sabato 6 giugno 2026

La faccia come il culo

 

Zelensky ha invitato Putin per un incontro. Le trattative di pace, secondo il fascista ucraino, dovrebbero aver luogo con la partecipazione della UE, dunque anzitutto con la presenta del cosiddetto Alto rappresentante per gli affari esteri, vale a dire con quella ignorante russofoba della Kaja Kallas. La quale ha appena avanzato ancora una volta richieste massimaliste del tutto irrealistiche che presuppongono la sconfitta della Russia.

Zelenskyj è ancora una volta interessato alla propaganda e per nulla alla pace. Vuole scaricare la responsabilità della continuazione della guerra sull’altra parte. Con l’obiettivo di assicurarsi ulteriori miliardi in aiuti dall’Occidente, proprio mentre la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, con i voti dei Democratici e di alcuni Repubblicani, ha appena approvato un nuovo pacchetto di sanzioni e aiuti contro la Russia e a favore della corrotta cricca che tiene per la gola l’Ucraina.

È vero: la nuova offensiva ucraina con i droni contro l’entroterra russo e le vie di rifornimento verso la Crimea ha destato una certa apprensione nell’opinione pubblica russa. È altrettanto vero che la Russia sarà praticamente incapace di prevenire tali attacchi: coprire un tratto di autostrada di 600 chilometri con reti anti-drone o schierare una batteria anti- drone ogni dieci chilometri non può scongiurare definitivamente la minaccia.

Secondo fonti russe, gli attacchi vengono effettuati utilizzando droni Hornet di fabbricazione statunitense. Come sa bene ogni giardiniere, l’unico modo efficace per eliminare i calabroni è affumicare i loro nidi. Tuttavia, anche questo metodo ha una durata limitata alla stagione successiva. La domanda, quindi, è: in caso di tregua o di accordo, quali garanzie di sicurezza potrà ottenere la Russia contro future provocazioni ucraine? L’accesso a questi droni a lungo raggio indurrà molti in Ucraina a non considerare un cessate il fuoco lungo la linea del fronte come la soluzione definitiva. E la Russia non potrà permettersi di fare affidamento sugli Stati Uniti o sull’UE come garanti di una potenziale soluzione di questo tipo.

Repubblica, il giornale satirico più letto in Europa

Un drone ucraino è esploso nel porto rumeno di Costanza. Il portavoce ucraino ha dichiarato che il drone ha perso il controllo ed è deviato dalla rotta a causa di segnali di disturbo russi. Costanza si trova quasi al confine con la Bulgaria. Dunque a molte centinaia di chilometri dalla “rotta”. Inoltre, quel tipo di droni si autodistruggono in caso di perdita di contatto con l’operatore. Difatti, il Ministero della Difesa rumeno ha dichiarato venerdì che il drone si è autodistrutto alle 10:30 ora locale (07:30 GMT), “circa quattro ore dopo che era stata segnalata la sua presenza”. Raed Arafat, capo del Dipartimento rumeno per le situazioni di emergenza (DSU), ha dichiarato che il drone è stato segnalato per la prima volta intorno alle 6 del mattino. Il drone si è autodistrutto dopo che l’area era stata messa in sicurezza ed evacuata, e non si sono registrati feriti.

Secondo il presidente rumeno Nicuor Dan, quattro droni della marina ucraina erano sfuggiti al controllo e si sono poi autodistrutti: uno nel porto di Costanza, un altro al largo sotto la sorveglianza della Guardia Costiera e altri due a circa 145 chilometri a est di Costanza. Dunque non di un drone solo la marina ucraina avrebbe perso il controllo, ma di almeno altri quattro droni, come riportano i media rumeni.

Zelensky ha annunciato che l’Ucraina invierà squadre di specialisti anti-drone in Romania e negli Stati baltici. Dunque, aspettiamoci altre sorprese “russe”.

Non potendo negare questi fatti, Ursula Albrecht ha dichiarato che la guerra della Russia sta diventando sempre più una minaccia diretta per i paesi che si affacciano sul confine orientale dell’Europa. Della serie: la faccia come il culo.

venerdì 5 giugno 2026

Cristo s'è fermato a ebola

Pur di avere bollette meno care, va bene anche il nucleare. Naturalmente a debita distanza da casa nostra. Che si sa, il fallout radioattivo è ancora più fastidioso del polline. Quanto alle scorie, ci pensiamo poi (continuiamo a pagare i costi del vecchio nucleare in bolletta alla voce “oneri di sistema”). C’è per esempio l’Albania. Ma anche il Sudan, se i costi di trasporto non sono troppo alti. E poi le centrali nucleari le hanno tutti. I più coraggiosi (proprio così: “coraggiosi”) sono i nipponici.

La zona di interdizione a Fukushima riguarda ancora circa 309 kmq. Intere sezioni delle città di Tomioka, Okuma, Futaba, Namie, Katsurao, Iitate e Minamisoma sono ancora off-limits. Eh, ma lì è stata sfiga.

Acquistare il gas e petrolio russo a prezzi stracciati invece non va bene, che i russi sono invasori e ci hanno l’ebola.

La "lettera" di Zelensky a Putin

 

Durante un incontro con i capi delle principali agenzie di stampa mondiali al Forum economico internazionale di Pietroburgo, Putin ha detto ieri che Mosca è pronta al dialogo con l’Unione Europea e non ha alcuna intenzione di entrare in guerra con la NATO. Se Kiev accettasse un compromesso, il conflitto potrebbe essere risolto pacificamente. Un accordo si baserebbe sugli accordi raggiunti con il presidente statunitense Donald Trump in Alaska nell’agosto del 2025.

La lettera aperta di Zelensky al Presidente della Federazione Russa, apre con un insulto al quale fa seguire subito una minaccia: «La stragrande maggioranza degli ucraini vede di buon occhio la visita dei nostri droni a lungo raggio all’inaugurazione del vostro forum a San Pietroburgo, che hanno percorso una distanza di oltre 1.000 chilometri. Come ben sapete, questa distanza non rappresenta il limite delle nostre capacità.»

Già questo dà la misura dell’iniziativa di Zelensky: è una provocazione e un bluff. Prosegue con un falso storico: «Hai trascorso quasi metà dei tuoi 26 anni al potere in Russia a fare guerra all’Ucraina». Non contento, Zelensky ci aggiunge un altro carico: «Qualunque cosa tu possa dire sulla NATO, sulla geopolitica o sulla lingua russa, questa guerra è una tua scelta personale: una guerra senza una vera causa. È così che la storia la ricorderà».

Zelensky dà esplicitamente del codardo a Putin: «Sentiamo spesso dire che lei non ha problemi con questa guerra. Certo, non quando si tratta della sicurezza della sua residenza a Valdai o della sua parata a Mosca. La sua stessa vita è preziosa per lei». È questo il modo per aprire un dialogo, una trattativa?

La lettera, in realtà un comunicato stampa pieno di insulti, falsità e recriminazioni prosegue: «Ma ora possiamo tutti constatare che i russi stanno finalmente iniziando ad accettare con meno serenità questa realtà, ovvero il fatto che la guerra stia portando conseguenze sempre più negative alla Russia.

A loro non piacciono i nostri droni e i nostri missili. Non gradiscono la carenza di benzina e l’aumento costante dei prezzi. Non gradiscono le restrizioni costanti.

Non gradiscono la tua intenzione di lanciare una seconda ondata di mobilitazione per estendere la guerra in un’altra direzione in Ucraina o per usarla contro altri paesi confinanti con la Russia. Non gradiscono il fatto che la vostra guerra non stia per finire.

Sì, è ancora possibile costringere i russi a vivere in questo modo. Ma le risorse a disposizione si stanno riducendo drasticamente. Non avrete abbastanza denaro o capitale politico per continuare ad acquistare la lealtà dei russi come avete fatto negli ultimi 26 anni.»

Poi, altra dose di propaganda: «Ieri ho ricevuto un rapporto sulle perdite del vostro esercito sul fronte ucraino durante il mese di maggio. Ancora una volta, il numero di soldati russi uccisi e gravemente feriti ha superato i 30.000. Noi manteniamo questo livello mese dopo mese e abbiamo prove video di ciascuna delle vostre perdite: non si tratta di affermazioni vuote.

