venerdì 7 agosto 2026

La guerra di Zelensky

 

In seguito al ritrovamento di un drone all’aeroporto di Halle/Lipsia mercoledì sera, le circostanze restano come solito poco chiare. Ciononostante, si invocano consultazioni in seno alla NATO e Mosca viene apertamente accusata.

Valeriy Zalushnyj, ex comandante in capo delle Forze armate ucraine e membro del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina, attualmente ambasciatore a Londra, mercoledì durante un evento al Circolo Diplomatico di Kiev, davanti a una platea di ambasciatori occidentali, ha affermato che suo Paese ha ricevuto tutto ciò che la NATO aveva nel suo arsenale, tranne portaerei, missili da crociera Tomahawk e armi nucleari. Ma la Russia, ha aggiunto, ha sempre trovato una contromisura per ogni innovazione occidentale in breve tempo.

Zalushnyj è considerato il candidato più promettente per succedere al presidente Volodymyr Zelensky qualora quest’ultimo fosse costretto a indire nuove elezioni. Ma finché dura la guerra, Zelensky è in una botte di ferro.

La Russia è stata esclusa dal sistema satellitare Starlink solo all’inizio di quest’anno, il che ha causato problemi nell’acquisizione dei bersagli. La Russia ha quindi sviluppato un proprio sistema di comunicazioni spaziali, Rassvet (Alba), e l’ha già messo in funzione. Il regime di Kiev ha confermato che i missili e le bombe plananti russi sono diventati sempre più precisi.

Entrambe le parti in conflitto continuano ad attaccare obiettivi nelle retrovie nemiche. L’Ucraina ha colpito le raffinerie russe di Yaroslavl, a nord di Mosca, e di Ufa, nella regione degli Urali. Secondo fonti russe, almeno 1.200 droni sono stati impiegati simultaneamente contro Yaroslavl. La Russia, da parte sua, ha lanciato un attacco concentrato contro diversi centri logistici a Kiev e dintorni nella notte di mercoledì, distruggendo irrimediabilmente il magazzino centrale del rivenditore online Rozetka, vicino a Kiev. Questa selezione di obiettivi è stata una rappresaglia per gli attacchi ucraini contro il rivenditore online Wildberries.

Sulla linea del fronte il conflitto ha assunto da tempo le forme di una guerra di posizione, di logoramento e annientamento. La UE e la NATO sono già in guerra con la Russia per il fatto che riforniscono il regime di Zelensky di armi, equipaggiamenti, specialisti e supporto tecnologico. E ciò avviene nonostante una clausola del trattato NATO escluda l’adesione degli Stati impegnati in guerre in corso.

giovedì 6 agosto 2026

Il tempo prende, il tempo dà

 

Fondato una trattoria! Più probabile l’abbia sfondata ...

Giunge notizia che è morto Francesco Guccini. Ha scritto qualche bella canzone, una in particolare è la mia preferita. Non è La locomotiva (una lama arrugginita quella anarchica) e nemmeno quella che piace a radio vaticana (né vivo né morto, dio è solo una frottola). La sua canzone che mi piace di più è una ninna nanna nostalgica e molto borghese.

Nelle sue canzoni aveva raccontato spesso della sua vita, e ultimamente avrebbe detto a un tizio che non aveva più voglia di vivere. Diceva anche che non aveva più nulla da dire e però pare che a settembre sia prevista l’uscita di un suo libro. Ogni epoca ha i suoi tramonti, lui quelli sulla via Emilia e io quelli su Porto Marghera. Non è la stessa hit-parade.

Clima: due schieramenti a confronto

Ancora qualche giorno e saremo al dramma. In certe zone vicine a noi qualche piovasco c’è stato, ma qui è da un mese che non cade una goccia d’acqua e sono mesi che non piove per più di mezz’ora. I terreni hanno perso consistenza e compattezza a causa del vento caldo, gli strati superficiali sono diventati polvere. Il mais sta diventado popcorn.

Come in Furore di Steinbeck. Negli Anni Trenta, la combinazione di pratiche agricole intensive ed eventi climatici estremi trasformò i campi coltivati delle grandi pianure degli Stati Uniti in deserti di polvere impraticabili. Nessuno parlò di “cambiamento climatico”, poiché l’evento venne percepito principalmente come una calamità naturale passeggera.

Non si trattò solo di una calamità naturale. I coloni avevano dissodato milioni di ettari di prateria originaria per le coltivazioni intensive, eliminando l’erba autoctona dalle radici profonde che tratteneva l’umidità e proteggeva il terreno. L’introduzione dei trattori e della meccanizzazione pesante polverizzò lo strato superficiale del suolo. Quando arrivò il ciclo naturale di siccità, non ci fu più nulla a trattenere la terra, e i forti venti della regione sollevarono le celebri e distruttive tempeste di polvere (black blizzards).

Anche quella attuale e globale non si può definire una calamità naturale passeggera. Il cambiamento climatico è un fatto scientifico. Sarebbe però sbagliato collocarlo temporalmente solo negli ultimi decenni. Dapprima gradualmente, in modo anche apparentemente contraddittorio, e poi con una sempre maggiore accelerazione, il clima è cambiato e probabilmente cambierà ancora (per dirla in breve: nel senso che farà sempre più caldo). È stato stabilito che la causa principale è antropica (produzione di CO2), ma vi sono indiscutibilmente anche cause geofisiche (indebolimento globale del campo geomagnetico, ecc.).

Limitare le emissioni di gas-serra sicuramente non farà del male al clima. Su come ottenere e dosare questa limitazione, su quali effetti sociali essa produca, è un altro paio di maniche, posto che in sostanza ogni Paese fa alla sua maniera e di per sé non potrebbe fare diversamente. Qualunque politica in tal senso deve tener conto di quelli che vengono chiamati ostinatamente e ostentatamente “crescita” e “competizione”. Inoltre, in generale, qualunque misura di politica ecologica dev’essere compatibile con le esigenze del processo di accumulazione del capitale. Ogni discorso contrario è privo di senso reale.

Pertanto, le uniche certezze misurabili riguardano la crescita spontanea delle forze produttive e il rapido degrado delle condizioni stesse della sopravvivenza, nel senso più generale e più triviale del termine. Solo degli imbecilli possono far notare con gravità seriosa che l’insieme della popolazione mangia meglio. Il problema del degrado della totalità dell’ambiente sia naturale che umano ha già completamente cessato di porsi sul piano della pretesa vecchia qualità, è diventato radicalmente il problema stesso della possibilità materiale di esistenza del mondo che prosegue in tale movimento.

I due opposti schieramenti, sia scientifici che di opinione, sono tra loro speculari. È attraverso di essi che si manifestano le contraddizioni, e la loro spettacolarizzazione, di un processo che ha raggiunto il proprio limite storico, ossia l’impossibilità della continuazione del funzionamento del capitalismo. Anche sotto quest’aspetto si gira in tondo facendo finta che infine la tecnologia risolverà tutto. Visto come vanno le cose, ossia gli inconciliabili interessi in gioco, non è escluso che il dramma includa anche la scomparsa della civiltà umana per come l’abbiamo conosciuta. 

mercoledì 5 agosto 2026

Sulla differenza tra classica e volgare

 

La locuzione “economia politica classica” fu coniata da Karl Marx, il quale elaborò i concetti fondamentali della critica dell’economia politica nel periodo 1850-1863. È in questo periodo che Marx sviluppa in modo organico la sua teoria del valore e del plusvalore, nonché la sua teoria del profitto medio, prezzo di produzione, rendita fondiaria. Tutto ciò che Marx ha realizzato nel campo dell’economia politica prima di questo periodo, lo possiamo definire come la preistoria della sua teoria economica.

