mercoledì 30 settembre 2026

Professioni

 

Sbagliano i giovani medici a snobbare l’urologia, poiché essa rappresenta, con qualche altra specialità, il futuro del business sanitario. Anche perché l’urologo ha la possibilità di metterlo nel culo al paziente, maschio, due volte. La prima volta, col suo ditino; la seconda, con la sua parcella.

Per contro, prevedo un declino della psichiatria. Per un motivo molto semplice: in un mondo di matti, le persone che non presentano seri disturbi mentali saranno considerate fuori norma. E queste persone sono tendenzialmente sempre di meno.

Ma non vi annoiate?

 

Anche settembre se n’è andato. Tra meno di cento giorni ci saremo fumati anche questo caloroso 2026. Che però non è ancora finito e può riservarci ancora delle sorprese prima di Natale, quando ancora una volta ci prenderà la mania della merce, tanto che non sanno più cosa inventare pure in Cina.

La nostra vita è sempre più una vita di giorni incerti e dunque non c’è da farsi illusioni anche per i giorni che verranno, anzi. La stupidità si è cristallizzata, ed è un risultato cumulativo di troppe negligenze, del fatto che ognuno s’è sentito assolto da responsabilità proprie. Abbiamo fatto passare con noncuranza certe idee, ed adesso assistiamo a una reazione a catena fuori controllo, che non si può fermare.

Questo presente indicibile non è segreto, sta travolgendo il pianeta. Le contese internazionali non si combattono più solo con le cannoniere e le baionette. La tecnologia non si limita al ruolo di supporto, le macchine possono agire autonomamente. Il passato che ritorna è anche peggio.

In fondo non ce ne frega nulla o non più di tanto. Lo percepisco anche quando racconto delle “storie”. Sarà che non le saprò raccontare bene, che le racconto per sfuggire alla mia vita di periferia, in un quartiere grigio e quasi benestante, ma ad ogni modo è indicativa l’indifferenza col quale è stato accolto anche l’ultimo racconto, che mi ha preso ore e ore per ricostruirlo con la precisione che mi è stata possibile. Ha raccolto un solo commento, che peraltro non avrei dovuto pubblicare.

Mi chiedo, ma non vi annoiate a leggere le solite puttanate sulla misure delle gonne e altra pornografia del genere?

martedì 29 settembre 2026

Consapevolezze di classe

 

Quasi alla fine della campagna elettorale (però non si sa ancora quando si celebrerà il rito elettorale), ai titoli di coda, il cosiddetto campo largo troverà un accordo per far sparire l’elefante nella stanza. Non resta altro da fare che prepararsi (non con dei popcorn, per carità) e attendere il momento in cui con un gioco di prestigio ciò avverrà.

*

L’introduzione del suffragio universale tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo – un compromesso necessario più per accontentare dei piccoli borghesi engagé che contro la ribellione della classe operaia – ha perpetuato l’illusione che la giustizia e la prosperità generale possono essere raggiunte solo attraverso un sistema parlamentare rappresentativo di stampo borghese (*).

Da quali categorie professionali è composto il Parlamento (non solo il nostro)? Basterebbe riflettere su questo dato per far comprendere che il sistema parlamentare rappresentativo in effetti rappresenta solo categorie e gruppi sociali che nulla hanno a che spartire con chi suda la giornata di lavoro per ricevere il becchime con cui campare. La stessa composizione si riscontra facilmente nella magistratura e nei vertici apicali della pubblica amministrazione.

Dovrebbe apparire dunque chiaro quali interessi prevalenti siano tutelati all’interno del sistema parlamentare. Per non parlare poi delle lobby che, come falene attratte dalla luce, gravitano attorno al parlamento europeo così come attorno a quelli nazionali. Del resto, i candidati sono scelti dalle segreterie dei partiti. E questa mi pare una prova empirica dell’esistenza di una contraddizione fondamentale tra le aspirazioni costituzionali e la realtà costituzionale. E non voglio aggiungere altro.

(*) Vorrei precisare, anche se mi pare di averlo già fatto in passato, che quando impiego la parola “borghese” non mi riferisco genericamente e semplicemente alla gente con gli schei. Più in generale, va osservato che gli individui si trovano predestinati nelle loro condizioni di vita, hanno assegnata dalla propria classe la loro posizione nella società e con essa il loro sviluppo personale, e sono sussunti sotto la propria classe.

Posso assicurare che le élite sono fortemente endogame: uno dei miei passatempi – grazie a internet – riguarda gli incroci matrimoniali dei grandi nomi dell’aristocrazia industriale e finanziaria, nonché i percorsi di carriera eccezionali (per meriti, ovviamente). Per quanto riguarda il famigerato ascensore sociale, ci fu un tempo in cui funzionava in forza di una espansione scolastica e apertura dell’istruzione superiore, combinata con la crescita economica che favoriva le promozioni interne alle aziende; oggi tutti i dati e le conoscenze personali ci dicono che l’ascensore è guasto, bloccato in cantina e puzza di piscio.

Pertanto, la definizione di borghese o di proletariato è sempre in relazione al capitale inteso come rapporto sociale. Ciò nonostante, non tutti i proletari e non tutti i borghesi stanno in una identica relazione rispetto al capitale sociale. Per cogliere identità e differenza è necessario attenersi alla molteplicità dei fenomeni sociali e alle loro articolazioni (anche a livello di singolo individuo: non è che il borgataro che vince alla lotteria diventa ipso facto un “borghese”).

Stante l’integrazione internazionale del capitale, non è più possibile capire la struttura di una composizione di classe a livello nazionale o locale senza partire dalle modificazioni che la cosiddetta globalizzazione comporta a livello mondiale. Inoltre, l’accesso ai consumi di massa nasconde, tra le altre determinazioni, la pauperizzazione crescente della popolazione in rapporto all’imponente creazione di ricchezza socialmente prodotta.

Visto che ci sono, vorrei precisare brevemente, fuori dalla sputacchiera ideologica corrente, anche sui concetti di “giustizia” e di “libertà”. La “giustizia” non potrà mai essere qualcosa di diverso, di più elevato e di equanime, di quanto sia dato dai rapporti sociali in essere, fissati e sanzionati, appunto, dalle leggi. Insomma, la “giustizia” non potrà mai essere neutrale in relazione alla violenza delle contraddizioni che percorrono il sistema sociale di riferimento (lo dico per i riformisti in jersey). Ciò vale per qualsiasi epoca e formazione sociale (lo dico per gli “anticapitalisti” sans phrases).

