giovedì 17 settembre 2026

L ’apice

 

Un sistema sociale “moderno” ha bisogno di due cose per rimanere politicamente e ideologicamente egemone: o un governo basato sulla coercizione, o un governo basato sul consenso. Tutti conoscono il governo basato sulla coercizione, esercitata dalla polizia, dalla magistratura e dagli altri apparati dello Stato. Non si conoscono governi più stabili di quelli coercitivi.

Quanto al governo basato sul consenso, esso s’instaura quando i governati accettano volontariamente l’ordine sociale, ossia l’ideologia della conservazione. Un’élite sociale governa in modo particolarmente efficace quando esercita una leadership culturale e morale, quando le sue concezioni di società, moralità, politica e di ciò che è “normale” sono così diffuse da apparire come senso comune, generando così consenso per l’ordine costituito.

In questo contesto, il consenso non è necessariamente un consenso consapevole. Piuttosto, si riferisce al fatto che certe idee diventano così ovvie da essere raramente messe in discussione, trasferendosi nella coscienza individuale al punto da apparire come fatti naturali. Fatto che veniva posto in luce già più di 150 anni fa da Marx (*).

Il modo in cui le persone devono rapportarsi alla società, l’interiorizzazione dei programmi di comportamento, ci viene insegnato in famiglia, a scuola, nell’uso del linguaggio, nell’atteggiamento, nella letteratura, nei media, nella religione, nella filosofia, nell’arte e nella scienza. Non è qualche cosa di astratto, di indefinito, ma di maledettamente concreto.

Per esempio: il sistema educativo delle società capitaliste è sempre stato concepito per perpetuare la disuguaglianza e garantire che i futuri lavoratori salariati trovino il posto che spetta loro nel mercato del lavoro. In altre parole, le disparità educative sono già previste, anzi, istituzionalmente garantite. E tutto ciò deve apparire ai più come un fatto normale.

Altro esempio: consideriamo normale questo benessere prolungato e infondato che si nutre di pozze di povertà. Ancora: far passare per sviluppo e progresso la sottomissione reale del lavoro e la sussunzione della tecnica al capitale, quando in realtà si tratta di un processo storico in cui il capitale ha occupato e piegato ai suoi bisogni ogni interstizio della formazione sociale.

E ciò significa profonda modificazione qualitativa, rivoluzione capitalistica dei bisogni, dei gusti, della mentalità, della morale, in una parola della coscienza. E produzione degli apparati, degli strumenti necessari allo scopo.

La distorsione intellettuale, la distruzione di memoria, e la mancanza di consapevolezza della realtà sociale effettiva non è un fatto casuale, ma il prodotto di un certo lavoro, discreto, subliminale ed efficace. Disabituare a pensare con la propria testa è un’attività della quale si occupa un’intera schiera di addetti più o meno specializzati, più o meno consapevoli del proprio ruolo. Disabituare a pensare significa disabituare al dubbio, alla critica, ad una visione alternativa delle cose, ad un modo diverso e possibile d’impiegare le risorse naturali, umane e tecniche.

Si corteggiano innanzitutto le menti dei più giovani, rinchiusi in gabbie semiotiche, in un perfido gioco degli specchi, saturandoli con un’irradiazione sistematica e martellante di input multimediali, producendo scissione con la realtà e declino intellettuale che li conduce all’apice dell’imbecillità.

Anche i comportamenti “trasgressivi” hanno perso qualunque carica antagonistica per assumere una regressione soggettiva che si accorda con le forme dominanti dell’ideologia e della spettacolarizzazione. La devianza, la cosiddetta follia, non è affatto una malattia individuale, ma una condizione sociale normale: è la somatizzazione, secondo specificazioni di classe, di stato, di gruppo, dei rapporti sociali in atto (**).

E mai come oggi, nella nuova Babilonia, sovviene l’impiego della tecnologia, dei dispositivi “intelligenti”; macchine che simulano di pensare al nostro posto: in realtà dispositivi codificanti. Ma sarebbe sbagliato attribuire lo stato delle cose presenti, la creazione di individui come figure di feticci compatibili, al determinismo tecnologico (“colpa” della macchina, del dispositivo, dell’applicazione, ecc.). È questa una troppo comoda chiave di lettura (***).

La schiavitù si compie e si riproduce ad un livello qualitativo superiore: come dominio totale del capitale sulla coscienza, come produzione consapevole ed organizzata di alienazione totale. La “normalità” diventa in tal modo il dramma dell’esecuzione automatica, inconscia, stabilita della programmazione. Se ciò ha effetti deleteri sugli adulti, sui più giovani ha effetti devastanti e in prospettiva tragici per l’intera società.

(*) «Non basta che le condizioni di lavoro si presentino come capitale a un polo e che dall’altro polo si presentino uomini che non hanno altro da vendere che la propria forza- lavoro. E non basta neppure costringere questi uomini a vendersi volontariamente. Man mano che la produzione capitalistica procede, si sviluppa una classe operaia che per educazione, tradizione, abitudine, riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione» (Il Capitale, I, VII, 3).

(**) Secondo uno studio recente pubblicato su The Lancet, in Cina un cittadino su sette soffre di problemi di salute mentale. E in occidente? Sarebbe una stima altrettanto prudente.