Sappiamo che il 63% delle perdite sul campo di battaglia è dovuto ai morti, mentre solo il 37% ai feriti. Nel XXI secolo, nessun esercito può permettersi un simile rapporto. E la percentuale di morti continuerà a crescere.»

Zelensky non sta scrivendo a Putin, scrive rassicurando i suoi e a chi sostiene in Europa la sua guerra: «Stiamo perdendo i nostri cari e ogni perdita è dolorosa per noi. Anche quando il rapporto tra le perdite ucraine e quelle russe è di uno a cinque o di uno a sei, la differenza rimane enorme.»

Un messaggio falso e denigratorio: «Abbiamo portato la guerra sul vostro territorio e non sareste stati in grado di affrontarla senza l’aiuto della Corea del Nord. Siete il primo leader della Russia a rivolgersi a Pyongyang per chiedere assistenza. E oggi dipendete completamente dalla Cina, cosa che non si verificava nella storia della Russia.»

Ancora un attacco personale di Zelensky a Putin: «E ora è proprio te che i tuoi funzionari, uomini d’affari e propagandisti guardano con evidente stanchezza. Il mondo intero lo vede.

Il mondo non si è stancato dell’Ucraina, come a lungo speravate. Ma cresce la stanchezza nei confronti della Russia, persino tra coloro che, nel resto del mondo, vi aiutano a eludere le sanzioni e a mantenere a galla la vostra economia. È impossibile non notarlo. Dopo 26 anni al potere, l’età comincia a farsi sentire. E con il tempo, la stanchezza non farà che aumentare.»

La verità è un’altra e si legge tra le righe della lettera: «Basta con la guerra. L’Ucraina propone di porre fine a questa guerra. Ciò deve essere fatto onestamente, con dignità e con garanzie che la guerra non venga riaccesa. Constatiamo che gli Stati Uniti sono pienamente concentrati sulla questione iraniana, e sarebbe un errore aspettare semplicemente che la guerra in Europa torni al centro della loro attenzione. L’Ucraina propone di porre fine a questa guerra attraverso un dialogo diretto tra noi e voi. Propongo un incontro.»

Zelensky propone a Putin un incontro, ma esclude pregiudizialmente gli accordi di Anchorage. La trattativa dovrebbe avvenire tra la Russia e dall’altra parte l’Ucraina e i Paesi europei, «ovvero coloro che hanno realmente la capacità di influenzare la situazione». Ossia i Paesi europei che tramite l’Ucraina sono in guerra con la Russia. È probabile che questa lettera sia stata sollecitata dalla Germania e da altri Paesi coinvolti in considerazione della crisi energetica ed economica che si profila sempre più minacciosa.

Zelensky non può che ubbidire, ma la butta in caciara, accusando ancora la Russia: «La vostra guerra ha diviso per sempre l’Ucraina e la Russia. [...] Ma anche voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra stessa esistenza, non per quella della Russia, ma per la vostra. E questa non è una minaccia da parte mia o dell’Ucraina. È un fatto della storia russa che conoscete bene: quando la Russia si stanca, arriva il cambiamento.»

Chiede il cessate il fuoco per potersi rifornire di armi e di uomini: «L’Ucraina è pronta per un cessate il fuoco completo per tutta la durata dei negoziati». Quindi, l’ultima minaccia personale rivolta a Putin: «Se personalmente non giungerete alla conclusione che è ora di porre fine a questa guerra, l’Ucraina continuerà a lottare per la propria sopravvivenza. Avremo coloro che ci sosterranno.»

Non manca, in una lettera così diretta e personale a Putin, un saluto fraterno: «Gloria all’Ucraina!».

I media occidentali, spudoratamente come è loro costume, potranno dire che Putin ha rifiutato la proposta di trattativa lanciata pubblicamente da Zelensky. Il quale ha solo una speranza per rimanere al potere e ricevere denaro da chi lo sostiene: che la guerra continui.

giovedì 4 giugno 2026

Al servizio dei sionisti

 

Il 10 maggio, l’ufficio di Benjamin Netanyahu ha annunciato ufficialmente che, durante l’aggressione all’Iran, il Macellaio di Gaza aveva visitato segretamente Abu Dhabi capitale degli Emirati Arabi Uniti, senza specificare una data precisa né fornire dettagli. Ciò ha causato un palese imbarazzo per la famiglia al potere, e in particolare per il presidente Mohammed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan. Gli Emirati hanno immediatamente e categoricamente smentito che tale visita avesse avuto luogo.

Sono seguite ulteriori “rivelazioni”, fatte trapelare ai media israeliani da fonti interne: David Barnea, capo del Mossad (intelligence estera), il cui mandato si è ufficialmente concluso ieri l’altro, avrebbe tenuto colloqui ad Abu Dhabi almeno due volte durante la guerra, a marzo e ad aprile. Anche David Zini, capo dello Shin Bet (intelligence interna), e il capo dell’esercito Ejal Zamir, insieme ad altri due alti ufficiali, avrebbero tenuto “colloqui di coordinamento strategico” negli Emirati. Anche queste affermazioni sono state categoricamente smentite ad Abu Dhabi.

Il 26 maggio, l’emittente statale israeliana KAN e il quotidiano Haaretz, hanno riferito che Zini ad Abu Dhabi aveva incontrato Mohammed Dahlan, ex capo della sicurezza di Fatah nella Striscia di Gaza, che vive in esilio lì dal 2011. Nei giorni successivi, la KAN ha approfondito la questione: Dahlan aveva già incontrato diverse volte negli ultimi anni alti rappresentanti delle forze armate israeliane e dello Shin Bet “per discutere scenari postbellici per la Striscia di Gaza”, nei quali Dahlan, secondo le visioni israeliane e americane, avrebbe dovuto svolgere un ruolo centrale.

I media israeliani affermano che il comitato amministrativo istituito nell’ambito del “piano di pace Trump” per le restanti parti della Striscia di Gaza non direttamente rivendicate da Israele è composto in gran parte da uomini vicini a Dahlan. L’emittente KAN, citando una fonte anonima, lo ha descritto come ancora “l'uomo più potente della Striscia di Gaza” grazie alla sua capacità di raccogliere fondi. Si dice che Dahlan, già ricco, abbia accumulato una fortuna nella sua patria adottiva (il suo patrimonio personale è stato stimato ben oltre i 120 milioni di dollari) e che vanti ottimi contatti con i ricchi e i potenti.

La comunità internazionale venne a conoscenza per la prima volta di Dahlan, nel 1994 fu nominato dall’Autorità Palestinese a Ramallah capo della sicurezza della Striscia di Gaza nominato (fu accusato di aver torturato diversi militanti di Hamas). Nel 2003 fu nominato ministro per la sicurezza da Mahmoud Abbas, nonostante l’opposizione di Arafat.

Hamas uscì vittorioso dalle elezioni parlamentari palestinesi del 25 gennaio 2006. Per la prima volta in un’elezione, aveva ottenuto il 44,45% dei voti, superando Fatah, che aveva ricevuto il 41,43%. Il risultato si rifletteva ancora più chiaramente nel numero di seggi: 75 per Hamas, 45 per Fatah. Sotto l’intensa pressione degli Stati Uniti e dell’UE, il presidente Mahmoud Abbas si rifiutò di collaborare, costringendo di fatto Hamas a formare un governo monocolore.

Gli Stati Uniti, in particolare, avevano “incoraggiato” Abbas a nominare Dahlan, nonostante la resistenza di Hamas, a capo del neo-costituito Consiglio di Sicurezza Nazionale Palestinese nel marzo 2007. In questo ruolo, comandava migliaia di uomini armati (circa 20.000) nella Striscia di Gaza. Nell’aprile 2008, la rivista Vanity Fair ricostruì come, dopo le elezioni del gennaio 2006, Dahlan fosse diventato la figura centrale di un piano statunitense per rovesciare il governo di Hamas. Dahlan organizzò unità paramilitari di diverse migliaia di combattenti addestrati con l’assistenza americana nei paesi arabi e fece pressioni su Israele affinché consentisse alle forze di Fatah a Gaza di ricevere grandi carichi di armi e munizioni per combattere Hamas. Ma Hamas agì più rapidamente: in soli cinque giorni, dal 10 al 15 giugno 2007, i suoi combattenti ebbero la meglio. Fatah fu costretto a ritirarsi dalla Striscia di Gaza.

