domenica 30 agosto 2026

Il punto cieco del gazzebo Pirelli

 

Mentre al riparo dall’afa soffocante mi trastullo sulla dialettica valore d’uso – valore di scambio, il mondo reale, quello degli schei, va avanti come un rullo compressore. Ne ho già scritto anche di recente, per esempio qui e anche qui, e perciò non desidero ripetermi. Segnalo al riguardo il nuovo rapporto Altrata.

Di seguito dirò di un altro rapporto, nostrano come i capponi del Manzoni, ovvero il Report Pirelli. Alleluia. Nel presentarlo nell’inserto del Sole 24 ore odierno, un sociologo, Derrick de Kerckhove (il quotidiano confindustriale lo indica come Kerchove), scrive:

«C’è un piccolo esperimento che chiunque può provare a fare, e la maggior parte di noi sa già come andrà a finire. Immaginate il mondo tra trent’anni. La versione cupa si presenta subito, già completa di tutti i dettagli e gli arredi: il caldo, le inondazioni, il lavoro affidato alle macchine, i prezzi che nessuno può permettersi. Ora provate immaginare l’opposto: una strada migliore, una scuola per cui valga la pena camminare, una vecchiaia che non sia solitaria, un modo di vivere insieme che funzioni davvero. Per la maggior parte di noi, a quel punto, lo schermo diventa nero. Non perché non lo desideriamo, ma perché proprio non riusciamo a concepire un’immagine adeguata.»

Questo genio della sociologia ha appena immaginato un sistema con strade migliori, assistenza adeguata agli anziani e salari che ti permettono di vivere dignitosamente. Dunque, un sistema socialdemocratico che funziona. Di tutto il resto, cioè della realtà di quest’ordine sociale, non gliene importa un fico. Perché se gliene importasse qualcosa e ne desse conto onestamente, ciò non gli darebbe accesso né ai compensi monetari Pirelli né alla prima pagina dell’inserto del Sole 24 ore.

Osserva ancora il sociologo che monta le Pirelli: «Quello che proviamo ora non è il solito brontolio di fronte alle notizie. È un tipo particolare di perdita: sembra che abbiamo smarrito la capacità di immaginare che la vita possa essere organizzato in modo diverso e migliore. [...] la causa, a mio avviso affonda molto più in profondità del carattere individuale e a ben poco a che fare con la bontà o la cattiveria delle persone.»

Dunque, Derrick si smarca dalla solita omelia pretesca, cerca le cause dello stato di cose presenti ben oltre la bontà o la cattiveria delle persone. Finalmente. Osserva con pacata genialità: «Con l’avvento della stampa, [...] milioni di persone si sono ritrovate sole davanti a una pagina, ciascuna immersa nei propri pensieri, nelle proprie convinzioni, nella propria vita interiore.»

Dio, com’è vero. È proprio con l’avvento della stampa che ci siamo trovati immersi nella nostra vita interiore. «È così – rivela Derrick –, che ha preso forma l’individuo moderno.» Grazie Gutenberg, che ci hai dato la possibilità di sviluppare «un io autonomo, separato, convinto di abitare il centro della propria coscienza e di guardare il mondo da lì, come un osservatore distinto da ciò che osserva.»

Dato che ci siamo, ringraziamo anche quegli anonimi nostri progenitori che ci hanno donato il modo di accendere il fuoco, illuminando il nostro io autonomo all’interno della caverna. E anche gli inventori della scrittura, che permette oggi al nostro io domestico di mettere in bella mostra nelle nostre librerie le opere classiche dell’antichità pagana. Eccetera.

Profondo Derrick, ma il suo scavo non si ferma al “centro della coscienza”, va ancora più in profondità, in quelle viscere dell’io autonomo che si collegano alla sua coscienza: «a quella forma di coscienza dobbiamo la nascita della scienza moderna, l’affermazione dei diritti individuali, il riconoscimento della dignità della persona. [...] Ha funzionato così bene che abbiamo finito per considerarlo l’unico modo possibile di essere umani.»

