giovedì 12 marzo 2026

Il bluff

 

L’Iran mina lo Stretto di Hormuz. Le promesse di sicurezza di Trump agli armatori sono parole vuote. È bastata una settimana e mezza dopo l’inizio della guerra da parte degli USA e Israele per scoprire il bluff. Hanno sbagliato i loro conti: l’Iran non è l’Iraq, come del resto già scrissi e documentai sei anni fa.

La cronaca: l’attenzione internazionale si è rivolta allo Stretto di Hormuz. L’Iran aveva iniziato a minare la vitale rotta marittima, e però Donald Trump dichiarava che “non c’erano segnalazioni” di mine posate, e ha minacciato conseguenze di “proporzioni senza precedenti” qualora la situazione dovesse cambiare. Poco dopo, gli Stati Uniti hanno segnalato la distruzione di diverse imbarcazioni presumibilmente utilizzate come posamine.

La tecnica di posa nautica: le mine marine possono essere piazzate dai pescherecci o dai sottomarini tascabili. Gli esperti stimano che l’arsenale iraniano comprenda tra 2.000 e 6.000 mine di questo tipo. Particolarmente temute sono le mine da fondale di progettazione cinese: giacciono immobili sul fondale, vengono attivate da sensori passivi delle navi e colpiscono lo scafo della nave dal basso.

Quella di lancio: oltre allo schieramento via nave, l’Iran possiede anche capacità di dispiegamento a lungo raggio altamente avanzate: il sistema di lancio missilistico iraniano Fajr-5, ad esempio, può essere modificato in modo che le mine marine vengano trasportate dall’artiglieria e sganciate con il paracadute sull’area bersaglio. È mobile e può essere schierato dall’entroterra, il che contrasta i tentativi degli Stati Uniti di impedire la chiusura dello Stretto di Hormuz bombardando singole imbarcazioni (*).

La risposta americana: la ricerca di mine è un processo complesso e costoso: la sola possibilità della loro presenza è sufficiente a mettere in stato di massima allerta le compagnie di navigazione (e i loro assicuratori) e a impedire il transito navale. Inoltre, secondo Reuters, solo mercoledì tre navi mercantili sono state colpite nel giro di poche ore. Dall’inizio della guerra, la British Maritime Watchtower (UKMTO) ha registrato 13 attacchi confermati a navi civili.

Il bluff: la scorta militare statunitense per le navi mercantili, ripetutamente annunciata dal presidente degli Stati Uniti, è più un’esibizione. Martedì, Reuters ha riferito che la Marina statunitense ha finora respinto tutte le richieste di protezione tramite scorta, citando l’elevato rischio di attacco. Secondo l’agenzia di stampa, circa 150 soldati statunitensi sono rimasti feriti finora. In precedenza, le dichiarazioni ufficiali avevano menzionato solo otto feriti.

Le conseguenze: la chiusura dello Stretto di Hormuz comporta conseguenze economiche devastanti che vanno oltre il petrolio: circa un terzo dei precursori dei fertilizzanti azotati del mondo attraversa lo stretto. Sono colpite anche le riserve di gas naturale liquefatto e di zolfo, una materia prima fondamentale per le batterie.

Aumenteranno ancora i prezzi dei prodotti petroliferi e non solo quelli, nonostante l’Agenzia Internazionale per l’Energia abbia proposto il più grande svincolo di riserve petrolifere della sua storia: 400 milioni di barili, misura cui hanno aderito i 32 Stati membri. Se si dovesse verificare un crollo di Wall Street, Trump sarà appeso a testa in giù al pennone della Casa Bianca.

La situazione: a Teheran, i residenti hanno segnalato il bombardamento più pesante dall’inizio della guerra. L’ambasciatore iraniano all’ONU ha parlato di 1.300 civili uccisi finora. Da parte israeliana, i funzionari hanno espresso costernazione per il fatto che gli attacchi non abbiano ancora portato al collasso dello Stato iraniano. Nonostante i bombardamenti, non si sono visti segni di rivolta tra la popolazione iraniana, riporta Reuters.

(*) In un articolo specialistico di 12 anni or sono si legge: «A volte l’Iran annuncia nuovi programmi missilistici, nomi e prestazioni che appaiono discutibili, ma attendibili sono le armi in dotazione a corto raggio, come i missili balistici (Srbm, short-range ballistic missiles) Naze’at (100-130 km.), la famiglia degli Zelzal (Zelzal-1, 150 km.; Zelzal -2, 210 km.; Zelzal- 3, 200-250 km., Fateh-110, 200-300 km.; Shahab-1 Scud B, 350 km.; Shahab-2 Scud C, Hwasong-6, 750 km., e Qiam 1, 700-800 km.).

«Si può quindi affermare che qualsiasi sistema con una gittata di 200 km. lanciato da una delle basi missilistiche iraniane situate lungo le coste del Golfo Persico, è in grado di colpire qualsiasi posizione nella parte meridionale del Golfo situata di fronte alla Repubblica Islamica.»

Dodici anni più tardi, si può ragionevolmente supporre che l’Iran abbia notevolmente migliorato i suoi sistemi di lancio e i sui missili. E le capacità di difesa israeliane reggeranno a lungo?

mercoledì 11 marzo 2026

Vigliacchi

 

Chiunque abbia la superiorità aerea ha la superiorità sul campo di battaglia; la visione d’insieme e la ricognizione sono fondamentali per la guerra moderna. Le truppe la cui ricognizione mostra meglio la posizione e le forze del nemico sono praticamente inarrestabili. Ultimamente le cose sono cambiate ancora. Ciò che vola nell’aria non è mera sorveglianza. La guerra fatta con i satelliti e i droni sta cambiando tutto. L’operatore è protetto, più del pilota di un bombardiere che può contare sulla velocità e l’altitudine. L’operatore se ne sta seduto, in Nevada, con lo schermo piatto che tremola, clicca con il mouse, la casa o la scuola esplodono dall’altra parte del globo. L’intera perversione della guerra impari tra le nuove armi e gli umani diventa chiara in questo scenario. Migliaia di civili muoiono insieme ad alcuni cattivi.

E mentre tutto ciò accade, c’è chi ancora si attarda a discutere se questa o quella guerra violi il diritto internazionale, senza avere il coraggio di pronunciare il nome degli assassini. E non si venga a tirare in ballo la ragion di Stato, gli interessi nazionali e altre vigliaccate del genere. 

Rapsodia radioattiva

 

A est delle isole giapponesi, due placche tettoniche si scontrano a velocità relativamente elevata. La più pesante delle due, la placca del Pacifico, produce una subduzione sotto la terraferma asiatica. Spesso, le placche si incastrano tra loro, accumulando una notevole tensione. Quando queste massicce placche si muovono in avanti con un improvviso scossone, questa tensione si allenta, a volte liberando un’energia enorme. Il terremoto dell’11 marzo 2011, con una magnitudo di 9,1 sulla scala utilizzata a livello internazionale, è stato il quarto terremoto più forte registrato da quando sono iniziate le rilevazioni sismiche intorno al 1900. È più comunemente noto come terremoto di Fukushima perché ha causato una devastazione diffusa nell’omonima prefettura, a nord-est di Tokyo, e nella centrale nucleare di Fukushima Daiichi.

Il successivo tsunami colpì la costa nipponica con onde alte fino a 40,5 metri, che si riversarono a 700 chilometri orari penetrando fino a dieci chilometri nell’entroterra. Gli abitanti della regione ebbero solo otto o dieci minuti di preavviso. A causa della sua elevata velocità, l’acqua possiede un’energia immensa, spazza via praticamente tutto ciò che incontra sul suo cammino. La devastazione nella baia di Sendai fu vasta, causando circa 18.000 morti accertati e altre 2.500 persone risultano ancora disperse e presumibilmente morte. Più di 450.000 persone sono rimaste senza casa.