Nel 2009 Dahlan fu eletto nel comitato centrale di Fatah, fino alla sua espulsione dal partito nel 2011 a causa delle numerose accuse di corruzione e abuso di potere e per le dichiarazioni del presidente palestinese Mahmoud Abbas che lo accusò di aver ucciso Arafat avvelenandolo (tracce del veleno radioattivo polonio furono trovate sugli effetti personali di Arafat). Dahlan fuggì negli Emirati Arabi Uniti, dove è diventato consigliere del presidente.

Nei media israeliani e internazionali, Dahlan appare come una figura chiave nell’influenzare gli stati arabi della regione. Si dice che abbia avuto un ruolo nel cosiddetto “Accordo del secolo” (Peace to Prosperity) del 2019 tra Israele e i palestinesi, promosso da Donald Trump, così come nella firma degli Accordi di Abramo l’anno successivo. Attraverso il partito Movimento per la Riforma Democratica da lui fondato, continua a cercare di esercitare influenza sulla politica palestinese (*).

Nel 2020, l’ambasciatore statunitense in Israele David Friedman ha dichiarato in un’intervista che gli Stati Uniti considerano Dahlan un futuro sostituto del presidente palestinese Abbas.

C’è da chiedersi a chi giova la diffusione di queste notizie. Essendo all’oscuro delle varie e intricatissime trame, non è possibile rispondere. Tuttavia, mi guarderei bene dal prendere un qahwa o un affuch offertomi da qualunque dei personaggi citati.

(*) Peace to Prosperity è un piano di pace proposto nel 2019 e presentato formalmente nel gennaio 2020 dall’amministrazione Trump. Il progetto proponeva una soluzione a due Stati con forti concessioni a favore di Israele. I punti chiave includevano: Gerusalemme riconosciuta come capitale indivisibile di Israele, mentre la capitale palestinese sarebbe stata stabilita nei quartieri periferici orientali oltre la barriera di separazione; territori e confini: prevedeva che circa il 30% della Cisgiordania (inclusa la strategica Valle del Giordano e tutti gli insediamenti israeliani) passasse sotto sovranità israeliana. In cambio, ai palestinesi sarebbe stato concesso un territorio desertico adiacente al confine con l’Egitto. Il futuro Stato di Palestina sarebbe stato smilitarizzato e soggetto a rigide condizioni di sicurezza e controllo da parte di Israele.

*

Di seguito propongo, in lingua originale e integralmente, la lettura dell’articolo di Vanity Fair. Un articolo che, seppur datato, ci racconta in dettaglio più cose interessanti sul tema mediorientale di quante ne abbiamo lette e sentite a cura dalle nostre grandi firme del giornalismo.

April 2008 

The Gaza Bombshell

After failing to anticipate Hamas’s victory over Fatah in the 2006 Palestinian election, the White House cooked up yet another scandalously covert and self-defeating Middle East debacle: part Iran-contra, part Bay of Pigs. With confidential documents, corroborated by outraged former and current U.S. officials, the author reveals how President Bush, Condoleezza Rice, and Deputy National-Security Adviser Elliott Abrams backed an armed force under Fatah strongman Muhammad Dahlan, touching off a bloody civil war in Gaza and leaving Hamas stronger than ever.

mercoledì 3 giugno 2026

Il santino

 

Alla vigilia dell’ottantesimo anniversario della festa della repubblica sfondata sul lavoro, è andato in scena, in Calabria, nei pressi di Amendolara, un paese di 3.000 abitanti, un crimine barbarico, ripreso in video: due uomini hanno gettato benzina in un minivan, non nel serbatoio, ma nell’abitacolo. Hanno poi dato fuoco all’auto e bloccato le portiere dall’esterno. Per i quattro uomini a bordo, Ismat, Fazal, Waseem e Safi, provenienti rispettivamente dall’Afghanistan e dal Pakistan, ogni aiuto è arrivato troppo tardi. Tutti e quattro lavoravano come braccianti agricoli nei campi di fragole circostanti, per salari irrisori (peraltro non pagati) e in condizioni tutt’altro che umane. Sono morti bruciati vivi.

Due individui di nazionalità pakistana sono stati identificati come i presunti responsabili. Si tratta dei cosiddetti “caporali” – spesso migranti a loro volta – incaricati di reclutare lavoratori stranieri a basso salario e organizzare il loro alloggio (si fa per dire). L’unico sopravvissuto è Taj Alamyar, 35 anni, afghano, che si trova in Italia da alcuni mesi. Anche lui era a bordo dell’auto, ma è riuscito a rompere il lunotto posteriore e a fuggire.

Con gravi ustioni alle mani, Alamyar racconta che lui e gli altri erano stati alloggiati in un casolare, dormivano su un materasso a terra e guadagnavano una paga giornaliera di 45 euro. O almeno così sembrava: “Esigevamo il pagamento ogni giorno. Ma trovavano sempre una scusa. E ci facevano pagare cinque euro per il tragitto per andare al lavoro. Cinque euro all’andata, cinque euro al ritorno. Da mangiare avevamo pane e patate, nient’altro”.

La mattina della strage, ci fu un’altra discussione, durante la quale i caporali li minacciarono con un’arma. Poi tornarono nei campi. Sulla via del ritorno, ci fu un altro alterco verbale: “Volevano darci una lezione. Volevano far capire ai braccianti di questa regione che gli ordini non si discutono”, ha detto l'unico sopravvissuto.

I rappresentanti sindacali di CGIL, UIL e USB hanno chiesto un’indagine completa e approfondita. Il sindacato dei lavoratori agricoli FAI della CISL ha descritto l’incidente come senza precedenti per la sua portata. Sono ridicoli. Sanno bene come stanno le cose, non da oggi, ma da decenni.

Lo scorso marzo, il quotidiano il manifesto ha pubblicato un reportage che descriveva dettagliatamente le condizioni di questi braccianti in Puglia. Il quaranta per cento dei pomodori italiani viene prodotto in questa regione. A Borgo Mezzanone, il “cuore oscuro d’Europa”, 5.000 persone vivono in baracche senza acqua corrente e in condizioni igieniche catastrofiche “nei vicoli fangosi del ghetto”. Sono costrette ad alzarsi nel cuore della notte e a lavorare per 14-15 ore fino a tarda notte, con la schiena dolente, per pochi euro. D’estate sotto il sole a picco, d’inverno il freddo penetra nelle ossa e l’aria puzza di plastica bruciata e resina. Decine di bidoni della spazzatura improvvisati bruciano lungo le strade sterrate; mobili, tegole e pezzi di gomma abbandonati offrono un po’ di calore.

Il presidente della Repubblica sfondata sul lavoro, ormai diventato un santino, non si è recato in Calabria. Aveva un altro impegno, ai Fori imperiali.

martedì 2 giugno 2026

La rivincita

 

Johann Wadephul, attuale ministro federale degli affari esteri tedesco, ebbe a dichiarare che “La Russia rimarrà sempre un nemico per noi”. Decine di milioni di morti, 1.710 città e oltre 70.000 villaggi, decine di migliaia di impianti industriali, nonché scuole, università e istituzioni culturali furono rase al suolo. Nessun paese al mondo subì più perdite dell’Unione Sovietica. E però i nipoti di quei nazisti, a loro volta nazisti nel profondo, sognano ancora la rivincita. Proprio non riescono ad accettare l’idea che la pace in Europa sarà possibile solo con la Russia, e non contro di essa.

Inutile chiedersi quale responsabilità morale la storia ci imponga. La gabbia ideologica è la stessa ovunque. In Spagna, in Italia e anche in Francia. Friedrich Engels, che aveva la vista lunga, ben in anticipo sulle guerre mondiali, scrisse: “La società borghese si trova di fronte a un dilemma: o la transizione al socialismo o la ricaduta nella barbarie”. Nessuno dei Paesi europei ha bisogna di essere “pronto alla guerra”, ma piuttosto dovrebbero essere capaci di vivere in pace. Per farlo è sufficiente sciogliere la Nato e stipulare dei patti di amicizia e collaborazione con la Russia. La stessa guerra in Ucraina perderebbe immediatamente di senso per tutti.

