giovedì 16 luglio 2026

Sempre un alito cattivo

 

Ho iniziato la lettura del nuovo saggio di Luciano Canfora dal titolo: Comunismo, un’altra storia. Negli ultimi tre anni e mezzo scarsi, il filologo barese ci ha fatto dono di ben dieci saggi pubblicati, alcuni di notevole spessore anche cartaceo.

Del nuovo saggio, ho letto le prime 20 pagine. Dunque sarebbe quantomeno azzardato da parte mia esprimere un qualsiasi giudizio, se non fosse che questi primi 7 capitoletti si chiudono con un’affermazione così perentoria da confermare un mio antico giudizio sul Canfora stesso.

Ma prima desidero riportare la frasetta con la quale Canfora liquida definitivamente l’opera di Marx: «Col che la sua opera [di Marx] è diventata vieppiù soltanto un affascinante oggetto di studio.»

Questo giudizio tranchant, secondo l’autore del libro, deriverebbe dal fatto che Marx, pur avendo «introdotto un elemento di scientificità dentro la cornice di una preesistente, colossale utopia, è, per suo carattere, contingente, ossia legata a condizioni materiali e rapporti sociali che mutano ma mano, di necessità».

Pertanto, sostiene Canfora, il contributo scientifico di Marx, ancorato a condizioni e rapporti sociali tipicamente ottocenteschi ed eurocentrici, avrebbe perso la sua efficacia scientifica e critica a fronte delle mutate condizioni materiali e sociali seguite alla sua epoca.

Sembra che Canfora ignori anzitutto la categoria di formazione economico sociale, che il materialismo storico concettualizza nella struttura di un sistema dinamico di rapporti organicamente legati ed in continua interazione, sulla base di un dato modo di produzione e secondo leggi specifiche.

È naturale che una stessa formazione sociale possa assumere forme concrete molto diverse. Ad esempio, la formazione sociale capitalistica, nella stessa epoca, può determinarsi nella forma statunitense, cinese, argentina, ecc.. Ciò si spiega con l’ineguale grado di sviluppo del modo di produzione capitalistico, nonché con la storia particolare di ciascuna nazione, con la peculiare forma di interazione dei diversi sottosistemi (economico, politico, giuridico, ...).

La conoscenza concreta di ciascuna formazione, ad ogni stadio particolare del suo sviluppo, non potrà che essere, perciò, il risultato di una analisi concreta della situazione concreta, ma il concetto di formazione economico sociale resta in ogni caso indispensabile per comprendere le leggi generali oggettive di funzionamento e di sviluppo proprie ad ogni sistema sociale indipendentemente dalle sue particolarità.

Ciò premesso, l’oggetto d’indagine di Marx è il modo capitalistico di produzione e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono, e non - come hanno creduto in molti e con essi Canfora – il capitalismo europeo della seconda metà del XIX secolo, ovvero l’Inghilterra, che pure, nella sua epoca, era di questo oggetto la “sede classica”.

Certo che l’Inghilterra viene presa in considerazione da Marx nella costruzione della sua teoria, poiché essa era la forma più sviluppata del fenomeno che egli considera; ma, nella Prefazione alla prima edizione (luglio 1867) de Il Capitale, Marx mette in chiaro che:

«In sé e per sé, non si tratta del grado maggiore o minore di sviluppo degli antagonismi sociali derivanti dalle leggi naturali della produzione capitalistica, ma proprio di tali leggi, di tali tendenze che operano e si fanno valere con bronzea necessità. Il paese industrialmente più sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l’immagine del suo avvenire.»

In altri termini, ciò che interessa a Marx è il modo di produzione capitalistico in generale, le sue leggi e le sue tendenze (sui concetti di legge e di tendenza occorre essere precisi, poiché si tratta di strumenti essenziali per l’elaborazione di una immagine scientifica del mondo), e non, invece, una sua forma determinata ad un qualche stadio del suo divenire.

È proprio questo che interessa a Marx: estrapolare dalle leggi generali del divenire capitalistico la tendenza; simulare concettualmente, secondo procedure dialettiche (logiche e/o matematiche), il loro movimento intrinsecamente contraddittorio, per carpire al futuro la loro forma divenuta.

Sono questi gli strumenti che gli consentiranno le più ardite operazioni del pensiero; gli consentiranno, cioè, di spingersi per via analitica fino agli estremi limiti del modo di produzione capitalistico, oltre i quali si spalanca la breccia di una discontinuità qualitativa epocale e, a partire di lì, riguardare con occhi nuovi, e secondo nuove prospettive, anche il presente!

Ignorare, o fingere di ignorare, che le leggi economiche scoperte da Marx conservano validità generale per quanto riguarda tutta la storia della formazione sociale capitalistica e del relativo modo di produzione, significa ignorare le motivazioni più profonde e più vere della crisi della formazione economica capitalistica e dunque anche della odierna contesa imperialistica.

Anche noi dovremmo chiederci con Engels: “Forse la feudalità è stata mai corrispondente al suo concetto?”

Il mio giudizio su Canfora, a riguardo del suo rapporto con Marx e il materialismo storico, ebbi modo di esprimerlo già 12 anni fa. Forse oggi lo sostanzierei meglio, ma nella sostanza penso che non lo muterei.

[...]

 

In seguito alla sconfitta della nazionale francese di calcio contro la Spagna nella semifinale dei Mondiali, si sono verificati disordini in numerose città, sebbene, secondo una valutazione del ministero dell’Interno francese, non si siano registrati incidenti gravi. Il ministero ha segnalato scontri con la polizia in 183 città, in particolare a Parigi e Lione. Sono state arrestate 342 persone, di cui 250 in stato di fermo. In 688 casi, gli agenti sono stati presi di mira con fuochi d’artificio e ne sono stati sequestrati 1.128.

Un modo alternativo per festeggiare il 14 luglio.


Sapete dove si trova il Kirghizistan? Da qualche parte in Asia, ovviamente. L’Unione Europea vuole ristabilire l’”ordine” nel paese centroasiatico e per questo ha imposto delle sanzioni.

Dal giornale umoristico Repubblica.

martedì 14 luglio 2026

Esplorazioni socio-etnologiche

 

Questa mattina, poco dopo le 10, ero in auto e ho acceso la radio. Le varie emittenti trasmettevano réclame in sincrono, perciò ho optato per radiotre, il canale radiofonico delle persone colte e di sinistra, quelle che ascoltano musica etnica malgascia a pranzo e Brahms al cesso.

Ho seguito la trasmissione per pochi minuti, il tempo di arrivare dove volevo andare, per dirla con Totò. Tema odierno: la concentrazione della ricchezza presso i soliti noti Paperoni. È sempre un argomento di vendita e garantisce ascolti più alti, senza mai chiarire i meccanismi sociali che governano questo mondo. Del resto, anch’io, proveniente da una classe sociale “inferiore”, da decenni cerco di decifrare i meccanismi del dominio sociale studiando le diverse soggettività prodotte dalla natura specifica dell’esistenza della classe dominante.

