lunedì 27 aprile 2026

Verso un collasso sistemico

 

Cos’altro ci si potrebbe aspettare da una da una società frammentata, profondamente divisa e politicamente estremamente polarizzata? Gli omicidi e i tentativi di assassinio contro i presidenti o candidati alle presidenziali non sono una novità negli Stati Uniti, ma tre attentati alla stessa persona in soli due anni sono senza precedenti, persino negli Stati Uniti.

La povertà è in aumento, così come il lusso osceno dei super-ricchi; la violenza armata è diffusa; la destra reazionaria si è radicalizzata sistematicamente negli ultimi anni, alimentata da alcuni membri della classe dei miliardari statunitensi, che ora occupano una dozzina di incarichi governativi. Atteggiamenti razzisti e fascisti di ogni genere dilagano.

L’amministrazione Trump sta spingendo con tutte le sue forze in questa direzione, l’unica domanda che rimane è dove porterà tutto ciò gli Stati Uniti, che non sono l’Ossezia ma la più grande potenza militare e nucleare del pianeta. Si può presumere che Trump risponderà a questi episodi di violenza con una rinnovata repressione, con un autoritarismo ancora maggiore.

Trump è sottoposto e si sottopone a uno stress continuo che sarebbe esiziale anche per una persona molto più equilibrata di lui. I comportamenti paranoici di Trump sono evidenti a chiunque, tranne a coloro che pensano siano frutto di una precisa strategia. Balle.

Un collasso sistemico non è da escludere. Funzionari nominati da Trump hanno licenziato o fatto pressioni affinché si dimettessero decine di procuratori e funzionari federali, in particolare quelli coinvolti nelle indagini sul presidente e i suoi alleati politici. Perfino i sostenitori di Trump stanno perdendo il lavoro e la repressione è intesa come ultima risorsa.

Guardando intorno a noi, sembra che ciò che sta accadendo non importi comunque, perché qualcuno se ne occuperà. Non è così in un mondo pieno di bombe a orologeria. Quando uno squilibrio interno e internazionale raggiunge l’intensità e la vastità attuale e riguarda in primis un impero di dimensioni economiche e militari mai viste, si tratta di una crisi che coinvolge e ci trascina tutti.

domenica 26 aprile 2026

Finiremo tutti a fondo


Con la fine dell’Urss, le Forze armate statunitensi in Europa si sono trasformate da una forza a protezione dell’Europa a una “risorsa mobile” al servizio della strategia globale degli Stati Uniti (senza che ciò, tuttavia, abbia fin qui mutato il normale funzionamento dei meccanismi di comunicazione militare). Anche i legami basati su “valori condivisi” e impegni a lungo termine si sono allentati, tanto che, soprattutto con il secondo mandato di Trump, si è passati a una relazione transazionale incentrata sul calcolo degli interessi (prevalentemente statunitensi).

Mentre ciò accadeva, l’Europa non ha però elaborato un proprio piano strategico di difesa comune, ponendosi in una situazione di crescente incertezza, nonostante essa, nel suo complesso, non sia priva di mezzi e capacità di autodifesa. Complessivamente l’UE possiede un bilancio della difesa sufficiente e anzi in forte incremento, un complesso militare-industriale esteso e abbastanza sofisticato, una forza militare convenzionale potenzialmente di tutto rispetto. Salvo il fatto, appunto, l’assenza di una forza militare comune con degli stati maggiori unificati, quindi di organismi sovrannazionali di coordinamento per quanto riguarda le dotazioni (salvo gli standard NATO), l’industria bellica e gli approvvigionamenti (salvo dei consorzi industriali per l’aereonautica, l’aerospazio e poco altro).

Il fatto è che, Trump o non Trump, allentamento o non allentamento dell’alleanza atlantica, nessun Paese europeo ha intenzione di uscire dalla NATO o di farsi cacciare da essa. E anche le minacce di Trump alla Spagna sono solo un bluff. Il fatto che l’amministrazione Trump stia valutando misure punitive contro quegli alleati dell’alleanza militare che non appoggiano apertamente la guerra illegale condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, non significa in alcun modo lo scioglimento della NATO o anche solo l’espulsione di un qualsiasi Paese dall’alleanza. Un conto è la propaganda, a uso interno e internazionale, ma altri sono i fatti.

Il primo fatto riguarda il governo spagnolo, che pare non conceda libero accesso alle basi militari e non permetta il sorvolo di aerei militari statunitensi. Ciò sarebbe considerato un affronto, e ha portato a discussioni sull’espulsione della Spagna dalla NATO. E invece gli aerei statunitensi continuano a utilizzare queste basi in Spagna (vedi qui articolo di El Mundo). La stessa cosa vale per l’utilizzo delle basi italiane. Nulla e nessuno potrebbe impedirlo concretamente. 

Sebbene la retorica del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez sia indubbiamente piuttosto tagliente, e il suo “no alla guerra” lo abbia fatto apparire in Spagna come una persona con i “cojones” (coraggiosa), Sánchez sta essenzialmente cercando di coglionare i suoi elettori. Il suo partito ha chiarito mercoledì che non intende prenderlo sul serio. Lo stesso giorno, il Parlamento spagnolo ha votato su un possibile referendum sull’uscita dalla NATO, proposto da Podemos. Il partito di Sánchez ha votato all’unanimità contro, dimostrando ancora una volta la sua affidabilità transatlantica.

I parlamentari dell’alleanza spagnola di Izquierda Unida (IU), si sono astenuti da questa votazione. L’alleanza è guidata dal Partito Comunista. La spiegazione dell’IU dice che sarebbe una perdita di tempo un referendum e che è necessario un ritiro immediato dalla NATO. E però proprio la settimana scorsa si è svolta una marcia di protesta contro la base militare statunitense di Morón, vicino a Siviglia. I parlamentari dell’IU non vi hanno partecipato.

Insomma, la Nato fa comodo a tutti, perché prima ancora di essere o dichiararsi europeisti, i governi della UE e della NATO sono nazionalisti. Ognuno bada per sé e la NATO fa comodo a tutti, spagnoli e francesi compresi.

Ciò che Trump, Sanchez e altri ci raccontano è solo un grande abbaglio. Niente panico: finiremo tutti a fondo assieme. 

sabato 25 aprile 2026

Troppo comodo

 

Mariano Turigliatto, che tra le tante sue attribuzioni si definisce anche “coltivatore di speranza”, scrive oggi per Il fatto quotidiano un articolo dal titolo: L’eccidio oltre il 25 aprile ela ritorsione: a Collegno e Grugliasco c’è una storia su cui è calato l’oblio.

Racconta di una rappresaglia, avvenuta poco lontano da Torino il 30 aprile 1945, da parte delle truppe tedesche in ritirata. Le vittime civili furono 68. Per ritorsione, il giorno dopo, “alcuni abitanti di Collegno si uniscono in armi a un gruppo locale di sappisti e fucilano per ritorsione 29 militi della Divisione Littorio fatti prigionieri qualche giorno prima” (*).

Potrei a mia volta ricordare, per esempio, le gesta criminali di Gino Simionato, nella zona di Treviso. Oppure l’eccidio di soldati italiani e tedeschi prigionieri, avvenuto a Biscari nel luglio 1943 su istigazione del generale Patton. Eccetera. Le guerre, specie quelle civili, sono intrise di crimini e misfatti. Potremmo spingerci anche dire che già le guerre in sé stesse sono dei crimini, e tuttavia non tutte le motivazioni che fanno capo alle guerre si possono mettere sullo stesso piano. Così come non tutti i morti per causa dei conflitti sono uguali e degni della medesima considerazione. Un milite delle Einsatzgruppen da vivo e da morto non ha la stessa dignità delle sue vittime. La morte non attenua e non assolve dalle proprie responsabilità (sarebbe troppo comodo, specie dopo una sconfitta).

Turigliatto non la pensa come me, chiude così il suo articolo: “Raccontare queste storie non sminuisce l’eroismo, la generosità e l’importanza della lotta partigiana, serve a dirci perché non dobbiamo credere a chi ci parla di “guerra giusta”, di buoni e di cattivi. La guerra abbruttisce tutti, buoni e cattivi, per questo la Liberazione non è finita”.

Turigliatto rifiuta una gerarchizzazione della memoria storica, e così non s’avvede di avere una posizione molto ideologica. Che la guerra abbruttisca tutti, buoni e cattivi, è un fatto oggettivo, ma non abbruttisce tutti allo stesso modo, poiché le dinamiche politiche e storiche, i fatti in sé stessi, creano una gerarchia altrettanto oggettiva.