Applicando il materialismo dialettico alla conoscenza della società umana, Marx ed Engels ricavano la seguente tesi: ciò che è fondamentale sono i rapporti di produzione che si formano indipendentemente dalla volontà e dalla coscienza degli uomini, come rapporti determinanti e originari, in antitesi ai rapporti ideologici, che nascono passando attraverso la coscienza umana.

I rapporti di produzione sono, a loro volta, dialetticamente uniti alle forze produttive e determinati dal livello di sviluppo di queste ultime. Questo carattere oggettivo dei rapporti di produzione permette di considerare il movimento della formazione economica della società come un “processo storico naturale”, rigorosamente conforme a leggi. In tal modo, la scienza della società viene posta per la prima volta su un fondamento scientifico.

Tra la seconda metà del XVII e l’inizio del XIX secolo, l’economia politica divenne non solo una scienza in generale, ma una disciplina indipendente dalla filosofia e dal diritto, con un oggetto di studio specifico. Marx definì il criterio del rigore scientifico come la comprensione dell’origine del valore e del plusvalore (o delle sue manifestazioni di profitto e rendita fondiaria, nonché di altri derivati) nella produzione. Tale comprensione diventa possibile solo quando la produzione su base capitalistica ha raggiunto un certo livello di maturità e ampiezza e solleva corrispondenti questioni pratiche.

Già nello Schizzo sugli economisti Bastiat e Carey (rimasto incompiuto), Marx delineava esattamente per la prima volta i confini storici dell’economia politica inglese: fine sec. XVII (Petty e Boisguillebert), primo ventennio del sec. XIX (Ricardo e Sismondi). Nel III libro de Il Capitale (cap. 20), scriverà: «La vera scienza dell’economia moderna inizia solo quando la considerazione teorica si sposta dal processo di circolazione al processo di produzione» (*).

Prima della rivoluzione industriale, durante il periodo della cosiddetta accumulazione primitiva, ovvero l’era del monetarismo e del mercantilismo, non vi fu una produzione teorica adeguata perché l’analisi era incentrata sul fenomeno della circolazione. Era quello un capitalismo manifatturiero e agrario; dalla seconda metà del XVIII secolo in poi, con l’avvento dell’industria su ampia scala, la produzione divenne una produzione di merci capitalistica, il che significa che i beni venivano prodotti come merci da vendere utilizzando manodopera salariata.

La questione del valore e del prezzo di queste merci non era solo di rilevanza teorica, ma anche estremamente pratica. I lavoratori erano salariati e producevano plusvalore (il salario copre solo una parte del lavoro erogato). Il plusvalore assumeva la forma di profitto, o guadagno imprenditoriale, interessi e rendita fondiaria (la terra veniva per lo più affittata a affittuari capitalisti che impiegavano salariati), che si accumulavano nelle classi dei capitalisti (imprenditori e prestatori) e dei proprietari terrieri, cosicché si poneva la questione delle leggi che regolassero la distribuzione del valore appena creato.

L’emergere dell’economia borghese classica può dunque essere ricondotto allo sviluppo del capitalismo, che aveva superato le sue fasi iniziali e cominciava a delineare con crescente chiarezza le sue caratteristiche fondamentali.

Marx opera una netta distinzione tra l’economia politica classica, che indaga la coerenza interna dei rapporti di produzione borghesi, con l’economia politica volgare, che si limita ad illustrare l’apparente coerenza di tali rapporti di produzione. Infatti, definisce gli economisti successivi a Petty, Boisguillebert, Smith, Ricardo e Sismondi, come “epigoni o critici reazionari dei classici”.

Nella prefazione al Capitale, Marx scrive che i corifei dell’economia volgare si divisero in due schiere: «Gli uni, gente saggia, amante del guadagno, pratica, si schierarono sotto la bandiera del Bastiat, il più superficiale e quindi il meglio riuscito rappresentante dell’apologetica economica volgare; gli altri, fieri della dignità professorale della loro scienza, seguirono J. Stuart Mill nel tentativo di conciliare l’inconciliabile».

Marx formula un’importantissima tesi: i rapporti di produzione non sono, come sostengono gli economisti borghesi, rapporti tra cose, bensì rapporti tra uomini in relazione a cose. Il prodotto del lavoro concreto è inizialmente solo un prodotto concreto: un falegname ottiene un tavolo; chi pesca, un pesce. La domanda di Marx non era la banalità di stabilire se e come tavoli e pesci siano prodotti del lavoro, ma piuttosto: in che misura tavoli e pesci, espressi in termini monetari, possono costituire un bene privato? Il merito scientifico di Marx risiede proprio nel definire il valore come prodotto del lavoro umano astratto: questo è ciò che Marx chiama il fulcro di tutta l’economia politica. In ciò risiede infatti la comprensione di cosa sia realmente il valore: una relazione sociale e non un prodotto naturale.

Il fatto che tutta la ricchezza materiale abbia origine nella natura e nel lavoro umano, ma che solo il lavoro al servizio della proprietà privata crei la ricchezza astratta qui validata – ovvero il denaro – ha diverse conseguenze: tutti gli attori di questa economia della proprietà privata desiderano il denaro: alcuni lo possiedono già e vogliono accrescerlo, altri ne hanno costantemente bisogno perché devono spenderlo continuamente per sopravvivere.

Il denaro non è altro che proprietà privata nella sua forma astratta, spogliata di qualsiasi valore d’uso con cui un tempo è entrata nel mondo. Il denaro rappresenta una ricchezza socialmente riconosciuta, senza lo stigma di essere utile per altro se non precisamente per l’accumulazione.

Pertanto, la proprietà privata, nella sua forma astratta di denaro, diventa il potere dominante sul lavoro altrui. Tutta la ricchezza materiale che una società capitalista conosce, sotto forma di un’immane raccolta di merci, viene creata al servizio e sotto il controllo della proprietà privata. Il lavoro umano, inteso come processo con e in relazione alla natura, è e rimane, nelle varie fasi storiche del capitalismo così come in qualsiasi altra società pregressa, il fondamento di ogni ricchezza materiale.

Marx mostra come l’”economia” di Proudhon (tanto cara poi a gente come Craxi, Scalfari e ora anche a Canfora) rappresenti un passo indietro rispetto a Smith e Ricardo: «La teoria del valore di Ricardo è l’esposizione scientifica della vita economica presente: la teoria del valore del signor Proudhon è l’interpretazione utopistica della teoria di Ricardo» (Miseria della filosofia, 1847, cap. I. Un testo così dottamente citato ma la cui lettura è quanto mai trascurata).

Marx era ovviamente consapevole che il valore, inteso come ricchezza astratta, non ha origine nel lavoro concreto; sapeva anche che il denaro, in quanto espressione di valore, possiede un’indipendenza dal valore stesso e che, di conseguenza, persino cose prive di valore come la terra possono avere un prezzo. Pertanto, quando i critici della teoria del valore, indicando la terra, gli oggetti d’antiquariato o il capitale fittizio, affermano che il lavoro umano non è l’unica fonte di valore, dicono semplicemente una stronzata. Una delle tante del loro repertorio.

Per tacere di quei coglioni che con sofisticate formulette matematiche pretendono di dimostrare l’esistenza di un presunto problema di “trasformazione” dei valori in prezzi, ovvero la trasformazione del lavoro concreto in valori e quindi in prezzi. Significa non aver capito proprio un cazzo della teoria del valore marxiana.

Il fatto che i padroni e gli apologeti della proprietà privata si rifiutino di riconoscere la connessione tra lavoro umano e valore deriva dalla loro posizione di classe, ovvero dalla loro visione ideologica dell’economia che, anche a livello teorico, cerca di cancellare il fatto che gli schiavi salariati producono la ricchezza da cui sono separati.

