Ho fatto cenno, nel post di ieri, alla contessa Maria Eduardovna Kleinmichel e alla stravagante storiella raccontata nelle sue memorie da Felix Jusupov sull’origine dei cosiddetti Protocolli dei Savi di Sion. Qui di seguito riproduco un resoconto, molto più serio e attendibile ma su tutt’altro tema, di ciò che accade a un ricevimento in casa della predetta contessa poco prima della deflagrazione della guerra mondiale. Riguarda un colloquio avvenuto tra il capo della cancelleria del ministero degli affari esteri russo, il barone M. F. Schilling (*), e l’ambasciatore italiano a Pietroburgo, il marchese Andrea Carlotti (1864- 1920).
Diario del Ministero degli Esteri della Russia (dal documento originale). 1914, 3 luglio [15 luglio].
«Durante un ricevimento a casa della contessa Kleinmichel, l’ambasciatore italiano chiese al barone Schilling come avrebbe reagito la Russia a un eventuale intervento dell’Austria, qualora quest’ultima avesse deciso di intraprendere azioni contro la Serbia. Il barone Schilling, senza esitazione, rispose che la Russia non avrebbe tollerato alcuna ingerenza austriaca nell’integrità e nell'indipendenza della Serbia. Il marchese Carlotti osservò che, se tale fosse stata davvero la ferma decisione della Russia, sarebbe stato opportuno dichiararla inequivocabilmente a Vienna, poiché, a suo parere, l’Austria era in grado di compiere un passo irreversibile contro la Serbia, contando sul fatto che la Russia, pur potendo protestare verbalmente, avrebbe esitato a usare la forza per proteggere la Serbia dalle ingerenze austro- ungariche. Nel frattempo, se Vienna si fosse resa conto dell’inevitabilità di uno scontro con la Russia, con ogni probabilità avrebbe riflettuto sulle conseguenze di una politica anti-serba eccessivamente decisa.
«Il barone Schilling disse all’ambasciatore che poteva confermare con assoluta certezza quanto gli aveva appena riferito circa la ferma intenzione della Russia di impedire l’indebolimento o l'umiliazione della Serbia. Pertanto, se l’atmosfera a Vienna era effettivamente quella descritta dall’ambasciatore, il barone Schilling riteneva che sarebbe stato dovere, prima di tutto, degli alleati dell’Austria-Ungheria avvertirla del pericolo a cui la sua politica stava conducendo, vista l’indubbia determinazione della Russia a difendere la Serbia.
«L’ambasciatore promise di telegrafare a Roma a questo proposito e di chiedere al governo italiano di portare la questione all’attenzione del gabinetto viennese, ma osservò che, a suo parere, una dichiarazione proveniente direttamente dalla Russia avrebbe avuto un impatto maggiore a Vienna rispetto a una proveniente dal suo alleato italiano. Il barone Schilling disse all’ambasciatore che, al contrario, se la Russia avesse rilasciato una simile dichiarazione a Vienna, questa avrebbe potuto essere considerata un ultimatum e aggravare la situazione, mentre i continui consigli da parte dell’Italia e della Germania, ovvero degli alleati, sarebbero stati ovviamente più accettabili per l’Austria-Ungheria».
Fin qui quanto riporta il documento del ministero degli Esteri russo pubblicato nel 2014.
Nel vol. XII dei Documenti diplomatici italiani, editi dal ministero degli Affari Esteri, che copre l’arco temporale che va dal 28 giugno al 2 agosto 1914, non c’è traccia di questo colloquio tra Carlotti e Schilling, né del promesso telegramma di Carlotti a Roma inteso a chiedere al governo italiano di portare la questione all’attenzione del gabinetto viennese. Tuttavia, l’ambasciatore Carlotti telegrafava il 16 luglio 1914 al ministro degli Esteri, Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano (1852–1914):
«Del resto gli avvenimenti non sembrano alla vigilia di precipitare. Malgrado tutto né Albania né Serbia né Grecia fornirebbero facile occasione ad estese complicazioni finché Bulgaria giace, Romania veglia e Russia rimane pacifica. Quanto quest’ultima se crediti sono votati il suo esercito e la sua marina non saranno che fra alcuni anni all’altezza della situazione (?); se la sua situazione diplomatica è migliorata sul continente, essa non è ancora consolidata e le sue condizioni interne specialmente in Polonia lasciano ancora molto a desiderare.
«È quindi opinione generale in questi circoli diplomatici che per alcuni anni Russia continuerà a spiegare ogni sforzo per evitare guerre quali che siano le previsioni sulla sorte della ferma triennale in Francia» (IV serie, vol. XII, d. 273, p. 187).
Meno di due settimane dopo, il 28 luglio, l’Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia. Il giorno dopo la Russia decide di ordinare la mobilitazione generale. La Germania le dichiara guerra il 1° agosto. Il 6, anche l’Austria-Ungheria dichiara guerra alla Russia. Il 3 agosto la Germania dichiara guerra alla Francia. Il 4, la Gran Bretagna dichiara guerra alla Germania. Francia e Gran Bretagna all’Austria-Ungheria l’11 agosto. Dal bisticcio austro-serbo, in un mese si arrivò a una guerra europea su vasta scala e poi mondiale.
