mercoledì 4 febbraio 2026

L’illusione universale

L’intera vita umana è permeata da strumenti e processi digitali dai quali nessuno riesce a sfuggire a causa del dominio ormai onnicomprensivo e costantemente monopolizzante dell’economia delle piattaforme. Del resto, privi di un microcomputer telefonico, di spid, applicazioni dedicate, codici e altro, non si è più delle persone esistenti in vita.

I nuovi media digitali sono caratterizzati dalla loro capacità di combinare le funzioni testuali, visive e uditive di vari media tradizionali (libri, giornali, radio e televisione) utilizzando computer e internet, alterando così radicalmente il modo di percezione della realtà e dunque della società.

Nessuno sa indicare vie d’uscita dalla violenta totalità mediatica contemporanea, laddove i media digitali hanno creato una duplicazione del mondo esistente, una quotidianità composta da codici binari e simboli. Questa seconda realtà comporta una confusione totale attraverso la rappresentazione digitale.

La prevalenza tecnologica esercita un’influenza sempre più totalizzante sul lavoro e sulle relazioni sociali (ne ho fatto un esempio molto alla buona alcuni giorni or sono a riguardo delle casse automatiche nei supermercati, eccetera), quindi la critica in questo caso deve concentrarsi sulle sue forme di appropriazione e applicazione (generazione di profitto, potere e controllo).

Esempio apparentemente paradossale: a fronte dell’ideologia della presunta immaterialità della sfera digitale, il capitalismo dei media digitali ha una base marcatamente materiale. Ciò può essere dimostrato semplicemente dall’aumento esorbitante del consumo di elettricità delle infrastrutture di rete.

Altra evidenza è quella della reificazione (la Verdinglichung marxiana) indotta dai media digitali nella forma più potente e devastante. Non solo i processi digitali intensificano il flusso di beni, ma sensazionalizzano istericamente tutti i prodotti dell’industria, integrandoli nell’economia attrattiva delle piattaforme.

La vicenda dell’attività subliminale e più smaccatamente degli influencer (palesi ed occulti) è in tal caso paradigmatica: il legame tra il feticismo delle merci e la conseguente, necessariamente falsa, coscienza. E su questo aspetto, che ha raggiunto un livello di spettacolarizzazione che avrebbe stupito perfino un Debord, si potrebbe dire ancora molto a lungo.

Per esempio: il sovraccarico di informazioni dà luogo all’incapacità di distinguere tra notizie importanti e la spazzatura, diventa la strategia politica definitiva per disorientarci nella conoscenza, per immunizzare l’opinione e l’azione collettiva in relazione ai fatti e ai rapporti di potere capitalistici, e con ciò, a ben pensarci, screditare le alternative.

Il fenomeno non è una novità; nuovo è che la produzione di informazioni socialmente inutili è diventata il mezzo principale per inibire capacità di pensiero autonomo e fattibilità d’azione attraverso l’induzione di una stupidità generale e sistematica, al limite della paranoia politica (l’elenco è straordinariamente vasto e sarebbe improbo già farne un sommario quotidiano).

Il risultato non è solo la duplicazione del mondo esistente, ma anche l’estrema difficoltà, come dicevo in apertura, di trovare vie d’uscita dalla violenta totalità mediatica, che impedisce qualsiasi deviazione dal discorso dominante. Penso per esempio a un ripensamento delle teorie convenzionali sulle condizioni di mercato, sul monopolio, la sovrapproduzione, precarietà del lavoro e perdita di posti, quindi lavoro inutile e manipolazioni varie, sul perché questo processo appaia irreversibile (tanto che il capitalismo potrebbe essere seguito da qualcosa di peggio) e perché siano date per impossibili variabili d’ordine, per es. meccanismi di pianificazione centrale, eccetera.