Oggi come allora, l’economia borghese è quell’insieme eterogeneo ma ideologicamente normato di dottrine esistenti e dominanti che servono principalmente gli interessi dei capitalisti, i proprietari dei mezzi di produzione (per dirla in modo semplice: la borghesia), e difendono l’ordine economico capitalista.

I movimenti politici e i partiti riformisti hanno abbellito lo sfruttamento con lo slogan secondo cui i lavoratori possono essere orgogliosi di tutto ciò che producono, sottacendo quale sia il vero prodotto del loro lavoro in questa società: nient’altro che la ricchezza monetaria che sono tenuti ad accrescere e dalla quale sono esclusi per tutta la vita; ricchezza che, peraltro, si presenta loro come un dominio sul proprio lavoro.

(*) Tra i maggiori economisti classici, vanno citate figure come il famoso Adam Smith (1723- 1790), il fisiocratico (e medico personale di Madame de Pompadour) François Quesnay (1694-1774) e David Ricardo (1772-1823). Tra i fisiocratici vanno annoverati Pierre Samuel du Pont des Nemours (1739–1789), Jacques Turgot (1727–1781) e anche il marchese de Mirabeau (1715–1789). Altre figure di spicco includono: William Petty (1623–1687), considerato il fondatore della statistica economica; Pierre Le Pesant de Boisguilbert (1646– 1714), noto per la sua difesa dei socialmente svantaggiati e oppressi; John Locke (1623–1704), la cui teoria della proprietà ha influenzato il pensiero giuridico, filosofico ed economico fino ai giorni nostri; John Law (1671–1729), che sviluppò una teoria e una politica monetaria originali, ma che scatenò anche la prima grande crisi bancaria della storia nel 1720; Bernard de Mandeville (1670–1733), autore di una brillante satira economica con la sua Favola delle api e Simonde de Sismondi (1773–1842), che fornì una delle prime spiegazioni di una crisi. Personaggi come il rev. Thomas R. Malthus (“ciò che in A. Smith è geniale diventa nel Malthus una posizione reazionaria contro il punto di vista del Ricardo, cit. Marx, Teorie sul plusvalore, vol. I) e John Stuart Mill (1806–1873), nonché il francese Jean Baptiste Say (1767– 1832), Marx li esclude dai pensatori dell’economia classica perché le loro concezioni sull’origine del valore e della ricchezza sono caratterizzate da prospettive apologetiche e “volgari”, ovvero superficiali.

Riservo qui in nota qualche riga a Ricardo e poi all’opera principale di Quesnay, Tableau Économique. Ricardo viene spesso descritto come un economista pessimista. Ciò è dovuto alle sue inquietudini sul calo del saggio di profitto, che turbarono e turbano la borghesia. Ricardo non trasse conclusioni sul destino del capitalismo dalle sue inquietudini sul calo del saggio di profitto; riteneva che il progresso tecnologico avrebbe contrastato a sufficienza il calo del saggio di profitto. Marx, stimolato dalle riflessioni di Ricardo, iniziò ad esaminare in dettaglio il fenomeno del calo del saggio di profitto (saggio, non la massa del profitto!), ma spiegò questa tendenza in modo completamente diverso: il progresso tecnologico non arresta il calo del saggio di profitto, bensì lo provoca.

Ancora oggi, la teoria del commercio internazionale di Ricardo – la teoria del vantaggio comparato – rimane un pilastro dei manuali di economia. Egli utilizzò un esempio numerico per dimostrare che la divisione internazionale del lavoro e il libero scambio avvantaggiano anche i paesi meno sviluppati. Tuttavia, il suo modello è solo un esercizio accademico, facilmente smentito da qualsiasi accenno di realtà, che contraddice l’idea dei vantaggi incondizionati di un regime di mercato globale completamente libero e non regolamentato per tutti i paesi partecipanti. Oggi abbiamo l’esempio della Cina, e del resto basterebbe dare un’occhiata non solo a Marx, ma a Paul A. Samuelson.

Il Tableau Économique di Quesnay è un modello grafico del flusso circolare del reddito. Illustra come e in che misura i risultati della produzione di beni circolano e vengono distribuiti tra le tre classi della società (Quesnay, per quanto fosse favorevole alla monarchia assoluta, fu il primo a collegare le differenze tra le classi al loro ruolo economico nel processo di riproduzione: la classe produttiva, la classe dei proprietari e la classe sterile). Marx descrisse il modello come “un’idea ingegnosa, indiscutibilmente la più ingegnosa che l’economia politica abbia finora prodotto” (Teorie sul plusvalore, vol. I, cap. 5). Non solo ispirò il modello di riproduzione di Marx sotto forma di sistema di equazioni (Libro II), ma servì anche da modello per l’analisi input-output (noto anche come matrice Leontief)), sviluppata dal successivo premio Nobel per l’economia Wassily Leontief (1906-1999), che oggi rappresenta un importante strumento per lo studio empirico dei flussi di beni e denaro.

martedì 4 agosto 2026

Dimorfismo stagionale

 

Avevo intenzione di regalare ai lettori del blog un post, ovviamente lungo, sulla storia dell’economia politica. Principalmente perché l’idea che solo il lavoro crei valore è considerata da tempo superata, e chiunque invochi la “teorie del valore” è visto come irrimediabilmente obsoleto. Dunque, volevo offrire una ricostruzione storica di una banalità tutt’altro che insignificante.

Poi ho pensato: in agosto, con questo caldo, in procinto per partire o già partiti per il ferragosto? Meglio parlare di abbronzatura, o qualcosa che gli somigli. E dunque dirò qualcosa a proposito dell’abbronzatura dell’ornitorinco, un animale che ci somiglia fisiologicamente più di quanto non si creda comunemente: è un mammifero semi-acquatico, ha pelo, zampe palmate, una coda simile a quella di un castoro, un becco simile a quello di un uccello e, pur essendo un mammifero, depone le uova.

Nel caso non ve ne foste accorti, la maggior parte degli umani hanno la coda, spesso una coda lunga-lunga. E quanto alle uova, le deponiamo in frigo fino al momento di romperle. Quanto al becco, non ci sono dubbi. Infatti, spesso viene usata la locuzione “chiudi il becco”. Oppure: “non ha aperto becco”. Quanto al pelo, c’è un sacco di umani che hanno il pelo lungo, specie sullo stomaco. A volte anche un cuore peloso, donde deriva l’espressione “carità pelosa”. Insomma, genere Homo e Ornithorhynchus anatinus, anche se dicono di non essere parenti stretti, abitano entrambi nello stesso stagno.

Vengo al punto: la natura degli organelli che producono il pigmento nel pelo dell’ornitorinco: i melanosomi. Sono rotondi e almeno parzialmente cavi, una caratteristica precedentemente nota solo negli uccelli. In tutti gli altri mammiferi studiati fino ad oggi, sono solidi. Ecco dunque una caratteristica peculiare che ci distingue da quest’animaletto simpatico e fricchettone.

Esistono due forme predominanti del pigmento melanina: l’eumelanina, che produce tonalità scure e si trova principalmente nei melanosomi allungati, e la feomelanina, che produce tonalità rossastre, brunastre e arancioni e si forma nei melanosomi arrotondati. Sebbene i melanosomi arrotondati siano ora predominanti negli ornitorinchi, questi animali hanno una pelliccia marrone scuro.

Si sospetta che i melanosomi cavi abbiano facilitato l’adattamento degli animali alla vita acquatica. Perciò, date un’occhiata ai vostri melanosomi prima di fare il bagnetto in mare. Se i vostri melanosomi non sono cavi ma solidi, dunque se non siete mutati in anatinus, suggerisco di non allontanarvi troppo dalla riva.