Derrick evidentemente conosce altri modi di essere umani, bevendo molti margarita. Dunque a una nuova coscienza dobbiamo la scienza moderna e poi anche tutta la merda che gli si aggrappa. Tutto promana da lì, dalla nostra coscienza stimolata dalla “pagina a stampa” di Gutenberg. La storia umana altro non sarebbe che uno svolgimento della coscienza individuale attraverso i suoi diversi gradi. Ecco svelato il filo conduttore dell’evoluzione storica umana: a un certo punto, la coscienza s’è liberata dall’antico giogo e s’è data alla caccia delle verità accessibili per la via delle scienze positive.

Non si trattava che di foggiare il mondo intero secondo i principi di questa nuova coscienza. E però «quell’idea di sé portava con sé un punto cieco. Ed è proprio da quel punto cieco che derivano molti problemi che oggi ci sembrano così difficili da affrontare.» Compreso il caldo e le alluvioni? Derrick non si pronuncia, è sufficiente averci rivelato qual è il punto cieco.

Che altri non è che l’”io”. Con la maiuscola o la minuscola non ha importanza. «Poiché si percepisce come separato, questo io tende a vedere il mondo come una collezione di cose: cose da conoscere, da utilizzare, da possedere. È estremamente abile nel conquistare, accumulare, misurare, controllare. Molto meno nel sentirsi parte di qualcosa. Fatica a riconoscere, nel profondo, di appartenere a una realtà più vasta e di avere nei suoi confronti una responsabilità». Un io porco, insomma.

Ma non s’era detto testualmente, caro Derrick, che la causa affonda molto più in profondità del carattere individuale e a ben poco a che fare con la bontà o la cattiveria delle persone? E poi, che gli uomini, uniti o separati che fossero, non hanno forse in ogni tempo storico manifestato il desiderio se non la brama di conoscere, utilizzare e possedere le “cose”? Quindi di conquistare, accumulare, misurare, controllare? Dov’è mai la novità?

Derrick scivola via: «quando i problemi sono diventati grandi quanto il pianeta stesso, quando è apparso evidente che nulla esiste isolatamente e che ogni cosa è intrecciata a tutte le altre, quel punto cieco ha cominciato a mostrarsi in tutta la sua portata.»

Dunque, par di capre, il punto cieco non è l’io in quanto tale, quell’egoista irresponsabile che sta dentro di noi, ma la sua crisi. Derrik pensa che i problemi attuali dipendano solo da una coscienza sbagliata. Da quell’“io” che «si è trovato impreparato a comprendere un mondo fondato sulle relazioni, perché la soluzione è un problema condiviso e non nasce mai dall’azione di una singola parte. Nasce un nuovo modo di appartenere. Nasce dalla capacità di riconoscersi dentro una rete di legami, di obblighi reciproci, di destini incrociati. Ed è proprio questo che l’io moderno non ha mai davvero imparato a immaginare».

Padroni e schiavi salariati hanno obblighi reciproci e destini incrociati, che non vuol dire rapporti reali tra classi sociali, rapporti di proprietà e di sfruttamento tipici di quest’ordine sociale. Ma no, siamo tutti sulla stessa barca, poco importa chi rema e chi in plancia beve champagne. L’atto d’accusa è contro l’”io” comune, sta nel mormorare al nostro orecchio profezie sul “futuro”; smettiamola di «confondere il futuro con l’ennesima innovazione o con un gadget tecnologico».

Eh, caro Derrick, come vorrei darti retta, ma il problema è dirlo agli azionisti di quelle «150 società quotate a livello globale che contribuiscono maggiormente alla creazione di ricchezza per i miliardari, non di rado con valutazioni di mercato gonfiate di startup focalizzate sull’IA» (Rapporto Altrata, p. 10).

Nessun accenno, nemmeno velato alle contraddizioni insite nei rapporti di produzione, che non voglio chiamare capitalistici, mi limito a dire: moderni. Questi sociologi, semifilosofi e begli spiriti, sono pagati per richiamare le virtù della vecchia società e delle buone maniere nel mentre rimproverano agli elementi della loro stessa classe sociale, che vedono avvicinarsi il momento nel quale verranno sostituiti nel ruolo e nel processo sociale dalla tecnologia, di non essere abbastanza ascetici, di non mortificare abbastanza la carne e lo spirito in nome dei “comuni interessi”. Ma neanche i preti sono più ipocriti di così.