Nelle motivazioni e nei comportamenti di chi combatteva come partigiano nell’appennino emiliano e i fascisti che supportarono le truppe della 16a divisione Ss Panzergrenadier c’era differenza. Tra gli assassini che sterminarono 643 civili a Oradour-sur-Glane, vale a dire la divisione corazzata Ss Das Reich e i maquisards, c’era differenza. Differenze morali e sostanziali.

(*) Non semplicemente militi, ma camice nere. La divisione della RSI fu impiegata nella repressione anti-partigiana in operazioni particolarmente brutali.

Dalle buone intenzioni alla catstrofe

 

Colpa di Vicktor Orban

L’epidemia del Covid-19 ha segnato una cesura sociale e, se mi si passano i termini, psicologica e culturale. Mi spingo a dire: antropologica. Insomma, il virus non ha causato solo danni fisici. Da allora nulla è più come prima. Dalla sanità pubblica a tutto il resto, complici le nuove tecnologie e quelle che chiamano “nuove geometrie”, vecchi trucchi del capitale spacciati per nuove strategie allo scopo di massimizzare i profitti e socializzare le spese. Il futuro porterà soprattutto una cosa: sarà costoso. Per chi potrà permetterselo.

Gli Stati si trovano ad affrontare un disastro sociale e politico. Quanto al sistema europeo, considerato nel suo insieme, sta diventando sempre più costoso. Per la popolazione dell’UE, certamente, ma anche per chi lo organizza. Nessuno vuole pagare. Un esempio di queste ore: il cancelliere tedesco Merz si è rifiutato di aumentare il bilancio dell’UE per il prossimo esercizio finanziario, che inizia nel 2028. Bruxelles deve “accontentarsi di quello che ha”, ha dichiarato al suo arrivo al vertice straordinario della UE nella tiepida località cipriota di Ayia Napa. La presidente della Commissione Ursula Albrecht aveva giustificato l’ulteriore necessità finanziaria sostenendo che l’UE doveva ora iniziare a rimborsare il debito comune contratto nel 2020 in relazione alla pandemia di coronavirus.

Il “progetto europeo” si sta allontanando sempre più da qualsiasi cosa i cittadini comuni possano sperimentare. Del resto, il denaro serve per nuove e maggiori spese militari. Germania e Francia si contendono le quote del progetto congiunto per i caccia, che è sull’orlo del collasso. Per il programma di cacciabombardieri di sesta generazione GCAP, l’Italia è impegnata in un consorzio internazionale, ma i costi sono già triplicati rispetto alle stime iniziali, da circa 6 miliardi a oltre 18,6 miliardi di euro. Nel tempo diventeranno molti, ma molti di più.

Inoltre, il denaro è servito per pagare totalmente ristrutturazioni edilizie e giardini privati specie a chi è benestante o anche molto ricco (non sul 730). Spese a profusione anche per nuove piste ciclabili, borse di studio Erasmus, sussidi agricoli, oppure per rottamare negli uffici pubblici e nelle scuole computer e fotocopiatrici nuovi di zecca (non è un’illazione, ma una testimonianza diretta).

Altri 90 miliardi servono per armi e vettovaglie agli ucraini che stanno difendendo i “nostri valori” minacciati da Mosca, ossia per il sostegno all’Ucraina nella sua guerra per procura contro la Russia (offro due opzioni ai lettori). Di questi ultimi 90 miliardi, 30 miliardi, ovvero 15 miliardi l’anno, sono destinati a sostenere il bilancio statale ucraino, che com’è noto è un esempio di trasparenza contabile. Non è un segreto che questa cifra non sarà sufficiente a tenere a galla il Paese, visto il crollo delle entrate fiscali. Ed infatti, giovedì sera Zelensky è apparso al vertice straordinario UE in collegamento video e, come prevedibile, ha chiesto altro denaro e ulteriori sanzioni contro la Russia.

Per venire ai casi miei: ieri ho prenotato un’ecografia in “libera professione”, ossia a pagamento. “Prenotato” è un termine ottimistico ed esagerato. Non mi hanno fissato una data. Mi richiameranno, anticipandomi che vi sono liste d’attesa di “almeno 7-8 mesi”. Per non fare nomi: sanità pubblica veneta, ospedale San Bassiano. L’anno scorso, per una risonanza con priorità 60 gg., ho dovuto intrattenere una fitta corrispondenza con la dirigenza dell’ospedale. Quando dalle diffide ho adito alle vie legali (è bastata una letterina raccomandata su carta intestata), d’incanto i tempi d’attesa si sono ridotti a pochi giorni.

Dietro a tutto ciò c’è indubbiamente una strategia, forse non solo quella ... Il meglio deve ancora venire, vedi per esempio l’incipiente “riforma” della medicina di base: dalle buone intenzioni (?) alla catastrofe il passo è sempre più breve (vedi la scuola, eccetera).

venerdì 24 aprile 2026

Eliminare i testimoni del genocidio

 

Entro il primo maggio Trump attaccherà di nuovo l’Iran, se non ci sarà un accordo. Infatti, entro quella data scadono i 60 giorni che la legge concede a un presidente per scatenare un conflitto militare senza l’autorizzazione del Congresso. Un accordo che molto probabilmente non ci sarà. Trump s’è infilato in questa trappola tesagli dai sionisti e non sa come uscirne se non, appunto, con il proseguimento di una guerra alla quale nessuno riconosce legalità, salvo ovviamente i sionisti che ne sono i veri mandanti.

Il criminale di guerra che siede alla Casa Bianca ha addirittura sostenuto, impunemente, che non userà l’arma nucleare. Cosa che implica che tale possibilità è stata sicuramente presa in considerazione tra le opzioni disponibili. Inaudito, eppure tutto tace a tale riguardo.

Intanto il Reich ebraico continua ad uccidere in Libano, civili inermi, giornalisti e fotografi. Nel caso di Amal Khalil e della fotografa Sainab Faraj si è trattato di una vera e propria caccia ed esecuzione a mezzo di droni. Dopo un primo attacco alla loro auto, avvenuto alle 14.30, le due donne si sono rifugiate al riparo di un albero. Alle 16.00, sono state attaccate di nuovo. Si sono rifugiate in una casa, dove hanno atteso l’arrivo di un’ambulanza della Croce Rossa. Tuttavia, le truppe d’occupazione israelite si sono rifiutate di lasciare il passaggio ai paramedici e anzi hanno attaccato il veicolo della Croce Rossa con granate stordenti e munizioni vere, avvertendo nel contempo le truppe dell’UNIFIL di non utilizzare la strada per Al-Tiri.

Poco dopo, la casa dove le due donne stavano aspettando i soccorsi è stata bombardata. Amal Khalil è morta sotto le macerie dell’edificio distrutto. Il Ministero della Salute libanese ha confermato ieri la sequenza degli eventi. È chiaro che il Reich ebraico vuole eliminare i testimoni del genocidio arabo.

L’ennesimo crimine di guerra da parte del Reich ebraico ha gettato un’ombra sul secondo incontro tra il rappresentante sionista e l’ambasciatore libanese negli Stati Uniti. I colloqui erano previsti a Washington per ieri. Il presidente libanese Aoun aveva già dichiarato in precedenza che Beirut avrebbe avviato negoziati solo dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco duraturo. Aoun ha inoltre sottolineato la necessità di consentire il ritorno degli sfollati nel Libano meridionale. È chiaro che la guerra ebraica contro il Libano rimarrà un tema centrale nei futuri colloqui tra Stati Uniti e Iran.

mercoledì 22 aprile 2026

La dignità di Camilla

 

Ho letto stasera l’articolo di Camilla, una ricercatrice all’Università di Milano prossima a diventare “associato”. S’intitola: “Odiare chi può permettersi una casa in centro a 30 anni”

Scrive: “Ho quasi trentaquattro anni. Per una fortunata combinazione di fattori, tra poco meno di due sarò professoressa associata nella facoltà di Giurisprudenza di uno dei maggiori atenei del Paese, dopo aver avuto esperienze lavorative di alto livello sia nel pubblico, sia nel privato”. Però non può permettersi di acquistare e abitare almeno “un bell’attico con tre camere da letto e terrazza” in zona semiperiferica.

“I miei genitori, professionisti, sono a loro volta figli di una genealogia di professionisti che risale fino al mio trisavolo. [...] Siamo, banalmente, dei borghesi istruiti; un’identità che, in fondo, rivendico o di cui, comunque, non mi vergogno”. E perché mai, cara figliola, si dovrebbe vergognare degli ascendenti, che non si scelgono?

