martedì 16 aprile 2013

La bontà



Tutte queste sono idee assolutamente chiare;
in esse non v'è la garanzia che la rivoluzione avverrà;
ma in esse si mette l'accento su una precisa caratteristica di fatti e di tendenze.
Chi dice, a proposito di questi argomenti e di questi ragionamenti,
che prevedere lo scoppio della rivoluzione significa illudersi,
ha dimostrato di avere, verso la rivoluzione stessa,
un atteggiamento non marxista,
ma struvista, poliziesco, da rinnegato (*).


Come premessa ma anche come conclusione (provvisoria)

L’attenzione alla dialettica come teoria della conoscenza e segnatamente ai concetti di caso/necessità, ci serve anzitutto per stabilire il nostro effettivo rapporto con la realtà – naturale e sociale (che fa lo stesso) – , per scoprirvi il nesso autentico del rapporto tra libertà e necessità, quindi la possibilità di poter trasformare la realtà laddove è dato di farlo, in modo che – scriveva Marx – “l’uomo faccia consapevolmente ciò che altrimenti è costretto a fare inconsapevolmente dalla natura” (**).



A riguardo del rapporto tra caso/necessità vale il noto esempio del signor Maier e della tegola che dal cornicione gli cade sul capo mentre va al lavoro. Chiaro che si tratti di un evento casuale, e nell’ambito delle possibilità poteva capitargli oppure no. In genere si parla di sfiga, la quale, come già la fortuna, è cieca per definizione. Ma ciò appartiene al senso comune e ai suoi modi di dire.

Quell’evento è casuale, ma dal lato della caduta della tegola essa segue la necessità (ossia la legge di gravità), così come, dall’altro, l’uscita di casa del poveretto segue la necessità di recarsi al lavoro. La connessione (causa-effetto) tra le due diverse necessità, è solo temporanea. Però, fatto importante, non sono le necessità a provocare l’evento, il quale è accaduto casualmente. In altri termini, non la legge di gravità ha provocato quel particolare evento, sebbene in generale la caduta delle tegole segua la legge di gravità. Non tutti quelli che vanno di necessità al lavoro, incorrono in simili incidenti con le tegole. Non tutte le tegole che cadono dai cornicioni rompono la testa della gente che vi passa sotto.

In altri termini, la necessità non determina il reale ma solo il possibile. Ciò che è possibile (la caduta della tegola dal cornicione, da un lato, e, dall’altro, il passaggio in quel momento del signor Maier che si reca al lavoro) è determinato secondo necessità, ossia segue le leggi del mondo e dei fenomeni che stanno nel possibile. Se una cosa è determinata soltanto secondo legge e per necessità come una cosa possibile, allora essa nella realtà può accadere, manifestarsi, solo casualmente.

Se viceversa il possibile accadesse per necessità e non casualmente, se fosse retto dal principio che una cosa o un fatto accade per necessità, allora tutto sarebbe determinato non come un semplice possibile, ma già come una necessità.

Di questo passo, si potrebbe dimostrare che la tegola è caduta in testa al signor Maier per necessità diretta, “per una concatenazione – dice Engels – irrevocabile di cause ed effetti, per un’incrollabile necessità”. In tal modo si potrebbe dire che l’incontro tra Maier è la tegola era già iscritto nella necessità con la comparsa del sistema solare e anzi prima ancora.

In questo modo non si dà ragione della casualità mediante la necessità, ma piuttosto sarebbe la necessità a essere degradata alla generazione del puramente casuale.

Ripeto: il nesso causa-effetto è temporaneo, relativo a quel fatto, segue nella sua dinamica le leggi generali della necessità, ma i singoli fatti nel loro accadere sono assolutamente casuali. Ma in tutto questo continuo mutamento – scrive Havemann in Dialettica senza dogma  – , in questo flusso delle cose, c’è tuttavia qualche cosa di durevole, il motivo più profondo dei nessi: la rispondenza alla legge.

Dal punto di vista della scienza, ciò che noi conosciamo sulla natura, sull’essenza più profonda delle cose, non è ciò che è accaduto, bensì il perché, perché ciò sia possibile.

Il grado di possibilità in cui accadono i singoli fatti ed eventi, è dato dalla probabilità. L’accadere o il non accadere di ogni singolo fatto è determinato dal suo grado di possibilità. Compito della scienza teorica, nella fattispecie, è stabilire la possibilità e di calcolare il grado di probabilità. Perciò la casualità è effettivamente una categoria oggettiva, indipendente dalla nostra coscienza.

