuovere un film simultaneamente in decine di paesi richiede campagne locali costosissime. Ma perché un buon film avrebbe bisogno di tali campagne promozionali? Si sostiene che il successo di un film ora dipende dai suoi primi tre giorni nelle sale. Bisognerebbe chiedersi il perché, e in tal caso il discorso si farebbe lungo e afoso.

Perciò torno col discorso all’inizio: dove investono tanti quattrini? Acquisto di spazi pubblicitari: televisione, cartelloni pubblicitari, trailer, quindi “collaborazioni” con influencer, interviste (standardizzate), pubblicità mirata su TikTok, Instagram e YouTube. E ovviamente promozione con pubblicità palese e con i cosiddetti “redazionali” sui giornali.

Insomma e in sintesi, si tratta di un’unica narrazione che marginalizza l’analisi indipendente a favore dei contenuti promozionali, ossia spiccia le faccende della strumentalizzazione delle opinioni, con un approccio più incentrato sul clamore e sulla raccomandazione che sul (presunto?) distacco critico.

Questa domenica, l’inserto del Sole 24ore è tutto speciale, ossia dedicato completamente a Ulisse. E ovviamente, fin dalla prima pagina, si parla del film di Nolan, ora nelle sale cinematografiche. Ma l’inserto ha un suo stile, che non è quello della smaccata marchetta. È una fellatio vellutata, consona a un pubblico non triviale come invece potrebbe essere quello di altri più dozzinali quotidiani. E soprattutto lo fa senza avere in cambio alcuna dichiarata mercede. Esclusiva offerta di riflessione, cultura e diletto orgasmico ai propri lettori. Insomma, un pompino “a gratis” e per la mera soddisfazione di un dovere compiuto.

L'aneddoto di Most

 

Nel dicembre del 1984, la Fondazione Marx-Engels di Wuppertal ricevette in dono da un libraio antiquario di Düsseldorf un vecchio libretto senza retrocopertina. Si scoprì che si trattava della copia personale di Marx, a lungo ritenuta perduta, della seconda edizione di una riduzione de Il Capitale redatta da un certo Johann Most nel 1873 (*).

La prima edizione di quell’opuscolo di Most, pubblicata a Chemnitz, aveva per titolo Capitale e lavoro. Compendio popolare del Capitale di Karl Marx. La seconda edizione conteneva diverse correzioni, che l’Istituto per il Marxismo-Leninismo di Berlino, consultato per un’analisi, confermò essere autografe di Marx, il quale aveva consentito a Most di ripubblicare il suo riassunto a condizione che il suo nome non comparisse, ciò a dimostrare della scarsa considerazione che Marx attribuiva al compendio di Most e la possibilità di correggerne solo gli errori più gravi.

Come si era arrivati a questa seconda edizione della riduzione de Il Capitale da parte di Most e con le correzioni di Marx? Nell’estate del 1875, Wilhelm Liebknecht e Julius Vahlteich, in qualità di rappresentanti del Partito operaio socialdemocratico, si rivolsero a Marx chiedendogli di rivedere l’opuscolo di Most per una nuova edizione.

Marx acconsentì e si mise subito al lavoro, nonostante la sua salute cagionevole. Quasi un anno dopo, nell’aprile del 1876, il pamphlet fu stampato e Marx ne ricevette diverse copie che, come su sua richiesta, non recavano il suo nome.

Marx si mostrò subito poco entusiasta (eufemismo) dell’opuscolo. Nella lettera a Adolpf Sorge, del 27 settembre 1877, lo descrisse come “pieno dei peggiori refusi” di stampa. Dolendosi del comportamento di Liebknecht e Vahlteich per come era stata condotta la faccenda, denunciava “le molte asinate commesse da Most”, descrivendolo come “un ragazzo futile, sempre pronto a utilizzare subito come materiale per uno stampato qualunque cosa legga”. Chiosava Marx: “infine l’opuscolo uscì brulicante di refusi che ne travisano il senso!” (Marx-Engels, Lettere 1874-1879, ediz. Lotta comunista – vol. XLV non edito della MEOC –, p. 225).

La divulgazione, ovvero la semplificazione di un testo scientifico, è possibile solo se questo è stato realmente compreso. In questo caso, Most si trovò in difficoltà, tanto che, invece di limitarsi a rivedere il vecchio testo, Marx ne scrisse in gran parte uno nuovo. Si sentì costretto a riscriverlo a causa di due principali debolezze nell’opera di Most: la mancata comprensione del concetto di valore e la mancanza di comprensione delle forme di valore. Vale a dire i pilastri dell’economia politica e della analisi critica compiuta da Marx.