(***) La “colpa” non è del cellulare in mano al bambino, che in tal modo si distrae con i giochini (che non sono innocui) e non rompe i coglioni agli adulti (la stessa cosa accadeva con i cartoon in tv, le telenovele per gli anziani, le serie per tutti, ecc.). Del resto, il bambino non fa che imitare gli adulti. Bambino e adulto non dialogano più tra di loro, o i bambini tra loro, o gli adulti tra loro, ma dialogano con la macchina: una follia!

mercoledì 16 settembre 2026

Guardiamoci intorno

 

Dopo la sconfitta del 1918, la moneta tedesca, il Reichmark, aveva perso valore nei confronti delle valute occidentali. L’inflazione raggiunse il culmine nel caos del 1923-24. Le cause per le quali la tempesta inflazionistica si trasformò in uragano iperinflazionistico, furono diverse, quali la necessità di pagare delle grandi riparazioni e di ricostruire una struttura industriale decimata.

Ma le premesse inflazionistiche possono essere rintracciate già nelle decisioni politiche del 1914: la sospensione dell’obbligo di convertire la cartamoneta in oro e l’emissione di obbligazioni di guerra e titoli di stato a breve termine per finanziare la guerra, anziché farlo attraverso le imposte, che in tal caso avrebbero colpito anche la borghesia e l’aristocrazia. Insomma, una situazione che ricorda molto la vicenda degli “assegnati” durante la Rivoluzione francese.

La risposta del governo tedesco fu quella di stampare moneta in modo che i padroni potessero pagare gli operai e le aziende potessero saldare i loro fornitori. L’emissione di cartamoneta, senza essere in grado di assicurare che questa corrispondesse a un valore di scambio effettivo, scatenò l’inflazione. Il fenomeno faceva aumentare drasticamente il prezzo delle importazioni innescando ulteriore inflazione. Un engrenage.

Ma il fattore decisivo fu un altro: il debito estero tedesco nel 1918 ammontava alla cifra astronomica di 154 miliardi di marchi. Il deprezzamento del Reichmark sul dollaro e le altre valute fu l’indicatore quotidiano della tragedia tedesca. L’effetto della svalutazione fu quello di vedere tale debito denominato in valuta estera. (*).

Da qui in poi vi furono diversi interventi deflazionistici, con licenziamenti di massa, specie nella pubblica amministrazione (tra il 1° ottobre 1923 e il 31 marzo del 1924 il governo tedesco licenziò 397.000 impiegati), riduzione di stipendi e salari, tagli alla spesa pubblica e incremento della pressione fiscale. Negli anni seguenti, il proletariato tedesco e la piccola borghesia scoprirono che se lo spauracchio dell’inflazione metteva paura, la deflazione poteva essere anche peggiore (**).

Per le solite dinamiche che riguardano il denaro e la speculazione, vi fu chi da tale situazione inflazionistica ebbe a guadagnare molto e chi invece perse tutto o quasi. Il valore nominale delle proprietà tedesche si moltiplicava di giorno in giorno, e poi di ora in ora, mentre il valore effettivo del marco scivolava sempre più in basso. Gli speculatori prendevano a prestito il denaro all’estero e con i dollari, le sterline e i franchi acquistavano case, fabbriche e tutte le aziende che riuscivano ad arraffare (***).

Nella Germania degli anni Venti, mentre gli speculatori si arricchivano smisuratamente, la classe media e finanche una frazione della borghesia diventavano sempre più povere. I loro conti in banca perdevano sempre più valore con il passare del tempo. Con i risparmi di una vita, alla fine non si riusciva più a pagare l’affitto di un mese. Il costo di un pasto poteva raddoppiare mentre lo si stava consumando. La spina dorsale della società tedesca era finita sul lastrico.

Non deve dunque sorprendere, al contrario, che Hitler e il generale Ludendorff nel 1923 tentassero un Putsch a Monaco. Che però fallì dopo qualche colpo di fucile. E però dieci anni dopo, quello stesso individuo con i baffetti alla Chaplin, divenne padrone assoluto della Germania e quasi riuscì nella conquista di mezzo mondo.

Sono le situazioni oggettive a determinare le azioni umane, indipendentemente dalle nostre volontà, oppure sono queste ultime a determinare gli eventi? In tale domanda noi troviamo un nesso logico, ma non dialettico. La logica formale è un sistema di banalità e pleonasmi (****). Invece la logica dialettica è una logica che non sviluppa dalla mente: è la logica che riposa nelle cose stesse, che possiamo scoprire sono nelle cose, nella realtà, non nella nostra mente.

Il caso Hitler, così come altri casi analoghi, dimostra come molte persone non vogliano farsi una ragione sul fatto che lo stesso contenuto può apparire in diverse forme, come per esempio nei totalitarismi, e nella stessa forma possono trovarsi molti contenuti, come nelle democrazie. La contraddizione tra forma e contenuto può far sì che il contenuto spezzi la forma. Rivoluzioni e grandi sconvolgimenti derivano dalla contraddizione di forma e contenuto. Il contenuto spezza la forma e assume una forma nuova. Vi sono anche ovviamente forme che non hanno più contenuto, si chiamano fossili. Guardiamoci intorno.