Quanto alla “libertà”, essa è un prerequisito moderno – non indispensabile ma positivo senz’altro – affinché il proletario sia libero di vendersi come si vende qualunque altra merce, di modo che l’estorsione del plusvalore possa avvenire con i minori intoppi possibili. Infatti, la forma “salario” non avrebbe senso nel modo di produzione capitalistico se non celasse il segreto di tutta la produzione capitalistica: la produzione di plusvalore e la sua estorsione. È proprio quando il “libero” lavoratore cerca una propria “autonomia” contestando lo sfruttamento che interviene, deus ex machina, l’Uomo che rimette le cose a posto.

In ciò hanno ovviamente un ruolo importante gli intellettuali: non sono affatto lavoratori (come essi invece credono), essi sono una categoria sociale; come i preti, sono una vera casta, sono i produttori e gli spacciatori di oppio al servizio dei padroni e dello Stato.

Se si fa proprio il concetto che il lavoro sociale e l’appropriazione privata del prodotto del lavoro si contrappongono direttamente come classi sociali, tutto le altre determinazioni della sfera borghese divengono chiare da sé stesse.

Scrive il Grande Vecchio: «L’epoca nostra, l’epoca della borghesia, si distingue tuttavia perché ha semplificato i contrasti fra classi. La società intiera si va sempre più scindendo in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente opposte l’una all’altra: borghesia e proletariato». Soggiungo una postilla: oggi solo la borghesia ne è pienamente consapevole e agisce conseguentemente.

Il gregge è tornato

 

Dopo i fan adoranti di Céline Dion, ora arriva la devozione feticistica del Papa. È arrivato, ha detto cose reazionarie, cose sdolcinate e ha baciato feti appena nati, poi vroom-vroom nella Papamobile.

Un incontro al Palazzo dell’Eliseo, una visita all’UNESCO, una passeggiata nel Quartiere Latino, i vespri a Notre-Dame, una veglia di preghiera allo Stade de France e, come gran finale, una gigantesca messa all’aperto. In Francia sono in piena campagna elettorale, qualunque clown va bene per lo spettacolo.

Settimana di preghiera in strada in un Paese che è stato rigorosamente laico per oltre 120 anni. Motivo per il quale lo Stato francese rilascia i suoi diplomati anno dopo anno senza che abbiano ricevuto alcuna forma di indottrinamento religioso dalla scuola pubblica. Dunque dovrebbe destare sorpresa l’alta percentuale di giovani tra la folla presente all’arrivo del Papa. Qualche domanda bisognerebbe porsela.

Me la sono posta. A questo punto, per la solita Francia reazionaria, un Messia diventa indispensabile. Speriamo non abbia i baffetti.

*
Ieri, sempre in Francia, 180 scuole medie superiori sono state interessate dalle proteste, di cui 28 nella regione dell’Île-de-France. Secondo quanto riferito dalla prefettura di polizia di Parigi 164 studenti sono stati arrestati, un numero definito “piuttosto significativo“. Dodici membri della polizia sono rimasti feriti, secondo il Ministero dell’Interno, così come otto membri del personale docente, tra cui tre presidi. Anche una dozzina di studenti delle scuole superiori sono rimasti feriti. Qualche domanda bisognerebbe porsela.

Me la sono posta. In Francia, di là della solita frenesia mediatica, ai giovani studenti del Papa non frega un cazzo e ciò che chiedono non è “speranza”.

Per oggi, il principale sindacato studentesco delle scuole superiori ha indetto un blocco nazionale delle scuole in tutta la Francia, in concomitanza con la giornata nazionale di mobilitazione dei lavoratori del settore pubblico. Denunciano, tra l’altro, una generale carenza di risorse e classi sovraffollate. L’unica risposta è la repressione.

lunedì 28 settembre 2026

Il programma minimo della sinistra

 

La guerra ha sempre spaccato la sinistra. Il 4 agosto 1914, quando i socialdemocratici al Reichstag votarono i crediti militari, l’Internazionale si dissolse in un giorno. Così scrive il manifesto. Quale sinistra? I lacerti del PDS e della Margherita? Veltroni, Franceschini, Serracchiani e compagnia bella? Oppure Conte? Di sinistra costui? Ma andiamo, è una delle tante scorregge sfuggite al controllo di Grillo.

Per essere un partito di sinistra, sempre nell’ambito del contesto parlamentare borghese, bisognerebbe essere quantomeno dei riformisti radicali. E cioè? Il “nodo” non può essere solo l’Ucraina, ma avere un programma incompatibile con la UE, con la BCE e con la NATO.

Dunque condannarsi per sempre a una posizione minoritaria? Ma appunto in ciò consiste la contraddizione immanente – il dilemma della nostra epoca – al riformismo quando vuole essere di sinistra. Berlinguer, per esempio, dal cosiddetto compromesso storico ne uscì con le ossa rotte.

Se oggi vuoi essere di sinistra, devi mettere in conto l’accusa di essere contro l’Unione Europea, quindi l’accusa di antisemitismo, di intelligenza con Putin, l’antipatriottismo e insomma l’accusa di avventurismo e di estremismo. La battaglia ideologica è la battaglia più importante. La Chiesa cattolica lo sa da millenni, la borghesia da secoli.

Mettiamola più semplice: possono dirsi di sinistra solo coloro che non vogliono o non hanno le energie per lavorare oltre una certa età, magari con precari contratti a tempo determinato; che vogliono essere sicuri che i propri cari ricevano le cure di cui hanno bisogno, o che non sopportano più le sempre più amare pillole di un sistema sanitario a due livelli; che credono che coloro che traggono profitto dallo smantellamento dello stato sociale debbano essere chiamati a risponderne e non solo in via ipotetica. Insomma, roba simile.

Possiamo immaginarceli Schlein e Conte aderire senza se e senza ma a un programma minimo del genere?

sabato 26 settembre 2026

Viaggio nella notte: Dachau - Niederdorf

 

Ho terminato la lettura della biografia di Hjalmar Schacht, Il banchiere di Hitler, scritta da John Weitz, un ebreo americano (la precisazione ha un suo valore dato l’argomento trattato). La traduzione è stata edita da Piemme nel 1998.

Sarebbe stato sufficiente un editing appena più accurato per evitare alcuni grossolani errori storici dell’autore (oppure dei qui pro quo della traduttrice?), così come qualche imprecisione e superficialità, sempre della traduttrice (p. es.: Antwerp non tutti sanno che corrisponde ad Anversa; le armi non sono tutte “pistole”). Ad ogni modo, strafalcioni a parte, si tratta di un buon libro perché dall’inizio alla fine riporta il contenuto dell’autobiografia di Schacht: 76 Jahre meines Lebens (altro che Maria Elide Punturieri).

