sabato 18 aprile 2026

Un motivo per fare la guerra

 

L’11 aprile scrivevo: «Non è casuale che il governo iraniano rischi una nuova ondata di guerra contro il proprio paese insistendo su negoziati con gli Stati Uniti solo a condizione che il Libano sia incluso nell’attuale cessate il fuoco, come originariamente concordato. È in Libano che si gioca la partita, per opposti interessi; lo Stretto di Hormuz è solo uno strumento di guerra, di ricatto».

Il Libano funge per l’Iran come avamposto contro Israele, ma c’è almeno un altro motivo importante per il quale Israele vuole occupare il Libano meridionale. Il Libano rappresenta un’eccezione in una regione dove l’acqua scarseggia e lo rende davvero oggetto di desiderio. È attraversato da oltre trenta fiumi, di cui tre sono i principali: il fiume Litani e il Wazzani, affluente dell’Hasbani, il quale a sua volta alimenta il fiume Giordano, che è il principale immissario del lago di Tiberiade, unica grande risorsa d’acqua dolce in superficie della Palestina. Il Litani scorre interamente in territorio libanese, i fiumi Wazzani e Hasbani si trovano in gran parte in territorio libanese a monte del fiume Giordano (*).

Sebbene la desalinizzazione fornisca una parte dell’acqua potabile necessaria a Israele, questi fiumi rappresentano importanti risorse strategiche ambite da Israele a causa della cronica carenza idrica del Paese. Nel marzo del 2024 avevo già trattato ampiamente la questione (clicca qui).

La fascia di sicurezza a nord della Linea Blu, presidiata dall’UNIFIL, si estende fino al fiume Litani. Nell’ambito dei recenti conflitti (ottobre 2024 - marzo 2026), tutto è stato distrutto: pozzi, stazioni di pompaggio, serbatoi e reti idriche. Quando l’acqua diventa un bersaglio, la vita in quei luoghi diventa impossibile, così come il ritorno degli abitanti.

Inoltre sono stati distrutti dai raid israeliani i ponti strategici sul fiume Litani per interrompere i collegamenti tra il sud del Libano e l’interno, interrompendo le linee di rifornimento di Hezbollah.

L’acqua è un’arma di guerra e un motivo per fare la guerra: Israele ha sempre cercato di ottenere il controllo delle risorse idriche in Palestina, così come in Libano e nel sud della Siria. Israele estrae attualmente l’85% di tutta l'acqua dalla falda acquifera montana, la principale fonte idrica della Cisgiordania, per il proprio consumo. Oggi, oltre 700.000 coloni israeliani che vivono in insediamenti illegali in Cisgiordania consumano sei volte più acqua dei tre milioni di palestinesi che vi risiedono.

L’esercito israeliano sta applicando la stessa strategia nella Siria meridionale, sulle alture del Golan, una regione occupata dal 1967. Ha continuato a guadagnare territorio dalla caduta del regime di Bashar al-Assad nel 2024. Israele ha preso il controllo di vaste aree del Jabal el-Sheikh (o Monte Hermon, da cui nasce il fiume Hasbani), un punto geografico cruciale dove si trova la maggior parte delle risorse idriche della Siria meridionale. Ad esempio, Israele ora controlla la diga di Al-Mantara, che rappresenta una vera e propria ancora di salvezza per molti villaggi intorno al Monte Hermon, dove l’agricoltura rimane tuttora l’unico settore economico vitale.

I sionisti non sono gli unici a praticare questa strategia. Nella Siria nord-orientale la Turchia e le sue milizie manipolano i flussi idrici per controllare la popolazione. L’acqua è sempre stata sia un’arma che un obiettivo elle aree siccitose e povere di fonti idriche. Nei Paesi del Golfo, la desalinizzazione fornisce fino al 90% dell’acqua in Kuwait e il 42% negli Emirati Arabi Uniti. L’Iran è meno dipendente dalla desalinizzazione, ma sono già quattro anni che soffre una grave siccità.

Il fabbisogno idrico di Israele è insostenibile le sue falde acquifere si stanno gradualmente esaurendo. Si stima che il sovraconsumo israeliano rispetto alle risorse disponibili sia del 15-20%. L’agricoltura è la principale responsabile di questa situazione. Nonostante l’implementazione di tecniche d’irrigazione come l’irrigazione a goccia, e l’abbandono di colture a basso valore come i cereali, il settore agricolo israeliano rappresenta ancora il 65% del consumo idrico dello Stato di Israele, ma contribuisce solo per il 6% del Pil.