(*) La nostra moneta nazionale è stata sostituita da un’altra valuta, conseguentemente anche l’enorme debito italiano è stato denominato in quella nuova valuta. Una valuta forte, l’euro, non gestita in Italia. Un Paese che non ha più il controllo sulla propria valuta, non ha più il controllo su nulla.

(**) Bisogna anche tener conto che spesso il credito è psicologico e non necessariamente razionale. Se fosse razionale, ossia basato sul sottostante valore dell’oro o di altro equivalente di garanzia, il sistema capitalistico sarebbe finito da un pezzo.

Ogni nazione che stampa del denaro senza poter corrispondere il valore promesso dalle banconote, causa la perdita di valore della propria moneta e la rende gonfia come una mongolfiera (la parola inglese inflation, che ha dato l’italiano inflazione, deriva dal verbo to inflate, che significa gonfiare).

Ma anche questo non è sempre vero: per esempio gli Stati Uniti vivono di un credito quasi illimitato poiché il dollaro funge da mediatore universale degli scambi, anche se non è convertibile in oro dal 1971. Se il dollaro perdesse tale funzione, gli Stati Uniti cesserebbero di essere una federazione e sarebbero percorsi da una guerra civile ben più cruda di quella di Seccessione. A Washington e a Wall Street lo sanno bene.

(***) In scala molto più contenuta è quello che successe in Italia negli anni Novanta e poi anche in seguito ad opera di predatori nazionali e stranieri.

(****) Mi riferisco alla logica formale nella sua forma corrente, ossia catechistica, che va distinta dalla logica formale come dottrina del pensiero e delle sue leggi. Lo preciso a scanso di obiezioni catechistiche.

martedì 15 settembre 2026

Questo lo possiamo ancora fare

 

Tutto lascia presagire che entreremo presto in una nuova povertà: quella energetica. A causa della guerra in Medio Oriente i prezzi della benzina e del diesel continuano a salire, raggiungendo un nuovo massimo storico. Anche i prezzi del gas e del gasolio da riscaldamento sono in forte aumento, e di riflesso quelli della legna da ardere e del pellet. È la logica del mercato capitalistico, di una forte speculazione che può agire indisturbata. E se aumentano i prezzi dei carburanti, aumenta la spesa alimentare e tutto il resto (*).

Non si intravede una fine all’impennata dei prezzi, ma la causa non riguarda solo ciò che sta accadendo in Medio Oriente. Sebbene il blocco dello Stretto di Hormuz e il conflitto per lo Stretto di Bab al-Mandab rappresentino dei problemi, la percentuale di petrolio consumato in Europa proveniente dalla regione del Golfo è storicamente e strutturalmente minoritaria. Dato che negli Stati Uniti i prezzi del carburante sono attualmente mantenuti bassi, le compagnie devono guadagnare altrove, e questo significa farlo qui, in Europa.

I primi tre fornitori dell’UE sono gli Stati Uniti, il Kazakistan e la Norvegia, ciascuno dei quali copre una quota compresa tra il 12% e il 15% del totale delle importazioni. I paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) – tra cui Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrain – forniscono complessivamente solo il 7% circa del greggio importato dall’UE. Anche includendo l’Iraq (che si attesta intorno al 5-6%), la quota totale della regione del Golfo oscilla tra il 12% e il 15%.

Prima del 2022, la Russia era il principale fornitore dell’Europa con oltre il 25% delle quote. A seguito delle sanzioni, l’UE ha azzerato quasi del tutto la dipendenza da Mosca (scesa a circa il 2%). Eccolo qui il problema, c’entra la guerra in Ucraina, alimentata dall’invio di armi e soprattutto di soldi alla criminalità statale ucraina. C’è anche da dire che per fortuna la Russia ha le armi nucleari, altrimenti l’Europa sarebbe già in guerra. In tal caso, volenti o nolenti, i nostri rampolli muniti di elmetto andrebbero a godersi l’inverno dell’Europa orientale, proprio negli stessi luoghi dove i loro antenati morirono congelati.

Il fatto che l’Ucraina sia tra le 20 maggiori economie mondiali è finora passato inosservato alle statistiche. E però Zelensky si è auto-invitato all’incontro del prossimo vertice del G20 a Miami. Sostiene di voler incontrare Putin a margine del vertice. In tale sede può ancora una volta tendere la mano per ottenere denari e favori. Tale sfrontatezza non è una novità per un governo che sostiene di lottare per la sopravvivenza del Paese, ma che in realtà cerca solo di commercializzare il proprio ruolo di mercenario nella guerra contro la Russia.

Ad ogni modo, le nuove generazioni impareranno, presto o tardi, che non si muore per la patria o altre cazzate del genere; si muore per il capitale. Impareranno che la guerra è la follia del capitale nella sua forma più intensa, a causa del suo insaziabile appetito di profitti e nuovi sbocchi. Che progresso umano attraverso la scienza, la tecnologia e uno stile di vita improntato a un conformistico benessere, sono solo il prodotto quasi accidentale di un processo che ha un solo scopo assoluto e immanente: l’accumulazione.