Nella trasmissione radiofonica si citava l’esempio dell’ex moglie di Jeff Bezos, che, ricevuti 36 miliardi di dollari dal marito, ne assegnava 26 in beneficienza (riferisco i dati ascoltati per radio). Nonostante ciò, dopo pochi anni, la signora godeva di un patrimonio ancora maggiore, di ben 46 miliardi, causa aumento valore delle “residue” azioni dall’ex marito rimastele in portafoglio.

Della serie: il diavolo continua a cagare sul mucchio più grande. Discutere di ciò è sterile: nonostante tutto questo denaro elargito in beneficienza, la disuguaglianza globale tra ricchi e poveri non fa che aumentare, come sottolinea regolarmente l’organizzazione Oxfam. Quindi è seguita per radio l’immancabile invocazione per una più equa distribuzione della ricchezza sociale a mezzo tassazione e altre favole del genere, con dotta citazione di Piketty (poteva mancare questo insulso tra gli insulsi che ha “scoperto” che la ricchezza è costituita principalmente da capitali ed eredità?).

Il fatto che si rimproveri ai super ricchi (high net worth individuals) la loro ricchezza dà il senso del generale disorientamento. Sarebbero dunque i “ricchi” la causa dei problemi, e non dunque essi stessi il prodotto dei rapporti sociali vigenti. È questo il volgare e imbarazzante modo di concepire il dominio di classe con le categorie politico-sociologiche di un Proudhon (la proprietà è un furto!) o di un ancor più volgare Piketty.

Denunciare l’accumulazione di ricchezze esorbitanti in poche mani è doveroso, ma soffermarsi solo su tale aspetto significa rimanere sul terreno di una critica etica. Una critica laterale che la borghesia miliardaria alla Bill Gates non solo accetta (donare parte delle proprie “fortune” in beneficenza riduce il carico fiscale), ma pavoneggia come un sano esempio di libertà e democrazia (per Bill il pericolo maggiore al mondo sono “i microbi, non i missili”).

I super ricchi esercitano un certo fascino (già la nobiltà, sebbene decaduta nella sua rappresentazione istituzionale, nell’inconscio e nell’immaginario collettivo conserva un suo posto), emanando una straordinaria stranezza, quasi un tocco di esotismo. Del resto, la ricchezza non si limita al denaro e ai beni materiali. Questi sono necessari, ma non sufficienti. Esiste una grande varietà di ricchezze, ma tutte condividono lo stesso background, poiché tutte possiedono queste diverse forme di ricchezza, tra cui la cultura e le connessioni sociali (per entrare facilmente nel mondo del lavoro e seguire un percorso consolidato verso il “successo”), che conferiscono loro una posizione dominante nella società. Basta leggere Balzac, il quale fotografava l’ambiente sociale altamente codificato dell’alta società parigina e la complessità della violenza insita nei rapporti di classe.

Posto per assurdo che i ricchi abbiano effettivamente gli stessi interessi dei poveri, possono benissimo essere d’accordo con stronzate tipo una più equa tassazione e anzi offrire con larghezza in beneficienza il loro denaro per migliorare la condizione dei poveri, eccetera. La storiella del filantropo eroico che vuole “rendere il mondo un posto migliore” è ben nota e piace soprattutto a sinistra. L’idea che la gestione pubblica della ricchezza socialmente prodotta possa essere più efficiente non li sfiora nemmeno.

I miglioramenti che si realizzano sul terreno dei rapporti di produzione borghesi, non cambiano nulla del rapporto fra capitale e lavoro sfruttato, ma spesso assolvono la funzione di diminuire le spese che il vertice della gerarchia sociale deve sostenere per la pace e concordia sociale, indi per il suo dominio: la filantropia è una forma e un esercizio di potere (vedi l’evergetismo nell’antica Roma), oltre che un formidabile veicolo per la reputazione elitaria.

Quanto alla trita ricetta sulla tassazione dei profitti e della ricchezza, è necessario aver chiara una cosa: forme e misura del welfare non sono né saranno mai una variabile indipendente dalle dinamiche dell’accumulazione capitalistica. Infatti, il capitalista, quando investe, si aspetta un profitto. Non un profitto qualsiasi, bensì un determinato saggio del profitto. Il capitale pertanto ha bisogno: 1) di acquistare a un certo prezzo la forza-lavoro e di estrarne tutto il plusvalore possibile; 2) di operare in determinate e sicure condizioni, anzitutto regolamentazione fiscale e altri oneri sociali favorevoli. Il resto è dettaglio.

Sono in viaggio

 

Vannacci o Trump non sono argomenti così aggrappanti nel caldo afoso di luglio. Invece il termine Laniakea? Deriva dalla lingua hawaiana e significa “cieli incommensurabili”. È il nome assegnato dagli astronomi nel 2014 per identificare il superammasso di galassie che ospita anche la nostra Via Lattea. Si estende per circa 520 milioni di anni luce e contiene all’incirca 100.000 galassie.

Al suo interno c’è il superammasso della Vergine (di cui fa parte la nostra galassia) e altri ammassi minori, tutti uniti e interconnessi da attrazioni gravitazionali comuni. Dio ha creato tutto questo per dare lavoro agli astronomi e al settore industriale che si occupa di telescopi, cannocchiali e lenti d’ingrandimento. 

Quasi nascosto alla nostra vista (da quella del mio terrazzo, per esempio), c’è il Grande Attrattore. Infatti si trova quasi esattamente dietro al centro della Via Lattea, nascosto da un sacco di polvere cosmica. Viaggiamo comodamente verso di esso a una velocità di circa 600 km/s, ovvero oltre 2 milioni di chilometri all’ora. Questo movimento non è casuale, ma è causato dall’incredibile densità di materia concentrata in quella direzione (una massa stimata in decine di milioni di miliardi di soli). C’entra ancora una volta la gravità, lo strudel di Newton.

Il Grande Attrattore non è un buco nero. Né un quasar. I quasar sono buchi neri supermassicci che attraggono enormi quantità di materia. Questa materia irradia poi enormi quantità di energia. Pertanto, i quasar sono gli oggetti più luminosi dell’universo e costituiscono il nucleo di intere galassie. I primi quasar si sono formati meno di un miliardo di anni dopo il Big Bang, un tempo relativamente breve su scala cosmica.

Al centro della nostra galassia (noi siamo in periferia) non c’è un quasar, ma un semplice e tranquillo buco nero (con una massa di 4 milioni di volte quella del nostro Sole). Tra circa 4 miliardi di anni, la nostra galassia si scontrerà con un’altra galassia, Andromeda. Il risveglio dei buchi neri potrebbe far brillare il centro galattico come un quasar. Un gigantesco gioco pirotecnico superiore persino a quello di sabato prossimo a Venezia (spiaze per chi se lo perde).

Intanto, però, viaggio a 36.000 kilometri al minuto verso il Grande Attrattore. Che non raggiungerò mai. Non per il paradosso di Achille e la tartaruga, ma per il paradosso di Olbers.

