In Sassonia-Anhalt (ex DDR), Alternative für Deutschland ha più che raddoppiato i propri voti rispetto al 2021. Ha votato poco più di 1,7 milioni gli elettori, una percentuale dell’80 per cento. Il partito al governo ha più che dimezzato la sua quota di voti, ottenendo solo circa il 17,5%. I socialdemocratici sono al 9,2 per cento. La Linke all’8,6%, i Verdi 8,9%, il partito di Sahra Wagenknecht supera lo sbarramento del 5% per un soffio; FDP (Freie Demokratische Partei), il Partito Liberale Democratico, con il 2,5% resta fuori dal parlamento regionale.
Secondo le analisi elettorali, l’AfD prende voti in tutte le fasce d’età, conquistando la maggioranza assoluta dei voti tra gli elettori di età compresa tra i 35 e i 59 anni. Perché i tedeschi dell’Est sono così insoddisfatti? Non sono mai stati così bene. Chi si pone una domanda/risposta del genere ignora ciò che la maggior parte dei tedeschi dell’Est già sapeva nel 1990, quando Helmut Kohl annunciò la prosperità: dove non c’è industria, crescono erba e cespugli.
Secondo l’Istituto di ricerca economica di Halle, più di cinque milioni di persone sono emigrate. Un calo demografico simile non si vedeva dalla Guerra dei Trent’anni (1618-1648). Nelle zone scarsamente popolate tra il Mar Baltico e i Monti Metalliferi, poche auto circolano sulle nuove autostrade e tangenziali. L’emigrazione è ormai un fenomeno europeo nelle regioni periferiche, ovunque un motore del successo elettorale dei partiti di destra.
Ma allora perché anche gli elettori della Germania Ovest hanno votato per l’AfD alle elezioni federali del 2025? Dei 10,3 milioni di tedeschi che hanno votato per l’AfD, oltre 7 milioni sono quelli occidentali. Evidentemente le differenze tra le due parti del paese non bastano a spiegare il perché l’AfD è da tempo diventato un fenomeno pantedesco.
Agli elettori poco importa che l’AfD sia dominata da professori benestanti, sia divisa sulla politica pensionistica e abbia poco da offrire in termini di riforma del sistema sanitario, che il suo programma non è pensato per la gente comune. È dunque un voto di protesta? Sicuramente, ma non solo.
La Germania sta attraversando forse la sua trasformazione più profonda dalla riunificazione. Non riesce ad uscire dalla sua crisi e subisce sempre più la concorrenza cinese. Nei periodi di crisi, la fiducia in chi detiene il potere diminuisce fino a crollare. Per la prima volta da decenni, le persone stanno vivendo crisi fondamentali, non solo per motivi economici. Inoltre, non solo in Germania, chi è al potere ripete ostinatamente che cambiamenti radicali sono impossibili perché l’Unione Europea non lo permette.
Che ci sia bisogno di un cambio di rotta radicale, in Germania così come nel resto d’Europa, è evidente. Non essendo disponibile un’alternativa credibile, dal lato elettorale c’è rottura consapevole con il sistema e i partiti tradizionali. Gli elettori dicono basta, non vogliono più giocare a questo gioco. Basta con la UE, basta con l’immigrazione, basta licenziamenti e sottoccupazione, basta con la guerra contro la Russia e i miliardi ai corrotti dell’Ucraina, basta con il riarmo e tagli alla spesa sociale.
Quando i partiti di estrema destra arrivano al potere, dimostrano anch’essi la loro impotenza. Il fatto è che poi quel potere non lo vogliono più lasciare. Al grande capitale sta bene così, lo si vede negli Usa, dove ai “democratici” in fondo Trump non dispiace finché se la prende con gli immigrati e l’Europa.




