domenica 27 gennaio 2013

Una posizione marxista sul voto/2



Veniamo dunque alla questione del voto elettorale. Marx ed Engels erano a esso favorevoli o contrari? Il pensiero politico dei due scienziati comunisti era troppo smaliziato e molto meno dogmatico di certi “sinistri”, perciò rispondere a tale domanda semplicemente in modo affermativo o negativo sarebbe come voler tagliare l’acqua che esce dal rubinetto con un coltello. Essi sapevano reagire immediatamente di fronte a tutte le questioni poste dal movimento operaio e dalla politica mondiale. È vero che essi sostennero la partecipazione alle elezioni tedesche del partito socialdemocratico, ma è altrettanto vero che si doveva puntare a realizzare le condizioni minime per costringere il dominio politico delle vecchie classi feudali entro condizioni democratiche (*). Per il resto Marx è categorico quando scrive, a proposito della Costituzione francese del 1848, quanto segue:

«Il dominio borghese come emanazione e risultato del suffragio universale, come espressione della volontà popolare sovrana, questo è il significato della Costituzione borghese».

Del resto Marx ed Engels non si facevano soverchie illusioni sulla possibilità di radicale cambiamento della società borghese per mezzo del suffragio universale, e a tale riguardo basterebbe leggere la loro corrispondenza, oppure, per farla breve, avere a mente la celebre frase secondo cui lo Stato moderno sarebbe il “comitato d’affari della borghesia”. La frase esatta è contenuta nel primo capitolo del Manifesto: «Il potere politico dello Stato moderno non è che un comitato, il quale amministra gli affari comuni di tutta quanta la classe borghese [Die moderne Staatsgewalt ist nur ein Ausschuss, der die gemeinschaftlichen Geschäfte der ganzen Bourgeoisklasse verwaltet (MEOC, vol. VI, p. 488).

* * *

Il potere è una cosa reale, mentre le idee, di per sé, non hanno potere se non ancorate a determinati interessi e forze. Il potere della borghesia, come classe dominante, è anzitutto il suo potere economico. Tuttavia la borghesia non è un monolite come non lo sono le altre classi sociali; essa si divide in fazioni e interessi particolari diversi; la pluralità di tali interessi, dei singoli poteri, agisce nelle volontà politiche dello Stato e la democrazia si definisce in relazione alla loro forza specifica.

Tali interessi particolari delle diverse fazioni del capitale noi oggi li vediamo all’opera nello scontro elettorale in atto, apparentemente politico. La vicenda della banca MPS non è frutto della casualità ma dello scontro tra interessi particolari e divergenti, laddove la questione del governo della spesa pubblica e del controllo dei meccanismi di ripartizione fiscale è diventato un terreno di scontro vitale, non meno della lotta per la conquista dei posti chiave nell’apparato statale, bancario, assicurativo ecc..

Tuttavia non si deve credere che la borghesia – che non va confusa solo con chi ha “i soldi”– non sia unita negli scopi strategici generali e negli interessi fondamentali. Tra tali interessi spicca anzitutto e naturalmente quello di perpetuare le condizioni sociali del proprio dominio. Per questo scopo, l’ideologia svolge un ruolo fondamentale e l’impiego dei mezzi di comunicazione di massa, tutti in mano alla grande proprietà, si rivela decisivo. Per esempio nell’attribuire la responsabilità dell’esplosione del debito all’eccesso di spesa per l’assistenza, la previdenza, sussidi, ecc., nascondendo invece le voci d’intervento diretto a sostegno delle imprese con defiscalizzazioni, salvataggi e, non ultimo, con una legislazione che consente ancora ampie franchigie di elusione ed evasione d’imposta e degli oneri di previdenza.

In tal modo passa l’idea – per nulla secondaria negli effetti più diversi e nella propaganda elettorale – che la crisi abbia un carattere sovrastrutturale, quando essa invece trova ragioni profonde nelle contraddizioni che scuotono il modo di produzione capitalistico, ossia una loro effettiva spiegazione solo a partire dalla struttura della produzione. Ecco dunque che seppellito il mito dello Stato assistenziale, si fa strada quello dello Stato sussidiario dell’intervento privato, della “democrazia limitata” – concetto elaborato dalla Trilaterale di Monti già all’epoca Huntington – e commissariata, in buona sostanza il mito del controllo sociale totale.

Ed è proprio nella crisi più acuta e devastante del dopoguerra, nell’incapacità del sistema si garantire livelli di vita decente, dare prospettiva ai giovani e adeguata assistenza agli anziani e agli incapienti, che lo Stato rivela sempre più la sua natura di classe, la sua crisi ideologica, politica e di sovranità. Si tratta di un meccanismo inesorabile dal momento che i parlamenti nazionali – non meno di quello europeo svuotato di effettivi poterei – assomigliano sempre più a dei gusci vuoti ai quali è stata staccata la polpa, buoni solo a simulare che il meccanismo delle decisioni politiche riposi sui cittadini per il tramite di quei partiti politici (i quali dovrebbero essere espressione del voto!) che ormai appaiono, da un lato, succubi degli organi tecnici sovrannazionali (BCE, Fmi, Banca mondiale, WTO, BRI, ecc., dei quali non si sa nulla di preciso e nei cui covi supersorvegliati sono prese decisioni che avranno impatto sulla vita di centinaia di milioni di persone), e, dall’altro, impotenti per scelta di fronte al movimento del capitale e della speculazione finanziaria.

Quando mai il processo d’interdipendenza tra Stati diseguali, sotto l’egemonia del capitale tedesco-americano, può essere inteso come movimento tendenziale verso un’effettiva integrazione? L’operazione che mira al consolidamento del debito e dei bilanci pubblici degli Stati risponde anzitutto agli interessi economici della borghesia imperialistica e in particolare del suo segmento più forte in Europa, quello tedesco. È così che la dominanza degli Stati più forti dell’area completa un processo ormai definito nelle sue linee generali e che prevede il dominio del capitale più forte, la gerarchizzazione e funzionalizzazione dei ruoli dei singoli Stati all’interno della divisione internazionale del lavoro (quella che chiamano competitività, tanto per capirci).

Ed è così che deputati e senatori, svestiti di potere effettivo, mostrano la loro infamia: sfruttatori politici degli sfruttati e degli ingenui manipolati dai media, ricompensati con una poltrona nel baraccone della burocrazia parassitaria dei partiti a spese, come sempre, dei salariati. Un ospizio di politici suonati o di pescecani in erba che cercano di soddisfare la propria ambizione, a loro la borghesia imperialistica ha affidato il compito di suonare il piffero della democrazia per distogliere i proletari dai suoi reali maneggi.

(*) Vedi legge contro i socialisti del 1878. Sui rapporti tra Marx-Engels e il partito socialdemocratico, cfr. anche – tra le tante – la lettera di E. a J.P. Becker del 1° aprile 1880. Per i rapporti con il Partito socialista francese, vedi QUI.

5 commenti:

  1. Una bella risposta a Bentornata bandierossa di oggi
    che recensisce il libro di Piero Bernocchi “Benicomunismo”.

    Ma capiranno?
    ciao gianni

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Vedo che hai capito bene, ma per chi legge preferisco spiegare che il commento era riferito al post successivo: Minima propedeutica...
      Per una mia distrazione l'ho postato qui,sorry.
      E già che ci sono bello l'ultimo sul plusvalore, assoluto e relativo. La tua capacità di attualizzare Marx, senza fare sconti, è veramente una manna nel deserto.

      Ciao,gianni

      Elimina
  2. Complimenti.
    Specialmente apprezzate le ultime sei righe.
    Ciao.

    RispondiElimina