Nel 1929, il mercato rialzista americano era in piena espansione, le quotazioni azionarie continuavano a salire: il valore delle azioni della Radio Corporation of America (RCA) crebbe di quasi il 50 per cento in un solo mese. In agosto, una società di intermediazione annunciò un nuovo servizio per i viaggiatori diretti in Europa sui transatlantici: la possibilità di negoziare titoli a bordo durante la traversata, che durava una settimana.
Un giorno d’estate di quell’anno, nell’ufficio del direttore di The Economist squilla il telefono. Walter Layton alzò la cornetta. Lo stava chiamando Montagu Collet Norman, governatore della Banca d’Inghilterra. Secondo il Wall Street Journal, Norman veniva definito “il dittatore monetario d’Europa”.
Durante il suo mandato come governatore, dal 1920 al 1944, Norman fu uno degli uomini più influenti al mondo, un pilastro apparentemente incrollabile del sistema finanziario globale. Quando fu riconfermato governatore nel 1932, il New York Times scrisse che egli presiedeva “l’impero invisibile della ricchezza” britannico. “I regimi aurei possono andare e venire”, osservava l’articolo, “ma Montagu Norman resta”.
Le sue dichiarazioni enigmatiche venivano analizzate a fondo alla ricerca di un significato. Il suo potere era tale che una sua dichiarazione poteva far muovere i mercati. A una cena tra banchieri a Londra dichiarò con tono cupo che il disordine economico mondiale sfuggiva al controllo di qualsiasi uomo, governo o paese. Il giorno dopo, le azioni, le obbligazioni e il dollaro subirono un rapido e brusco calo a New York.
Norman chiese con fervore a Layton di recarsi nel suo ufficio alla Banca il prima possibile per discutere di una questione della massima importanza. Il direttore di The Economist non si stupì dell’agitazione di Norman. Il governatore era l’erede di un’antica dinastia bancaria, ma lui era un banchiere molto atipico: si presentava a cena senza calzini e andava al lavoro in metropolitana, cosa molto insolita per quei tempi.
Il banchiere più potente del mondo detestava la pubblicità, l’essere riconosciuto o la vita sociale, ed era soggetto a svenimenti. Conduceva una vita molto austera, detestava i cocktail party e scoraggiava qualsiasi segno di ostentazione. Sebbene viaggiasse sotto falso nome per attraversare l’Atlantico, al momento dello sbarco a New York ad attenderlo c’erano comunque schiere di giornalisti e fotografi.
Il suo stato psicologico era un segreto di Pulcinella tra gli addetti ai lavori della finanza. Norman era una figura imprevedibile, un maniaco-depressivo, noto negli ambienti finanziari per i suoi sbalzi d’umore. Timido e ipersensibile, Norman era introverso fino al punto di rasentare la nevrosi. Anni prima, Norman si era rivolto a Carl Jung per discutere un possibile trattamento, ma senza successo. Jung aveva lasciato intendere che Norman fosse intrattabile, il che non aveva certo migliorato la situazione.
Rispondendo alla convocazione di Norman, Layton si recò rapidamente alla sede centrale della banca in Threadneedle Street, il noto quartiere finanziario di Londra, cuore pulsante della City. Circondata da un alto muro, la sede della banca era progettata per impressionare, per incutere timore. Oltre l’imponente portone in bronzo si celava un complesso di uffici e sale operative brulicanti di funzionari e subalterni che facevano la spola lungo i corridoi. Persino la terminologia era di stampo regale: la banca non era governata da un consiglio di amministrazione, bensì da una “Corte”.
Norman sedeva a un tavolo di mogano al centro della stanza rivestita di pannelli in legno. Voleva discutere di una nuova banca, da chiamare Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI). La BRI stava nascendo in relazione al Piano Young, l’ultimo e, si sperava, definitivo programma per l’attuazione dei pagamenti delle riparazioni di guerra tedesche.