Tranne ovviamente che per i fascisti, sotto qualsiasi maschera essi si celino. Massimo Cacciari sostiene che “i pericoli non verranno da parte di qualche fascista o nazista; quella è tutta una storia passata e strapassata”. Quindi: “Smettiamola di andare a vedere dentro l’armadio della Meloni, non interessa a nessuno cosa ci tiene dentro l’armadio. Ormai anche lei quell’armadio ce l’ha e lo tiene chiuso perché non lo può più usare. Lascia stare quello che ha dentro, non lo potrà mai più tirar fuori, è inutilizzabile. Bene, basta, finiamola.”

Perché ancora una volta cito Cacciari? Perché rappresenta la voce del buon senso borghese, quello stesso buon senso che a suo tempo sosteneva che il governo Mussolini, sbrigato il “lavoro sporco”, avrebbe passato la mano. Durò vent’anni quel governo e cadde solo sotto le bombe e gli sbarchi di quelli che erano diventati i nostri nemici. Tra quei nemici, a cui l’Italia del buon senso aveva dichiarato guerra, c’era anche la Russia sovietica, che non mancammo di invadere, ovviamente al seguito delle armate germaniche.

L’armadio al quale allude Cacciari non è vero sia chiuso. E non solo in riferimento alla relazione mitografica. C’è altro oltre i simboli (che valgono più dei fatti), di più profondo e insinuante nell’armadio della rivincita. Dal quale non attinge solo Meloni e i suoi scagnozzi, ma paradossalmente attingono inconsapevolmente linguaggio, linee di pensiero e slogan anche tutti gli altri, in una situazione ideologicamente e intellettualmente agli sgoccioli.

Di ciò ho avuto conferma proprio stamani assistendo a una cerimonia in occasione della festa della Repubblica. Grande sfilata di giovani ognuno con il tricolore, che sembrava un’adunata del Fronte della gioventù. Sottofondo di musica rap e simili. Poi benedizione ecclesiastica e discorsetto del prete; a seguire i discorsi degli oratori, dai quali si poteva trarre la convinzione che la Repubblica è nata ottant’anni fa sotto il cavolo o portata da chissà chi.

lunedì 1 giugno 2026

La più chiara alternativa al capitalismo

 

Le persone sagge e ben informate, le quali comprendono e sperimentano cosa sia il totalitarismo quotidiano al quale siamo sottoposti, sanno cosa riserva il futuro: niente di buono. Questo è un motivo più che sufficiente per una riflessione radicale sullo stato delle cose, non per trarne soluzioni miracolose, ma per agire sul mondo attuale e riflettere su quello che verrà.

Il modo di produzione capitalistico, da sistema che ha fornito, pur nelle sue immanenti e laceranti contraddizioni, una spinta propulsiva inedita allo sviluppo economico e civile, si è trasformato ormai da tempo in un Saturno che divora i suoi figli, ossia come il più minaccioso ostacolo allo sviluppo pacifico e sostenibile dell’umanità.

Il fondamentalismo di mercato ci ha trascinati nell’abisso finanziario, politico, bellico, ecologico ed etico. Lo stesso cogito umano è a rischio. Non basta, ad esempio, sancire solennemente la centralità del lavoro, bisogna dire in quali condizioni e forme reali prende corpo il lavoro e ciò che ne deriva.

Gran parte dell’umanità resta schiava di coloro che si sono resi proprietari delle fonti dell’esistenza e delle condizioni materiali del lavoro. Il risultato è che si può vivere solo col permesso dei proprietari. Se questi decidono di spostare una fabbrica per trarne un maggior profitto, chi ci lavora si trova per strada a qualsiasi età.

Tra l’altro, la proprietà privata preclude, specie a molte persone giovani, di poter offrire, nell’abito delle attività scientifiche, culturali e produttive, il proprio contributo secondo le loro capacità e attitudini se queste non si conformano ai bisogni di guadagno del capitale.

Dovunque constatiamo come questo sistema determini precarietà, insicurezza e povertà dal lato di chi lavora, e invece ricchezza senza precedenti dal lato di chi non lavora. Siamo arrivati al paradosso che il sistema non riesce nemmeno più a garantire un’adeguata riproduzione sociale, con le conseguenze demografiche e migratorie ben note.

Quanto all’istruzione, alle cure mediche e all’assistenza, esse sono sistematicamente indirizzate sempre più alla privatizzazione. È impressionante constatare la strada che è stata percorsa un tempo e quanto siamo poi regrediti in ogni situazione. E di ciò i partiti sedicenti di sinistra portano una responsabilità storica decisiva per aver condiviso il bavoso liberalismo e l’abbraccio del cattolicesimo chiagni-e-fotti.

La sinistra parlamentare, sposando le fandonie ideologiche che compiacciono la borghesia, si è completamente allontanata dalla storia del movimento operaio. Ha rinunciando al suo bagaglio storico e teorico invece di liberarlo dalle macerie dei marxismi novecenteschi. In tal modo è andata incontro a un fallimento intellettuale ed elettorale senza precedenti e dal quale non si riprenderà.

Questo è uno dei motivi, ma non certo un motivo secondario, per cui le influenze reazionarie sono così forti oggi: perché non hanno più un avversario credibile e capace di contrastarle.

La più chiara alternativa al capitalismo esiste e si chiama socialismo. Per socialismo s’intende un sistema economico che, sotto controllo pubblico, pianifica le attività connesse alla produzione di beni, garantendo le migliori condizioni materiali d’esistenza ad ogni persona.

Non si tratta di uno scenario utopico o di un espediente narrativo. Riguarda in principio poche solide cose, essenziali diritti e tutele già formalmente sancite dalle più avanzate costituzioni statuali, che però nella realtà concreta dominata dai rapporti sociali capitalistici trovano una revoca nell’azione oppositiva generata dagli interessi della proprietà privata in generale e da quella monopolistica in particolare.

Vero è che quelle “poche solide cose”, non contemplerebbero ancora la scomparsa della subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, né l’uscita completa dall’angusto orizzonte giuridico borghese, ma se non altro con quelle “poche solide cose” saremmo a un primo significativo passo in tal senso.

domenica 31 maggio 2026

Di guerra in guerra


di Edgar Nahoum

Insensibilmente l’arma nucleare è divenuta un pericolo presente e suscita dibattiti apparentemente sereni, alcuni dei quali assicurano tranquillamente che la terza guerra mondiale è già cominciata, come se non si trattasse di una catastrofe dantesca.

È con stupore che una parte degli umani considera il corso catastrofico degli eventi, mentre un’altra parte vi contribuisce con incoscienza.

Si è ciechi rispetto alla grande regressione che prosegue il suo corso planetario, accentuata dalla mondializzazione dell’inizio del secolo, e che ha già prodotto due guerre entrambe internazionalizzate e che minacciano di generalizzarsi.

L’anteguerra del 1940 fu incancrenito dal pacifismo poi collaborazionista, questo lo è dal bellicismo.

Ho spesso segnalato che la storia dell’umanità, divenuta «una» dopo la mondializzazione pur divenendo sempre più diversa e conflittuale, aveva preso, simultaneamente ai suoi progressi scientifici e tecnici, un corso politico ed etico sempre più regressivo.

Due guerre ci assediano ormai. Esse sono internazionalizzate pur rimanendo ancora regionali. Esse aggravano la grande catastrofe ecologica che subisce il pianeta, e un po’ ovunque contribuiscono a questo aggravarsi.

Nello stesso tempo, le angosce che esse provocano al di fuori dei loro territori contribuiscono a questo aggravamento che annichila tutti i tentativi di riassorbimento della crisi ecologica mondiale.

Corsa agli armamenti: escalation o tracollo? L’una e l’altro nello stesso tempo.

È da sottolineare come la mondializzazione economica realizzatasi all’inizio del secolo abbia favorito la disunione delle nazioni e nello stesso tempo le potenze imperiali.

La Russia ha fallito nel suo tentativo di annettere l’Ucraina una volta conquistata. Fino ad ora non ha potuto che occupare pochi territori oltre alle province separatiste russofone, che del resto erano in guerra contro l’Ucraina dal 2014. Non si vede come una pace giusta possa mettere queste province russofone sotto il controllo di uno stato ucraino che ha bandito la lingua russa, la sua cultura e la sua musica.