Sono le ore 5.02 GMT+1 e sto sfrecciando troppo veloce nell’universo perché mi venga in mente dell’altro che non siano queste cose che vi ho raccontato.

lunedì 13 luglio 2026

La sinistra tra le cosce dei padroni

 

Desta, in alcuni, una certa sorpresa, vera o fasulla che sia, l’avanzata del partito del gen. Vannacci. Il quale non raccoglie solo canagliesche nostalgie, ma anche un disagio vero, che sale in superficie da una parte non trascurabile della società. Il motivo principale della sua ascesa è dato, com’è risaputo, dalla questione dell’immigrazione, della quale in Italia stiamo assaporando solo l’antipasto. È un saliente sul quale finora le arrampicate politiche, nonché le iniziative governative, hanno deluso e fallito.

A seconda da come si allineeranno i pianeti da qui alle elezioni politiche, ossia a seconda dell’atteggiamento prevalente dei media, dunque di chi li comanda, il partito di Vannacci potrà sfiorare o anche raggiungere il 10 per cento dei voti, raccattando consenso anche nell’enorme bacino dell’astensione. Ma anche rimanendo attorno al 6 per cento, come dicono oggi i sondaggi, il partito del generale sarà indispensabile alla destra per vincere. Dunque, in entrambi i casi, sarà Vannacci l’ago della bilancia delle prossime elezioni.

Salvo sorprese a sinistra, dove può sempre apparire un Masaniello a scompaginare le carte. Una sinistra interessata a ben altro che alle questioni sociali, verso le quali non ha alcuna proposta, tantomeno delle proposte convincenti. Del resto è così in tutta Europa: la sinistra affonda dove l’ideologia libero-scambista ha mostrato la sua contraddizione fondamentale. Che è alla base del marasma internazionale attuale (a prescindere da Trump): non appena le misure di protezionismo vengono ridotte, le economie nazionali si destabilizzano, le loro capacità produttive si indeboliscono e si profila una crisi nei rapporti economici.

Non ci voleva chissà quale dottrina per scoprire che il libero scambio è un’ideologia semplicistica. Secondo i suoi dotti propagandisti basta abbassare tutte le barriere e tutto andrà bene. La sinistra, vale a dire le supposte élite intellettuali, vista l’insostenibilità del suo becero riformismo (non puoi al contempo servire il popolo e il capitale), si è buttata tra le braccia (e tra le cosce) dei padroni del mondo. A far loro un ricco pompino.

domenica 12 luglio 2026

Champagne in ode a Peppino

 

È venuto a mancare un altro esponente di quell’Italia per bene che, ahimè, non tornerà più. Il raffronto, non solo sul piano musicale, tra un Peppino di Capri e un qualsiasi attuale signor Nessuno non è proponibile nemmeno per scherzo. Non si dovrebbero mettere a confronto fenomeni tra loro intrinsecamente diversi, ma dove sono oggi i protagonisti autentici della canzone italiana? Per tacere degli innumerevoli plagi neanche tanto celati. È vero, non ho l’elettroencefalogramma dell’adolescente odierno, ma qui si tratta della semplice constatazione che anche la canzone, e tutto ciò che la riguarda più o meno dappresso, è cambiato radicalmente. Lasciamo stare che musica e canzoni sono merce di scambio, oggetto di mercato da prima di Marconi. Parlo da persona che ne fruisce e mi chiedo se c’è ancora un patrimonio della canzone popolare condiviso che non sia quello del passato. Con scale-accordi-dissonanze-silenzi-eccetera. Verrebbe da dire che la scomparsa della biodiversità musicale va di pari passo con quella di piante e animali (e molto altro). Tra trenta o quarant’anni, quali canzoni di oggi si ascolteranno ancora?

[...]

 

Questa immagine, che ritrae la città iraniana di Qom, “città santa” dove sono avvenute le esequie di Ali Khamenei, è stata diffusa, tramite Reuters, dall’Ufficio della guida suprema iraniana, un omologo sciita della Sala stampa vaticana. La processione è proseguita verso le “città sante” dell’Islam sciita in Iraq, Karbala e Najaf, prima della sepoltura di Khamenei nella sua città natale, Mashhad. Mentre inizialmente le autorità iraniane avevano parlato solo vagamente di milioni di partecipanti alle cerimonie, giovedì è stata pubblicata per la prima volta una stima del numero totale, basata su diverse osservazioni e calcoli: si parla di un numero compreso tra 41 e 43 milioni di persone, di cui dieci milioni solo ai funerali.

Se dopo quasi mezzo secolo di dittatura islamica il risultato è questo, qualche domanda bisognerà porsela.

P.S. Le manifestazioni e le marce si sono svolte sotto un mare di bandiere rosse. In Iran, il colore rosso simboleggia il desiderio di vendetta. E prima o poi si vendicheranno.

venerdì 10 luglio 2026

Pinocchio forever

 

Ma di che cosa si lamentano i truffati? Anche la casa, le posate e la biancheria gli doveva portare via. Già mi pare, molto tempo fa, di aver detto che l’esame di V elementare, di III media e finanche di maturità dovrebbe avere per oggetto principale Le avventure di Pinocchio. Ma quale cazzo di Leibniz e Spinoza: Pinocchio! Certo, poi quando lidiozia prende una dimensione religiosa bisogna arrendersi.


Profezie e minacce provenienti dalla “terza dimensione”

Un giorno, non lontano, si “scoprirà” quanto sia pericolosa, in ogni senso, l’Ucraina per la stessa Europa che la sostiene militarmente e finanziariamente. Sarà troppo tardi.

Anche la Turchia si sta trasformando in uno Stato di prima linea contro Russia e Iran. Uno scenario internazionale a dir poco inquietante.

Il Cancelliere Merz annuncia in parlamento l’acquisto di missili da crociera statunitensi Tomahawk da schierare in Germania, celebra l’accordo sui sottomarini con il Canada che acquisterà dodici sottomarini tedeschi. Merz ha giustificato i preparativi bellici affermando che il miglior sistema di sicurezza sociale è inutile “se non viviamo in libertà e pace”. Dunque, tagli alla spesa sociale e investimenti massicci negli armamenti. Alle prossime elezioni, l’AfD farà il pieno di voti.

In Francia, Gran Bretagna e Spagna le cose non andranno meglio. Mussolini prevedeva che l’Europa, se non sarebbe stata fascista, sarebbe stata fascistizzata. Si sbagliava sui tempi, ma in sostanza l’azzeccò (*).

Quanto all’Italia, che dire? Non c’è niente che non va, perché tutto è così surreale. A cominciare dal “dibattito” sulla difesa. Difenderci da chi? Ma dalle minacce provenienti dalla “terza dimensione”. Messo nero su bianco.

Contro gli alieni che ci vogliono invadere, l’Italia può schierare il sistema di difesa aerea SAMP/T (New Generation) con i relativi missili intercettori Aster 30 Block 1 New Technology. Sistema già schierato, come specifica il sito dell’Esercito, in occasione del Giubileo Straordinario della Misericordia!

Il cielo patrio è sorvegliato da radar multifunzione (come l’Arabel o il più recente Kronos Grand Mobile High Power di Leonardo) in grado di tracciare simultaneamente oltre 100 bersagli a 360°, portando il raggio di rilevamento a oltre 350 km e quello di intercettazione oltre i 150 km.

