sabato 31 gennaio 2026

Sostiene Cacciari

 

Il prof. Massimo Cacciari, sempre più ecumenico, sostiene che bisogna usare la parola “fascismo” con molta parsimonia, anzi, che è preferibile non usarla affatto. Sostiene anche che, pur non condividendo una sillaba delle posizioni di CasaPound e simili, è necessario confrontarsi con queste frange estremiste (che non definisce “fasciste”, per via della parsimonia di cui sopra), altrimenti, nel negarsi, nel respingerli, si fa il loro gioco, ossia si dà loro visibilità e si fanno passare per vittime della nostra chiusura e intolleranza.

So bene che quelli di CasaPound e gli esponenti del partito della Meloni non sono i soli fascisti, ma solo quelli più visibili. Con la differenza che i primi (CasaPound e simili) hanno il coraggio o meglio l’impunita impudenza di definirsi fascisti e di comportarsi come tali; per contro, gli esponenti politici di Fratelli d’Italia, al momento, non vogliono esporsi più di tanto, e ciò per opportunità politica o anche per viltà.

Se non li definisci fascisti, quale altro termine usare? Vogliamo sostituire la parola fascismo con totalitarismo, autoritarismo o altro ancora? Non ritengo totalitarismo un aggettivo equipollente, né altrettanto chiaro e comprensibile a tutti, poiché totalitarismo è un termine applicabile a situazioni e comportamenti anche molto diversi tra loro. Che il fascismo abbia un’anima totalitaria è pacifico (non bisogna commettere l’errore di Hannah Arendt, che escluse il fascismo dalla categoria del totalitarismo), ma il fascismo è anche qualcosa di diverso, di più perfido e insinuante.

Da un punto di vista storico, è stato (ed è tutt’ora) un errore far passere l’idea che il regime fascista si basasse essenzialmente sul mito di Mussolini, capo di una minoranza radicalizzata che aveva preso il potere con la forza e lo aveva mantenuto esclusivamente attraverso la repressione e la propaganda, con la complicità degli strati sociali dominanti, della passività delle masse, e così via.

C’è molto di vero in questo, ma non basta. Se il fascismo fosse stato essenzialmente quello descritto, allora gli attuali epigoni che governano e siedono in parlamento non sarebbero dei fascisti o neofascisti, ma dei semplici parvenu giunti al potere per via legale e pacifica, che puntano alla poltrona e allo stipendio. Cosa anche questa effettiva, ma solo in parte. C’è la zampa dei grandi poteri, ma lo zoccolo duro è dato, per motivi diversi, da molti altri ambiti trasversali alla società.

È proprio sulla base di questo errore (*), ossia dell’immagine dei “buoni italiani” vittime del fascismo, che le questioni sull’eredità del fascismo nell’Italia del dopoguerra furono considerate irrilevanti, poiché la realtà del consenso veniva negata. Non vi fu una defascizzazione, tantomeno nel settore della pubblica amministrazione e degli apparati.

Ed è perciò illusorio pensare che questo rigurgito di schiuma fascista sia destinato ad essere riassorbito non appena la crisi economica e sociale si aggraverà (o causa l’esito negativo di un voto referendario). Questa schiuma è il prodotto della crisi di un establishment che non sa rispondere sul piano politico, sociale e culturale alle profonde trasformazioni indotte dalla nuova fase del capitalismo e dai nuovi e dirompenti rapporti geopolitici.

Ad ogni modo, per quanto riguarda l’uso della parola “fascista”, penso non si tratti semplicemente di una questione terminologica e di classificazione, ma di usare un termine esplicito, efficace e chiaro per evincere la piega che stanno prendendo le cose qui da noi e altrove.

(*) Errore che non fu di Togliatti (Sul fascismo, Laterza), il quale riteneva sì il fascismo sostanzialmente come creatura della reazione del capitale e delle classi proprietarie, ma anche il prodotto del consenso della piccola borghesia e di una parte del proletariato nella crisi sociale del primo dopoguerra. De Felice, invece, riteneva il fascismo come espressione del potere personale di Mussolini e che il Partito Fascista avesse attraversato un processo, completato nei primi anni Trenta, di depoliticizzazione e subordinazione allo Stato. Dunque intravedeva una continuità tra il regime liberale e il fascismo. Opinione che poi cambiò nel quinto volume della biografia mussoliniana, evidenziando la dinamica totalitaria insita nella logica del regime, che puntava a radicare l’ideologia fascista per accelerare la rivoluzione antropologica destinata a far nascere “l’uomo nuovo”.

venerdì 30 gennaio 2026

Sogni

 



La pressione della realtà (tedesca)

 

Friedrich Merz, cancelliere di Germania, in un discorso al Bundestag, ha detto che “noi” dobbiamo “imparare a parlare il linguaggio della politica di potenza”. Un prerequisito nell’emergente “mondo delle grandi potenze” per poter affermare “le nostre idee”. Per poter affermare tali “idee” ha vantato la decisione di destinare il cinque percento della produzione economica tedesca alle spese militari: “Abbiamo preso l’iniziativa, e altri in Europa ci hanno seguito”.

Poco dopo, in altro contesto ufficiale, ha detto che non vedeva “alcuna necessità” di colloqui con Vladimir Putin; piuttosto, “dobbiamo mantenere la nostra pressione”. Lo stesso giorno, si è tenuta una cerimonia in Baviera, per il trasferimento dei primi due battaglioni da combattimento alla 45a Brigata Panzer “Lituania”. L’unità, di stanza al confine con la Bielorussia, sarà ampliata a 5.000 effettivi.

Intanto rullano i tamburi mediatici per un riarmo nucleare a livello “europeo”. È la pressione esercitata dalla “realtà”. Quella dell’imperialismo liberale dell’UE con un ruolo di leadership tedesco. Infatti, la Grande Germania non può permettersi di svolgere un ruolo secondario e periferico. Tutto ciò avviene mentre il “pubblico” italiano, quello più sensibile ed avvertito, è alle prese con un problema nazionale di nuovo conio: il dissesto idrogeologico (per buttarla in caciara si rievoca il Vajont). A seguire, le olimpiadi invernali e poi, finalmente, Sanremo.

giovedì 29 gennaio 2026

Una domanda inevitabile

 

Tutto questo era inevitabile? È una domanda che ci dovremmo porre. Per ciò che è accaduto e per ciò che si prefigura nel prossimo futuro, quella dell’inevitabilità è una domanda che si porranno le generazioni future, o ciò che eventualmente resterà della nostra specie dopo il grande disastro che ci aspetta (*).

Sarebbe semplicistico addossare in astratto al capitalismo ciò che sta accadendo, oppure a coloro che vedono la democrazia come pericolo. Il capitalismo, quale formazione economico sociale della nostra epoca storica, procede per suo conto e secondo le proprie leggi di sviluppo. Quanto accade è responsabilità di coloro che hanno usato il liberismo come randello sociale, e di coloro che hanno creduto, o hanno finto di credere, che fosse possibile controllare e ordinare le dinamiche capitalistiche secondo criteri decisi a tavolino.