Solo un esempio: Most tratta il nucleo della teoria del valore in modo molto conciso e confuso (15 righe!), mentre Marx vi dedica oltre venti pagine ne Il Capitale. Sebbene Marx nelle sue revisioni testuali non mettesse in discussione il principio di divulgazione di Most, ovvero l’uso delle sole categorie indispensabili, resta il fatto che Most non arrivò nemmeno a comprendere chiaramente l’importanza della contraddizione intrinseca e divaricantesi tra valore e valore d’uso all’interno della merce.

Come nel caso della forma di valore, la debolezza di Most nella comprensione dei concetti qualitativi ebbe un impatto negativo anche sulla sua concezione dei salari. Così come non riuscì a cogliere il denaro come forma necessaria di valore, trascurando il fatto che il valore o il prezzo del lavoro, sebbene invertito, sono comunque espressioni reali del valore o del prezzo della forza-lavoro.

Most sa che i salariati vengono pagati solo per la loro forza-lavoro erogata, che permette l’estorsione di plusvalore. Tuttavia, non riesce a spiegare perché la realtà sia diversa, per cui i salari sembrerebbero remunerare non solo la forza-lavoro, ma tutto il lavoro erogato, un’illusione diffusa anche nel Partito socialdemocratico.

Ad ogni modo, Marx mantiene la struttura dell’estratto, diviso in 13 sezioni, perché segue la struttura de Il Capitale. Tuttavia, non lasciò una sola pagina invariata, apportando quasi trecento modifiche stilistiche o terminologiche. In ogni sezione opera delle riformulazioni, perlopiù chiarimenti concettuali. In totale, i nuovi testi, ciascuno composto da almeno una frase completa, costituiscono oltre il venti percento dell’intero testo.

Marx commentò la sua revisione nella lettera del 14 giugno del 1876, quando inviò una copia della seconda edizione del Most a Sorge a New York: “... non mi sono citato, perché altrimenti avrei dovuto cambiarvi ancora di più (la parte sul valore, denaro, salario lavorativo e qualche altra cosa l’ho dovuta cancellare dal tutto e introdurre al suo posto roba mia)” (**).

Most, possiamo immaginare, non devessere stato molto contento delle corpose correzioni di Marx. Tuttavia, non deve essere stato questo il motivo per il quale il giovanotto futile abbracciò sempre di più l’anarchismo, compresa la dottrina dell’incitamento delle masse alla rivoluzione attraverso atti di violenza spettacolari. Nel 1885 pubblicò la Scienza rivoluzionaria della guerra; un manuale di istruzioni “sull’uso e la fabbricazione di nitroglicerina, dinamite, cotone fulminante, fulminato di mercurio, bombe, ordigni incendiari, veleni, ecc.”. Sarebbe piuttosto divertente da leggere oggi, ma nondimeno una tragica testimonianza della parabola di un modesto talento politico.

Il 18 aprile 1883, Engels, in una lettera a Philip Van Patten a New York, a proposito del suo rapporto con Most e con Marx, scrisse che lo avevano incontrato a Londra “non più di una volta, al massimo due”, da quando “le sue nuove elucubrazioni anarchiche sono apparse sul giornale”. “Avevamo per il suo anarchismo e per la sua tattica anarchica lo stesso disprezzo che avevamo per coloro da cui egli aveva appreso tutt’e due le cose”.

Engels proseguiva nella lettera: “Quando era ancora in Germania, Most pubblicò un compendio “popolare” de Il Capitale. Fu richiesto a Marx di rivederlo per una seconda edizione. Feci questo lavoro insieme con Marx. Trovammo che era impossibile fare qualcosa di più che togliere le peggiori cantonate di Most se non volevamo riscrivere tutto il lavoro da cima a fondo. (Ibidem, vol. 47, p. 11)

(*) Chi volesse leggerlo in rete, qui.
Il testo della seconda edizione di quell’estratto divulgativo apparve successivamente ristampato nella DDR nel 1967 e poi nella RFT a cura di H.M. Enzensberger nel 1972. La Fondazione di Wuppertal ne curò una ristampa anastatica nel 1985 (edita da Marxistische Blätter, Francoforte sul Meno). Nel 2025 una nuova ristampa, pubblicata a Berlino dalll’editore Henricus (noto anche come Hofenberg). L’originale annotato da Marx è custodito presso la Karl-Marx-Haus a Treviri.