Attenti voi, che giocate in spiaggia con gli aquiloni. 

(*) «Tra un decennio l’Europa sarà fascista o fascistizzata. L’antitesi Mosca e Nuova York non si supera che in un modo, con la dottrina e con la prassi di Roma.»


mercoledì 8 luglio 2026

Mare mostrum

Il caldo estremo sta cristallizzando l’immensità della stupidità umana. Storico. Straordinario. Estremo. Eccezionale. Senza precedenti. L’ondata di calore è stata costellata di superlativi e record. Un po’ tutto è diventato storico, straordinario, estremo, eccezionale, non solo il clima. Se solo qualche anno fa ci avessero raccontato di un presidente che dalla Casa Bianca telefona per far togliere una squalifica a un giocatore di calcio, avrebbe sghignazzato tutto il sistema solare. Arriveremo al punto che non riderà più nessuno.

Ma Trump non è l’unico clown in circolazione. Gli altri clown sono riuniti ad Ankara e discutono sul riarmo dell’Europa. Secondo diverse fonti, il programma prevede la transizione alla NATO 3.0. Si tratterebbe di una NATO i cui Stati membri dell’Europa occidentale si assumerebbero in gran parte la responsabilità della propria “difesa”, mentre gli Stati Uniti si limiterebbero al ruolo di “ombrello nucleare”.

Ma armarsi ancora di più per difendersi da chi? Bisogna essere dei folli per pensare che la Russia decida di attaccare l’Europa occidentale. A quale scopo, con quali mezzi, con quale prospettiva? La Germania, ad esempio, ha già raddoppiato le sue spese militari dal 2022. Ma soprattutto e per quanto ci riguarda direttamente, con quali cazzo di soldi si acquisiranno nuovi armamenti? Chi pagherà il conto già lo sappiamo.

Il capo di SM della Marina dice (richiesto da chi?) che “l’Italia può esercitare un ruolo guida nel Mediterraneo”. Un ruolo guida per chi, per il flusso di migranti che attraversa il Canale di Sicilia? Chi ci minaccia nel Mediterraneo? Il Lagocephalus sceleratus e altre specie cosiddette aliene. Altrimenti, chi altri ci minaccia (oltre a questi sconsiderati riuniti ad Ankara)?

martedì 7 luglio 2026

Dio li ha creati, le armi hanno fatto il resto

 

Ben prima della fine della Guerra Civile nel 1865, la vittoria degli Stati del Nord era prevedibile. Il governo di Washington con l’Homestead Act del 1862 permise la colonizzazione dei territori non ancora occupati dell’Ovest, aprendo così al contempo prospettive future per i soldati dell’Unione (governo concedeva 160 acri, circa 65 ettari, di terra a partire dal 1° gennaio 1863; l’unico vincolo: coltivarla per cinque anni).

La vita del contadino medio su quelle terre spesso aride era tutt’altro che idilliaca. Risultò quindi ancora più allettante l’opportunità di ridurre il periodo di affitto di cinque anni a sei mesi per 1,25 dollari per acro (circa 4.047 metri quadrati), per un totale di 200 dollari. Questa decisione, manco a dirlo, aprì la strada alla speculazione fondiaria. Tra il 1862 e il 1900, meno della metà dei terreni disponibili furono assegnati a 400.000 famiglie di agricoltori.

Nello stesso 1862, venne istituito il Dipartimento dell’Agricoltura e approvato il Pacific Railroad Act, che promosse l’espansione della rete ferroviaria. Le compagnie ferroviarie avevano ricevuto concessioni di terreni fin dagli anni ‘50 dell’Ottocento, ma con il Pacific Railroad Act vi fu la vera festa. All’inizio degli anni 1870, le compagnie ferroviarie avevano acquisito 71 milioni di ettari. Per avere un confronto, si tratta di un’estensione di territorio maggiore di due volte l’Italia intera.

Per compensare le perdite dovute alla forte concorrenza – tre compagnie furono coinvolte nella costruzione della prima ferrovia transcontinentale, la Pacific Railroad – vendettero i loro terreni a cinque dollari per acro, più del triplo del prezzo stabilito dall’Homestead Act. La situazione competitiva ebbe un impatto negativo anche sulla costruzione stessa delle ferrovie. La velocità a discapito della qualità divenne il motto.

Nel maggio del 1869, le due sezioni della Pacific Railroad, iniziate a ovest e a est, si unirono nello stato dello Utah. Prima di allora, tuttavia, le compagnie ferroviarie costruirono diligentemente linee parallele tra loro per assicurarsi maggiori sussidi governativi per miglio. Tutto ciò avveniva sfruttando manodopera a basso costo, tra cui molti cinesi fuggiti dal leader della setta Hong Xiuquan, autoproclamatosi Fratello di Gesù, e dalla sua Ribellione dei Taiping. I decessi di manodopera cinese nella costruzione delle linee ferroviarie si stimano in decine di migliaia.

Anche altre compagnie trassero profitto dall’espansione delle ferrovie e dalle terre ricche di risorse che riuscirono ad appropriarsi. La rete ferroviaria, che nel 1860 contava 50.000 chilometri, crebbe fino a raggiungere i 386.242 chilometri in 50 anni. La gestione di questa vasta rete e il coordinamento dei treni richiedevano un apparato amministrativo ben sviluppato. Gli operatori ferroviari furono le prime aziende moderne e diedero origine alla figura del manager come nuova figura sociale. Da queste grandi imprese speculative ebbero origine le grandi fortune miliardarie statunitensi.

La nascita della Borsa di New York fu una conseguenza di questa espansione verso ovest. Dalla fine della Guerra Civile fino al censimento del 1890, che di fatto chiuse la frontiera, la Borsa servì principalmente a finanziare le compagnie ferroviarie, le cui azioni rappresentavano ancora oltre il 60% dei titoli quotati in borsa nel 1898.

Contemporaneamente all’espansione delle ferrovie, si sviluppò anche la rete telegrafica, seguita in seguito dalle linee telefoniche e dal servizio postale. Questo segnò l’inizio dell’età d’oro delle aziende di vendita per corrispondenza negli anni ‘70 e ‘80 dell’Ottocento. Andrew Carnegie, che in seguito sviluppò gli standard per la scomposizione dei processi lavorativi nella produzione dell’acciaio, iniziò la sua carriera come dirigente nel settore ferroviario, la cui costruzione facilitò in modo significativo lo sviluppo della moderna produzione di massa e della catena di montaggio negli Stati Uniti.

Il Messico del presidente messicano Porfirio Díaz (in carica dal 1876 al 1911) aprì i suoi mercati all’industria statunitense, consegnando l’economia del paese agli investitori stranieri: Morgan, Rockefeller, Cargill, Astor, Guggenheim, eccetera. In soli 50 anni, la produzione di petrolio, le ferrovie, i servizi pubblici, l’allevamento del bestiame, l’agricoltura e i porti erano quasi interamente nelle mani di aziende statunitensi. Quasi tutte le esportazioni messicane erano dirette verso gli Stati Uniti e una grande parte dei beni manifatturieri prodotti negli Stati Uniti veniva esportata in Messico.

