giovedì 26 marzo 2026

Le aspettative irrealistiche dell'Europa

 

Possiamo immaginare dei dirigenti o esponenti del partito democratico e dell’indefinito mondo del centro-sinistra in generale chini sul nuovo documento che riguarda la strategia di sicurezza nazionale americana (NNS), edizione novembre scorso? Oppure immaginare i ministri dell’attuale governo, segnatamente il sig. Tajani, e dirigenti o esponenti dei partiti del centro-destra, lambiccarsi sullo stesso documento? Al limite, Meloni ne avrà letto un sunto in un report preparatole dall’AISE, ma anche questo suo interesse appartiene al novero delle ipotesi più favorevoli. Per quanto riguarda poi i giornalisti grandi firme, quelli che ci parlano ogni giorno da giornali e dagli schermi televisivi dell’Ucraina, della Cina, della Russia, del Medioriente, meglio non immaginare nulla a tale riguardo, fatta qualche rarissima eccezione (frase che scrivo solo a scopo cautelativo).

Vengo al merito dopo tanta prolissità. Nel nuovo documento americano, la Russia è collocata nel “cesto” dell’Europa, al terzo posto tra le priorità regionali, dopo l’emisfero occidentale e l’Asia. Pertanto, l’ex impero sovietico non è più considerato una “minaccia esistenziale”, anzi sono criticati i “molti europei” che testardamente continuano a considerare tale la Russia. In dettaglio:

«Gli alleati europei godono di un significativo vantaggio in termini di potenza militare rispetto alla Russia, praticamente sotto ogni aspetto, fatta eccezione per le armi nucleari. A seguito della guerra russa in Ucraina, le relazioni tra l’Europa e la Russia sono ora profondamente deteriorate e molti europei considerano la Russia una minaccia esistenziale. La gestione delle relazioni tra l’Europa e la Russia richiederà un significativo impegno diplomatico da parte degli Stati Uniti, sia per ristabilire condizioni di stabilità strategica in tutta l’Eurasia, sia per mitigare il rischio di un conflitto tra la Russia e gli stati europei. È interesse fondamentale degli Stati Uniti negoziare una rapida cessazione delle ostilità in Ucraina, al fine di stabilizzare le economie europee, prevenire un’escalation o un’espansione involontaria della guerra [...]».

Il rischio estensione del conflitto, è sottinteso, viene appunto dall’Europa occidentale che considera ancora Mosca, nonostante tutto, una minaccia esistenziale a causa della crisi ucraina e dopo che l’Europa occidentale e la Nato hanno abbaiato furiosamente per anni sull’uscio della stessa Russia.

Altro brano del documento interessantissimo è questo:

«La guerra in Ucraina ha avuto l’effetto perverso di aumentare la dipendenza esterna dell'Europa, e in particolare della Germania. Oggi, le aziende chimiche tedesche stanno costruendo in Cina alcuni dei più grandi impianti di lavorazione al mondo, utilizzando gas russo che non possono reperire in patria. L’amministrazione Trump si trova in contrasto con i funzionari europei che nutrono aspettative irrealistiche riguardo alla guerra, insediati in governi di minoranza instabili, molti dei quali calpestano i principi fondamentali della democrazia per reprimere lopposizione. Una grande maggioranza europea desidera la pace, eppure questo desiderio non si traduce in politiche concrete, in larga misura a causa della sovversione dei processi democratici da parte di questi governi».

Posso comprendere che queste parole, espresse dell’amministrazione americana attuale, possano essere intese come quelle del bue che dà del cornuto all’asino, ma qui si tratta di riconoscere ciò che è di tutta evidenza, per chi non nasconde la testa sotto il cuscino, ossia che ormai sotto molti aspetti viviamo in un sistema totalitario.

Per non tirarla per le lunghe, poiché è noto che non pochi lettori contemporanei denotano una resistenza molto limitata alla lettura prolungata per più di qualche decina di secondi, appare evidente che le dispute interne all’Occidente, potrebbero concludersi con una completa sconfitta degli europei. Su tale considerazione lascio libertà di riflessione a quei lettori intelligenti, coraggiosi e tenaci che sono giunti fin qui.

L’Italia chi?