Prosegue: “Esiste infatti una dimensione pratica del vivere, fondamentale per stare al mondo in modo dignitoso, che questa pur solida genealogia non riesce più a garantire. Non nei termini e nei modi in cui era stata promessa, almeno”. Promessa vantata dunque sulla base della sua solida ascendenza, grado d’istruzione e oggettiva posizione di classe.

Camilla si duole della sua relativa, molto relativa, proletarizzazione. Che dipende da un mercato immobiliare altamente speculativo e da un reddito che è più basso di quello di un idraulico. L’emarginazione di vasti strati sociali non è un problema nuovo nel modo di produzione capitalistico. Non è forse il prodotto di determinati rapporti di produzione, di proprietà e di classe? Di tutto ciò Camilla non fa menzione. Perché, a parte l’irraggiungibile attico in centro a Milano, o almeno in zona semiperiferica, di tutto il resto a lei non importa nulla, o almeno non ne fa menzione.

Nel suo articolo è sottinteso che non si tratta di un antagonismo (Camilla lo chiama “odio”) innescato dai rapporti di produzione e di classe, ma di una semplice rivendicazione di status, mortificato dalla dequalificazione retributiva e di ruolo sociale di gran parte del lavoro intellettuale tradizionale. Che in origine, vale la pena ricordare, aveva una marcata connotazione classista e perfino razzista.

Ogni fase del modo di produzione capitalistico, implica una diversa struttura e organizzazione del lavoro. Il processo di proletarizzazione, indotto dallo sviluppo tecnologico, espropria quote sempre più rilevanti di popolazione. Ultimamente, lo si può notare bene da ciò che promette l’intelligenza artificiale. Ciò indica una ulteriore polarizzazione nella società tra un piccolo pugno di capitalisti e i loro rappresentanti e l’enorme massa della popolazione subalterna al rapporto capitale/lavoro.

È la tendenza, quella della proletarizzazione del ceto medio e di fare di ogni lavoratore intellettuale un salariato del capitale (salario di mera sussistenza), non nuova. Sempre che sia un lavoratore intellettuale in qualche modo funzionale al capitale. Una donna che ha avuto esperienze lavorative di alto livello, queste cose dovrebbe comprenderle da sé, pur senza diventare una potenziale antagonista del “sistema”.

Tra l’altro, allargando un po’ il discorso, stante l’integrazione internazionale del capitale, non è più possibile capire la struttura di una composizione di classe a livello nazionale e locale, senza partire dalla modificazione intervenuta a livello mondiale. Ma già questo richiede un più alto livello di analisi, che a Camilla non si può chiedere.

Camilla è precisa e concreta nelle sue aspirazioni: “Se, infatti, è il pane il bene che garantisce la sopravvivenza, è la casa quello che ne assicura la dignità. La casa in cui abitiamo è in grado di determinare se la nostra vita sia vivibile o, all’opposto, se non lo sia affatto o non abbastanza, quantomeno”. Vero, ma che cosa dovrebbero dire milioni di persone che sopravvivono nel peggio del peggio, negli alveari di periferie degradate a livelli di anomia totale? Qual è esattamente il loro demerito per non essere stati ammessi alla dignità a cui si riferisce e aspira Camilla?

Quello di un’abitazione di pregio in (quasi) centro città, precisa Camilla, “Non è sicuramente l’unico, ma è tra i primi indicatori utili a quantificare quanto la nostra vita possa qualificarsi o meno come una merda”. Eppure, insiste Camilla, “possiedo, in astratto, tutti i requisiti (famiglia, ceto, titoli di studio, professione) per accedere a una casa, eppure, da un anno a questa parte, la mia traiettoria (quantomeno la sua dimensione reale) si è interrotta”. E incolpa la “pur solida genealogia” di non aver saputo dotarla del dovuto peculio.

Ammette di essere, nonostante tutto, una “privilegiata, ma perché ho dovuto farmi il mazzo per dieci anni, sacrificare tutto mettendo da parte ogni singolo centesimo”. Dieci anni di mazzo, come dice Camilla, bisogna riconoscere che sono tanta roba.

Camilla nel suo articolo non rivendica solo il diritto ad una generica abitazione, bensì rivendica in primis il riconoscimento del suo status e i corrispettivi attributi e privilegi che un tempo vi erano connessi.

Non cogliendo, almeno in ciò che scrive, le profonde trasformazioni in atto da tempo, resta subalterna ideologicamente al sistema che ne provoca sofferenza e frustrazione. Non le resta che tentare la strada di un’unione all’altezza della sua solida genealogia, avendo cura di catturare un rampollo solidamente provvisto di quanto serve per un solido attico in Via Dandolo.

La densità del sangue

 

Se inizi una guerra da solo, te ne servono almeno due per finirla! E non è detto che finisca bene per te. Hai voglia a dire “abbiamo vinto” e abbiamo fatto “un lavoro fantastico”. A Trump, sempre in cerca della frase vincente, non restano che le invettive e i dazi doganali. Dall’Europa, l’unico aiuto che può ricevere, non certo da Macron, che non riesce nemmeno a tenere a bada sua moglie, lo riceve quotidianamente dal giornale più sionista del mondo, che si stampa, sia pure in poche copie, in Italia. Trump può sempre provarci con la derelitta Cuba, e poi intrattenerci sugli Ufo, ma resta il fatto che l’Iran lo sfida apertamente. I persiani hanno una storia molto più lunga degli ubriaconi d’oltre oceano, che sicuramente non hanno letto Montesquieu.

Tracciare il flusso del petrolio rivela l’anatomia della struttura di potere, dunque l’anatomia del potere capitalista. I grandi Stati e le multinazionali non si limitano ad accettare il prezzo, vogliono plasmarlo. Hormuz diventerà un pomo della discordia permanente nella lotta per il potere tra il blocco atlantico e il blocco eurasiatico (Cina e Russia). Gli schieramenti per la prossima guerra mondiale sono già definiti con il riarmo del Giappone (nelle Filippine è iniziata l’esercitazione militare Balikatan, vi partecipa un numero significativo di soldati giapponesi ed è apertamente diretta contro la Cina). A rimetterci di più sarà l’Europa, e questo a Berlino (dove si preparano a marciare a passo cadenzato) e Parigi l’hanno ben chiaro. Anche a Roma, ma pensano di essere furbi.

Il sangue è più denso dell’acqua, ma non del petrolio.

martedì 21 aprile 2026

Strumenti compiacenti

 

Un calo dei profitti aziendali è spesso un argomento sufficiente anche per i rappresentanti sindacali per affermare che, purtroppo, i tagli al personale sono inevitabili. Quando va bene, il sindacato assume un tono combattivo, “in lotta con gli operai per il loro lavoro e il loro futuro”. La verità è, e tutti lo sanno in fondo, che i lavoratori e i dipendenti non possono davvero lottare per il loro posto di lavoro, o meglio, lo fanno, ma la loro lotta è fin troppo spesso vana. Perché il loro unico strumento efficace, il rifiuto di lavorare, è inefficace quando non sono più necessari. E coloro che sono ancora necessari, in tali condizioni, sono difficili da convincere a mettere a repentaglio il proprio posto di lavoro con uno sciopero.

Infatti, chiunque sa bene che nel sistema capitalista i posti di lavoro esistono solo finché sono redditizi, ovvero finché i profitti sono adeguati. Il loro livello determina la sopravvivenza dell’azienda e a decidere se i profitti sono adeguati non sono certo i lavoratori. Gli azionisti di maggioranza possono decidere di delocalizzare la produzione all’estero se intravedono una possibilità di maggiori profitti. Vista così sembrerebbe una cosa logica e che non ha bisogno di molte spiegazioni, poiché, prescindendo da che cosa produce una azienda, cannoni o burro, ciò che vale è la redditività dell’investimento.

Invece è proprio questo il vero nodo della questione: che cosa si produce e perché. Cannoni o burro non sono la stessa cosa, come ognuno sa. E ciò non è, o non dovrebbe essere, indifferente nella scelta di che cosa produrre e che cosa no. I lavoratori stessi non criticano queste scelte, produrre bombe o caffettiere per quasi tutti loro è indifferente. Essi si riferiscono in modo positivo a questo rapporto di dipendenza con l’azienda, come a qualcosa di cui i lavoratori hanno a cuore l’interesse.