Per quanto ci riguarda da vicino, la maggiore responsabilità del riemergere della schiuma fascista e fascistoide è di coloro che, per opportunismo e viltà, si fanno scrupolo di chiamare le cose con il loro nome. Non basta dire: vengono da quella cosa là; bisogna dare nome e cognome alla cosa”. Di dire appunto che si tratta del rigurgito di un fascismo che non se ne è mai andato, che è stato amnistiato, sdoganato e reso legale fin dal primo dopoguerra. Perché faceva comodo alla sinistra averlo come spauracchio e avversario e, per i centristi, anche come stampella a sostegno dei loro governi.

(*) Sto forse sostenendo che si può predire il futuro? Non per quanto riguarda il dettaglio dei singoli fenomeni, poiché la causalità non può esistere a livello del singolo caso; oggetti e rapporti singoli di sistemi complessivi non possono essere determinati da leggi rigorose e necessarie, per la semplice ma decisiva ragione che essi appartengono alla sfera del caso. Tuttavia è grazie alla casualità dei singoli eventi che si origina la necessità del fenomeno complessivo. Una coppia d’individui, maschio e femmina, s’incontra e s’accoppia e procrea in modo del tutto casuale; nell’insieme degli individui di una specie ciò avviene secondo le leggi della necessità.

Friedrich Hayek, nel suo Studi di filosofia, politica ed economia, ediz. Rubettino, a pagina 92, scrive: “la teoria economica è destinata a descrivere i tipi di modelli, che si presenteranno se verranno soddisfatte certe condizioni generali, ma raramente, se non addirittura mai, potrà derivare da tale conoscenza la predizione di fenomeni specifici”. Hayek sembra aver chiaro il rapporto dialettico tra caso e necessità, e come il caso regni sovrano in ogni aspetto della singolarità individuale. Tuttavia, poi scrive: “nel campo dei fenomeni complessi, il termine ‘legge’, allo stesso modo dei concetti di causa ed effetto, non è applicabile senza la modifica che la privi del suo ordinario significato” (p. 103). Per quanto riguarda i concetti di causa ed effetto ha ragione, ma Hayek trascura il fatto che è a partire dalla casualità degli infiniti movimenti dei singoli elementi materiali che si manifesta, come conseguenza da nessuno voluta, la necessità dei processi naturali che la scienza può rappresentare mediante leggi. Appena il caso relativo ai singoli elementi materiali si manifesta, esso produce casuali complessi che comportano la necessità. Qualcosa immediatamente si fissa come necessità e diventa la base di un ulteriore sviluppo: è un processo universale continuo e senza sosta. Hayek ha trasformato la necessità relativa dipendente dal caso in una necessità assoluta indipendente e sussistente in sé. Da ciò in buona sostanza nasce la sua “metafisica”, che applica alla statistica, alla linguistica, alla società.

mercoledì 28 gennaio 2026

L'accordo commerciale tra UE e India

 

India e UE hanno raggiunto un accordo di libero scambio, che impatta anzitutto sui dazi reciproci. Infatti, l’accordo tra l’Unione Europea e il Paese più popoloso del mondo (5a potenza economica), finalizzato ieri, è destinato a eliminare o ridurre i dazi su oltre il 96% dei beni scambiati. L’interscambio 2025 è stato 136,5 miliardi di dollari. L’UE prevede che le sue esportazioni di beni verso l’India raddoppieranno entro il 2032.

L’Italia esporta per quasi 5 miliardi l’anno (macchinari, prodotti chimici, metalli, tessile/abbigliamento, apparecchi elettronici e prodotti per il trattamento dei rifiuti). Importa per circa 9 miliardi (2024). Il saldo commerciale è dunque notevolmente sbilanciato a favore dell’India.

L’India ha già annunciato investimenti miliardari nel settore della difesa nei prossimi anni. Pochi anni fa, il ministero della Difesa indiano ha revocato il divieto di accesso a Leonardo, che era scattato soprattutto a causa dell’arresto dei due soldati italiani per la nota vicenda. C’era stato anche lo scandalo della Agusta Westland, e controllata da Finmeccanica, accusata di aver pagato tangenti per accedere alla commessa per l’acquisto di 12 elicotteri. Nel 2023 è stato firmato un accordo di cooperazione. 

Il volume degli scambi commerciali tra Francia e India nel 2024 ha raggiungendo i 17 miliardi di euro. La Francia segna nel 2024 un calo del 20% delle sue esportazioni farmaceutiche verso l’India, e allo stesso tempo, le importazioni di telefoni e apparecchiature per le telecomunicazioni continuano a crescere, trainate dall’aumento delle attività di assemblaggio in India. La bilancia commerciale rimane in deficit, raggiungendo 1,6 miliardi di euro nel 2024, in riduzione grazie alle significative esportazioni aeronautiche (Airbus A350 ad Air India), che però sono drasticamente diminuite nel secondo semestre 2024.

Gli scambi commerciali tra Germania e India nel 2024 hanno raggiunto un volume di circa 30 miliardi di euro. La bilancia commerciale indiana è in negativo nel 2024 di circa 3 miliardi con quella tedesca, ma preannunciata quasi alla pari nel 2025. Le esportazioni tedesche consistono principalmente di macchinari e prodotti chimici, mentre l’India fornisce abbigliamento, prodotti tessili e, in misura crescente, prodotti petroliferi.

Più in generale, finora, per esempio e per quanto riguarda l’industria automobilistica europea, l’India ha protetto il suo mercato con dazi elevati, fino al 110% sulle importazioni dall’UE, più alti che in qualsiasi altra grande area economica. In India, con una popolazione di 1,4 miliardi di persone (ha superato la Cina due anni fa), si vendono solo quattro milioni di auto l’anno. L’obiettivo è di arrivare a sei milioni entro il 2030.

Le case automobilistiche europee detengono complessivamente una quota di mercato inferiore al 4% in India. Il produttore giapponese Suzuki Motor è al primo posto, seguito dalle case automobilistiche nazionali Mahindra e Tata. Ciò è dovuto a diverse ragioni. In primo luogo, le auto a prezzi accessibili, che i produttori UE non offrivano, sono molto richieste in India.

Quando si parla dell’auto europea ci si riferisce principalmente all’industria tedesca. Per aggirare parzialmente questi costi, BMW, Mercedes e VW gestiscono i propri stabilimenti di assemblaggio in India. Nel 2025, Volkswagen ha venduto poco più di 70.000 auto in India. A titolo di confronto, Volkswagen l’anno scorso ha venduto più di 85.000 Golf in Germania, poco più di 70.000 auto in India. Quasi 20.000 veicoli ciascuna BMW e Mercedes.

L’accordo prevede che le aziende dell’UE possano esportare in India 250.000 auto l’anno a tariffe ridotte, di cui 160.000 con motore a combustione interna e 90.000 elettriche. Le tariffe per i veicoli con motore a combustione interna scenderanno gradualmente al 10% entro dieci anni e per le auto elettriche entro 14 anni. I dazi sui ricambi auto saranno completamente eliminati. Pertanto, non è difficile prevedere che per le industrie tedesche orientate all’esportazione, in primis quella automobilistica, l’India rappresenti il mercato del futuro.

L’accordo riguarda anche l’agricoltura, dunque anche la Francia e i Paesi mediterranei. I dazi sui prodotti agricoli provenienti dall’UE saranno ridotti, tuttavia, esclude prodotti agricoli come carne bovina, riso e zucchero. I dazi sul vino saranno ridotti dall’attuale 150% al 20% per i vini più costosi e al 30% per quelli più economici. I dazi su olio d'oliva, pasta e cioccolato saranno completamente eliminati.

