sabato 7 marzo 2026

Chi sta aiutando la Russia


La notizia, se vera, ha del paradossale: Washington chiede aiuto a Kiev per la produzione di alcuni sistemi d’arma, posto che le scorte statunitensi si stanno esaurendo. Difficile sapere davvero cosa ci sia di vero. Si tratta di startup che intraprendono attività di ricerca e sviluppo, ad esempio nella produzione di droni o nella guerra elettronica. Si tratta di un modello che ha adottato la Russia.

È difficile ottenere dati affidabili sull’economia e gli armamenti in tempo di guerra. Molto è segreto e molto di ciò che viene pubblicato viene abbellito. I dati sono deliberatamente presentati in modo da rendere difficili i confronti: il passaggio da dati assoluti a dati relativi è una delle tattiche più comuni.

Alla fine di febbraio, il portale russo Svobodnaya Pressa ha pubblicato un articolo (L’industria della difesa russa è impoverita dagli appalti statali, nonostante lavori su tre turni. Cosa c’è che non va?) sulla situazione apparentemente paradossale del più grande produttore russo di motori aeronautici, l’Ufa Engine Manufacturing Association (ODK-UMPO).

L’azienda, con circa 25.000 dipendenti, produce motori per tutti i caccia russi della famiglia Sukhoi, nonché pezzi di ricambio. L’impianto opera a piena capacità su tre turni, eppure alla fine del 2025 ha registrato una perdita di 14 miliardi di rubli. Al tasso di cambio attuale di circa 90 a uno, ciò equivale a circa 150 milioni di euro. Nel 2024, l’azienda aveva comunque registrato un utile di 8,4 miliardi di rubli (90 milioni di euro). L’autore dell’articolo si chiedeva che cosa fosse successo di così disastroso.

L’azienda è infilata nella classica trappola dei costi: i prezzi dei prodotti sono fissati dal governo a lungo termine e congelati a un livello dall’inizio del 2024. I produttori hanno probabilmente poco margine di negoziazione quando si tratta di “aiutare le linee del fronte”. Gli aumenti di prezzo si sono rivelati impossibili da attuare e allo stesso tempo l’industria della difesa si lamenta privatamente delle pratiche di pagamento lassiste del Ministero della Difesa, che assegna i contratti. Tutto il mondo è paese.

I costi di produzione pagabili sul mercato sono aumentati drasticamente. Le forniture sono diventate significativamente più costose. Dietro a ciò si cela un aspetto che fa gongolare i soliti idioti dalle nostre parti: l’aumento dei costi imposti all’industria bellica russa e all’industria in generale dalle sanzioni occidentali.

Uno studio pubblicato all’inizio di quest’anno sulla rivista dell’Istituto di Geopolitica della business school francese ESCP elenca con entusiasmo (ormai il livello scientifico è questo) i problemi più significativi: sebbene non sia stato possibile escludere completamente la Russia dalle importazioni di tecnologia, le importazioni indirette attraverso paesi terzi non sanzionati continuano. Tuttavia, maggiore è il numero di intermediari coinvolti, maggiori sono i ovviamente anche i costi.

Tuttavia, la Russia sta riducendo la propria dipendenza da componenti elettronici stranieri in parte grazie alla nascita del cosiddetto “settore popolare degli armamenti”, come detto ad imitazione del modello adottato dall’Ucraina.

La leadership russa è ben consapevole degli oneri economici che impone all’industria della difesa: da un lato, i contratti vengono assegnati in base a criteri di valore d’uso come il volume di produzione, mentre dall’altro ci si aspetta che le aziende operino secondo principi capitalistici. Una palese contraddizione, che però trova un parziale correttivo.

La perdita di 14 miliardi di rubli subita dall’impianto di motori aeronautici di Ufa difficilmente ne porterà alla chiusura, almeno nel breve termine. Questo perché, già nel 2019, la Promsvyazbank, di proprietà statale, è diventata la camera di compensazione centrale per i crediti in sofferenza delle aziende della difesa. Prima che questi prestiti possano gravare sui bilanci delle banche commerciali che erogano direttamente i prestiti, la Promsvyazbank se ne fa carico.