Quanto al fatto che «questo io moderno non ha mai davvero imparato a immaginare» un futuro diverso, «riconosce[dosi] dentro una rete di legami, di obblighi reciproci, di destini incrociati», ad immaginare quindi «il modo nuovo di vivere insieme», beh, a questo riguardo bisogna proprio dire, Derrick, che sei uno stronzo. Uno di quegli stronzi, e dio sa quanti sono, che, nella crisi storica del sistema capitalistico, è stato incaricato d’impugnare la bisaccia da mendicante, agitandola come bandiera per raggruppare il ceto medio per fotterlo ancora e anche meglio.

Un vecchio sporco imbroglio

 

Molte persone, anche tra quelle riputate “colte”, ritengono che Marx sia stato, nella migliore delle ipotesi, fondamentalmente un “filosofo”; oppure, nella versione più becera, un ideologo, fondatore di una dottrina “politica” che porta il suo nome: il marxismo. In realtà egli è stato più di tutto uno scienziato, uno scienziato sociale diremmo oggi. Il maggiore studioso e critico dell’economia politica “classica” e, suo malgrado, anche di quella “volgare”.

A riguardo di “volgarità”, vorrei soffermarmi sulla più immediata e prosaica volgarità che s’incontra all’approccio dell’economia politica, laddove per indicare la merce gli economisti usano il termine “bene”. Sembra una mera pinzillacchera terminologica, e invece già in questa banale premessa trovano radice le successive assurdità della teoria economica, l’origine del “vecchio sporco imbroglio”, per dirla con Lucio Battisti.

Marx, per indicare la merce, non usa mai il termine “bene” (bonum). Infatti, è vero che ogni merce, sotto l’aspetto utile, è un valore d’uso, dunque un bene, ma non tutti i valori d’uso (“beni”) sono delle merci.

La natura è la prodiga fonte dei valori d’uso (in ciò consiste la ricchezza effettiva!), altrettanto quanto il lavoro, che è esso stesso soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza- lavoro umana.

La merce è un prodotto esclusivo del lavoro, anche se non tutti i prodotti del lavoro sono merci. Il valore d’uso di una merce, questo suo carattere di utilità, non dipende dal fatto che costi all’uomo molto o poco lavoro.

I valori d’uso costituiscono il contenuto materiale della ricchezza, qualunque sia la forma sociale di questa. Nella forma di società capitalistica i valori d’uso sono i depositari materiali del valore di scambio [*]. In quanto tale, il valore d’uso, è soltanto il mezzo per raggiungere un fine, cioè la produzione di valori di scambio (o meglio, di plusvalore in quanto valore di scambio accresciuto) [**].

Pertanto: la merce è, in primo luogo, una cosa che soddisfa un qualsiasi bisogno dell’uomo; in secondo luogo, una cosa che si può scambiare con un’altra. La merce è un’unità di valore d’uso e di valore di scambio.

Tra parentesi: laddove il valore d’uso entra in relazione con i rapporti sociali di produzione, influisce su di essi e ne subisce l’influenza, pertanto diventa anch’esso una categoria economica. Come sanno bene gli specialisti della réclame, per esempio.

Negli scambi sul mercato capitalistico si stabiliscono dei rapporti di equivalenza tra i valori d’uso più diversi e meno comparabili l’uno con l’altro (ferro e grano, per es.). Cos’hanno allora in comune tutte queste cose diverse, e che cosa le rende comparabili?

Hanno in comune il fatto di essere prodotti del lavoro umano. Attraverso lo scambio dei prodotti, gli uomini stabiliscono dei rapporti di equivalenza tra le diverse specie di lavoro.

Quel che le merci hanno in comune, quindi, non è il loro valore d’uso, bensì il lavoro umano astratto, il lavoro umano in generale, vale a dire il loro valore di scambio, la cui grandezza è determinata dalla quantità di lavoro socialmente necessario per la produzione di un determinato valore d’uso.

Non si tratta dunque di una distinzione terminologica e nemmeno semplicemente concettuale. Il rapporto dialettico tra valore d’uso e valore di scambio rappresenta la contraddizione fondamentale della merce all’interno del modo di produzione capitalistico.

