Il 9 maggio 1976, la vita di Ulrike Meinhof si concluse nel braccio di massima sicurezza del lager socialdemocratico di Stoccarda-Stammheim. Un suicidio, come lo hanno definito i filosofi dell’ordine capitalista. Chiunque sia rinchiuso in un braccio di massima sicurezza vive e muore tra le braccia dello Stato.
Andreas Baader aveva scritto: «Ci faranno fuori appena sentiranno che l’opinione pubblica è talmente montata contro di noi da non temere reazioni e quando l’isolamento sarà così totale che nessuno potrà controllare quello che qui accade».
Ciò che accadde nel carcere di Stammheim a Ulrike Meinhof nel 1976 (troppo lungo riportare qui le perizie che escludono il suicidio), e un anno dopo ad altri tre membri della Rote Armee Fraktion, anch’essi dichiarati suicidi, esemplifica bene la reale natura della democrazia tedesca (e non solo di quella).
Quando sento affermare che la Germania avrebbe fatto i conti con il suo passato nazista, mentre l’Italia non avrebbe fatto i suoi con il fascismo, penso che chi fa tali dichiarazioni o non sa di che cosa parla oppure è in malafede. La Germania, segnatamente la Repubblica federale tedesca, non ha mai fatto i conti col suo passato nazista (*).
Nel 1961, Ulrike Meinhof pubblicò un articolo dal titolo Hitler in voi (Koncret, n. 10). Ulrike cercò di mobilitare con i suoi articoli le giovani generazioni su questo tema, per una risposta specifica, ricordando che nel 1926 «in un referendum gli studenti tedeschi si pronunciarono a favore delle “caratteristiche razziali come criterio della loro appartenenza all’associazione”».
Scriveva con uno stile mite e pacifico: «una tale constatazione non deve essere un appello alla delazione riguardo al passato del singolo. Essa è però un richiamo al fatto che non possiamo tacere su questa problematica, che come studenti vogliamo prendere posizione e non lasciare in pace il passato e attendiamo dai più anziani una risposta».
Più tardi si renderà conto che questa speranza si scontrava con la dura realtà tedesca. I limiti della critica dei cosiddetti “vecchi nazisti” e gli sforzi per un buon rapporto con lo Stato d’Israele, non producevano cambiamenti sostanziali. Concludeva il suo articolo con queste parole: «Come noi chiediamo di Hitler ai nostri genitori, un giorno ci chiederanno di Strauß».
Nel 1968, contro il più possente movimento di massa che la RFT avesse conosciuto nel dopoguerra, furono approvate dal governo federale (con i voti della SPD-CDU-CSU) le “leggi di emergenza”, che segnarono profondamente la trasformazione statuale della Repubblica federale tedesca. Queste leggi stanno all’origine di tutta la legislazione successiva poiché sancivano il principio che i diritti riconosciuti dalla Costituzione potevano essere in determinati casi sospesi o limitati “per proteggere la Costituzione e l’ordinamento da essa garantito”.
Le leggi di emergenza hanno senza dubbio costituito l’attacco più profondo alla Costituzione e sono alla base di tutte le altre leggi liberticide che seguirono. Per esempio, del Berufsverbot, ossia l’interdizione del pubblico impiego (1970). L’interdizione professionale è un provvedimento di competenza ministeriale preso al termine di un procedimento individuale di tipo inquisitorio completamente informale e privo di garanzie legali. Con il Berufsverbot, tutt’ora in vigore, furono colpiti membri del partito comunista, esponenti della sinistra del partito socialdemocratico, simpatizzanti dei gruppi della sinistra extraparlamentare, professori universitari. Servì al sindacato per eliminare dalle sue fila elementi di sinistra, dando quindi il via libera a quello che diventò il sindacato in Germania, ossia un sindacato “giallo”. Seguirono altre leggi speciali dal 1972 al 1976.