Caro carburanti: il ritorno sarà così.

lunedì 3 agosto 2026

Il solito odore

 

Così chiude il suo post Massimo Mantellini a riguardo delle dichiarazioni fasciste di quello che attualmente è il presidente del senato. Sostiene Mantellini che i commentatori fascisti vanno da un’altra parte a imbrattare, non più sui social network dei principali esponenti dell’attuale governo. E dove vanno? Non lo so perché non frequento, ma di sicuro molti commentatori fascisti sono sulle prime pagine dei giornali e in televisione. E sono così ben camuffati (vorrebbero esserlo) che sembrano persone normali. Ascoltati per una manciata di secondi e capisci trattarsi della solita merda che ha cambiato colore ma ha mantenuto sempre lo stesso odore.

domenica 2 agosto 2026

La corsa agli armamenti pubblicitari

 

Questa mattina, poco dopo aver scorso le pagine del mio solito giornale domenicale, mi è venuta in mente una frase attribuita ad Andreotti.

Le case di produzione e distribuzione cinematografica, soprattutto statunitensi, investono somme considerevoli nella promozione dei film, spesso paragonabili o superiori al budget di produzione stesso.

La maggior parte dei film è in deficit rispetto ai meri incassi nei cinema, per cui ci si è spinti ben oltre il vintage pseudo-subliminale delle sigarette Muratti e del whisky J&B. Più recente è la marchetta promozionale a favore di certe località, dove vedi Roma o la Provenza con gli occhi degli specialisti della seduzione turistica, seguendo le tracce di tutti i luoghi mitici e immaginari della “cultura” di massa.

Per Odissea (The Odyssey) di Christopher Nolan, il regista pluripremiato (anche per colossali polpettoni come Interstellar, Tenet, Oppenheimer ...), l’investimento nella promozione e nel marketing si aggira intorno al 50% del budget di produzione, ovvero circa 125 milioni di dollari.

Promuovere un film simultaneamente in decine di paesi richiede campagne locali costosissime. Ma perché un buon film avrebbe bisogno di tali campagne promozionali? Si sostiene che il successo di un film ora dipende dai suoi primi tre giorni nelle sale. Bisognerebbe chiedersi il perché, e in tal caso il discorso si farebbe lungo e afoso.

Perciò torno col discorso all’inizio: dove investono tanti quattrini? Acquisto di spazi pubblicitari: televisione, cartelloni pubblicitari, trailer, quindi “collaborazioni” con influencer, interviste (standardizzate), pubblicità mirata su TikTok, Instagram e YouTube. E ovviamente promozione con pubblicità palese e con i cosiddetti “redazionali” sui giornali.

Insomma e in sintesi, si tratta di un’unica narrazione che marginalizza l’analisi indipendente a favore dei contenuti promozionali, ossia spiccia le faccende della strumentalizzazione delle opinioni, con un approccio più incentrato sul clamore e sulla raccomandazione che sul (presunto?) distacco critico.

Questa domenica, l’inserto del Sole 24ore è tutto speciale, ossia dedicato completamente a Ulisse. E ovviamente, fin dalla prima pagina, si parla del film di Nolan, ora nelle sale cinematografiche. Ma l’inserto ha un suo stile, che non è quello della smaccata marchetta. È una fellatio vellutata, consona a un pubblico non triviale come invece potrebbe essere quello di altri più dozzinali quotidiani. E soprattutto lo fa senza avere in cambio alcuna dichiarata mercede. Esclusiva offerta di riflessione, cultura e diletto orgasmico ai propri lettori. Insomma, un pompino “a gratis” e per la mera soddisfazione di un dovere compiuto.

L'aneddoto di Most

 

Nel dicembre del 1984, la Fondazione Marx-Engels di Wuppertal ricevette in dono da un libraio antiquario di Düsseldorf un vecchio libretto senza retrocopertina. Si scoprì che si trattava della copia personale di Marx, a lungo ritenuta perduta, della seconda edizione di una riduzione de Il Capitale redatta da un certo Johann Most nel 1873 (*).

La prima edizione di quell’opuscolo di Most, pubblicata a Chemnitz, aveva per titolo Capitale e lavoro. Compendio popolare del Capitale di Karl Marx. La seconda edizione conteneva diverse correzioni, che l’Istituto per il Marxismo-Leninismo di Berlino, consultato per un’analisi, confermò essere autografe di Marx, il quale aveva consentito a Most di ripubblicare il suo riassunto a condizione che il suo nome non comparisse, ciò a dimostrare della scarsa considerazione che Marx attribuiva al compendio di Most e la possibilità di correggerne solo gli errori più gravi.

Come si era arrivati a questa seconda edizione della riduzione de Il Capitale da parte di Most e con le correzioni di Marx? Nell’estate del 1875, Wilhelm Liebknecht e Julius Vahlteich, in qualità di rappresentanti del Partito operaio socialdemocratico, si rivolsero a Marx chiedendogli di rivedere l’opuscolo di Most per una nuova edizione.

Marx acconsentì e si mise subito al lavoro, nonostante la sua salute cagionevole. Quasi un anno dopo, nell’aprile del 1876, il pamphlet fu stampato e Marx ne ricevette diverse copie che, come su sua richiesta, non recavano il suo nome.

Marx si mostrò subito poco entusiasta (eufemismo) dell’opuscolo. Nella lettera a Adolpf Sorge, del 27 settembre 1877, lo descrisse come “pieno dei peggiori refusi” di stampa. Dolendosi del comportamento di Liebknecht e Vahlteich per come era stata condotta la faccenda, denunciava “le molte asinate commesse da Most”, descrivendolo come “un ragazzo futile, sempre pronto a utilizzare subito come materiale per uno stampato qualunque cosa legga”. Chiosava Marx: “infine l’opuscolo uscì brulicante di refusi che ne travisano il senso!” (Marx-Engels, Lettere 1874-1879, ediz. Lotta comunista – vol. XLV non edito della MEOC –, p. 225).

La divulgazione, ovvero la semplificazione di un testo scientifico, è possibile solo se questo è stato realmente compreso. In questo caso, Most si trovò in difficoltà, tanto che, invece di limitarsi a rivedere il vecchio testo, Marx ne scrisse in gran parte uno nuovo. Si sentì costretto a riscriverlo a causa di due principali debolezze nell’opera di Most: la mancata comprensione del concetto di valore e la mancanza di comprensione delle forme di valore. Vale a dire i pilastri dell’economia politica e della analisi critica compiuta da Marx.

Solo un esempio: Most tratta il nucleo della teoria del valore in modo molto conciso e confuso (15 righe!), mentre Marx vi dedica oltre venti pagine ne Il Capitale. Sebbene Marx nelle sue revisioni testuali non mettesse in discussione il principio di divulgazione di Most, ovvero l’uso delle sole categorie indispensabili, resta il fatto che Most non arrivò nemmeno a comprendere chiaramente l’importanza della contraddizione intrinseca e divaricantesi tra valore e valore d’uso all’interno della merce.

Come nel caso della forma di valore, la debolezza di Most nella comprensione dei concetti qualitativi ebbe un impatto negativo anche sulla sua concezione dei salari. Così come non riuscì a cogliere il denaro come forma necessaria di valore, trascurando il fatto che il valore o il prezzo del lavoro, sebbene invertito, sono comunque espressioni reali del valore o del prezzo della forza-lavoro.

Most sa che i salariati vengono pagati solo per la loro forza-lavoro erogata, che permette l’estorsione di plusvalore. Tuttavia, non riesce a spiegare perché la realtà sia diversa, per cui i salari sembrerebbero remunerare non solo la forza-lavoro, ma tutto il lavoro erogato, un’illusione diffusa anche nel Partito socialdemocratico.