Tre dei sei reattori della centrale nucleare di Fukushima Daiichi erano in funzione al momento del disastro e furono così gravemente danneggiati che i noccioli dei reattori si fusero, innescando una reazione nucleare a catena incontrollata. Di conseguenza, e attraverso varie esplosioni non nucleari, grandi quantità di materiale radioattivo furono rilasciate nell’ambiente.

Successivamente, grandi quantità di acqua marina furono utilizzate per raffreddare i noccioli fusi dei reattori e l’acqua contaminata (quasi 1,4 milioni di metri cubi) fu raccolta in innumerevoli grandi serbatoi. Il raffreddamento deve essere mantenuto a tutt’oggi. Ogni giorno si accumulano altri 80 metri cubi di acqua radioattiva, in parte a causa delle infiltrazioni di acqua piovana. Dal 2023, parte dell’acqua viene rilasciata in mare, nonostante le proteste dei paesi vicini. È stata parzialmente decontaminata in precedenza, ma contiene ancora trizio radioattivo. La bonifica dovrebbe essere completata in 25 anni, ma più realisticamente ci vorranno altri 40 anni per trattare tutta l’acqua contaminata.

Il governo ha scarsissimo interesse a informare l’opinione pubblica sulle conseguenze del disastro nucleare. Vi è una grave carenza di indagini indipendenti e l’attenzione ufficiale è rivolta principalmente a rassicurare la popolazione. Le agenzie pubblicitarie vengono incaricate di placare i timori della gente sulla radioattività attraverso campagne mediatiche.

Il cancro alla tiroide nei bambini e negli adolescenti ha un’incidenza circa 20 volte superiore a Fukushima rispetto al resto della popolazione giapponese. Il numero di casi di leucemia nella prefettura di Fukushima non è mai stato registrato. Né è stato registrato il tasso di malattie nelle persone esposte alle radiazioni, cancro al seno, cervicale, ai polmoni o cancro alla pelle. Pertanto, ci sono molti meno dati scientifici sul disastro di Fukushima rispetto a quelli disponibili nellUnione Sovietica dopo il disastro del reattore di Chernobyl del 1986, dove furono effettivamente condotti studi con i sopravvissuti e i cosiddetti liquidatori che eseguirono i lavori di bonifica e decontaminazione.

Al momento del disastro, 54 reattori erano operativi e coprivano il 30% della fornitura di elettricità del Giappone. Dopo il terremoto, furono inizialmente tutti spenti. Attualmente, 14 reattori sono di nuovo in funzione, soddisfacendo circa il 10% del fabbisogno di elettricità. È prevista l’aggiunta di un quindicesimo a breve. All’inizio di gennaio, il primo reattore di Kashiwazaki Kariwa, un tempo la più grande centrale nucleare del mondo con sette reattori, ha iniziato a essere riavviato. Tuttavia, inizialmente c’è stata una lunga interruzione a causa di problemi con le barre di controllo. Il processo di riavvio è in corso da diverse settimane e dovrebbe concludersi entro il 18 marzo. I reattori della centrale nucleare erano già stati spenti per 21 mesi o più tra il 2007 e il 2011, a seguito di un terremoto nelle immediate vicinanze che ne aveva danneggiato alcune parti.

Il Giappone è eccezionalmente benedetto dal vento e dal sole. Anche l’energia geotermica è abbondante grazie ai numerosi vulcani. Ciononostante, il vuoto lasciato dalla chiusura delle centrali nucleari è stato colmato principalmente da un maggiore utilizzo di centrali a carbone e a gas.

martedì 10 marzo 2026

Noi

 

Fu alla fine del secolo scorso l’ultima volta che ricevetti un certificato elettorale. Scrissi una letterina, vi allegai il certificato elettorale e consegnai il tutto all’ufficio protocollo del mio comune di residenza. Pertanto, se vorrò votare al prossimo referendum dovrò recarmi presso gli uffici del mio comune per il rilascio di un documento idoneo al voto. In futuro, già lo so, bestemmierò in occasioni innumerevoli per questa mia tribolata decisione.

Per un giorno fingerò che la mia memoria sia diventata labile, che non ricordi i fanatismi e le innumerevoli infamie. Tuttavia, questa decisione non invalida il mio giudizio sulla distanza abissale dei comportamenti di molti magistrati e gli esseri umani che ne subiscono gli effetti. Pertanto, non voterò nel merito del quesito referendario, né nel demerito. Fosse solo per quello li manderei tutti a cagare distintamente, soprattutto quelli con la riga a sinistra e le palle a destra.

Perché molte persone come me, seppur molto a malincuore (eufemismo), andranno a votare al prossimo referendum? Senza tirarla per le lunghe: perché noi siamo persone perbene.

L’Occidente sta già correndo in riserva

 

Dovrebbe stupire l’assoluta impreparazione dell’Europa a riguardo del prezzo del petrolio e del gas. C’erano state le minacce esplicite, le flotte posizionate e altri preparativi bellici statunitensi, per certi versi piuttosto dilettanteschi. Quindi Trump e Netanyahu a mani libere. Non ci voleva Nostradamus per immaginare che un attacco all’Iran avrebbe provocato innanzitutto una crisi negli approvvigionamenti di idrocarburi.

È chiaro che, anche nell’eventualità di una rapida riapertura dello Stretto di Hormuz, le forniture non torneranno immediatamente ai livelli prebellici: ci vorranno settimane, se non mesi, per riavviare e rimettere in funzione gli impianti di produzione di GNL e petrolio.

I 32 paesi membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, tutti occidentali o filo- occidentali, hanno immagazzinato riserve di emergenza pari a circa 1,2 miliardi di barili (circa 190 miliardi di litri) di petrolio. Secondo il Financial Times, esperti statunitensi hanno raccomandato di rilasciare 400 milioni di barili, una cifra considerevole corrispondente al 30% delle riserve totali.

“Stiamo anche rinunciando ad alcune sanzioni legate al petrolio per ridurre i prezzi”, ha detto Trump in conferenza stampa, dopo i colloqui avuti con il presidente russo Vladimir Putin. Citando il presidente cinese Xi Jinping, il tycoon ha aggiunto che “rimuoveremo le sanzioni finché la situazione non si risolverà”.

Chiaro che ha pestato il merdone e ora Trump vuole pulirsi le scarpe da qualche parte. Ma nessuno potrà togliergli la puzza di merda che ha addosso. Non ha voluto riconoscere la responsabilità americana nella strage alla scuola elementare iraniana in cui sono morte più di centosessanta bambine tra i 7 e i 12 anni. Quando gli hanno fatto notare che nelle immagini si vede un missile a lungo raggio Tomahawk, di quelli in dotazione agli Stati Uniti, Trump ha risposto: “I Tomahawk sono usati anche da altri, numerose altre nazioni le hanno e le hanno comprate da noi”.

Questo è quanto riporta il quotidiano sionista Repubblica. Il New York Times, scrive: «L’esercito statunitense è l’unica forza coinvolta nel conflitto che utilizza missili Tomahawk». Poi: «Sabato, alla domanda di un giornalista del Times se gli Stati Uniti avessero bombardato la scuola, il presidente Trump ha risposto: “No. A mio parere, e in base a quanto ho visto, è stato l’Iran”. Ha poi aggiunto: “Come sapete, sono molto imprecisi con le loro munizioni”».

Il quotidiano americano filoebraico (*), è intervenuto sulla vicenda del video pubblicato da Bellingcat, sostenendo che il missile sarebbe caduto sulla scuola elementare di Shajarah Tayyebeh durante «un attacco di precisione avvenuto contemporaneamente agli attacchi alla base navale gestita dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica». Così prosegue l’articolo: «Il Times ha identificato l’arma vista nel nuovo video come un missile da crociera Tomahawk, un’arma che né l’esercito israeliano né quello iraniano possiedono».

