giovedì 17 ottobre 2019

La metafora


      Pronto, parlo con il sior Toni, l’idraulico?
      Chi parla?
      Sono la siora Tal dei Tali, quartieri alti, ricorda?
      Ostia se me la ricordo [quella che mi voleva pagare con la carta di credito e mi ha fatto do cojoni sul contrasto d’interessi, che ci ho capito un casso, con rispetto parlando].
      Tornando a casa ho trovato l’appartamento allagato, un tubo che perde o che so … .
      Mi spiace siora, ma per questa e la prossima settimana ho tutte alluvioni urgenti come la sua, mi chiami fra quindici giorni, dopo allovin.
      Vuole schersare, ci ho l’acqua ai calcagni, dio latte!
      Stia calma, siora, telefoni al governo, sono specialisti in emergense, sarà estratta a sorte per lotteria, potrebbe vincere un gommone con i remi, oppure un F-35 …
      Mi prende in giro?
      La vita xe una metafora, siora, dia retta al governo.

mercoledì 16 ottobre 2019

La causa delle crisi finanziarie


Ci risiamo. Ricordate i famigerati subprime? Le banche statunitensi concedevano mutui per la casa (subprime) a persone che non avevano un reddito sufficiente per poi far fronte alle rate, gonfiando così il mercato immobiliare e quello dei mutui che venivano cartolarizzati, cioè impacchettati in titoli finanziari, CDO (Collateralized Debt Obligation), che nel caso specifico avevano tranche con un sottostante di bassissimo merito creditizio, poi venduti sul mercato finanziario.

Oggi abbiamo a che fare con i leveraged loans, ossia prestiti erogati a imprese già molto indebitate e generalmente classificate sotto il livello d’investimento. Come i subprime anche i leveraged loans vengono cartolarizzati e impacchettati in titoli finanziari: CLO (Collateralized Loan Obligations). In buona sostanza i CLO sono strumenti di debito emessi su un portafoglio con varie attività, diverse l’una dall’altra, composte da obbligazioni, titoli di vario tipo, ecc.. Hanno oggi un volume di mercato di 1.400 miliardi di dollari, dimensioni simili a quelle del settore dei subprime nel 2007 (1.300 miliardi).

martedì 15 ottobre 2019

Riflessioni demografiche



Perché siamo un Paese che fa sempre meno figli?

La risposta è, ovviamente, articolata. La compongono ragioni biologiche (calo drastico della fertilità maschile), ragioni sociologiche (diminuzione del numero delle donne in età fertile causa invecchiamento della popolazione), ragioni politiche (mancanza di adeguati programmi di sostegno alle famiglie). Detto ciò, dobbiamo essere onesti con noi stessi. Abbiamo compiuto 50 anni, smettiamola di lamentarci e di raccontarci favole della buona notte. Un ceto politico irresponsabile e la concentrazione di spermatozoi nel nostro seme non bastano a spiegare l’entità di questa ecatombe bianca. E nemmeno sono sufficienti la precarietà del lavoro o i servizi carenti. Il pragmatismo qui non spiega niente. La parte più amara di questa verità è che il calo demografico in Italia — e in Occidente — non accade per ragioni materiali e contingenti. Nessuna analisi delle nostre condizioni di vita materiale giustifica la nostra infecondità generazionale. La controprova è semplice. Basta voltarsi indietro: i nostri padri e le nostre madri nacquero, numerosi, sotto le bombe. La nostra infecondità, il nostro braccino corto con la vita, va imputata, invece, principalmente, a ragioni culturali e — mi si permetta il parolone, non a caso desueto — a ragioni «spirituali».

Così parlò, dalle colonne del Corriere della Sera, Antonio Scurati.

Conseguentemente, dovremmo desumere che quando le nostre nonne e bisnonne sfornavano mediamente 7-10 figli, lo facevano principalmente per “ragioni culturali” e – mi si permetta di riprendere il parolone di Scurati – per ragioni «spirituali».

*

Posto che vi sono ragioni anche di tipo culturale, provasse Antonio Scurati a mantenere tre o quattro figli in età scolare con lo stipendio di operaio, d'infermiere e finanche d'insegnante. E con quali prospettive per quei figli? Non potremmo nemmeno mandarli ad arare i campi, visto che ormai anche i trattori sono senza pilota e assistiti da GPS.

lunedì 14 ottobre 2019

Totalitarismi democratici



Il libro di Aram Mattioli, Mondi perduti, edito quest’anno per i tipi della Einaudi, descrive e documenta come la più grande democrazia del mondo ebbe a pianificare e attuare, tra deportazioni e sistematici massacri, una politica di etnocidio a danno dei “selvaggi” per rieducarli e farne dei “buoni americani”.

Il libro è dedicato alla memoria di Lucy Pretty Eagle, che in realtà si chiamava Take the Tail, una bambina lakota nata due anni prima della battaglia di Little Bighorn. Nel novembre del 1883 i funzionari governativi la sottrassero ai genitori, che vivevano nella riserva di Rosebud, per portarla nella lontana Indian Industrial School di Carlisle, in Pennsylvania. Come migliaia gli altri bambini indiani dalla fine dell’Ottocento, anche lei avrebbe dovuto essere “americanizzata” e radicalmente rieducata. Già cagionevole di salute, all’arrivo in collegio incomincio a stare così male che il 9 marzo 1884 morì. Fu la trentaduesima di centonovanta bambini indiani che, tra il 1879 e il 1905, vennero sepolti nel cimitero di questo collegio modello. Take the Tail aveva solo 10 anni.

sabato 12 ottobre 2019

[...]