Ad ogni modo, Marx mantiene la struttura dell’estratto, diviso in 13 sezioni, perché segue la struttura de Il Capitale. Tuttavia, non lasciò una sola pagina invariata, apportando quasi trecento modifiche stilistiche o terminologiche. In ogni sezione opera delle riformulazioni, perlopiù chiarimenti concettuali. In totale, i nuovi testi, ciascuno composto da almeno una frase completa, costituiscono oltre il venti percento dell’intero testo.

Marx commentò la sua revisione nella lettera del 14 giugno del 1876, quando inviò una copia della seconda edizione del Most a Sorge a New York: “... non mi sono citato, perché altrimenti avrei dovuto cambiarvi ancora di più (la parte sul valore, denaro, salario lavorativo e qualche altra cosa l’ho dovuta cancellare dal tutto e introdurre al suo posto roba mia)” (**).

Most, possiamo immaginare, non devessere stato molto contento delle corpose correzioni di Marx. Tuttavia, non deve essere stato questo il motivo per il quale il giovanotto futile abbracciò sempre di più l’anarchismo, compresa la dottrina dell’incitamento delle masse alla rivoluzione attraverso atti di violenza spettacolari. Nel 1885 pubblicò la Scienza rivoluzionaria della guerra; un manuale di istruzioni “sull’uso e la fabbricazione di nitroglicerina, dinamite, cotone fulminante, fulminato di mercurio, bombe, ordigni incendiari, veleni, ecc.”. Sarebbe piuttosto divertente da leggere oggi, ma nondimeno una tragica testimonianza della parabola di un modesto talento politico.

Il 18 aprile 1883, Engels, in una lettera a Philip Van Patten a New York, a proposito del suo rapporto con Most e con Marx, scrisse che lo avevano incontrato a Londra “non più di una volta, al massimo due”, da quando “le sue nuove elucubrazioni anarchiche sono apparse sul giornale”. “Avevamo per il suo anarchismo e per la sua tattica anarchica lo stesso disprezzo che avevamo per coloro da cui egli aveva appreso tutt’e due le cose”.

Engels proseguiva nella lettera: “Quando era ancora in Germania, Most pubblicò un compendio “popolare” de Il Capitale. Fu richiesto a Marx di rivederlo per una seconda edizione. Feci questo lavoro insieme con Marx. Trovammo che era impossibile fare qualcosa di più che togliere le peggiori cantonate di Most se non volevamo riscrivere tutto il lavoro da cima a fondo. (Ibidem, vol. 47, p. 11)

(*) Chi volesse leggerlo in rete, qui.
Il testo della seconda edizione di quell’estratto divulgativo apparve successivamente ristampato nella DDR nel 1967 e poi nella RFT a cura di H.M. Enzensberger nel 1972. La Fondazione di Wuppertal ne curò una ristampa anastatica nel 1985 (edita da Marxistische Blätter, Francoforte sul Meno). Nel 2025 una nuova ristampa, pubblicata a Berlino dalll’editore Henricus (noto anche come Hofenberg). L’originale annotato da Marx è custodito presso la Karl-Marx-Haus a Treviri.

(**) La traduzione inglese apparve a puntate a New York dal 30 dicembre 1877 al 10 marzo 1878 sul settimanale socialista The Labor Standard. Nell’aprile del 1878, F.A. Sorge pubblicò la serie in un opuscolo intitolato Estratti dal Capitale di Karl Marx (Marx non fu accreditato come autore, né lo fu Most). Il traduttore fu Otto Weydemeyer, che, come Sorge, era attivo nella Prima Internazionale e figura di spicco del Partito dei Lavoratori degli Stati Uniti (1876-1878). Ancor prima della stampa, Marx accettò di correggere le bozze della traduzione per eventuali errori, qualora fosse stata pubblicata una ristampa (ristampa che non si concretizzò mai). Per l’Inghilterra, Marx propose un’edizione emendata, “ma in modo tale che io scriva alcune parole di prefazione, mentre l’opera stessa appaia a nome di Weydemeyer”.

Questo il modo in cui il “pappagallo stocastico” interpreta quello che definisce “aneddoto”, prendendo fischi per fiaschi: il Manifesto del Partito comunista per l’opuscolo di Most.

venerdì 31 luglio 2026

Morale estiva

 

Oggi si registra la giornata più torrida del mese di luglio. Ciò mi riporta alla memoria un altro 31 luglio, di un’epoca meno volgare del presente. Fu quella la giornata più calda dell’estate. Più che per la calura, quel giorno è rimasto indelebile (non solo a me) per ciò che ci fu preparato per pranzo.

In spiaggia c’era troppa luce, troppa esposizione, tutto era abbagliante. Fuggimmo quella luce violenta ben prima del solito orario di rientro. La padrona di casa era già sui fornelli esibendosi come cuoca nel solo piatto della cucina italiana di cui potesse andare fiera: alcuni tagli di carne, tratti dal cadavere di un bue, bollivano nel relativo brodo. Quello era precisamente il nostro pranzo per quel giorno.

Sono quelle situazioni di disperazione nelle quali ti chiedi perché la nave dell’esistenza ti abbia condotto su quegli scogli. Ci fu risparmiata la pornografia: la carne lessata cosparsa di yogurt fatto in casa o con salse barocche.

Tra sospiri e gocciolamento di sudore (allora non c’erano i condizionatori) riuscimmo a inghiottire il brodo caldo al limite dell’ustione. Trangugiammo anche una fetta di carne e la scorta di giardiniera sottaceto (che così mi venne in odio). Quando discorro di autoritarismo parlo con cognizione di causa.

Dunque, la morale di questo breve scritto è questa: non lamentiamoci del caldo eccessivo, potrebbe capitarci anche di peggio.

giovedì 30 luglio 2026

Se non è zuppa ...

 

Possediamo un termine adeguato nel descrivere la peculiarità dello stato intermedio tra democrazia e fascismo? Non si tratta solo di una questione terminologica, mi pare evidente. I movimenti e i partiti di destra odierni non presentano il carattere organizzato del fascismo storico (squadrismo, per esempio) con le sue forze paramilitari (ad eccezione dell’ICE di Trump), ma operano piuttosto all’interno delle istituzioni costituzionali. Dunque, poiché l’estrema destra odierna differisce significativamente dal fascismo storico, vengono adoperati termini come neofascismo, postfascismo, eccetera. Sono adeguati a definire l’attuale ascesa della destra?

Se si abbandona il concetto di fascismo come dittatura totalitaria e apertamente terroristica, e quindi anche lo strumento analitico per comprendere tale forma di governo, si rischia di sottovalutare il pericolo rappresentato da attori autenticamente fascisti, come i gagliardi eredi dell’ex Movimento Sociale italiano oggi denominato Fratelli d’Italia. Va da sé, tra l’altro, che il fascismo storico non era rappresentato solo dal suo truce capo o da elementi come, per citare un nome noto, Farinacci. Erano fascisti o simpatizzanti anche i Bottai, i Gentile, Marconi, Pirandello e, almeno all’inizio, uno come Benedetto Croce, fautore di “una dittatura provvisoria”. Senza dimenticare Gabriele Rapagnetta, per molti versi uno dei lirici ideologi del fascismo, checché ne possano dire i suoi attuali apologeti e cantastorie.

