lunedì 12 gennaio 2026

Chi ci sta portando alla guerra


Nel caso non ve ne foste ancora accorti, vi comunico che la battaglia per la ridistribuzione del mondo è in atto. Primo tra tutti, manco a dirlo, l’imperialismo statunitense nella sua convinzione di dover combattere con particolare ferocia la lotta per il proprio territorio, quella per il proprio “cortile di casa” e per la ridistribuzione del resto, al fine di impedire il proprio declino, che significherebbe la sua morte.

Il nemico principale è e resta la Cina, anzitutto come concorrente su scala globale. La Cina che ha investito sempre di più, anche nel “cortile di casa” statunitense. Washington si sta preparando per la prossima grande guerra, con esercitazioni militari nel Mar Cinese Meridionale e ingenti pacchetti di armamenti. Non è questione di se, ma di quando. Come nel bar trasformato in discoteca in Svizzera, basterà poco per innescare la tragedia.

Anche Parigi, Londra e Berlino dimostrano quanto poco si preoccupino dell’equilibrio e della pace, per non dire della facciata del diritto internazionale. Puntano ad ottenere una fetta della torta insieme all’imperialismo statunitense, ovvero la migliore posizione possibile nella disputa al potere mondiale. L’Italia, quarta nazione esportatrice ma per il resto mera potenza gastronomica, guarda il grande gioco con il suo tradizionale opportunismo.

Dal secondo dopoguerra, il modo migliore (non ce n’era un altro) per stare in qualche modo entro il gioco è stato quello di collaborare con la NATO. Ora, per gli Stati europei, l’obiettivo è il riarmo massiccio attraverso la cosiddetta autonomia strategica all’interno dell’UE, con l’approvazione degli Stati Uniti, in modo che Washington incrementi i suoi guadagni nella vendita degli approvvigionamenti bellici e possa concentrarsi principalmente sulla lotta contro la Cina.

Il rapporto tra l’imperialismo europeo e quello statunitense è al tempo stesso di cooperazione e competizione. Sono due facce della stessa medaglia, che si appartengono a vicenda. Ed è esattamente ciò che stiamo vedendo, ad esempio, in Ucraina: c’è un notevole conflitto su chi metterà le mani sulle risorse minerarie e la ricostruzione. Gli Stati Uniti riescono ad assicurarsi la maggior parte del bottino, agli altri secondo il proprio peso politico ed economico.

L’imperialismo europeo, a matrice principalmente tedesca, ha bisogno militarmente degli Stati Uniti, compresi i suoi missili a medio raggio. Queste armi di primo attacco e di decapitazione, saranno dislocate a breve principalmente in Germania. Ci stanno portando verso un bagno di sangue e distruzioni inedite, perfino a paragone del passato novecentesco. A ciò serve la reiterata menzogna della minaccia rappresentata dalla Russia.

Si tratta di materie prime, profitti e sfere di influenza. Coloro che ne patiranno le maggiori conseguenze non saranno i capitalisti e i potenti, che invece puntano a trarne profitto e vantaggi. Sarà la maggioranza della popolazione e in particolare i più giovani. La domanda non è: “guerra, sì o no?”; oppure: “coscrizione, sì o forse?”; ma piuttosto: “quando e quanto velocemente?”. Non è una questione di composizione dei governi. È il capitalismo nelle sue dinamiche imperialiste che inevitabilmente ci porterà alla guerra. 

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