giovedì 5 febbraio 2026

Molto dipende dal presente

 

Oggi è scaduto il trattato New START che limitava le armi nucleari. Dopo quasi 60 anni, ci sono forti segnali di una nuova, illimitata corsa agli armamenti. Diciamoci la verità: frega un cazzo a nessuno o quasi.

La scadenza dell’ultimo trattato di disarmo nucleare segna la fine simbolica all’era della distensione iniziata negli anni ‘60. Allora l’Unione Sovietica raggiunse un equilibrio strategico con gli Stati Uniti e le superpotenze riconobbero che il mondo era arrivato troppo vicino a una catastrofe nucleare (mutua distruzione assicurata). Ciò aprì la strada ai negoziati sulla limitazione delle armi strategiche (SALT) a partire dal 1969, che portarono a una serie di accordi e culminarono infine nel New START.

La fine del New START potrebbe anche mettere fine al Trattato di non proliferazione nucleare del 1970, la cui revisione è prevista per il prossimo anno. Una corsa agli armamenti non rimarrebbe limitata ai due vecchi avversari, Russia e Stati Uniti. Da tempo, la Cina si sta preparando a raggiungere i due giganti nucleari. L’arsenale cinese è stimato in 550 bombe nucleari, mentre quello di Stati Uniti e Russia è stimato in oltre 5.000 ciascuno.

Il New START non fu rinnovato da Trump durante il suo primo mandato, ma Biden lo rinnovò subito dopo il suo insediamento nel 2021. Il trattato limitava gli arsenali dispiegati da entrambe le parti a 1.550 testate strategiche e imponeva lo scambio regolare di dati. Permetteva inoltre ispezioni in loco con breve preavviso.

Nel settembre scorso, Trump propose di prorogarlo di un anno. Pur definendolo “una buona idea”, non fece nulla. Al contrario, sta progettando il Golden Dome, un sistema di difesa missilistica destinato a garantire l’invulnerabilità del suo territorio e quindi consentire un primo attacco impunemente.

Negli ultimi 25 anni, gli Stati Uniti si sono ritirati da tutti gli accordi di disarmo e controllo degli armamenti stipulati con l’Unione Sovietica e la Russia. Nel 2019, Trump si è ritirato dall’importante Trattato INF sulla riduzione dei missili a corto e medio raggio e, nel 2020, dal Trattato Cieli Aperti del 1992, che consentiva voli di osservazione sul territorio degli Stati firmatari. Da quello stesso anno, agli ispettori russi del New START è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti.

Martedì, il portavoce del presidente russo Putin, Dmitry Peskov, ha sottolineato che l’iniziativa di Putin per una proroga di un anno è “ancora sul tavolo”. La scadenza dell’accordo sarebbe “molto negativa per la sicurezza globale”. La Casa Bianca ha dichiarato che Trump “deciderà il futuro corso del controllo degli armamenti nucleari secondo i suoi programmi”.

Ciò che rimane è la potenza militare. Secondo il New York Times del 30 gennaio 1986, sul pianeta che abitiamo c’erano ancora 70.400 testate nucleari; oggi ce ne sono circa 12.500.

Quanto agli europei occidentali, essi si rifiutano di parlare con Mosca. Questo residuo della NATO ha affondato la pace in Ucraina nel 2022 e ora sta valutando la possibilità di dotarsi di armi nucleari. È sulla buona strada per diventare la seconda più grande minaccia alla pace mondiale dopo gli Stati Uniti.

Un rischio calcolato

 

Non sono i soli a non aver capito che cosa stesse succedendo proprio a loro.

Entro pochi anni avremmo dei data center di intelligenza artificiale su larga scala destinati principalmente a gestire le richieste di I.A. delle aziende nel settore dell’alta tecnologia specializzata in soluzioni di automazione basate sull’I.A. e robotica intelligente. A cascata seguiranno le aziende di altri settori per ridurre i tempi di sviluppo di prodotti e componenti. Ci sarà bisogno di molta energia e di acqua di raffreddamento, di pochi tecnici specializzati e quasi di nessuna manodopera. Si profila una disoccupazione di massa senza precedenti.