Per quanto riguarda gli strafalcioni, me la cavo subito citandone alcuni (altri richiederebbero osservazioni più “tecniche”): «Lo zar, che era ancora al comando delle truppe, cercò di allentare la pressione sugli Alleati che stanno combattendo in Francia sferrando un rischioso attacco finale alla Galizia polacca. Il suo esercito subì una disastrosa sconfitta, e il risultato fu un trattato di pace firmato a Brest Litovsk». C’è, evidente, un salto cronologico di tre anni tra la sconfitta in Galizia dell’esercito zarista e il trattato di Brest Litovsk (1918), senza dire che tra un fatto e l’altro accaddero altre cosucce, tanto che fu un certo Trockij a guidare (ma non a firmare) il trattato di Brest Litovsk.

Altro più lieve strafalcione: «Per la Germania era la fine dell’influenza di Ludendorff, la fine del ruolo del Kaiser e la fine della guerra. Questo portò il vendicativo trattato di pace firmato a Versailles nel 1921». Penso non sia necessario alcun commento, salvo il fatto che le cifre esatte delle riparazioni economiche furono effettivamente definite solo nel 1921, dunque due anni dopo Versailles. Ben noto è che nel tentativo di pagare le prime rate delle enormi somme stabilite per le riparazioni, il governo tedesco iniziò a stampare moneta in modo incontrollato, innescando la drammatica iperinflazione del 1923 e la conseguente occupazione militare franco-belga del bacino minerario della Ruhr. Ed è a questo punto che interviene Schacht. Ma tutto ciò è accademia, avrebbe detto il sardonico dottor Eldon Tyrell.

Ora una citazione involontariamente comica: «Si dice che Adolf Hitler, quando fu informato dell’opposizione del Papa a certi i piani nazisti, chiese: “Quante divisioni [di truppe] possiede il Papa?». Una battuta che piace tanto ai cattolici e però non viene lasciata alla paternità di Iosif Džugašvili.

Di Hjalmar Horace Greeley Schacht, e del perché portava il nome di un famoso giornalista e politico americano dei tempi della guerra di Secessione, magari racconterò in un’altra occasione. Leggendo il libro, m’imbatto in una cosa per me curiosa. Ero a conoscenza del famoso trasporto a mezzo autobus, nell’aprile 1945, dei circa 140 prigionieri “prominenti o speciali” (Sonderhäftlinge) dalla Germania verso il Tirolo meridionale, ma ignoravo un certo aspetto della vicenda del quale darò conto tra un po’ qui di seguito.

Personaggi più o meno importanti facevano parte della comitiva: oltre allo stesso Hjalmar Schacht, l’industriale Fritz Thyssen, l’ex primo ministro francese Léon Blum, l’ex cancelliere austriaco Kurt von Schuschnigg, il comandante in capo dell’esercito greco, generale Alexandros Papagos, con tutto il suo stato maggiore, il tenente Vasily Vasilyevich Kokorin, nipote del commissario del popolo per gli affari esteri Molotov, il generale italiano Sante Garibaldi e Mario Badoglio (figlio del maresciallo Pietro Badoglio) e altre personalità straniere e ufficiali generali tedeschi caduti in disgrazia, nonché anche donne e bambini appartenenti alle famiglie di Goerdeler, Stauffenberg, Hofacker e altri partecipanti al complotto del 20 luglio (Sippenhäftlinge, prigionieri per ragioni di sangue)).

Scopo del trasferimento: essere tenuti a disposizione di Ernst Kaltenbrunner, capo della polizia di sicurezza e generale di corpo d’armata delle Ss (il generale Karl Wolff era perfettamente a conoscenza del valore politico di quei prigionieri, ma non fu lui ad ordinarne il trasferimento da Dachau), che intendeva servirsene per trattare con gli alleati. Sopra a Kaltenbrunner stava ovviamente Himmler. Le Ss volevano ritirarsi nella “Fortezza Alpina” e negoziare lì per combattere insieme agli Alleati contro la Russia. Himmler contattò personalmente gli Alleati tramite la Svizzera. Questi rifiutarono di negoziare.

L’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA) radunò preventivamente da varie prigioni e campi di concentramento, tra ottobre e novembre del 1944, presso l’Hotel Hindenburg-Baude vicino a Bad Reinerz, nella Bassa Slesia, alcune decine di personalità detenute per poterle poi utilizzare in qualsiasi momento.

Il 30 novembre 1944, giunse il momento: l’operazione di presa degli ostaggi ebbe inizio. Il pericolo di una liberazione da parte dell’esercito russo era realistico. In quel giorno, l’RSHA prelevò i prigionieri dalla Bassa Slesia e li trasferì al campo di concentramento di Stutthof, nella Prussia occidentale.

Attraverso il campo di prigionia Ss e di polizia di Matzkau, vicino a Danzica, e il campo di concentramento di Buchenwald, vicino a Weimar in Turingia, i prigionieri appartenenti alle famiglie arrivarono a Dachau il 17 aprile 1945, dove si unirono ad altri prigionieri speciali provenienti da campi di concentramento come Flossenbürg, Mauthausen, Ravensbrück e Sachsenhausen.

Ma anche a Dachau, oltre a problemi logistici, l’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA) temeva che i prigionieri di spicco potessero cadere nelle mani degli americani in avanzata e quindi essere persi come merce di scambio nei vagheggiati negoziati.

Lasciarono il campo in tre trasporti: il 17, il 24 e il 26 aprile 1945. Il gruppo era composto da 37 familiari di prigionieri, 98 prigionieri speciali e i due prigionieri di Dachau, Wilhelm Visintainer e Paul Wauer, che erano stati assegnati agli ostaggi più importanti dall’amministrazione del campo di Dachau come cuoco e interprete.

Ciò che non mi era noto di questa vicenda del trasferimento dei prigionieri da Dachau al Tirolo era l’esatto itinerario percorso dagli autobus e la meta finale. A pagina 316 del Il banchiere di Hitler, leggo: «Una lunga colonna di autobus li condusse a sud, sulle montagne, fino a quando arrivarono nella cittadina di Niederndorf». Il nome di questa località mi è tutt’altro che sconosciuto, ma ritenevo si trattasse di una omonimia, ovvero che Niederndorf a cui si riferisce il libro fosse un’omonima località dell’Austria e non il paese di Villabassa/Niederndorf in provincia di Bolzano.