Dunque, in definitiva l’impossibilità di un approccio serio e non manipolativo (il livellamento ideologico e intellettuale ne è solo un aspetto, così come la censura dei dati e l’impiego manipolativo dei sondaggi) sulla democrazia parlamentare e la sua crisi, il nuovo fascismo e la fine dell’ordine mondiale, il riarmo e la minaccia di un grande conflitto armato che non viene realmente discusso nelle sue colossali e drammatiche implicazioni. 

martedì 3 febbraio 2026

Per esempio ...

Foto di Mario Alpozzi

Secondo gli organizzatori, 50.000 persone hanno protestato a Torino sabato scorso contro la chiusura del centro sociale Askatasuna, ordinata da Meloni il 18 dicembre, e contro le repressive “leggi sulla sicurezza” approvate l’estate scorsa. Secondo i media padronali i manifestanti sarebbero stati “solo” 15.000, comunque tanta roba di questi tempi. Secondo alcune fonti inquinate e inquinanti, i poliziotti feriti sarebbero stati “oltre cento” (qualcuno evidentemente s’è fatto medicare anche le emorroidi), mentre secondo il Corriere di Torino sarebbero undici.

Un modo per eludere i motivi della protesta è stato quello di concentrare l’attenzione sugli incidenti al margine della manifestazione. Quindi la faccenda del poliziotto aggredito da diversi “dimostranti”, il quale per fortuna se l’è cavata con un collare portato sopra il mento! (purtroppo io di collari rigidi e morbidi mintendo molto).

Ripeto: per fortuna già ieri l’agente era pronto per le foto di rito. Ma ciò è bastato per gridare all’aggressione a base di “martellate”. La questione è: chi sono quegli individui che hanno aggredito quel tizio in divisa e senza casco dando così modo alla canea governativa di gridare al “tentato omicidio” e provocare le reazioni pavloviane dei media di servizio che invocano risposte repressive eccezionali?

Ancor più interessante sarebbe interrogarsi sui motivi per i quali ai margini delle manifestazioni intervengono gruppi che ricorrono a una forma di azione collettiva violenta assumendo un blocco al centro del quale ogni persona conserva il proprio anonimato. Secondo la questura si tratterebbe principalmente di “soggetti disorganizzati riconducibili alla galassia anarchica”. Etichetta che vuol dire tutto e niente. Chi di noi non si sente, alcune volte o più spesso, almeno un po’ anarchico, se non altro come testimone di un’eredità situazionista?

Si tende a dimenticare che viviamo, oggi forse più di qualche anno addietro, in un mondo in cui le persone cercano di giustificare la violenza e il terrore con argomenti contrastanti. Non sono pochi coloro che si trovano in una posizione ambigua. Personalmente detesto la violenza comoda, motivo per il quale in questo blog, attirandomi anche delle critiche, non ho mai indicato a nessuno che cosa fare o non fare (*).

In concreto la penso così: è un po’ troppo facile uccidere in nome della legge, così come accade negli Stati Uniti, ma non solo da quelle parti. Sia chiaro, non voglio giustificare il comportamento degli aggressori di quel poliziotto a Torino, ma vorrei sottolineare che è complicità criminogena fornire armi ed equipaggiamenti a chi massacra decine di migliaia di civili inermi a Gaza e altrove. Per esempio.

(*) Vorrei citare una delle prime Costituzioni borghesi: “Quando il governo vìola i diritti del popolo, l’insurrezione è, per il popolo e per ogni sua parte, il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri” (art. 35 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, 1793). Stiamo vivendo una fase storica che modifica le relazioni tra gli attori sociali e genera forti incertezze sul sistema. Sul fronte politico, in crisi, una frazione non trascurabile della società e dei poteri vuole rispondervi con esecutivi “forti”. Non siamo nemmeno all’inizio dello scontro sociale che verrà.

lunedì 2 febbraio 2026

Né l’una, né l’altra

 

Ai nostri improbabili discendenti basterebbero questi due titoli in esergo per farsi un’idea precisa del nostro presente, che altro non è che la nostra proiezione nel futuro. Proprio in questi giorni di dissolvente realismo preolimpico, assistevo ai lavori interni al supermercato davanti a casa: l’installazione di otto casse automatiche. Quelle iper-tecnologiche che t’invitano a saldare il conto della spesa con uno slogan frenetico: “spesa veloce”.