Questa questione ne richiama un’altra, subito adiacente. Sulla pagina di questo blog, in esergo, si trova una citazione di Marx. Non è scelta a caso, essa racchiude, in prospettiva, la situazione che sta vivendo nella nostra epoca la classe sfruttata: «Non basta che le condizioni di lavoro si presentino come capitale a un polo e che dall’altro polo si presentino uomini che non hanno altro da vendere che la propria forza-lavoro. E non basta neppure costringere questi uomini a vendersi volontariamente. Man mano che la produzione capitalistica procede, si sviluppa una classe operaia che per educazione, tradizione, abitudine, riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione». (I, 7-3).

Secondo questa logica, non è l’azienda in sé a infliggere costantemente precarietà lavorativa ai dipendenti, bensì la sua cattiva gestione. Secondo questa accusa, i “datori di lavoro” non adempiono alle proprie responsabilità, a differenza dei lavoratori diligenti che adempiono sempre al loro dovere. È in quest’ottica che anche la critica sindacale, come quella politica e dunque la critica laterale e riformistica, interpreta il rapporto tra capitale e forza-lavoro.

Anche gli slogan che richiamano l’attenzione su “prima il lavoro e poi il profitto”, si riferiscono al fatto che le aziende non considerano il bene comune, a differenza del sindacato, sempre consapevole della propria responsabilità nazionale. Pertanto, il successo del capitale è anche nell’interesse della nazione, motivo per cui il sindacato esorta le aziende a rispettare le proprie responsabilità nazionali.

Questa rappresentazione dipinge un quadro della vita economica secondo cui posti di lavoro sicuri e salari “decenti” (sic!) sono garantiti solo quando l’azienda ha successo. E con ciò si riconoscono implicitamente come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione.

Il sindacato si presenta attivamente come una forza utile e orientata al bene nazionale, perciò il suo insistito richiamo agli investimenti e all’innovazione. Non importa molto se gli investimenti riguardano burro o cannoni. Salvo poi scoprire che questi investimenti si traducono, in ultima analisi, in licenziamenti tramite modernizzazione e innovazione. La speranza di non essere colpiti perché la propria azienda ha successo e i posti di lavoro vengono tagliati altrove è sostanzialmente data per scontata dagli stessi membri del sindacato.

La richiesta del sindacato di investimenti si basa quindi sull’aspettativa che l’Italia prevalga nella competizione internazionale e diventi più indipendente dagli altri Paesi, e dunque si presenta come una forza che sostiene un nazionalismo in materia economica, e che viene promosso apertamente dai partiti politici, specie alcuni. Al pari di questi partiti, nulla è più aborrito dal sindacato che turbare la pace sociale nel paese. Sarebbe invece necessario opporsi a questo principio se non si vuole diventare una pedina nel gioco di potere. So be it.

Si dirà che il sindacato non ha come obiettivo la lotta politica, il superamento del sistema, ma semplicemente gli interessi e la tutela della forza-lavoro. Dunque fa da mediatore tra la frusta degli azionisti e la schiena dello schiavo salariato? Risposta: non permetteremo che gli interessi del profitto prevalgano sulla vita umana! E ci mancherebbe, ma dire che il lavoro (la forza-lavoro!) “non è una merce”, significa non aver presente il rapporto reale tra capitale e forza-lavoro, il rapporto tra la classe degli sfruttatori e quella degli sfruttati. Non tener conto che così come qualsiasi altra voce relativa ai costi di produzione, l’acquisto e l’impiego della forza-lavoro figura come un costo nel bilancio delle società.

Se i sindacati (qui mi riferisco prevalentemente alla CGIL poiché per il resto ...) fossero davvero seri in questo, avrebbero molto da fare e dovrebbero prendere posizione contro la politica economica e l’ordine economico su numerosi fronti. Innanzitutto revisionando il proprio vocabolario. Ma questi rappresentanti dei lavoratori distinguono tra “profitti”, ai quali non si oppongono e al cui successo contribuiscono attivamente, ed “extraprofitti” che servono solo ad arricchire pochi. Dove si trovi questa distinzione, tuttavia, rimane un mistero.

La lotta ideologica è la lotta più importante! Così diceva l’uomo che nacque nella stessa cittadina di Aleksandr Protopopov e di Aleksandr Kerenskij, ma che non fu loro amico. Oggi i lavoratori, in generale, non vogliono avere nulla a che fare con la formazione storica, la profondità scientifica e una comprensione approfondita dei problemi attuali. Rimangono volgarmente superficiali e sono quindi destinati a rimanere irrilevanti. Tendono a seguire la corrente del liberalismo, che è comoda perché non richiede loro nulla, men che meno un pensiero indipendente. Pertanto, sono strumenti compiacenti di una pseudo-élite liberale sempre più disinibita e altrettanto ignorante. L’aveva già ben chiaro Marx più di 150 anni fa, figuriamoci nella situazione odierna.


lunedì 20 aprile 2026

Dove vanno i Crepet quando non li caghiamo?

A scanso di pregiudizi metafisici, a me accade quasi tutti i giorni di sentire la voce di Karl Marx e Friedrich Engels, certe volte anche quella di Vladimir Ilich, col suo celebre rotacismo. Tutti e tre mi dicono di lasciar stare, che non è il caso che mi affanni, ormai è fatta e non si può tornare indietro.

Del resto, mi sussurra un’altra voce, ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne sogni il formalismo quantistico con i suoi trucchi matematici. Dunque, spazio anche agli angeli. Può essere che essi esistano solo quando vi si crede, così come la Luna esiste solo quando la si guarda. Il problema semmai è: dove cazzo vanno le anatre di Central Park quando Holden Caulfield non le guarda? È il nostro modo di guardare le cose che genera la realtà. Così ci viene detto, e solo Dio sa quanto sia necessario credere in qualche cosa che plachi le nostre ansie e quelle della fisica teorica contemporanea.

Se non è più valido il principio di causalità, l’idea della connessione generale e necessaria dei fenomeni fisici, valido anche per quei fenomeni dei quali non si siano ancora scoperte le cause determinanti, allora prendiamo in considerazione la casualità. Non serve conoscere il presente in ogni elemento, la posizione e il moto reale di una singola particella quantistica, la cui determinazione è affidata al caso e dunque a tutti gli stati possibili. Prendiamo invece in considerazione l’insieme, legato alla necessità.

In ogni fenomeno fisico in cui osserviamo una regolarità intervengono miliardi di atomi e di molecole; l’effetto osservato è determinato dall’azione reciproca di ogni singolo atomo con migliaia di altri. Così come accade per noi esseri umani, il cui singolo comportamento è assolutamente imprevedibile, ma nell’insieme l’umanità segue le leggi della necessità. La regolarità osservata del comportamento collettivo si dissolve completamente nei valori medi (i soli a noi accessibili, che presentano la loro conformità a una legge puramente statistica) di milioni di comportamenti singoli. Poi, che il comportamento di ogni singolo essere (di ogni singola particella) sia deciso col gioco dei dadi o della roulette, a noi non interessa.

A giorni a Bassano, ho già acquistato il biglietto e prenotato i popcorni.

Fare la guerra per fare soldi (tanti)

 

C’è un modo molto rapido per fare soldi: venerdì scorso, alle 14,47 ora locale, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha annunciato sulla piattaforma social X la completa riapertura dello Stretto di Hormuz, dichiarato chiuso all’inizio di marzo a causa della guerra di aggressione tra Stati Uniti e Israele. I prezzi del petrolio sono crollati quasi immediatamente di oltre dieci dollari al barile. Poco prima, intorno alle 14:25, erano stati venduti in pochi minuti contratti futures per un valore totale di circa 760 milioni di dollari.

Una posizione ribassista di dimensioni insolitamente elevate per essere costruita in pochi minuti, ed è la terza volta che accade in un mese pochi minuti prima di comunicazioni politiche in grado di invertire l’andamento dei prezzi. In altre parole, gli speculatori in possesso di informazioni privilegiate precise avevano “scommesso” con successo sul fatto che i prezzi del petrolio, spinti al rialzo dai premi di rischio, sarebbero crollati non appena fosse sembrata imminente una de-escalation del conflitto.

Meno di 24 ore dopo, alle 10:25 di sabato, la Repubblica islamica ha deciso che lo Stretto resterà chiuso alla navigazione, giustificando la decisione affermando che la riapertura di venerdì era stata condizionata. Il mantenimento del blocco statunitense dei porti iraniani nel Golfo Persico e la continuazione degli attacchi israeliani in Libano violavano il cessate il fuoco di due settimane entrato in vigore l’8 aprile. Questa spiegazione appare plausibile. Del resto, il comportamento di Stati Uniti e Israele non può essere considerato una vera sorpresa.