Grazie alla rete ferroviaria e telegrafica, il capitalismo penetrò in tutto il territorio conquistato dalle tredici colonie originarie. Alla fine del XIX secolo, i cowboy non erano più gli avventurieri del mito letterario e del successivo mito cinematografico, ma perlopiù uomini impoveriti che conducevano le mandrie di bovini dal Sud fino agli snodi ferroviari delle Grandi Pianure, per poi trasportarle verso est. Anche i minatori, soprattutto dopo la corsa all’oro del 1865, e gli agricoltori trovarono mercati nell’Est grazie alla rete ferroviaria transcontinentale.

La concorrenza tra gli allevatori aumentò con l’avvicinarsi delle ferrovie, e con essa arrivò una nuova frontiera: invece di lasciare che le loro mandrie pascolassero liberamente in spazi aperti come prima, ora dovevano essere nettamente separate dalle mandrie vicine. Nel 1874, Joseph Glidden ottenne un brevetto per il filo spinato, e seguirono modelli concorrenti e la produzione di massa. Anche l’afflusso di nuovi coloni rappresentò una spina nel fianco per gli allevatori. I terreni delle Grandi Pianure erano solo moderatamente fertili e le terre adatte agli allevatori e agli agricoltori erano scarse. Le compagnie si erano da tempo accaparrate i terreni con i suoli migliori, intensificando la competizione tra coltivatori e allevatori di bestiame.

Coloro che si sentivano disillusi da tutto ciò e rimpiangevano il romanticismo dei tempi passati potevano rivolgersi alla narrativa pulp come surrogato. Questo prodotto di massa dell’industria culturale divenne un successo alla fine del XIX secolo: le avventure e i crimini del dopoguerra della banda guidata dal guerrigliero sudista Jesse James e dai fratelli Younger divennero l’equivalente americano di Robin Hood e dei suoi allegri compagni. Anche altre leggende di fuorilegge godettero di grandi vendite. Chi preferiva qualcosa di più convenzionale e patriottico si rivolgeva alle storie di Allan Pinkerton. La sua agenzia investigativa privata era a volte più grande dell’esercito americano e i suoi dipendenti erano ben lieti di agire come crumiri.

Un altro esempio di successo del capitalismo risale a un brevetto rilasciato a Samuel Colt nel 1836 (la relativa saga è trasmessa da Rai Storia): come avrebbe potuto lo spirito americano risollevarsi alla frontiera senza il famoso revolver? Il celebre Winchester sarebbe arrivato 30 anni dopo. Il Colt era un bene di consumo economico che non aveva alcuna utilità pratica per la caccia. Lo slogan pubblicitario dell’epoca era già: “Dio ha creato gli uomini, il colonnello Colt li ha resi uguali”.

lunedì 6 luglio 2026

Albania in rivolta

Questa foto ritrae la manifestazione di sabato scorso a Tirana. I media italiani hanno ricevuto l’ordine di trattare sottotono la notizia. Eppure queste manifestazioni vanno avanti da un mese e non sono più solo contro un resort di lusso che la famiglia del presidente degli Stati Uniti intende costruire, ma contro il duopolio dei partiti socialista e democratico che governa da tre decenni.

Tutto è iniziato lontano da Tirana, sulla costa meridionale dell’Adriatico. Il 23 maggio, residenti locali e ambientalisti si sono riuniti nel villaggio di Zvërnec dopo che una parte della laguna protetta di Vjosa Narta era stata recintata con filo spinato. Sull’isola disabitata di Sazan e sul tratto di costa adiacente è prevista la costruzione di un resort di lusso, per un costo di circa 1,4 miliardi di euro: un progetto di Affinity Partners, la società di Jared Kushner, genero e inviato speciale del fascista americano Donald Trump.

Il progetto è stato reso possibile dalla Legge n. 21/2024, un emendamento alla Legge sulla tutela della natura del 2017. Dal febbraio 2024, tale legge ha consentito la costruzione di resort a cinque stelle superior, anche nelle zone centrali delle aree protette. La legge non è stata introdotta dal governo, bensì da un gruppo di parlamentari, una manovra che ha aggirato la necessaria valutazione d’impatto e l’udienza pubblica. Il governo ha inoltre concesso al resort lo status di “investimento strategico”, sulla base di una legge del 2015 che prevede permessi accelerati e agevolazioni fiscali.

L’operazione immobiliare avviene per mezzo di una struttura fiduciaria olandese dietro la quale si celano proprietari anonimi; le controversie sulla proprietà dei terreni nell’area del progetto sono in corso da anni; nel frattempo, le spiagge che prima erano accessibili a tutti vengono chiuse. La laguna ospita il fenicottero rosa, da cui il nome dato al movimento dai media albanesi: Rivoluzioni dei Fenicotteri.

A seguito delle proteste di massa, il 1° giugno la procura anticorruzione ha avviato un’indagine sull’acquisizione dei terreni e sullo status di tutela, e il 17 giugno il Parlamento europeo ha chiesto una moratoria e il ritiro dell’emendamento. Tuttavia la rivolta è andata oltre la vicenda immobiliare che ha per oggetto la laguna. Gli striscioni rivelano il vero obiettivo: il rovesciamento del duopolio tra il Partito Socialista di Rama e il Partito Democratico di Berisha, che si sono alternati al potere per oltre trent’anni.

Rama ha smantellato lo stato sociale, limitato diritti e tutele dei lavoratori, ignorato la povertà e spinto decine di migliaia di giovani albanesi all’emigrazione: il Paese è infatti il più povero dell’Europa occidentale e l’esodo, soprattutto giovanile, ha spopolato intere regioni. Berisha, a sua volta, si limita a sfruttare il malcontento per reinventarsi, vuole prendersi il merito del movimento, pur essendo lui stesso parte del sistema.

Rama sta portando avanti a ritmo serrato privatizzazioni e le cosiddette “riforme di mercato” per raggiungere l’obiettivo dell’adesione all’UE entro il 2030. Si è autodefinito un “fanatico dell’UE”. Se Rama si dimettesse e Berisha prendesse il suo posto, non cambierebbe nulla. Contro l’oligarchia c’è una sola opzione: scendere in piazza ogni sera e sabotare il sistema. La prima azione efficace di resistenza e non collaborazione è quella di ritirare in massa tutti i propri soldi dalle banche. Se le banche pongono resistenza, occuparne le sedi centrali e la borsa. Questo è un modo concreto per svelare il vero volto della democrazia capitalista.

domenica 5 luglio 2026

La Magna Carta degli “Indiani”


Scrive oggi Sergio Fabbrini sul Sole 24 ore a riguardo della Dichiarazione del 1776: «Certamente, per Thomas Jefferson, l’estensore della Dichiarazione, quei diritti riguardavano i bianchi e non già i neri o i nativi, i maschi e non già le donne». Insomma, cose da niente, per cui, anche dopo l’abolizione formale della schiavitù, avvenuta quasi un secolo dopo la Dichiarazione, fiorì un diffuso apartheid che rimase sostanzialmente intonso almeno fino agli anni 1960.

