mercoledì 31 marzo 2010

Sfrontatezza operativa difficilmente eguagliabile



L’Aereonautica militare italiana informa che i primi velivoli in servizio dei 121 caccia EF-2000 Typhoon (il quotidiano di Confindustria parla di 96 esemplari) ordinati dall'Aeronautica, hanno già stabilito un record di prontezza operativa difficilmente eguagliabile. Non possiamo che felicitarcene.
Si tratta di aggeggi che volano a migliaia di litri di carburante all’ora e il cui costo finale ad esemplare non dovrebbe essere inferiore a 100 milioni di dollari più gli extra. Si tratta del supporto logistico fornito da Alenia Aeronautica, "prime contractor" di un contratto da 600 milioni di euro per il supporto della flotta italiana di EF-2000 che coinvolge anche le aziende SELEX Galileo, SELEX Communications ed Elettronica.
L’aeronautica ha già in servizio l’F-104 ASA-M, acquisito con formula di “leasing chiavi in mano” per 45 mila ore di volo complessive da effettuare, dal 2003 al 2010, con 34 F-16 ex USAF. Recentemente l’accordo è stato esteso per 14 aeroplani fino al 2012. Quindi la linea dei Tornado, un velivolo da combattimento bireattore, biposto, con ala a geometria variabile e capacità “ognitempo” che l’Aeronautica Militare ha acquisito a partire dal 1982. Inoltre il monoreattore AMX, sviluppato come cacciabombardiere e ricognitore in versione monoposto e biposto (AMX-T). Infine ha acquisto sei RQ-1B Predator, n velivolo senza pilota concepito essenzialmente per compiti di ricognizione, sorveglianza e acquisizione obiettivi.
Poi gli L'AV-8B 'Plus", chiamati anche Harrier II, in carico alla marina e che fanno servizio sulla portaerei Garibalidi. Senza contare le decine di ricognitori e altri velivoli per l’addestramento, la sorveglianza e l’interdizione comprese le centinaia di elicotteri di ogni tipo e versione in dotazione alle varie armi.
Non resta che opinare sul loro numero, davvero impressionante, che dovrebbe indurre ad una qualche riflessione in un momento di gravissima crisi economica e di tagli della spesa generalizzati (stiamo parlando di decine di miliardi, di euro). Ma tale opinabilità è solo un modo, di facciata, per tacere sul fatto che sono i maiali di sempre, quelli che lucrano sulle commesse militari, sulla morte degli innocenti, che hanno bisogno degli armamenti. I padroni della società, gli schiavisti, i lacché di tutti i colori politici, che ci vorrebbero far credere che sono indispensabili alla difesa del sacro suolo patrio, dei nostri cari e soprattutto dei (loro) beni. E invece questi aerei servono per bombardare l’Iraq del petrolio, la Serbia, e ora l’Afganistan.

Noti con la camicia


È noto che Bertinotti Fausto è stato bocciato tre volte (sì, tre) all’Istituto tecnico, tuttavia l’esamino per il diploma l’ha superato al primo colpo.
Il Trota, invece, nato l’8 settembre, non si sa nemmeno più quante volte ha ripetuto l’esame di stato. Alla fine ci ha pensato Bertolaso. Il campione di "Rimbalza il clandestino", più propenso al divertimento che all’ozio (del resto non far niente esige un addestramento), si è candidato alle regionali nel collegio di Brescia. È risultato il più votato. Alla domanda se si stia preparando a succedere allo squalo, ha risposto umilmente: vedremo.
Domanda: quei 12mila e rotti (tutti rotti) che l’hanno votato, gli affiderebbero in gestione, non dico una piccola falegnameria perché potrebbe farsi male con le seghe, ma un vaso di gerani?

martedì 30 marzo 2010

Una fede morta, insignificante e inutile



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La fede […], nel senso più stretto e quindi intimo della parola, non è altro che la convinzione o la certezza della soddisfazione del desiderio: della sua passata soddisfazione se il desiderio è rivolto al futuro, di quella già realizzata se esso è rivolto al presente. Un chiaro esempio e, al contempo, una prova evidente di questa antecedenza del desiderio rispetto alla fede è la fede nell’immortalità. Non si desidera l’immortalità perché vi si crede o perché se ne ha addirittura prova, ma visi crede e la si dimostra perché la si desidera. Certo, in colui per il quale la fede è soltanto tramandata questo desiderio può essere generato unicamente attraverso le rappresentazioni della fede religiosa; ma, in colui che genera autonomamente la rappresentazione dell’immortalità, l’origine della fede è il desiderio. Senza il desiderio di non morire, infatti, ad un mortale non sarebbe mai venuta in mente l’immortalità. La fede produttiva, originaria – e soltanto questa è quella decisiva, quella che fornisce il termine di paragone –, la fede non artefatta né ripetuta pedissequamente, è una fede vivente, ma la sua anima vivificate è soltanto il desiderio. Al contrario, una fede che non sia espressione di un desiderio e che, poiché trasmessa, non porti alla luce nell’uomo il medesimo desiderio dal quale è originariamente sorta, è una fede morta, insignificante e inutile.
Ludwig Feuerbach, Teogonia, Laterza, 2010, p. 39.
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Provo a metterci una frasetta di commento: il desiderio è la fonte originaria della fede; al contrario, una fede che non sia espressione del desiderio, una fede trasmessa, è una fede dell’angoscia, come lo può essere la fede cristiana. Tutto molto bello, però Feuerbach è ancora, nonostante il notevole passo avanti, negli impacci tipici dell’idealismo. Meglio sarebbe stato trattare l'opposizione tra il potere assoluto del desiderio e il potere miserabile e usurpato dei preti.