Il governo russo a quanto pare non sta valutando per quanto tempo questo andirivieni di crediti inesigibili possa continuare, o sta semplicemente rimandando la soluzione, insieme ai crediti inesigibili delle banche. Per fortuna di Mosca, ora Trump sta dando una mano alle esportazioni di idrocarburi russi che fluiscono copiosamente verso l’Asia. 

venerdì 6 marzo 2026

Sonni tranquilli


Nuclear football non è un sito russo di partite di calcio in chiaro. È il nome con cui viene colloquialmente chiamata una valigetta nera che accompagna il presidente in ogni spostamento dalla Casa Bianca. Attualmente quell’uomo risponde al nome di Donald Trump. Ha un’antenna satellitare (la valigetta, non si sa se ce l’abbia innestata anche Trump) e permette al presidente di innescare - non di lanciare - un missile nucleare in qualsiasi momento. Il numero uno degli Stati Uniti eredita anche il “biscotto”, una scheda che contiene i codici necessari per lanciare l’attacco. L’ex speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha chiesto che a Trump fosse impedito di usarla.

Contiene il “libro nero”, composto da 75 pagine nere con testo bianco in formato A4, in cui le opzioni di risposta ad un attacco nucleare sono scritte in rosso. Dentro c’è anche un altro libro, scritto in bianco su nero e delle stesse dimensioni, che contiene una lista dei luoghi sicuri per il trasferimento del presidente, e una cartella di 8 o 10 pagine con la descrizione delle procedure per l’impiego del sistema radiotelevisivo d’emergenza.

Troppa roba da leggere per un puttaniere analfabeta come Trump, dunque possiamo dormire sonno tranquilli.

Sciuscià

 

Storicamente l’Europa di oggi è un retaggio dell’Europa di ieri. Del fascismo, che fu il prodotto della crisi europea del 1914-‘18, della scriteriata conferenza di Versailles del 1919, della grande depressione degli anni Trenta, della spartizione di Jalta. Il grande balzo del dopoguerra ci ha illusi. Lo strapotere di Washington, di Wall Street e di Hollywood ha fatto dell’Europa una colonia nel senso tecnico della parola.

Un nuovo player mondiale minaccia l’impero americano. Un nuovo imperialismo con una popolazione di un miliardo e mezzo di cinesi. L’Europa è stretta in questa tenaglia. Con l’unico alleato possibile, la Russia, siamo in guerra. Dopo 20 pacchetti di sanzioni, con una Russia che dovrebbe essere allo stremo, Mosca ha deciso di tagliarci anche quel poco di gas che ancora ci giungeva. Le bugie hanno le gambe corte, anche se non cortissime.

Quanto allo Stato terrorista con la svastica israeliana, sta occupando il Libano e non si fermerà lì. Meno di 10 milioni di ebrei, supportati da decine di milioni di sionisti sparsi in tutto il mondo, hanno come obiettivo di costituire la grande Israele, che non è circoscritta solo alla Palestina. Per raggiungere questo obiettivo non bastano le armi e la tecnologia, pur indispensabili, ma serve il supporto della poderosa forza finanziaria controllata dai sionisti annidati ovunque. È una realtà verificabile da chiunque.

Il Ministero della Difesa britannico ha confermato che il drone che ha colpito la base di Cipro non è stato lanciato dal territorio iraniano. Le autorità cipriote sospettano il Libano come punto di origine. Si ipotizza che il Mossad sia dietro le operazioni si attacco alle infrastrutture di Arabia Saudita e Oman da siti in territorio iraniano per coinvolgere gli stati del Golfo nella guerra, secondo Middle East Eye. Agenti del Mossad che avrebbero pianificato attacchi dinamitardi sarebbero stati arrestati in Qatar e Arabia Saudita, almeno secondo fonti saudite che parlano ad Al-Arabiya.