(**) La traduzione inglese apparve a puntate a New York dal 30 dicembre 1877 al 10 marzo 1878 sul settimanale socialista The Labor Standard. Nell’aprile del 1878, F.A. Sorge pubblicò la serie in un opuscolo intitolato Estratti dal Capitale di Karl Marx (Marx non fu accreditato come autore, né lo fu Most). Il traduttore fu Otto Weydemeyer, che, come Sorge, era attivo nella Prima Internazionale e figura di spicco del Partito dei Lavoratori degli Stati Uniti (1876-1878). Ancor prima della stampa, Marx accettò di correggere le bozze della traduzione per eventuali errori, qualora fosse stata pubblicata una ristampa (ristampa che non si concretizzò mai). Per l’Inghilterra, Marx propose un’edizione emendata, “ma in modo tale che io scriva alcune parole di prefazione, mentre l’opera stessa appaia a nome di Weydemeyer”.

Questo il modo in cui il “pappagallo stocastico” interpreta quello che definisce “aneddoto”, prendendo fischi per fiaschi: il Manifesto del Partito comunista per l’opuscolo di Most.

venerdì 31 luglio 2026

Morale estiva

 

Oggi si registra la giornata più torrida del mese di luglio. Ciò mi riporta alla memoria un altro 31 luglio, di un’epoca meno volgare del presente. Fu quella la giornata più calda dell’estate. Più che per la calura, quel giorno è rimasto indelebile (non solo a me) per ciò che ci fu preparato per pranzo.

In spiaggia c’era troppa luce, troppa esposizione, tutto era abbagliante. Fuggimmo quella luce violenta ben prima del solito orario di rientro. La padrona di casa era già sui fornelli esibendosi come cuoca nel solo piatto della cucina italiana di cui potesse andare fiera: alcuni tagli di carne, tratti dal cadavere di un bue, bollivano nel relativo brodo. Quello era precisamente il nostro pranzo per quel giorno.

Sono quelle situazioni di disperazione nelle quali ti chiedi perché la nave dell’esistenza ti abbia condotto su quegli scogli. Ci fu risparmiata la pornografia: la carne lessata cosparsa di yogurt fatto in casa o con salse barocche.

Tra sospiri e gocciolamento di sudore (allora non c’erano i condizionatori) riuscimmo a inghiottire il brodo caldo al limite dell’ustione. Trangugiammo anche una fetta di carne e la scorta di giardiniera sottaceto (che così mi venne in odio). Quando discorro di autoritarismo parlo con cognizione di causa.

Dunque, la morale di questo breve scritto è questa: non lamentiamoci del caldo eccessivo, potrebbe capitarci anche di peggio.

giovedì 30 luglio 2026

Se non è zuppa ...

 

Possediamo un termine adeguato nel descrivere la peculiarità dello stato intermedio tra democrazia e fascismo? Non si tratta solo di una questione terminologica, mi pare evidente. I movimenti e i partiti di destra odierni non presentano il carattere organizzato del fascismo storico (squadrismo, per esempio) con le sue forze paramilitari (ad eccezione dell’ICE di Trump), ma operano piuttosto all’interno delle istituzioni costituzionali. Dunque, poiché l’estrema destra odierna differisce significativamente dal fascismo storico, vengono adoperati termini come neofascismo, postfascismo, eccetera. Sono adeguati a definire l’attuale ascesa della destra?

Se si abbandona il concetto di fascismo come dittatura totalitaria e apertamente terroristica, e quindi anche lo strumento analitico per comprendere tale forma di governo, si rischia di sottovalutare il pericolo rappresentato da attori autenticamente fascisti, come i gagliardi eredi dell’ex Movimento Sociale italiano oggi denominato Fratelli d’Italia. Va da sé, tra l’altro, che il fascismo storico non era rappresentato solo dal suo truce capo o da elementi come, per citare un nome noto, Farinacci. Erano fascisti o simpatizzanti anche i Bottai, i Gentile, Marconi, Pirandello e, almeno all’inizio, uno come Benedetto Croce, fautore di “una dittatura provvisoria”. Senza dimenticare Gabriele Rapagnetta, per molti versi uno dei lirici ideologi del fascismo, checché ne possano dire i suoi attuali apologeti e cantastorie.