Riporto quanto precede per offrire un’idea di quale cloaca sia sempre stata l’informazione che si ammanta di essere “libera e indipendente”.

(*) Sebbene il Times sia una società pubblica dal 1969, è ancora controllato da una famiglia le cui esperienze come ebrei continuano a plasmare il giornale che leggiamo oggi. Ari Goldman, ex giornalista religioso del giornale, potrebbe affermare, come ha fatto in un articolo sulla Jewish Week, che “leggere il Times è diventato parte dell’essere ebrei in America”.

[...] Nei sette anni in cui abbiamo dedicato la ricerca a una biografia degli Ochs e dei Sulzberger, è diventato sempre più evidente che l’immagine di sé della famiglia come ebrei ha profondamente plasmato il giornale. [...] abbiamo scoperto che le qualità che hanno permesso a tanti ebrei tedeschi di raggiungere posizioni di rispettabilità e rilievo – orgoglio, cautela, ambizione e patriottismo energico – furono, in gran parte, responsabili di aver reso il Times il forum unico dell’establishment che è oggi. [...] Ancora oggi, il dibattito se il Times sia “troppo ebreo” o “non abbastanza ebreo” continua, e gran parte delle discussioni sono stimolate da domande sulla “giudaicità” dei proprietari del giornale, che sul punto sono estremamente cauti.

(Tratto da: “La famiglia. Come l’essere ebreo ha plasmato la dinastia che dirige il Times”, di Susan E. Tifft, pubblicato sul The New Yorker il 12 aprle 1999). 

lunedì 9 marzo 2026

La mappa

Una concezione novecentesca del conflitto armato.

Ci hanno raccontato un sacco di balle dopo la famosa caduta del Muro. Quasi quarant’anni dopo il crollo, il mondo non è diventato più pacifico. Al contrario: i conflitti e il pericolo di una terza guerra mondiale sono in costante aumento.

Viviamo in una dittatura politica dell’opinione, ma basta leggere tra le righe: ogni guerra è la nostra guerra. È una resa volontaria: aderiamo tutti a un capitalismo di grande fascino, certo, ma anche di grande spietatezza.

Sabato, quando un giornalista ha chiesto a Donald Trump se la “mappa dell’Iran” avrebbe avuto lo stesso aspetto “quando tutto questo sarà finito”, la risposta è stata: “Non posso dirtelo. Probabilmente no”.

Aerei ed elicotteri militari, portaerei, fregate, cacciatorpediniere, sistemi di difesa aerea: l’elenco delle armi che i principali Stati europei della NATO stanno inviando in Medio Oriente è lungo. E anche se la maggior parte di questi mezzi e armi non viene schierata direttamente nel Golfo Persico, ma solo nel Mediterraneo orientale e a Cipro, l’Europa occidentale è da tempo coinvolta, in un modo o nell’altro, nella guerra di aggressione di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. E prima ancora contro i palestinesi (il famoso “lavoro sporco”). Tutti, tranne la Spagna, stanno concedendo agli Stati Uniti l’accesso al loro spazio aereo per operazioni di dispiegamento e attacco.

Le “forze influenti” europee sono consapevoli dei rischi che corrono sostenendo la guerra. Non si tratta solo del fatto che un gran numero di rifugiati sarebbe nuovamente costretto a fuggire in Europa se scoppiasse una guerra civile in Iran o se il Paese venisse bombardato e riportato all’età della pietra nei prossimi giorni. L’impennata dei prezzi del petrolio e del gas minaccia l’economia e non sarà qualche centesimo in più o in meno di accise a cambiare la situazione. Una guerra prolungata contro l’Iran provocherebbe gravi danni collaterali, anche in Europa. Eppure, allo stesso tempo, questa offre loro opportunità in termini di politica di potenza. Se l’Iran verrà sconfitto, il dominio occidentale sull’intero Medio Oriente sarà assicurato.

Non così per gli Stati arabi del Golfo. Cresce la rabbia per essere stati trascinati contro la loro volontà in una guerra dal loro principale alleato militare, gli Stati Uniti. Una guerra che sta costando miliardi alle loro economie e che danneggia gravemente le loro prospettive future. Non hanno, al momento, alternative alla cooperazione militare con gli Stati Uniti.

Ad ogni modo, perché cambi realmente la mappa del Medio Oriente, sarà necessario che le truppe americane mettano piede a Teheran. Cosa che ritengo assai improbabile. Più probabile qualche coda ai distributori di carburante.

domenica 8 marzo 2026

Anniversari


Ogni epoca ha circostanze peculiari, la storia si ripete, ma mai allo stesso modo. Una farsa è qualcosa di diverso da una tragedia. Per esempio, stiamo assistendo alla disintegrazione dello Stato-nazione, guidata dalla destra statunitense e dagli oligarchi della tecnologia. Tuttavia non è difficile riconoscere certi elementi strutturali del passato che ricorrono regolarmente, stante anche il fatto che la sostanza dei rapporti sociali non muta e gli interessi economici restano chiaramente la forza trainante del processo storico.

L’antifascismo non riguarda solo il passato, ma ancor di più il presente e il futuro. L’Europa è il luogo più importante in gioco: i reazionari useranno l’Europa per realizzare il loro disegno; è qui che si raccontano le bugie più grandi; è in l’Europa che vogliono verificare se sono in grado di vincere.

Le elezioni presidenziali tedesche del 1932 si tennero in due turni: il 13 marzo e il 10 aprile. Inizialmente si presentarono cinque candidati, tra cui il presidente in carica Paul von Hindenburg, Adolf Hitler (NSDAP) e il comunista Ernst Thälmann (KPD). La SPD invocò l’elezione di Hindenburg con lo slogan “Battete Hitler!”, mentre Thälmann fece campagna elettorale con lo slogan “Chi vota per Hindenburg vota per Hitler, chi vota per Hitler vota per la guerra”. Il 25 febbraio Hitler aveva ricevuta la cittadinanza tedesca.

Al secondo turno, rimasero in lizza solo i tre candidati sopra menzionati. Il vincitore fu ... Alle elezioni del novembre 1932, i socialdemocratici (SPD) ottennero 121 seggi e i comunisti (KPD) 100. Hitler, pur perdendo quasi due milioni di voti rispetto alle elezioni precedenti, ottenne 196 seggi. La differenza in termini di seggi la fecero i partiti del blocco cattolico e reazionario: cattolici (70 + 20) e nazionalisti (50). Nel gennaio 1933, Hindenburg nominò Hitler cancelliere.

Le prossime elezioni politiche in Germania sono previste al più tardi per il marzo 2029. Ne sortirà una coalizione di estrema destra e centro conservatore cattolico. In Francia, il prossimo anno sarà eletto un presidente della Repubblica ancora più a destra di Macron. In Italia, chiunque vinca le elezioni politiche del prossimo anno, non cambierà nulla. A prevalere saranno comunque gli interessi della lobby industriale-bancaria, della speculazione finanziaria e immobiliare, quelli delle mafie e delle cliniche, quelli delle caste. 

sabato 7 marzo 2026

Chi sta aiutando la Russia


La notizia, se vera, ha del paradossale: Washington chiede aiuto a Kiev per la produzione di alcuni sistemi d’arma, posto che le scorte statunitensi si stanno esaurendo. Difficile sapere davvero cosa ci sia di vero. Si tratta di startup che intraprendono attività di ricerca e sviluppo, ad esempio nella produzione di droni o nella guerra elettronica. Si tratta di un modello che ha adottato la Russia.

È difficile ottenere dati affidabili sull’economia e gli armamenti in tempo di guerra. Molto è segreto e molto di ciò che viene pubblicato viene abbellito. I dati sono deliberatamente presentati in modo da rendere difficili i confronti: il passaggio da dati assoluti a dati relativi è una delle tattiche più comuni.