Per analizzare gli attuali movimenti di destra non è necessario offuscare la definizione di fascismo, poiché a questo scopo esiste da tempo una categoria ben definita: quella dell’autoritarismo. L’evoluzione verso un capitalismo autoritario è sotto gli occhi di tutti, a ragione del fatto che il compromesso sociale del dopoguerra non è ritenuto più necessario, per motivi fondamentali che qui non è il caso d’indagare (ai quali si aggiunge il miglioramento di condizione sociale del proletariato, l’estinzione di una sinistra almeno larvatamente antagonista e di lotta, ecc.).

Da un punto di vista sociologico, l’autoritarismo compensa un’insicurezza sociale reale vissuta su più piani, anche se spesso strumentalizzata (dalla destra per creare allarme sociale e consenso elettorale, dalla “sinistra” per il motivo opposto, richiamare l’attenzione sul fallimento delle politiche governative della destra). Tuttavia, non si deve confondere l’autoritarismo con il fascismo, che può essere combattuto solo attraverso la violenza organizzata, in ultima analisi con mezzi militari.

Ciò detto, si deve tener presente che i movimenti fascisti o neofascisti attuali non puntano a raggiunge un potere indipendente, ma si integrano nel sistema politico esistente, sia sul piano interno e sia per quanto riguarda le alleanze internazionali (UE, NATO, ecc.). Per il momento. Ciò a cui infine puntano (oltre alla famelica occupazione e gestione del potere ad ogni livello), è un nuovo ordine politico ed istituzionale.

Mentre le formazioni autoritarie hanno origine dalla nuova dimensione assunta dal sistema monopolistico, ovvero dai gruppi capitalisti dominanti e dalle élite borghesi, il fascismo del XXI secolo, come già i fascismi del secolo precedente, tende ad impadronirsi del potere politico e statuale partendo dalla situazione di crisi che investe le democrazie occidentali. Dunque, se non è zuppa, è pan bagnato.

mercoledì 29 luglio 2026

Anestesie

I loro prezzi impoveriscono le persone, le loro emissioni alterano il clima e distruggono l’ambiente: le sei maggiori compagnie petrolifere del mondo (BP, Chevron, Total, Exxon Mobil, Shell ed Eni) hanno raddoppiato i loro profitti nel secondo trimestre del 2026.

I profitti totali previsti per le sei compagnie petrolifere e del gas nel 2026 ammontano a 147 miliardi di dollari, secondo Oxfam. Più dei profitti dei 21 mesi precedenti (da aprile 2024 a dicembre 2025. La sola società francese Total Energies ha annunciato martedì di aver aumentato il suo utile netto rettificato nel secondo trimestre del 67%, raggiungendo i 6 miliardi di dollari.

Secondo il portavoce di Oxfam, è necessario un radicale cambio di rotta: “la necessaria trasformazione verso un’economia orientata al bene comune”, finanziata tassando gli enormi profitti delle imprese. Sciorinano una sfilza di numeri su quanto “bene comune” deriverebbe da una maggiore tassazione dei profitti. Dopo averli letti, quesi numeri salvifici, mi sento già meglio.

Dunque, secondo questi bonzi di Oxfam e tanti gabbiani della retorica mediatica, si tratterebbe di una questione di profitti “eccessivi” a fronte di una insufficiente imposizione fiscale. Altro che la Vecchia Talpa, è l’ideologia libero-scambista ad aver scavato in profondità. Per carità, non tocchiamo le multinazionali, semplicemente tassiamole di più. Resti intonso ciò che conferisce loro una posizione dominante nella società.

Succede un po’ come con quelli che credono di poter mitigare il cambiamento climatico con il dispendio di tecnologie. Dopo aver tratto profitto dai processi produttivi che hanno inquinato il pianeta, logica vuole che la medesima dinamica economica venga applicata ai processi che dovrebbero ridurre tale inquinamento.

I miglioramenti che si possono realizzare sul terreno dell’imposizione fiscale, non cambiano in nulla la natura del capitalismo e non costituiranno mai una variabile indipendente dalle dinamiche dell’accumulazione capitalistica.

Voi, della pigra sinistra, del finto-democraticismo da governo, continuate a chiamarla economia di mercato. Per ciò che può importare il mio giudizio, lo chiamo sistema monopolistico delle multinazionali, che si esplica nel totalitarismo economico e sociale. Voi, fanghiglia democratico-liberale, continuate a chiamarlo mondo libero, io vi chiamo puttanieri dell’europeismo. 

martedì 28 luglio 2026

Coglioni, ve lo meritate

 

Metti che queste donne, sottoposte alla poliginia, fossero cattoliche ... Moriremo discutendo di queste cazzate medievali. Non si vuol proprio capire che il khimar, il niqab e il burka non sono solo dei pezzi di stoffa, ma sono strumenti patriarcali di dominio e ingranaggio fondamentale che sorregge le teocrazie islamiche.

Per milioni di ragazze e donne in tutto il mondo che non hanno altra scelta se non quella di indossarli. Una vergogna, in questa parte del mondo che si proclama “libera”. L’isolamento delle donne che resistono all’islam deriva dall’atteggiamento della sinistra, dalla paura di essere accusati di islamofobia.

Per contrappunto, la stessa cosa succede con Israele, la paura di essere definiti antisemiti. Ma sarà anche l’ora di mandare a fanculo il miserabilismo della sinistra?

Nel 2018, quei merdaioli mantenuti del Parlamento europeo invitarono a difendere “la libertà di indossare il velo”. Imbecilli che scelsero di battersi affinché le adolescenti potessero esibire la loro “modestia” e i loro simboli religiosi a scuola o i loro burkini nella piscina comunale.

Qualche tempo fa scrissi che Vannacci avrebbe potuto sfiorare il 10%. Avanti così, che da qui a un anno il 20% non è un miraggio. Rosicchierà un po’ di qua e di là, dunque non solo a destra. Ve lo meritate, il Vannacci.

Non ancora

 

L’epoca di un mondo in frantumi produce semplicemente persone in frantumi. Se queste persone hanno influenza politica, denotano disturbi comportamentali come la megalomania e il narcisismo. Chiunque aspiri a una posizione di rilievo nella classe politica deve necessariamente acquisire tali psicopatologie. Fino al punto da immaginarsi nelle vesti di un papa o di un imperatore romano.

È sbagliato definirli fascisti, come faccio anch’io di solito. Siamo in presenza di qualcosa di diverso, una trasformazione autoritaria di un sistema che simula la democrazia, non più sufficiente nella salvaguardia del capitalismo. Un sistema basato sulla paura e la falsa speranza, ma che non possiamo chiamare fascismo. Non ancora almeno. Ed è qui che sta l’inganno.

lunedì 27 luglio 2026

La conseguenza della strategia ucraina

È possibile che la nave mercantile iraniana, che l’Ucraina ha affermato di aver affondato nel Mar Caspio, trasportasse effettivamente rifornimenti militari. Ciò non è più verificabile perché la nave è esplosa e successivamente è presumibilmente affondata.

La Russia non ha più bisogno dei droni iraniani, come accadeva nelle prime fasi della guerra. Ora li produce e li modernizza. Né l’Iran ha bisogno delle armi che è in grado di produrre autonomamente.

Dunque, qual è la ragione dell’attacco ucraino a circa 2.000 chilometri dal proprio territorio? Si sta offrendo all’amministrazione Trump, che non ha ancora sotto controllo le conseguenze della guerra che ha scatenato nel Golfo Persico?

La notizia è un’altra e l’ha data il Wall Street Journal: funzionari del governo statunitense hanno esortato l’Ucraina in termini inequivocabili ad astenersi da futuri attacchi contro le petroliere che trasportano petrolio dal Kazakistan, anche se battono bandiera russa.