La guerra è un bene e la pace è un male, di questo ci faranno convinti, e perfino i pacifisti attuali si faranno convinti. Ci penseranno gli specialisti della propaganda alla mobilitazione ideologica, a mettere in moto i meccanismi del conformismo e della follia collettiva. È risaputo che le società moderne dipendono dai propri media, che in genere la gente non pensa, si limita a ripetere ciò che legge o ascolta. Un vero e proprio doping: menzogne legittimate dalla presunta giusta causa, doppi standard sistematici, eccetera.

L’abbiamo sperimentato: l’esercito ucraino è sempre sull’orlo di una svolta, quello russo sull’orlo della sconfitta. Chi non è amico della guerra è nemico. Non ci sono spettatori, come è successo in Siria o a Gaza, come succede in Ucraina e altrove. La soppressione compulsiva delle atrocità di guerra e la diffamazione delle critiche, considerate come una presa di posizione a favore del nemico.

Sono sempre degli individui legati all’alta finanza capitalistica a rendere necessaria la follia della guerra, a iniziarla e a prolungarla. Già in un recente passato, ne fecero la loro causa, investirono enormi risorse sociali, i profittatori ne ricavarono immensi margini, i leader politici vi si dedicarono con tale fervore da annientare almeno un paio di giovani generazioni e ridurre in macerie tutta l’Europa.

Nel primo e nel secondo dopoguerra nacque la convinzione che il futuro avrebbe riconosciuto quella follia e quelle menzogne per quello che erano. Chiediamoci perché quella speranza si rivelò illusoria allora e perché la stessa storia si sta preparando adesso con tanta facilità. Ebbene sì, nella nostra quasi generale indifferenza, si prepara il terreno per la storia. È perciò necessario fermare il partito trasversale delle armi. Questo lo possiamo ancora fare.

(*) Meloni, se vuole puntare a conservare il potere, più ancora dei casini con la propria coalizione, il prossimo inverno dovrà affrontare (si fa per dire) la questione dell’inflazione e del caro energia. Non basterà agire su qualche centesimo delle accise. Quanto all’accozzaglia di centro-sinistra, inciampa su ogni questione già prima di affrontare l’ostacolo. Anche sul famigerato “programma” ne vedremo delle belle.

lunedì 14 settembre 2026

Viaggio d'inchiesta

 

Il mio mestiere (un mestieraccio) di blogger, lo prendo molto seriamente. Quando posso, lascio tutto e vado a verificare di persona l’origine delle notizie. Venerdì ho pubblicato un post relativo a un verbale di contravvenzione dei vigili urbani nel quale era contestato alla “persona a margine generalizzata, in presenza di più persone, bestemmiava con parole oltraggiose le divinità venerate dalla religione di Stato”. Sembra che il malcapitato fosse un giovane su una motoretta. Nel post ponevo delle domande che non hanno trovato risposta. Per questo ho deciso di verificare di persona come si sono svolti i fatti.

Nel post avevo scritto che il verbale era stato redatto dai “vigili del Lido di Venezia”. Questo è esatto solo in parte, poiché in testa al verbale compare la scritta “Pellestrina”, una sottile lingua di terra nella Laguna di Venezia. Dunque, la mia decisione è stata quella di recarmi sul posto per avere un’idea generale più chiara della situazione locale, e, se possibile, intervistare i vigili della sede locale, magari scoprendo l’identità del multato. Intervistarlo sarebbe uno scoop, che neanche Emilio Fede con Maurizio Cocciolone.

La trasferta sull’isola è tutta a mie spese da quando Putin non mi versa più un rublo per il blog. Consulto internet, appare AI Overview che mi dice che il modo migliore, una volta raggiunta la stazione di Santa Lucia, è quello di prendere un vaporetto ACTV fino al Lido di Venezia e poi proseguire con l’autobus della linea 11. La frase esatta è questa: “Dalla fermata dei vaporetti fuori dalla stazione Santa Lucia, prendi la linea 6 o la linea 5.1 fino al Lido (Santa Maria Elisabetta). Il viaggio dura circa 35-40 minuti”.

Dio solo sa quanto sono una persona pedante, rompicoglioni e scrupolosa: consulto l’orario ACTV per avere conferma degli orari sia del vaporetto della linea 6 e sia dell’autobus della linea 11. Traccio il programma: alzata alle 7.15, partenza dalla stazione del treno alle 9.35, arrivo a Venezia Santa Lucia, imbarcadero della linea 6 fuori dalla stazione, vaporetto delle 10.41, arrivo al Lido alle 11.12, autobus linea 11 alle ore 11.30. Orario di arrivo a Pellestrina: 12.15 – 12.20, con lieve brezza da nord-est. Neanche “Furio Zòccano” mi batte.

Tutto secondo i piani prestabiliti? E invece arrivati a Venezia è incominciata l’avventura. La linea 6 del vaporetto non si trova “fuori dalla stazione Santa Lucia”, ma in Piazzale Roma. Non è proprio la stessa cosa. Con i minuti contati, ci siamo dovuti accontentare di prendere il vaporetto della linea 2, cosa che mandava a pallino la concatenazione degli altri orari previsti (ciao Furio).