Come avevo già indicato nel mio libro Di guerra in guerra, la pace giusta dovrebbe comportare l’indipendenza politica e militare dell’Ucraina, con garanzie da negoziare (Neutralità protetta? Integrazione nell’Unione europea?).

Dovrebbe confermare la russizzazione delle province separatiste e uno statuto per la Crimea, che nel 2014 includeva 1.400.000 russi, 400.000 ucraini, 300.000 tartari, primi abitanti della Crimea la cui maggioranza è stata deportata da Stalin.

Una tale pace è concepibile fintanto che le forze in conflitto siano più o meno equilibrate e fintanto che nessuna sia costretta alla capitolazione.

Dunque, è ancora possibile nel momento in cui sto scrivendo, ma questa possibilità scomparirà con l’accresciuta internazionalizzazione di questa guerra, e con le escalation che di fatto sono dei tracolli.
La visione unilaterale dei media ignora che l’Ucraina è stata una posta in gioco fra l’impero americano e l’impero russo. Prima di Trump, gli Usa avevano satellizzato economicamente, tecnologicamente e militarmente l’Ucraina, la quale sarebbe stata una pistola puntata alla frontiera russa, se fosse passata sotto il controllo della Nato.

I nostri media non soltanto sottolineano l’imperialismo russo, ma immaginano che questo potrebbe invadere l’Europa, laddove è peraltro incapace di annettere l’Ucraina in tre anni di guerra. Lo spettro del pericolo russo ci maschera il pericolo della degradazione in corso delle democrazie europee minacciate dalla possibilità di subire un potere autoritario.

Paradossalmente, le sanzioni hanno favorito l’economia militare russa, che oltre ad aerei, droni, bombe ha ormai un missile che per capacità supera i missili occidentali, perché nelle condizioni attuali non può essere intercettato.

Invece che spingere i due nemici a negoziare, e a stabilire un compromesso sulle basi che ho appena menzionato, gli europei contribuiscono alla escalation.

Putin è un tiranno crudele e cinico, ma l’argomento per cui non si potrebbe negoziare con Putin è derisorio da parte di governi che negoziano amichevolmente con il capo di una dittatura totalitaria molto più tentacolare della dittatura Putiniana.

Di fatto i governi occidentali hanno condotto in passato una politica di alleanza con la tirannia zarista e la tirannia staliniana.

E d’altra parte Trump opera una riconfigurazione del dominio americano nella quale la Russia cessa di essere nemica e che è fondata sulla pace americana generalizzata.

I media agitano la minaccia della Russia sull’Europa occidentale. Ma come la Russia, incapace di invadere l’Ucraina, potrebbe invadere l’Europa?

Il grande pericolo è l’aggravarsi costante della crisi dell’umanità che ci conduce alle catastrofi ecologiche, politiche, militari.

Questa crisi comporta la tragedia palestinese, ancor più grave del conflitto ucraino. Israele non ha soltanto conquistato e occupato le terre del popolo palestinese, è in corso la liquidazione di questo popolo martire attraverso l’occupazione totale del suo territorio.

Niente, in questo momento, può contrastare questo processo e noi non possiamo far altro che testimoniare nella impotenza e nella compassione.

Infine, più ampiamente, noi dobbiamo cercare di pensare la policrisi dell’umanità nelle sue complessità e nei suoi orrori, e dovremmo agire nelle incertezze, ma con l’intenzione di salvare l’umanità dalla autodistruzione.

Tratto dal quotidiano il manifesto

P.S. Rincuora sentirsi un po' meno soli.

sabato 30 maggio 2026

I soliti idioti

Qualche libro l’ho letto, altre cose le ho sentite raccontare dai protagonisti diretti di certi avvenimenti, perciò ho un’idea abbastanza precisa su come nascono le guerre. In particolare su come sono scaturite le due guerre mondiali. Soprattutto la prima guerra (1914-1918). Ebbe origine in sostanza per la convergenza, sotto l’aspetto meramente soggettivo, di atti sconsiderati da parte di personaggi di potere non meno avventati e idioti di quelli odierni.

Nell’estate del 1914 molti fatti e contesti potevano far presagire l’imminenza di una conflagrazione bellica europea. Ma tutto sommato la gente comune aveva altri pensieri e preoccupazioni. Poi, improvvisamente, le luci sull’Europa si spensero. Milioni di uomini, ancor giovani nel 1914, al termine del conflitto non esistevano più. Altre decine di milioni di persone erano morte di denutrizione e malattie.

L’UE sembra perfettamente contenta che l’Ucraina stia sacrificando il proprio popolo e il proprio paese per “proteggere l’Europa da Putin”. Per il governo di Kiev, è anche una forma di assicurazione, una polizza assicurativa per mantenere il proprio potere e una fonte permanente di arricchimento personale.

Qualche giorno fa, un ufficiale ucraino impegnato nel Donbass, ha raccontato ai giornalisti il seguente episodio: a Konstantinovka, dove è attualmente di stanza, tra i 1.500 e i 2.000 residenti resistono ancora, nonostante i continui combattimenti per ogni singola casa, rifiutandosi di evacuare. Tra loro non ci sono solo anziani, ma anche un numero considerevole di uomini in età militare. Temono di essere immediatamente arruolati nell’esercito se dovessero essere evacuati.

Meglio essere sotto il fuoco nemico ogni giorno ma a casa propria, piuttosto che essere mandati a morire in una guerra che chiaramente non si considera la propria. Questo la dice lunga sul reale livello di disperazione della popolazione.

Questa non è propaganda filorussa come potrebbe pensare qualche imbecille. Anzi, va riconosciuto all’Ucraina il merito di aver permesso che storie come queste, per quanto aneddotiche, riescano comunque a raggiungere l’opinione pubblica. In Russia dubito che storie simili, per quanto riguarda i loro giovani in età di arruolamento, possano raggiungere l’opinione pubblica di casa.

Più in generale, siccome nella UE non riescono a inquadrare in un contesto argomentativo il riarmo, la militarizzazione, i preparativi bellici e la devastazione sociale, allora ogni pretesto diventa un’occasione da sfruttare propagandisticamente.

Questi idioti, perché tali sono individualmente (non mi riferisco solo alla Kallas, palesemente una stupida fanatica), pensano che una guerra diretta con la Russia possa essere combattuta convenzionalmente ed essere vinta. Per quanto possa apparire tragica una guerra convenzionale contro la Russia, non è affatto così. Non si tratterebbe di una guerra combattuta con armi convenzionali. 

venerdì 29 maggio 2026

Uno stereotipo che fa la differenza


Secondo i dati pubblicati mercoledì dall’Associazione cinese per la gestione patrimoniale, alla fine di aprile i fondi di investimento privati del Paese detenevano un patrimonio complessivo di 23.460 miliardi di yuan (3.460 miliardi di dollari USA), in aumento rispetto ai 20.220 miliardi di yuan dell’anno precedente.

Il presidente Xi ha sostenuto che la Trappola di Tucidide non esiste (“there is no such thing as the so-called Thucydides Trap in the world”), poiché le grandi potenze possono coesistere pacificamente se si trattano da pari ed evitano mentalità da guerra fredda.

Il presidente cinese pone la questione sul piano della soggettività, della mentalità, della diplomazia. Xi è molto astuto, sa bene che, per contro, la natura e la forza delle cose, come solito, porteranno alla solita storia. E la solita storia sarà una guerra catastrofica a cui né la Cina né gli Stati Uniti sopravvivranno. Nei fatti, la Trappola di Tucidide è proprio questa.

Xi sa bene che è solo questione di tempo, non di fair play diplomatico. Il fattore tempo, il guadagno di tempo, gioca dalla parte della Cina. Per gli Stati Uniti, la resa dei conti con Pechino è, e sarà sempre più, una questione di vita o di morte. Il sorpasso commerciale è già un fatto da quasi vent’anni, così come è avvenuto negli investimenti, e pure quello nel settore delle pubblicazioni scientifiche. Il sorpasso tecnologico e nei brevetti s’annuncia a breve (un lustro al massimo).