La cosiddetta sinistra parlamentare di ciò non si occupa, così come negli ultimi decenni il suo offuscamento ideologico ha favorito un modello di produzione che riduce sistematicamente i costi del lavoro, esternalizza i rischi e sfrutta la forza lavoro fino all’esaurimento. Basti pensare che sono stati soprattutto i governi di centro-sinistra a varare centinaia di tipologie di contratti di lavoro, quindi a veicolare la proliferazione del subappalto in moltissime attività sia della produzione che dei servizi.

Di modo che la creazione di valore effettiva (il lavoro fisico sia generico che qualificato) viene subappaltata a diversi livelli. Ogni subappaltatore è sotto pressione per consegnare a costi più bassi e in tempi più rapidi. La pressione economica viene trasferita, mentre i profitti rimangono concentrati ai vertici. Responsabilità e rischi sono frammentati. Questo sistema è diventato un prerequisito funzionale per la redditività. Chi si è occupato di queste cose, il sindacato dei pensionati e dei ferrovieri?

Non penso di essere la sola persona che vede quotidianamente, per esempio, degli operai di ditte di subappalto arrampicati, senza alcuna misura di sicurezza, sui pali della luce per via della fibra ottica. È un esempio di lavoro fisico esternalizzato, così come le sue conseguenze sulla salute. Il rischio e l’usura della forza-lavoro vengono esternalizzati e i costi della sua riproduzione sono lasciati ai dipendenti stessi e alla collettività. Il successo economico delle grandi aziende che subappaltano si basa proprio sul non produrre nulla in proprio.

Il valore viene creato dal basso, realizzato dall’alto. Gli oneri ricadono su chi lavora e su quelli costretti a pagare le imposte. Gli infortuni sul lavoro sappiamo bene che non sono un’eccezione in questo sistema, ma piuttosto un rischio calcolato. Chi se ne occupa, l’oca giuliva con passaporto svizzero e statunitense?

Quella che fu la classe media (e medio-alta!) è sempre più proletarizzata e perfino sottoproletarizzata, ossia socialmente marginalizzata, e ciò non corrisponde ad una qualsiasi autodescrizione, ma a una realtà materiale evidente. E però l’attenzione politica di questa sinistra va a rimorchio della frenesia sicuritaria della destra fascista che grida al “tentato omicidio” e al “terrorismo” perché un poliziotto in servizio di ordine pubblico ha ricevuto uno spintone e forse una randellata.


mercoledì 4 febbraio 2026

L’illusione universale

L’intera vita umana è permeata da strumenti e processi digitali dai quali nessuno riesce a sfuggire a causa del dominio ormai onnicomprensivo e costantemente monopolizzante dell’economia delle piattaforme. Del resto, privi di un microcomputer telefonico, di spid, applicazioni dedicate, codici e altro, non si è più delle persone esistenti in vita.

I nuovi media digitali sono caratterizzati dalla loro capacità di combinare le funzioni testuali, visive e uditive di vari media tradizionali (libri, giornali, radio e televisione) utilizzando computer e internet, alterando così radicalmente il modo di percezione della realtà e dunque della società.

Nessuno sa indicare vie d’uscita dalla violenta totalità mediatica contemporanea, laddove i media digitali hanno creato una duplicazione del mondo esistente, una quotidianità composta da codici binari e simboli. Questa seconda realtà comporta una confusione totale attraverso la rappresentazione digitale.

La prevalenza tecnologica esercita un’influenza sempre più totalizzante sul lavoro e sulle relazioni sociali (ne ho fatto un esempio molto alla buona alcuni giorni or sono a riguardo delle casse automatiche nei supermercati, eccetera), quindi la critica in questo caso deve concentrarsi sulle sue forme di appropriazione e applicazione (generazione di profitto, potere e controllo).