A tutte le navi mercantili e petroliere ancorate o in navigazione nel Golfo Persico, in attesa di un’opportunità per attraversare lo stretto, è stato ordinato di rimanere ferme. Ciò non ha ancora avuto un impatto immediato sui prezzi del petrolio perché le borse erano chiuse per il fine settimana.

Nel sito di Borsa italiana, in riferimento a un analogo episodio accaduto a marzo, si legge: «Ma chi c’è dietro questo movimento? Non è noto chi si sia nascosto dietro quegli scambi sospetti e neanche se siano stati posti in essere da un solo soggetto o da più persone. Una cosa è certa: chi ha effettuato quelle operazioni “sapeva” e l’intera operazione ha una precisa configurazione di reato, l’insider trading» (*).

Tradotto: ci sono dei teppisti di Stato che fanno filtrare delle importanti decisioni politiche a degli speculatori poco prima che queste notizie diventino pubbliche. Insomma, lo stop and go sulla guerra fa guadagnare somme ingenti a gente che sicuramente è in contatto diretto o indiretto con i decisori politici. Ciò, oltretutto, rende ancora più difficile prevedere l’evoluzione del conflitto, anche se ormai appare chiaro che la Casa Bianca è un circo dominato da dei pericolosi pagliacci.

Secondo Le Monde le società di trading che hanno tratto maggior profitto hanno sede elvetica. Solo a Ginevra ci sono 900 società di trading sulle materie prime. Il Wall Street Journal ha riportato che la società svizzera di trading di materie prime Gunvor ha dichiarato di aver già guadagnato nel primo trimestre di quest’anno quanto avrebbe guadagnato in tutto il 2025, anno in cui aveva registrato un utile di 1,6 miliardi di dollari. Secondo il Financial Times, in un report pubblicato alla fine di marzo, la società di trading Totsa (del gruppo francese TotalEnergies), sempre operando dalla Svizzera, sarebbe riuscita a guadagnare un miliardo di dollari, grazie a operazioni effettuate proprio prima dell’inizio dei bombardamenti in Iran.

La speculazione sui profitti e sui prezzi si estende a tutta l’economia statunitense in un contesto in cui, secondo un recente articolo del New York Times, i profitti delle aziende “hanno raggiunto una quota record dell’economia statunitense”. È ovvio che le multinazionali americane (e non solo loro) intendono mantenere questa situazione.

(*) I futures sono contratti che permettono di fissare oggi il prezzo di vendita di una materia prima che verrà poi fisicamente consegnata successivamente. Sono utilizzati da trader che non arriveranno mai alla consegna del “sottostante”. In altre parole, nessuno di questi operatori elvetici riceverà mai i barili: venderà piuttosto i contratti futures quando il prezzo del petrolio sarà a un livello sufficiente da permettere di centrare un guadagno.

domenica 19 aprile 2026

Comprese le guerre

 

Leggendo un libro, un saggio storico o un diario, incontro ad ogni pagina personaggi che non conosco o che conosco poco, quelli per così dire non “famosi”, o non celebrati oggi. La prima cosa che faccio, e che mi rallenta di molto la lettura ma chi se ne importa, è quella di occuparmi di loro, delle loro vite, in dettaglio. E, nel fare ciò, la prima cosa che guardo è quanti anni sono vissuti. Poi mi dico: alla mia età erano a un passo dalla fine, oppure erano già morti. Mi prende un misto di tristezza e di consolazione: la prima perché riflette la consapevolezza di una sorte comune e ineluttabile; la seconda perché in fondo io sono ancora qui e respiro abbastanza bene. Un atteggiamento un po’ sciocco, ma è anche vero che non diamo il meglio di noi stessi continuativamente ventiquattr’ore il giorno, anzi.

Un’altra riflessione riguarda gli avvenimenti vissuti da quelle persone, in genere tra la fine del XIX secolo e la prima metà di quello successivo. Ma come, mi chiedo, possibile non vedessero il baratro che stava davanti ai loro occhi, laddove le premesse del loro destino erano già tutte evidenti, dispiegate per benino? La prima guerra mondiale, la rivoluzione russa, la miopia della conferenza di Parigi, poi i fascismi e la nuova guerra. Facile col senno di poi, si potrebbe dire. E invece no, basterebbe leggere Barbara Tuchman, per vedere inanellati tutti quei fatti che preconizzavano con chiarezza quasi aritmetica, un passo dopo l’altro, il nuovo baratro che si apriva. Anche Keynes, dopo la conferenza di Parigi, lo vide. E molti altri, malgrado il foxtrot e i ruggenti anni Venti.

Poi venne la crisi, la grande depressione, che scoccò improvvisa, per chi non seppe prevederla. Come potevano i corsi azionari battere uno dopo l’altro nuovi record con disuguaglianze sociali così marcate? Anche i ricchi e i benestanti in genere non mangiano più di tre volte il giorno. Non si producevano solo troppe merci in rapporto ai consumi, si produceva anche troppo capitale. E con la crisi venne anche il resto. Com’è più o meno noto.

Hjalmar Schacht fu l’artefice dello schema finanziario che permise la ripresa tedesca e il riarmo, aggirando di fatto, con un artificio contabile, i limiti e le imposizioni del Trattato di Versailles del 1919. Lo schema, ideato nel 1934 dal ministro, prevedeva l’emissione di speciali obbligazioni a nome della Me.Fo GmbH, Metallurgische Forschungsgesellschaft m.b.H (Società per la ricerca in campo metallurgico), una società fittizia, inesistente nella realtà.

Già, la realtà. Che cosa sappiamo esattamente oggi di questa fantomatica realtà, cui siamo convinti di averla in pugno? Nella stessa misura di quanto le anime comuni ne sapevano allora! Ecco la realtà: grazie all’emissione di tali cambiali, a guisa di titoli di Stato (i cosiddetti Mefo-Wechsel), il Tesoro poteva rastrellare liquidità da impiegare per favorire la ripresa e lo sviluppo economico della Germania, oltre che la produzione di armamenti per soddisfare i suoi piani di riarmo. Emissione di pezzi di carta senza alcun valore in cambio di ricchezza altrui.

Tutto molto semplice, in definitiva. Uno schema Ponzi o Madoff, molto più in grande. Che rappresenta poi essenzialmente la natura stessa del sistema creditizio e finanziario. Chi di noi potrebbe dire di essere effettivamente padrone dei propri soldi depositati in banca come contante o nel portafoglio titoli? Basterebbe un blackout elettrico prolungato per rivelarci la realtà della nostra condizione.

MEFO era dunque l’acronimo riferito a una scatola vuota, a nome della quale si emisero obbligazioni senza gravare sul bilancio pubblico e senza creare inflazione, in quanto tali cambiali erano “spendibili” esattamente come il denaro entro i confini nazionali. John Maynard Keynes, riprendendo un’osservazione fatta da Hubert Douglas Henderson, così si era espresso nel 1941 riguardo al sistema ideato da Schacht: «il fatto che tale metodo sia stato usato a servizio del male, non deve impedirci di vedere il vantaggio tecnico che offrirebbe al servizio di una buona causa».

La realtà finanziaria, così come tutto il resto, si fa beffe della morale, del bene e del male. Solo quando si ha a disposizione una moneta propria, vera o fittizia che essa sia, si possono fare certe cose. Comprese le guerre.

sabato 18 aprile 2026

Un motivo per fare la guerra

 

L’11 aprile scrivevo: «Non è casuale che il governo iraniano rischi una nuova ondata di guerra contro il proprio paese insistendo su negoziati con gli Stati Uniti solo a condizione che il Libano sia incluso nell’attuale cessate il fuoco, come originariamente concordato. È in Libano che si gioca la partita, per opposti interessi; lo Stretto di Hormuz è solo uno strumento di guerra, di ricatto».

Il Libano funge per l’Iran come avamposto contro Israele, ma c’è almeno un altro motivo importante per il quale Israele vuole occupare il Libano meridionale. Il Libano rappresenta un’eccezione in una regione dove l’acqua scarseggia e lo rende davvero oggetto di desiderio. È attraversato da oltre trenta fiumi, di cui tre sono i principali: il fiume Litani e il Wazzani, affluente dell’Hasbani, il quale a sua volta alimenta il fiume Giordano, che è il principale immissario del lago di Tiberiade, unica grande risorsa d’acqua dolce in superficie della Palestina. Il Litani scorre interamente in territorio libanese, i fiumi Wazzani e Hasbani si trovano in gran parte in territorio libanese a monte del fiume Giordano (*).