Per contro, l’India potrà esportare più prodotti tessili e farmaceutici. Questo ha immediatamente fatto salire le azioni dei produttori tessili indiani. Inoltre, il commercio di servizi sarà liberalizzato e si prevede che la delocalizzazione per i lavoratori qualificati sarà facilitata. E questo ci dovrebbe preoccupare. L’UE ha concesso alle aziende indiane un’esenzione dai dazi sull’acciaio: potranno esportare 1,6 milioni di tonnellate di acciaio l’anno verso l’UE in esenzione da dazi, una quota significativamente inferiore ai precedenti volumi di importazione dall’India.

L’accordo sarà ora sottoposto a revisione giuridica. Successivamente, entrambe le parti dovranno ratificarlo. All’interno dell’UE, ciò richiede una maggioranza qualificata di 15 Stati membri, che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’unione. Anche il Parlamento europeo deve approvare l’accordo; in tal caso è sufficiente una maggioranza semplice.

Disastri umani

 

È stata effettuata la perizia da parte di un geologo prima di rilasciare le concessioni edilizie?

Alla fine di gennaio del 1985, lo Space Shuttle Discovery era decollato a meno undici gradi Celsius. Durante l’esame dei suoi razzi di lancio, recuperati dall’Oceano Atlantico, furono scoperte debolezze causate dal gelo nelle guarnizioni (gli O-ring). Furono trovati fuliggine e segni di bruciatura. Un altro millimetro e gli O-ring si sarebbero bruciati completamente.

Nel gennaio 1986, un ingegnere, nel corso di una conference call con i funzionari della NASA al Kennedy Space Center, aveva messo in guardia sulle criticità provocate dal gelo negli O-ring, e aveva proposto di rinviare il nuovo lancio di Challenger. Gli risposero di “togliersi i paraocchi da ingegnere e pensare come un manager”. Il giorno dopo, il 28 gennaio, si procedette al lancio con sette membri di equipaggio, tra i quali c’era l’insegnante Christa McAuliffe, che stava per diventare il primo civile nello spazio.

La notte precedente il lancio, come molti altri, Christa dormiva profondamente. I suoi figli attendevano con ansia due lezioni programmate di storia che l’insegnante avrebbe dovuto dare dallo spazio. Fin da piccola Christa era affascinata dalle donne pioniere negli Stati Uniti, era diventata presidente del sindacato degli insegnanti del New Hampshire, aveva fatto domanda per il programma Teacher in Space della NASA ed era stata selezionata nel luglio 1985 tra 11.000 candidati.

Milioni di americani erano incollati agli schermi la mattina del 28 gennaio 1986, e centinaia di altri riempivano le tribune a cinque chilometri dalla rampa di lancio. Lo Space Shuttle Challenger, insieme a Columbia, Discovery, Atlantis ed Endeavour, era uno dei cinque space shuttle riutilizzabili della NASA. Era il 25° lancio di uno space shuttle e il 1986 era destinato a diventare “l’anno più importante dall’inizio dell’era spaziale”.

Challenger aveva completato dieci voli dal 1983. Il lancio era stato posticipato di una settimana a causa del maltempo. Dopo anni di tagli al bilancio e di calo dell’interesse pubblico, ci si aspettava che i voli di routine dello Space Shuttle nello spazio riaccendessero la passione della nazione.

L’intera rampa era ghiacciata, con ghiaccioli lunghi metri che pendevano ovunque. Non si era mai verificato un decollo con un freddo così intenso. Sperando che il ghiaccio si sciogliesse, il centro di controllo decise di aspettare due ore.

Tutto andò secondo i piani. I motori si accesero. Lo strano pacchetto, composto da due razzi di lancio, il serbatoio color ruggine alto 46 metri, pieno di ossigeno e idrogeno, e la navetta agganciata, si levò in aria. Dopo una virata controllata, venne raggiunta la traiettoria leggermente inclinata e il Challenger accelerò fino a una velocità di 1.600 chilometri orari. Poi la spinta fu ridotta; a un’altitudine di 11.000 metri, raggiunsero il Max Q, il punto più critico. Se la navetta avesse volato troppo velocemente, la pressione dinamica dell’aria avrebbe potuto distruggere l’intero velivolo. Ma anche questo non si rivelò un problema. Negli strati d’aria più rarefatti che seguirono, i motori furono portati alla massima potenza. La navetta, per superare la gravità terrestre, avrebbe dovuto raggiungere i 28.000 chilometri orari.

Al momento non si registrò nessuna perdita termica, né un incendio alle guarnizioni fragili e una conseguente esplosione. Ma all’improvviso, lo Challenger esplose in una palla di fuoco, seguita da lunghe scie di condensazione bianca. I detriti dello shuttle, compresa la cabina separata con gli astronauti, precipitarono nell’Oceano Atlantico. Ci fu un breve silenzio nel centro di controllo della NASA prima che lo speaker annunciasse con involontaria ironia: “Abbiamo un grave malfunzionamento”.

La CNN, l’unica rete a trasmettere in diretta il lancio e a mostrare la tribuna VIP, aveva inquadrato in quel momento i volti dei genitori di Christa. Il mondo intero ha assistito alla loro iniziale gioia trasformarsi in incredulità e orrore. Anche gli scolari dell’insegnante, con i cappellini da festa, sono stati mostrati in diretta televisiva. Lo spettacolo doveva continuare.

Il presidente Reagan nominò una commissione d’inchiesta. Tra i suoi membri figurava il premio Nobel per la fisica Richard Feynman, che un paio di settimane dopo confermò, dopo un semplice esperimento, quanto l’ingegnere aveva testimoniato nelle udienze iniziali in merito ai suoi disperati avvertimenti alla dirigenza: usando un bicchiere d’acqua ghiacciata, dimostrò che la plastica degli O-ring del razzo a propellente solido destro aveva perso la sua elasticità a temperature inferiori a zero gradi Celsius.

Le riprese cinematografiche e televisive confermarono: appena 0,678 secondi dopo l’accensione, un piccolo fungo di fumo nero emerse dal razzo di lancio destro. Dopo 58,8 secondi, si trasformò in un getto di fiamma. Questo crebbe in pochi secondi fino a diventare un getto di fuoco che distrusse rapidamente il supporto del grande serbatoio. Ma solo 73 secondi dopo il lancio l’esplosione fu visibile sia agli spettatori che ai dipendenti della NASA.

L’intero programma Space Shuttle fu sospeso per due anni.

Il programma Space Shuttle, sviluppato a partire dagli anni ‘70, mirava a rendere i voli spaziali significativamente più economici rispetto ai lanciatori tradizionali, riutilizzando i componenti del sistema. Divenne cruciale per la costruzione della Stazione Spaziale Internazionale (ISS), poiché consentiva il trasporto di grandi moduli nello spazio. Permise inoltre la riparazione e il miglioramento del Telescopio Spaziale Hubble. Tuttavia, il programma fallì a causa dei costi sempre crescenti di ricondizionamento degli orbiter e dei lanciatori.

