Un sistema sociale “moderno” ha bisogno di due cose per rimanere politicamente e
ideologicamente egemone: o un governo basato sulla coercizione, o un governo basato sul
consenso. Tutti conoscono il governo basato sulla coercizione, esercitata dalla polizia, dalla
magistratura e dagli altri apparati dello Stato. Non si conoscono governi più stabili di quelli
coercitivi.
Quanto al governo basato sul consenso, esso s’instaura quando i governati accettano
volontariamente l’ordine sociale, ossia l’ideologia della conservazione. Un’élite sociale
governa in modo particolarmente efficace quando esercita una leadership culturale e
morale, quando le sue concezioni di società, moralità, politica e di ciò che è “normale” sono
così diffuse da apparire come senso comune, generando così consenso per l’ordine
costituito.
In questo contesto, il consenso non è necessariamente un consenso consapevole. Piuttosto,
si riferisce al fatto che certe idee diventano così ovvie da essere raramente messe in
discussione, trasferendosi nella coscienza individuale al punto da apparire come fatti
naturali. Fatto che veniva posto in luce già più di 150 anni fa da Marx (*).
Il modo in cui le persone devono rapportarsi alla società, l’interiorizzazione dei programmi
di comportamento, ci viene insegnato in famiglia, a scuola, nell’uso del linguaggio,
nell’atteggiamento, nella letteratura, nei media, nella religione, nella filosofia, nell’arte e
nella scienza. Non è qualche cosa di astratto, di indefinito, ma di maledettamente concreto.
Per esempio: il sistema educativo delle società capitaliste è sempre stato concepito per
perpetuare la disuguaglianza e garantire che i futuri lavoratori salariati trovino il posto che
spetta loro nel mercato del lavoro. In altre parole, le disparità educative sono già previste,
anzi, istituzionalmente garantite. E tutto ciò deve apparire ai più come un fatto normale.
Altro esempio: consideriamo normale questo benessere prolungato e infondato che si nutre
di pozze di povertà. Ancora: far passare per sviluppo e progresso la sottomissione reale del
lavoro e la sussunzione della tecnica al capitale, quando in realtà si tratta di un processo
storico in cui il capitale ha occupato e piegato ai suoi bisogni ogni interstizio della
formazione sociale.
E ciò significa profonda modificazione qualitativa, rivoluzione capitalistica dei bisogni, dei
gusti, della mentalità, della morale, in una parola della coscienza. E produzione degli
apparati, degli strumenti necessari allo scopo.
La distorsione intellettuale, la distruzione di memoria, e la mancanza di consapevolezza
della realtà sociale effettiva non è un fatto casuale, ma il prodotto di un certo lavoro,
discreto, subliminale ed efficace. Disabituare a pensare con la propria testa è un’attività della
quale si occupa un’intera schiera di addetti più o meno specializzati, più o meno consapevoli
del proprio ruolo. Disabituare a pensare significa disabituare al dubbio, alla critica, ad una
visione alternativa delle cose, ad un modo diverso e possibile d’impiegare le risorse
naturali, umane e tecniche.