Rapida ricerca su Google maps, e apprendo dalla Pizia di Mountain View che Niederndorf esiste solo come località vicina a Dobbiaco, in Alta Val Pusteria. La cosa m’intriga personalmente assai. Il risultato sintetico al quale pervengo è il seguente.

Si tratta di uno degli episodi più spettacolari e drammatici degli ultimi giorni della IIGM. Il convoglio, partito il 27 aprile al comando dell’Ss-Obersturmführer (tenente) Edgar Stiller, raggiunse il Campo Speciale Ss di Innsbruck a Reichenau. Gli alloggi del campo sono inadeguati, sporchi e infestati dai parassiti. Stiller è indignato e si rifiuta di ospitare i “prigionieri speciali” nelle baracche fatiscenti. È responsabile della salute dei prigionieri e sa che solo gli ostaggi vivi hanno valore (come del resto gli operai). Almeno questo è ciò che si racconta.

La protesta di Stiller fa sì che il trasporto prosegua. La destinazione è ora l’Alto Adige. La Gauleitung (la direzione regionale nazista) di Innsbruck ha assegnato l’hotel Pragser Wildsee nelle Dolomiti come nuova sede dove alloggiare gli ostaggi. Tuttavia, Stiller non aveva ordini precisi in merito ad eventuali trattative e scambi di prigionieri, insomma l’operazione era lasciata un po’ a sé stessa in quegli ultimi giorni del conflitto e in pieno marasma.

La sera del 27 aprile, Stiller partì da Reichenau con cinque autobus. Il viaggio prevedeva l’attraversamento del Passo del Brennero, che il convoglio superò alle 3 del mattino. Nelle prime ore del mattino del 28 aprile, il convoglio si diresse verso la Val Pusteria. Quando Stiller arrivò con il convoglio nell’Alta Val Pusteria, poco prima di raggiungere la destinazione, si trovò di fronte a una sorpresa: l’avanguardia del convoglio aveva appreso che l’hotel Pragser Wildsee era occupato da tre generali di stato maggiore della Wehrmacht tedesca e dal loro seguito. Così Stiller e i suoi autobus si ritrovarono bloccati sulla strada principale fuori Niederdorf, a circa una decina di chilometri dal lago.

La notizia dell’arrivo dei prigionieri si diffuse rapidamente a Niederdorf. I prigionieri s’incamminarono a piedi verso il paese, dove furono accolti da un’ondata di solidarietà: ovunque possibile, la popolazione locale aiutò i prigionieri stremati. Le proteste delle guardie delle Ss rimasero in gran parte inascoltate. Gli avvenimenti che seguirono furono cruciali per la sorte dei prigionieri.

L’altro comandante della scorta, oltre a Stiller, ossia Ernst Bader (dell’SD, Sicherheitsdienst, il Servizio di Sicurezza e ufficiale delle guardie del campo di Dachau), aveva ricevuto l’ordine tassativo di uccidere tutti gli ostaggi qualora vi fosse stato il rischio che cadessero vivi nelle mani degli Alleati. Bader, del resto, aveva dato prova di essere un aguzzino e un assassino seriale (*).

Weitz, nel suo Il banchiere di Hitler, cita Fey von Hassell, una prigioniera, figlia dell’ex ambasciatore Ulrich von Hassell, giustiziato per aver preso parte all’attentato contro Hitler del 20 luglio 1944, la quale descrive nel libro di memorie autobiografiche, intitolato I giorni del cappio, ciò che avvenne in quella circostanza tanto drammatica.

Dal libro di Weitz: a Niederndorf (Villabassa), un prigioniero (il colonnello Bogislaw von Bonin) ascoltò di nascosto la conversazione tra due guardie delle Ss che pianificavano di far saltare in aria gli automezzi con delle bombe (?) per eliminare i prigionieri. Weitz scrive che Bonin vide un gruppo di ufficiali dell’esercito tedesco nella piazza del paese; uno di questi era il generale Heinrich von Vietinghoff, un suo caro amico.

Sempre secondo Weitz, che fa proprio il racconto di Fey von Hassell, il generale fu molto felice di rivederlo, e Bonin gli chiese il suo soccorso immediato. Vietinghoff mandò due ufficiali alla ricerca delle due Ss a capo del convoglio: li trovarono in un’osteria lì vicino e ordinarono loro di consegnare i prigionieri e di andarsene con le altre guardie. Così fecero, e gli uomini dell’esercito ebbero la meglio su 80 guardie delle Ss (in realtà qualche decina).

Tutto troppo facile e pacifico. Dubito che ciò corrisponda esattamente al vero, soprattutto che in quel giorno il generale Vietinghoff si trovasse a Niederndorf/Villabassa. Il generale era il comandante del Gruppo d’armate C, con sede a Recoaro Terme. Dopo il bombardamento di Recoaro ripiegò con le truppe più a nord e a Bolzano fissò il suo comando. Pertanto è più realistico che Bonin riuscisse a telefonare a Bolzano e, non riuscendo a mettersi in contatto con von Vietinghoff, parlasse invece con il suo capo di stato maggiore, il generale Hans Röttiger, che pure conosceva, il quale gli promise di contattare von Vietinghoff per suo conto.

Da Bolzano un messaggio fu inviato alle truppe della Wehrmacht di stanza a Sexten (Sesto, dov’è cresciuto Jannik Sinner). Da Sesto partì per Niederndorf/Villabassa il giorno successivo il capitano Wichard von Alvensleben con 150 soldati.

Pagina del rapporto redatto nel nov. 1945 da von Alvensleben.

Intanto, a Niederdorf/Villabassa, Stiller telefonò all’ingegnere Anton Ducia, che era stato distaccato dalla Camera di Commercio di Innsbruck a Bolzano per coordinare le richieste di alloggio militari e civili in Alto Adige in qualità di responsabile degli approvvigionamenti del Commissario Supremo.

Come concordato telefonicamente con Stiller il giorno precedente, Anton Ducia arrivò a Niederdorf la mattina del 29 insieme al suo collega, il geografo Dr. Herbert Thalhammer. Si tenne un briefing sulla situazione con il comandante della guarnigione della Wehrmacht, il tenente colonnello von Rehm, e gli ufficiali delle Ss Stiller e Bader.

Stiller.