Ma il bello doveva ancora arrivare. La linea 2, dopo Rialto e San Marco, normalmente prosegue per Sant’Elena e quindi per il Lido. Sennonché, arrivati a San Marco, scopriamo, così come altri viaggiatori, che quel vaporetto non avrebbe proseguito. Per quale motivo? Ci viene detto che si tratta di un “bis”, previsto per la mostra del cinema. Tanto meglio, osservo, avrebbe dovuto proseguire per il Lido. Eh no, il “bis” è stato mantenuto ancora per un giorno, ma la mostra del cinema, ci viene rivelato come se fossimo degli ottentotti, “si è chiusa ieri”, per cui la corsa terminava a San Marco. La logica non è affatto stringente, ma le conseguenze sono chiare.

Sembra Kafka? Ma non esageriamo, è solo Anton Čechov in viaggio all’isola di Sachalin (se non avete ancora letto il suo poderoso resoconto, sbrigatevi a farlo). Arrivati al Lido, si scopre che la corsa dell’autobus della linea 11 per Pellestrina (è prevista una corsa ogni mezz’ora), quella teorica delle ore 12, non c’è. Non è prevista dall’orario. Devono pur mangiare a quell’ora anche gli autisti. Del resto si tratta di poco più di mezz’ora d’attesa, nulla a confronto di ciò che aspettava ieri nel tardo pomeriggio ai viaggiatori delle linee ferroviarie per Napoli e Torino (investimento tra Monselice e Terme Euganee, ritardi fino a due ore).

Alle 12.30, l’autobus della linea 11 puntualmente parte, noi per fortuna seduti, altri stipati in piedi come pinguini imperatore. Seduta di fronte a noi c’è una coppia di anziani signori britannici, i quali parlano un loro pressoché incomprensibile (per noi) dialetto. Giunto dopo una mezz’ora al Faro Rocchetta, l’autobus, con il suo carico stipato e accaldato, s’imbarca sul traghetto, che puntualmente comincia a muovere per Santa Maria al Mare, ossia per la punta più settentrionale di Pellestrina. Dopo pochi minuti, si sbarca e si prosegue sullo stesso autobus lanciato lungo l’isola (in totale circa 11 chilometri).

Primo appunto: gli autobus della linea 11 sono elettrici e non sono molto grandi (per via dell’imbarco sul traghetto), sono frequenti (salvo pausa prandiale), e corrono velocissimi, soprattutto sul rettilineo di Pellestrina. Sull’isola, motorette e biciclette con pedalata assistita sfrecciano a velocità che neanche nella Scampia di Saviano. Complice il fatto che a Pellestrina il traffico è quasi inesistente, almeno di domenica.

Al centro dell’isola sorge l’abitato più consistente, fatto di abitazioni decorose e per lo più modeste, con le facciate variopinte, un paio di chiese (una abbastanza singolare), una vecchia torre piezometrica, qualche ristorante, una piccola gelateria e pochissimi bar (forse tre). A parte i turisti (numerosi, ma non tantissimi: si può giungere lì anche da Chioggia), di autoctoni in giro se ne vedono pochi. Ci hanno raccontato che la sera siedono fuori casa e nei campielli i ragazzi giocano come in un cortile. Come cinquant’anni fa, ci hanno detto. Palesemente nessun problema di furti nelle abitazioni.

Numerosi i piccoli e medi pescherecci all’attracco. Qui andava forte il “peocio”, ossia la cozza o mitile. Il troppo caldo, e il granchio blu, mi dicono, ha sterminato tutto. Poi, con quello che costa il gasolio ...

Il luogo è tranquillissimo e silenzioso. Numerose le panchine, il cellulare perlopiù a zero virgola zero tacche. Viene spontaneo il rilassamento fino all’abbiocco. Salvo, appunto, lo sporadico e velocissimo passaggio di un paio di motorette e alcune bici, alcune voci lontane provenienti dai ristoranti all’aperto, c’è pace. Passaggi di auto sul lungomare ne abbiamo contati al più un paio, forse uno solo.

Dicevo dei ristoranti: sold out. Quale pesce? Quello che chiunque può trovare al supermercato (orate, branzino, capesante, ecc.), che qui di pescato, nei ristoranti, in genere neanche a parlarne. Prima di partire, ho letto decine di recensioni a tale riguardo. Quelle negative e anche molto negative (“terribili”) non sono poche, come chiunque può constatare.

La responsabilità principale di questo stato di cose non è solo dei ristoratori, ma dei clienti. I quali (tutti!) pretendono di mangiare pesce anche quando pesce pescato non c’è o ce n’è molto poco. E anche quando c’è il fermo-pesca (31 luglio – 13 settembre 2026). Gli stupidi rappresentano non meno del 70% della clientela, si sa. Quanto ai ristoratori, molti sono dei pirati, conviene questo stato di cose e i prezzi li mantengono comunque alti.

Suggerisco, non solo a Pellestrina, pranzo al sacco: per esempio, un po’ di frutta fresca e acqua minerale. Per chi può permetterselo, un panino.