 

Donald Trump non conosce la geografia (così come molte altre cose) ed era chiaramente convinto che il regime iraniano fosse, in sostanza, solo una versione orientalizzata di quello di Nicolás Maduro. Se Trump non studia i dossier, però costringe noi a farlo.

Trump ha rivolto l’altro ieri all’Iran un’offerta, chiamiamola così, con la quale spera di costringere la Repubblica islamica al tavolo dei negoziati dopo 24 giorni di guerra. In realtà si tratta di un ultimatum, uno dei tanti che Trump lancia quotidianamente a chiunque. Ha concesso alla parte iraniana cinque giorni per accettare la sua lista di richieste, presumibilmente discussa e approvata integralmente in precedenza dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Il New York Post afferma di conoscere tutti i 15 punti dell’offerta di Trump: l’Iran dovrebbe chiudere i suoi impianti di arricchimento dell’uranio, ridurre il numero e la gittata dei suoi missili e abbandonare tutti i suoi alleati nella regione. La prospettiva che, in cambio le sanzioni vengano revocate, non vale nulla per Teheran. Del resto, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha messo in dubbio il contenuto del piano americano in 15 punti che sarebbe stato inviato a Teheran tramite il Pakistan. Trump però ha parlato di ”colloqui” in corso. Vai a sapere la verità (*).

Nel frattempo, le nuove direttive del Pentagono e il dispiegamento di ulteriori unità militari lasciano presagire una possibile offensiva di terra sul territorio iraniano (ipotizzo: tra sabato e domenica?), probabilmente limitata all’isola di Kharg. Ma c’è anche dell’altro oltre alla questione dello Stretto di Hormuz.

Ansar Almighty, meglio conosciuti internazionalmente come Houthi, sono un movimento politico e militare yemenita che fa parte della minoranza sciita zaydita, sostenuta dall’Iran. Ebbene, ha ripetutamente attaccato navi mercantili e petroliere. Il governo de facto del Paese mira principalmente a colpire Israele. L’Iran potrebbe aprire un nuovo fronte proprio nello Stretto di Bab al-Mandeb se Stati Uniti e Israele dovessero lanciare attacchi contro la terraferma iraniana o le sue isole al largo della costa.

Bab el-Mandeb è una piccola strozzatura geografica nel Mar Rosso che ha un’influenza enorme sull’economia mondiale: è un punto chiave per il controllo di quasi tutte le spedizioni tra l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo attraverso il Canale di Suez. Si tratta di uno stretto largo meno di 40 km e lungo circa 130 che separa il Corno d’Africa dalla punta meridionale della Penisola arabica che costituisce in pratica l’ingresso meridionale del Mar Rosso dal Golfo di Aden e dall’Oceano Indiano. Sul lato ovest dello stretto si affacciano Eritrea e Gibuti, mentre lungo il suo lato orientale si trova lo Yemen.

Nello Yemen si sta combattendo un conflitto che vede contrapposte Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che in precedenza erano state alleate nel conflitto, ma ora sono in profondo disaccordo sull’ordine auspicato nella regione. Quella dello Yemen è una guerra civile che ha frammentato politicamente il Paese e fatto precipitare la sua popolazione in una delle peggiori crisi umanitarie al mondo. Oltre due terzi dei circa 32 milioni di abitanti dipendono dagli aiuti umanitari e circa 4,5 milioni sono sfollati interni.

L’obiettivo primario di Riyadh è quello di stabilire una situazione ragionevolmente stabile lungo il confine e di contenere il più possibile l’influenza iraniana. Al contrario, Abu Dhabi persegue una strategia ben più aggressiva, volta a controllare i porti marittimi e le rotte costiere chiave nel Golfo di Aden e nel Mar Rosso, mirando ad affermarsi come potenza commerciale e militare marittima.

Per quanto riguarda il Libano, Emmanuel Macron ha elogiato le “misure forti e coraggiose” adottate dal Libano dall’inizio della guerra e ha assicurato dalla Francia il “pieno sostegno”, annunciando la prosecuzione degli aiuti umanitari alle popolazioni sfollate, nonché un maggiore supporto alle forze armate e di sicurezza.