Ulrike Meinhof, è stata una donna straordinaria, un’intellettuale coraggiosa, tra i più acuti commentatori politici tedeschi degli anni Sessanta. Gran parte di ciò che è stato scritto sulla figura di questa militante rivoluzionaria, è falso. Ulrike non era una “teorica disperata” come l’ha definita Heinrich Böll, né un’eroina del revolver alla Bonnie, ma una persona che conosceva paure e scrupoli. Era una donna di quasi quarant’anni, madre di due figlie. Il suo impegno politico fu determinato, dapprima, da ragioni morali. Da studentessa, uscendo dal torpore borghese e dalla torre d’avorio degli interessi scientifico-letterari, aderiva all’appello di 18 professori contro l’armamento atomico della Repubblica federale.
Nel 1958, dopo l’università, si unì a un gruppo studentesco e fece lavoro d’informazione, s’iscrisse al partito comunista e svolse un ruolo importante nel gruppo che organizzò il famoso Congresso antiatomico di Berlino del 1959. Aderì a Konkret, un’importante e raffinata rivista di critica politica e sociale nella quale trovò il terreno per lo sviluppo del suo talento nel trasporre riflessioni comuni in parole appropriate, tracciando la linea di demarcazione tra le forze progressiste e quelle reazionarie, prendendo posizione, tra l’altro, contro la politica egemonica perseguita da Bonn in Europa (stiamo parlando di più di sessant’anni fa!). I suoi editoriali spaziavano dalla giustizia d’impronta nazista agli affari e scandali ministeriali, le citate leggi d’emergenza, i criminali nazisti a piede libero, gli elementi della sinistra che venivano eliminati.
Nei suoi scritti emergono impressionanti analogie, con uno scarto di alcuni anni, tra il “modello Germania” e il “caso Italia”. Scopre la connessione tra i media (l’elaborazione a tavolino delle deformazioni per servire certi interessi), la società economica e quella borghese. Denuncia la politica di Franz Josef Strauss, ministro della difesa, e viene denunciata per “offese”. Di fronte alla palese inconsistenza delle accuse, fu assolta.
Ministro dell’interno era Hermann Höcherl, già membro del partito nazista. L’organizzazione studentesca venne vietata dal senato di Berlino. Konkret era diventata nel frattempo una rivista di massa che si acquistava nelle edicole e Ulrike iniziava i suoi interventi alla radio, affrontando questioni scottanti. Tuttavia, molto di ciò che per lei era importante veniva cancellato dal testo. La democrazia totalitaria non può lasciare che ci si spinga oltre un certo limite nella denuncia.
Non poteva prevedere, allora, nel 1964, quanto a fondo si sarebbe spinta l’azione del dominio nella sterilizzazione delle coscienze e la cancellazione della memoria storica. Quello che accade dopo è più o meno noto, ma lei, Ulrike, non era affatto quello che in seguito vollero spacciare la stampa di Springer e gli altri media. Entrò in clandestinità – come scrisse Ulrike nella sua ultima lettera – per scelta, “perché tra integrazione, corruzione e, infine, strumentalizzazione per la Cia, da una parte, e lotta armata e attiva partecipazione al processo di organizzazione dell’insurrezione contro i rapporti capitalistici di produzione, dall’altra, non vi è più un luogo per un’opposizione politica, perché opposizione politica e illegalità sono diventate la stessa cosa”.
(*) Un solo esempio tra i tanti: Reinhard Höhn nel 1933 aderì al partito nazista, e nel 1934 entrò a far parte delle SS, di cui divenne in seguito generale. Nel 1939 divenne direttore dell’Istituto di Ricerca Statale dell’Università di Berlino, ruolo che mantenne fino alla fine della guerra. Tra il 1941 e il 1944 diresse la maggiore rivista di geopolitica delle SS, Reich - Volksordnung - Lebensraum. Nel 1956 fondò l’Akademie für Führungskräfte der Wirtschaft (Accademia per dirigenti d’impresa) a Bad Harzburg. Di lì passarono ogni anno circa 35.000 tra manager e quadri pubblici e privati che venivano indottrinati sulle tecniche di comando. Johann Chapoutot, nel suo libro dal titolo Nazismo e management (Einaudi, 2021), s’interroga: “È un caso o vi è un legame profondo tra il nazismo e le concezioni di direzione aziendale del Novecento?”.