Anton Ducia contattò telefonicamente il sindaco di Niederdorf/Villabassa e organizzò una sistemazione provvisoria per i prigionieri. Questi furono alloggiati in parte nelle locande e nella canonica, e in parte su un cumulo di paglia ammassato in fretta nel municipio. Il resto della storia è assai più complesso di come viene raccontato di solito e qui non voglio tirarla per le lunghe.

Il 30 aprile i prigionieri furono liberati da soldati della Wehrmacht comandati dal citato capitano Wichard von Alvensleben (1902-1982), che evidentemente aveva ricevuto ordini in tal senso dai suoi superiori. Infatti, messe alle strette, le guardie Ss si ritirarono senza sparare. La maggior parte degli ormai ex detenuti fu trasferita nell’hotel Pragser Wildsee (Lago di Braies), dove vennero ricevuti dalla proprietaria, Emma Heiss-Hellenstainer.

Assegnazione delle camere, la 124 è firmata da Schacht.
Il documento è conservato presso l'hotel.

Ognuno di loro ricevette un piccolo biglietto con il numero di una camera. Le stanze sono gelide e, per la maggior parte, non possono essere riscaldate, poiché la stagione qui non inizia prima di giugno. Ma ora sono al sicuro, hanno un vero letto in cui dormire, possono lavarsi e possono mangiare a sazietà, anche se devono cucinare da sé a causa della mancanza di personale.

Chiaro che quei giorni furono un periodo di straordinaria intensità emotiva per quegli ex prigionieri di Dachau, ma ora l’immensa tensione si dissolve lentamente, così come la paura. Possono conversare indisturbati tra di loro e fare anche delle passeggiate. Il 4 maggio 1945, arrivarono al Lago di Braies le truppe americane guidate dai tenenti Melvin A. Ashe e Charles Anderson, accompagnati da partigiani italiani (**).

Un gruppo di ex prigionieri davanti all’hotel (dal lato del lago), ai primi di maggio c'era ancora la neve.

Pertanto, le truppe americane non liberarono i prigionieri, i quali erano già stati liberati dalle grinfie delle Ss il 30 aprile. Al contrario: l’arrivo degli americani portò alla successiva reclusione di alcuni degli ex prigionieri, questa volta per mano degli Alleati, tra i quali il dottor Hjalmar Schacht.

L’ex ministro dell’Economia di Weimar e poi del III Reich fu incriminato dagli Alleati e processato a Norimberga come uno dei principali criminali di guerra, ma venne assolto nell’autunno del 1946. Appena liberato a Norimberga, fu subito arrestato dalle nuove autorità tedesche e imprigionato. Ma di ciò dirò magari un’altra volta.

Nell’aprile del 2005 sette detenuti del 1945 sono tornati per tre giorni a Villabassa e al Lago di Braies su invito del Comune di Niederndorf/Villabassa e della famiglia Heiss dell’hotel Lago di Braies, in occasione delle celebrazioni del 60° anniversario della liberazione degli ostaggi. La foto qui sotto dell’Hotel l’ho scattata nel dicembre scorso.

(*) L’Ss-Untersturmführer (maggiore) Ernst Bader, numero di matricola Ss era 476078 e numero di iscrizione NSDAP 2868997. Nel 1944 prestò servizio presso il RSHA (Reichssicherheitshauptamt, l’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich) e successivamente fu distaccato presso la sede della Gestapo a Praga. Sfuggì a ogni sanzione e in seguito intraprese persino una carriera come agente di polizia. Penso non sia casuale che non si rinvengano altre sue notizie biografiche in rete.

(**) Fatto curioso: il fratello del capitano Wichard von Alvensleben, il colonnello delle SS Ludolf Jakob von Alvensleben, era all’epoca comandante (sia delle Ss che della polizia) di tutte le truppe delle Ss nella zona (Adriatico-Ovest). Dopo la guerra sfuggì alle indagini e al procedimento giudiziario e si dice sia morto quando la sua macchina si ribaltò su una strada fuori Dortmund, nell’agosto del 1953. Non c’erano testimoni dell’incidente. Da non confondere con altro criminale delle Ss: Ludolf-Hermann von Alvensleben, che scappò con la famiglia in Argentina dove morì nel 1970 sotto il nome di Carlos Lücke.

venerdì 25 settembre 2026

Non cambia e non può cambiare

 

Avrei voluto stupirvi con un post sull’attualità internazionale, ma ho letto con quale enfasi è stata data la ridicola notizia di un possibile attacco russo di droni contro l’Italia. Quindi di un criminale genocida che ci dice ciò che è bene e ciò che è male dallo scranno dell’ONU. C’è chi se lo merita eccome questo giornalismo e questo mondo di Netanyahu.

Perciò ripiego sull’attualità interna, dove sembra si scopra oggi, anno domini 2026, che dalla metà contribuenti viene solo il 5% dell’IRPEF e 9 milioni non la pagano, oltre due terzi versa solo il 20% dell’intero gettito dell’imposta (*).

In altri termini, ossia in altri numeri, 24,8 milioni, il 46% degli italiani, non ha redditi, non paga tasse e vive a carico della collettività e tuttavia beneficia gratuitamente di tutti i servizi dello Stato e delle Regioni, dalla scuola alla sanità. Il 5% più ricco della popolazione detiene quasi la metà (circa il 49%) della ricchezza nazionale, evidenziando una forte concentrazione interna a fronte di salari reali frenati non solo dall’inflazione, ma da politiche economiche “competitive” nell’impossibilità di svalutare la moneta propria (che non esiste), e in definitiva da una distribuzione della ricchezza di stampo medievale.

Un Paese di pezzenti. Salvo che per l’ABI: la ricchezza netta italiana è pari a 8 volte il reddito disponibile, un dato superiore alla media dell’area euro (7,5 volte) che testimonia la solidità patrimoniale accumulata storicamente. Va bene, incide la proprietà della prima casa. Ma perché la tassazione sui conti correnti è uguale per tutti, per chi ha 5k e chi ha un milione o più? Perché la tassazione sul portafoglio titoli è uguale per tutti, ossia un misero 0,2 per mille?

Ancora: perché le donazioni e successioni, con consistenti franchigie, sono tassate mediamente dal 4 al 6 per cento? Perché il capitale liquidato sulle polizze di rischio vita, in caso di morte dell’assicurato, è esente da IRPEF (per non parlare degli escamotage degli investimenti finanziari travestiti da polizza)? Ce lo chiede l’Europa? Per non dire poi del cosiddetto zainetto fiscale, con il quale si può recuperare/compensare plusvalenze e minusvalenze generate dal capitale di rischio (azioni/obbligazioni, derivati, “certificate”, ecc.), ossia capitale speculativo.