È importante sottolineare il ruolo politico simbolico dell’agricoltura israeliana, che rappresenta il controllo del territorio dello Stato ebraico: un ruolo politico ben più significativo del suo marginale contributo economico. Al contrario, il settore agricolo nel decennio scorso costituiva quasi il 25% del Pil dei territori palestinesi, e rappresentava il 62% del loro consumo idrico. Tanto per sfatare un mito sionista.

(*) Le Monde scrive che “Il fiume Litani rappresenta anche una questione strategica di primaria importanza per Israele, il cui confine corre in parte lungo il corso inferiore del fiume”. Questo non è vero. Il Litani scorre interamente in Libano e, nel suo corso più meridionale, dista una trentina di chilometri dal confine israeliano.

I monti del Libano e dell’Anti-Libano, bloccando le masse d’aria umida provenienti dal Mediterraneo, causano precipitazioni significative sui versanti occidentali, dando origine a numerosi fiumi che attraversano il paese. Oltre ai tre principali fiumi citati qui nel post, si contano numerosi piccoli fiumi costieri alimentati da queste piogge ricorrenti, quali il Kebir a nord, che segna parte del confine con la Siria, e l’Oronte nella valle della Bekaa, che scorre verso nord in direzione della Siria. Il bacino del Giordano si estende tra Israele, Libano, Giordania e Siria.

venerdì 17 aprile 2026

Addio, amore



Foto: YoanValat/Poll

Chiunque cerchi un tema mediatico pervasivo con cui tutti si confrontano quotidianamente, lo noterà: Trump è ovunque. Qualunque cosa abbia fatto e soprattutto detto o minacciato, oppure sulla sua presunta o vera instabilità mentale. Attualmente, i media sono preoccupati per la fine dell’amicizia tra Donald e Georgia (*).

Donald o Robert, il Presidente o il Papa? La romana Meloni ci ha pensato a lungo per decidere da che parte stare, ma poi ha scelto l’interesse della “nazione”, come piace dire a lei citando l’art. 3 della costituzione, quella francese dell’agosto 1789. Una scelta radicale in un Paese cattolico, ossia pervaso da un bigottismo pagano e superstizioso.

La storia d’amore tra due populisti (si chiamano così i fascisti, oggi) si accompagna a un’acuta valutazione delle opportunità. Gli stretti legami con il mondo MAGA non davano più i frutti sperati, come dimostrato dal referendum e dalle elezioni ungheresi (nell’illusione che Péter Magyar sia meno fascista del suo predecessore; ha, per esempio, immediatamente invitato Netanyahu, su cui pende un mandato di arresto internazionale, “a partecipare alla commemorazione del 70° anniversario della Rivolta ungherese”).

La destra europea si sta allontanando da Washington, da quando alla Casa Bianca hanno deciso che l’Europa è uno scacchiere molto secondario. Tuttavia, gli europei, che aspiravano a mettere le mani sulla Russia e le sue risorse, non dovrebbero montarsi la testa. Presto questi frustrati saranno costretti ad adottare un tono più conciliante. Perché questa presunta ritrovata sicurezza di sé non ha cambiato nulla riguardo alle dipendenze, anzitutto quella tecnologica e quella finanziaria, senza dimenticare il gas.

C’è, più del solito, un via vai di aerei dalle mie parti, anzi, proprio sopra il tetto di casa mia. Un via vai da Aviano sia di cacciabombardieri e sia di aerei da trasporto. Non penso stiano traslocando.

(*) Sul Fatto quotidiano, per esempio, oltre il solito bollettino dalle procure, tutto il resto è Giorgia, Donald e Robert.

Si dovrà ammettere che, almeno dal punto di vista storico, ciò è paradossale. E fatta anche la tara dei cappellani militari che tutt’ora benedicono truppe e armi.

giovedì 16 aprile 2026

La carta militare

 

In base alle decisioni del vertice NATO dell’Aia (giugno 2025), i paesi membri, inclusa l’Italia, si sono impegnati a un sostanziale aumento delle spese militari, con l’obiettivo di raggiungere il 5% del PIL entro il 2035. Il tempo corre veloce.