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la sinistra è morta
insepolta
alla faccia di chi ha troppa stima del presente

lunedì 29 marzo 2010

Le cose che contano



Rupert Murdoch, l´editore di Sky, chiede di partecipare all´asta per assicurarsi una delle 5 reti del digitale terrestre (i multiplex) che dovranno essere messi a disposizione degli operatori minori (3 di questi) e di nuovi entranti (2). Asta che serve a sanare la procedura di infrazione avviata proprio dalla Ue contro la legge Gasparri sulla tv.
L´azione di lobby degli uomini di Murdoch sembra abbia avuto effetto. Tanto che Almunia - dopo aver fatto dei "market test" presso gli altri operatori italiani e le Autorità di garanzia italiane - sarebbe intenzionato a concedere la deroga. Una deroga non tanto a operare prima del 2012, ma a partecipare alla gara per i multiplex in vista del 2012.
«Me ne frego dell´Europa, decido io». Sono le parole che sono state sentite pronunciare al viceministro alle Comunicazioni Paolo Romani da alcuni operatori del settore tv. Parole relative alla querelle con Sky sul digitale terrestre che giungono all´indomani del secondo viaggio di Romani a Bruxelles per incontrare Joaquin Almunia, commissario Ue per la Concorrenza.

domenica 28 marzo 2010

товарищи !






Il modo in cui il Partito affronta la nota vicenda di abusi da parte di compagni deviazionisti "è cruciale per la sua credibilità politica". Lo afferma in una nota il direttore della Pravda, il compagno Federicovic Lombardinskj, ribadendo la necessità di riconoscere le colpe e farne ammenda per il "ristabilimento della giustizia proletaria" e la "purificazione della memoria delle masse". Questo - a giudizio del compagno direttore - permette di guardare con "rinnovato impegno" e con "fiducia al futuro". Lo testimoniano, tra l'altro, alcuni "segnali positivi" come la diminuzione delle accuse di abuso registrata nell'ultimo anno nella province degli Urali e in Siberia, a riprova che le misure in corso di attuazione "si stanno rivelando efficaci". Una "notizia importante" la definisce il compagno direttore, sottolineando come "a un osservatore non superficiale non sfugge che l'autorità del Segretario Generale del Partito e l'impegno intenso e coerente del Politburo ne escono non indeboliti, ma confermati nel sostenere e orientare i Soviet nel combattere ed estirpare la piaga degli abusi".

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Il modo in cui la Chiesa affronta la vicenda di abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti e religiosi "è cruciale per la sua credibilità morale". Lo afferma in una nota il direttore generale di Radio Vaticana, il gesuita Federico Lombardi, ribadendo la necessità di riconoscere le colpe e farne ammenda per il "ristabilimento della giustizia" e la "purificazione della memoria". Questo - a giudizio di padre Lombardi - permette di guardare con "rinnovato impegno" e con "fiducia al futuro". Lo testimoniano, tra l'altro, alcuni "segnali positivi" come la diminuzione delle accuse di abuso registrata nell'ultimo anno negli Stati Uniti d'America, a riprova che le misure in corso di attuazione "si stanno rivelando efficaci". Una "notizia importante" la definisce il gesuita, sottolineando come "a un osservatore non superficiale non sfugge che l'autorità del Papa e l'impegno intenso e coerente della Congregazione per la Dottrina della Fede ne escono non indeboliti, ma confermati nel sostenere e orientare gli episcopati nel combattere ed estirpare la piaga degli abusi" (Nota del direttore generale della Radio Vaticana). 
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La Chiesa cattolica austriaca ha deciso di nominare un «rappresentante indipendente» delle vittime per indagare sui casi di abusi sessuali. Lo ha detto, alla tv di Stato, l'arcivescovo di Vienna, Christoph Schoenborn, annunciando che il ruolo sarà affidato ad una donna, Waltraud Klasnic, ex governatrice regionale. «Vogliamo far uscire le indagini dalla Chiesa ed affidarle ad un rappresentante indipendente», ha detto il vescovo.
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Vediamo quanto “indipendente”. La signora Waltraud Klasnic è stata presidente regionale dell'ÖVP (National Party People's Party Stiria), un partito conservatore di ispirazione cattolica, al potere in Stiria prima di perdere le elezioni per uno scandalo economico-finanziario.
Proviamo ad immaginare che esponenti dei testimoni di Geova, oppure di qualunque altra confessione religiosa, risultino coinvolti in massicci episodi di abuso e stupro come nei fatti avviene per la Chiesa cattolica. Supponiamo quindi che la Congregazione cristiana dei testimoni di Geova austriaci nomini per l’inchiesta indipendente una signora, e che costei risulti essere aderente alla stessa confessione religiosa. Domanda, di quale cazzo di indipendenza si tratta? Del cazzo, appunto.


Di stampo religioso, autorizzata e promossa dallo Stato



Guide cieche, che filtrate il moscerino e inghiottite il cammello.
Così anche voi, di fuori sembrate giusti alla gente, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità (Mt 23, 24-28).