E vengo al dunque, ossia al motivo principale del mio sopralluogo ispettivo/informativo: ho cercato la sede locale dei vigili urbani. Quella che ho visto, presso il municipio, è in ristrutturazione, il cartello che la indica è quello qui sotto.

Lascio ai lettori eventuali considerazione o altro, ma vi chiedo di non commentare in troppi, che oggi non ho molto tempo per leggere le vostre cazzate dopo aver scritto, in piena notte, le mie.

P.S. : la coppia di anziani britannici dell’andata, l’abbiamo ritrovata al ritorno seduta nei medesimi posti, noi di fronte a loro nei due unici posti rimasti liberi. Il fatto casuale ha suscitato comune ilarità e scambio di qualche battuta in un inglese abbastanza comprensibile. All’arrivo al Lido ci siamo salutati dandoci, ovviamente per celia, appuntamento per l’indomani.

domenica 13 settembre 2026

Le nuove forme della guerra

 

Durante la prima guerra mondiale, il fronte occidentale si presentava come un infinito groviglio di filo spinato, un sistema di trincee e di ricoveri sotterranei. Mitragliatrici e artiglieria a tiro rapido costrinsero milioni di uomini a scavare letteralmente nella terra come talpe, a posare filo spinato, cementificare e fortificare interi paesaggi.

I soldati trascorrevano le loro giornate nelle viscere della terra, nel fango, nell’acqua, tra i topi e gli escrementi, nel tanfo di muffa e di morte. La nuova situazione tecnica determinava automaticamente la forma della guerra. Il tiro rapido e il fuoco concentrato rendevano qualsiasi spostamento senza protezione in campo aperto estremamente costoso; migliaia di soldati morivano o restavano mutilati in ogni assalto.

In Italia, a Udine, ogni mattina al generale Cadorna venivano raccontati i numeri del massacro mentre lui inzuppava i suoi adorati savoiardi nel caffellatte. Dopo colazione, dalle otto e mezzo fino alle nove, il Generale usciva a passeggio, accompagnato dal suo ufficiale d’ordinanza. Così racconta Angelo Gatti, il capo ufficio storico dello stato maggiore di Cadorna, che dopo Caporetto lo seguì anche a Versailles: nel mezzo di un’importantissima discussione del Consiglio di guerra, Cadorna cominciò ad innervosirsi, a muoversi, e disse rivolto ai presenti: «Sono già le dodici, che cosa stiamo a fare? Mi fanno ritardare la colazione!».

Sul fronte francese, a Neuve-Chapelle, nel marzo del 1916, le truppe britanniche, dopo un breve e concentrato bombardamento di artiglieria, riuscirono a sfondare rapidamente le linee tedesche; l’assalto iniziale travolse le posizioni avanzate in poche ore. Ma lo slancio si dissolse. Le linee telefoniche si interruppero sotto il bombardamento, il comando britannico riceveva solo un quadro frammentario e ritardato della situazione, i rinforzi arrivarono troppo tardi. Nel mentre, i tedeschi guadagnarono tempo per far affluire i rinforzi e colmare la breccia. Lo sfondamento ebbe successo, ma la sua continuazione in una vera e propria offensiva fallì.

Nella battaglia di Loos, nel settembre dello stesso anno, questo schema si ripeté in forma ancora più grave: le riserve arrivarono esauste e in ritardo, e il successivo attacco non ebbe un supporto di artiglieria sufficiente. I difensori sfruttarono il tempo guadagnato per riorganizzarsi. Stesso problema persisteva sulla Somme, nonostante un massiccio aumento delle risorse.

Piani di tiro, rilievi topografici, armi specializzate per la fanteria ed enormi quantità di munizioni per l’artiglieria erano pensati per collegare più strettamente i movimenti alla propria potenza di fuoco, ma tutto ciò si scontrava con un sistema difensivo profondo e praticamente impenetrabile. In tutte le battaglie emergeva lo stesso schema: il sistema offensivo era concepito per una situazione statica, non dinamica.

Più l’attacco si rivelava efficace, più il sistema che lo supportava cominciava a collassare. In Gran Bretagna e in Francia, ci si pose il problema di trovare la chiave per superare la rigidità del sistema. Qualcosa che si adattasse perfettamente a questa nuova situazione bellica: un mezzo mobile atto ad attraversare terreni devastati, protetto da resistere al fuoco delle armi di reparto, sufficientemente armato da spezzare immediatamente la resistenza.

La tecnologia non diventava più semplicemente un elemento impiegato sul campo di battaglia: il campo di battaglia stesso diventava una costruzione tecnologica. Centodieci anni fa, sulla Somme, trovò posto una nuova invenzione: il carro armato. Questo mezzo corazzato e cingolato che avrebbe rivoluzionato la guerra, fu testato per la prima volta sul campo di battaglia a Flers-Courcelette.

I carri armati avrebbero dovuto avanzare in piccoli gruppi, superare il filo spinato e le postazioni fortificate nemiche e aprire la strada alla fanteria che seguiva. Tuttavia, dei 49 veicoli previsti, meno della metà fu effettivamente utilizzata in modo efficace; molti rimasero bloccati nelle trincee e nei crateri delle granate o subirono guasti meccanici. A livello locale, l’idea funzionò comunque: Flers fu conquistata, i singoli carri armati penetrarono in profondità nelle linee tedesche e causarono notevole scompiglio in alcune zone della difesa.