Poiché i fatti reali, cioè possibili, non derivano per necessità l’uno dall’altro (la tegola che cade e Maier che passa), ma soltanto le possibilità di nessi casuali diversi (sempre la tegola da un lato e Maier dall’altro) sono determinate per necessità secondo legge, e così si ha la casualità oggettiva del singolo processo reale (l’accaduto) (***).

Questi concetti – come detto in premessa – hanno grande importanza per il nostro rapporto con il mondo. La concezione dialettica fra casualità e necessità – scrive Havemann nella 7^ lezione  – ci riporta a ideali reali della libertà umana. Come ho accennato nei due post precedenti che trattano di queste questioni, noi acquistiamo libertà in quanto modifichiamo le necessità, creiamo nuove possibilità e variamo il possibile. Possiamo aumentare il grado di possibilità di certi fatti e diminuire quello di altri.

“L’uomo, con la sua attività, non è il trastullo di casi ciechi e fantastici, ma, al contrario, egli fa uso pratico della casualità dei fatti per raggiungere ciò che desidera. Se non ci fosse la cecità del caso, noi non potremmo mutare il mondo con i nostri occhi aperti. L’uomo è libero proprio perché il futuro del mondo può essere determinato, non essendo ancora determinato”.

Scrive Marx nell'Ideologia tedesca: La comunità apparente nella quale finora si sono uniti gli individui si è sempre resa autonoma di contro a loro e allo stesso tempo, essendo l’unione di una classe di contro a un’altra, per la classe dominata non era soltanto una comunità del tutto illusoria, ma anche una nuova catena. Nella comunità reale gli individui acquistano la loro libertà nella loro associazione e per mezzo di essa.

Tradotto: in un sistema sociale di merda dominato da una classe di furfanti della cui irresponsabilità paghiamo le conseguenze, ciò che conta veramente, dunque, è rompere le catene. Ed è lasciato un solo modo per farlo: la bontà. Quella autentica, così come l’ha descritta Bertolt Brecht e che riassumo: bontà oggi significa distruzione di coloro che impediscono la bontà.


(*) V.I. Lenin, Il fallimento della II Internazionale.

(**) «Sua Maestà il caso», ebbe a scrivere ironicamente Karl Marx. Caso e necessità, “singolarità e universalità”, relativo e assoluto, sono i poli di una stessa essenza, quella del movimento del reale. “Sono ciò che sono soltanto come una determinazione differenziata, e cioè come questa differenziata determinazione dell’essenza”. Il fondamentale dualismo di Hegel – afferma criticamente Marx – è di trattarli come reali opposti.

L’individuale è l’universale – scrive Lenin –, gli opposti sono dunque identici: l’individuale non esiste altrimenti se non nella connessione che lo congiunge con l’universale. L’universale esiste soltanto nell’individuale, attraverso l’individuale. […] Ogni individuale entra in modo incompleto nell’universale, ecc., ecc.. Ogni individuale è collegato da migliaia di trapassi agli individui (cose, fenomeni, processi) di un’altra specie, ecc. Già qui – sottolinea Lenin nei Quaderni filosofici – di dànno elementi, embrioni del concetto di necessità, di connessione oggettiva della natura, ecc. Accidentale e necessario, fenomeno ed essenza sono già qui presenti […].

Per tal modo, in ogni proposizione possiamo (e dobbiamo) scoprire, come in una “cellula”, gli embrioni di tutti gli elementi della dialettica, mostrando così che la dialettica inerisce in generale all’intera conoscenza umana. Le scienze naturali ci presentano (e, di nuovo; questo va dimostrato con un qualsiasi esempio molto semplice) la natura oggettiva con questa stesse sue proprietà: trasformazione dell’individuale in universale, dell’accidentale in necessario, trapassi, digradamenti, connessione reciproca degli opposti. La dialettica è appunto la teoria della conoscenza (di Hegel e) del marxismo: proprio a questo “lato” (che non è un “lato”, ma l’essenza) del problema non ha prestato attenzione Plechanov, per non dire di altri marxisti.

Quanto inchiostro speso su queste questioni che sembrano non esaurirsi mai e che i fondatori della scienza marxista avevano già indicato e poi sviluppato nel corpo vivo delle loro opere scientifiche e politiche.

(***) Dice Hegel:

“Il casuale ha un motivo, perché è casuale”: vuol dire che nulla avviene senza motivo (legge). Ma poiché il motivo (legge) determina il reale solo come possibile (che può accadere o non accadere), il motivo (legge) appare anche nel casuale (nella dinamica dell’accaduto).