Dopo la conclusione del programma nel 2011, gli astronauti statunitensi dovettero raggiungere la ISS utilizzando le capsule russe Soyuz. Questo fu uno dei motivi per cui la NASA lanciò il Commercial Crew Program per promuovere le aziende private. Nel 2020, SpaceX, la società di Elon Musk, ha lanciato con successo un veicolo spaziale con equipaggio (missione Crew Dragon Demo-2)). Da allora, l’azienda conduce i voli di rifornimento con equipaggio della NASA verso la ISS con la sua navicella spaziale Dragon 2 e, dal 2021, effettua anche voli spaziali turistici.

lunedì 26 gennaio 2026

Una questione di volume e di potere

 

“Diranno che hanno inviato le loro truppe in Afghanistan, ed è anche vero, ma sono rimasti un po’ indietro, un po’ lontani dalla linea del fronte”, ha dichiarato Trump, riferendosi all’intervento della Nato in Afghanistan. Le parole di Trump hanno suscitato un putiferio tra i leader europei, ma costoro avrebbero fatto meglio a tacere.

La guerra condotta dalla Nato in Afghanistan ha causato principalmente la morte di civili afghani; centinaia di migliaia di persone ne sono state vittime. Le truppe occidentali hanno commesso numerosi crimini di guerra. Soprattutto personale militare e agenti statunitensi hanno torturato e assassinato prigionieri afghani; le incursioni notturne su villaggi e fattorie, in cui intere famiglie sono state massacrate, sono state innumerevoli. In definitiva, la guerra ventennale in Afghanistan, con tutte le sue atrocità contro la popolazione civile, si è rivelata il metodo più omicida immaginabile per riportare i talebani al potere. Ma le vittime afghane, le vittime della popolazione soggiogata, sono, come al solito nelle dispute tra imperialisti, del tutto irrilevanti.

La faccenda è andata fuori strada anche sotto un altro aspetto. Chiunque giudichi Trump e i suoi compari in base alla veridicità delle loro dichiarazioni ha già commesso il primo errore. Nell’era di X e di altre piattaforme la verità è meno importante che mai; è una questione di volume e potere. Quando Trump dà dei codardi ai soldati europei, lo fa per affermare il dominio degli Stati Uniti e suo personale.

I problemi con Trump e con il suo consiglio mondiale per la pace sono solo all’inizio. Il mondo da cui veniamo non esiste più, e questo è un ottimo pretesto per aumentare le spese militari, per reintrodurre la coscrizione, insomma per prepararci alla guerra. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz al Forum ha presentato un programma di militarismo, riarmo e nazionalismo economico che si inserisce perfettamente nella tradizione delle mire tedesche di potenza mondiale.

Né va rimosso il fatto che il fulcro della discussione al World Economic Forum, oltre al disgustoso spettacolo di Trump, è stata l’intelligenza artificiale. Il CEO di Anthropic (Claude), Dario Amodei, ha sostenuto che l’IA aumenterà drasticamente la disoccupazione (che mi pare una cosa oltrettutto ovvia). L’IA potrebbe portare a una rapida crescita, ma questo non andrebbe a vantaggio di tutti, bensì solo di una piccola élite. Che mi pare una conseguenza altrettanto ovvia. Quel libello del 1848 bisogna leggerlo bene: aveva anticipato tutto.

domenica 25 gennaio 2026

Vieni, ti spiego il fascismo, quello nuovo

 

Hanno chiuso la filiale della banca. Ora, per andare alla banca, dobbiamo recarci in un altro comune, circa otto chilometri. Entrando nella nuova filiale (nuova di zecca), sembra di essere nella sala d’aspetto di qualsiasi altra cosa, tranne che di una banca. Devi aver preso ovviamente appuntamento col tuo gestore, entrando devi rivolgerti alla reception (o front desk, come dicono quelli che hanno imparato l’inglese con le audiocassette), dopo di che vieni indirizzato a uno di quelli che chiamano “salottini” (incredibile: in italiano!) e che stanno al piano superiore.

Qui incontri il tuo signore gestore, cioè colui che gestisce il tuo conto. In quaranta giorni, mi hanno cambiato gestore tre volte (riorganizzazione interna, hanno detto). Siccome a mia volta gestisco con ampia delega anche altri tre conti di persone molto anziane (fate conto con quanti cellulari devo smanettare!), ho scoperto che ad ognuno dei conti di queste persone hanno affibbiato un gestore diverso. Pertanto, per le mie operazioni devo prendere appuntamento con ben quattro gestori diversi, con orari diversi e, manco a dirlo, non nello stesso giorno.

Ho preso appuntamento col direttore della filiale (che non ho avuto l’onore di conoscere) per far presente l’assurdità della faccenda, ma, causa trambusto per il trasferimento/concentrazione delle filiali, mi è stato detto che Mosè era molto impegnato e dovevo attendere qualche giorno. Sono passate anche le feste natalizie e, sul più bello, mi hanno detto che hanno cambiato anche quel direttore, dunque devo attendere ancora “la chiamata”. Qualcuno, meno all’antica di chi scrive, potrebbe osservare che tutto ciò è normale. Prendo atto.

Dove si vuole arrivare, anzi, dove si è già arrivati? Alla cosiddetta isybank, cioè alla filiale digitale. Anche qui, dopo un po’, diventerà impossibile comunicare, sia pure via telefono, con degli esseri umani, ma solo con delle stupide macchine “addestrate” a fornire ai clienti risposte che spesso sono inutili. Per tutto il resto, dovremmo arrangiarci. Il treno sarà questo: cliente-telefono-macchina. Nell’occulta stazione: alto dirigente e azionista, che magari sono la stessa persona. A loro ricchi premi e cotillon, ai clienti calci in culo e pedalare.

Quello che vale per le banche vale per tutto, tra poco anche per il medico di famiglia eccetera. Poi si chiedono perché le giovani coppie vogliono rimanere sterili. Mi assale la malinconia e almeno una volta il giorno rimpiango di non appartenere alla generazione precedente la mia, cioè a una generazione che si è estinta o si sta estinguendo. Si potrà obiettare: ma quella generazione ha vissuto il fascismo e la guerra! Rispondo: perché questa roba che cos’è?

venerdì 23 gennaio 2026

L'armonia dei numeri

La Groenlandia è cosa fatta. Trump è un grande statista. Quanto all’Ucraina, l’incontro trilaterale nel deserto non approderà a nulla di concreto. Per i noti motivi, tra i quali quello delle ballerine ucraine, che non devono necessariamente saper danzare, ma soprattutto devono essere politicamente affidabili, dunque non possono esibirsi ne Il lago dei cigni, “simbolo della macchina culturale imperiale russa”. Quando alla Striscia di Gaza ci penseranno architetti e immobiliaristi. Sull’escalation della situazione in Rojava: ma che roba è? Perciò parlo d’altro.

Mercoledì, il Parlamento europeo ha deciso a strettissima maggioranza di deferire l’accordo UE- Mercosur alla Corte di giustizia europea per una revisione giuridica. Risultato: 334 voti favorevoli, 324 contrari e 11 provvidenziali astensioni (che armonia in questi numeri). Questa votazione congela di fatto l’entrata in vigore dell’accordo sul cosiddetto libero scambio fino alla pronuncia della Corte. E ciò potrebbe richiedere del tempo: mesi, forse più di un anno.