Ma la cooperazione con la fanteria non era ancora coordinata: a volte, la fanteria superava i lenti veicoli e di conseguenza finiva di nuovo sotto l’intenso fuoco delle mitragliatrici. Il carro armato venne relegato a un vecchio e familiare ruolo: come un ariete destinato a sfondare le porte di una fortezza assediata. Flers fu conquistata, ma oltre, l’avanzata si arrestò prima di raggiungere l’obiettivo decisivo.

A Cambrai, nel 1917, gli inglesi schierarono i carri armati in massa; contemporaneamente, un nuovo sistema analogico di controllo del tiro per l’artiglieria permise attacchi a sorpresa senza lunghe fasi di fuoco. La penetrazione raggiunse diversi chilometri di profondità, ma la mancanza di riserve, le scarse comunicazioni e le perdite umane impedirono ancora una volta una svolta decisiva.

Allo stesso tempo, i tedeschi reagirono. I cannoni da campo iniziarono a ingaggiare direttamente i carri armati; nel 1918 fu introdotto il cannone da 13 mm, un’arma anticarro appositamente sviluppata.

La battaglia di Amiens del 1918 rappresentò l’apice dell’impiego dei carri armati nella prima guerra mondiale: circa 2.000 pezzi di artiglieria, oltre 500 carri armati e veicoli specializzati, e un massiccio impiego dell’aviazione operarono in sinergia con la fanteria, la ricognizione e il controllo del fuoco, provocando un crollo generalizzato del fronte tedesco.

Tuttavia, anche in questo caso, il carro armato non riuscì a ottenere la svolta da solo. Iniziò a plasmare il campo di battaglia, ma rimase un’arma di supporto all’interno di un sistema strettamente integrato di fanteria, artiglieria e aviazione. Il carro armato non divenne decisivo in quella guerra (*).

Nelle battaglie terrestri della seconda guerra mondiale, il carro armato, rimodulato secondo nuovi criteri di velocità, manovrabilità, dinamica, corazzatura e volume di fuoco, divenne decisivo (vedi la battaglia di Kursk). La Germania fu la prima a sperimentare le divisioni corazzate nella Blitzkrieg, mentre la Francia, superiore per numero di carri, non seppe tradurre la quantità in qualità, disperdendo i carri tra le divisioni di fanteria (1.600 mezzi) e alle divisioni di cavalleria (altri 800). Ciascuna delle tre sole divisioni corazzate francesi aveva solo la metà dei carri delle divisioni tedesche. Durante il conflitto mondiale, in combinazione con l’aviazione, l’impiego delle unità corazzate mutò le forme della guerra (**).

Oggi, il carro armato, che non va certo in pensione ma ne verrà rimodulato l’utilizzo, ha perso una parte della sua centralità a causa del rapporto costi/benefici, ossia principalmente a causa dell’impiego di piccoli ed economici velivoli armati gestiti da remoto (ne ho già parlato in dettaglio qui) e dei missili controcarro. A ciò si aggiungerà l’impiego della IA. Chi irride, per esempio, le difficoltà incontrate dall’esercito russo in Ucraina (ma ciò vale, per contro, anche per gli ucraini e le loro annunciate e sempre disattese “campagne di primavera”) dimostra la sua ignoranza e superficialità. Perché non tiene conto che la guerra sul campo di battaglia ha cambiato decisamente volto e tono.

Anche un’eventuale guerra contro la Cina, se mantenuta sul piano delle armi convenzionali (ossia non nucleari), porterà, senza decisive svolte a favore dell’uno o dell’altro contendente, a un prolungato stallo. Inoltre, rispetto al passato, il territorio degli Stati Uniti non potrà più considerarsi immune da attacchi. Ecco perché il rischio nucleare è così alto: la forte tentazione di uscire dall’impasse e usare l’arma ritenuta decisiva.

È pertanto ipotizzabile che un conflitto tra superpotenze possa trovare il suo luogo di sfida nel controllo di alcuni chokepoints (come sta avvenendo con Hormuz e il Mar Rosso) e nello spazio extra-atmosferico. Quest’ultima non è una battuta: il dominio/controllo dello spazio extra-atmosferico (e della Luna) si tradurrà anche nel controllo delle comunicazioni e dei traffici sul pianeta. Questa è già una sfida aperta e in atto.

(*) Ironia della storia: già nel 1911, l’ufficiale austriaco Gunther Burstyn progettò un “cannone motorizzato” (Motorgeschütz) che anticipava, in una forma sorprendentemente moderna, il futuro carro armato. Il suo punto di partenza fu lo studio della guerra russo- giapponese del 1904-05. Questa guerra rappresentò già la nuova forma del campo di battaglia che avrebbe dominato l’Europa pochi anni dopo. Burstyn interpretò questo scenario e ne trasse ispirazione. L’esercito austro-ungarico, strutturalmente conservatore, respinse il suo progetto. Burstyn presentò il progetto anche in Germania, ma anche qui senza successo.