Ciò che in questi giorni di celebrazione del 250° della Dichiarazione, con abbuffate dei soliti morti di fame presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma, non viene rievocato, è proprio uno dei motivi principali che portarono alla rivolta contro Londra. Le tasse introdotte dal Parlamento britannico per far fronte alle spese di mantenimento delle truppe nella colonia americana, tutte poi revocate ad eccezione di quella sul tè, furono un motivo molto più pretestuoso che reale della rivolta.

La molla principale che fece scattare la ribellione dei coloni americani poco c’entrava con la tassazione, né col desiderio di indipendenza e nemmeno con quello di libertà. Più prosaicamente riguardava i territori posti oltre i Monti Appalachi (2 500 km di rilievi con direzione da SO a NE), interdetti da Londra per legge e con la presenza di truppe (*). Oltre quei monti s’estendeva un vastissimo territorio fertile e ricco di risorse, che però aveva il difetto di appartenere alle popolazioni autoctone, ossia a quelli che erano chiamati “pellerossa” o “indiani”. I coloni americani vedevano queste tutele come un ostacolo al loro “diritto” di espansione.

La storia della colonizzazione americana affonda le sue radici nell’espropriazione e dello sfruttamento dei territori abitati da diverse popolazioni native americane che avevano le proprie storie, culture, sistemi politici e rivendicazioni territoriali. Tale processo fu dominato dalla violenza, dalle malattie (vaiolo, morbillo, influenza e tifo uccidevano tra la metà e il novanta percento delle popolazioni colpite) e dall’incessante pressione di popolazioni coloniali in espansione e avide di terra.

Sotto tale aspetto, va tenuto conto del fattore demografico: la popolazione dell’America settentrionale britannica crebbe vertiginosamente durante il periodo coloniale, passando da circa 23.000 coloni inglesi nel 1625 a circa 2,5 milioni di ogni provenienza alla vigilia della Rivoluzione nel 1775.

La prosperità economica di cui godettero i coloni inglesi, in particolare nelle colonie meridionali, si basò in larga misura sul lavoro forzato degli africani ridotti in schiavitù, la cui migrazione forzata dall’Africa rappresentò una delle più grandi tragedie umane della storia.

Allo stesso modo, l’indipendenza degli Stati Uniti ha la sua origine nel disconoscimento del diritto all’autodeterminazione e alla libertà delle popolazioni native e conseguentemente in una lunga serie di usurpazioni, inganni legali e di crimini.

Qualsiasi resoconto sulla storia dell’America settentrionale britannica e sulla formazione degli Stati Uniti che non affronti seriamente queste realtà – genocidio dei nativi, usurpazione delle terre, sviluppo della schiavitù africana come sistema di lavoro dominante (in particolare nelle colonie meridionali, una forza lavoro africana permanentemente schiavizzata era una fonte di manodopera più sicura e gestibile rispetto a un flusso costante di servitori inglesi liberati con ambizioni frustrate), segregazione razziale, gerarchia sociale (i servi liberati che non riuscivano a ottenere terre), sviluppo economico e identità culturale - è incompleto e ha lo scopo di falsare la storia.

(*) Alla conclusione della guerra franco-indiana (1754-1763), nome con cui viene spesso chiamato il teatro nordamericano della Guerra dei Sette Anni, le potenze belligeranti firmarono il Trattato di Parigi del 1763. Le firme nel trattato di pace erano ancora fresche quando un flusso costante di coloni americani iniziò a penetrare nelle terre recentemente conquistate, tra i monti Appalachi e il Mississippi. Non ci misero molto a scontrarsi con le popolazioni native residenti in quei territori.

Dopo che le rivendicazioni dei nativi americani avevano scatenato la Guerra di Pontiac (1763-64), le autorità britanniche decisero di sedare le rivalità e gli abusi coloniali affrontando i problemi dei nativi americani nel loro complesso. A tal fine, si decise di dispiegare un’armata di 10.000 truppe regolari britanniche che aveva l’ordine di mantenere la pace in Nord America. Il Parlamento britannico ritenne che non poteva permettersi, dato che era alle prese con montagne di debiti di guerra, la spesa per il mantenimento di quelle truppe. Occorreva trovare una nuova fonte di entrate economiche e, dato che il denaro era utilizzato per la difesa delle colonie americane, il Parlamento decise sarebbe stato giusto che fossero gli stessi coloni a coprire parte dei costi.

Con il Proclama di Giorgio III del 1763, furono istituiti nuovi territori britannici in America – le province del Quebec, della Florida orientale e occidentale e di Grenada (nelle Isole Sopravento) – e una vasta riserva per i nativi americani amministrata dai britannici a ovest degli Appalachi, da sud della Baia di Hudson a nord delle Florida. Il commercio con le popolazioni native fu rigidamente regolamentato e reso accessibile solo tramite licenze reali. Il Proclama vietò l’insediamento nei territori dei nativi americani, ordinò ai coloni già presenti di ritirarsi e limitò rigorosamente i futuri insediamenti. Per la prima volta nella storia della colonizzazione europea del Nuovo Mondo, il proclama formalizzò il concetto di titoli fondiari dei nativi americani, vietando il rilascio di brevetti per qualsiasi terra rivendicata da una tribù a meno che il titolo nativo americano non fosse stato prima estinto tramite acquisto o trattato. 

Solita muffa

 

«Un popolo di 250 mila fan arrivati a Roma da tutta Italia, diverse generazioni unite da una sola fede: “La sua voce ci dà speranza”.»

Non me ne faccio un vanto, ma davvero non conosco questo Ultimo, pseudonimo di Niccolò Moriconi, nome che mi ricorda quello di Nando Moriconi, lo svalvolato interpretato da Sordi.

Ho letto la biografia di Niccolò Moriconi e il testo di alcune sue canzoni di successo: Il ballo delle incertezze, I tuoi particolari, Colpa delle favole e Questa insensata voglia di te. Che dire? Roba da terza media o da seminaristi sotto la doccia: “Se solamente Dio inventasse delle nuove parole/Potrei scrivere per te nuove canzoni d’amore”.

In un’intervista ha dichiarato: “non amo la religione che avanza, mentre indietreggia, non amo chi fa la predica e nella testa bestemmia”. La solita muffa furba.

E però lui fa 250.000 e invece il mio blog, troppo concettoso, quando va bene fa 100. La gente ha bisogno di “fede” e “speranza”. Ha ragione lui: “Perché mi illudo che la gente sia di più di quel che è ...”.

sabato 4 luglio 2026

Presenze aliene

 






Queste singolari costruzioni, datate dai paleontologi al periodo paleolitico superiore, sono di origine ancora non certa. Piero Angela, a suo tempo, le classificò come manufatti concettuali moderni, in ciò confermato dal compianto Philippe Daverio. Altri, sostengono che tali rappresentazioni, in colleganza con fenomeni astronomici, alludono ad ancestrali contatti tra le popolazioni locali e inquietanti sorvoli alieni.