Quanto all’Europa, nel torno di pochi anni subirà un collasso economico e sociale diverso e addirittura amplificato rispetto a quello degli anni Trenta. Nei diversi fattori della sua crisi, quella della riproduzione sociale è un aspetto fondamentale. Una crisi che ha già colpito anche gli Stati Uniti e che progressivamente colpirà anche la Cina. Con la differenza, tanto per dirla con quello che sembra solo uno stereotipo, che i cinesi hanno gli occhi a mandorla. 

giovedì 28 maggio 2026

L'anestetico papale

 

La lettera enciclica pubblicata da Leone XIV reca la data del 15 maggio, una data simbolicamente significativa. In quel giorno ricorreva il 135° anniversario della pubblicazione dell’enciclica Rerum novarum (Lo spirito dell’innovazione) del suo omonimo, Leone XIII. In essa, papa Pecci affrontava, si fa per dire, le questioni della lotta di classe e poneva le basi della cosiddetta “dottrina sociale cattolica”.

I media hanno definito il nuovo documento un’enciclica sociale sull’IA, e in effetti nelle 245 tesi che costituiscono il documento si parla anche dell’IA. Su questo tema, la Magnifica Humanitas di Prevost si richiama esplicitamente a un precedente documento, Antiqua et Nova, incentrato sul “rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana”, firmato da quattro alti prelati e pubblicato il 14 gennaio 2025 ex audientia Franciscus.

Nella Magnifica Humanitas non si dice nulla di nuovo e di particolarmente significativo a riguardo della IA. Non più di quanto la Chiesa cattolica avrebbe potuto dire a suo tempo a riguardo dell’introduzione nell’industria manifatturiera dei motori elettrici. Un esempio letterale di vacuità e banalità a tale riguardo:

«... l’intreccio tra automazione, robotica e IA sta trasformando rapidamente la struttura stessa del lavoro. Questo porterà, si dice, grandi miglioramenti per tutti. In realtà, i “nuovi modi” di lavorare non sono necessariamente migliori, perché “mentre l’IA promette di dare impulso alla produttività facendosi carico delle mansioni ordinarie, i lavoratori sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora”.»

La citazione tra virgolette è tratta precisamente dal documento Antiqua et Nova. Del resto, Magnifica Humanitas è esattamente una lunga collazione di citazioni tratte da vari documenti pontifici, riferimenti biblici e teologici. Anche sul “problema della disoccupazione”, l’enciclica rimane sul vago, pur assumendo una connotazione genericamente critica: «San Giovanni Paolo II ha ricordato che la disoccupazione è un male grave e che, soprattutto quando assume dimensioni massicce, essa può diventare una vera calamità sociale, che interpella in modo speciale la responsabilità dello Stato. Oggi, nella “quarta rivoluzione industriale”, questa preoccupazione si fa più acuta, poiché l’innovazione viene spesso accolta solo in funzione della riduzione dei costi e dell’aumento dei profitti.»

Segue la denuncia di «nuove forme di precarietà e disuguaglianza, con remunerazioni molto elevate per una minoranza altamente specializzata e salari sempre più ridotti per una larga parte della popolazione attiva.» Il richiamo diretto alla generica “responsabilità dello Stato”, evita (potrebbe essere diversamente?) di tirare in ballo le responsabilità proprie del modo borghese di produzione. Quanto alle remunerazioni “molto elevate per una minoranza altamente specializzata”, verrebbe da chiedersi, se non fosse pleonastico, di quale “alta specializzazione” sarebbero dotati gli amministratori delegati delle multinazionali hi-tech.

Si parla di Prevost come di un Papa particolarmente dotato sul piano scientifico, poiché laureato in matematica e in chissà cos’altro. E però sempre di un prete si tratta, di uno che ha canonizzato un giovane “come tanti altri”, un certo Carlo Acutis, nato nel 1991 e morto a 15 anni di leucemia fulminante. Il giovane viene presentato dalla Chiesa come il “santo patrono dei giovani cattolici e degli utenti di internet”, in particolare per la sua passione per i computer e per Dio.

Perché un essere umano diventi santo, sono necessari due miracoli, di solito una guarigione inspiegabile per la scienza. Nel caso del nostro “ragazzo alla moda” Carlo Acutis, la guarigione di un bambino brasiliano affetto da una rara malformazione pancreatica e quella di uno studente costaricano gravemente ferito in un incidente sono servite come base per la sua canonizzazione. Acutis avrebbe “interceduto” dall’aldilà in favore di queste povere creature (*).

Di là di questi fatti per i quali non si trova più il gusto di bestemmiare, anche per le cosiddette encicliche sociali si ricorre allo stesso trucco. Il male pernicioso non sta nella scienza e nella tecnologia in quanto tali, ma nel loro cattivo impiego. Discorso che pare filare liscio, ed infatti ciò “non significa rinunciare alla tecnologia”, ma “impedirle di controllare l’umanità”. Quella del controllo è sempre stata l’aspirazione e l’intento dei preti, dalla culla alla tomba. Non è gradita la concorrenza.

Quanto alla “catena di sfruttamento deliberatamente nascosta”, attendiamo di conoscere da chi e come viene forgiata questa catena. Loro sono per un “capitalismo inclusivo” (vedi nota 122 della Humanitas). Un’altra illusione riformista che predica la moralizzazione del mercato mantenendo la proprietà privata dei mezzi di produzione. In tal modo, la Chiesa agisce come un “anestetico sociale” che preserva il sistema capitalistico di sfruttamento.

(*) Si tratta sempre della solita muffa e della collaudata truffa per idioti totali. Casi tutti uguali, come quello della cosiddetta “madre Teresa”. Il Vaticano si è avvalso della testimonianza di una donna bengalese, Monica Besra, la quale affermava che un raggio di luce emanato da una fotografia di madre Teresa l’avesse guarita dal suo tumore. Tuttavia, il suo medico ha dichiarato che la paziente non aveva mai avuto il cancro e che la sua cisti tubercolare era scomparsa grazie ai farmaci da lui prescritti.

Vale ancora la pena ricordare che i santi non esistono, e le anime virtuose che si vantano di dedicare la propria vita al servizio degli altri sono fin troppo spesso degli individui perversi? Tempo perso: come diventare santi in vita grazie a un eccellente piano mediatico è il fulcro del magistero ecclesiastico. Nel caso del nostro povero Carlo Acutis, un’anima così pura e così utile alla Chiesa, non si può che rammaricarsi che Dio abbia scelto di lasciarlo morire a 15 anni, a causa di una leucemia fulminante. Una ricompensa davvero singolare.

mercoledì 27 maggio 2026

Più pericoloso del cancro

 

Fa una certa pena vedere un bravuomo come Bersani in difficoltà dalle più che scontate domande di una Gruber. La verità è che nessuno ha uno straccio d’idea di una società anche solo un poco diversa dall’attuale. Né in Italia, né altrove. Per la verità, Bersani può davvero pensare che basti mettersi d’accordo su “quattro cose”? Non è più tempo di “lenzuolate”, né di centro-sinistra, peraltro diviso e in lite su qualunque cosa. Sono finti, sono sfiniti, sono estinti nell’originaria natura.

C’è una causa sistemica a monte di questa crisi, che si trasferisce nelle più varie peculiarità sociali e nelle sue espressioni politiche. Il capitale si preoccupa esclusivamente di ridurre la quota di lavoro retribuito e di appropriarsi del lavoro non retribuito. È un processo ineluttabile e contraddittorio che sta nella testa di ogni capitalista e alla base del modo di produzione capitalistico (*). Come se ne viene a capo? In nessun modo risolutivo. La presa di potere completamente incontrollata da parte del capitale finanziario è la risposta storica del capitalismo stesso al suo sviluppo e alla sua crisi.

Politicamente, i partiti riformisti ne prendono atto e procedono, più nella labilità dei proponimenti elettoriali che nei fatti , in azioni tese a mitigarne alcuni effetti sociali e a guadagnare tempo. Si calcia avanti la lattina finché non passa un camion che schiaccia sia la lattina e sia il calciatore. A ciò sono servite precisamente le politiche “riformistiche”. Il camion è rappresentato dal grande capitale che ritiene finita l’epoca del riformismo e che se ne possa fare a meno.

Questo stallo sostanziale del riformismo, promuove spinte elettorali e politiche di segno contrario. Il fascismo non piove dal cielo. Fatto è, tra l’altro, che non possiamo sapere quale forma specifica assumerà il fascismo nel corso del XXI secolo. Ossia a riguardo della sua integrazione ideologica nella società borghese dell’epoca attuale e di quella nuova che si profila sotto i nostri occhi. Avrà ad ogni modo l’obiettivo principale di garantire e mantenere “condizioni redditizie”.