La violenza non ha bisogno di particolari azioni per essere tale, spesso è sufficiente l’inerzia, cioè la negazione di diritti e tutele, l’elusione dei doveri propri di chi vi è tenuto. Nel caso della Chiesa cattolica, nella quale il Papa esercita potestà universale e assoluta, ancorché con pretese di infallibilità, tale atteggiamento è palese nella sistematica omissione di denuncia dei gravi crimini commessi e reiterati da presbiteri e religiosi di ogni rango e di ogni sede nazionale contro bambini e adolescenti a loro affidati.
A questo colpevole e protratto silenzio, infranto solo dal coraggio delle vittime, si aggiunge, ogni giorno, la protervia di chi, nella gerarchia ecclesiastica, tenta di stemperare e anzi respingere tali accuse come indegni attacchi contro la persona del pontefice, come se non fossero palmari, documentati ed ineludibili i fatti di cui Ratzinger porta tanta personale responsabilità diretta, dapprima come arcivescovo di Monaco e poi come capo della Congregazione per la dottrina della fede.
Anzitutto non è superfluo rilevare la firma di Ratzinger in calce, assieme a quella dell’attuale cardinale Bertone, all’Epistola de delictis gravioribus, inviata il 18 maggio 2001 a tutti i vescovi del mondo con la quale si blindano gli abusi sessuali del clero imponendo il «secretum pontificium» (segreto papale) e vincolando così al centro vaticano la competenza di tutti i reati sessuali ad opera dei religiosi di ogni parte del mondo. Ciò esclude che un argomento sottoposto a segreto pontificio possa essere portato a conoscenza di «estranei», cioè e ad esempio, delle autorità di polizia, della giurisdizione ordinaria o degli stessi genitori delle vittime dei casi di pederastia ad opera del clero. L'articolo 3 della direttiva emanata nel 1974 in relazione alla definizione di «secretum pontificium», stabilisce che chi è tenuto al segreto pontificio ha sempre l'obbligo grave di rispettarlo, pena severe sanzioni.
Scrive il Papa, nella recente lettera ai cattolici d’Irlanda, che «vi fu una tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari». Che si tratti di “tendenza” e di “retta intenzione” è palesemente confutato proprio dalla citata epistola de delictis gravioribus, sempre se si ha per l’onestà la più modesta pretesa.
Dato il notorio, plurisecolare modo d’agire dell’organizzazione denominata Chiesa cattolica, non sorprende e non sconcerta il richiamo futile e risibile che essa invoca, quale prevalente attenuante sugli abusi e gli stupri sessuali compiuti dai preti sui minori a loro affidati, e cioè la presenza di analoghi fatti in àmbiti sociali diversi il problema dell’abuso dei minori non è specifico né dell’Irlanda né della Chiesa»). Infatti si può notare che tale chiamata di correità e la insistita volontà di colpire i responsabili dei crimini con la mera «applicazione delle pene canoniche in vigore», allude in concreto ad una sostanziale rivendicazione di impunità, quindi ad una difesa corporativa che vede, da un lato, l’omissione dei più elementari doveri di denuncia dei reati penali, cui corrisponde, dall’altro lato, l’oltraggio alla dignità e al diritto di giustizia delle vittime degli abusi.
Data la dimensione e articolazione del fenomeno, se si fosse alle prese con una normale e pacifica organizzazione religiosa, il minimo che si potrebbe auspicare sarebbe un’indagine ampia e approfondita degli organismi istituzionali statuali in tutte le sedi cattoliche che ospitano o hanno ospitato dei minori. Ma abbiamo a che fare invece con un’entità separata e di concezione medievale, retta secondo ordinamenti statuali propri da soli uomini celibi che si dichiarano unici rappresentanti diretti di Dio, esclusivi interpreti di tale alienazione, il cui potere resta largamente incontrollato e sottratto alla giurisdizione nazionale e internazionale. Tale organizzazione è largamente funzionale al potere statuale e delle classi sociali che ne hanno il diretto controllo, poiché essa viene agita come strumento di omologazione e sottomissione del gregge ai fini del controllo sociale. Pertanto, gli Stati autorizzano e promuovono con finanziamenti di ogni tipo l’azione sul proprio territorio di tale organizzazione di stampo religioso, e ne sono quindi quantomeno complici.

sabato 27 marzo 2010

Il premio Gutenberg a Riotta


Nell’intervista concessa dal cardinale Carlo Martini a Gianni Riotta sul quotidiano della Confindustria, il prelato offre un esempio di semplicità e concretezza davvero non comuni. Detto da un “mangiapreti”, è un doppio complimento, per quanto di fonte irrilevante.
Dopo un appiccicoso vasetto introduttivo sul carisma, Riotta fa vedere al parroco quanto è bravo:
Cardinal Martini, ci sono due passaggi del Vangelo di Giovanni che tornano spesso alla mente in questi giorni di nuove tecnologie, di nuovi media: «Conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi» e l'altro che dice invece più cupamente «Gli uomini preferirono le tenebre alla luce», parole che Leopardi mette in cima a La ginestra. Quando lei guarda i nuovi media, è più animato dalla speranza che conoscere la verità rende liberi oppure più preoccupato dalla scelta delle tenebre?
Naturalmente i due passi evangelici possono tornare in mente anche considerando che la “verità” e le “tenebre” sono prodotte dai media solo per essere sfruttate. Ed infatti Martini risponde asciutto, evitando con scrupolo di indebolire l’enunciato scritturale:
Sono piuttosto contento che i media ci siano, siano molto ampliati: io stesso ne faccio uso molto volentieri, quindi mi muove di più la fiducia che i media creino ponti tra la gente. Poi si possono anche usare male, però lo scopo di comunicare è molto bello.
Facendo il solito sfoggio di erudita riflessione, incurante di ogni verifica, Riotta intona:
In tutte le rivoluzioni della comunicazione non importa cambiare lo strumento, importa cambiare i contenuti. Fino a che Gutenberg stampa Bibbie in latino cambia poco, è quando comincia a stampare Bibbie in volgare che arriva la rivoluzione.
Ora, si potrebbe passare sopra a tale affermazione e accettarla nel suo significato lato, ma è tuttavia esplicita non solo l’attribuzione (storicamente errata) a Gutenberg di essere l’artefice della bibbia in volgare, ma anche che tale cambiamento da lui operato (e qui sta il senso della frase) avrebbe comportato, appunto con la stampa della bibbia in volgare, l’arrivo della rivoluzione. Ed è su tale aspetto, non di solo puntiglio formale, che voglio soffermarmi.
È noto che bibbie in volgare (il “contenuto”) esistevano anche e ben prima dell’introduzione in Europa dei caratteri mobili (lo “strumento”), ed erano costosissime; ma anche la prima e unica bibbia stampata da Gutenberg, in latino, aveva un prezzo molto alto e non certo alla portata di qualunque popolano o borghesuccio. Era merce per ricchi anche quella. Infatti, Frédéric Barbier, nella sua Storia del libro, dall’antichità al XX sec., scrive:
L’apparizione della stampa non segna dunque una frattura nella diffusione della Bibbia, della quale gli stampatori di incunaboli pubblicano ben presto edizioni in lingua volgare [p. 228].
Ed infatti, la “frattura nella diffusione” (non solo delle bibbie) si avrà a cominciare dal secolo successivo con l’introduzione di significativi miglioramenti tecnici e tecnologici nella produzione a stampa (carta e inchiostri compresi), e perciò con l’abbattimento dei costi e dei prezzi (la “rivoluzione”). Perciò la frase di Riotta si potrebbe prestare anche ad una lettura esattamente opposta: cambiare il contenuto (il linguaggio) importa relativamente, se non cambia lo strumento (i modi e le possibilità di accesso e di fruizione). Naturalmente, sia detto per inciso, le dicotomie nette, tutte, sono sempre fuorvianti.
Quindi Riotta pone la domanda: Qual è la Bibbia in volgare oggi? Martini è persona colta e abile, svicola lo specifico e risponde: Tutti i vecchi contenuti classici, soprattutto religiosi come la Bibbia, sono molto importanti per internet. Io posso vedere internet e trovare i passi della scrittura con molta facilità. Poi credo che i grandi classici sono da mettere in internet: grandi classici come Platone, Aristotele, come Alessandro Manzoni, come Dante Alighieri.
Chiaro che il cardinale non può dire di ignorare l’importanza della bibbia su internet (per trovare i passi della scrittura con molta facilità, precisa), ma poi cita, in risposta a Riotta, i nomi dei grandi classici, come a dire: sono loro la bibbia, toujours.
Una lezione, davvero.