Chissà che nel frattempo i bifolchi che protestano si diano una calmata, se non altro per stanchezza e spese. Sebbene conservatori, socialdemocratici e liberali (c’è differenza?) abbiano votato in larga parte contro il parere legale, non sono stati sufficientemente uniti per impedire il deferimento. Ma soprattutto il deferimento alla Corte è stato reso possibile dall’alleanza tra verdi, sinistra ed estrema destra.

La trama include anche la seguente scena: i membri del PPE, il gruppo più numeroso del Parlamento europeo, hanno discusso animatamente sull’accordo. Alla fine, 43 dei 187 membri del gruppo hanno votato “contro la posizione concordata”, ossia a favore del deferimento alla Corte. È stato un duro schiaffo in faccia anche per la presidente della Commissione Europea, di cui non ricordo il nome, e per il cancelliere tedesco, il generale Guderian.

Importante: negli “accordi misti”, come UE-Mercosur, le decisioni vengono prese non solo dalle istituzioni dell’UE, ma anche dagli Stati membri, con un’interazione a più livelli. L’applicazione provvisoria richiede l’approvazione del Consiglio, ovvero degli Stati membri. Per l’entrata in vigore definitiva, anche il Parlamento europeo deve approvare l’accordo. Solo dopo la ratifica da parte di tutti i parlamenti nazionali degli Stati membri dell’UE, l’accordo può essere pienamente attuato. La Commissione europea non può autonomamente far entrare in vigore provvisoriamente un accordo; tuttavia, può avviare questa fase e proporla al Consiglio.

Ma c’è il trucco, come in ogni cosa: il controllo della Corte non blocca automaticamente l’applicazione provvisoria. L’accordo UE-Mercosur sarà applicato provvisoriamente una volta che il primo Stato del Mercosur lo avrà ratificato. Avanzo un’ipotesi: sarà il Paraguay. Le sequenze della sceneggiatura sono ben più numerose, perché l’applicazione provvisoria è possibile solo nei settori che rientrano nella giurisdizione dell’UE, ma altre parti dell’accordo che rientrano nella responsabilità degli Stati membri non possono essere applicate in via provvisoria.

Penso che anche questa notizia, che riguarda la più grande zona di libero scambio del mondo (ma attualmente appena un ottavo del valore degli scambi tra UE e Stati Uniti o UE e Cina), possa interessare molto, ossia come un fischio nel buio. Eppure il Sud America può diventare una piccola ancora di salvezza per gli europei in un mare economico e geopolitico in tempesta.

giovedì 22 gennaio 2026

Finalmente ho capito Marx

 

Sul Corriere della Sera, Maurizio Ferraris spiega Karl Marx. Nel paragrafo intitolato Valore e plusvalore, finalmente mi è parso chiaro perché siamo arrivati al punto in cui siamo. E anche a che prezzo, è proprio il caso di dire.

«Al posto di Dio, Marx metterà la merce, l’oggetto dei desideri umani che la rendono quasi magica e comunque attraente. Al posto della religione, Marx metterà il Capitale, il sistema entro il quale ha luogo il sortilegio per cui un oggetto qualsiasi appare desiderabile per dei soggetti. E al posto dei credenti Marx metterà i lavoratori, ossia coloro che, con la loro fatica, producono la loro stessa alienazione: le merci, frutto del loro lavoro, che vengono vendute a un prezzo molto superiore a quello che viene pagato ai lavoratori che le producono. Ecco spiegato il motivo per cui gli operai sono poveri e i padroni delle fabbriche sono ricchi».

Ecco come, tra l’altro, un rapporto sociale, il dominio di classe e lo sfruttamento di un’altra, viene trasformato in un “sortilegio” della merce, in una questione di ... sovrapprezzo. Il plusvalore deriva dall’abilità e dalla furbizia del capitalista che sa vendere le proprie merci a un prezzo superiore al loro valore, non da una sottrazione di lavoro vivo. I rapporti di produzione capitalistici, basati sul sovrapprezzo, diventano struttura eterna e naturale dei rapporti umani. E Marx, l’autore di una rivoluzione scientifica, il primo pensatore dell’era tecnologica che non si confronta più con un mondo naturale – che sarebbe dato – ma con un universo artificiale – che viene prodotto, diventa per Ferraris un volgare affabulatore che ha sostituito Dio con la merce, che ha sostituito un’illusione con un’altra.

La crisi della sinistra, la nostra condizione ormai disperata, in buona sostanza è riconducibile a una grande mistificazione, che coinvolge tutto e tutti e che ha lo scopo di legittimare l’ordine esistente e riferire il superamento di questo sistema all’utopia. La mistificazione, che è un lavoro professionale, è il processo ideologico e formale mediante il quale la borghesia nasconde la realtà dello sfruttamento dietro “forme” apparentemente neutre e razionali (prezzo, profitto, mercato), rendendo il plusvalore un fenomeno incomprensibile alla sua origine. E ciò che vale per Marx e la sua critica, vale per tutto il resto.

«Un uomo che cerca di adattare la scienza (per quanto errata possa essere) a un punto di vista che non ha origine da essa stessa, ma a un punto di vista preso in prestito dall’esterno, a interessi che le sono estranei ed estrinseci, lo chiamo “vile” (Teorie sul plusvalore, II).»


mercoledì 21 gennaio 2026

Ultime da Davos

 

Grave violazione della sicurezza al World Economic Forum di Davos: un uomo anziano, mentalmente confuso, è riuscito ad accedere alla sala plenaria con mezzi ancora ignoti, dove ha parlato in modo incoerente per quasi un’ora.

Come è potuto accadere che un estraneo sia riuscito ad accedere al leggio e a esporre lì, senza impedimenti, i suoi deliri per quasi un’ora e mezza resta inspiegabile. Ma ancora più stupefacente risulta il fatto che alla fine abbai ricevuto degli applausi convinti da una larga parte della platea.

Il presidente Macron, sistemandosi gli occhiali da sole, ha esclamato: “Speravamo che si fermasse da solo dopo un po’, o che la sicurezza intervenisse, ma non è successo!”. Lilli Gruber avrebbe voluto intervistarlo, ma la giornalista aveva già preso un appuntamento con il chirurgo Massimo Popolizio.

Al contrario, il singolare soggetto salito sul palco si è lasciato andare alle più bizzarre fantasie, alternando vanterie e minacce. Ha affermato ripetutamente che la Groenlandia gli apparteneva di diritto, a volte confondendola con l’Islanda, in un caso con le Isole Vergini. Ha poi affermato di aver posto fine da solo a otto guerre e di godere di un’immensa popolarità.

Solo dopo più di 60 minuti lo strano vecchietto ha lasciato il podio. Non è ancora stato stabilito dove si trovasse nel frattempo il presidente degli Stati Uniti, il quale è poi giunto a Davos pilotando personalmente il suo cacciabombardiere invisibile. Questa sera riceverà in premio un fascinus d’oro per aver posto fine alla guerra in Ucraina un anno fa, il giorno dopo il suo insediamento.

La partita

 

Le cose in Italia vanno molto bene, salvo qualche retaggio dell’epoca comunista. E dunque parliamo di politica internazionale, campo nel quale, come il gioco del calcio, ci sentiamo quasi tutti molto ferrati, a cominciare dalla geografia, sia fisica che politica e lasciando da parte, per ora, quella sessuale. Che siamo forti in geografia ma anche in storia lo prova il fatto che tutti sanno furono i vichinghi ad approdare per primi in Groenlandia. Chi fossero i vichinghi è un altro capitolo molto frequentato del nostro dibattito quotidiano al distributore del caffè.