Sebbene la desalinizzazione fornisca una parte dell’acqua potabile necessaria a Israele, questi fiumi rappresentano importanti risorse strategiche ambite da Israele a causa della cronica carenza idrica del Paese. Nel marzo del 2024 avevo già trattato ampiamente la questione (clicca qui).

La fascia di sicurezza a nord della Linea Blu, presidiata dall’UNIFIL, si estende fino al fiume Litani. Nell’ambito dei recenti conflitti (ottobre 2024 - marzo 2026), tutto è stato distrutto: pozzi, stazioni di pompaggio, serbatoi e reti idriche. Quando l’acqua diventa un bersaglio, la vita in quei luoghi diventa impossibile, così come il ritorno degli abitanti.

Inoltre sono stati distrutti dai raid israeliani i ponti strategici sul fiume Litani per interrompere i collegamenti tra il sud del Libano e l’interno, interrompendo le linee di rifornimento di Hezbollah.

L’acqua è un’arma di guerra e un motivo per fare la guerra: Israele ha sempre cercato di ottenere il controllo delle risorse idriche in Palestina, così come in Libano e nel sud della Siria. Israele estrae attualmente l’85% di tutta l'acqua dalla falda acquifera montana, la principale fonte idrica della Cisgiordania, per il proprio consumo. Oggi, oltre 700.000 coloni israeliani che vivono in insediamenti illegali in Cisgiordania consumano sei volte più acqua dei tre milioni di palestinesi che vi risiedono.

L’esercito israeliano sta applicando la stessa strategia nella Siria meridionale, sulle alture del Golan, una regione occupata dal 1967. Ha continuato a guadagnare territorio dalla caduta del regime di Bashar al-Assad nel 2024. Israele ha preso il controllo di vaste aree del Jabal el-Sheikh (o Monte Hermon, da cui nasce il fiume Hasbani), un punto geografico cruciale dove si trova la maggior parte delle risorse idriche della Siria meridionale. Ad esempio, Israele ora controlla la diga di Al-Mantara, che rappresenta una vera e propria ancora di salvezza per molti villaggi intorno al Monte Hermon, dove l’agricoltura rimane tuttora l’unico settore economico vitale.

I sionisti non sono gli unici a praticare questa strategia. Nella Siria nord-orientale la Turchia e le sue milizie manipolano i flussi idrici per controllare la popolazione. L’acqua è sempre stata sia un’arma che un obiettivo nelle aree siccitose e povere di fonti idriche. Nei Paesi del Golfo, la desalinizzazione fornisce fino al 90% dell’acqua in Kuwait e il 42% negli Emirati Arabi Uniti. L’Iran è meno dipendente dalla desalinizzazione, ma sono già quattro anni che soffre una grave siccità.

Il fabbisogno idrico di Israele è insostenibile e le sue falde acquifere si stanno gradualmente esaurendo. Si stima che il sovraconsumo israeliano rispetto alle risorse disponibili sia del 15-20%. L’agricoltura è la principale responsabile di questa situazione. Nonostante l’implementazione di tecniche d’irrigazione come l’irrigazione a goccia, e l’abbandono di colture a basso valore come i cereali, il settore agricolo israeliano rappresenta ancora il 65% del consumo idrico dello Stato di Israele, ma contribuisce solo per il 6% del Pil.

È importante sottolineare il ruolo politico simbolico dell’agricoltura israeliana, che rappresenta il controllo del territorio dello Stato ebraico: un ruolo politico ben più significativo del suo marginale contributo economico. Al contrario, il settore agricolo nel decennio scorso costituiva quasi il 25% del Pil dei territori palestinesi, e rappresentava il 62% del loro consumo idrico. Tanto per sfatare un mito sionista.

(*) Le Monde scrive che “Il fiume Litani rappresenta anche una questione strategica di primaria importanza per Israele, il cui confine corre in parte lungo il corso inferiore del fiume”. Questo non è vero. Il Litani scorre interamente in Libano e, nel suo corso più meridionale, dista una trentina di chilometri dal confine israeliano.

I monti del Libano e dell’Anti-Libano, bloccando le masse d’aria umida provenienti dal Mediterraneo, causano precipitazioni significative sui versanti occidentali, dando origine a numerosi fiumi che attraversano il paese. Oltre ai tre principali fiumi citati qui nel post, si contano numerosi piccoli fiumi costieri alimentati da queste piogge ricorrenti, quali il Kebir a nord, che segna parte del confine con la Siria, e l’Oronte nella valle della Bekaa, che scorre verso nord in direzione della Siria. Il bacino del Giordano si estende tra Israele, Libano, Giordania e Siria.

venerdì 17 aprile 2026

Addio, amore



Foto: YoanValat/Poll

Chiunque cerchi un tema mediatico pervasivo con cui tutti si confrontano quotidianamente, lo noterà: Trump è ovunque. Qualunque cosa abbia fatto e soprattutto detto o minacciato, oppure sulla sua presunta o vera instabilità mentale. Attualmente, i media sono preoccupati per la fine dell’amicizia tra Donald e Georgia (*).

Donald o Robert, il Presidente o il Papa? La romana Meloni ci ha pensato a lungo per decidere da che parte stare, ma poi ha scelto l’interesse della “nazione”, come piace dire a lei citando l’art. 3 della costituzione, quella francese dell’agosto 1789. Una scelta radicale in un Paese cattolico, ossia pervaso da un bigottismo pagano e superstizioso.

La storia d’amore tra due populisti (si chiamano così i fascisti, oggi) si accompagna a un’acuta valutazione delle opportunità. Gli stretti legami con il mondo MAGA non davano più i frutti sperati, come dimostrato dal referendum e dalle elezioni ungheresi (nell’illusione che Péter Magyar sia meno fascista del suo predecessore; ha, per esempio, immediatamente invitato Netanyahu, su cui pende un mandato di arresto internazionale, “a partecipare alla commemorazione del 70° anniversario della Rivolta ungherese”).

La destra europea si sta allontanando da Washington, da quando alla Casa Bianca hanno deciso che l’Europa è uno scacchiere molto secondario. Tuttavia, gli europei, che aspiravano a mettere le mani sulla Russia e le sue risorse, non dovrebbero montarsi la testa. Presto questi frustrati saranno costretti ad adottare un tono più conciliante. Perché questa presunta ritrovata sicurezza di sé non ha cambiato nulla riguardo alle dipendenze, anzitutto quella tecnologica e quella finanziaria, senza dimenticare il gas.

C’è, più del solito, un via vai di aerei dalle mie parti, anzi, proprio sopra il tetto di casa mia. Un via vai da Aviano sia di cacciabombardieri e sia di aerei da trasporto. Non penso stiano traslocando.

(*) Sul Fatto quotidiano, per esempio, oltre il solito bollettino dalle procure, tutto il resto è Giorgia, Donald e Robert.

Si dovrà ammettere che, almeno dal punto di vista storico, ciò è paradossale. E fatta anche la tara dei cappellani militari che tutt’ora benedicono truppe e armi.

giovedì 16 aprile 2026

La carta militare

 

In base alle decisioni del vertice NATO dell’Aia (giugno 2025), i paesi membri, inclusa l’Italia, si sono impegnati a un sostanziale aumento delle spese militari, con l’obiettivo di raggiungere il 5% del PIL entro il 2035. Il tempo corre veloce.

Questa strada ci viene presentata come l’unica opzione, plasmando l’immagine di una Russia che non esiste, ossia di una Russia che attaccherà la NATO tra qualche anno. Ma questa minaccia è essenzialmente una fantasia. Persino i rapporti dell’intelligence statunitense affermano che la Russia non ha né i mezzi né l'interesse per attaccare la NATO.

Come l’esercito russo, già in difficoltà in Ucraina, possa improvvisamente trovarsi di stanza a Riga, Varsavia, Berlino o Parigi è al di là di ogni comprensione razionale. Ma questa minaccia viene invocata per giustificare il rafforzamento del complesso militare-industriale in una crisi strutturale del capitalismo e, al contempo, per smantellare ulteriormente lo stato sociale.

Più in generale, la motivazione di fondo è un’altra: l’Occidente, che ha dominato il sistema capitalistico mondiale per secoli, sta perdendo la sua egemonia. Pertanto, non solo gli Stati Uniti ma anche l’Europa stanno ora tentando, attraverso il riarmo, di perpetuare ciò che è stato il nucleo dell’ordine coloniale e neocoloniale per secoli, elo fanno attraverso la militarizzazione, perché la carta militare è l’unica rimasta all’Occidente.