Questo perché il petrolio kazako esportato in Occidente appartiene a un consorzio che comprende importanti società statunitensi. Una di queste, la Chevron, si è già lamentata con Trump. Il consorzio Caspian Pipeline sarebbe stato costretto a interrompere la produzione nel più grande giacimento petrolifero del Kazakistan a causa della sua limitata capacità di stoccaggio e quindi della mancanza di alternative di trasporto.

Il porto russo di Novorossiysk è un importante snodo per l’esportazione di petrolio e il punto di arrivo di un oleodotto, in parte di proprietà della Chevron, che fornisce il 2% del fabbisogno giornaliero mondiale di petrolio.

Perché l’Ucraina ricorre a tali misure, che di fatto danneggiano terze parti? Innanzitutto e molto semplicemente perché ora ne ha il potere. E la Russia al momento non ha molto da contrattaccare. Tuttavia, non crollerà per questo. In secondo luogo, è nell’interesse dell’Ucraina internazionalizzare al massimo il conflitto con la Russia e trascinare gli Stati Uniti pienamente nel conflitto.

L’amministrazione Trump non può certo rimanere indifferente all’andamento dei prezzi del petrolio. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha già fatto aumentare i prezzi del petrolio (altro che la storiella dei Patriot raccontata dai media oggi), cosa che si riflette anche nei prezzi delle stazioni di servizio statunitensi. E tra tre mesi, Trump deve vincere le elezioni di medio termine se non vuole diventare un tacchino arrosto.

La conseguenza ironica della strategia ucraina è che la Russia trarrà vantaggio, nel breve termine, dall’aumento dei prezzi del petrolio. Presumibilmente, quindi, la strategia ucraina non è in realtà una vera e propria strategia, ma semplicemente una trovata pubblicitaria di breve durata. Roba per gente di bocca buona. Non serve fare nomi.

domenica 26 luglio 2026

La lotta per la democrazia

 

È chiamato democratico un sistema dove si va a votare, poco importa di che si tratti realmente. Si vede la democrazia dalla prospettiva della propria posizione di privilegio anziché cogliere la realtà delle cose per ciò che sono: ovvero che la democrazia è l’enigma irrisolto di tutti sistemi sociali e delle loro costituzioni.

Infatti, importa nulla se si tratta di un sistema dove le banche razziano decine di miliardi di utili netti l’anno; dove i gestori dei servizi, attraverso tariffe basate sul più puro sistema di grassazione, macinano miliardi; un sistema che consente a delle gang la gestione dei beni demaniali versando all’erario quattro spicci. Eccetera, eccetera, eccetera ...

Se questa è dunque “la democrazia”, per rifarmi solo al caso nostro, allora che cos’è il totalitarismo? Possono cambiare i governi, di ogni colore, ma ciò che non cambia sono i rapporti sociali, ossia i rapporti tra quelli che hanno in mano il timone e chi invece deve solo remare e votare. Dove condurre la nave e che cos’è la democrazia lo decidono loro.

Il ricatto democratico sta proprio in questo: se vuoi la tua scodella di riso e l’abbonamento a DAZN, devi remare. E poco importa se dalla stiva sale qualche borbottio. Fa parte della “vera” democrazia, dicono. Un semplice disturbo di fondo, che non sposta di una virgola la questione fondamentale: quella dei rapporti sociali.

Ma che cosa sono questi “rapporti sociali”, chiederà l’ingenuo. Semplice: innanzitutto i rapporti di proprietà. Ah no, di qua non si passa, rispondono. I rapporti di proprietà non possono essere messi in discussione. Se t’azzardi a qualcosa di più del mero borbottio, del chiasso televisivo e di fondo, allora finisci di là del muro.

Dunque, quali sarebbero i mezzi legali, detti democratici, per ottenere un cambiamento di tali rapporti sociali? Non esistono mezzi legali, sarebbe una contraddizione che la classe dei padroni del vapore prevedesse mezzi legali per mutare gli attuali rapporti sociali. La democrazia è la verità del potere, ma non è la verità della democrazia.

A fronte di ciò e di molto altro, i fascisti di destra, sinistra, centro o altrimenti camuffati, chiamano “terroristi” dei giovani che protestano lanciando sassi e fuochi d’artificio. Ringraziassero il loro dio democratico che quei giovani non hanno, finora, piena coscienza di che cosa sia e in che cosa consista una vera battaglia per il potere. Cioè una vera lotta per la demo-crazia.

Accadde settant'anni fa

 

Nella notte tra il 22 e il 23 luglio 1952, una congiura di ufficiali egiziani, a capo dei quali c’era anche Gamal Abdel Nasser, rovesciò re Farouk. Nasser assunse la carica di vice-capo del Consiglio del Comando della Rivoluzione. Nel 1953 divenne ministro dell’Interno e nel 1954 assunse la carica di primo ministro in seno al nuovo ordinamento statale. Propose di modernizzare l’economia e rafforzare l’esercito. Nel giugno 1956 divenne presidente dell’Egitto dopo aver destituito il generale Muammad Naīb.

Nasser si fece portavoce di un discorso nazionalista arabo che gli permise di guadagnare popolarità. Il suo messaggio fu ampiamente diffuso dalla stazione radio Voce degli Arabi, creata nel 1953.

Il 19 luglio 1956, il Segretario di Stato americano John Foster Dulles annunciò all’ambasciatore egiziano a Washington, Ahmed Hussein, che il suo governo si sarebbe ritirato dall’impegno assunto nel dicembre 1955 di partecipare, insieme alla Gran Bretagna e alla Banca Mondiale, al finanziamento della prevista diga di Assuan.

“Gli sviluppi degli ultimi sei o sette mesi” non erano stati esattamente favorevoli a “generare benevolenza nei confronti dell’Egitto presso il pubblico americano”, spiegò Dulles al diplomatico egiziano. Nessun altro progetto di cooperazione internazionale era così impopolare negli Stati Uniti come la diga di Assuan. La causa principale della resistenza era “la sensazione che il governo egiziano stia collaborando strettamente con coloro che ci sono ostili e vogliono danneggiarci in ogni modo possibile”.

Dulles alludeva, tra le altre cose, al fatto che l’Egitto aveva concluso un importante accordo per la fornitura di armi con l’Unione Sovietica nel settembre dell’anno precedente, che formalmente doveva essere gestito tramite la Cecoslovacchia. Questo, tuttavia, era già noto nel dicembre del 1955, quando Washington e Londra promisero il loro sostegno finanziario. A ciò si aggiunse l’instaurazione di relazioni diplomatiche tra l’Egitto e la Repubblica Popolare Cinese il 16 maggio 1956.

Nasser si trovò ad affrontare non solo la potente e influente lobby israeliana e i rappresentanti dei produttori di cotone americani, che temevano la concorrenza egiziana, ma anche gli alleati del regime a Taiwan. Il sostegno finanziario all’Egitto sarebbe stato probabilmente bloccato dal Congresso in ogni caso. Pubblicamente gli Stati Uniti addussero che la situazione finanziaria dell’Egitto non fosse abbastanza solida da garantire il ripianamento del debito.

Ciò che è essenziale evincere (e che invece le fonti occidentali in genere non citano) per comprendere la posizione egiziana e gli accordi tra Il Cairo e Mosca, quindi con la Cina, è il Patto di Baghdad. Una alleanza strategica tra Regno Unito, Iran, Iraq, Turchia e Pakistan (gli Stati Uniti vi aderiranno nel 1958).

Il 26 luglio, al Cairo, a Ismailia, a Port Said e a Suez, le truppe egiziane occuparono gli uffici della Compagnie universelle du canal maritime de Suez, una società a maggioranza di proprietà di centinaia di migliaia di piccoli azionisti francesi e del governo britannico (*). Il 29 luglio 1956, Nasser diede l’annuncio della nazionalizzazione del canale di Suez. Nasser intendeva utilizzare i proventi dei pedaggi del canale per la costruzione della diga.