Nell’aprile del 1921, la Commissione per le riparazioni annunciò che la Germania avrebbe pagato un totale di 132 miliardi di marchi-oro (31,5 miliardi di dollari), con rate annuali da 2 miliardi. La Germania era ancora sotto shock per la sconfitta: l’iperinflazione dilagava mentre il governo stampava denaro per mantenere in moto l’economia. La società stava collassando e nelle strade si scontravano le opposte fazioni politiche. Venivano presi ostaggi, occupate fabbriche e i prigionieri schierati contro i muri e fucilati.
Dove avrebbe trovato la Germania il denaro per pagare? Con quali meccanismi avrebbe effettuato i pagamenti? Chi avrebbe supervisionato e regolamentato tali versamenti? Queste complesse discussioni determinarono il ruolo, la struttura e lo status giuridico privilegiato della BRI.
L’Europa poteva e doveva essere ricostruita, ma il suo futuro dipendeva dal commercio e dalla cooperazione finanziaria. L’obiettivo non era ridurre la Germania in miseria, bensì aiutarla a risanare l’economia e a riprendere gli scambi commerciali il prima possibile.
Per porre freno al caos inflazionistico, nel 1923 si decise di introdurre un nuovo tipo di marco al posto di quello ormai in rovina e alle numerose valute private emesse da varie imprese industriali. Si sarebbe chiamato rentenmark, marco in affitto, e sarebbe stato teoricamente appoggiato dal valore di tutti i terreni tedeschi, che poco per volta sarebbero stati ipotecati in base alla restante fornitura d’oro della Germania. L’idea era nata dal ministro delle Finanze Rudolf Hilferding, che noi oggi ricordiamo per essere l’autore de Il capitale finanziario, pubblicato nel 1910. (*)
Era una soluzione assai aleatoria poiché nessuno poteva calcolare il vero valore di tutti i possedimenti pubblici della Germania, ma costituiva comunque un primo passo verso la stabilizzazione della moneta. In pratica dietro al rentenmark non c’era nulla, ancor meno degli “assegnati” durante la rivoluzione francese, basati sui beni ecclesiastici confiscati. Da poche centinaia di milioni previsti, gli assegnati francesi furono emessi per decine di miliardi, fino a diventare carta per accendere il fuoco.
Il 13 novembre, quattro giorni dopo il mancato colpo di Stato di Hitler-Ludendorff, Hjalmar Horace Greeley Schacht fu convocato dal ministro della Finanze per assumere l’incarico di sovrintendente alla valuta nazionale. Schacht sapeva che l’unica soluzione definitiva sarebbe stata quella di garantire al marco un valore in oro, ma si rendeva anche conto dell’urgente bisogno di una soluzione temporanea come il rentenmark. Schacht chiese e ottenne dei poteri illimitati.
Il 15 novembre 1923, le macchine da stampa si fermarono nella stampa del vecchio marco e incominciarono quella dei nuovi rentenmark, che sarebbero stati emessi dalla nuova Rentenbanck. L’emissione era previsto fosse rigorosamente limitata, l’obiettivo, affermò Schacht, era quello di “rendere la valuta tedesca scarsa e preziosa”. Fu stabilito un cambio a un tasso fisso rispetto al dollaro (valeva 4,2 Rentenmark, un ritorno al tasso di cambio precedente la Prima Guerra Mondiale), contro la vecchia moneta svalutata. Tutti i crediti sarebbero stati interrotti per porre fine alla speculazione. Un rentenmark sarebbe stato cambiato con mille miliardi di vecchi marchi. Finalmente si potevano acquistare merci che costavano due o tre marchi. Schacht stava per dimostrare che spesso il credito è psicologico e non necessariamente razionale. Oggi quasi tutta l’economia finanziaria è basata su tale tipo di credito.
La necessità di assicurare un solido appoggio al rentenmarck valutandolo col sistema aureo, impose a Schacht, sovraintendente alla valuta ma anche nuovo presidente della Reichbank, di chiedere un incontro col governatore della Banca d’Inghilterra, ossia con Montagu Norman. Con grande sorpresa di Schacht, alle otto di sera della vigilia di Capodanno, ad accoglierlo alla banchina del porto inglese c’era Norman in persona, il quale era impaziente di dare inizio a una stretta relazione d’affari con Schacht, che poi si trasformò anche in amicizia personale, tanto che Norman fece da padrino di battesimo a uno dei nipoti di Schacht.