venerdì 26 marzo 2010

Basteranno?


Stati Uniti e Russia hanno raggiunto un accordo sulla riduzione dei rispettivi arsenali nucleari. Lo Start 2 stabilisce un tetto di 1.550 testate nucleari operative e di 800 vettori nucleari. Ciascuno.

Il VI comandamento




C’è, nei documenti pubblicati dal NYTimes sul caso Murphy, una lettera a firma dell’allora arcivescovo Bertone, in data 24 marzo 1997 in risposta , che esordisce così: In your of the 11 December 1966. Un refuso sintomatico, freudiano. Nella lettera non si accenna solo al caso del rev. Murphy ma anche al rev. Neuberger. Bertone, segretario dell’ex santo uffizio, scrive alla diocesi americana: While the norms of this document remain in force, they must obviously be read them in light of the new canonical legislation especially with respect to the citation of canon.
Il Tribunale apostolico, scrive a sua volta il 9 aprile 1997 alla diocesi Usa: You make this request because the Congregation has not yet responded to your letter of 17 july 1996 and in the meantime a civil action has been threatened by three persons who accuse the priest of solicitation. Illuminante. E c’è molto altro nelle lettere. Perché il Vaticano non le pubblica di sua sponte, magari traducendole, sull’Osservatore romano, in tal modo da chiarire quanto sostiene, ovvero che si tratta di un “ignobile intento per arrivare a colpire, a ogni costo, Benedetto XVI e i suoi più stretti collaboratori”?
Inoltre, l’Osservatore romano sostiene che: “La richiesta [della diocesi americana] non era infatti riferita alle accuse di abusi sessuali, ma a quella di violazione del sacramento della penitenza, perpetrata attraverso l'adescamento nel confessionale, che si configura quando un sacerdote sollecita il penitente a commettere peccato contro il sesto comandamento (canone 1387)”. Ed infatti nella succitata lettera della Congregazione si cita l’accusa “of the crime of selicitation during confession”, che significa, se non si vuole giocare con il senso delle parole, che gli abusi sessuali venivano commessi nel confessionale. E del resto il sesto comandamento cattolico dice: “non commettere atti impuri”. Cos’è, un divieto a soffiarsi il naso in confessionale? Inoltre, in tal modo, si vuole deliberatamente ignorare e stravolgere quanto è contenuto nelle lettere della diocesi americana. E tuttavia c’è da chiedersi: il Vaticano ci vuol far credere che negli Usa sono in corso delle cause nei tribunali perché sarebbe stato violato semplicemente il sesto comandamento, con tanto di richiesta di risarcimento? Non si sentono quantomeno ridicoli al di là del Tevere?
Ma gli avvenimenti incalzano, è la volta del caso del sacerdote tedesco Peter Hullermann, riconosciuto colpevole di abusi ai danni di minori e poi reintegrato nel lavoro pastorale mentre era ancora in terapia psichiatrica negli anni in cui Joseph Ratzinger era arcivescovo di Monaco. Del fatto si era già parlato ma si era sostenuto che l’attuale papa, allora arcivescovo della diocesi, non ne sapeva nulla (doppiamente grave!), ma ora il Nyt sostiene l'esistenza di una informativa consegnata a Ratzinger in cui lo si metteva al corrente del reintegro di Hullermann. Il documento, "la cui esistenza è confermata da due fonti ecclesiastiche - scrive il Nyt - dimostra che non solo Ratzinger presiedette un incontro il 15 gennaio 1980 in cui fu approvato il trasferimento del prete, ma fu anche informato della ridislocazione del sacerdote".
Siamo in presenza di qualcosa di più di un semplice scandalo per non dire di un mero regolamento di conti interno tra prelati di rango.

giovedì 25 marzo 2010

Fuorilegge



The internal correspondence from bishops in Wisconsin directly to Cardinal Joseph Ratzinger, the future pope, shows that while church officials tussled over whether the priest should be dismissed, their highest priority was protecting the church from scandal.
The documents emerge as Pope Benedict is facing other accusations that he and direct subordinates often did not alert civilian authorities or discipline priests involved in sexual abuse when he served as an archbishop in Germany and as the Vatican's chief doctrinal enforcer. 

The Wisconsin case involved an American priest, the Rev. Lawrence C. Murphy, who worked at a renowned school for deaf children from 1950 to 1974. But it is only one of thousands of cases forwarded over decades by bishops to the Vatican office called the Congregation for the Doctrine of the Faith, led from 1981 to 2005 by Cardinal Ratzinger. It is still the office that decides whether accused priests should be given full canonical trials and defrocked. 