Dopo la prima guerra mondiale, Burstyn scrisse diverse istruzioni tattiche per l’impiego delle forze corazzate, prima per l’esercito federale austriaco e successivamente per la Wehrmacht.

(**) De Gaulle, sebbene all’epoca fosse solo tenente colonnello, ricopriva una posizione strategica nella segreteria generale del Consiglio Supremo di Difesa Nazionale, grazie al maresciallo Pétain, che lo aveva nominato. De Gaulle intuì che il futuro della guerra sarebbe stato dominato dalla velocità, dal motore e dalla manovra concentrata. Nel 1934, scrisse un saggio intitolato Vers l’armée de métier. Propose la creazione di ampie unità corazzate (divisioni meccanizzate) indipendenti, capaci di agire in autonomia anziché essere frammentate a sostegno dei fanti. Teorizzò lo sfondamento delle linee nemiche ottenuto grazie alla combinazione di masse di carri e bombardieri tattici.

La leggenda del De Gaulle stratega si consolidò nel maggio del 1940, quando la Germania travolse la Francia proprio usando la tattica della Blitzkrieg, basata sulle Panzerdivisionen. La narrativa popolare successiva costruì un paradosso perfetto: De Gaulle aveva inventato la guerra corazzata moderna, lo Stato Maggiore francese lo aveva ignorato, e i generali tedeschi (in particolare Heinz Guderian) avevano letto il suo libro per sconfiggere la Francia. A sostegno di questa tesi si citano spesso le prove sul campo: quando nel maggio 1940 al colonnello De Gaulle fu finalmente affidato il comando della 4a divisione corazzata (4e DCR), egli riuscì a contrattaccare con successo i tedeschi a Montcornet e Abbeville, dimostrando l’efficacia delle sue teorie pur con pochissimi mezzi a disposizione.

La realtà storica fu ben più complessa. Anzitutto va rilevato che già nel primo dopoguerra la questione dell’impiego dei mezzi corazzati divenne centrale nell’ampio dibattito tra gli specialisti. Dunque è vero i tedeschi conoscevano il lavoro di de Gaulle (che fu effettivamente tradotto in Germania nel 1934), ma lo sviluppo della dottrina corazzata tedesca fu indipendente e attinse in particolare dagli scritti dei teorici britannici.

Per quanto riguarda le “vittorie” del colonnello De Gaulle nel maggio 1940, va rilevato che la 4a divisione corazzata esisteva solo sulla carta e si andava costituendo mentre uomini e mezzi arrivavano dai treni. Molti equipaggi non avevano mai sparato un colpo con i nuovi carri e non c’erano radio sufficienti per coordinare i mezzi. De Gaulle attaccò il nodo logistico tedesco di Montcornet, mettendo in fuga le retroguardie e i convogli di rifornimento tedeschi. La sortita causò pesanti perdite ai francesi (più di 20 carri armati distrutti) senza arrestare in modo significativo l’avanzata tedesca verso il Canale della Manica. Fu un successo tattico molto limitato, conseguito per una questione di prestigio. De Gaulle fu costretto a ordinare la ritirata in serata.

Il 21 maggio 1940, da Savigny-sur-Ardres, De Gaulle registrò un discorso (trasmesso da Le quart d'heure du soldat) in cui affermava che “grazie a questo, una vittoria è già stata ottenuta su un punto del fronte”.

La battaglia di Abbeville (27 - 30 maggio 1940). De Gaulle ricevette l’ordine di attaccare con circa 140 carri armati, supportati da elementi di fanteria e artiglieria, la piazzaforte di Abbeville, difesa dalla 57a divisione di fanteria tedesca. Dopo ripetuti assalti, subendo pesanti perdite, il 30 maggio, esausta e ridotta a meno della metà dei suoi carri efficienti, la divisione di de Gaulle fu sostituita dalle truppe britanniche. L’obiettivo strategico di eliminare la testa di ponte tedesca fallì.

La Germania schierò 141 divisioni sul fronte occidentale tra il 10 maggio e il 25 giugno 1940, con circa 2.445 carri armati e 5.638 aerei della Luftwaffe (i francesi schierarono circa 3.000 carri e circa 1.200 aerei). Le poche decine di carri della pur coraggiosa 4a divisione corazzata francese non poterono ritardare nemmeno di un solo giorno l’avanzata tedesca e l’esito della guerra.

Nei primi giorni di giugno, il primo ministro Paul Reynaud promosse de Gaulle a generale di brigata e, pochi giorni dopo, lo nominò Sottosegretario di Stato alla Guerra. Sarà proprio questa fama di unico “vincitore” sul campo a dare a de Gaulle, riparato a Londra, l’autorità per proclamarsi capo della Francia Libera. Già dal 17 giugno 1940, due celebri stelle del varietà francese, Suzy Solidor e Lucienne Boyer, cantavano in un locale degli Champs- Élysées affollato di ufficiali della Wehrmacht. A posteriori, queste azioni del maggio 1940 furono ingigantite fino a diventare il preludio alla Resistenza, oscurando la realtà di una rapida sconfitta della Francia, la cui Assemblea Nazionale si ritirava a Vichy dove venne costituito il nuovo Stato francese riconosciuto dalla Germania, dagli Stati Uniti e dalla Russia.