Durante la Conferenza dell’Aia e i negoziati sul Piano Young del 1929 (volti a ristrutturare i pesanti debiti di riparazione imposti alla Germania dopo la sua sconfitta), Schacht presentò una proposta formale insieme ad altri banchieri per istituire un organismo di regolamento finanziario. Insieme al Governatore della Banca d’Inghilterra, Montagu Norman, concepì la BRI con un duplice scopo: gestire i flussi finanziari delle riparazioni di guerra tedesche e fornire una rete di salvataggio (prestatore di ultima istanza) alla stessa banca centrale tedesca nel caso in cui il marco si fosse indebolito, garantendo al contempo un forum permanente per la cooperazione tra banche centrali.
Norman nutriva vaste ambizioni: la BRI sarebbe stata la prima istituzione finanziaria internazionale al mondo e avrebbe costituito un punto di incontro per i banchieri centrali. Lontani dalle pressioni dei politici e dagli sguardi indiscreti dei giornalisti ficcanaso, i banchieri avrebbero potuto portare ordine e coordinamento nel sistema finanziario globale.
Affinché la BRI potesse avere successo e potesse esprimere appieno il proprio potenziale, spiegò Norman, aveva bisogno dell’aiuto di Layton. Di lì a poco, una sottocommissione si sarebbe riunita a Baden-Baden, in Germania, per redigere lo statuto della banca. Il direttore dell’Economist, disse Norman, era proprio la persona adatta per stendere l’atto costitutivo della BRI, un documento che doveva, innanzitutto, garantire l’indipendenza della banca dalla politica.
Layton, allora quarantacinquenne, aveva un curriculum di tutto rispetto. Aveva studiato alla King’s College School, alla Westminster City School, all’University College di Londra e al Trinity College di Cambridge, del quale nel 1908, a soli 24 anni, divenne docente di economia. Economista di spicco, Layton lavorò per il ministero delle Munizioni durante la Prima Guerra Mondiale, poi presso la nascente Organizzazione Economica e Finanziaria della Società delle Nazioni. Nel 1928, fu membro del comitato del Partito Liberale che elaborò il documento Britain’s Industrial Future, altrimenti noto come Libro Giallo Liberale.
Insomma, Montagu Norman stava affidando l’incarico a una persona molto competente. Si pensi che Layton durante la IIGM fu a capo dello Stato Maggiore Congiunto per la Produzione Bellica dal 1942 al 1943, e sarà vicepresidente dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa dal 1949 al 1957.
Nell’ottobre 1929, il consiglio d’amministrazione della nuova Banca dei Regolamenti, la nuova Banca di Schacht e Norman, si riunì per la prima volta nella vecchia stazione termale tedesca di Baden-Baden. Il 29 ottobre, pochi giorni dopo l’inizio delle riunioni, la borsa di New York crollò.
Come governatore della banca centrale di una delle nazioni fondatrici, Schacht ottenne automaticamente un seggio nel Consiglio di Amministrazione della BRI. Sfruttò l’istituto di Basilea come canale finanziario privilegiato per mantenere i contatti con l’alta finanza internazionale, legame che continuò anche dopo l’ascesa del regime nazista, quando fu riconfermato alla guida della Reichsbank (1933–1939) e nominato Ministro dell’Economia di Hitler, incarico che mantenne fino al 1939, quando tra i due avvenne la definitiva rottura sul finanziamento del riarmo tedesco.
Tuttavia, non va dimenticato che Schacht, il 19 novembre 1932, promosse la “Petizione degli industriali” (Industrielleneingabe), con la quale il Presidente del Reich, Hindenburg, veniva invitato ad affidare al Partito Nazista e al suo leader il compito di formare un governo. La petizione dimostrò il forte appoggio di una parte del capitalismo tedesco al movimento nazista, aprendo la strada alla nomina definitiva di Hitler avvenuta il 30 gennaio 1933 (**).
Sulla scia della gestione Schacht, il consiglio di amministrazione della BRI continuò a ospitare alti funzionari del Terzo Reich (come Walter Funk ed Emil Puhl), portando l’istituto a subire dure accuse nel dopoguerra per aver agevolato le transazioni finanziarie e d’oro della Germania nazista. Infatti, la BRI svolgerà un ruolo di fondamentale complicità, agendo come la principale camera di compensazione e “lavanderia” finanziaria del Terzo Reich durante la Seconda Guerra Mondiale.