Fantasie? Può darsi, ma quando si ha che fare con il sionismo nessuna ipotesi è troppo azzardata. L’intervento degli stati del Golfo o della Gran Bretagna farebbe il gioco degli aggressori. Stati Uniti e Israele sono sotto pressione, i loro sistemi di difesa missilistica potrebbero non essere preparati a uno scontro prolungato: le loro riserve di missili intercettori sono già così scarse che gli Stati Uniti sembrano ricorrere a versioni obsolete del loro sistema Patriot.

Di fronte a una carenza imminente di munizioni, Stati Uniti e Israele stanno cercando di distruggere i lanciatori trasportatori-erettori (TEL) delle forze armate iraniane prima che possano indebolirne le difese. In alternativa, potrebbero tentare di mettere in ginocchio la società iraniana attraverso bombardamenti prolungati, prendendo di mira stazioni di polizia e di soccorso, strutture pubbliche, edifici residenziali e scuole.

Dall’inizio della guerra, l’Iran ha lanciato circa 600-700 missili balistici, più di quanti la Russia ne abbia lanciati contro l’Ucraina in un anno intero. L’intensità iniziale – 165 missili contro gli Emirati Arabi Uniti solo nei primi due giorni – è stata successivamente ridotta. Questo non è necessariamente un segno di debolezza: potrebbe semplicemente essere un passaggio da una strategia iniziale di sopraffazione del nemico a una pressione calcolata e prolungata. Una campagna progettata per logorare i sistemi di difesa senza esaurire le proprie riserve. Come riportato dal Financial Times, il Pentagono è ora in trattative con l’industria della difesa ucraina per acquisire sistemi intercettori di produzione locale per la guerra contro l’Iran.

Le prossime due settimane ci diranno se effettivamente Trump e Netanyahu hanno pestato un merdone, di sicuro però si stanno pulendo le scarpe qui da noi. Sono sicuri che ancora una volta gliele lucideremo. Presto, molto presto, gli effetti di questa guerra si faranno sentire su salari, stipendi, pensioni. Soprattutto sui redditi più bassi. Chi ne avrà la possibilità aumenterà i prezzi, speculerà. Sta già succedendo per gli idrocarburi, domani sulle altre merci e sui servizi.


giovedì 5 marzo 2026

C'è bisogno di disperati da arruolare volontari

 

Era cominciato con il dire: finalmente qualcuno sta rovesciando il regime iraniano; che sia legale o illegale è irrilevante per noi. Ora, dopo nemmeno una settimana, si palesa una qualche indecisione sulla guerra di aggressione contro l’Iran. L’impatto economico specie sull’Europa non sarà lieve. Previsioni economiche sull’inflazione e la crescita sono già da buttare nel cestino. Alcuni capi di Stato e di governo occidentali paiono davvero imbarazzanti, e sarebbe interessante sapere che cosa dicono privatamente.

Alcuni stanno persino diventando un po’ più espliciti, come il presidente Macron, che ha quantomeno affermato che l’attacco all'Iran è “al di là del diritto internazionale”, osservazione che avrebbe potuto fare anche un bambino di prima media. Ad ogni buon conto è già qualcosa.

La Spagna, per bocca di Sánchez, sta prendendo provvedimenti e vieta ai caccia statunitensi di utilizzare le sue basi militari. Queste basi possono essere utilizzate solo per scopi conformi alla Carta delle Nazioni Unite, come ha ribadito Sánchez ad Albares lunedì. Di conseguenza, diversi aerei statunitensi sono stati trasferiti dalle basi di Rota e Morón in Germania e Gran Bretagna, come riportato, dal quotidiano El País. Allo stesso tempo, proprio la base di Rota, è in fase di ampliamento.

Trump ha minacciato la Spagna di ritorsioni. Il fatto che il cancelliere Merz non sia intervenuto quando Trump si è infuriato contro Madrid in sua presenza è stato notato da tutti gli interessati. La Germania va da sola, ha suoi obiettivi e interessi. Stati Uniti e Israele possono continuare a svolgere il “lavoro sporco”, ma in futuro le forze armate tedesche saranno nuovamente in grado di combattere, non solo contro i contadini afghani.