Eccetera, eccetera, eccetera.

Mi chiedo, perché tanto stupore e tutta questa enfasi mediatica? È una situazione nota da decenni. Si sta pensando a qualche intervento, ovviamente “mirato”, per metterlo in culo ancora e sempre ai redditi medio-bassi? Destra, sinistra, centro, sopra e sotto, la situazione non cambia e non può cambiare. C’è il “pilota automatico”, disse cinicamente ma con divertita sincerità “il candidato PdR trombato”.

In questo caso il “pilota” non è la UE o la BCE, ma la effettiva dittatura di ceti sociali e corporazioni che votano. Il voto non paga, ma ciò vale per tutti gli altri. Lo zoccolo duro regge, per il momento, e reggerà finché alla maggioranza di questo Paese di arlecchini & ipocriti, tutto sommato le cose stanno bene così.

(*) Il gettito Irpef complessivo generato dagli immigrati tocca i 12,6 miliardi di euro, su un totale complessivo nazionale di 193,316 miliardi, ossia circa il 6 per cento. Il numero degli immigrati in Italia si aggira sui 9,1 milioni. La stima è mia sulla base dei dati pubblicati.

giovedì 24 settembre 2026

Lo zio Alf

 

Secondo il rapporto conclusivo della Direzione di Polizia di Monaco, datato 28 settembre 1931, Angelika Raubal, detta Geli, una ragazza di 23 anni, fu trovata morta, con una ferita da arma da fuoco, il 19 settembre alle ore 10.15 nell’appartamento di un elegante condominio nella Prinzregentenplatz a Monaco.

Abitava in quell’appartamento dal 1929, assieme allo zio materno di 42 anni. Entrambi erano originari dell’Austria. La madre della ragazza, Angela, era la sorellastra dello zio. Lo zio di Geli, lo “zio Alf”, come lo chiamava lei, quando questa aveva 15 anni, cioè nel 1923, venne nominato suo tutore. Geli, fino al 1927, si era iscritta a medicina e dopo pochi mesi aveva abbandonato. Nel tempo libero, la giovane si recava all’Opera con lo zio o viaggiava con lui. La ragazza venne spesso ritratta anche dal fotografo ufficiale dello zio Alf, Heinrich Hoffmann.

Geli espresse il desiderio di diventare cantante lirica e lo zio finanziò i suoi studi. Il 14 settembre 1930, lo zio era stato eletto al Reichstag. Il fatto che zio e nipote vivessero nello stesso appartamento dava adito a voci su un rapporto descritto dai contemporanei come morboso, ossessivo e geloso.

Quale che fosse la verità, in seguito si sostenne che Geli non poteva uscire da sola ed era dispoticamente assoggettata al dominio psicologico e fisico esercitato dallo zio Alf, senza il consenso del quale non poteva fare nulla, confinata in una prigione in cui la sua volontà era totalmente annullata. In realtà Geli aveva intrattenuto più di una relazione con altri uomini della cerchia dello zio, fino a progettare il matrimonio con Emil Maurice, autista dello zio e suo fedele accompagnatore.

Che vi fosse una forte infatuazione dello zio per la nipote è un fatto acclarato da plurime testimonianze coeve. Per esempio, Alice Franck Stock, all’epoca vicina di pianerottolo di Hitler e Geli in Prinzregentenplatz, all’età di 101 anni, nel 2020, non ha mostrato dubbi: “Tutti sapevano della loro relazione”, ha dichiarato senza mezzi termini a proposito del legame tra la ragazza e lo zio.

Leni Riefenstahl, la famosa regista, racconta di una visita presso l’abitazione dello zio di Geli, avvenuta anni dopo, il giorno di natale del 1935: «[...] mi prende per un braccio e mi conduce davanti ad una porta segreta al fondo del corridoio. Tira fuori la chiave, apre e mi mostrò uno scrigno: libri, spazzole, abiti, tutti accuratamente sistemati sembrano aspettare che li userà, e che può tornare da un momento all’altro. In un angolo troneggia il busto in bronzo di una ragazza, con accanto un vaso di fiori freschi: “Geli, mia nipote. L’ho amata molto. Era l’unica donna che avrei potuto sposare. Ma il destino non l’ha permesso.»

La camera di Geli nel Prinzregentenplatz diventa una sorta di reliquiario, lo scultore Ferdinand Liebermann scolpisce un busto di lei, che sarà collocato al posto d’onore nella nuova Cancelleria del Reich. Invece il bassorilievo “Geli”, scolpito da Josef Thorak, e un ritratto di lei, dipinto da Adolf Ziegler, vengono installati nella camera da letto dello zio. Un altro quadro dell’amata, con fiori sempre freschi, adorna poi il Berghof.

La versione ufficiale, avvalorata dal rapporto di polizia, affermava che la giovane donna si era chiusa in camera dopo una discussione con lo zio e si era suicidata con la pistola dello zio, dopo la partenza di questi per Norimberga. Geli aveva dimestichezza con la pistola dello zio, come testimoniato molto dopo da Henriette Hoffmann, figlia del fotografo dello zio Alf:

«In un poligono di tiro nei dintorni di Monaco imparavamo a sparare. Potevamo usare la pistola Walther 7,85 [calibro che non esiste per quella casa] una per volta, poi pulirla, rimetterne in insieme i pezzi, caricarla e togliere la sicura. Ci divertivamo così, come nella scena di un film di Tom Mix, con cowboy pistoleri, ma innocui e sereni. Solo adesso solo che adesso il gioco si era fatto improvvisamente serio.»

L’inchiesta sulla morte di Geli fu archiviata e non venne eseguita alcuna autopsia.

Agosto 1931

Secondo una certa versione, la sera prima della morte, i due ebbero un violentissimo litigio. Geli voleva trasferirsi a Vienna per sposarsi e continuare gli studi di canto, ma lo zio glielo proibì categoricamente. Molti ipotizzarono che la furia del leader nazista o la scoperta di relazioni clandestine di lei potessero aver scatenato un gesto estremo dello zio.

Ogni tanto ricompare sulla stampa la stessa storia, gli stessi sospetti sul suicidio/omicidio di Geli. C’è anche chi vi ha scritto un romanzo di quasi 500 pagine: L’Angelo di Monaco, di Fabiano Massimi, edizioni Longanesi, 2020,, ma si tratta, appunto, di un romanzo che non ha nulla a che fare con la realtà storica.