Del resto, Trump ha ragione: il fatto che siano giunti in Groenlandia con una barchetta, non li rende padroni di quell’isola. Né i normanni, che sempre vichinghi erano, possono avanzare pretese sulla Sicilia. E nemmeno gli arabi. Allora nemmeno gli ebrei sulla Palestina. E nemmeno Enea ...

E poi, quanto costa un essere umano? Secondo Donald Trump, 10.000 dollari, ovvero l’equivalente di 8.600 euro. Questa è la somma che intende pagare a ogni groenlandese per convincerlo a separarsi dalla Danimarca e unirsi agli Stati Uniti.

Quel prezzo laddove gli esseri umani non siano molto numerosi, altrimenti cala anche notevolmente fino a ridursi al costo di un proiettile. Fu il caso, ad esempio, del presidente James Polk, che nel 1848 spese la sbalorditiva cifra di 15 milioni di dollari per acquisire il Messico settentrionale (corrispondente agli attuali stati di California, Nevada, Utah, nonché parti di Arizona, Colorado, Wyoming e Nuovo Messico) – e la vita di circa 13.000 soldati statunitensi e altri 25.000 proletari messicani.

Vi do una notizia in anteprima: la Coppa del Mondo FIFA negli Stati Uniti, in Canada e in Messico avrà una nuova sede: la Federazione calcistica statunitense (USSF) ha annunciato oggi che la capitale della Groenlandia, Nuuk, sarà la sede di una partita del torneo: Stati Uniti vs Danimarca. La condizione posta è che quest’ultima giochi senza portiere.

La vendita dei biglietti inizierà immediatamente su: great-american-reich.com.

martedì 20 gennaio 2026

Il ritorno della reliquia barbarica

 

Nel 2024, sono state estratte fisicamente circa 3.600 tonnellate d’oro. Ulteriori 1.200 tonnellate provenivano dal riciclo. La produzione annua totale di 4.800 tonnellate, al prezzo medio del 2024 di 2.386 dollari l’oncia, equivale a un valore totale di circa 387 miliardi di dollari. Questa cifra è inferiore alla capitalizzazione di mercato di una qualsiasi delle più grandi aziende del mondo, come Apple o Nvidia, che valgono ciascuna diverse migliaia di miliardi di dollari.

Solo una piccola parte del metallo giallo estratto viene utilizzata, mentre una quota considerevole viene accumulata. Anche il cosiddetto consumo di gioielli serve in gran parte a questo scopo: l’oro riappare sul mercato in forma modificata e rifuso come metallo riciclato. I campioni mondiali dell’accumulo di oro sono le banche centrali. Delle circa 210.000 tonnellate prodotte finora, circa 37.700 tonnellate, pari al 18%, sono attualmente conservate nei forzieri delle banche centrali.

Ma perché il prezzo dell’oro in questi ultimi anni è schizzato verso l’alto e l’oncia troy (circa 31 grammi) sia avvia a raggiungere i 5.000 dollari? Si dice che è calata la fiducia nel dollaro statunitense, e questo è vero, ma la questione, come solito è un po’ più complessa. Sono sempre le banche centrali le maggiori responsabili del movimento del prezzo dell’oro, che si comportano come i classici accumulatori seriali. Rimangono passivi e raramente intervengono sul mercato acquistando o vendendo, tuttavia, quando lo fanno, soprattutto quando agiscono nella stessa direzione, hanno un impatto significativo sul mercato.

Il fenomeno comunemente visibile è questo: quando le banche centrali, come negli ultimi anni, acquistano massicciamente, speculatori e investitori seguono l’esempio. Ovvio l’effetto prezzo. La domanda di gioielli, si comporta in modo opposto. Quando i prezzi dell’oro salgono, dai cosiddetti “compro oro” e dai gioiellieri c’è la fila: vecchi gioielli e monete commemorative vengono riconvertiti in carta moneta.

La causa “nascosta” è tutt’altra e, nel caso attuale, c’entra prevalentemente la guerra che si combatte in Ucraina e le sanzioni alla Russia. Come tutti sanno, la liquidità, se investita, produce interessi. Ciò è particolarmente vero per le banche ordinarie, che detengono la minor quantità possibile di liquidità, pur ricevendo un “tasso di deposito” basso (attualmente il 2,0%) come interesse sui loro conti presso la Banca Centrale Europea. La situazione è diversa per le banche centrali. Quando ricevono denaro nella propria valuta, questo cessa di esistere, proprio come viene creato dal nulla quando lo prestano alle banche.

Quando una banca centrale riceve valuta estera, questo avviene raramente sotto forma di banconote cartacee, ma prevalentemente come accrediti su un conto presso una banca estera. Poiché le banche centrali non possono diventare insolventi nella valuta che emettono, generalmente detengono i loro conti principalmente presso altre banche centrali. Di solito ricevono anche interessi su questi conti, ma questo è per loro di minore importanza. Il punto forte di queste riserve valutarie, in valuta estera, è che sono assolutamente sicure e prontamente disponibili in qualsiasi momento.

Come suggerisce il nome, le riserve valutarie non sono necessarie per le attività quotidiane, ma per le emergenze, soprattutto quando è necessario difendere la valuta nazionale sui mercati finanziari. Veniamo al punto, ossia le sanzioni alla Russia. Con il congelamento delle sue riserve detenute presso le banche centrali occidentali nel 2022 è stato infranto un tabù relativo alle consuetudini e delle pratiche consolidate del sistema finanziario e dei pagamenti internazionale. Si è trattato di un appello diretto a tutte quelle banche centrali del mondo affinché cercassero mezzi alternativi per detenere riserve.

Per molte banche centrali rimaneva solo il familiare e antiquato oro (la “reliquia barbarica” secondo Keynes), che hanno cominciato ad acquistare massicciamente. Un esempio concreto: non solo la Russia e la Cina, ma anche la Banca Centrale di Polonia, uno stato membro della NATO e dell’UE (ma conserva una moneta propria da proteggere) è stato negli ultimi due anni tra gli acquirenti di oro. Tra il 2023 e il 2025, gli acquisti netti di oro da parte delle banche centrali mondiali hanno superato annualmente le 1.000 tonnellate d’oro.

Va ricordato che qualsiasi valuta circolante come carta moneta rappresenta solo il segno del valore, non valore essa stessa. L’oro, da parte sua, ha valore non come titolo legale, ma come merce, soprattutto in situazioni di emergenza. Funge da equivalente universale, cioè è la merce sulla quale si misura il valore di tutte le altre merci. Il titolo di proprietà su questa merce particolare non è il fattore decisivo, quello che conta è il suo controllo effettivo. Non è la “fiducia” così spesso invocata dai banchieri a contare, ma il possesso effettivo.

La proprietà statale dell’oro, la cui consegna dipende dalla disponibilità di un’istituzione straniera a consegnarlo, per esempio la filiale di New York della Federal Reserve o la Banca d’Inghilterra (in caso di emergenza, l’oro vale meno della metà del suo valore nominale). Per fare un esempio: nel luglio 2020, un tribunale britannico ha stabilito che il governo venezuelano non poteva più accedere alle sue 14 tonnellate d’oro depositate presso la Banca d’Inghilterra perché il governo britannico non riconosceva il governo venezuelano.