Gran Bretagna e Francia, allora impegnate in una disperata battaglia contro il crollo dei loro imperi coloniali, reagirono immediatamente alla nazionalizzazione del Canale di Suez confiscando tutti i beni egiziani e imponendo altre sanzioni economiche. Contemporaneamente, i governi di Parigi e Londra iniziarono a preparare un’operazione militare congiunta.

Le due potenze coloniali europee si coordinarono con Israele, che aveva interessi sia sul canale e sia in chiave anti-araba. Il 29 ottobre 1956, le truppe israeliane lanciarono l’invasione congiunta. L’Unione Sovietica minacciò un intervento militare diretto. Otto giorni dopo, il governo statunitense, attraverso pressioni economiche e politiche, riuscì a imporre un cessate il fuoco. Il 7 marzo 1957, gli ultimi soldati israeliani si ritirarono dalla penisola del Sinai.

I vincitori politici furono Nasser, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Fu definitivamente confermato il nuovo equilibrio di potere globale della Guerra Fredda e che Francia e Regno Unito cessavano di essere le potenze dominanti nella regione. Tuttavia, Israele dimostrò la sua capacità di mobilitazione e la sua superiorità militare sull’Egitto. Lezione quest’ultima, di cui Nasser (emerso come vincitore della crisi) e i Paesi arabi non tennero in debito conto.

(*) Nella creazione del Canale di Suez, il 51% delle quote erano francesi, soprattutto private, mentre le restanti erano egiziane. Dopo la sua creazione, nel 1869, la Gran Bretagna rivalutò l’importanza del canale e, a seguito di una crisi finanziaria che colpì l’Egitto nel 1875, la Gran Bretagna acquistò le quote egiziane del canale di Suez e successivamente adottò il pretesto per occupare il paese e contestualmente il canale. Venne creato un protettorato ed un governo succube della corona inglese, anche se dal 1922 l’Egitto ebbe formale indipendenza. Questo portò a scontri tra francesi ed inglesi, che verranno successivamente mediati anche nei congressi di Berlino. La guerra arabo-israeliana del 1967 portò alla chiusura del Canale fino al giugno del 1975.

Sebbene nel luglio del 1956 le agenzie di stampa annunciassero che il colonnello Nasser aveva nazionalizzato il Canale di Suez, era ormai universalmente accettato che una tale nazionalizzazione non fosse possibile per il semplice fatto che il Canale è sempre stato parte del territorio nazionale egiziano. La sovranità egiziana sugli elementi fisici del Canale è affermata inequivocabilmente dall’articolo 9 dell’Atto di concessione del 22 febbraio 1866, dall’articolo 8 del Trattato di alleanza anglo-egiziano del 26 agosto 1936 e dall’articolo 9 dell’Accordo anglo-egiziano del 19 ottobre 1954, riguardante la base del Canale di Suez. Inoltre, la sovranità egiziana sul Canale non è mai stata messa in discussione, né prima né dopo la nazionalizzazione della società che lo gestiva. In seguito, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU espresse chiaramente lo stesso principio nella sua risoluzione del 13 ottobre 1956.

Dal punto di vista giuridico, la situazione del Canale di Suez è molto diversa da quella dello Stretto di Hormuz. Infatti, non è possibile stabilire alcuna identificazione tra lo status giuridico dei canali marittimi, che sono vie d’acqua artificiali, e lo status giuridico degli stretti che collegano due mari aperti.

Mentre l’assegnazione degli stretti al traffico internazionale deriva dalla natura stessa delle cose ed è quindi anteriore all’esistenza degli Stati rivieraschi, l’assegnazione dei canali artificiali al traffico internazionale è, così come la loro creazione, il prodotto della volontà sovrana e libera degli Stati sul cui territorio sono stati scavati. In altre parole, mentre gli stretti – che collegano due mari aperti e ne sono un accessorio naturale – sono soggetti al principio di libero passaggio secondo le norme del diritto internazionale generale o consuetudinario, i canali artificiali sono soggetti solo in virtù della volontà sovrana dello Stato territoriale.

L’Inghilterra e la Francia avevano un bel dire che il loro diritto sul Canale derivava dalla concessione sul demanio pubblico di uno Stato, e che la Compagnia avesse effettivamente svolto un ruolo essenziale nel libero passaggio da parte di tutti gli Stati. Ciò storicamente non è avvenuto, poiché la Compagnia non ha mai avuto né i diritti né il potere territoriale di fatto necessari per superare gli ostacoli che le due Potenze hanno ufficialmente posto sulla via del libero utilizzo del Canale.

La questione è ora solo di interesse retrospettivo poiché per quanto riguarda Suez il principio del libero passaggio a beneficio di tutte le navi mercantili e da guerra, senza distinzione di bandiera, è stato ormai espressamente sancito.

Storia antica del collegamento fluviale tra il Mediterraneo e il Mar Rosso. Il faraone Senusret III, discendente della dodicesima dinastia, fu il primo a concepire un collegamento indiretto tra il Mar Rosso e il Mediterraneo attraverso il Nilo e i suoi affluenti, con lo scopo di promuovere il commercio e facilitare i trasporti tra Oriente e Occidente. Le navi provenienti dal Mediterraneo avrebbero percorso il Nilo fino a Zagazig (pertanto si tratta, nel primo tratto, di un percorso diverso da quello dell’attuale Canale artificiale) e da lì sarebbero giunte al Mar Rosso attraverso i Laghi Amari, che all’epoca vi erano collegati. Tracce di questo canale sono ancora visibili oggi a Geneifa, vicino a Suez.

Nel 610 e.c., la sabbia aveva riempito il canale, creando una diga di terra che aveva isolato i Laghi Amari dal Mar Rosso a causa di un lungo periodo di abbandono. Il faraone Necao II intraprese di rifare il canale e riuscì a collegare il Nilo ai Laghi Amari, ma non fu in grado di collegarli al Mar Rosso.

Nel 510, Dario riuscì a ricollegare il Nilo ai Laghi Amari. Tuttavia, a differenza del suo predecessore, non riuscì a collegare questi Laghi Amari al Mar Rosso se non attraverso piccoli canali navigabili solo durante la stagione delle piene del Nilo (l’attuale Canale, a cui si accede da Porto Said provenendo dal Mediterraneo, non sfrutta le acque del Nilo, ma passa ugualmente per i Laghi).

Nel 285 circa, Tolomeo II Filadelfo superò tutte le difficoltà incontrate dai suoi predecessori, restaurò e completò il preesistente Canale dei Faraoni, scavando con successo il tratto tra i Laghi Amari e il Mar Rosso, in sostituzione dei piccoli canali preesistenti e collegando il ramo orientale del Nilo al Mar Rosso per favorire i commerci e la fondazione di città portuali come Arsinoe.

L’imperatore Traiano fece scavare un nuovo canale (Amnis Traianus, nel 98 e.v.), che partiva dal Cairo, alla foce del golfo, e terminava ad Abbassa, dove era stato collegato al vecchio ramo di Zagazig (nord-est del Cairo). Durante l’epoca bizantina, il canale fu nuovamente trascurato fino a renderlo completamente non navigabile.

Nel 641 (calendario giuliano), Amr ibn al-‘Āripristinò la navigazione nel Canale e lo chiamò Canale dell’Emiro dei Credenti. Nel 760, il califfo abbaside Abu Ja’far al-Mansur distrusse il canale per impedirne l’utilizzo per il trasporto di rifornimenti agli abitanti della Mecca e di Medina, che si erano ribellati al suo dominio. La navigazione tra i due mari restò interrotta per circa undici secoli.