TYTimes [qui]

Le norme della Chiesa non hanno «mai proibito la denuncia degli abusi sui minori alle autorità giudiziarie». È quanto afferma padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, in una nota sul caso di padre Lawrence Murphy, il sacerdote dell'arcidiocesi di Milwaukee i cui abusi sessuali su bambini, secondo il New York Times, sarebbero stati taciuti dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, diretta dall'allora cardinale Joseph Ratzinger (Il Sole24ore).

«Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio». Questo è scritto in riferimento agli abusi sessuali sui minori nella direttiva inviata, il 18 maggio 2001, dalla Congregazione per la dottrina della fede ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa i Delitti più gravi riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede.

E comunque, in nessun caso, si è mai registrata  la denuncia all'autorità giudiziaria dei preti pederasti da parte delle gerarchie cattoliche. In una società laica dove lo stato di diritto non fosse mera finzione, questo tipo di organizzazioni andrebbero chiuse d'autorità e i loro capi perseguiti.

Corsi e ricorsi/3



Gli anni Trenta sono stati un decennio di guerra commerciale, di protezionismo globale,  tra paesi divisi su tutto: sui dazi protezionistici, sul cambio, sui pagamenti, ecc.. La Conferenza economica mondiale che si tenne nel 1933 non approdò a risultati: gli Usa rinviarono la riduzione dei propri dazi e lasciarono il dollaro in caduta libera nonostante la Gran Bretagna chiedesse una stabilizzazione del cambio. Come sempre, il rapporto import-export è la chiave di lettura del periodo storico considerato, tanto più per un paese come la Germania, povero di materie prime (salvo il carbone, mentre con la perdita dell’Alsazia-Lorena, le materie ferrose dovettero venire importate dalla Scandinavia) e con un’agricoltura largamente insufficiente. Essa era, dopo la GB, il maggior paese industriale d’Europa; la GB il maggior paese esportatore verso la Germania. La politica economica nazista si caratterizzò su due punti: la moratoria unilaterale sul debito e una corsa al riarmo senza precedenti.
Questa politica economica fu varata in una riunione di gabinetto tenuta l’8 giugno del 1933. Le proteste, soprattutto della City londinese, contro la moratoria sui debiti, portarono ad una mezza marcia indietro dei tedeschi; il riarmo invece comportava investimenti pari a 35 miliardi di marchi (5-10% del PIL) in otto anni. Una cifra enorme per un paese con un reddito pro capite basso. Mentre la spesa pubblica per la creazione di lavoro consisteva nella riallocazione dei fondi destinati agli enti locali, la spesa per finanziare le “misure speciali”, le spese in armamenti, comportavano forti importazioni a fronte di una riserva in valuta estera assolutamente esigua, non sufficiente nemmeno per le partite correnti.

Bisogna tener conto che il marco aveva un rapporto di cambio assai sfavorevole e ciò aveva consentito, fino a quel momento e a fronte dell’indebolimento delle altre monete, grande vantaggio nei pagamenti sull’estero. Era però fuori discussione, dati gl’ingenti debiti esteri, pensare ad una sua svalutazione in modo da poter favorire le esportazioni, così come stavano facendo soprattutto gli Usa con il dollaro e la GB con la sterlina, svincolata dalla parità aurea. Se l’economia interna tedesca cresceva, le esportazioni stavano declinando paurosamente: nel 1933 furono inferiori all’anno precedente, con un differenziale ancor più negativo negli ultimi mesi dell’anno. Nel 1934 il trend proseguì con ricavi in discesa del 20% sul già pessimo 1933 (mentre la spesa pubblica prevalentemente dovuta agli armamenti arrivò a toccare nel 1935 un aumento del 70% rispetto ai livelli del 1928). Senza valuta estera la Germania diventava insolvente e non poteva importare. I distretti industriali centrali e orientali, le grandi città commerciali della valle del Reno, e le città del Blatico e del Mare del Nord dipendevano dal commercio estero. La colpa di queste difficoltà era attribuita, manco a dirlo, ai comunisti e agli ebrei.

Nel 1934 la Germania era a meno di un passo dal disastro finanziario. Si trattava di trovare un rimedio: esportare senza svalutare. La risposta fu data da Hjalmar Schacht, potente presidente della Reichbanck.
[continua]