Il Medio Oriente (inteso come concetto esteso) è diventato come non mai una polveriera. A quasi un mese dall’inizio di questa guerra deliberata, la dinamica prevalente rimane quella di un’escalation, di una guerra fuori controllo. Ciò che prevale è una logica circolare e questo fatto potrebbe essere il preludio di qualcosa di più tragico (ma lo dico sottovoce e incrociando i diti).

E l’Italia? L’Italia chi? Da noi c’è la ferita purulenta che porta il nome di un sottosegretario dimissionato e di una ministra dimissionaria. E poi un dilemma: lì davanti ci mettiamo Pio Esposito? Quindi l’illusione della frastagliata compagine di centro-sinistra di vincere le prossime elezioni politiche. Un caso di mitopoiesi psichiatrica, in cui ognuno degli interessati punta in realtà a conservare almeno un posto in parlamento e nei talk show. Più benefit carburante.

(*) In esclusiva alcuni punti del Piano: 1. L’Iran riconosce che Donald Trump è il miglior presidente che gli Stati Uniti abbiano mai avuto; 2. Lo Stretto di Hormuz d’ora in poi si chiamerà Stretto d’America; 3. L’Iran accetta di condividere con gli agenti dell’ICE il know- how delle Guardie Rivoluzionarie in materia di sparatorie contro i civili. 4. L’Iran riconosce Donald Trump come suo leader religioso e politico. 5. L’Iran realizzerà almeno dodici resort di golf internazionali Trump e quattro hotel Trump; 6. L’Iran aderisce al consiglio di pace di Donald Trump. 7. Tutti gli iraniani devono guardare il film “Melania”; 8. L’Iran acquisisce tutte le scorte rimanenti di scarpe da ginnastica Trump, Bibbie Trump, figurine Trump e preservativi SuperTrump. Eccetera.

mercoledì 25 marzo 2026

L'aveva capito Bossi e non la sinistra

 

L’analisi dei flussi

In Francia, dopo le elezioni legislative del 2024, la sinistra presentò ai francesi una narrazione che rivendicava la vittoria, sostenendo che, con il 30,9% dei voti, aveva prevalso sui partiti di destra e che pertanto avrebbe dovuto esprimere il primo ministro. Nella realtà, ottenere il 30,9% dei voti, dopo aver beneficiato della formidabile influenza del Nuovo Fronte Popolare, creato a questo scopo per bloccare l’estrema destra, non fu affatto un successo, bensì un deplorevole fallimento. Questo risultato fu il terzo peggiore ottenuto in Francia dalla sinistra unita alle elezioni legislative dal 1958, del 2017 e il 30,1% del 2022. Persino nel 1993 la sinistra aveva ottenuto un risultato migliore con il 37,23% dei voti, eppure subì una sconfitta schiacciante.

In Italia, pensare che quel 53,7% dei voti espressi a favore del No al referendum siano appannaggio della sinistra, o centro-sinistra che dir si voglia, è una propaganda più simile alla realtà alternativa di un Donald Trump che a una qualsiasi verità razionale. Innanzitutto perché anche chi vota a destra, in una certa percentuale ha votato per il No. Persone perbene e che non si fanno infinocchiare ci sono anche da quella parte politica (del resto, nel centro- sinistra non vi sono solo persone perbene, tutt’altro). Altra questione riguarda il fatto che non tutte le persone che sono andate a votare questa volta andranno a votare anche alle elezioni politiche, ciò vale soprattutto per quelle che potenzialmente voterebbero a sinistra.

Ancora: nelle tre regioni del Nord, tra le più prospere economicamente, dove ha vinto il Sì, gli elettori di destra che hanno votato al referendum andranno sicuramente a votare alle prossime elezioni politiche. Specie, e non solo per quanto riguarda il Veneto, se vi sarà uno Zaia candidato sia alle elezioni e sia a in un ruolo apicale nella Lega. Discorso un po’ diverso ma sostanzialmente analogo nei risultati per quanto riguarda la Sicilia e le altre regioni meridionali.

Se la sinistra conta nella debolezza dell’avversario, commette un errore strategico che le costerà le elezioni politiche anche la prossima volta. L’unica cosa su cui potrebbe veramente contare è l’eventuale forte peggioramento della situazione economica. Ma è ovvio che non si può puntare semplicemente su questa eventualità, dunque sull’inadeguatezza del governo attuale (il centro-sinistra ha invece un programma condiviso, chiaro e adeguato ai problemi?), che oltretutto dopo questa batosta sta già studiando i rimedi e la rivincita.