[*] Purtroppo, e non solo in questi magri tempi, è necessario chiarire: solo in certe condizioni sociali un prodotto si trasforma in merce: queste condizioni storicamente determinate sono rappresentate dai rapporti di produzione mercantili, basati sull’esistenza di lavori effettuati indipendentemente l’uno dall’altro e collegati dallo scambio. Di per sé, quindi, la forma mercantile di produzione non si identifica con il modo di produzione capitalistico: ad esempio, all’interno del modo di produzione antico e feudale esistevano già rapporti di mercato (produzione mercantile semplice). Tuttavia, è soltanto nel capitalismo che la produzione mercantile si sviluppa a tal punto da diventare la forma produttiva assoluta e dominante. Anche la forza-lavoro umana, sottratta alle antiche forme produttive, viene trasformata in una merce (con buona pace di quell’essere fittizio di Karl Polanyi o di quell’insulso di Ludwig von Mises). I rapporti di mercato penetrano fin dentro il processo di produzione diventando i rapporti generali e più frequenti della società.

[**] Come dico in premessa, già in radice questa confusione, che non è solo concettuale, tra bene e merce è gravida di conseguenze. Infatti, di quid pro quo e di furbe confusioni è intessuta la “scienza” economica accademica (consumo, soddisfazione, comfort, felicità e altre coglionate sul genere Zygmunt Bauman, Consumo, dunque sono, ecc.) e a cascata il senso comune generale. Anche questo non accade casualmente. È vero che bisognerebbe istruire fin dalla scuola sui più basilari rudimenti economici (ma non è interesse dei “manovratori”), ma ciò risulterebbe ancor più esiziale dell’ignoranza. Prima ancora bisognerebbe rieducare gli economisti, i giornalisti, insomma i preti dell’ideologia borghese in generale. E ciò non è possibile in questo sistema sociale (anche somministrando poca zuppa e tanto duro lavoro). Però, se un giorno sarà data tale opportunità, si potrà tentare anche per questa via di moderata somministrazione di zuppa e forte spinta al duro lavoro.

sabato 29 agosto 2026

La questione delle alleanze: nascita di un impero

 

Molti storici definiscono la guerra dei Sette anni (1756-1763) come la “prima guerra mondiale”. Tale definizione non è imprecisa, in quanto segnò la prima manifestazione degli effetti di un’economia di mercato globale e un graduale passaggio dalla politica coloniale a quella imperiale.

Mentre tutte le potenze europee perseguivano una politica di (ri)conquista freddamente calcolatrice, nessuno controllava le dinamiche che portarono il conflitto a una guerra di vaste proporzioni. Il 1° maggio 1756, con il Trattato di Versailles, Austria e Francia, le acerrime nemiche da secoli, conclusero il proprio patto difensivo. Ma già il 16 gennaio 1756, con la Convenzione di Westminster, Prussia e Gran Bretagna avevano stipulato un’alleanza puramente difensiva.

Tutto ciò ricorda molto da vicino la questione delle alleanze che portò al conflitto 1914-18 e di cui dirò in un prossimo post.

La rivoluzione diplomatica di metà Settecento, andava ben oltre le alleanze di mera difesa. In aprile, le truppe francesi avevano iniziato l’invasione dell’isola mediterranea di Minorca, che era sotto il controllo britannico dal 1708. Il 18 maggio 1756, l’Inghilterra dichiarò ufficialmente guerra alla Francia.

Come ogni guerra, anche le continue guerre nell’Europa della prima età moderna dovevano essere finanziate. Gli Stati, in particolare l’Inghilterra, iniziarono a integrare le loro colonie e i loro avamposti commerciali, inizialmente relativamente indipendenti, in un sistema fiscale e amministrativo unificato. Il capitale era ancora sottosviluppato, ma gli Stati erano già costretti dalla competizione a espandersi ulteriormente.

La linea di faglia decisiva della guerra dei Sette Anni passò attraverso il Nord America, dove la cosiddetta guerra franco-indiana infuriò dal 1754 al 1760. A quel tempo, i coloni inglesi erano confinati sulla costa orientale, mentre i Monti Appalachi erano controllati da numerose tribù di nativi americani e la Francia deteneva un’ampia porzione di territorio che si estendeva dal Canada alla foce del fiume Mississippi.