Esempio apparentemente paradossale: a fronte dell’ideologia della presunta immaterialità della sfera digitale, il capitalismo dei media digitali ha una base marcatamente materiale. Ciò può essere dimostrato semplicemente dall’aumento esorbitante del consumo di elettricità delle infrastrutture di rete.

Altra evidenza è quella della reificazione (la Verdinglichung marxiana) indotta dai media digitali nella forma più potente e devastante. Non solo i processi digitali intensificano il flusso di beni, ma sensazionalizzano istericamente tutti i prodotti dell’industria, integrandoli nell’economia attrattiva delle piattaforme.

La vicenda dell’attività subliminale e più smaccatamente degli influencer (palesi ed occulti) è in tal caso paradigmatica: il legame tra il feticismo delle merci e la conseguente, necessariamente falsa, coscienza. E su questo aspetto, che ha raggiunto un livello di spettacolarizzazione che avrebbe stupito perfino un Debord, si potrebbe dire ancora molto a lungo.

Per esempio: il sovraccarico di informazioni dà luogo all’incapacità di distinguere tra notizie importanti e la spazzatura, diventa la strategia politica definitiva per disorientarci nella conoscenza, per immunizzare l’opinione e l’azione collettiva in relazione ai fatti e ai rapporti di potere capitalistici, e con ciò, a ben pensarci, screditare le alternative.

Il fenomeno non è una novità; nuovo è che la produzione di informazioni socialmente inutili è diventata il mezzo principale per inibire capacità di pensiero autonomo e fattibilità d’azione attraverso l’induzione di una stupidità generale e sistematica, al limite della paranoia politica (l’elenco è straordinariamente vasto e sarebbe improbo già farne un sommario quotidiano).

Il risultato non è solo la duplicazione del mondo esistente, ma anche l’estrema difficoltà, come dicevo in apertura, di trovare vie d’uscita dalla violenta totalità mediatica, che impedisce qualsiasi deviazione dal discorso dominante. Penso per esempio a un ripensamento delle teorie convenzionali sulle condizioni di mercato, sul monopolio, la sovrapproduzione, precarietà del lavoro e perdita di posti, quindi lavoro inutile e manipolazioni varie, sul perché questo processo appaia irreversibile (tanto che il capitalismo potrebbe essere seguito da qualcosa di peggio) e perché siano date per impossibili variabili d’ordine, per es. meccanismi di pianificazione centrale, eccetera.

Dunque, in definitiva l’impossibilità di un approccio serio e non manipolativo (il livellamento ideologico e intellettuale ne è solo un aspetto, così come la censura dei dati e l’impiego manipolativo dei sondaggi) sulla democrazia parlamentare e la sua crisi, il nuovo fascismo e la fine dell’ordine mondiale, il riarmo e la minaccia di un grande conflitto armato che non viene realmente discusso nelle sue colossali e drammatiche implicazioni. 

martedì 3 febbraio 2026

Per esempio ...

Foto di Mario Alpozzi

Secondo gli organizzatori, 50.000 persone hanno protestato a Torino sabato scorso contro la chiusura del centro sociale Askatasuna, ordinata da Meloni il 18 dicembre, e contro le repressive “leggi sulla sicurezza” approvate l’estate scorsa. Secondo i media padronali i manifestanti sarebbero stati “solo” 15.000, comunque tanta roba di questi tempi. Secondo alcune fonti inquinate e inquinanti, i poliziotti feriti sarebbero stati “oltre cento” (qualcuno evidentemente s’è fatto medicare anche le emorroidi), mentre secondo il Corriere di Torino sarebbero undici.

Un modo per eludere i motivi della protesta è stato quello di concentrare l’attenzione sugli incidenti al margine della manifestazione. Quindi la faccenda del poliziotto aggredito da diversi “dimostranti”, il quale per fortuna se l’è cavata con un collare portato sopra il mento! (purtroppo io di collari rigidi e morbidi mintendo molto).