“Il casuale, in pari tempo, non ha motivo alcuno, perché è casuale”. Infatti, in quanto casuale, può accadere o non accadere, e ciò che realmente accadrà, cioè l’essere o il non essere, non ha motivo (legge) alcuno.

“Il casuale è necessario”, vuol dire che nel fuggevole e nell’irripetibile compare per necessità il permanente e il duraturo (le leggi), ma solo casualmente.

“La casualità è la necessità assoluta”, per ciò che è già stato detto, ossia che senza casualità tutto ciò che è irripetibile e transitorio sarebbe invece necessario. Solo nella forma (nel modo – nelle leggi – in cui avviene) della casualità il necessario è assoluto.

7 commenti:

  1. «L’uomo è libero proprio perché il futuro del mondo può essere determinato, non essendo ancora determinato».
    Bellissimo.

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    1. sì, ma non trova interesse, non come il cazzeggio spinto
      vedremo sul da farsi
      ciao caro

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  2. Uno dei tuoi migliori post di sempre :)

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  3. "Di questo passo, si potrebbe dimostrare che la tegola è caduta in testa al signor Maier per necessità diretta, “per una concatenazione – dice Engels – irrevocabile di cause ed effetti, per un’incrollabile necessità”. In tal modo si potrebbe dire che l’incontro tra Maier è la tegola era già iscritto nella necessità con la comparsa del sistema solare e anzi prima ancora."

    Di fatto, non c'è realmente modo di sapere che NON è così. Possiamo solo crederlo, o supporlo, o sperarlo.
    Allo stesso modo possiamo credere o supporre, o sperare di essere liberi, perché non possiamo determinare il futuro, ma non lo sappiamo veramente.
    Sono questioni filosofiche che non hanno mai avuto una soluzione definitiva e presumibilmente non l'avranno mai.
    Neanche la dialettica risolve soddisfacentemente il quesito del determinismo, al limite introduce una FEDE nell'assenza di esso.

    Sulla categoria della bontà intesa come distruzione di chi impedisce la bontà, mi sembra una frase, quella di Brecht, infarcita di assoluti che non hanno mai portato a nulla di buono. La bontà della distruzione altrui (che poi è sempre distruzione fisica, è inutile girarci intorno) non è altro che vendetta.
    Consiglio la lettura di un piccolo gioiello (ormai quasi introvabile): La scheggia di Vladimir Zazubrin edito da Adelphi. Quando lo lessi, una ventina di anni fa mi lasciò un'impressione indelebile. E' la storia del periodo leninista visto da un funzionario della ceka, incaricato delle migliaia e migliaia di esecuzioni capitali, nel periodo 1918 - 1922. Descrive bene la psicologia dei carnefici e quella delle vittime, soprattutto la bontà dei boia. Zazubrin era un fervente rivoluzionario, sparito durante le purghe del 1938.
    Certe cose è meglio solo scriverle e leggerle.
    Se il mondo dovesse tornare a quei fasti non c'è garanzia di salvezza per nessuno, neanche per il più fervente marxista.

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    1. solo sulla tua interpretazione che dai della frase brectiana:

      pensi che la borghesia sia diventata la classe dominante per vie pacifiche? pensi che il fascismo e il nazismo siano stati dei fenomeni casuali? pensi che la democrazia borghese operi per vie pacifiche? se è così hai ragione.



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    2. No, Olympe, non lo credo affatto. Credo anzi che la borghesia si sia macchiata dei delitti più atroci, genocidi compresi, nel corso dei secoli. A questo punto mi viene da pensare che la storia non è altro che il susseguirsi di delitti atroci perpetrati dal forte contro il debole.
      Violenza e sempre violenza, sotto forme diverse, pare non esserci mai stato altro al mondo.
      E quante volte io stesso ho avuto desideri di violenza, magari contro il politicante di turno o il fascista di turno o anche la becera umanità che mi circonda e della quale faccio pur parte. Siamo anime inquiete.
      Credo che però che il cosiddetto "socialismo reale" sia stato un incubo per milioni di persone. Non era il vero socialismo, naturalmente, ma è stato anch'esso "necessario". E purtroppo questo fatto incontrovertibile getta un'ombra incancellabile su tutti i tentativi di progredire verso una valida alternativa al sistema operante. Credo anzi che sia l'ostacolo più forte di tutti. C'è stata troppa morte al servizio della bontà.

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