Le dinamiche demografiche sconvolsero rapidamente gli equilibri di potere. Poiché i francesi non si affidavano a una colonizzazione diffusa, bensì a un sistema di avamposti commerciali, verso la metà del secolo circa 60.000 coloni francesi si trovarono ad affrontare circa un milione di coloni britannici. Questi coloni si insediarono su territori sempre più vasti, soprattutto nella valle dell’sOhio, dove gli speculatori terrieri intravidero una ricca opportunità.

Sennonché i territori posti oltre i Monti Appalachi (2 500 km di rilievi con direzione da SO a NE), erano stati interdetti da Londra per legge e con la presenza di truppe. Oltre quei monti s’estendeva un vastissimo territorio fertile e ricco di risorse, che però aveva il difetto di appartenere alle popolazioni autoctone, ossia a quelli che erano chiamati “pellerossa” o “indiani”. I coloni americani vedevano queste tutele come un ostacolo al loro “diritto” di espansione.

Per tutto il 1754, scoppiarono ripetutamente schermaglie tra i coloni britannici e gli avamposti francesi. Una delle più significative coinvolse il giovane George Washington, che era azionista della Ohio Land Company. Nel novembre del 1754, Londra decise di trasferire unità militari britanniche in Nord America. Ciò diede inizio a una brutale guerra di guerriglia durata anni, che coinvolse i nativi americani da entrambe le parti, caratterizzata da una guerra asimmetrica e da tattiche di guerriglia.

Il 29 agosto del 1756, la guerra era già in pieno svolgimento quando Federico II invase la Sassonia con oltre 60.000 soldati. Invadendo la Sassonia, Federico il Grande trascinò tutta l’Europa centrale nella guerra anglo-francese, commettendo un grave errore di valutazione.

Nel febbraio del 1757, la Russia si alleò con l’Austria e, a maggio, la Francia fu obbligata da un secondo Trattato di Versailles a radunare un esercito offensivo di oltre 100.000 soldati. Il 17 gennaio 1757, la Dieta imperiale di Ratisbona decise di creare un esercito imperiale per punire la Prussia per aver violato la pace del Sacro Romano Impero. Nel settembre del 1757, anche la Svezia invase la Pomerania. Praticamente l’intero continente era ora contro la Prussia. I circa 160.000 soldati che Federico riuscì a radunare si trovarono potenzialmente ad affrontare oltre un milione di soldati nemici.

La tattica di Federico II era incentrata sul cosiddetto “ordine di battaglia obliquo”, ossia sulle manovre di aggiramento piuttosto che sui consueti scontri frontali di fanteria. Tale tattica si dimostrò vincente in diverse occasioni. La vittoria contro le forze congiunte di Francia e Sacro Romano Impero a Rossbach, il 5 novembre 1757, suscitò particolare attenzione in tutta Europa. Goethe in seguito ricordò come, da bambino, tali vittorie lo avessero reso completamente “di mentalità fritziana” (Fritz è l’ipocoristico di Friederich).

Tuttavia, alla lunga, la superiorità numerica si rivelò insormontabile. Dopo l’improvvido attacco prussiano contro le posizioni fortificate austro-russe nella battaglia di Kunersdorf (vicino a Francoforte sullOder), nell’agosto del 1759, l’esercito di Federico era in uno stato di disgregazione e ampie zone della Prussia erano occupate. Già nel gennaio del 1758, Königsberg si era arresa senza combattere e aveva reso omaggio all’imperatrice russa Elisabetta I; Immanuel Kant, che pur doveva sbarcare il lunario, teneva lezioni agli ufficiali russi su fortificazioni e pirotecnica.

Nel frattempo, la guerra in Nord America si era conclusa con la conquista britannica di Montréal nel settembre del 1760. Il teatro di guerra tedesco in quanto tale non interessava più a Londra. Nel dicembre del 1761, il Parlamento inglese interruppe tutti gli aiuti finanziari alla Prussia.