La presenza di questi strani animali sembrerebbe confermare l’ipotesi aliena. Se ne sta occupando anche Steven Spielberg. 

venerdì 3 luglio 2026

L’anticomunismo che puzza di pesce

 

Estate del 1971. Richard Nixon annuncia la sospensione della convertibilità del dollaro in oro. Me lo ricordo bene perché l’edicola attigua a Piazza San Marco (dal lato vicino all’ingresso del Correr), esponeva i quotidiani stranieri, in primis il NYT, con titoli cubitali, cosa non frequente per quelle testate (allora prestigiose).

Estate 2026. Donald Trump proclama la Giornata nazionale delle capesante. E minaccia: “Se votate i comunisti non le potrete più pescare”. Forrest Gump avrebbe replicato che lui pesca solo gamberi.

*

Non sapevo che nel 1993, pochi mesi prima del previsto passaggio di poteri a un governo guidato dall’ANC, il Sudafrica dell’apartheid distrusse sei bombe atomiche. Come erano riusciti i razzisti sudafricani ad entrare in possesso dell’uranio arricchito e del relativo know-how per costruire gli ordigni? Con l’aiuto di un altro Stato razzista basato sull’ apartheid. Non è difficile indovinare quale.

*

In sintesi, la teoria economica liberista si riduce a tre postulati: riduzione dei costi attraverso tagli alla forza-lavoro, alla spesa sociale e alle tasse dei ricchi.

*

È strano scoprire di avere la stessa età dei vecchi.

giovedì 2 luglio 2026

Il massimo potere possibile


Se Volodymyr Zelensky dovesse davvero indire nuove elezioni ora, sarebbe il momento migliore per lui per congedarsi dalla storia ucraina in modo più o meno onorevole (lo dico tanto per dire).

Per anni, le autorità di Kiev avevano respinto le accuse russe secondo cui Zelensky era un presidente senza regolare investitura dalla primavera del 2024, ossia alla scadenza del suo mandato. Sostenevano che la legge marziale, secondo la costituzione ucraina, impediva nuove elezioni parlamentari e presidenziali. Ora, improvvisamente, non è più così? L’ex comandante in capo delle forze armate ucraine, Valerij Zalužnyj, ha le idee chiare in proposito (*).

Zelensky lo avrebbe convocato a Kiev per porgli la domanda cruciale: qual è la tua posizione sulla candidatura alla presidenza? Valerij Zalužnyj avrebbe risposto che si candiderebbe se si tenessero le elezioni presidenziali. In un incontro successivo, diversi importanti esponenti della cricca di Zelensky avrebbero sussurrato a Zalužnyj, con un tono vagamente minaccioso: “Camerata, pensaci bene se vuoi davvero candidarti”. Tutti i sondaggi prevedono una vittoria di Zalužnyj sul presidente in carica, al più tardi al ballottaggio.

Il governo ha a disposizione tutte le cosiddette “risorse amministrative” per manipolare i risultati elettorali, se necessario, a proprio vantaggio. E la costituzione? Sostituita da calcoli pragmatici. Zelensky, secondo Ukrainska Pravda, che cita fonti interne all’amministrazione presidenziale, ha spiegato a Zalužnyj che lattuale situazione politica del paese è favorevole a nuove elezioni: il fronte è relativamente stabile, anche se si potrebbe non essere d’accordo visti i recenti successi territoriali della Russia; la società è “consolidata”, ovvero riportata all’ordine; e si aspetta che Zalužnyj, se intende candidarsi, contribuisca anche a “non dividere” la società, ovvero a condurre una farsa elettorale senza alternative sostanziali.

Naturalmente, nulla di simile ci si potrebbe aspettare da Zalužnyj, anche se al massimo ha criticato Zelensky come un leader militare incompetente, ma mai politicamente. La sua candidatura sarebbe l’incarnazione di un cambio della guardia, forse ispirato da Londra, i cui servizi segreti si dice mantengano stretti contatti con l’ex generale, attuale ambasciatore dell’Ucraina nel Regno Unito.

Zalužnyj, militare addestrato dalla NATO, ne sa indubbiamente più di Zelensky in materia militare. Recentemente ha rilasciato una dichiarazione alquanto enigmatica riguardo alla continuazione della guerra: ha affermato che sul letto di morte avrebbe affidato a suo figlio il compito di riconquistare i territori conquistati dalla Russia. Sennonché, Zalužnyj non ha figli maschi, ma solo due figlie. Questo non ha importanza: la russofobia è ereditaria e si trasmette anche per via mitocondriale.

(*) «Purtroppo, bisogna ammettere che la nostra Costituzione è stata spesso oggetto di tentativi di modifica a beneficio di singoli politici al potere. L’unico scopo era quello di assicurarsi il massimo potere possibile, il che ha portato a trascurare il ruolo del potere legislativo, a limitare il controllo sulla magistratura, a restringere la libertà di parola e, di conseguenza, a minare la fiducia dei cittadini in sé stessi e nel significato della Costituzione quale fondamento dei processi cardine dello Stato» (Zalužnyj in un articolo pubblicato da Ukrainska Pravda il 28 giugno). 

Réclame

 

C’è chi si pone il problema di sopravvivere fino alla fine del mese, ed è dunque consolante sapere che c’è chi invece adombra già la possibilità di sopravvivere quando la nostra stella avrà trasformato tutto il suo idrogeno in elio diventando altro.

Canon ha lanciato una fotocamera da 0,001 megapixel con l’innovativa funzione di sfocatura automatica Auto-Defocus per i cacciatori di UFO. Mica è facile fare una foto dove non si capisce un cazzo!

Con la UFOmatic 0.001, è impossibile anche per i non esperti scattare foto dove un qualsiasi oggetto sia chiaramente riconoscibile. Ciò è reso possibile da un modulo di stabilizzazione dell’immagine integrato e da sensori speciali che assicurano che ogni immagine sia allo stesso tempo sottoesposta ma anche sovraesposta, a fuoco e fuori fuoco. Una memoria interna offre spazio per un massimo di due istantanee. “Dopotutto, non si vuole certo documentare un avvistamento UFO con decine o addirittura centinaia di foto”, ha afferma il novantenne Fujio Mitarai, amministratore delegato e presidente della Canon In.Cul.

Un confronto tra la foto di una fotocamera convenzionale e la UFOmatic 0.001 mostra chiaramente la differenza.

Mentre l’immagine a sinistra mostra un cane dallo sguardo dolce e insignificante, l’immagine ufologica a destra rimane ambigua e lascia spazio a speculazioni. È un fantasma? La reincarnazione di una suocera? O forse il leggendario Yeti dell’Himalaya?

Test indipendenti condotti da esperti di autenticazione dimostrano l’efficacia della fotocamera: in nove immagini su dieci scattate con la UFOmatic 0.001, nemmeno i professionisti sono riusciti a escludere con certezza la possibilità che si trattasse di un UFO, un fantasma o una creatura mitologica, anche se il soggetto reale era semplicemente un lampione, un uccello o un cetriolo.

Si dice che l’UFOmatic 0.001 sia disponibile in qualsiasi negozio ben fornito di articoli per la caccia agli UFO al prezzo di 899 euro (batterie incluse). Tuttavia, nessuno l’ha ancora vista realmente questa fotocamera a polimeri quantistici. Alcuni addirittura dubitano della sua esistenza e comunque considerano il suo prezzo ancora troppo elevato.