Due conti: il bilancio di previsione dello Stato per il 2025 conta spese finali per circa 915,7 miliardi di euro, a fronte di entrate finali stimate in 728,8 miliardi, con un saldo netto da finanziare (deficit) di circa 186,9 miliardi di euro. In altri termini, per quanto riguarda i conti pubblici, siamo un paese fallito senza rimedio.

Il valore nominale del Pil per il 2025 è previsto in circa 2.258-2.543 miliardi di euro. Prendiamo per buona una cifra media, ossia 2.350 miliardi. L’anno scorso sono stati destinati alla spesa militare 45,3 miliardi di euro, pari al 4,9 per cento della spesa pubblica. Sulla base dei valori 2025, spendere il 5% del Pil nel settore militare equivarrebbe a una spesa attorno a 117 miliardi annui, ovvero quasi il 13% della spesa pubblica per la sola Difesa. In soldoni e rispetto alla spesa pubblica, la spesa militare quasi triplicherebbe.

Promemoria: ricordiamoci tra qualche tempo questo titolo qui sotto preso dal sito del PD.


Esattamente

 

Mi torna in mente con una certa frequenza un episodio che mi accadde a scuola, dunque molto tempo fa. L’insegnante ci diede da svolgere un tema dal titolo: Descrivi esattamente una mela. Per tutto il tempo in cui scrissi il tema non riuscivo a scacciare di mente una domanda: perché nel titolo l’insegnante aveva usato l’avverbio “esattamente”? Lo trovavo incongruo e pleonastico, e del resto in quel momento non ebbi modo, né io ed eventualmente nemmeno altri, di chiedergliene il motivo.

L’interrogativo mi frullò in testa per tutta la durata in cui svolsi il compito: la mela che dovevamo descrivere non l’avevamo davanti a noi, potevamo solo immaginarla e ognuno di noi diversa da ogni altra. Poteva essere rossa, verde, gialla o con delle striature di un colore diverso. Una grossa mela oppure piccola, con buccia spessa o sottile, con il picciuolo o senza, la polpa compatta o granulosa. Eccetera. Al termine consegnai il compito e il pressante interrogativo svanì insieme alle variegate risposte che nel frattempo mi ero date.

La settimana successiva, l’insegnante consegnò i compiti con le correzioni e il voto. Tranne che a me. Infatti mi chiamò presso la cattedra e mi chiese che cosa avessi mai scritto nel tema. Che cosa c’era di così strano in ciò che avevo scritto? Di scatto mi allungò il foglio protocollo. Scorsi il testo. Era accaduto un fatto singolare, paradossale, incredibile, direi assurdo. Non avevo descritto una mela, ma una pera! Lascio immaginare dapprima lo stupore e subito dopo l’ilarità dell’intera classe quando l’insegnante dichiarò il fatto. Devo ammettere che ne risi anch’io, ma non fu dello stesso avviso la professoressa. Fu assai severa nel suo giudizio, già commentato e vidimato con la penna rossa.

Chiesi all’insegnate perché avesse impiegato quell’avverbio nel titolo del tema. Stizzita mi disse di tornare al mio posto. Era una scuola d’altri tempi. Dopo più di mezzo secolo, mi capita ancora d’interrogarmi sul motivo di quell’avverbio e di escogitare delle risposte, a volte semplici (esattamente: con precisione di dettaglio) e altre volte più complicate (una mela reale, non mitopoietica). Ma sul perché descrissi esattamente una pera invece di una mela rimane il mistero più profondo. E se l’avessi fatto apposta?

mercoledì 15 aprile 2026

Finirà prima il petrolio o finiremo prima noi?

 

Da decenni si discute animatamente su quando verrà definitivamente raggiunto il picco della produzione petrolifera. Nessuno lo sa e nessuno lo può sapere, tuttavia il punto di massima estrazione di petrolio si verificherà prima o poi, dopodiché la curva di produzione si appiattirà.

Da circa un secolo il petrolio ha svolto un ruolo centrale anche nelle guerre. Per gli Stati Uniti questo ruolo è ancora più importante poiché non si tratta solo del petrolio in sé, ma anche della valuta in cui viene venduto, per loro è una questione fondamentale che venga scambiato a livello globale in dollari.

Nel 2003, quando l’Iraq iniziò a vendere petrolio in euro, iniziarono i preparativi per la guerra. Gli Stati Uniti utilizzano il petrolio anche come strumento geopolitico, ad esempio per rovesciare il governo cubano attraverso l’inasprimento del blocco. L’aggressione contro il Venezuela e l’Iran rappresenta contemporaneamente un attacco ai principali partner commerciali e fornitori di petrolio della Cina, e quindi al cuore dell’alleanza BRICS.

La guerra contro l’Iran non riguarda solo e principalmente il petrolio. La forza trainante è stata Israele, che vuole rimodellare l’intero Medio Oriente per diventarne la potenza egemone indiscussa. Il governo israeliano persegue da tempo piani di regime change nella regione, non solo in Iran ma anche in altri paesi.

Che un cambio di regime potesse essere ottenuto solo con bombardamenti aerei era fuori discussione. Storicamente non è mai successo, nemmeno con l’uso delle atomiche sul Giappone, anche se in tal caso si tratta di un discorso bellico diverso e più ampio.

Per quanto riguarda la Cina, Pechino procede molto cauta, persegue una strategia a lungo termine con una prospettiva molto ampia. Nella regione del Golfo ha già svolto un ruolo diplomatico importante, ad esempio, nel ristabilire le relazioni tra Arabia Saudita e Iran. Molti Stati della regione stanno iniziando a mettere in discussione i loro stretti legami con gli Stati Uniti. Hanno avuto la prova che le basi militari statunitensi non rendono la regione più sicura, bensì più instabile.

Nel mondo arabo serpeggia un notevole risentimento nei confronti della politica americana, e ciò consente alla Cina di posizionarsi come attore stabilizzatore. Il suo è un grande esempio di efficacia diplomatica se si pensa, per esempio, che nei giorni scorsi ha firmato un contratto con Kiev per la fornitura di grano ucraino. La Cina, d’altro canto, ha una tradizione storica diversa: per secoli, la sua politica estera si è basata principalmente sul commercio piuttosto che sull’azione militare.

Ora gli Stati Uniti stanno progressivamente ritirandosi dallo scacchiere europeo per concentrare le proprie forze sull’Asia. La contesa con la Cina è una questione di vita o di morte, come del resto conferma la storia dell’imperialismo, non solo quello moderno: quando gli imperi sono in declino, spesso cercano di consolidare la propria posizione militarmente e di fermare le potenze emergenti.

Pechino cerca di evitare il confronto, ad esempio attraverso progetti come la Belt and Road Initiative, al fine di aggirare un blocco navale statunitense. Questa potrebbe essere un’opportunità per scongiurare un confronto bellico diretto e dunque una guerra di vaste proporzioni. Almeno finché la Cina non si sentirà militarmente pronta sul piano del confronto convenzionale, anche se parlare oggi di armamenti convenzionali può risultare fuorviante.

Quanto ai negoziati tra Iran e Stati Uniti, penso che alla fine si raggiungerà un compromesso poiché il rischio di una crisi energetica, economica e finanziaria colpirebbe ogni Paese del mondo, accelerando al contempo dei cambiamenti geopolitici molto pericolosi anche per Washington. Salvo l’imprevedibilità di quel manicomio che è diventata la Casa Bianca e le sue adiacenze.

Gulasch all'ungherese

 

Péter Magyar (il cognome significa “ungherese”) proviene da una famiglia ungherese saldamente radicata nell’élite giuridica e politica del paese (*). Si è laureato in giurisprudenza presso l’Università cattolica Pázmány Péter di Budapest e dal 2002 è diventato membro di Fidesz, il partito di Viktor Orbán.

Nel 2009 si trasferì a Bruxelles con la moglie, Judit Varga, diventata una delle consigliere politiche dell’allora eurodeputato János Áder, eletto nelle liste di Fidesz. Mentre Varga lavorava, Magyar si occupava della loro prima figlia, appena nata.

Nel 2010, con il ritorno al potere di Orbán, Magyar viene nominato diplomatico responsabile degli affari europei. Dal 2015, in qualità di capogruppo diplomatico presso l’Ufficio del Primo Ministro, si è occupato delle relazioni tra il governo ungherese e il Parlamento europeo. Supervisionava i rapporti del governo con il Parlamento europeo e le sue responsabilità includevano questioni legali, finanziarie e di mercato, politica di bilancio e commerciale e pianificazione strategica. Nel settembre 2018, Magyar diventa capo della Direzione per il diritto dell’UE presso la banca statale MBH e, dal 2019 al 2022, ha ricoperto la carica di amministratore delegato del Centro per i prestiti studenteschi.