Per offrire a queste casse automatiche un loro adeguato spazio vitale, ma evidentemente non solo per tale motivo, sono state eliminate alcune casse tradizionali, dunque in prospettiva è stato “liberato” il posto di lavoro di alcuni addetti, cancellando anche quel rapporto di scambio umano che si va costituendo negli anni tra loro e i clienti abituali.

Quello stesso lavoro lo svolgeranno in parte e con alacrità i clienti stessi, “a gratis”, e per il resto delle macchine più scaltre che intelligenti. A forza di spazzare via posti di lavoro a ritmo accelerato, eliminando salari e stipendi, vorrò vedere tra qualche anno chi potrà andare ancora a far la spesa. Ovviamente Marx aveva previsto anche questo, ossia il capitale che sega il ramo dell’albero a cui è appesa la nostra gioiosa altalena. Ne travaillez jamais significava la creazione di una vita attiva ma non alienata. Non avremo né l’una, né l’altra.

domenica 1 febbraio 2026

La guerra si fa in questo modo

Due cose non si dicono, e perché non si menzionino lascio ad ognuno decidere sul perché. La prima riguarda il fatto che non solo Mosca ha sospeso per una settimana gli attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine, ma anche Kiev si è impegnata a fare altrettanto e a non attaccare quelle russe nello stesso periodo. E questo perché le parti in guerra sono due, anche se con mezzi e risorse diseguali. Dunque, parliamo di guerra e come si combatte.

L’attacco russo mira a impedire alla popolazione civile di riscaldarsi, cucinare e lavarsi? Sì e no. Le centrali elettriche sono tipiche strutture a duplice uso: l’elettricità che producono non si può dire se serva ad illuminare case o fabbriche di armi, ad alimentare bollitori o a ricaricare droni. I civili ucraini sono ostaggi di questa ambivalenza delle infrastrutture energetiche. La distruzione delle infrastrutture militari è inseparabile dalla distruzione di quelle civili. L’una è un “danno collaterale” dell’altra.

È chiaro che la parte russa enfatizzerà l’aspetto militare della distruzione, quella ucraina quello civile. La stessa dialettica è stata applicata nella Seconda Guerra Mondiale: gli attacchi degli Alleati alle retrovie del Terzo Reich avevano sempre due scopi: paralizzare l’industria bellica e minare il morale della popolazione. Riuscirono ampiamente nel primo caso, ma solo in misura limitata nel secondo. La popolazione resistette praticamente fino alla fine, basti por mente alla battaglia di Berlino. Oggi, la Russia non può sfuggire a questa trappola. La guerra si fa in questo modo, il resto sono chiacchiere e propaganda. 

Fenomeni

 

Le nuove avventure del Dio-Uomo e la mansarda romana condivisa con il suo commesso viaggiatore, il quale non si preoccupa di affettazioni o formule contorte, va dritto alla verità. Cita una boiata di una santona albanese: “l’aborto il più grande distruttore della pace”. Lo vada a dire ai palestinesi di Gaza, agli abitanti di Kiev, a curdi e a tanti altri.

Ognuno fa la sua parte nella grande commedia umana, e questo è perfettamente normale, ma come si fa a prendere sul serio un uomo, istruito e laureato, la più alta carica religiosa del cattolicesimo ... Ah, ecco: il cattolicesimo. Per quasi due millenni il motto è stato: pregare e bruciare. Soprattutto donne.

Alla Bojaxhiu hanno conferito il Nobel per la pace. Dunque non ci sarebbe da stupirsi che lo avessero conferito anche a Trump, giusto in tempo prima che gli Stati Uniti invadano la Groenlandia e l’Iran.

*

Sono molti, in Italia, quelli convinti che la pioggia non sia solo un fenomeno meteorologico.