Questa strada ci viene presentata come l’unica opzione, plasmando l’immagine di una Russia che non esiste, ossia di una Russia che attaccherà la NATO tra qualche anno. Ma questa minaccia è essenzialmente una fantasia. Persino i rapporti dell’intelligence statunitense affermano che la Russia non ha né i mezzi né l'interesse per attaccare la NATO.

Come l’esercito russo, già in difficoltà in Ucraina, possa improvvisamente trovarsi di stanza a Riga, Varsavia, Berlino o Parigi è al di là di ogni comprensione razionale. Ma questa minaccia viene invocata per giustificare il rafforzamento del complesso militare-industriale in una crisi strutturale del capitalismo e, al contempo, per smantellare ulteriormente lo stato sociale.

Più in generale, la motivazione di fondo è un’altra: l’Occidente, che ha dominato il sistema capitalistico mondiale per secoli, sta perdendo la sua egemonia. Pertanto, non solo gli Stati Uniti ma anche l’Europa stanno ora tentando, attraverso il riarmo, di perpetuare ciò che è stato il nucleo dell’ordine coloniale e neocoloniale per secoli, elo fanno attraverso la militarizzazione, perché la carta militare è l’unica rimasta all’Occidente.

Due conti: il bilancio di previsione dello Stato per il 2025 conta spese finali per circa 915,7 miliardi di euro, a fronte di entrate finali stimate in 728,8 miliardi, con un saldo netto da finanziare (deficit) di circa 186,9 miliardi di euro. In altri termini, per quanto riguarda i conti pubblici, siamo un paese fallito senza rimedio.

Il valore nominale del Pil per il 2025 è previsto in circa 2.258-2.543 miliardi di euro. Prendiamo per buona una cifra media, ossia 2.350 miliardi. L’anno scorso sono stati destinati alla spesa militare 45,3 miliardi di euro, pari al 4,9 per cento della spesa pubblica. Sulla base dei valori 2025, spendere il 5% del Pil nel settore militare equivarrebbe a una spesa attorno a 117 miliardi annui, ovvero quasi il 13% della spesa pubblica per la sola Difesa. In soldoni e rispetto alla spesa pubblica, la spesa militare quasi triplicherebbe.

Promemoria: ricordiamoci tra qualche tempo questo titolo qui sotto preso dal sito del PD.


Esattamente

 

Mi torna in mente con una certa frequenza un episodio che mi accadde a scuola, dunque molto tempo fa. L’insegnante ci diede da svolgere un tema dal titolo: Descrivi esattamente una mela. Per tutto il tempo in cui scrissi il tema non riuscivo a scacciare di mente una domanda: perché nel titolo l’insegnante aveva usato l’avverbio “esattamente”? Lo trovavo incongruo e pleonastico, e del resto in quel momento non ebbi modo, né io ed eventualmente nemmeno altri, di chiedergliene il motivo.

L’interrogativo mi frullò in testa per tutta la durata in cui svolsi il compito: la mela che dovevamo descrivere non l’avevamo davanti a noi, potevamo solo immaginarla e ognuno di noi diversa da ogni altra. Poteva essere rossa, verde, gialla o con delle striature di un colore diverso. Una grossa mela oppure piccola, con buccia spessa o sottile, con il picciuolo o senza, la polpa compatta o granulosa. Eccetera. Al termine consegnai il compito e il pressante interrogativo svanì insieme alle variegate risposte che nel frattempo mi ero date.

La settimana successiva, l’insegnante consegnò i compiti con le correzioni e il voto. Tranne che a me. Infatti mi chiamò presso la cattedra e mi chiese che cosa avessi mai scritto nel tema. Che cosa c’era di così strano in ciò che avevo scritto? Di scatto mi allungò il foglio protocollo. Scorsi il testo. Era accaduto un fatto singolare, paradossale, incredibile, direi assurdo. Non avevo descritto una mela, ma una pera! Lascio immaginare dapprima lo stupore e subito dopo l’ilarità dell’intera classe quando l’insegnante dichiarò il fatto. Devo ammettere che ne risi anch’io, ma non fu dello stesso avviso la professoressa. Fu assai severa nel suo giudizio, già commentato e vidimato con la penna rossa.