mercoledì 24 marzo 2010

Corsi e ricorsi/2



Prima della crisi del 1929, la Repubblica di Weimar aveva quasi raggiunto il pieno impiego, il valore reale delle importazioni, consentito dal crollo dei prezzi delle materie prime, era superiore del 50% a quello della Germania nel 1933. La salute economica dipendeva dalla capacità della Germania di Weimar di mantenere un flusso adeguato dei fattori produttivi legati all’import-export, come è logico che sia. Il flusso delle esportazioni doveva cioè garantire i mezzi finanziari necessari per ripagare i debiti e le importazioni. Tutto questo garantiva la stabilità sociale, allora come oggi.
Con la crisi del 1929, i governi intrapresero una politica economica puntata sulla deflazione e sul contenimento delle importazioni, facendo precipitare l’economia in recessione. Del resto, il peso dei debiti di guerra era ancora, almeno fino alla moratoria Hoover del luglio 1931, assai sostenuto.
Il dibattito economico tra le due guerre verteva fondamentalmente su una domanda: può la spesa pubblica, finanziata nel breve termine con l’emissione di nuova moneta avere un impatto effettivo sulla produzione e l’occupazione? Senza entrare in tecnicismi, da un lato stava una corrente di pensiero che negava tale possibilità sostanzialmente per motivi di ordine inflattivo; dall’altro, stava la corrente che riteneva possibile, nel breve periodo, che in presenza di milioni di disoccupati e di fabbriche affamate di ordini, non c’era motivo d’attendersi un’impennata di prezzi e salari.
Nei primi anni Trenta, con 6mil. di disoccupati e gli impianti al 50% delle proprie capacità, questa non era solo un’alternativa, bensì una strada obbligata.
Contrariamente a quanto si ritiene, la manovra di creazione di lavoro finanziato dal credito, non fu avviata da Hitler, ma già dal suo predecessore, il generale Scleicher, nel 1932. Furono emessi dei titoli, a copertura degli appalti dei lavori pubblici, garantiti da un gruppo di banche affiliate allo Stato. L’appaltatore, a fronte di uno sconto, poteva farsi liquidare i titoli presso una delle banche del consorzio; queste ultime si facevano scontare a loro volta i titoli dalla Reichbank, cioè dalla banca centrale, la quale a sua volta, emetteva liquidità. Il ministero delle finanze, dal canto suo, riscattava dalla Reichbank i titoli raccolti con il gettito fiscale aggiuntivo generato dal buon andamento dell’economia. Insomma, nulla di nuovo sotto il sole.
In tal modo la disoccupazione decrebbe abbastanza rapidamente, anche se non nella misura mitologica indicata dalla propaganda nazista. Il crollo della disoccupazione, infatti, non riguardò da subito le fasce del lavoro impiegatizio ed intellettuale. I diversi piani contro la disoccupazione prevedevano soprattutto la realizzazione di infrastrutture, ma una quota degli stanziamenti assai consistente veniva drenata per finanziare “misure speciali”, cioè infrastrutture militari e armamenti.
[continua]

Corsi e ricorsi/1



Il 9 novembre (18 brumaio) 1918 veniva proclamata la Repubblica di Weimar.  Vent’anni dopo, lo stesso giorno, verrà ricordato come la “notte dei cristalli”. Il 9 novembre 1989, alle ore 23,30, la Repubblica democratica tedesca (DDR) moriva in una fuga disordinata e, apparentemente, per un disguido burocratico. Undici mesi prima, il 21 gennaio, il Politburo dell’Urss aveva deciso di richiamare 500.000 soldati di stanza nell’Europa orientale. Gli armamenti, la guerra in Afganistan, la scarsa produttività, gli onerosi trasferimenti ai paesi satelliti, avevano portato l’economia sovietica al disastro: l’anno prima si era registrato un forte disavanzo commerciale (più che raddoppiato negli ultimi anni) e l’inflazione al 9,2%. L’agricoltura era alle corde, le file ai negozi si allungavano, iniziarono gli accaparramenti, operai, accademici, impiegati, cominciarono a rifiutarsi di trascorrere il tradizionale periodo annuale di lavoro nelle campagne in occasione dei raccolti. Tutti i tentativi di Gorbaciov di ridare nuovo vigore all’Urss erano falliti. In tale quadro di crisi, la forte contrazione dei sussidi sovietici aveva condotto le traballanti economie dei paesi alleati del Patto di Varsavia al collasso. Il ritiro delle truppe e l’abbandono al loro destino di questi regimi, portò anche la fine politica del sistema. Solo più tardi i proletari di questi paesi capiranno che se non c’è pane senza libertà, è anche vero che non c’è libertà senza pane.
Non erano in molti, fuori dalle due Germanie, a desiderare la riunificazione tedesca. Non lo voleva, inizialmente, la Russia, per ovvie ragioni, ma ormai non aveva i mezzi necessari per opporvisi; non lo volevano gli Usa, per l’altrettanto ovvia ragione di peso politico in Europa; non lo voleva Londra per i secolari motivi che l’hanno vista (e la vedono) opporsi ad ogni tipo di egemonia nel continente, fosse essa spagnola, austriaca, francese o tedesca. Insomma, si amava così tanto la Germania che si preferiva che ce ne fossero due. Il 20 novembre 1989, il Time scriveva: «La riunificazione della Germania in un gigante travolgerebbe l’Europa un po’ come se dominasse le Olimpiadi». In dicembre a Malta venne sancita la fine di Yalta. La Thatcher era indignata dal fatto che Gorbaciov avesse ceduto alle pressioni di Kohl (che con una somma irrisoria aveva compensato i russi per le spese dovute al ritiro delle truppe), accettando che «l’unità della nazione tedesca debba essere decisa dai tedeschi» e che «la Germania unita dovrebbe far parte della Nato».

De Delictis Gravioribus


 
«LETTERA inviata dalla Congregazione per la dottrina della fede ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa i Delitti più gravi riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001.
Per l’applicazione della legge ecclesiastica, che all’art. 52 della Costituzione apostolica sulla curia romana dice: “[La Congregazione per la dottrina della fede] giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti, che vengano a essa segnalati e, all’occorrenza, procede a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune che proprio”, era necessario prima di tutto definire il modo di procedere circa i delitti contro la fede: questo è stato fatto con le norme che vanno sotto il titolo di Regolamento per l’esame delle dottrine, ratificate e confermate dal sommo pontefice Giovanni Paolo II, con gli articoli 28-29 approvati insieme in forma specifica.
Quasi nel medesimo tempo la Congregazione per la dottrina della fede con una Commissione costituita a tale scopo si applicava a un diligente studio dei canoni sui delitti, sia del Codice di diritto canonico sia del Codice dei canoni delle Chiese orientali, per determinare “i delitti più gravi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti”, per perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere “a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche”, poiché l’istruzione Crimen sollicitationis finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant’Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici.

