Dopo il caldo torrido è arrivata la pioggia. Il clima da molto tempo non è più solo un fatto naturale. L’aria più fresca mi dà modo di concentrarmi sul libro a firma di Luciano Canfora: Comunismo. Un’altra storia. Da alcune settimane mi chiedo quale interesse o anche minimo godimento può trovarvi il lettore medio leggendolo. Sempre se il lettore riesca a leggerne effettivamente e integralmente il testo, o almeno ad arrivare sano e salvo fino agli ultimi capitoli che trattano di vicende più recenti e digeribili.
Il volume è diviso in due parti. La prima è una ricostruzione su chi, quando, perché e come abbia redatto l’arcinoto pamphlet propagandistico Il Manifesto del Partito Comunista. Un’esegesi specialistica approfondita, a tal punto che può suscitare reale interesse solo presso un pubblico che abbia una dimestichezza non comune con gli scritti marxiani.
La seconda parte è dedicata prevalentemente ai rapporti diplomatici tra il nuovo governo bolscevico e i leader occidentali, con particolare riferimento alla vicenda della “missione Bullitt”, inviata a Mosca con l’avallo del presidente Willson. Seguono poi alcuni brevi capitoli sulla seconda guerra mondiale, sul doppio golpe del 1991 e altre finali considerazioni della quali in questo post non mi occuperò.
Nella prima parte del libro, quella dedicata alla stesura del Manifesto del Partito Comunista, la tesi dell’Autore (o piuttosto dell’Autrice?) è volta a dimostrare che Marx scrive Il Manifesto in ritardo rispetto agli accordi presi, di malavoglia, utilizzando un “catechismo” scritto precedentemente da Engels, eccetera.
Si punta a dire che Engels e Marx, dopo l’esperienza rivoluzionaria del 1848, pervengono a posizioni non solo più attendiste, ma soprattutto a una concezione dello sviluppo storico di tipo evoluzionistico darwiniano (in contrasto con quello che sarà poi il leninismo). Fino ad arrivare a formulazioni come quelle che riporto integralmente e per esteso:
«Torniamo ora al “riuso” del Manifesto. Mentre la prefazione del 1872 dice con chiarezza ciò che non ha più senso illudersi di poter fare (“impadronirsi einfach, sic et simpliciter, della macchina statale e rimetterla in funzione con obiettivi mutati für ihre eigenen Zwecke”, la prefazione del 1888 è, in tono e con uno sguardo completamente retrospettivo, incentrato sull’evoluzione positiva realizzatasi nei decenni trascorsi. E più in generale sulla concezione della storia umana come evoluzione.
Si impone alla fantasia [sic!) di Engels il paragone tra la propria analisi sociale e “ciò che la teoria di Darwin ha rappresentato per la biologia”. Ribadisce questo concetto anche in una nota aggiuntiva all’introduzione tedesca del 1890. Afferma che alla visione della storia come costante processo evolutivo che culmina in qualcosa, e vi si compie, anche Marx è già giunto nel 1845. Del resto non è senza motivo che Marx avesse, quantunque senza successo, chiesto proprio a Darwin il permesso di dedicargli il primo volume (1867: l’unico da lui edito) del Capitale.»
Come il lettore accorto avrà già compreso, qui siamo a un livello apparentemente sofisticato di manipolazione delle idee e dei testi marxiani ed engelsiani. Nella citata Prefazione inglese del 1888 (MEOC, vol. VI, p. 669), si legge:
« [...] in ogni epoca storica, il modo economico di produzione e di scambio dominante e la struttura sociale che ne è la conseguenza necessaria, formano la base sulla quale si edifica, e dalla quale soltanto può essere spiegata, la storia politica e intellettuale di tale epoca; di conseguenza [...], tutta la storia dell’umanità è stata una storia di lotte di classi, lotte fra classi sfruttatrici e classi sfruttate, fra classi dirigenti e classi oppresse; la storia di questi conflitti di classe costituisce uno sviluppo nel quale si è raggiunto oggi uno stadio in cui la classe sfruttata e oppressa - il proletariato - non può liberarsi dal giogo della classe sfruttatrice e dominante - la borghesia - senza emancipare una volta per tutte la società nel suo insieme da ogni sfruttamento, da ogni oppressione, da tutte le differenze di classe e da tutte le lotte di classe.»
Dunque, dove si rileva il “paragone” con l’evoluzione naturale di Darwin? Eccolo il richiamo engelsiano al naturalista inglese: «A questa idea [dello sviluppo storico] che, secondo me, è destinata a produrre nella scienza storica un progresso uguale a quello che ha prodotto la teoria di Darwin nelle scienze naturali, entrambi ci eravamo già accostati a poco a poco vari anni prima del 1845.»
È di tutta evidenza che il “paragone” riguarda la portata scientifica e storica della nuova concezione della storia e non consta invece, come vorrebbe Canfora, in una equiparazione sic et simpliciter con la teoria evolutiva di Darwin. La concezione materialistica e dialettica della storia alla quale pervengono Marx ed Engels non è per nulla esposta al naturalismo darwiniano e tantomeno al darwinismo sociale che ne fece seguito.
