Ieri, sul quotidiano il manifesto, è comparso un articolo di Luigi Pandolfi, il cui titolo (Gli alieni del capitale) richiama casualmente quello di un mio recente post sullo stesso argomento (Come nei film con le macchine aliene).
Pandolfi cita l’ormai famoso testo di 7.000 parole firmato Citrini Research, nel quale gli autori, come in un racconto distopico ambientato nel 2028, offrono un’anticipazione dello scenario che si verrebbe a creare con la sostituzione dell’intelligenza umana (la forza-lavoro umana, che è costituita da più fattori!) con la cosiddetta intelligenza artificiale.
«Disoccupazione al 10,2%, S&P 500 a –38%, consumi in caduta, mutui in sofferenza anche tra i debitori più solidi», laddove «Ogni dollaro risparmiato sul personale finiva in capacità di IA che permetteva ulteriori tagli». Un ciclo senza freni, riporta Pandolfi, con le aziende che licenziano, aumentano i margini, reinvestono in IA, licenziano ancora. È, sostiene Pandolfi, il «plusvalore relativo» di cui parlava Marx portato all’estremo: comprimere il lavoro per estrarre più profitto, sostituendolo con macchine sempre più efficienti.
Sicuramente, solo che Marx sosteneva anche altro a proposito della composizione di valore e della composizione tecnica del capitale. Che non sono aspetti marginali, tutt’altro, ed entrambi vanno ad incidere nella composizione organica del capitale. Vediamo in dettaglio.
Scopo del capitale non è quello di produrre “beni” e servizi, ma quello di produrre valori d’uso di qualsiasi genere (portaerei e navi da crociera sono, da questo punto di vista, la stessa cosa) da trasformare in valori di scambio, ossia in merci. Tali merci contengono una quota di lavoro non pagato, ossia pluslavoro, che nello scambio si realizza come plusvalore, ossia quella parte di valore del prodotto del lavoro che non viene pagata all’operaio. Fin qui cose risapute, dopo che Marx le ha spiegate.
Per appropriarsi di quote maggiori di plusvalore e far fronte alla concorrenza, i capitalisti devono costantemente aumentare la produttività del lavoro. Ciò impone l’aumento e il miglioramento incessante del livello tecnologico degli impianti e del macchinario. Maggiore è il perfezionamento tecnologico, più il numero di operai e addetti richiesti per la stessa quantità di produzione è minore. In altri termini, si eleva la composizione tecnica del capitale.
L’aumento progressivo della composizione tecnica del capitale provoca, necessariamente, un mutamento parallelo della sua composizione di valore, e, quindi, nella composizione organica, vale a dire un aumento progressivo del capitale costante in rapporto a quello variabile. Infatti, la composizione organica del capitale è il rapporto reciproco che si stabilisce tra composizione di valore e composizione tecnica.
La composizione di valore riflette le proporzioni in valore delle parti costitutive del capitale (c/v). La composizione tecnica riflette il rapporto fisico tra materie prime, mezzi di produzione e lavoro (Mp/L) ed indica il livello tecnico raggiunto dalla produzione.
Non distinguere tra “composizione in valore” e “composizione tecnica” riducendo la composizione organica a semplice “composizione in valore” preclude qualsiasi possibilità sia di cogliere la contraddizione fra lo sviluppo storico-naturale delle forze produttive (Mp/L) e la forma che esse assumono nel modo di produzione capitalistico (c/v), e sia la vera ragione per cui l’aumento della composizione organica, provocando la caduta tendenziale del saggio di profitto, possa e debba risolversi nella crisi dell’accumulazione capitalistica.
Poiché l’unica fonte di valore, e quindi di plusvalore, è la forza-lavoro, la diminuzione relativa del capitale variabile implica che si giunga ad un punto del processo di accumulazione in cui il plusvalore prodotto è divenuto così piccolo, relativamente al capitale complessivo accumulato, che non è più sufficiente a valorizzare l’intero capitale, facendogli compiere il necessario salto di composizione organica.
In altri termini, non ogni quantità di profitto può trasformarsi in un aumento dell’apparato tecnico di produzione: per l’espansione – qualitativa e quantitativa – della scala della produzione è necessaria infatti una quantità minima di capitale addizionale, quantità che nel processo di accumulazione diventa, a causa della crescita accelerata del capitale costante, sempre maggiore.
L’aumento della composizione organica del capitale è una tendenza necessaria allo sviluppo capitalistico e rappresenta la causa delle crisi che si manifesta palesemente nel fenomeno della sovrapproduzione (e folle finanziarizzazione) che investe la società capitalistica (*). L’avvento dell’IA, aggrava ancor più (enormemente) questo stato delle cose.
E veniamo al resto di ciò che ci racconta Pandolfi, che dell’analisi marxiana del capitale deve aver letto un Bignami mentre viaggiava in treno. Scrive: «Marx aveva descritto la tendenza del capitale a comprimere il lavoro vivo; Minsky aveva mostrato come ogni fase di stabilità generi comportamenti che preparano la crisi successiva. L’IA tiene insieme entrambe le dinamiche. Se la storia del capitalismo è una sequenza di “crisi cicliche”, di bolle e correzioni, questa non farà eccezione».
Ah, ecco, abbiamo trovato la formula per il capitalismo quale formazione economico-sociale eterna. Soggetto a crisi, è vero e palese, ma queste si risolveranno poi sempre positivamente, perché il ciclo in ascesa possa di nuovo ricominciare e il caro Pandolfi scrivere le sue omelie apologetiche sul manifesto, che è diventato un quotidiano comunista quanto io di fede cristiana (o altro).
No, caro Pandolfi, questa crisi potrà anche manifestarsi con una serie sempre più ravvicinata di crisi cicliche, di scossoni settoriali e generali più o meno profondi dell’assetto capitalistico, ma tutto ciò va letto alla luce della tendenza generale, ovvero come crisi storica, come crisi generale del modo di produzione capitalistico, almeno per come l’abbiamo conosciuto da qualche secolo a questa parte. Siamo in presenza di un inedito di trasformazione del processo storico di cui nessuno ancora conosce la strada che prenderà.
(*) La categoria del saggio di profitto svolge un ruolo fondamentale nell’economia politica, in quanto il suo movimento è alla base della crisi del modo di produzione capitalistico. Infatti, la tendenza storica dell’accumulazione capitalistica consiste, come evidenziato nel post, in un aumento della composizione organica del capitale e, di conseguenza, in una caduta del saggio del profitto.
Le leggi del movimento del saggio di profitto non coincidono con quelle del saggio del plusvalore, da cui peraltro il saggio del profitto si distingue fin dall’inizio anche quantitativamente. Il saggio di profitto può scendere, anche se il plusvalore reale sale. Il saggio di profitto può salire, anche se il plusvalore reale scende.
Questa legge, diceva Marx, è “sotto ogni aspetto la legge più importante della moderna economia politica [...] È la legge più importante dal punto di vista storico”.