Dopo un attento esame dei pareri e svolte le opportune consultazioni, il lavoro della Commissione è finalmente giunto al termine; i padri della Congregazione per la dottrina della fede l’hanno esaminato più a fondo, sottoponendo al sommo pontefice le conclusioni circa la determinazione dei delitti più gravi e circa il modo di procedere nel dichiarare o nell’infliggere le sanzioni, ferma restando in ciò la competenza esclusiva della medesima Congregazione come Tribunale apostolico. Tutte queste cose sono state dal sommo pontefice approvate, confermate e promulgate con la lettera apostolica data in forma di motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela.
I delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede, sono:
 - I delitti contro la santità dell’augustissimo sacramento e sacrificio dell’eucaristia, cioè:

1° l’asportazione o la conservazione a scopo sacrilego, o la profanazione delle specie consacrate:

2° l’attentata azione liturgica del sacrificio eucaristico o la simulazione della medesima;

3° la concelebrazione vietata del sacrificio eucaristico assieme a ministri di comunità ecclesiali, che non hanno la successione apostolica ne riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale;

4° la consacrazione a scopo sacrilego di una materia senza l’altra nella celebrazione eucaristica, o anche di entrambe fuori della celebrazione eucaristica;
- Delitti contro la santità del sacramento della penitenza, cioè:
1° l’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del Decalogo;

2° la sollecitazione, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione, al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, se è finalizzata a peccare con il confessore stesso;

3° la violazione diretta del sigillo sacramentale;
-       Il delitto contro la morale, cioè:
il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età.
Al Tribunale apostolico della Congregazione per la dottrina della fede sono riservati soltanto questi delitti, che sono sopra elencati con la propria definizione.
Ogni volta che l’ordinario o il prelato avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all’ordinario o al prelato, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale. Contro la sentenza di primo grado, sia da parte del reo o del suo patrono sia da parte del promotore di giustizia, resta validamente e unicamente soltanto il diritto di appello al supremo Tribunale della medesima Congregazione.
Si deve notare che l’azione criminale circa i delitti riservati alla Congregazione per la dottrina della fede si estingue per prescrizione in dieci anni. La prescrizione decorre a norma del diritto universale e comune: ma in un delitto con un minore commesso da un chierico comincia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto il 18° anno di età.
Nei tribunali costituiti presso gli ordinari o i prelati possono ricoprire validamente per tali cause l’ufficio di giudice, di promotore di giustizia, di notaio e di patrono soltanto dei sacerdoti. Quando l’istanza nel tribunale in qualunque modo è conclusa, tutti gli atti della causa siano trasmessi d’ufficio quanto prima alla Congregazione per la dottrina della fede.
Tutti i tribunali della Chiesa latina e delle Chiese orientali cattoliche sono tenuti a osservare i canoni sui delitti e le pene come pure sul processo penale rispettivamente dell’uno e dell’altro Codice, assieme alle norme speciali che saranno date caso per caso dalla Congregazione per la dottrina della fede e da applicare in tutto.
Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio.
Con la presente lettera, inviata per mandato del sommo pontefice a tutti i vescovi della Chiesa cattolica, ai superiori generali degli istituti religiosi clericali di diritto pontificio e delle società di vita apostolica clericali di diritto pontificio e agli altri ordinari e prelati interessati, si auspica che non solo siano evitati del tutto i delitti più gravi, ma soprattutto che, per la santità dei chierici e dei fedeli da procurarsi anche mediante necessarie sanzioni, da parte degli ordinari e dei prelati prelci sia una sollecita cura pastorale.
Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001.
Joseph card. Ratzinger, prefetto.
Tarcisio Bertone, SDB, arcivescovo em. di Vercelli, segretario»

martedì 23 marzo 2010

Sinergie


Ultimi giorni di caciara elettorale. Corriere della sera, primi titoli:
«Monito dei vescovi: il voto sia contro l’aborto».
«Pakistan, cristiano arso vivo: non si voleva convertire all’islam».
Ieri l’editoriale del Corriere, Quanto l’illuminismo diventa chiacchiera da bar, è stato pubblicato integralmente dall’Osservatore romano.

L'idea di Saviano sugli osservatori dell'ONU andrebbe estesa alle redazioni dei media, per tutto l'anno.
* * *
Tale Polegato, presidente di Geox, un marchio di calzature: "Mi sono diplomato in enologia, una scuola dura e molto pratica". Sì, "molto pratica", sicuramente. E richiede un grande equilibrio.

 * * *

Analfabeta è chi non sa l'alfabeto, e che perciò non sa leggere né scrivere. Beninteso, anche l'analfabeta parla e capisce frasi elementari. Per esempio capisce la frase «il gatto miagola», ma è già in difficoltà se la frase diventa «il gatto miagola perché vorrebbe bere il latte». L'esempio è di Tullio De Mauro, principe dei nostri linguisti, che torna alla carica con una nuova edizione del suo libro La cultura degli italiani. Cultura o incultura? I suoi dati dicono che il 70% degli italiani è pressoché analfabeta o analfabeta di ritorno: fatica a comprendere testi, non legge niente, nemmeno i giornali.
Questo scrive Giovanni Sartori sul Corriere di ieri. L’ideologo del vecchio mondo, propalatore della menzogna essenziale, si compiace di far parte del 30% di sudditi istruiti.
 

lunedì 22 marzo 2010

La rabbia, russa!



Caro direttore, ho letto l’articolo di ieri su tre colonne del vostro inviato a Kaliningrad, Antonella Scott. Dal titolo ci si aspetta quasi una rivoluzione, o almeno una rivolta di massa di notevoli proporzioni, visto che avrebbe coinvolto ben cinquanta città. Invece leggo che la giornata della rabbia russa, secondo gli organizzatori, avrebbe coinvolto lo strabiliante numero di cinquemila dimostranti a Kaliningrad (450mila ab., senza contare gli altri ab. dell’enclave), epicentro del terremoto protestatario, laddove neanche due mesi fa i dimostranti sarebbero stati addirittura 10mila. Il corrispondente del Washington Post, Philip P. Pan, parla di quasi 3mila. Quasi! Anche le news russe confermano: В субботу в России прошли относительно малочисленные демонстрации в рамках "Дня гнева".
La Scott invece scrive: sono in tanti. Poi precisa, riferendosi alla Russia intera: poche centinaia, a volte mille, duemila persone. Si tratta, ammette, di cifre simboliche. Forse voleva dire: risibili.
È vero che un euro è un po’ poco, ma dal Sole 24ore mi aspetto boutades raccontate meglio.