La piccola borghesia è tradizionalmente incline a idee conservatrici. Questa classe sociale, composta da piccoli imprenditori, commercianti, professionisti e quadri intermedi, ma anche da semplici pensionati e da una certa “aristocrazia operaia”, si distingue per l’importanza attribuita alla proprietà e alla stabilità sociale, perciò guarda con preoccupazione ai fenomeni di criminalità da parte di soggetti alieni. Sul fatto che la maggior parte delle persone extracomunitarie sia dedita a dei lavori onesti e spesso tra i più gravosi, non ci piove. Tuttavia, la percezione comune è che la sinistra non faccia distinzioni tra queste persone oneste e una frazione non trascurabile di questa stessa popolazione che sopravvive di espedienti e spesso si rende protagonista di atti criminali che suscitano grande allarme sociale.

Ci sarebbe al riguardo anche dell’altro da sottolineare, ma per concludere velocemente: la sinistra si presenta troppo borghesemente “europea” e romanocentrica; per contro è poco attenta ai problemi e alle esigenze della piccola borghesia. Cosa questa, che un Umberto Bossi aveva capito molto bene.

martedì 24 marzo 2026

Progetti a lungo coltivati

 

Il fiume Litani è il “confine naturale” di Israele, ha dichiarato il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, dando il via alle ostilità. Ora, anche il ministro della Difesa Israel Katz si unisce alla mischia, annunciando senza vergogna la prossima violazione del diritto internazionale, nel bel mezzo di massicci attacchi contro infrastrutture e civili libanesi: l’occupazione di una cosiddetta zona di sicurezza che si estende fino al Litani. Oltre un milione di libanesi che vivono a sud del fiume, costretti da Israele a fuggire due settimane fa, non potranno, ha affermato Katz senza mezzi termini, tornare alle proprie case.

Forse alcuni dei miei venticinque lettori ricorderanno che molto tempo addietro scrissi, in verità molto facilmente, che lo Stato sionista israeliano non si sarebbe fermato all’occupazione di tutta la Palestina, ma che sarebbe andato ben oltre. Ora tocca il Libano, dapprima quello meridionale e poi vedrete che faranno anche per il resto. Il territorio della Siria e in parte già occupato da decenni e anche lì ci si spingerà oltre. Tempo al tempo. Non è la realizzazione di quella patacca dei cosiddetti protocolli dei Savi di Sion, si tratta semplicemente della realizzazione della grande Israele così come prevista dal sionismo.

Infatti ciò che avviene (e ciò che avverrà), s’inserisce in tale progetto: più di un secolo fa, ancor prima della fondazione dello Stato di Israele, il fondatore dello Stato, David Ben- Gurion, descrisse in un saggio i confini del suo immaginato Stato ebraico, che si estendevano ben oltre l’attuale Palestina. Egli vedeva il fiume Litani come l’unico confine settentrionale difendibile. E, naturalmente, la risorsa idrica è sempre stata un fattore chiave: per decenni sono esistiti piani concreti per deviare il Litani in territorio israeliano. Tel Aviv ha a lungo tentato di raggiungere i suoi obiettivi di annessione in Libano attraverso invasioni. Ci riuscirà. Anche di questo ho scritto fin dal 2010 (qui e qui).

La macchia verde

 

È bastato l’obbligo di essere decenti. E però quella macchia verde, il lombardoveneto, la conosco bene. Parlo soprattutto del mio Veneto, della sua provincia profonda. Di gente soddisfatta, che guarda (non tutti, sia chiaro) solo al proprio particolare in un mondo eccessivamente amaro. Una visione del mondo a sé stante, paleolitica. Il loro è un linguaggio la cui grammatica non sarà mai completamente decifrata. Una forma di comunicazione unica, in cui ciò che di solito conta per gli altri, per loro non ha importanza. Gente che ragiona per tutta la vita come se fosse ancora in seconda media. Capace di tutta la bontà e di tutta la cattiveria con la stessa faccia. Tutta la cattiveria della bontà.