La questione di come si stia attuando l’infiltrazione fascista nel tessuto sociale è di fondamentale importanza, tuttavia del fascismo possono mutare alcune forme, non la sostanza. Per contro, vedo che restiamo, chi più e chi meno, intrappolati nella descrizione dei fenomeni, quando ciò che invece serve, prima di tutto, è chiarezza sulla sua essenza sociale. Rimaniamo perplessi come un medico che può descrivere nei minimi dettagli i sintomi e la crescita del cancro di un paziente, ma non ha idea della sua effettiva eziologia. Uno sguardo al capitale finanziario odierno dimostra che è palesemente molto più pericoloso di qualsiasi tipo di cancro. Non divora solo i singoli individui. Ha il potenziale per divorare tutti noi.

(*) La spinta allo sviluppo scientifico e tecnologico serve a ridurre la percentuale di lavoro umano nel processo produttivo. Con la riduzione del lavoro umano, la massa del plusvalore estorto può anche aumentare, ma si riduce in rapporto agli investimenti. Pertanto, sulla base di tale tendenza, di tale rapporto tra capitale costante e capitale variabile, si riduce anche il plusvalore per cui i capitalisti competono. Essi cercano di contrastare questa tendenza con un numero sempre maggiore di prodotti e sempre più innovativi. E con una sua sempre più massiccia finanziarizzazione. Ma questo non risolve la crisi del sistema, la sposta nel tempo e l’aggrava, e infine la contraddizione esplode.

martedì 26 maggio 2026

Ostrega, non se l'aspettavano

 

Si dice spesso che gli elettori siano disillusi dalla politica. Si dice anche che la radice di questa disillusione risiede nella privazione di partecipazione alla politica. Dunque, la disillusione non ha origine nelle persone, ma nella politica stessa. E qui sarebbe necessario qualche dettaglio.

Nei termini della teoria politica corrente, l’allontanamento dalla politica può essere descritto come un graduale declino della democrazia, con il venir meno delle opzioni politiche. In termini meno convenzionali, si tratta di un processo di lungo periodo che si snoda dentro le articolazioni dello sfruttamento e del dominio borghese.

Ma questo tipo di analisi, mi rendo conto, darebbe luogo a un discorso troppo complicato se fatto oggi. Dunque è sufficiente la sintesi: votare è come rianimare un cadavere dopo l’autopsia.

Da ultimo c’è da commentare il risultato delle elezioni amministrative. Parlo di Venezia, perché non conosco bene le altre mafie politiche, salvo il fatto che un quasi ottuagenario, dopo tre anni da vicesindaco, ventidue anni da sindaco e dieci anni presidente della Regione Campania, viene rieletto sindaco di nuovo. Resta da chiarire in che cosa si concretizzi questa democrazia (*).

Dice Cacciari che a Venezia non s’aspettava la vittoria del candidato democristiano. La città era stata l’unico luogo del Veneto dove al referendum aveva prevalso il No. Questa volta i giovani (ma non solo loro) sono andati al mare piuttosto che votare uno come Martella. Soggiungo: non serviva un consulente d’immagine per capire che la faccia di un seminarista pentito dopo che s’è fatto una sega non poteva funzionare.

Ma è ovvio, non si può votare un partito che è l’espressione delle sagrestie apostolico-bancarie e del liberismo europeista (di quella UE le cui leggi sono scritte da lobbisti e gestite da un apparato burocratico privo di qualsiasi responsabilità riconoscibile). Si è votato al referendum perché non si voleva darla vinta a individui osceni in grisaglie e a fasciste in tailleur. Ma per il resto, c’è il solito buio a mezzogiorno.

A votare quei trichechi democristiani, imbullonati alla poltrona, oppure i fascisti, che fa lo stesso, ci va chi ha la “barca” in darsena, la seconda casa ad Auronzo o a Cortina, l’abbonamento alla Fenice e l’ombrellone fisso al Lido. Gente che magari paga meno tasse delle loro colf e ti dice che bisogna stringere la cinghia. Anche alle prossime politiche potranno votare Franceschini, Delrio, Renzi e magari anche Calenda, senza vomitare i dolcetti della comunione.

Meglio la troupe di Meloni, incluso il generale Bergonzoli, che almeno e sia pure a denti stretti si ride un po’.

P.S. : Cacciari insiste nel dire che Meloni è molto intelligente. Anche in questo caso sbaglia: è meno stupida e più furba di altri.

(*) Leggo: De Luca, dal 2008 impegnato in una relazione con Maria Maddalena Cantisani, architetta e dirigente del comune di Salerno; ha due figli: Piero (1980), avvocato e politico, dal 2018 deputato alla Camera per il PD, di cui è segretario regionale in Campania, e Roberto (1983), commercialista, che è stato dal 2014 al 2017 responsabile provinciale economia del PD a Salerno, dal 2015 al 2016 consigliere tecnico-economico del presidente della Provincia di Salerno e da giugno 2016 a febbraio 2018 assessore al bilancio e allo sviluppo nella giunta comunale di Salerno. Peccato che padre Vincenzo non abbia anche una figlia.

lunedì 25 maggio 2026

La guerra continua

 

Nell’attacco missilistico contro Kiev dei giorni scorsi, la Russia ha lanciato oltre 700 droni, sono state utilizzate armi ipersoniche come i missili Oreshnik e Zircon (quest’ultimo in versione terrestre), insieme a diverse decine di missili balistici Iskander. Secondo fonti ucraine, l’attacco a Kiev ha causato due morti e 88 feriti. I media ucraini hanno riferito che il numero relativamente basso di vittime non è dovuto all’efficacia delle difese aeree: tutti i missili Oreshnik e Zircon hanno colpito i loro obiettivi e due terzi dei missili Iskander non sono stati intercettati.

Secondo fonti russe, alcune delle quali indirettamente confermate da fonti ucraine, sono stati colpiti obiettivi militari e industriali: tre grandi stabilimenti di produzione di elettronica militare a Kiev, un aeroporto e officine di assemblaggio per i droni ucraini Flamingo, nonché i temuti droni sottomarini nella città di Belaya Tserkov, 90 chilometri a sud di Kiev. Alcune settimane fa, questi droni sottomarini erano stati utilizzati in un altro tentativo di attacco al ponte che collega la Crimea. L’equipaggio di una motovedetta russa, la Sobol, era riuscito a sventare l’attacco solo con una manovra di collisione diretta, che ha causato la morte di tutto l’equipaggio.

La motivazione per l’attacco russo su larga scala è stata l’attacco di quattro droni ucraini su un dormitorio di una scuola professionale a Starobelsk, nella regione di Luhansk, venerdì scorso. Nel dormitorio vi erano ottantasei adolescenti di età compresa tra i 14 e i 18 anni. Secondo i necrologi pubblicati, 21 studenti sono rimasti uccisi nell’attacco (42 i feriti). La Russia ha classificato l’attacco come “terroristico” e ha respinto l’affermazione di Kiev secondo cui sarebbe stata colpita una struttura di addestramento per piloti di droni russi. L’Ucraina ha poi fatto marcia indietro, definendolo un “incidente”. La Russia ha respinto la tesi dell’incidente sostenendo che gli attacchi non fossero casuali.

In seguito all’attacco al dormitorio, i principali media occidentali hanno evitato di recarsi, su invito, in quel luogo. Ovviamente.

Attualmente in Bielorussia vi sono esercitazioni militari russo-bielorusse su larga scala, comprese quelle che coinvolgono forze missilistiche. Secondo Mosca, vere e proprie testate nucleari sono state trasportate in Bielorussia e montate su lanciatori tipo Iskander già dislocati nel paese. Questo è insolito, poiché di solito per le manovre si utilizzano testate inerti.

La Russia è ormai consapevole che la sua sopravvivenza militare, minacciata dall’Europa occidentale, dipende ormai quasi esclusivamente dalle sue forze nucleari, dall’impiego preventivo di armi nucleari tattiche. Le considerazioni dei principali consiglieri politici russi sulla necessità di contemplare l’impiego di armi nucleari, non sono certo esercizi di propaganda volti a ingraziarsi la frangia sciovinista dell’opinione pubblica russa.