Le maggiori riserve auree sono gestite dalla Federal Reserve statunitense, con un totale di 8.133 tonnellate. Seguono a notevole distanza la Bundesbank tedesca (3.352), l’Italia (2.452), la Francia (2.437), la Russia (2.333) e la Cina (2.280). La Banca Centrale Europea 506 tonnellate, il FMI ne detiene 2.814 tonnellate.

In un’epoca di capitalismo finanziario, il ritorno in auge della “reliquia barbarica” la dice lunga sullo stato dell’arte. Un consiglio: se pensate di vendere una vecchia catenina o la fede nuziale approfittando dell’alto prezzo raggiunto dall’oro, non fatelo. Verranno tempi più grami degli attuali.

lunedì 19 gennaio 2026

La rottura dell’ordine

 

Ieri, quando ho messo gli occhi sulla prima pagina del Sole 24Ore, ho letto questo titolo: La rottura dell’ordine come metodo. Ho controllato che stessi leggendo il quotidiano dei padroni e non Lotta comunista ...

Ciò che sta accadendo e dovrà ancora accadere a proposito dei dazi minacciati da Trump per gli otto Paesi europei che hanno inviato un plotoncino simbolico di soldati (meno di niente) in Groenlandia è davvero interessante. Vedremo la borghesia europea fin dove è disposta ad arrivare oppure se, ancora una volta, riuscirà a perdere la faccia e non solo quella.

I fatti sostanzialmente sono noti: Donald Trump ha annunciato ulteriori dazi, oltre al dazio del 15% sui prodotti dell’UE concordato nel settembre 2025; a febbraio verrà aggiunto un altro 10% e a giugno il 25%, per tutti gli otto paesi (Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Paesi Bassi e Finlandia) che hanno inviato anche un solo soldato in Groenlandia per resistere almeno simbolicamente all’annessione dell’isola (sette volte la superficie dell’Italia) da parte degli Stati Uniti.

Le sanzioni tariffarie resterebbero in vigore fintanto che la Danimarca non accetterà di cedere la Groenlandia agli Stati Uniti. Sabato, Trump ha anche pubblicato una foto personale in bianco e nero sulla sua piattaforma Truth Social, autoproclamandosi “Re dei dazi”. Solo qualche anno fa tutto ciò sarebbe parso ridicolo e impossibile, ma si deve prendere atto che gli Stati Uniti hanno gettato la maschera e si mostrano per ciò che sono sempre stati.

Forse a Trump rode, oltre l’invio di una manciata di militari europei in Groenlandia, il recente accordo commerciale dell’UE con gli stati del Mercosur e le premesse di un accordo UE-India. Vai a sapere come stanno le segrete cose e gli intimi pensieri.

Se gli Stati europei dovessero cedere di nuovo – proprio come hanno fatto nella disputa sui dazi con Washington l’estate scorsa – non solo dimostrerebbero che, quando si arriverà al dunque, sono disposti a rinunciare prontamente alla propria integrità territoriale, ma anche che Trump potrà usare i dazi per estorcere concessioni a piacimento alla prossima occasione. Vale la pena ricordare che l’Europa è totalmente dipendente dagli Usa per le proprie comunicazioni web, le infrastrutture digitali e in particolare per i servizi cloud.

La Cina, in particolare, ha costretto Washington a fare marcia indietro; ma anche Brasile e India hanno finora resistito alla pressione statunitense. Questa resistenza ha un prezzo per le economie dei Paesi in questione. Tuttavia, si sta rivelando l’unico modo per fermare i saccheggiatori dell’amministrazione Trump. Inoltre, il mondo intero osserva con vivo interesse chi saprà resistere alle richieste degli Stati Uniti e chi si arrenderà.

Sulle contromisure economiche minacciate dalla UE, per bocca di Macron, contro gli Usa, non c’è da farsi troppe illusioni, e tuttavia si sta ampliando ulteriormente la frattura transatlantica e forse Washington sta sottovalutando le possibili conseguenze di un simile scontro aperto con l’Europa. Trump sta spingendo l’Europa davanti a sé, vedremo se l’UE saprà mostrare un sussulto di dignità, o se già oggi arriveranno i primi distinguo, per esempio da Roma.

L’Europa è sottoposta ai colpi di martello dell’imperialismo statunitense e dall’altra parte non trova che l’incudine dell’espansionismo commerciale e finanziario asiatico. Ciò deriva dal fatto che la borghesia europea, oltre ad aver abbandonato la lettura dei classici greco- latini (le radici semantiche e storiche, che sono le radici della civiltà europea), ha coltivato le proprie illusioni per troppo tempo e non ha riflettuto abbastanza sullo sfondo secolare dei problemi attuali.

domenica 18 gennaio 2026

La grande illusione

 

«È più facile resistere all’inizio che alla fine»

Leonardo da Vinci

Segnalo un articolo pubblicato su Nature, a firma di tre ricercatori dell’Università Nazionale di Taiwan, nel quale si descrive un robot, ovvero un framework di robotica cognitiva impiegato su Chat GPT-4. La macchina, denominata Mobi, ovviamente antropomorfizzata (compresa una telecamera di profondità, un pannello touch, bracci robotici e un telaio), sarebbe in grado di simulare e migliorare le “dinamiche conversazionali e l’esperienza utente”, quindi di manifestare “una capacità cognitiva e una coscienza simili a quelle umane”.

Siamo ancora una volta sulla scia di una rappresentazione mitica del robot, che consiste nel considerare le macchine come doppi dell’uomo, attribuendo loro un’esistenza separata e autonoma.

La versione GPT-4 del chatbot di OpenAI ha potenziato e migliorato le capacità di testo, visione, audio e analisi delle emozioni umane, e nel corso della ricerca ha dimostrato di poter andare oltre la simulazione di una personalità ed entrare nella sfera predittiva: “Grazie alla conoscenza dei ricordi, dei tratti della personalità e dei modelli linguistici di un individuo, [...] può prevedere il discorso e le decisioni di quella persona” e dunque può adattarsi “all’evoluzione degli stati emotivi e del contesto sociale dell’utente”.

Che è un po’ quello, in definitiva, che fanno i cartomanti con i loro clienti.

La chiave di tutto è ovviamente il cervello umano, il quale “costruisce un modello predittivo dell’attenzione altrui, dotando gli individui di notevoli capacità sociali per anticipare gli stati mentali e i comportamenti dei loro coetanei. Di conseguenza, ciò facilita la ricostruzione delle proprie emozioni, convinzioni e intenzioni”.

In particolare, “Quando una persona esprime un’affermazione, questa è sempre orientata a una certa conoscenza a causa dell’intenzione della sua coscienza. [...] Un robot può svolgere funzioni di coscienza, come la teoria della mente (ToM), realizzando l’intenzione, che orienta il suo comportamento al proprio intento, alle proprie emozioni e produce una conversazione più direzionale. Inoltre, il comportamento passato e altre variabili del comportamento pianificato, l’intenzione di agire, così come l’intenzione di astenersi dall’agire, influenzano l’intenzione di agire”.