Non si può dire, col senno di poi, che l’ambasciatore Carlotti avesse la vista lunga. Del resto, la nostra diplomazia non poteva non tener conto degli interessi dell’élite italiana, puntando in primo luogo sulla questione adriatica e di ottenere qualche lacerto nella spartizione dell’Impero ottomano tra Francia e Gran Bretagna. Perciò si restò in attesa di vedere da che parte stare tra i due schieramenti contrapposti, poi, quando lo sfondamento germanico in Francia non si concretizzò, si pensò a quali vantaggi territoriali ottenere in anticipo dalle promesse degli Alleati.
Il giorno di Pasqua 1915, l’ambasciatore Carlotti telefonò a Schilling, chiedendo un incontro con il Ministro degli Esteri per lo stesso giorno al fine di comunicargli notizie urgenti. Ricevuto dal ministro, il marchese Carlotti lesse un telegramma ricevuto da Roma, che lo informava che, in considerazione del rifiuto da parte degli Alleati delle richieste italiane riguardanti la penisola di Sabioncello e le isole vicine, il barone Sonnino aveva detto all’ambasciatore britannico a Roma che l’Italia sarebbe stata probabilmente costretta a interrompere i negoziati e a cercare di tutelare i propri interessi con altri mezzi.
Le solite miserie della classe dirigente italiana. Secondo un documento datato 13 febbraio 1915 del ministero degli Affari Esteri russo, alle rimostranze di Schilling, «Carlotti (pur essendo di origine ebraica per parte di madre) non poté fare a meno di esclamare: «Sonnino n’est qu’un petit juif qui cherche a faire une grosse affaire» [Sonnino è solo un piccolo ebreo che vuole fare una grande cosa].
(*) Mavriky Fabianovich Schilling (1872-1934), allora capo della Cancelleria del Ministero degli Affari Esteri e del Primo Dipartimento Politico, è noto per i suoi appunti e resoconti, in particolare sulla partecipazione di Italia, Romania e Bulgaria alla Prima Guerra Mondiale, nonché sulla politica vaticana. È menzionato come uno dei principali funzionari del Ministero (insieme a Neratov) che parteciparono alla notifica dello scoppio della guerra alla leadership del paese. Nel 1898 fu nominato secondo segretario dell’Ambasciata russa a Vienna. In tale veste, partecipò alle riunioni della Conferenza di pace dell'Aia (1899). Dal 1902 al 1908 fu rappresentante del consolato russo presso il Vaticano. Dal 1908 al 1910 fu primo segretario d’ambasciata a Parigi. Nel 1912 fu nominato ciambellano della corte imperiale e divenne senatore. Si ritirò nel 1916. Dopo la rivoluzione del 1917, decise di lasciare la Russia, viaggiando da Stoccolma a Londra e poi a Parigi. Nel 1918-1919, prestò servizio nella commissione diplomatica della Conferenza Politica Russa, un’organizzazione che rappresentava il movimento bianco all’estero, nonché le strutture estere dell’ex Impero russo che non riconoscevano il potere sovietico. Morì a Parigi nel 1934 e fu sepolto nel cimitero russo di Sainte-Geneviève-des-Bois.
Tenne diari dettagliati relativi al periodo compreso tra gennaio 1893 e dicembre 1913 (conservati integralmente dal 1893 al 1902 e parzialmente dal 1912 al 1913 presso l’Archivio di Stato della Federazione Russa). Le dettagliate annotazioni quotidiane narrano non solo i problemi, le preoccupazioni, le gioie e i dolori personali dell’autore, ma offrono un quadro molto ampio della vita a San Pietroburgo e Mosca in quel periodo. Le pagine del diario sono costantemente popolate da diplomatici, alti funzionari e “personaggi dell’alta società”, con i quali Schilling aveva contatti continui per via dei suoi doveri ufficiali e dei legami familiari.
Nel suo diario, Schilling scrisse il 12 marzo 1894: «Ho già parlato con papà e abbiamo già deciso che non sosterrò l'esame di stato questa primavera. Considerato (in base al saggio che ho presentato) come laureato all’Università di Mosca, ho diritto ad entrare in servizio anche ora, ma con il grado di quattordicesima classe (dato che il grado di decima e dodicesima classe viene assegnato solo tramite l’esame di stato). [...] Quindi, forse presto sarò un diplomatico! A questo proposito, scrissi a Misha, che mi stava persuadendo a intraprendere qualche tipo di servizio per curare il mio disturbo morale: “Rallegrati, amico: sto per entrare al Ministero degli Affari Esteri, cioè diventerò un funzionario di alto rango, mentre ora sono la stessa cosa: un inetto. La differenza è minima”. Ed è vero. Fare carriera. Non ho nemmeno la forza di impegnarmi per questo. Desiderare questo significherebbe avere uno scopo nella vita, e ora sono stanco di vivere e non posso desiderare altro che il Nirvana».