Alla fine di febbraio, il portale russo Svobodnaya Pressa ha pubblicato un articolo (L’industria della difesa russa è impoverita dagli appalti statali, nonostante lavori su tre turni. Cosa c’è che non va?) sulla situazione apparentemente paradossale del più grande produttore russo di motori aeronautici, l’Ufa Engine Manufacturing Association (ODK-UMPO).

L’azienda, con circa 25.000 dipendenti, produce motori per tutti i caccia russi della famiglia Sukhoi, nonché pezzi di ricambio. L’impianto opera a piena capacità su tre turni, eppure alla fine del 2025 ha registrato una perdita di 14 miliardi di rubli. Al tasso di cambio attuale di circa 90 a uno, ciò equivale a circa 150 milioni di euro. Nel 2024, l’azienda aveva comunque registrato un utile di 8,4 miliardi di rubli (90 milioni di euro). L’autore dell’articolo si chiedeva che cosa fosse successo di così disastroso.

L’azienda è infilata nella classica trappola dei costi: i prezzi dei prodotti sono fissati dal governo a lungo termine e congelati a un livello dall’inizio del 2024. I produttori hanno probabilmente poco margine di negoziazione quando si tratta di “aiutare le linee del fronte”. Gli aumenti di prezzo si sono rivelati impossibili da attuare e allo stesso tempo l’industria della difesa si lamenta privatamente delle pratiche di pagamento lassiste del Ministero della Difesa, che assegna i contratti. Tutto il mondo è paese.

I costi di produzione pagabili sul mercato sono aumentati drasticamente. Le forniture sono diventate significativamente più costose. Dietro a ciò si cela un aspetto che fa gongolare i soliti idioti dalle nostre parti: l’aumento dei costi imposti all’industria bellica russa e all’industria in generale dalle sanzioni occidentali.

Uno studio pubblicato all’inizio di quest’anno sulla rivista dell’Istituto di Geopolitica della business school francese ESCP elenca con entusiasmo (ormai il livello scientifico è questo) i problemi più significativi: sebbene non sia stato possibile escludere completamente la Russia dalle importazioni di tecnologia, le importazioni indirette attraverso paesi terzi non sanzionati continuano. Tuttavia, maggiore è il numero di intermediari coinvolti, maggiori sono i ovviamente anche i costi.

Tuttavia, la Russia sta riducendo la propria dipendenza da componenti elettronici stranieri in parte grazie alla nascita del cosiddetto “settore popolare degli armamenti”, come detto ad imitazione del modello adottato dall’Ucraina.

La leadership russa è ben consapevole degli oneri economici che impone all’industria della difesa: da un lato, i contratti vengono assegnati in base a criteri di valore d’uso come il volume di produzione, mentre dall’altro ci si aspetta che le aziende operino secondo principi capitalistici. Una palese contraddizione, che però trova un parziale correttivo.

La perdita di 14 miliardi di rubli subita dall’impianto di motori aeronautici di Ufa difficilmente ne porterà alla chiusura, almeno nel breve termine. Questo perché, già nel 2019, la Promsvyazbank, di proprietà statale, è diventata la camera di compensazione centrale per i crediti in sofferenza delle aziende della difesa. Prima che questi prestiti possano gravare sui bilanci delle banche commerciali che erogano direttamente i prestiti, la Promsvyazbank se ne fa carico.

Il governo russo a quanto pare non sta valutando per quanto tempo questo andirivieni di crediti inesigibili possa continuare, o sta semplicemente rimandando la soluzione, insieme ai crediti inesigibili delle banche. Per fortuna di Mosca, ora Trump sta dando una mano alle esportazioni di idrocarburi russi che fluiscono copiosamente verso l’Asia. 

venerdì 6 marzo 2026

Sonni tranquilli


Nuclear football non è un sito russo di partite di calcio in chiaro. È il nome con cui viene colloquialmente chiamata una valigetta nera che accompagna il presidente in ogni spostamento dalla Casa Bianca. Attualmente quell’uomo risponde al nome di Donald Trump. Ha un’antenna satellitare (la valigetta, non si sa se ce l’abbia innestata anche Trump) e permette al presidente di innescare - non di lanciare - un missile nucleare in qualsiasi momento. Il numero uno degli Stati Uniti eredita anche il “biscotto”, una scheda che contiene i codici necessari per lanciare l’attacco. L’ex speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha chiesto che a Trump fosse impedito di usarla.

Contiene il “libro nero”, composto da 75 pagine nere con testo bianco in formato A4, in cui le opzioni di risposta ad un attacco nucleare sono scritte in rosso. Dentro c’è anche un altro libro, scritto in bianco su nero e delle stesse dimensioni, che contiene una lista dei luoghi sicuri per il trasferimento del presidente, e una cartella di 8 o 10 pagine con la descrizione delle procedure per l’impiego del sistema radiotelevisivo d’emergenza.

Troppa roba da leggere per un puttaniere analfabeta come Trump, dunque possiamo dormire sonno tranquilli.

Sciuscià

 

Storicamente l’Europa di oggi è un retaggio dell’Europa di ieri. Del fascismo, che fu il prodotto della crisi europea del 1914-‘18, della scriteriata conferenza di Versailles del 1919, della grande depressione degli anni Trenta, della spartizione di Jalta. Il grande balzo del dopoguerra ci ha illusi. Lo strapotere di Washington, di Wall Street e di Hollywood ha fatto dell’Europa una colonia nel senso tecnico della parola.

Un nuovo player mondiale minaccia l’impero americano. Un nuovo imperialismo con una popolazione di un miliardo e mezzo di cinesi. L’Europa è stretta in questa tenaglia. Con l’unico alleato possibile, la Russia, siamo in guerra. Dopo 20 pacchetti di sanzioni, con una Russia che dovrebbe essere allo stremo, Mosca ha deciso di tagliarci anche quel poco di gas che ancora ci giungeva. Le bugie hanno le gambe corte, anche se non cortissime.

Quanto allo Stato terrorista con la svastica israeliana, sta occupando il Libano e non si fermerà lì. Meno di 10 milioni di ebrei, supportati da decine di milioni di sionisti sparsi in tutto il mondo, hanno come obiettivo di costituire la grande Israele, che non è circoscritta solo alla Palestina. Per raggiungere questo obiettivo non bastano le armi e la tecnologia, pur indispensabili, ma serve il supporto della poderosa forza finanziaria controllata dai sionisti annidati ovunque. È una realtà verificabile da chiunque.

Il Ministero della Difesa britannico ha confermato che il drone che ha colpito la base di Cipro non è stato lanciato dal territorio iraniano. Le autorità cipriote sospettano il Libano come punto di origine. Si ipotizza che il Mossad sia dietro le operazioni si attacco alle infrastrutture di Arabia Saudita e Oman da siti in territorio iraniano per coinvolgere gli stati del Golfo nella guerra, secondo Middle East Eye. Agenti del Mossad che avrebbero pianificato attacchi dinamitardi sarebbero stati arrestati in Qatar e Arabia Saudita, almeno secondo fonti saudite che parlano ad Al-Arabiya.

Fantasie? Può darsi, ma quando si ha che fare con il sionismo nessuna ipotesi è troppo azzardata. L’intervento degli stati del Golfo o della Gran Bretagna farebbe il gioco degli aggressori. Stati Uniti e Israele sono sotto pressione, i loro sistemi di difesa missilistica potrebbero non essere preparati a uno scontro prolungato: le loro riserve di missili intercettori sono già così scarse che gli Stati Uniti sembrano ricorrere a versioni obsolete del loro sistema Patriot.