Ciò è precisato ancora una volta proprio da Engels nell’orazione funebre di Marx: «Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana [...] Ma non è tutto. Marx ha anche scoperto la legge peculiare dello sviluppo del moderno modo di produzione capitalistico e della società borghese da esso generata [...]. Tale era lo scienziato. Ma lo scienziato non era neppure la metà di Marx. Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una forza rivoluzionaria. Per quanto grande fosse la gioia che gli dava ogni scoperta in una qualunque disciplina teorica, e di cui non si vedeva forse ancora l’applicazione pratica, una gioia ben diversa gli dava ogni innovazione che determinasse un cambiamento rivoluzionario immediato nell’industria e, in generale, nello sviluppo storico. [...] Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario. Contribuire in un modo o nell’altro all’abbattimento della società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato, contribuire all’emancipazione del proletariato moderno al quale Egli, per primo, aveva dato la coscienza della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione: questa era la reale sua vocazione. La lotta era il suo elemento. Ed ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno combattuto.»
E ancora: in una lettera a Engels del 16 gennaio 1861, Marx scrive: «Molto notevole è l’opera di Darwin, che mi fa piacere come supporto delle scienze naturali alla lotta di classe nella storia. Naturalmente bisogna accettare quella maniera rozzamente inglese di sviluppare le cose. Ma, nonostante tutti i difetti, qui non solo si dà per la prima volta il colpo mortale alla “teologia” nelle scienze naturali, ma se ne spiega il senso razionale in modo empirico».
In seguito, vista la piega che stava prendendo il darwinismo in mano agli ideologi borghesi, Marx in una lettera a Kugelmann del 27 giugno 1870, ebbe modo di precisare ironizzando contro F. A. Lange: «riassume l’intera storia in un’unica grande legge della natura. Questa legge della natura è la frase struggle for life, la lotta per l’esistenza (in questa accezione l’espressione darwiniana diventa mera frase) e il contenuto di questa frase è la legge malthusiana del popolamento, o piuttosto del sovrappopolamento. Invece di analizzare lo struggle for life come si presenta in diverse determinate forme sociali, non occorre far altro che tradurre ogni lotta concreta nella frase “struggle for life”, e questa frase nelle “fantasie di popolamento” di Malthus. Bisogna ammettere che questo è un metodo molto persuasivo, per l’ignoranza e la pigrizia mentale ostentatamente scientifica e ampollosa» [MEOC, vol. XLIII].
Potrei continuare con simili citazioni per pagine, a cominciare dalla celeberrima Prefazione a Per la critica dell’economia politica: «A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale».
È chiaro che la soggettività rivoluzionaria si produce e si manifesta proprio sulla base della citata contraddizione oggettiva, e non può prescindere da essa senza raccogliere vento e tempesta. Tuttavia, riconoscere la contraddizione dialettica, l’interazione reciproca tra forze produttive e rapporti di produzione, quale base oggettiva della crisi del modo di produzione capitalistico, non comporta alcuna concessione al determinismo evoluzionistico (*).
Pertanto, il “paragone” darwiniano prospettato da Canfora (o chi per lui) non è del tipo inteso da Engels e tanto meno da Marx. Per non dire poi del metodo scientifico di studio di Marx, che non è metodo storico (come credono e spacciano in molti), ma logico; metodo logico che è la chiave per la comprensione dello sviluppo storico (e questo Canfora dovrebbe saperlo).
Dalle erudite falsificazioni passiamo ai piatti truismi, come quello, perdurante (vedi mons. G. Ravasi su il Domenicale del Sole 24 ore dell’11-2-2007), secondo il quale Marx avrebbe, quantunque senza successo, chiesto proprio a Darwin il permesso di dedicargli il primo volume del Capitale. Si tratta di un grossolano equivoco, ripetuto di volta in volta da gente che non ha cura per il dettaglio (anche da ciò deduco che Canfora sia più il curatore del libro e non il suo autentico autore).
Marx dedicò Il Capitale a Wilhem Wolff, un operaio tedesco: «Al mio indimenticabile amico, l’ardito, fedele, nobile pioniere del proletariato» morto in esilio nel 1864. L’equivoco su questo presunto rifiuto nasce da una lettera di Darwin del 12 ottobre 1880. La lettera non era rivolta a Marx ma ad Aveling, il genero di Marx, compagno della figlia Eleanor (che ereditò la corrispondenza). Si pensò che la lettera fosse rivolta a Marx perché per errore finì tra la sua corrispondenza. Aveling chiese a Darwin in una lettera dell’11-10-1880 di potergli dedicare una propria opera. La faccenda è ricostruita, dapprima, da Lewis S. Feuer in Is the Darwin-Marx correspondence’ authentic?, in Annals of Science, 32, 1975, pp. 1-12, poi ripresa e definitivamente chiarita nel numero successivo (33, 1976) della rivista (Feuer, Carroll, Colp, pp. 383-394). Origine del “disguido” sembra essere stato uno studioso sovietico, Ernst Kolman, nel 1931 (per una rapida ricostruzione vedi qui). È documentato invece che Marx inviò a Darwin una copia della seconda edizione del Capitale con sua dedica. Darwin rispose con una lettera di ringraziamento il primo ottobre 1873.
Basta così; vado a vedere la pioggia cadere sulla natura assetata.
(*) Il percorso della soggettività rivoluzionaria nella crisi è ostacolato da molti fattori. Non c’è arma che non verrà impiegata contro di essa da parte delle classi dominanti, non c’è violenza, strage o genocidio che non saranno tentati per bloccarne il corso. Ma la lotta ideologica in tutto ciò riveste un ruolo fondamentale.