Per analizzare gli attuali movimenti di destra non è necessario offuscare la definizione di fascismo, poiché a questo scopo esiste da tempo una categoria ben definita: quella dell’autoritarismo. L’evoluzione verso un capitalismo autoritario è sotto gli occhi di tutti, a ragione del fatto che il compromesso sociale del dopoguerra non è ritenuto più necessario, per motivi fondamentali che qui non è il caso d’indagare (ai quali si aggiunge il miglioramento di condizione sociale del proletariato, l’estinzione di una sinistra almeno larvatamente antagonista e di lotta, ecc.).

Da un punto di vista sociologico, l’autoritarismo compensa un’insicurezza sociale reale vissuta su più piani, anche se spesso strumentalizzata (dalla destra per creare allarme sociale e consenso elettorale, dalla “sinistra” per il motivo opposto, richiamare l’attenzione sul fallimento delle politiche governative della destra). Tuttavia, non si deve confondere l’autoritarismo con il fascismo, che può essere combattuto solo attraverso la violenza organizzata, in ultima analisi con mezzi militari.

Ciò detto, si deve tener presente che i movimenti fascisti o neofascisti attuali non puntano a raggiunge un potere indipendente, ma si integrano nel sistema politico esistente, sia sul piano interno e sia per quanto riguarda le alleanze internazionali (UE, NATO, ecc.). Per il momento. Ciò a cui infine puntano (oltre alla famelica occupazione e gestione del potere ad ogni livello), è un nuovo ordine politico ed istituzionale.

Mentre le formazioni autoritarie hanno origine dalla nuova dimensione assunta dal sistema monopolistico, ovvero dai gruppi capitalisti dominanti e dalle élite borghesi, il fascismo del XXI secolo, come già i fascismi del secolo precedente, tende ad impadronirsi del potere politico e statuale partendo dalla situazione di crisi che investe le democrazie occidentali. Dunque, se non è zuppa, è pan bagnato.

mercoledì 29 luglio 2026

Anestesie

I loro prezzi impoveriscono le persone, le loro emissioni alterano il clima e distruggono l’ambiente: le sei maggiori compagnie petrolifere del mondo (BP, Chevron, Total, Exxon Mobil, Shell ed Eni) hanno raddoppiato i loro profitti nel secondo trimestre del 2026.

I profitti totali previsti per le sei compagnie petrolifere e del gas nel 2026 ammontano a 147 miliardi di dollari, secondo Oxfam. Più dei profitti dei 21 mesi precedenti (da aprile 2024 a dicembre 2025. La sola società francese Total Energies ha annunciato martedì di aver aumentato il suo utile netto rettificato nel secondo trimestre del 67%, raggiungendo i 6 miliardi di dollari.

Secondo il portavoce di Oxfam, è necessario un radicale cambio di rotta: “la necessaria trasformazione verso un’economia orientata al bene comune”, finanziata tassando gli enormi profitti delle imprese. Sciorinano una sfilza di numeri su quanto “bene comune” deriverebbe da una maggiore tassazione dei profitti. Dopo averli letti, quesi numeri salvifici, mi sento già meglio.

Dunque, secondo questi bonzi di Oxfam e tanti gabbiani della retorica mediatica, si tratterebbe di una questione di profitti “eccessivi” a fronte di una insufficiente imposizione fiscale. Altro che la Vecchia Talpa, è l’ideologia libero-scambista ad aver scavato in profondità. Per carità, non tocchiamo le multinazionali, semplicemente tassiamole di più. Resti intonso ciò che conferisce loro una posizione dominante nella società.

Succede un po’ come con quelli che credono di poter mitigare il cambiamento climatico con il dispendio di tecnologie. Dopo aver tratto profitto dai processi produttivi che hanno inquinato il pianeta, logica vuole che la medesima dinamica economica venga applicata ai processi che dovrebbero ridurre tale inquinamento.

I miglioramenti che si possono realizzare sul terreno dell’imposizione fiscale, non cambiano in nulla la natura del capitalismo e non costituiranno mai una variabile indipendente dalle dinamiche dell’accumulazione capitalistica.

Voi, della pigra sinistra, del finto-democraticismo da governo, continuate a chiamarla economia di mercato. Per ciò che può importare il mio giudizio, lo chiamo sistema monopolistico delle multinazionali, che si esplica nel totalitarismo economico e sociale. Voi, fanghiglia democratico-liberale, continuate a chiamarlo mondo libero, io vi chiamo puttanieri dell’europeismo.