Di fronte a una carenza imminente di munizioni, Stati Uniti e Israele stanno cercando di distruggere i lanciatori trasportatori-erettori (TEL) delle forze armate iraniane prima che possano indebolirne le difese. In alternativa, potrebbero tentare di mettere in ginocchio la società iraniana attraverso bombardamenti prolungati, prendendo di mira stazioni di polizia e di soccorso, strutture pubbliche, edifici residenziali e scuole.

Dall’inizio della guerra, l’Iran ha lanciato circa 600-700 missili balistici, più di quanti la Russia ne abbia lanciati contro l’Ucraina in un anno intero. L’intensità iniziale – 165 missili contro gli Emirati Arabi Uniti solo nei primi due giorni – è stata successivamente ridotta. Questo non è necessariamente un segno di debolezza: potrebbe semplicemente essere un passaggio da una strategia iniziale di sopraffazione del nemico a una pressione calcolata e prolungata. Una campagna progettata per logorare i sistemi di difesa senza esaurire le proprie riserve. Come riportato dal Financial Times, il Pentagono è ora in trattative con l’industria della difesa ucraina per acquisire sistemi intercettori di produzione locale per la guerra contro l’Iran.

Le prossime due settimane ci diranno se effettivamente Trump e Netanyahu hanno pestato un merdone, di sicuro però si stanno pulendo le scarpe qui da noi. Sono sicuri che ancora una volta gliele lucideremo. Presto, molto presto, gli effetti di questa guerra si faranno sentire su salari, stipendi, pensioni. Soprattutto sui redditi più bassi. Chi ne avrà la possibilità aumenterà i prezzi, speculerà. Sta già succedendo per gli idrocarburi, domani sulle altre merci e sui servizi.


giovedì 5 marzo 2026

C'è bisogno di disperati da arruolare volontari

 

Era cominciato con il dire: finalmente qualcuno sta rovesciando il regime iraniano; che sia legale o illegale è irrilevante per noi. Ora, dopo nemmeno una settimana, si palesa una qualche indecisione sulla guerra di aggressione contro l’Iran. L’impatto economico specie sull’Europa non sarà lieve. Previsioni economiche sull’inflazione e la crescita sono già da buttare nel cestino. Alcuni capi di Stato e di governo occidentali paiono davvero imbarazzanti, e sarebbe interessante sapere che cosa dicono privatamente.

Alcuni stanno persino diventando un po’ più espliciti, come il presidente Macron, che ha quantomeno affermato che l’attacco all'Iran è “al di là del diritto internazionale”, osservazione che avrebbe potuto fare anche un bambino di prima media. Ad ogni buon conto è già qualcosa.

La Spagna, per bocca di Sánchez, sta prendendo provvedimenti e vieta ai caccia statunitensi di utilizzare le sue basi militari. Queste basi possono essere utilizzate solo per scopi conformi alla Carta delle Nazioni Unite, come ha ribadito Sánchez ad Albares lunedì. Di conseguenza, diversi aerei statunitensi sono stati trasferiti dalle basi di Rota e Morón in Germania e Gran Bretagna, come riportato, dal quotidiano El País. Allo stesso tempo, proprio la base di Rota, è in fase di ampliamento.

Trump ha minacciato la Spagna di ritorsioni. Il fatto che il cancelliere Merz non sia intervenuto quando Trump si è infuriato contro Madrid in sua presenza è stato notato da tutti gli interessati. La Germania va da sola, ha suoi obiettivi e interessi. Stati Uniti e Israele possono continuare a svolgere il “lavoro sporco”, ma in futuro le forze armate tedesche saranno nuovamente in grado di combattere, non solo contro i contadini afghani.

Per questo, chi è al potere ha bisogno di giovani disposti a uccidere e morire per questo sistema. Ma hanno un problema: semplicemente non si fanno avanti abbastanza volontari. In Germania, il rapporto del Commissario parlamentare per le forze armate identifica chiaramente questo “problema” e minaccia: “Se l'attuale modello di volontariato non dovesse generare un reclutamento sufficiente, il ritorno alla coscrizione obbligatoria è il logico passo successivo”.

Mi capita spesso di anticipare cose che dovrebbero essere ovvie ed evidenti, e che invece a quanto pare non lo sono. Altri, le scoprono manifestando stupore qualche tempo dopo, cioè quando sono già accadute. Non sono credibili, semplicemente menano il can per l’aia.

mercoledì 4 marzo 2026

Crimini collaterali

 

A chi importa parlare dell’assassinio di 176 bambini e adolescenti di una scuola a Teheran? Non certo alla parte sciovinista del pubblico tlevisivo. Se ne è fatto cenno, ma non se ne parla già più. Paolo Mieli direbbe che il regime clericale iraniano ne ha uccisi molti di più recentemente. Nulla importa alla signora Melanija Knavs, coniugata Trump, che lunedì scorso ha avuto il ruolo di presidente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per la Tecnologia, l’Istruzione, la Pace e la Sicurezza. Già, l’istruzione e la pace.

A chi importa che circa 3.200 navi con almeno 50.000 marinai siano attualmente ancorate nel Golfo Persico e nel Golfo dell’Oman? Si tratta prevalentemente di petroliere e gasiere, insieme a numerose portacontainer e rinfuse, tutte spedite dalle rispettive compagnie di navigazione con il motto “business as usual”, come se non ci fosse nulla da temere. Eppure

gli Stati Uniti avevano già designato le “zone di allerta marittima” dove potevano aver luogo “operazioni militari pericolose”. Le loro operazioni di guerra, a 10.000 chilometri dai loro confini nazionali.

L’inevitabile caos nelle catene logistiche globali non colpirà solo il commercio e i famosi consumatori qui in Europa, ma soprattutto i marittimi a bordo delle navi bloccate o successivamente dirottate, con problemi con il rimpatrio, permessi a terra o l’assistenza medica, eccetera.

Crollo dei mercati azionari internazionali, aumento dei prezzi del gas naturale e del petrolio, renderanno più costosa la produzione di elettricità e di molti beni di uso quotidiano. Il capo economista della BCE, in un’intervista al Financial Times pubblicata ieri, stima che i prezzi del petrolio potrebbero aumentare di oltre il 50%, raggiungendo circa 130 dollari al barile, in un periodo relativamente breve. Si prevede che la crescita economica nell’eurozona diminuirà dello 0,6% il prossimo anno, mentre il tasso di inflazione aumenterà di oltre lo 0,8%.

Non lo so, troppi fattori sono in gioco ed è impossibile prevedere che cosa succederà domani. Ciò non ha impedito ai gestori delle stazioni di servizio di aumentare significativamente il prezzo della benzina, il che non è possibile sia dovuto all’attuale situazione di approvvigionamento. I farabutti in simili casi rispondono: è il mercato.

Nessuno può sapere fino a quando resterà chiuso lo Stretto di Hormuz e la cessazione della produzione e delle esportazioni di gas naturale liquefatto (GNL) da parte del Qatar. La società statale Qatar Energy ha annunciato questa misura a seguito di un attacco ai suoi impianti di Ras Laffan, il più grande complesso industriale e portuale al mondo per la produzione e il trasporto di GNL.

Una cosa è certa, chi pagherà il prezzo economico di tutto questo non sarà Trump, il palazzinaro miliardario amico di Epstein. Né i cosiddetti leader europei, che sono semplicemente i portavoce degli interessi della borghesia finanziaria e industriale europea.

martedì 3 marzo 2026

L’offerta del Niccolò francese

 

La dichiarazione congiunta dei leader di Germania, Gran Bretagna e Francia di domenica sulla guerra con l’Iran è la prova che questi tre criminali sulla scena mondiale vogliono una fetta del bottino che Stati Uniti e Israele potrebbero mietere, e stanno quindi offrendo “misure difensive” per distruggere le strutture iraniane “alla fonte”. C’è molta salivazione imperiale in corso; i diritti e la vita umana giocano un ruolo solo nella propaganda. Dopotutto, dichiarano di non essere fascisti.