Completamente stremata, la Prussia si salvò solo per caso. Nel gennaio del 1762, Elisabetta I morì e il suo successore, Pietro III, fervente ammiratore del re prussiano, fece immediatamente pace con lui. La sua successiva deposizione, avvenuta a luglio a seguito di un intrigo, non cambiò nulla. Sua moglie, salita al trono come Caterina II, mantenne la pace. Anche la Svezia si ritirò dall’alleanza e concluse una pace separata il 22 maggio 1762. Con la Pace di Hubertusburg del febbraio 1763, la Prussia e l’Austria accettarono di mantenere lo status quo ante.

Come è noto, la sopravvivenza della Prussia avrebbe avuto notevoli ripercussioni storiche. Tuttavia, la guerra su scala globale fu ancora più significativa nella storia mondiale. Nel 1759, gli inglesi riuscirono a conquistare tutti gli insediamenti francesi sulla costa occidentale dell’Africa: un duro colpo per la Compagnie des Indes, a lungo dominante, poiché fino ad allora l’Inghilterra aveva pochi avamposti commerciali sulla rotta marittima per l’India e solo quattro insediamenti sulle coste stesse.

L’Inghilterra riuscì a imporre un blocco navale relativamente efficace alla costa atlantica francese. Mentre l’Europa continentale veniva tagliata fuori da numerose rotte commerciali verso le colonie, la Royal Navy, con oltre 300 navi ed equipaggi di 80.000 uomini, divenne la potenza quasi indiscussa sugli oceani del mondo. Sotto la sua protezione, la Compagnia delle Indie Orientali poté iniziare la sua trionfale espansione.

Infatti, quando la notizia dello scoppio della guerra tra Inghilterra e Francia raggiunse l’India all’inizio del 1757, la Compagnia britannica delle Indie Orientali colse al volo l’occasione. Le sue truppe (le truppe di una società privata!), al comando di Robert Clive, conquistarono l’accampamento francese di Chandernagore, nel Bengala Occidentale.

Ancora più significativa fu la battaglia di Plassy, il 23 giugno 1757, quando circa 3.000 uomini al servizio della Compagnia (di cui solo circa 900 erano europei; la maggior parte erano sepoy, ovvero truppe ausiliarie indiane) sconfissero il sovrano del Bengala, Siraj-ud- Daulah, nonostante fossero in netta inferiorità numerica. Questa vittoria segnò l’inizio del dominio britannico sull’India (su questo argomento ho già scritto a proposito del libro di William Dalrymple: Anarchia (The Anarchy. The Relentless Rise of the East India Company).

Il 4 gennaio 1762, l’Inghilterra dichiarò guerra anche alla Spagna, che in precedenza era intervenuta a fianco della Francia. Di conseguenza, le più importanti roccaforti coloniali spagnole andarono perdute: L’Avana fu conquistata dagli inglesi il 13 agosto 1762 e Manila nelle Filippine il 7 ottobre.

Quando la notizia di queste conquiste giunse a Londra nell’aprile del 1763, la guerra era già finita. L’Inghilterra emerse come chiara vincitrice dal Trattato di Parigi del 10 febbraio 1763. La Spagna riconquistò Cuba e le Filippine, ma perse la Florida. La Francia fu costretta a ritirarsi dal Nord America (salvo che dalla Louisiana) e a cedere anche il Senegal e Minorca. Nacque così l’Impero britannico.

venerdì 28 agosto 2026

La qualità della propaganda

 

Il nemico principale è stato identificato da tempo. La strategia perseguita dall’alleanza militare guidata dagli Stati Uniti è diretta contro la Repubblica Popolare Cinese, considerata il suo principale nemico, porterà alla prossima guerra mondiale (concetto strategico di NATO 3.0). Questo mi sembra di averlo scritto già molte volte. Beh, lo ripeto.

Sei mesi fa, Stati Uniti e Israele hanno iniziato la loro guerra contro l’Iran. Questa settimana, l’amministrazione Trump è passata ufficialmente a una guerra economica. Qualunque persona di media intelligenza direbbe che ciò rappresenta una dichiarazione di bancarotta militare. Ma nessun media “occidentale” s’azzarda a dire che due più due fa quattro.