Se a questi avvertimenti seguono ora manovre su larga scala della Flotta del Nord (il cui piano operativo esplicito prevede il lancio di armi nucleari strategiche), quindi il test di un missile balistico intercontinentale tipo Yars dalla Siberia e il più massiccio attacco missilistico a Kiev degli ultimi anni, allora questi avvertimenti rappresentano un segnale politico da parte della Russia all’Occidente nel suo complesso. Soprattutto perché Vladimir Putin, che fino ad ora si era distinto per la sua moderazione, sembra essersi lasciato convincere dai “falchi” russi.

Non solo una partita di calcio

 

Ancora una volta, dei sedicenti tifosi hanno sottovalutato il potere di un organo particolarmente utile: il loro cervello. Questi atti di violenza oscillano principalmente tra violenza estrema ed estrema stupidità, ma evidentemente c’è anche dell’altro. Qualcosa di non secondario e di cui le ricostruzioni giornalistiche non si sognano di occuparsi.

Bisogna tener presente che la violenza è diventata una componente di una certa frangia radicale del tifo organizzato (ma non solo del tifo sportivo) e oggi è più frequente che gli scontri tra tifosi si verifichino fuori dagli stadi di calcio. La violenza individuale e di gruppo sta assumendo nuovo rilievo e nuove caratteristiche.

Perché questi tifosi sono violenti? Si può rispondere alla domanda in modo molto semplice: perché ci sono gruppi di uomini che vogliono picchiarsi. Ma queste risse tra tifosi non hanno nulla a che vedere con la devastazione urbana che si verifica in occasione dei grandi eventi sportivi. L’esempio più recente è la semifinale di Coppa dei Campioni, che ha generato non pochi episodi di violenza. La violenza è la stessa, ma i fenomeni sono ben diversi.

Che si tratti di una vittoria o di una sconfitta, certi eventi portano regolarmente a scene di totale distruzione. Il 6 maggio, nonostante la vittoria del Paris Saint-Germain contro il Bayern Monaco, gli spettatori hanno causato disordini. La stessa cosa è successa quasi un anno fa, quando 294 persone sono state arrestate a margine della finale di Champions League. Dopo e nonostante la vittoria contro l’Inter, i saccheggiatori, tra le altre cose, hanno fatto irruzione in un negozio di scarpe.

La psicologia della folla, una “meccanica” che trasforma l’individuo quando si trova in mezzo alla folla: diventa suggestionabile, un automa privo di volontà propria, prendono il sopravvento le emozioni e i miti collettivi (l’opportunità di costruire un’identità maschile virile). La folla è anonima e quindi non ha alcuna responsabilità. Il senso di responsabilità, che da sempre frena gli individui, scompare completamente nella folla. In secondo luogo, in una folla, ogni sentimento, ogni azione è contagiosa, e a tal punto che l’individuo sacrifica molto facilmente i propri interessi personali all’interesse collettivo.

Il contatto fisico con altri corpi fa sì che le emozioni si diffondano per imitazione. Questo aiuterebbe a spiegare perché chi commette atti di violenza ha un’alta probabilità di ispirare altri. Qualcosa di vero – inevitabilmente verrebbe da dire – c’è anche in queste teorie (Sorel, Le Bon, ecc.) che tanto impressionarono personaggi alla Mussolini e non solo (Le Bon nel 1908 pubblicò anche una Psicologia del socialismo, ma si guardò bene dal pubblicare una psicologia del liberalismo, del cristianesimo e di chissà che cos’altro).

Le teorie di Gustave Le Bon sono diventate, inevitabilmente, il fondamento della psicologia sociale borghese, la quale punta tutte le sue fiches sul biologismo (Le Bon spiegava il comportamento delle masse esclusivamente in base a caratteristiche “razziali” innate, istintive e biologiche), avendo scarsa o nulla considerazione dell’esperienza personale e lasciando invece largo spazio al pregiudizio ideologico, ossia di classe. Le conclusioni di Le Bon erano speculative, basate sulle sue osservazioni personali e sui suoi stereotipi piuttosto che su esperimenti controllati (in buona compagnia con Freud).

Il comportamento in una folla (un comportamento sociale!) è influenzato non solo da istinti innati, ma anche e prevalentemente dalla cultura generale, dal contesto socio-economico e dagli obiettivi specifici che uniscono le persone (il pubblico di una gara di tennis è diverso da quello del calcio ...).

Pertanto, è partendo da questi presupposti che va analizzato il comportamento e le violenze espresse da alcuni gruppi di tifosi, il cui comportamento non è plasmato tanto dalla soppressione del sé, quanto dall’adozione di uno specifico ruolo sociale e dall’adesione alle “norme” della situazione.

L’errore principale di certe ricostruzioni “alla Le Bon”, oltre al fatto evidente dell’eccessiva generalizzazione del concetto di folla (tifosi, ecc.) e dell’estensione di questo termine alle più diverse associazioni e manifestazioni sociali, consiste nella decontestualizzazione della folla (dei gruppi di tifosi) e nella natura meccanicistica del suo modello, quindi nella sua esclusione artificiale dal contesto sociale, politico ed economico generale.

domenica 24 maggio 2026

Rendiamo di nuovo misteriosi (e minacciosi) gli “alieni”!

 

Il Dipartimento della Guerra (ora si chiama così e mi pare appropriato) degli Stati Uniti ha appena pubblicato la sua seconda serie di nuovi documenti sugli oggetti non identificati (UFO/UAP). Si tratta di oggetti che il Pentagono e le agenzie di intelligence sostengono di non essere in grado di identificare.

Tutto o quasi cominciò con il presunto schianto di un’astronave aliena vicino a Roswell, nel Nuovo Messico. Vi posero mano i “giornalisti”, una categoria di falliti professionali sempre alla ricerca di una “notizia” che provochi sensazione, ossia generi denaro per chi la pubblica e la gestisce. La patacca di Roswell generò una vera e propria ossessione americana. L’UFO di Roswell si rivelò essere parte di un programma classificato, i resti di un pallone aerostatico che monitorava l’atmosfera alla ricerca di dati riferibili ai test nucleari russi.

Avvistamenti di sfere verdi, dischi e palle di fuoco sono stati segnalati in prossimità di impianti nucleari o di produzione di armi, come Sandia, Los Alamos, Pantex e altri. E ovviamente di aeroporti. Basterebbe tener presente la ben nota illusione del volo stazionario di un aereo lontano in avvicinamento. Le luci sono distorte dall’atmosfera, il terreno si raffredda rapidamente, creando forti gradienti di temperatura. L’indice di rifrazione dell’aria dipende dalla temperatura e dalla densità. L’aria si scompone in celle in continuo movimento con indici di rifrazione leggermente diversi. Scintillazione, in altre parole.

In Italia, degli UFO, se ne sta occupando attualmente Repubblica, in calo verticale di vendite.

Anche basta con questo miscuglio di video sfocati, in bianco e nero e di pessima qualità (*). Per tacere del rendering di un UFO (vedi immagine qui sopra!). Così come nelle religioni, nel regno del nebuloso ogni cosa è lasciata all’interpretazione. Non si sa mai cosa verrà in mente a chiunque. Alla fine, ci saranno sempre coloro che ci crederanno e coloro che negheranno categoricamente: “Interpretatelo come volete e divertitevi”, quello che conta davvero è che per la a sicurezza nazionale americana, ma anche europea ovviamente, abbiamo bisogno di più spesa militare, di più armi e di più guerre.

La cosa più incredibile della pubblicazione di nuovi documenti sugli UFO è che Donald Trump è stato menzionato nei documenti di Epstein oltre 38.000 volte.

(*) Perché tutti questi sensori a infrarossi hanno una qualità d’immagine così scadente? Possibile che nessuno di questi costosissimi aerei da ricognizione militare a controllo remoto abbia anche solo una telecamera a luce visibile, di buona qualità e con un’elevata frequenza di fotogrammi, per vedere effettivamente cosa stanno osservando? C’è anche chi ha fotografato i presunti UFO a colori, salvo poi scoprire che l’oggetto fotografato si riferiva a un dettaglio di due dipinti di Clovis Trouille (1889-1975).