La Teoria della mente (ToM) si riferisce alla capacità (in tal caso della macchina) di dedurre e attribuire stati mentali (ad esempio credenze, intenzioni, sentimenti) agli altri. Un robot con ToM può comprendere il pensiero dell’utente e comportarsi in modo più simile a quello umano. È una teoria in origine sorta presso gli etologi sulla base delle osservazioni dei comportamenti empatici dimostrati dagli scimpanzé!

Per il resto, l’articolo è molto tecnico, ma in sintesi questo Mobi è un agente conversazionale in grado di simulare una personalità completa con –dicono – cognizione incorporata. Tutta questa faccenda della somiglianza tra umano e robot è una impostura ideologica, molto diffusa nei discorsi transumanisti della Silicon Valley. Procede ignorando la diversità essenziale tra le funzioni socio-culturali e quelle psicofisiologiche, affidando in ultima analisi la soluzione semplicemente al dominio di queste ultime (**).

Andando col discorso sulla struttura e le performance concrete delle cosiddette intelligenze artificiali generative, esse si basano, com’è noto, su grandi modelli linguistici che consentono la produzione industriale di parole e testi attraverso calcoli statistici eseguiti su enormi quantità di dati digitalizzati. Come oggetti tecnici, rimangono materia inorganica che reagisce a calcoli probabilistici. Noiosa predeterminazione su base matematica, anche quando ci sorridono, ci chiamano per nome e “indovinano” il nostro stato d’animo e la nostra prossima risposta.

Però questo è solo l’aspetto più apparente, che non deve trarci in inganno: questi oggetti tecnologici non rivoluzionano più solo l’automazione del lavoro manuale o delle attività gestuali o fisiche, ma anche l’automazione del lavoro intellettuale, delle attività mentali e psicologiche. Sono strumenti psicologici che trasformano profondamente le funzioni psichiche, le strutture mentali e i modi di pensare degli utilizzatori.

La questione, come solito, sta nel loro impiego, che non è quello dichiarato in etichetta. Già con l’espressione “intelligenza artificiale”, oppure “cervello artificiale” o “coscienza artificiale”, eccetera, un modello di ricerca scientifica è stato convertito in una macchina di propaganda ideologica al fine di nascondere la presenza di decisori, non neutrali, dietro l’anonimato della macchina.

La domanda che dobbiamo quindi porci nel contesto attuale non è se le macchine saranno in grado di imparare o pensare (di diventare intelligenti e coscienti), ma piuttosto quali effetti avrà questo processo di automazione testuale, linguistica e simbolica sulle nostre menti e sulle nostre società.

È palese il rischio di un’ulteriore sterilizzazione culturale e manipolazione sofisticata, poiché l’espressione linguistica, testuale o simbolica è la facoltà che ci consente di pensare con la nostra testa e anche di connetterci collettivamente attraverso un ambiente culturale condiviso. Inoltre, è evidente a chiunque che il passaggio dai media cartacei a quelli digitali ha cambiato, specie per quanto riguarda le nuove generazioni, le pratiche di scrittura e lettura. A mio avviso, tale cambiamento non può non avere, nel tempo e nello sviluppo dell’individuo, effetti a livello neuronale e cerebrale, e dunque sulle stesse connessioni sinaptiche.

Questo passo indietro (ripeto: evidente specie nella formazione dei più giovani) dovrebbe consentirci di cogliere le questioni antropologiche e di civiltà legate alla digitalizzazione e all’automazione delle pratiche espressive che ci riguardano oggi (non si tratta meramente di una questione legata alle forme di “comunicazione”!). Pertanto, fino a che punto queste tecnologie algoritmiche e linguistiche trasformeranno i nostri cervelli e, più in generale, le nostre vite psichiche (influenzando identità e decisioni) e collettive (avanzamento implacabile dei poteri di controllo, disciplinari, eccetera)?

Per chiudere (tornerò sull’argomento), dal lato del significato politico si tratta di un’ulteriore prova che il capitale tende alla totalità, a non lasciare nulla fuori dal proprio orizzonte, dal proprio respiro, dal proprio dominio.

(*) Non sono io a sostenerlo: Elon Musk e altri, nel marzo 2023, sollevarono la questione del rischio dell’avvento di “menti digitali” che minacciano il futuro dell’umanità, in seguito al rilascio della prima “intelligenza artificiale generativa” accessibile al grande pubblico, prodotta dalla società OpenAI e denominata ChatGPT.

(**) Raymond Kurzweil, fondatore del movimento transumanista e direttore dell’ingegneria di Google, pubblica libri sulle “macchine intelligenti” o “macchine spirituali e immortali” (che aumentano autonomamatente le proprie prestazioni) dagli anni Novanta e mobilita anche l’idea di “singolarità tecnologica”, secondo la quale una superintelligenza artificiale (o “intelligenza artificiale generale”) in grado di superare le capacità umane sarebbe sull’orlo del futuro attraverso l’aumento della potenza di calcolo.

sabato 17 gennaio 2026

La profezia che si avvera

 

Il 2025 è stato un anno in cui tutto è cambiato, i danni strutturali si riveleranno in tutta la loro gravità troppo tardi per mettervi riparo. Ne è un sintomo evidente il prezzo dell’oro. Ha raggiunto il massimo storico di 4.500 dollari l’oncia troy (31,1 g) la vigilia di natale. Questo ha segnato il maggiore aumento annuo del prezzo dell’oro dal 1979, pari al 71%. L’aumento appare leggermente meno pronunciato in euro (+54%) rispetto al dollaro, perché l’euro si è apprezzato rispetto al dollaro del 12-13% (un aumento del cambio che va ad aggiungersi ai dazi). Tuttavia, il rapido aumento del prezzo del metallo non è iniziato nel 2025, ma è in corso da diversi anni, segno che il dollaro statunitense non è considerato affidabile da diversi anni. Le mattane di Trump hanno solo accelerato questa tendenza.

Tuttavia, anche per motivi facilmente intuibili ed esperienze storiche maturate, il metallo prezioso non è adatto come valuta globale di scambio. Il dollaro è diventato moneta mondiale dopo la seconda guerra mondiale; potrà trovare la fine del suo ruolo solo dopo la terza guerra mondiale, oppure dopo un crac finanziario mondiale d’inedita dirompenza. Le due cose potrebbero essere legate.

L’economia globale è più fragile di quanto suggeriscano i principali indicatori, a cominciare dalla fragilità del settore dell’intelligenza artificiale, vale a dire il divario tra le altissime valutazioni dell’IA e i rendimenti effettivi dell’IA. Ora a dare una mano arriverà la pubblicità su OpenAI. Pagheremo caro, pagheremo tutto: mai slogan è stato più profetico.

L’ideologia dominante ha tutto l’interesse di capovolgere la realtà, ossia di far apparire le contraddizioni e le “disarmonie” del sistema come causa dello sviluppo tecnologico, e non come causa dei fini reali perseguiti nell’impiego delle nuove tecnologie. Domani un post chiaro e semplice sugli effetti dell’IA sulle nostre menti e sulle nostre società.

venerdì 16 gennaio 2026

[...]

 

Gli onori stanno arrivando fitti e veloci: dopo aver ricevuto ieri il premio Nobel per la pace da Maria Machado, Donald Trump ha ricevuto oggi la pornostar Larissa Love, che gli ha consegnato il certificato di record mondiale per il maggior numero di pompini in 24 ore.