Anche la “deterrenza anticipata” di Emmanuel Macron, la nuova dottrina francese sulle armi nucleari, è la risposta di un predatore che trova la base dei suoi affari in uno stato di anarchia. Approfitta della fine di tutti i trattati sul controllo degli armamenti strategici, l’ultimo scaduto a febbraio.

L’offerta di Macron di fornire ora a otto paesi la “protezione” di caccia Rafale dotati di armi nucleari, integrando così l’accordo di “condivisione nucleare” garantito a parole da Trump, e garantendo al contempo alla Germania un “ruolo chiave”, difficilmente è stata presa bene da Washington, e a Mosca e Pechino potrebbero coglierla come una ribellione di non modesta entità.

Macron e Merz hanno ben chiaro che Trump è tutt’altro che pazzo. Considera gli europei dei perdenti politici globali che non hanno colto il pericolo esiziale dell’ascesa della Cina e della multipolarità in generale. Ecco perché vuole rimodellare il panorama politico, nella misura in cui ciò è ancora possibile, e considera la costruzione dell’UE come un elemento di fastidio, una cosa persino ridicola.

Dove tutti combattono contro tutti, addirittura per dei “valori”, vuol dire che regna l’autoinganno, ovvero la frode. Proprio come nelle bande di rapinatori. Un film proiettato più volte nel Novecento. Un remake che però questa volta si gioca con le armi nucleari sotto il tavolo. Sopra il tavolo, noi.

Il dito persiano, la luna cinese

 


Ci fu un tempo in cui gli imperialisti per iniziare e giustificare le loro guerre s’inventavano operazioni sotto falsa bandiera o menzogne accuratamente costruite. Una guerra richiedeva un’autorità superiore e doveva essere resa plausibile alla comunità internazionale. La Carta delle Nazioni Unite forniva una sorta di codice di condotta per gli Stati che intendevano calpestare la scena internazionale. Quei giorni sono finiti. Sono finiti i tentativi di mentire, è finito il riconoscimento, almeno presunto, del diritto internazionale. Alcuni giornali registrano la situazione con preoccupazione; altri semplicemente non potrebbero preoccuparsi di meno del rispetto di alcune regole.

Le bombe stanno finalmente cadendo sull’Iran. Rimuovere il regime dei mullah è un obiettivo politico fondamentalmente legittimo. Che a incaricarsene siano i sionisti e gli americani è perfino ovvio. Questo è l’atteggiamento esplicito o implicito della stragrande maggioranza della stampa europea. C’è urgente bisogno di abbattere le dittature, ma non tutte, e di aiuti allo sviluppo nei settori del capitalismo e della libertà. Più bombe ed esplosivi ci sono, più efficaci saranno gli aiuti alle libertà e allo sviluppo.

Oltre al tentativo di eliminare quello che percepiscono come un focolaio di disordini in Medio Oriente, l’obiettivo è infliggere danni significativi alla Russia e, soprattutto, alla Cina, il principale avversario dell’establishment statunitense. Ecco il motivo perché se ne stanno tutti buoni e coperti nelle capitali europee, facendo fare il “lavoro sporco” ai sionisti e ai criminali di Washington. Ma c’è anche chi si offre di passare lo straccio per pulire il pavimento dell’obitorio.

L’Iran non è semplicemente – in quanto membro dei BRICS e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai – parte integrante del sistema di coordinate russo-cinese. Ha sostenuto la Russia nella guerra in Ucraina, ad esempio con i droni, e ha stipulato un accordo di cooperazione strategica di 25 anni con la Cina. Se un regime filo-occidentale riuscisse a insediarsi a Teheran, Mosca e Pechino perderebbero un partner importante. Questo rimane vero anche se il Paese precipitasse nel caos.

Se, per un motivo o per l’altro, Teheran dovesse cessare di essere un partner di cooperazione per la Cina, ciò costituirebbe – da una prospettiva puramente politica – un duro colpo; tuttavia, non sarebbe la condanna a morte per la posizione della Cina nel Golfo. A meno che Washington non riesca a costringere anche Riad e Abu Dhabi a separarsi da Pechino. Con questi chiari di luna tutto è possibile.

La Cina importava petrolio dal Venezuela. Il fatto che gli Stati Uniti abbiano ora blocchino queste importazioni è qualcosa che Pechino può facilmente assorbire. Lo stesso varrebbe per il petrolio importato dall’Iran, qualora un regime allineato a Washington salisse al potere a Teheran. Tuttavia, Trump non si fermerà a questo. Gli Stati Uniti potrebbero chiudere lo Stretto di Malacca per tagliare fuori la Cina dalle sue forniture di materie prime, questione che preoccupa gli strateghi cinesi da decenni. Pechino dovrà tracciare una linea rossa da qualche parte. Dove esattamente e come verrà applicata lo vedremo.

Trump, come dicevo l’altro giorno, non è quel pazzo che si vuol far credere. O, quanto meno, la sua è una lucida follia.


lunedì 2 marzo 2026

Macron cita Machiavelli

 

Questa idea ha portato solo guerre. Per essere liberi bisogna innanzitutto essere sovrani. L’Europa non è sovrana. Inoltre, per essere liberi bisognerebbe tenersi lontani da individui pericolosi. E invece viviamo nel mondo di Trump e Netanyahu, ma anche in quello di Epstein e di altra gente simile.

Donald Trump ha costruito parte della sua promessa politica sulla fine delle “guerre infinite”, sull’idea di non ripetere le esperienze di Afghanistan e Iraq. Ora si trova coinvolto in un’operazione il cui esito è strutturalmente incerto e potenzialmente pericoloso: anche se l’Iran crollasse, ma senza una successione organizzata, il conflitto non finirà, si estenderà, continuerà e diventerà sempre più incontrollabile.

L’Iran non è l’Afghanistan e nemmeno l’Iraq di Saddam. È un paese vasto più di cinque volte l’Italia, con un’orografia molto varia (uno dei più montuosi del mondo, con vette che sfiorano i seimila metri, tanto che a un’ora d’auto da Teheran la borghesia persiana va a sciare) e oltre 90 milioni di abitanti, ed è in ottimi rapporti con Mosca e Pechino. L’Iran è un incubo politico, geografico ed etnico.

In un post del 3 gennaio 2020 scrivevo: «La più grave sconfitta patita dagli Usa nel dopoguerra sul piano geo-strategico, ancor più di quella patita nel sud-est asiatico negli anni Settanta, è stata la perdita del controllo sull’Iran. Oggi la più grave sciagura che possa capitare agli Usa e ai suoi alleati sarebbe un conflitto armato con l’Iran. Al Pentagono conoscono la geografia politica e anche quella fisica, perciò non ignorano che l’Iran rappresenta uno dei più essenziali cardini strategici dell’equilibrio mondiale.

«È sufficiente un’occhiata a una carta geografica per rendersi conto che le più grandi riserve petrolifere mondiali sono localizzate tutt’intorno all’Iran, un paese che ha migliaia di chilometri di coste sul Golfo Persico e su quello di Oman, divisi dallo Stretto di Hormuz. Confina con la Turchia, l’Iraq, l’Azerbaijan, l’Armenia, il Turkmenistan, l’Afghanistan, e a sud-est con il Pakistan, è a contatto diretto con il Mar Caspio e non dista molto dal Mar Nero».

In un vertice UE del maggio 2019 in Romania, Macron, a riguardo degli accordi sul nucleare iraniano, dichiarava: “Innanzitutto, l’Iran non si è ritirato da questo accordo. Secondo, se l’Iran si ritira da questo accordo, sarà responsabilità degli Stati Uniti”. Come cambiano i tempi.

Se l’Iran vendesse carrube alla Cina invece di petrolio, gli Usa non spenderebbero un dollaro per bombardare Teheran.