Joy




Dalla rubrica Cantieri sociali uscita il 18 marzo su il manifesto.
Nella pubblicità le parole sono ovviamente decisive. Prendiamo l’ultimo spot dell’Eni. E’ un messaggio istituzionale, di quelli che servono a definire un profilo, un «brand». All’incirca recita: «Internazionalità è una parola interessante. Parla di popoli che si incontrano. Eni lavora in settanta paesi per fornirvi energia». «Interessante» è diverso da «importante», ad esempio: suggerisce che bisogna essere curiosi, che non è la solita zuppa, e magari allude perfino all’interesse, anzi agli interessi. Dopo di che, si crea una forte asimmetria tra i «popoli che si incontrano», il che vorrebbe dire alla pari, e però «noi dell’Eni» forniamo a voi, italiani, l’energia che vi occorre. E agli altri «popoli» noi cosa diamo?
Delle imprese dell’Eni nei settanta paesi in questione si sono occupati pochissimi giornali, in Italia. Se chiedete a un pubblicitario «come vanno le cose, resistete anche alla crisi?», lui vi risponderà «dipende dai clienti». Chi ha come cliente l’Eni è in una botte di ferro: chi estrae petrolio o gas e ci traffica incassa profitti fantastici, nonostante e anzi grazie alla crisi. E questa è una delle ragioni per cui i grandi media non raccontano la verità sull’Eni e sulle sue imprese multinazionali, come in Nigeria. I miliardi di euro che Eni maneggia e una parte dei quali finisce in pubblicità provengono esattamente dalla asimmetria di cui sopra. La multinazionale incontra i popoli e toglie loro qualcosa di rilevante che poi finisce nelle nostre prese di corrente o nei serbatoi delle nostre automobili, per altro a caro prezzo. Tutti lo sanno, ma sembra normale così: volete restare al buio o a piedi? C’è però un effetto collaterale, come dicevano i Bush padre e figlio, che forse renderebbe la faccenda meno astratta. Si tratta delle conseguenze sulle persone. Se la Nigeria viene depredata del petrolio e del gas del Delta da Eni e sorelle, la zona viene avvelenata, i profitti volano via e le briciole restano nelle tasche di boss locali, quel che si ottiene è un paese povero, inquinato e spinto sull’orlo di varie guerre civili, come quella tra musulmani e cristiani che ammazza centinaia di persone la settimana.
Se voi viveste in un paese simile, probabilmente vorreste emigrare. Come ha fatto Joy, giovane nigeriana approdata qui da «clandestina» e per questo finita in un Centro di identificazione ed espulsione [Cie], nel caso quello di via Corelli a Milano. Lì, Joy ha per così dire incontrato il popolo italiano nella persona di un ispettore capo di polizia, di guardia ai non-detenuti e non-cittadini lì impropriamente reclusi. L’incontro consiste in un tentato stupro: questo denuncia spericolatamente Joy ai colleghi dell’ispettore capo. Accade nel luglio 2009, e Joy riesce a sottrarsi alla violenza grazie all’aiuto della sua compagna di cella. Il mese successivo scoppia una rivolta, nel Cie, contro la decisione maroniana di allungare la reclusione: vi partecipano tutti i migranti. Alla fine, nove uomini e cinque donne vengono arrestati. Tra di loro, guarda caso, sono anche Joy e la sua compagna di cella, testimone della tentata violenza. Restano sei mesi in carcere, Joy non si scoraggia e formalizza la denuncia per tentato stupro. Dopo il carcere lei e l’amica vengono trasferite in diversi Cie, finché, il 15 marzo, Joy viene trasferita da Modena a Ponte Galeria, a Roma, insieme a molte altre donne nigeriane. Il 18 marzo dovrebbero tutte essere imbarcate su un charter, destinazione Nigeria. Che fine abbia fatto la denuncia contro il poliziotto non è noto, al momento, anche se è presumibile che in assenza dell’interessata tutto finirà in uno scatolone di sabbia. In compenso, Joy sa che nel suo paese potrà di nuovo incontrare il popolo italiano, in questo caso rappresentato dall’Eni, e forse troverà alla fine la sua esperienza di internazionalità molto interessante.
Ecco, questa è la storia di Joy, di cui non possiamo vedere la faccia né ascoltare la voce, e non abbiamo nemmeno una fotografia, dato che i Cie sono luoghi chiusi e adesso a quello di Ponte Galeria i consiglieri regionali possono accedere solo con un permesso della prefettura [anche se sarebbe una loro prerogativa, visitare quando vogliono carceri e luoghi di reclusione]: non so se servirà a uscire dalla nebbia della propaganda e da quella dell’assuefazione, per cui di storie così se ne sentono tante e non ci facciamo più caso.

Il paese dei banditi





Ora finalmente ho rinunziato a molte cose,
e specialmente allo stato,
come a un pensiero ozioso,
perché ho compreso
che è tutto un accodo,
un accordo di bestie di colore diverso.
[…]
Che gente mai è venuta fuori ora?
Che stirpe mai?
Vigliacco su vigliacco
E codardo su codardo.
[…]
Che importanza ha
A quale ceffo
Affluiscano in tasca i capitali.
Mi fanno schifo gli uni e gli altri.
Tutti loro
Sono una classe di banditi e rapinatori.
[…]
Non è un paese, ma un totale bivacco.
Per gli uni – giacimenti d’oro,
per gli altri – tenebra impenetrabile [*].

* * *

Atmosfera d'altri tempi a palazzo Cusani, sede milanese del Circolo ufficiali dell'Esercito, per il Gran ballo delle Cinque giornate. Obbligatorio per le dame e i cavalieri della Società di danza milanese - come da programma - l'abito ottocentesco (la Repubblica).

[*] Sergej Esenin, Il paese dei banditi, Einaudi.