Anche Magyar applaudiva i discorsi di Orbán come un buon soldato. Per il momento, non si poneva la questione di denunciare il sistema che lo sostiene. Così come sua moglie Judit Varga, la cui carriera decolla. Nel 2021, Judit passa dalla carica di Segretario di Stato per le Relazioni con l’UE a quella di Ministro della Giustizia.

In qualità di ministro, Varga divenne uno dei politici di Fidesz più abili sui social media. Accumulò rapidamente oltre 100.000 follower su Facebook. E all’interno del governo, divenne uno dei profili Facebook con più interazioni, insieme a Viktor Orbán e al ministro degli Esteri Péter Szijjártó.

Con le loro carriere, anche il patrimonio della coppia ha un buon sviluppo (**). Una coppia benestante, con tre figli e apparentemente felice. Sennonché nel marzo 2023, Magyar scrive sulla sua pagina Facebook:

«Cari tutti! A quasi 18 anni dal nostro primo incontro, negli ultimi due mesi è diventato chiaro che il nostro percorso insieme a Judith è giunto al termine. In futuro, faremo tutto il possibile per dare tutto il nostro amore, individualmente ma uniti, ai nostri tre meravigliosi figli.»

Circa un’ora dopo, il Ministero della Giustizia rilascia una dichiarazione in cui anche Judit Varga confermato la notizia: «Desidero confermare quanto reso pubblico da mio marito. Siamo effettivamente in fase di divorzio».

Ancor prima del divorzio, Magyar non godeva di particolare popolarità negli ambienti governativi. Pur avendo ricoperto costantemente posizioni di rilievo in aziende statali, non era mai riuscito a raggiungere una carica politica più elevata. In seguito, le opzioni di Magyar si sono fatte sempre più limitate. “Diverse fonti governative hanno affermato che, dopo il divorzio, la fiducia in Magyar è diminuita progressivamente, e per questo motivo hanno iniziato ad allontanarlo da certi ambienti governativi”.

Nel marzo 2024, Magyar pubblica la registrazione di una conversazione con la sua ex moglie (fatta a sua insaputa un anno prima), la quale menzionava che György Schadl, ex capo dell’organizzazione degli ufficiali giudiziari, e Pál Völner, segretario di Stato, avevano “ripulito” alcuni documenti in un caso di corruzione. Magyar rilasciò un’intervista in cui accusò il governo Orbán di corruzione.

Tutto ciò riguarda la presidente ungherese Katalin Novák, la quale ha graziato Endre Konyi, ex vicedirettore dell’orfanotrofio di Bicske, condannato per aver tentato di insabbiare un caso di pedofilia che coinvolgeva il direttore dell’istituto. In qualità di Ministro della Giustizia, l’ex moglie di Magyar ha firmato la decisione.

L’ex moglie ha descritto pubblicamente il matrimonio con Magyar come un periodo di terrore. Percosse, crisi di nervi dovute all’alcol, tradimenti e umiliazioni: l’ex ministro della giustizia ha dipinto il ritratto di un tiranno. Magyar, dal canto suo, ribatte affermando che era la moglie a usare la violenza.

La ministra Varga e la presidente Novák si dimettono. Magyar, dal canto suo, coglie l’occasione per mettersi in luce. Lascia Fidesz, affermando all’epoca di non avere ambizioni politiche. In realtà, la macchina è già in moto. La sua prima intervista viene vista su YouTube da quasi 3 milioni di utenti (l’Ungheria conta 10 milioni di abitanti). In brevissimo tempo, Magyar prende le redini di un neonato partito di centro-destra, Tisza.

Sempre nel 2024, Magyar si candida al Parlamento europeo. Il 9 giugno, Tisza ottenne il 29,6% dei voti, conquistando sette dei 21 seggi ungheresi. Il 18 giugno, Tisza aderì al gruppo del Partito Popolare Europeo (PPE) e il suo leader, Péter Magyar, ottenne un seggio al Parlamento europeo.

Le aree rurali, dipinte da Orbán come la miniera d’oro del Paese, sono state travolte dall’aumento del costo della vita. Gli scandali di corruzione, fino ad allora tollerati, ora stanno facendo da detonatore a una situazione economica divenuta più precaria. Mentre Magyar ha fatto leva su questi temi in campagna elettorale, Orbán ha puntato le sue fiches sulla politica estera.

Nel 2026, Magyar si lancia a capofitto nella campagna elettorale parlamentare tenendo a volte anche sei comizi al giorno. Nei suoi discorsi ribadisce con forza la sua visione europea e si dichiara pronto a fare dell’Ungheria un alleato affidabile della NATO e un membro leale dell’Unione Europea. Nulla sembra turbarlo, nemmeno le accuse di violenza domestica mosse dalla sua ex moglie.

In termini di politiche fondamentali, Magyar non si discosta molto dal suo predecessore. Sull’immigrazione, critica il suo ex capo, che a suo dire ha permesso l’ingresso di troppi immigrati con il pretesto della necessità di avere nuovi lavoratori. In breve, Magyar rimane un conservatore. Il nuovo primo ministro ha anche ribadito che qualsiasi normalizzazione delle relazioni con l’Ucraina “deve essere preceduta dalla risoluzione della questione dei diritti della minoranza ungherese che vive lì”.

Viktor Orbán aveva di recente bloccato l’erogazione di 90 miliardi di dollari di aiuti europei all’Ucraina per continuare la guerra. Per rappresaglia, la Commissione europea ha congelato quasi 19 miliardi di euro di aiuti allo sviluppo. Ora è pronta a sbloccarli. Insomma, è sempre una questione di schieramento e di denaro.

(*) Suo padre era il rinomato avvocato István Magyar, e sua madre era la giudice Mónika Erőss, che ha ricoperto la carica di Segretario Generale della Corte Suprema e Vicepresidente dell’Amministrazione Nazionale della Corte. Anche il nonno materno di Magyar, Pál Erőss (1934-2021), era un noto avvocato e poi giudice della Corte Suprema nel regime comunista; nel 1956 sposò Teréz Mádl, sorella del futuro Presidente della Repubblica Ferenc Mádl, con la quale ebbe due figlie, Mónika (1959), la madre di Péter Magyar, ed Eszter (1968).

(**) Lo stipendio di Judit Varga come ministro era di quasi 2 milioni di fiorini al mese, a cui si aggiungevano 300.000 fiorini al mese come docente all’Università di Miskolc. Emolumenti di tutto rispetto in Ungheria. Suo marito percepiva 3,5 milioni di fiorini al mese come amministratore delegato del Centro prestiti studenteschi, oltre a 400.000 fiorini al mese come membro del consiglio di amministrazione. Secondo la dichiarazione patrimoniale del 2019, la coppia aveva guadagnato ulteriori 7,4 milioni di fiorini l’anno affittando la proprietà del marito nel Distretto 5 tramite Airbnb.

Nella dichiarazione patrimoniale di Judit Varga del 2020, si rilevava che la coppia aveva acquistato a Buda, in una delle zone più prestigiose, cinque delle sei unità immobiliari, di modeste dimensioni, del condominio Kútvölgyi per 200 milioni di fiorini. La coppia aveva versato un acconto di 8 milioni di fiorini con fondi propri, mentre i restanti 192 milioni di fiorini erano stati coperti da un prestito bancario. La maggior parte di questo prestito è stata successivamente rimborsata, utilizzando la vendita di un immobile in centro città, di 46 metri quadrati, proprietà del marito di Judit Varga e inoltre con i loro risparmi.

La coppia aveva anche utilizzato, nel 2017, un contributo statale pari a 10 milioni di fiorini tramite UniCredit Bank, il massimo importo di contributo per la costruzione di una prima abitazione. La superficie della casa, nella località turistica di Balatonhenye, sul lago Balaton, è di 195 metri quadrati, ampio scoperto con piscina, telecamere di sicurezza, la strada che vi conduce fu appositamente asfaltata. L’edificio fu presentato nel 2019 della rivista Beautiful Houses. Si tratta di una seconda abitazione, uso vacanze, non di una prima abitazione come previsto dalla legge per i relativi contributi.

La casa a Balatonhenye è elencata nella dichiarazione patrimoniale di Judit Varga del gennaio 2020. Da questa si apprende che il terreno di 2.144 metri quadrati è stato acquistato nel 2013 insieme al marito, Péter Magyar, in parti uguali. In seguito, avevano acquistato congiuntamente anche altre due aree (non edificate esenti da imposte) a Balatonhenye, per un totale di quasi 16.000 metri quadrati.