Cara signora Jane, sapesse quanta chimica ci vuole per un rosso così.

*


Metà di tutte le emissioni da combustibili fossili e cemento dal 1751 ad oggi sono state prodotte dal 1990 ad oggi. Alla faccia di Kyoto e del capitalismo sostenibile.

martedì 8 ottobre 2019

Ne pagherà il prezzo



Ancora qualche riga sulla polemichetta innescata dalla reductio ad unum tra nazismo e comunismo, incentrata sul concetto storicamente fuorviante di “totalitarismo”. Tanto più fuorviante in un’epoca che è la meno adatta ad offrire un giudizio onesto su sé stessa: i suoi retori umanisti sono troppo impegnati nella conservazione dell’ordine vigente e a presentare se stessi come incarnazione della razionalità e del bene.

Se l’epoca stessa si rivela spiritualmente povera e disillusa, disperata e disorientata, è allora inevitabile e comprensibile che ci si sforzi di far apparire pericolosa ogni prospettiva di radicale cambiamento. Parafrasando la celebre locuzione extra ecclesiam nulla salus, i diaconi del “libero mercato” minacciano l’inferno del “totalitarismo” perché è su un tappeto di cadaveri che si procede spediti verso il sole dell’avvenire (viceversa il capitalismo s’è affermato su scala globale mettendo in atto i detti evangelici).

Eh sì, perché il comunismo è diabolico inganno: la profezia di un mondo perfetto porta dritti al totalitarismo, ai grandi cimiteri sotto la luna. È ciò che è accaduto indubitabilmente nel corso del secolo scorso. Il male è in radice, affatto nell’idea stessa del comunismo. Così ci raccontano.

lunedì 7 ottobre 2019

Non firmò


Dalle dichiarazioni rilasciate negli ultimi 41 anni alla stampa o per confidenze fatte ad amici, parenti o semplici occasionali conoscenti, risulta che nel 1978 una buona parte degli italiani adulti o anche solo adolescenti fossero a conoscenza del luogo dove si trovava detenuto l’onorevole Aldo Moro. Da ultimo si rilevano le dichiarazioni testimoniali della signora Vittoria Michitto, classe 1928, messe a verbale da Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera.

Per i più giovani, i quali non sapessero quale ruolo ricoprisse allora Vittoria Michitto, ovvero donna Vittoria, notifico che ella era la moglie dell’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone. Con il marito e la famiglia risiedeva presso il palazzo del Quirinale. Dichiara oggi la signora in riferimento alla prigionia di Aldo Moro:

«Arrivò una lettera anonima, indirizzata a me, che segnalava il covo brigatista. La portai al ministero dell'Interno. La ignorarono. Quando la chiesi indietro, mi dissero che era sparita. E le Br lo uccisero poche ore prima che Giovanni firmasse la grazia per una terrorista malata che non aveva sparso sangue, Paola Besuschio».

Sentita questa testimonianza, il verbalizzante, ovvero Aldo Cazzullo, non ha trovato nulla da eccepire.

domenica 6 ottobre 2019

Un'epoca di scarabocchi


C’è chi sperimenta “ingredienti scovati nei mercatini multietnici” e adora “il midollo alla plancia con fave e cioccolato”, e invece chi come me si accontenta di una gallinella patavina in umido ai funghi campagnoli, innaffiata con bianco superiore dei Colli Berici e accompagnata da un’imperdibile recensione di Alvar González-Palacios sul Domenicale di oggi. Costa così poco godersi il meglio senza farsi spennare da Carlo (Cracco) e Camilla al Duomo, ingurgitando “creme di peperoni al latte di cocco, caviale di melanzane, polvere di olive, cappesante marinate con blue tea e ibisco, crema di avocato, yuzu, estratto di mela verde e wasabi” (Domenicale, p. 37, per credere).

Nell’articolo in prima pagina, González-Palacios  recensisce un libro fotografico dedicato alle dimore di John Richardson, critico d’arte scomparso nel marzo scorso, già disegnatore di stoffe e noto al secolo per aver scritto una monumentale biografia di Pablo Picasso. Un tipo non simpatico, ammette González-Palacios, che “portava con prepotenza le rovine di un’antica bellezza”. Richardson fu amico, molto intimo, di Douglas Cooper, storico e critico d’arte, collezionista di roba cubista. Questi, a sua volta, fu amico di Picasso, ed ebbe l’onestà e la franchezza di giudicare le opere degli ultimi anni dell’artista andaluso come degli “incoerenti scarabocchi”.

González-Palacios scrive che quando incontrava Douglas Cooper si sentiva “squillare una sorta di campanello d’allarme, uno sguardo elusivo inquietante che faceva sorgere, malgrado l’ammirazione per le sue frasi piene di brio e di savoir faire, un richiamo alla prudenza”. Cooper invitò González-Palacios a “passare un weekend con lui e il suo young friend, rather gifted (come definì Richardson in modo leggermente incomprensibile)”.

Per chi ama l’orrido, González-Palacios soggiunge: “Incontrai Richardson ormai da solo a Firenze. Era ospite di un mio buon amico il quale dopo qualche tempo mi disse che si era un po’ pentito di aver invitato il giovane rather gifted: la domestica si era lamentata delle frequenti macchie di sangue che trovava nel letto”.

Nello scorrere via e nel disperdersi di ogni elemento del bello, l’imbruttimento di tutto è stato senz’altro il prezzo inevitabile che in un'epoca di scarabocchi abbiamo dovuto pagare in cambio del caviale di melanzane.