Riferiva il 22 settembre il settimanale Der Spiegel, che a distanza di 95 anni, uno storico tedesco, Harald Sandner, ha scoperto in un registro dei decessi negli Archivi di Stato bavaresi che la data del ritrovamento del corpo di Geli, il 19 settembre, non corrisponde alla data dell’effettivo decesso, che sarebbe avvenuto il giorno precedente. Anche due necrologi coevi, scoperti di recente, menzionano questa data della morte. Da ciò emerge che lo zio si trovasse ancora a Monaco il giorno 18, quando avvenne effettivamente la morte della nipote e non a Norimberga come da egli stesso asserito.

C’è da osservare che la data della morte di Geli è ovunque riportata per il 18 settembre e non il 19. Dove starebbe dunque la novità?

Vediamo come andarono i fatti secondo il verbale della polizia: «Il cadavere era nella camera, che ha un’unica entrata, e una sola finestra sul Prinzregentenplatz, con la faccia a terra è rivolta verso il sofà, sul quale stava una pistola Walther 6,35 [esiste il 7.65]. Il dr. Muller, medico della polizia, ha stabilito che il colpo mortale aveva perforato i polmoni e il rigor mortis era sopravvenuto dopo parecchie ore, tra le 17 e le 18. Si trattava inoltre di un colpo sparato da distanza ravvicinata, e penetrato attraverso l’abito e la pelle, al di sopra del cuore, che quindi non era stato toccato. Il proiettile non era neanche uscito dall’altra parte, bensì si era conficcato sul fianco sinistro del corpo, al di sopra dell’anca, sottopelle.»

Dunque, anche secondo il verbale, il decesso di Geli non sarebbe avvenuto il mattino del 19 settembre, ma il giorno precedente, quando lo zio Alf era ancora a Monaco. Ma ciò corrisponde al vero?

Lo zio Alf, il mattino del 18 settembre 1931, un venerdì, volle intraprendere un nuovo giro elettorale nel nord del paese; il fotografo Hoffman lo accompagna e descrive i preparativi del viaggio in questi termini: «Quando entrai in casa sua, Geli era presente, e lo stava aiutando a fare la valigia. Lasciammo l’abitazione e, mentre già stavamo scendendo le scale, Geli si affacciò alla ringhiera e gridò: “Au revoir, zio Aldolf! Au revoir, signor Hoffmann”. Hitler si fermò a guardare in su. Indugiò un attimo, poi si voltò e risali le scale, mentre io lo aspettavo giù alla porta d’ingresso. Poco dopo torno a scendere.» (Heinrich Hoffmann, Hitler was my friend, Burke, Londra, 1955, p. 152.

Hitler trascorso la notte a Norimberga. Il giorno seguente, il 19 settembre, salì in macchina con Schreck, l’autista. Il fattorino dell’hotel ricevette la telefonata di Hess che gli intimava di richiamare immediatamente Hitler a Monaco. Il giovane salì su un taxi che seguì Schreck e alla fine riuscì a fermare l'auto. Hitler tornò quindi in hotel, rispose alla chiamata di Hess e poi Schreck ricevette effettivamente una multa per infrazione al codice della strada nella vicina Hiltpoltstein mentre stavano freneticamente tornando a Monaco. La multa esiste ancora e la sua riproduzione è stata pubblicata su Der Spiegel nel 1983 e di nuovo nel 1999.

Geli si suicidò nel tardo pomeriggio o la sera del 18 settembre.

Vero è che diverse persone erano presenti nell’appartamento di Prinzregentenplatz dove è stato ritrovato il corpo. Le trascrizioni delle interviste al personale domestico contenevano significative incongruenze riguardo alla sequenza degli eventi e al momento esatto in cui la tragedia è stata notata. Gli investigatori non hanno approfondito a sufficienza queste discrepanze.

Ma è altrettanto vero che Anni Winter, governante e amministratrice dell’appartamento, e suo marito, insieme alla cameriera Maria Reichert, erano le uniche persone presenti nell’appartamento la sera della sua morte. Nessun altro avrebbe potuto entrare nell’appartamento chiuso a chiave senza che loro lo sapessero. Poche ore prima della sua morte, Geli trovò un biglietto che Eva Braun aveva lasciato nella tasca della giacca di Hitler, ringraziandolo per averla portata all’opera. Geli strappò il biglietto in quattro pezzi e li lasciò ben in vista sul comò di Hitler. Anni Winter lesse il biglietto strappato e ne parlò a diverse persone.

mercoledì 23 settembre 2026

Su Xiaobai

 

Palazzo Soranzo-van Axel è attiguo alla splendida chiesa di Santa Maria dei Miracoli, uno dei primi esempi rinascimentali a Venezia. Il palazzo, fondamenta de le Erbe, sestiere di Cannaregio (dunque da non confondere con l’omonimo palazzo Soranzo in Santa Croce), esternamente ricorda il tardo gotico e ha comunque un suo fascino, come quasi tutte le costruzioni veneziane dei secoli migliori.

L’edificio si può visitare in occasione della mostra dell’artista cinese Su Xiaobai, evento collaterale della Biennale di Venezia. L’ingresso è gratuito, anche perché l’interno del palazzo non presenta nulla di significativo, salvo la vera da pozzo posta all’ingresso per la compulsiva gioia digitale dei visitatori.

Su Xiaobai (1949), ha scoperto la sua vena artistica a quasi quarant’anni. Si dice abbia «sviluppato un’arte sensuale [?] ma rigorosa, che sfida ogni classificazione», e che «dialoga sia con il linguaggio dell’arte astratta occidentale sia con le tradizioni della filosofia cinese, incluso il sutra buddista: “Tutto è niente, niente è tutto”».

Mancandomi la conoscenza dei sutra di Siddhartha Gautama, accolgo senza riserve il giudizio: la sua “arte” è inclassificabile, un niente di tutto e un tutto di niente. Stesso giudizio che si ricava da AI di Google:

«Per lo sguardo occidentale, la semplicità radicale e il profondo legame con la spiritualità e la memoria rischiano di apparire hermetici [sic!] o difficili da decodificare appieno nei loro strati concettuali più intimi.»

Non vedo cos’altro si potrebbe aggiungere di più “intelligente” al riguardo degli “strati concettuali più intimi” di Su Xiaobai, di gente che antepone il primato del concetto sull’oggetto. Si tratta di “smaterializzazione” dell’arte, ossia dell’arte ridotta a un’idea o a un’azione astratta. Salvo che chi acquista queste “opere” lo fa sulla base del loro status di oggetti nella forma di merce, del prosaico concetto di “investimento”.