Per questo, chi è al potere ha bisogno di giovani disposti a uccidere e morire per questo sistema. Ma hanno un problema: semplicemente non si fanno avanti abbastanza volontari. In Germania, il rapporto del Commissario parlamentare per le forze armate identifica chiaramente questo “problema” e minaccia: “Se l'attuale modello di volontariato non dovesse generare un reclutamento sufficiente, il ritorno alla coscrizione obbligatoria è il logico passo successivo”.

Mi capita spesso di anticipare cose che dovrebbero essere ovvie ed evidenti, e che invece a quanto pare non lo sono. Altri, le scoprono manifestando stupore qualche tempo dopo, cioè quando sono già accadute. Non sono credibili, semplicemente menano il can per l’aia.

mercoledì 4 marzo 2026

Crimini collaterali

 

A chi importa parlare dell’assassinio di 176 bambini e adolescenti di una scuola a Teheran? Non certo alla parte sciovinista del pubblico tlevisivo. Se ne è fatto cenno, ma non se ne parla già più. Paolo Mieli direbbe che il regime clericale iraniano ne ha uccisi molti di più recentemente. Nulla importa alla signora Melanija Knavs, coniugata Trump, che lunedì scorso ha avuto il ruolo di presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per la Tecnologia, l’Istruzione, la Pace e la Sicurezza. Già, l’istruzione e la pace.

A chi importa che circa 3.200 navi con almeno 50.000 marinai siano attualmente ancorate nel Golfo Persico e nel Golfo dell’Oman? Si tratta prevalentemente di petroliere e gasiere, insieme a numerose portacontainer e rinfuse, tutte spedite dalle rispettive compagnie di navigazione con il motto “business as usual”, come se non ci fosse nulla da temere. Eppure

gli Stati Uniti avevano già designato le “zone di allerta marittima” dove potevano aver luogo “operazioni militari pericolose”. Le loro operazioni di guerra, a 10.000 chilometri dai loro confini nazionali.

L’inevitabile caos nelle catene logistiche globali non colpirà solo il commercio e i famosi consumatori qui in Europa, ma soprattutto i marittimi a bordo delle navi bloccate o successivamente dirottate, con problemi con il rimpatrio, permessi a terra o l’assistenza medica, eccetera.

Crollo dei mercati azionari internazionali, aumento dei prezzi del gas naturale e del petrolio, renderanno più costosa la produzione di elettricità e di molti beni di uso quotidiano. Il capo economista della BCE, in un’intervista al Financial Times pubblicata ieri, stima che i prezzi del petrolio potrebbero aumentare di oltre il 50%, raggiungendo circa 130 dollari al barile, in un periodo relativamente breve. Si prevede che la crescita economica nell’eurozona diminuirà dello 0,6% il prossimo anno, mentre il tasso di inflazione aumenterà di oltre lo 0,8%.

Non lo so, troppi fattori sono in gioco ed è impossibile prevedere che cosa succederà domani. Ciò non ha impedito ai gestori delle stazioni di servizio di aumentare significativamente il prezzo della benzina, il che non è possibile sia dovuto all’attuale situazione di approvvigionamento. I farabutti in simili casi rispondono: è il mercato.

Nessuno può sapere fino a quando resterà chiuso lo Stretto di Hormuz e la cessazione della produzione e delle esportazioni di gas naturale liquefatto (GNL) da parte del Qatar. La società statale Qatar Energy ha annunciato questa misura a seguito di un attacco ai suoi impianti di Ras Laffan, il più grande complesso industriale e portuale al mondo per la produzione e il trasporto di GNL.

Una cosa è certa, chi pagherà il prezzo economico di tutto questo non sarà Trump, il palazzinaro miliardario amico di Epstein. Né i cosiddetti leader europei, che sono semplicemente i portavoce degli interessi della borghesia finanziaria e industriale europea.