Chiesi all’insegnate perché avesse impiegato quell’avverbio nel titolo del tema. Stizzita mi disse di tornare al mio posto. Era una scuola d’altri tempi. Dopo più di mezzo secolo, mi capita ancora d’interrogarmi sul motivo di quell’avverbio e di escogitare delle risposte, a volte semplici (esattamente: con precisione di dettaglio) e altre volte più complicate (una mela reale, non mitopoietica). Ma sul perché descrissi esattamente una pera invece di una mela rimane il mistero più profondo. E se l’avessi fatto apposta?

mercoledì 15 aprile 2026

Finirà prima il petrolio o finiremo prima noi?

 

Da decenni si discute animatamente su quando verrà definitivamente raggiunto il picco della produzione petrolifera. Nessuno lo sa e nessuno lo può sapere, tuttavia il punto di massima estrazione di petrolio si verificherà prima o poi, dopodiché la curva di produzione si appiattirà.

Da circa un secolo il petrolio ha svolto un ruolo centrale anche nelle guerre. Per gli Stati Uniti questo ruolo è ancora più importante poiché non si tratta solo del petrolio in sé, ma anche della valuta in cui viene venduto, per loro è una questione fondamentale che venga scambiato a livello globale in dollari.

Nel 2003, quando l’Iraq iniziò a vendere petrolio in euro, iniziarono i preparativi per la guerra. Gli Stati Uniti utilizzano il petrolio anche come strumento geopolitico, ad esempio per rovesciare il governo cubano attraverso l’inasprimento del blocco. L’aggressione contro il Venezuela e l’Iran rappresenta contemporaneamente un attacco ai principali partner commerciali e fornitori di petrolio della Cina, e quindi al cuore dell’alleanza BRICS.

La guerra contro l’Iran non riguarda solo e principalmente il petrolio. La forza trainante è stata Israele, che vuole rimodellare l’intero Medio Oriente per diventarne la potenza egemone indiscussa. Il governo israeliano persegue da tempo piani di regime change nella regione, non solo in Iran ma anche in altri paesi.

Che un cambio di regime potesse essere ottenuto solo con bombardamenti aerei era fuori discussione. Storicamente non è mai successo, nemmeno con l’uso delle atomiche sul Giappone, anche se in tal caso si tratta di un discorso bellico diverso e più ampio.

Per quanto riguarda la Cina, Pechino procede molto cauta, persegue una strategia a lungo termine con una prospettiva molto ampia. Nella regione del Golfo ha già svolto un ruolo diplomatico importante, ad esempio, nel ristabilire le relazioni tra Arabia Saudita e Iran. Molti Stati della regione stanno iniziando a mettere in discussione i loro stretti legami con gli Stati Uniti. Hanno avuto la prova che le basi militari statunitensi non rendono la regione più sicura, bensì più instabile.

Nel mondo arabo serpeggia un notevole risentimento nei confronti della politica americana, e ciò consente alla Cina di posizionarsi come attore stabilizzatore. Il suo è un grande esempio di efficacia diplomatica se si pensa, per esempio, che nei giorni scorsi ha firmato un contratto con Kiev per la fornitura di grano ucraino. La Cina, d’altro canto, ha una tradizione storica diversa: per secoli, la sua politica estera si è basata principalmente sul commercio piuttosto che sull’azione militare.

Ora gli Stati Uniti stanno progressivamente ritirandosi dallo scacchiere europeo per concentrare le proprie forze sull’Asia. La contesa con la Cina è una questione di vita o di morte, come del resto conferma la storia dell’imperialismo, non solo quello moderno: quando gli imperi sono in declino, spesso cercano di consolidare la propria posizione militarmente e di fermare le potenze emergenti.

Pechino cerca di evitare il confronto, ad esempio attraverso progetti come la Belt and Road Initiative, al fine di aggirare un blocco navale statunitense. Questa potrebbe essere un’opportunità per scongiurare un confronto bellico diretto e dunque una guerra di vaste proporzioni. Almeno finché la Cina non si sentirà militarmente pronta sul piano del confronto convenzionale, anche se parlare oggi di armamenti convenzionali può risultare fuorviante.

Quanto ai negoziati tra Iran e Stati Uniti, penso che alla fine si raggiungerà un compromesso poiché il rischio di una crisi energetica, economica e finanziaria colpirebbe ogni Paese del mondo, accelerando al contempo dei cambiamenti geopolitici molto pericolosi anche per Washington. Salvo l’imprevedibilità di quel manicomio che è diventata la Casa Bianca e le sue adiacenze.