Passiamo ad altro. In seguito alla visita a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe, la propaganda della NATO si è scatenata in una frenesia di speculazioni su quanto sarebbe accaduto nella capitale russa. Il Wall Street Journal di Murdoch e Politico di Springer (è bene citare la proprietà non semplicemente nominale di questi media) sono stati i primi a riportare la notizia che Ratcliffe avrebbe messo in guardia la Russia dall’attaccare gli alleati della NATO.

Come se la Russia avesse l’intenzione e la possibilità reale di attaccare la NATO. Ieri, il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, l’ha liquidata come “storie dell’orrore”. Infatti, sarebbe tempo di smetterla con queste fantasie. Epperò come fai a giustificare il massiccio riarmo dei fascisti d’Europa? E difatti c’è chi si spinge oltre, fino ad accusare apertamente il capo della CIA di connivenza con il nemico: “Ratcliffe è noto per una certa affinità con la Russia. Da membro repubblicano del Congresso nel 2019, ha criticato aspramente l’ex procuratore speciale statunitense Robert Mueller, che aveva indagato su una possibile interferenza russa nelle elezioni americane del 2016 e sui contatti di Trump con la Russia”.

Per chi avesse dimenticato: la presunta interferenza russa nelle elezioni americane del 2016 era una montatura, le indagini di Mueller non hanno prodotto nulla di nulla e le critiche di Ratcliffe erano pertanto giustificate. Un altro quotidiano invece lo difende: “Ratcliffe è considerato un falco anti-Russia all’interno del governo americano, il che significa che rappresenta una linea dura tradizionale contro Mosca. Il direttore della CIA ha sostenuto sia gli aiuti militari americani sia la condivisione di informazioni di intelligence americane con l’Ucraina”.

Le provocazioni della NATO con le manovre al largo di Kaliningrad sono invece un fatto reale; il resto è storia vecchia.


giovedì 27 agosto 2026

Cosa sta tramando Trump?

 

Nell’attuale clima mentale della Casa Bianca quale significato può avere la visita a Mosca del direttore della CIA? Gli Stati Uniti non si sono nemmeno preoccupati di mantenere segreta la visita: martedì John Ratcliffe è stato accompagnato dall’aeroporto internazionale di Vnukovo al Cremlino in un convoglio di veicoli dell’ambasciata.

La visita, di cui si sa ben poco, è stata la prima di un alto funzionario della CIA a Mosca in quasi cinque anni. Nell’autunno del 2021, il predecessore di Ratcliffe, William Burns, aveva presentato alla leadership russa informazioni provenienti dai servizi segreti esteri statunitensi riguardanti i piani di attacco contro l’Ucraina, segnalando così alla Russia che non poteva più contare sull’elemento sorpresa. Probabilmente in relazione a questo incontro, Mosca aveva poi lanciato un ultimatum negoziale all’Occidente nel dicembre 2021, che, come è noto, era stato respinto. Il resto è noia.

Secondo il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, l’incontro tra Vladimir e Ratcliffe non si è svolto. Il Financial Times ha riportato che, da un punto di vista protocollare, il capo del servizio di intelligence estera russo, l’SVR, Sergei Naryshkin, sarebbe stato l’interlocutore più appropriato. Ieri, Peskov ha confermato questa modalità, definendo la visita uno “sviluppo positivo”.

Nelle quattro ore di colloquio sicuramente si sarà parlato di Iran. Se la questione riguardasse la condivisione di dati satellitari con l’Iran per attacchi contro le infrastrutture statunitensi nel Golfo Persico, la parte russa potrebbe replicare che Washington fa la stessa cosa da anni a sostegno dell’Ucraina. Dunque si è parlato di altro. I media dicono che si stia perseguendo quella che nel gergo dell’intelligence viene definita “gestione dell’escalation”: mantenere i contatti per evitare un’escalation inattesa con conseguenze imprevedibili.

Può essere, ma non va escluso che Trump stia preparando un coup de théâtre in vista delle elezioni di medio termine. In tal caso, le resistenze maggiori verrebbero da Londra e Berlino, che vogliono mantenere aperta la questione ucraina fino a quando non si sentiranno pronti per la guerra. Forse gli Stati Uniti sono più consapevoli dei fascisti europei sui pericoli ai quali si va incontro.