Ripeto: per fortuna già ieri l’agente era pronto per le foto di rito. Ma ciò è bastato per gridare all’aggressione a base di “martellate”. La questione è: chi sono quegli individui che hanno aggredito quel tizio in divisa e senza casco dando così modo alla canea governativa di gridare al “tentato omicidio” e provocare le reazioni pavloviane dei media di servizio che invocano risposte repressive eccezionali?

Ancor più interessante sarebbe interrogarsi sui motivi per i quali ai margini delle manifestazioni intervengono gruppi che ricorrono a una forma di azione collettiva violenta assumendo un blocco al centro del quale ogni persona conserva il proprio anonimato. Secondo la questura si tratterebbe principalmente di “soggetti disorganizzati riconducibili alla galassia anarchica”. Etichetta che vuol dire tutto e niente. Chi di noi non si sente, alcune volte o più spesso, almeno un po’ anarchico, se non altro come testimone di un’eredità situazionista?

Si tende a dimenticare che viviamo, oggi forse più di qualche anno addietro, in un mondo in cui le persone cercano di giustificare la violenza e il terrore con argomenti contrastanti. Non sono pochi coloro che si trovano in una posizione ambigua. Personalmente detesto la violenza comoda, motivo per il quale in questo blog, attirandomi anche delle critiche, non ho mai indicato a nessuno che cosa fare o non fare (*).

In concreto la penso così: è un po’ troppo facile uccidere in nome della legge, così come accade negli Stati Uniti, ma non solo da quelle parti. Sia chiaro, non voglio giustificare il comportamento degli aggressori di quel poliziotto a Torino, ma vorrei sottolineare che è complicità criminogena fornire armi ed equipaggiamenti a chi massacra decine di migliaia di civili inermi a Gaza e altrove. Per esempio.

(*) Vorrei citare una delle prime Costituzioni borghesi: “Quando il governo vìola i diritti del popolo, l’insurrezione è, per il popolo e per ogni sua parte, il più sacro dei diritti e il più indispensabile dei doveri” (art. 35 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, 1793). Stiamo vivendo una fase storica che modifica le relazioni tra gli attori sociali e genera forti incertezze sul sistema. Sul fronte politico, in crisi, una frazione non trascurabile della società e dei poteri vuole rispondervi con esecutivi “forti”. Non siamo nemmeno all’inizio dello scontro sociale che verrà.

lunedì 2 febbraio 2026

Né l’una, né l’altra

 

Ai nostri improbabili discendenti basterebbero questi due titoli in esergo per farsi un’idea precisa del nostro presente, che altro non è che la nostra proiezione nel futuro. Proprio in questi giorni di dissolvente realismo preolimpico, assistevo ai lavori interni al supermercato davanti a casa: l’installazione di otto casse automatiche. Quelle iper-tecnologiche che t’invitano a saldare il conto della spesa con uno slogan frenetico: “spesa veloce”.

Per offrire a queste casse automatiche un loro adeguato spazio vitale, ma evidentemente non solo per tale motivo, sono state eliminate alcune casse tradizionali, dunque in prospettiva è stato “liberato” il posto di lavoro di alcuni addetti, cancellando anche quel rapporto di scambio umano che si va costituendo negli anni tra loro e i clienti abituali.

Quello stesso lavoro lo svolgeranno in parte e con alacrità i clienti stessi, “a gratis”, e per il resto delle macchine più scaltre che intelligenti. A forza di spazzare via posti di lavoro a ritmo accelerato, eliminando salari e stipendi, vorrò vedere tra qualche anno chi potrà andare ancora a far la spesa. Ovviamente Marx aveva previsto anche questo, ossia il capitale che sega il ramo dell’albero a cui è appesa la nostra gioiosa altalena. Ne travaillez jamais significava la creazione di una vita attiva ma non alienata. Non avremo né l’una, né l’altra.