«Cè un solo diritto nel mondo, il diritto della forza!» A.H.

domenica 1 marzo 2026

Da che parte stare


Fare della satira su Trump è stato divertente e anche molto facile. Però è il presidente della più grande potenza militare e nucleare, oltre che economica e monetaria. Dunque non è come fare satira su Salvini o Macron.

Anche se ormai quasi nessuno ci fa caso, Trump ha ignorato più volte sia il diritto internazionale e sia quello costituzionale statunitense in materia di guerra. Ha agito ripetutamente in violazione della Carta dell’ONU, né ha coinvolto il Congresso, a cui la Costituzione conferisce il potere esclusivo di dichiarare guerra.

Trump è il volto degli Stati Uniti, il rappresentante eletto di uno Stato e di un Paese che si considera l’inventore della democrazia (della pizza e altro ancora). È l’esecutore di una politica che non è guidata e promossa solo ed esclusivamente da lui, dalla sua persona.

Nonostante tutto il clamore mediatico che circonda Trump, non dobbiamo dimenticare cos’è la democrazia liberale nella sua essenza, quali strutture di potere salvaguarda e quali individui vengono scelti per questo ruolo in un dato momento. È in questo reale contesto sociale che può verificarsi ciò che erroneamente interpretiamo come la follia di un presunto pazzo.

La follia di fondo è il capitalismo e l’imperialismo in un mondo che si sta squagliando, dove nuove potenze stanno emergendo ed entrano in feroce competizione. Di conseguenza, e secondo le leggi del capitale, la questione della guerra e della pace passa in primo piano nelle relazioni tra Stati e blocchi di potere in tutti i settori, dall’economia all’esercito.

In un mondo del genere, che ospita le più grandi minacce per l’umanità, in un mondo dolorosamente privo della forza e dell’influenza dei movimenti anticapitalisti e antimperialisti, non possiamo esimerci dall’analizzare e valutare le forze che stanno cambiando questo mondo oggi, e dunque decidere da quale parte stare.

La “follia” di un Trump è davvero diversa da quella di un Merz e dei suoi simili e della loro ossessione per una politica di potenza e la guerra? Per tacere dello Stato sionista che occupa la Palestina con metodi non dissimili da quelli dei nazisti. Dunque, mi pare evidente quali siano le potenze più aggressive, le più militanti e pronte a scatenare un conflitto locale o generale.

Molti europei e statunitensi non sono tra coloro che dimostrano di essere interessati a un confronto aperto e pacifico. Al contrario, sono di fatto favorevoli a una politica estera aggressiva e guerrafondaia. Lo dimostra il loro sostegno alla NATO e al regime fascista di Kiev, il loro sostanziale favore o disinteresse con il quale guardano a ciò che succede in Palestina. Tutto ciò ha e avrà sempre più delle conseguenze. Leggere la storia del passato e del presente come il risultato della follia di qualche leader politico è autoassolutorio ma fuorviante e catastrofico.

sabato 28 febbraio 2026

[...]


Ho telefonato a New York. Mi ha risposto il centralino. Ho chiesto di passarmi il signor António. Il centralinista mi ha detto che sono chiusi per il week-end. Riproverò lunedì ... Risposta: il lunedì ci sono solo gli impiegati, neanche tutti. Insisto: martedì? Se vuole – mi ha risposto –, ma penso sia inutile. Io stesso – mi racconta il centralinista – dal mese scorso non ricevo lo stipendio. Chiedo perché ciò accada. Laconica risposta: solo 69 paesi membri hanno versato i loro contributi all’inizio del 2026. Ho replicato: ma almeno una dichiarazione, un appello, qualcosa … «Madame – mi grida il centralinista – je vous ai déjà dit que cet endroit est fermé pour le week-end ! ». Click. 

Il conflitto inevitabile

 

Tempo al tempo e anche di loro non sentiremo più la mancanza.

Il rapporto di Citrini ha toccato un punto delicato della questione “capitalismo”. Si sentono tutti o quasi preoccupati per quello che succederà domani o dopodomani. Tranquilli, non succederà nulla di così catastrofico nel tempo ravvicinato, salvo crisi finanziarie e robetta come depressione economica, qualche rutto sociale e alla Casa Bianca uno scappato da Bedlam. Il capitalismo non crollerà, si trasformerà in qualcos’altro. Quando? Non lo so, ma che importanza ha? Non da un giorno all’altro, né da un anno all’altro. Moriremo tutti prima di allora, o almeno molti di noi avranno già tirato le cuoia. Diamogli un po’ di tempo, siamo solo agli inizi della sua trasmutazione.

Anche per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, non è un mostro di Frankenstein, né HAL 9000. Non è per nulla intelligente, nel senso umano: i suoi risultati possono apparire sofisticati, ma i modelli non ne comprendono per nulla il significato. Questa distinzione è cruciale e costituisce una delle ragioni principali per non cedere, tra l’altro, all’idea che sostituirà in tutto e rapidamente la maggior parte dei lavori d’ufficio e simili. Del resto, un robot non avrà mai gli occhi colmi di pensieri lontani.

Né bisogna credere che l’IA riduca i costi, aumenti la produzione e apra la strada a modelli di business completamente nuovi, proprio come è accaduto nelle precedenti rivoluzioni tecnologiche. Questa è una consolante illusione. Quando il computer e internet sostituirono le macchine da scrivere, la calcolatrice e molti impiegati con il bloc-notes, poi ad affiancare i superstiti sono apparsi i programmatori, i venditori di cianfrusaglie informatiche e tutta una pletora affine della stessa filiera.

Con l’intelligenza artificiale non è così. Non viene scambiata la macchina da scrivere con il computer, riscritta la mansione dell’impiegato e ristrutturato l’organigramma dell’ufficio, ma sconvolta dalle fondamenta tutta l’architettura concettuale, organizzativa, implementativa e gestionale delle attività lavorative (e non solo lavorative), creando, tra l’altro, inevitabili tensioni nella gerarchia del lavoro, tra la logica manageriale e la pratica lavorativa dei dipendenti.

Se con la microelettronica e internet è cambiata la nostra vita, con l’IA viene a modificarsi anche la nostra identità, i confini tra uomo e macchina. Il conflitto è inevitabile.

venerdì 27 febbraio 2026

Gli alieni del Manifesto

 

Ieri, sul quotidiano il manifesto, è comparso un articolo di Luigi Pandolfi, il cui titolo (Gli alieni del capitale) richiama casualmente quello di un mio recente post sullo stesso argomento (Come nei film con le macchine aliene).

Pandolfi cita l’ormai famoso testo di 7.000 parole firmato Citrini Research, nel quale gli autori, come in un racconto distopico ambientato nel 2028, offrono un’anticipazione dello scenario che si verrebbe a creare con la sostituzione dell’intelligenza umana (la forza-lavoro umana, che è costituita da più fattori!) con la cosiddetta intelligenza artificiale.

«Disoccupazione al 10,2%, S&P 500 a –38%, consumi in caduta, mutui in sofferenza anche tra i debitori più solidi», laddove «Ogni dollaro risparmiato sul personale finiva in capacità di IA che permetteva ulteriori tagli». Un ciclo senza freni, riporta Pandolfi, con le aziende che licenziano, aumentano i margini, reinvestono in IA, licenziano ancora. È, sostiene Pandolfi, il «plusvalore relativo» di cui parlava Marx portato all’estremo: comprimere il lavoro per estrarre più profitto, sostituendolo con macchine sempre più efficienti.

Sicuramente, solo che Marx sosteneva anche altro a proposito della composizione di valore e della composizione tecnica del capitale. Che non sono aspetti marginali, tutt’altro, ed entrambi vanno ad incidere nella composizione organica del capitale. Vediamo in dettaglio.