Forse questa réclame è diversa dal cazzeggio “scientifico” spacciato dai media?

mercoledì 1 luglio 2026

Quei disgraziati che hanno la soluzione a tutto

 

Il grande caldo ha scatenato un’ondata di ansia. Non riusciamo più a sopportare temperature così elevate. Il nostro organismo ha già raggiunto i suoi limiti e si pensa di aver trovato la soluzione miracolosa: l’aria condizionata! Certo, è molto piacevole; possiamo respirare e svolgere le nostre attività, a patto che queste si svolgano al chiuso. Ma per le attività all’aperto? Potremmo semplicemente installare l’aria condizionata ovunque.

L’aria condizionata è diventata il Santo Graal che ci salva dall’inferno, e guai agli increduli che dubitano. Non è tanto la nostra resistenza biologica a essere messa alla prova dalle ondate di calore, quanto le nostre condizioni di vita. Morire di caldo può dipendere dall’età, dall’abitazione, dall’isolamento sociale e in definitiva dal reddito. Dall’attività lavorativa svolta.

Il mondo del lavoro è senza dubbio il vero sintomo della disuguaglianza: una cosa è essere sfiniti da una vita di lavoro a 60 anni in un cantiere o in una di fabbrica, altra cosa ... è provare empatia per i milionari e invocare il prolungamento dell’età lavorativa per gli altri.

Fanno parte di una strana razza di esseri umani, presente in tutto il mondo, convinta che quello che chiamano libero mercato e la tecnologia siano la soluzione miracolosa a tutti i problemi, anche quelli ambientali. Disgraziati, il clima non è solo una questione di natura, di ambiente, di caldo e di freddo. È una questione di economia e di profitto.

martedì 30 giugno 2026

Ciò mi porta a pensare che ...

 

Per prima cosa, apprendo da Saviano che esiste un tizio di nome Chris Whitaker (quasi un Mario Rossi). Quindi ho colmato una mia seria lacuna. Conseguentemente, pur appartenendo anagraficamente a quest’epoca, prendo atto che vivo un’esistenza ai margini della società (lo dico senza fingere modestia, una pseudo qualità per gente davvero modesta e spesso molesta). Apprendo inoltre e indirettamente che esiste una Crime Writers Association, la quale ha istituito il premio Gold Dagger Award, “preso” nel 2016 da questo Whitaker (nomen omen).

Nel merito dellaffermazione di Saviano, per quanto insignificante possa essere sul piano generale la mia espereienza infantile, posso smentirlo ad libitum. Esempio: nonostante l’educazione  religiosa impartitami, sfodero quotidianamente dei moccoli da far invidia a un maremmano.

Quanto esposto è frutto del solo titolo qui in esergo, poiché di leggere i successi letterari del tizio col pugnale, o quelli di Saviano col Kalashnikov, neanche a parlarne. Tutto ciò mi porta a pensare che avrei potuto vivere in qualsiasi epoca, tranne che in questa (anche qui la modestia non c’entra).

Anche per quest’estate gli scienziati hanno scoperto che vi sono dei giorni nei quali fa mooolto caldo.

Preparare e servire uno spriz marxista

 

In Europa, ma specialmente in Italia, pare scarseggi una merce in particolare, che è anche la merce particolare per eccellenza. Si chiama “forza-lavoro”. Strano che ciò accada in un Paese di quasi 60 milioni di abitanti e un discreto livello di sviluppo tecnologico (leggi automazione e digitalizzazione).

Non solo carenza di forza-lavoro, ma di competenze specifiche. Questo perché l’automazione, la digitalizzazione e insomma le tendenze alla razionalizzazione sono intrinseche al processo di accumulazione capitalistica, che tende alla riduzione della quota di capitale variabile e ciò mette sempre più alla prova la capacità sociale di riproduzione.

La natura bifronte del processo di accumulazione e con esso la natura della tecnologia, che da un lato aumenta l’”efficienza” e dall’altro crea una “nuova complessità”. Le tecnologie, soprattutto se si considerano gli ultimi sviluppi applicativi di uso comune, consentono una serie di scopi che prima non ci sarebbero mai venuti in mente. Ciò modifica anche i nostri obiettivi, il che significa che i nuovi mezzi danno origine anche a nuovi scopi e bisogni (che illusoriamente pensiamo decisi o scelti in gran parte di nostra sponte).

Ma attenzione: la decisione su come utilizzare la tecnologia, non sta in capo alle persone comuni, e soprattutto non riguarda la riduzione del lavoro di routine e la fatica per tutti. La molla che spinge il singolo capitalista nel distinguersi dalla concorrenza sul mercato e di sviluppare offerte di consumo quanto più uniche e personalizzate possibile (industria 4.0 e altre menate), ossia la molla del profitto, agisce come una cinghia di trasmissione nei processi produttivi, perché, sebbene costoso, ora è anche possibile lanciare sul mercato una gamma di prodotti altamente differenziata.

Nella produzione capitalistica, può quindi essere vero che la conquista di nuovi mercati attraverso la produzione individualizzata è resa possibile solo da artefatti tecnici che consentono qualcosa di diverso da un mercato di beni prodotti in serie (come il famoso modello Ford, che poteva essere consegnato in qualsiasi colore, purché “il colore desiderato fosse nero”). Tuttavia, nulla del potenziale tecnologico per rendere il lavoro più facile e meno gravoso rimane quando le macchine vengono utilizzate in un’ottica capitalistica.

Se l’obiettivo è conquistare un mercato attraverso la produzione individualizzata, allora la nuova tecnologia viene utilizzata in modo tale che la “possibilità” di ridurre la complessità si rivela impossibile in funzione di questo obiettivo capitalistico. C’è un aspetto “rimbalzo”: per esempio, le automobili sempre più sofisticate, grandi e pesanti. Più lamiera, ma non solo lamiera. Una gamma di prodotti più individualizzata, in cui ogni prodotto è, o vorrebbe essere, “su misura” per le esigenze del cliente. Auto che sembrano astronavi. Questo enorme aumento di complessità rende necessari nuovi processi lavorativi e profili professionali.

La formazione di forza-lavoro per le nuove tecnologie e l’implementazione di essa, contrasta con l’obiettivo di ridurre il lavoro attraverso questo sviluppo (anche se non ne annulla la tendenza). I processi, non solo per quanto riguarda il capitalismo, sono sempre contraddittori e vanno visti sotto tale riguardo.

Come dicevo, questa rivoluzione tecnologica non riguarda la riduzione del lavoro di routine e la fatica per tutti. Al momento, un essere umano è ancora necessario per preparare e servire uno spriz.

Con quello che al giorno d’oggi viene a costare per il cliente uno spriz, tale incombenza potrebbe ben essere svolta da un laureato in lettere antiche con un minimo di addestramento specifico (cosa che in qualche caso avviene, ma per salari da fame). Se non fosse che i padroni dei bar, pur non avendo studiato alla Bocconi, sanno benissimo che cos’è l’utilità marginale in senso propriamente marxista.