In un post che farà seguito (ma non subito), darò conto della fittissima rete di complicità, alleanze e, si direbbe oggi, joint-ventures, che si andò formando progressivamente negli anni 1930 tra parte del grande capitale finanziario e industriale statunitense e quello tedesco, strettamente collegato con i nazisti. Il gotha economico e finanziario dell’epoca, che vide tra i suoi protagonisti, paradossalmente, anche influenti esponenti dell’ebraismo perfino a conflitto mondiale in corso.
(*) Geminello Alvi, nel 1993, ha pubblicato un libro, Dell’estremo Occidente. Il Secolo Americano in Europa, che alterna fatti verificabili e descrizioni sconclusionate e assolutamente inattendibili, peraltro scritto in uno stile “flamboyant”, con ridondanti e irritanti solecismi. Alle pp. 238-39 si legge la seguente sciocchezza (delle sue è tutt’altro la più madornale): «Nel 1910 Rudolf Hilferding puntale aveva tradotto in un raro frasario marxista [sic!] col titolo Das Finanzkapital, un libro scritto anni prima da Otto Jeidels, efficiente banchiere a Berlino della Handles-Gesellschaft.»
In realtà Jeidels è l’autore di Das Verhältnis der deutschen Großbanken zur Industrie mit besonderer Berücksichtigung der Eisenindustrie (Il rapporto tra le grandi banche tedesche e l’industria con particolare riferimento all’industria siderurgica, Lipsia, 1905. Hilferding, nel suo libro, Il capitale finanziario, cita Jeides sei volte a piè di pagina. Anche Lenin cita Jeides nel suo quaderno “β”, brogliaccio che servirà alla stesura de L’imperialismo, fase suprema del capitalismo (dove, a riguardo di statistiche, citerà Jeides nei capp. 1, 2 e 6).
Alvi si occupa di Hilferding anche a p. 484, in una nota. Scrive che Il capitale finanziario fu pubblicato un anno prima della crisi di Agadir (1911) e sostiene che Hilferding della crisi di Agadir “non comprese l’essenziale”. Transeat. Facciamoci spiegare l’essenziale da Alvi: «L’invio di panzer ad Agadir non provocò all’inizio che un controllato nervosismo, non comparabile al panico che nel maggio del 1911 aveva attraversato la borsa di Berlino». La nave cannoniera Panther, inviata da Berlino nel porto marocchino di Agadir, per Alvi diventa l’invio di panzer (tra l’altro nel 1911!). Ripeto: sono quisquilie a fronte di altre pretenziosità che a raccontarle ci vorrebbero pagine e pagine di puro esilarante divertimento.
(**) Nel 1931, nelle grandi società per azioni, l’11% dei membri del consiglio di amministrazione e quasi un quarto di tutti i membri del consiglio di sorveglianza erano ebrei. Entro un anno e mezzo dall’ascesa al potere dei nazisti, gli ebrei avevano perso metà delle loro posizioni. Nel 1938, il loro numero si era ridotto all’8% (consiglio di amministrazione) e al 17% (consiglio di sorveglianza) rispetto ai livelli del 1933. Nelle più grandi banche per azioni, dove nel 1927 un quarto dei dirigenti era ebreo, a metà del 1934 il loro numero era sceso al 6,5%, nel 1938 all’1% (Martin Münzel, Die jüdischen Mitglieder der deutschen Wirtschaftselite 1927–1955: Verdrängung – Emigration – Rückkehr, Zürich, Ferdinand Schöningh, 2006, tavola 34a, 441). Otto Jeidels, citato qui nel post nella nota precedente, nonostante fosse ebreo, rimase nei consigli di amministrazione di 17 società per azioni tedesche fino all’inizio del 1938, quando le aziende di tutta la Germania furono minacciate di nazionalizzazione se non fossero riuscite a ottenere la certificazione ariana, liberandosi quantomeno dei dirigenti non ariani rimasti.