Scopo del capitale non è quello di produrre “beni” e servizi, ma quello di produrre valori d’uso di qualsiasi genere (portaerei e navi da crociera sono, da questo punto di vista, la stessa cosa) da trasformare in valori di scambio, ossia in merci. Tali merci contengono una quota di lavoro non pagato, ossia pluslavoro, che nello scambio si realizza come plusvalore, ossia quella parte di valore del prodotto del lavoro che non viene pagata all’operaio. Fin qui cose risapute, dopo che Marx le ha spiegate.

Per appropriarsi di quote maggiori di plusvalore e far fronte alla concorrenza, i capitalisti devono costantemente aumentare la produttività del lavoro. Ciò impone l’aumento e il miglioramento incessante del livello tecnologico degli impianti e del macchinario. Maggiore è il perfezionamento tecnologico, più il numero di operai e addetti richiesti per la stessa quantità di produzione è minore. In altri termini, si eleva la composizione tecnica del capitale.

L’aumento progressivo della composizione tecnica del capitale provoca, necessariamente, un mutamento parallelo della sua composizione di valore, e, quindi, nella composizione organica, vale a dire un aumento progressivo del capitale costante in rapporto a quello variabile. Infatti, la composizione organica del capitale è il rapporto reciproco che si stabilisce tra composizione di valore e composizione tecnica.

La composizione di valore riflette le proporzioni in valore delle parti costitutive del capitale (c/v). La composizione tecnica riflette il rapporto fisico tra materie prime, mezzi di produzione e lavoro (Mp/L) ed indica il livello tecnico raggiunto dalla produzione.

Non distinguere tra “composizione in valore” e “composizione tecnica” riducendo la composizione organica a semplice “composizione in valore” preclude qualsiasi possibilità sia di cogliere la contraddizione fra lo sviluppo storico-naturale delle forze produttive (Mp/L) e la forma che esse assumono nel modo di produzione capitalistico (c/v), e sia la vera ragione per cui l’aumento della composizione organica, provocando la caduta tendenziale del saggio di profitto, possa e debba risolversi nella crisi dell’accumulazione capitalistica.

Poiché l’unica fonte di valore, e quindi di plusvalore, è la forza-lavoro, la diminuzione relativa del capitale variabile implica che si giunga ad un punto del processo di accumulazione in cui il plusvalore prodotto è divenuto così piccolo, relativamente al capitale complessivo accumulato, che non è più sufficiente a valorizzare l’intero capitale, facendogli compiere il necessario salto di composizione organica.

In altri termini, non ogni quantità di profitto può trasformarsi in un aumento dell’apparato tecnico di produzione: per l’espansione – qualitativa e quantitativa – della scala della produzione è necessaria infatti una quantità minima di capitale addizionale, quantità che nel processo di accumulazione diventa, a causa della crescita accelerata del capitale costante, sempre maggiore.

L’aumento della composizione organica del capitale è una tendenza necessaria allo sviluppo capitalistico e rappresenta la causa delle crisi che si manifesta palesemente nel fenomeno della sovrapproduzione (e folle finanziarizzazione) che investe la società capitalistica (*). L’avvento dell’IA, aggrava ancor più (enormemente) questo stato delle cose.

E veniamo al resto di ciò che ci racconta Pandolfi, che dell’analisi marxiana del capitale deve aver letto un Bignami mentre viaggiava in treno. Scrive: «Marx aveva descritto la tendenza del capitale a comprimere il lavoro vivo; Minsky aveva mostrato come ogni fase di stabilità generi comportamenti che preparano la crisi successiva. L’IA tiene insieme entrambe le dinamiche. Se la storia del capitalismo è una sequenza di “crisi cicliche”, di bolle e correzioni, questa non farà eccezione».

Ah, ecco, abbiamo trovato la formula per il capitalismo quale formazione economico-sociale eterna. Soggetto a crisi, è vero e palese, ma queste si risolveranno poi sempre positivamente, perché il ciclo in ascesa possa di nuovo ricominciare e il caro Pandolfi scrivere le sue omelie apologetiche sul manifesto, che è diventato un quotidiano comunista quanto io di fede cristiana (o altro).

No, caro Pandolfi, questa crisi potrà anche manifestarsi con una serie sempre più ravvicinata di crisi cicliche, di scossoni settoriali e generali più o meno profondi dell’assetto capitalistico, ma tutto ciò va letto alla luce della tendenza generale, ovvero come crisi storica, come crisi generale del modo di produzione capitalistico, almeno per come l’abbiamo conosciuto da qualche secolo a questa parte. Siamo in presenza di un inedito di trasformazione del processo storico di cui nessuno ancora conosce la strada che prenderà.

(*) La categoria del saggio di profitto svolge un ruolo fondamentale nell’economia politica, in quanto il suo movimento è alla base della crisi del modo di produzione capitalistico. Infatti, la tendenza storica dell’accumulazione capitalistica consiste, come evidenziato nel post, in un aumento della composizione organica del capitale e, di conseguenza, in una caduta del saggio del profitto.

Le leggi del movimento del saggio di profitto non coincidono con quelle del saggio del plusvalore, da cui peraltro il saggio del profitto si distingue fin dall’inizio anche quantitativamente. Il saggio di profitto può scendere, anche se il plusvalore reale sale. Il saggio di profitto può salire, anche se il plusvalore reale scende.

Questa legge, diceva Marx, è “sotto ogni aspetto la legge più importante della moderna economia politica [...] È la legge più importante dal punto di vista storico”.

giovedì 26 febbraio 2026

Una rozza riflessione

 

La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria.

Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l'uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo “pagamento in contanti”. [...] Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli. In una parola: ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d’illusioni religiose e politiche.

La dinamo ha sostituito la macchina a vapore, i dispositivi digitali hanno soppiantato quasi tutti i mezzi di scrittura, eppure queste parole, scritte alla luce di una lampada a petrolio e vergate con un pennino d’acciaio, dopo 178 anni non hanno perso di significato.

Pochi anni dopo, Marx scriverà: La ricchezza reale si manifesta – e questo è il segno della grande industria – nell’enorme sproporzione fra il tempo di lavoro impiegato e il suo prodotto, come pure nella sproporzione qualitativa fra il lavoro ridotto ad una pura astrazione e la potenza del processo di produzione che esso sorveglia. Non è più tanto il lavoro a presentarsi come incluso nel processo di produzione, quanto piuttosto l’uomo a porsi in rapporto al processo di produzione come sorvegliante e regolatore.

Saranno gli uomini a porsi in rapporto al processo di produzione come sorveglianti e regolatori, ma in quale numero essi troveranno occupazione per tali attività? E così siamo giunti a quella che chiamiamo impropriamente ma comunemente “intelligenza artificiale”. S’è cominciato con le casse automatiche e i pagamenti digitali, quindi a sostituire i lavoratori con “assistenti digitali” in molti servizi e nei commerci, ora si passa al taglio degli impiegati e presto anche alle posizioni apicali in molteplici attività. Eccetera.

Ancora il Grande Vecchio: La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. [...] Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi fra tutte le epoche precedenti. Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti.

Una riflessione molto più rozza di quella di Marx: dopo aver guardato con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti, venuti meno i salari e gli stipendi, dunque i mezzi per una relativa tranquilla sopravvivenza, a quali determinazioni giungerà la massa degli uomini e donne messi in “libertà”? Né si potrà far troppo conto di provvedervi con l’assistenza statale e la previdenza sociale, posto che il gettito fiscale e contributivo sono destinati, proprio a causa della disoccupazione e sottoccupazione, a un deciso declino.

Tutto ciò scaturisce dal fatto che il capitale tende a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, altrimenti non gli importerebbe nulla dello sviluppo tecnologico. Pertanto, l’aporia non nasce dallo sviluppo della tecnologia, che non possiamo arrestare, ma dall’uso capitalistico che ne viene fatto. O vi sarà una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o andremo incontro alla rovina dell’intera società.