Del resto, a pensarci bene, il mondo è pieno di oggetti, più o meno interessanti; per quale motivo aggiungerne altri? A tal fine basterebbe un’arte ultra-concettuale fatta di soli International Bank Account Number degli artisti (non si vive di soli concetti, si deve pur mangiare).

Su Xiaobai non è così ortodosso nella prassi smaterializzatrice, al contrario, propende per opere concrete e di grandi dimensioni, laddove ogni opera è tutt’altro che invisibile o irrealizzata, fino a diventare ingombrante, e tuttavia deve comunque costituire arte priva di autentico interesse visivo e impossibile difficile da decodificare senza un’adeguata propedeutica.

L’artista cinese con residenza germanica, per il suo oggettivo sostentamento si aggiudica il 5730° posto nella classifica mondiale degli artisti più venduti all’asta (fatturato 2025). Ha realizzato le sue migliori vendite principalmente in Cina, ma le sue quotazioni sono in live declino, comunque ci vogliono circa 40k euro per mettersi in casa una sua opera (in tal caso avvertite la vostra colf che si tratta di un’opera d’arte e non di oggetto ingombrante da conferire in discarica).

Quando Su Xiaobai, artista sfuggito alla zappa maoista, non crea capolavori, scrive: «quando Dio creò la terra circa 6.000 anni fa, deve avervi impresso anche una lunga storia di formazione del territorio, che ha affascinato gli archeologi. Anch’io sono affascinato dal modo in cui la lacca e le piastrelle racchiudono antiche tradizioni e storie. Lo stesso vale per certi colori: non vengono usati semplicemente per rappresentare delle forme; sono storia e storie in sé».

L'imitatore


Immaginiamo che Hitler avesse tenuto, nel 1936, un discorso presso la sede ginevrina della Società delle Nazioni, l’antesignana dell’ONU attuale. Ipotizziamo chiedesse di annettere la Cecoslovacchia e l’Austria al Reich, come poi in realtà avvenne, e avesse minacciato di distruzione la Polonia, cosa che non mancò di fare in seguito (*).

Mi chiedo quale reazione avrebbe provocato il discorso di Hitler presso i delegati presenti nella sala, quindi sulla stampa e presso i governi di tutto il mondo. Solo qualche strillo di giornale e poco altro?

Nel 1936, di Anschluss neanche a parlarne. Hitler non avrebbe potuto affermare che l’Austria sarebbe passata sotto “il controllo permanente [della Germania] sulla sicurezza e su tutte le altre questioni” senza suscitare le reazioni, per esempio, di Mussolini, il quale avrebbe mandato o minacciato di inviare le sue truppe al Brennero, come aveva già fatto nel 1934.

Quanto alla Cecoslovacchia, Parigi e soprattutto Londra si piegarono vergognosamente. Ma quando toccò alla Polonia, il bluff di Hitler non funzionò più. Insomma, a tutto c’è un limite. E chi potrebbe oggi minacciare di guerra gli Stati Uniti a proposito delle loro reiterate aggressioni? La guerra è esclusa, solo Washington può minacciarla e, localmente e impunemente, porla in atto. In nome della “libertà” e della “sicurezza”.

Trump non è Hitler, non gli riesce bene nemmeno la caricatura. Ma ieri, come sua consuetudine, si è comportato come un dittatore, offrendo uno spettacolo che ci dovrebbe far vergognare tutti. E invece ... Mancava solo che sputasse per terra e scorreggiasse rumorosamente. Nemmeno questo avrebbe scosso più di tanto i delegati delle varie nazioni, che sono rimasti al loro posto silenti o anche plaudenti (tranne Cuba, per ovvi motivi).

E che Cuba sia sotto assedio, mi pare evidente. Il comunismo non arriverà mai in America, “ma la libertà arriverà a Cuba”, ha dichiarato il paladino dell’America First, la cui amministrazione conta sul collasso economico e sociale dell’isola attraverso un blocco totale.

Per non parlare di ciò che è avvenuto in Venezuela. Anche la guerra all’Iran è un fatto contrario alla Carta dell’ONU. Una guerra che mostra segni di una possibile escalation e che sta influenzando la distribuzione di petrolio e gas, con ripercussioni a cascata sull’economia globale.

Trump ha minacciato di ridurre l’Iran “all’inferno, senza possibilità di sopravvivenza e senza speranza di una futura grandezza o di un futuro prospero per le generazioni a venire”, se Teheran non farà come dice lui.

Che del genocidio palestinese gli Stati Uniti siano complici degli israeliani non ci piove. Che proprio in occasione del suo discorso la Groenlandia, l’isola più vasta del pianeta, sia stata di fatto annessa agli Stati Uniti solo degli ipocriti potrebbero negare.

Trump si è occupato ovviamente anche della guerra in Ucraina, dicendo che la pace è dietro l’angolo. A tale proposito, è passata sotto silenzio la dichiarazione del primo ministro polacco Donald Tusk, il quale ha affermato che l’esercito ucraino perde 27.000 uomini al mese tra morti e feriti. Ha affermato di aver ricevuto queste informazioni direttamente da Kiev. Zelensky e i suoi collaboratori non hanno smentito la notizia.

Nel suo discorso di circa 37 minuti, Trump ha anche esortato “tutti gli Stati membri della Corte penale internazionale a ritirarsi immediatamente da questa istituzione senza scrupoli”. Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha promesso di smantellare la CPI, che processa gli autori dei crimini più gravi al mondo, “mattone dopo mattone”. Ha definito la Corte “una minaccia intollerabile alla sovranità americana”.

I banditi internazionali con sede a Washington e a Wall Street sono furiosi per l’emissione di un mandato di arresto nei confronti del più efferato criminale dell’ultimo mezzo secolo: Benjamin Netanyahu.

Insomma, penso che a suo tempo Hitler, nel suo ipotetico discorso a Ginevra, sarebbe stato più cauto e conciliante, sicuramente meno smargiasso, di quanto è avvenuto ieri con Trump.

(*) Nella realtà storica, la Germania aveva aderito alla Società delle Nazioni nel 1926 e ne uscì nel 1933. 

martedì 22 settembre 2026

Lealtà suprema

 

«L’unità economica europea si realizzerà, poiché è giunto il suo momento.»

Walther Funk, Ministro dell’Economia del Reich, 1942.


Leggo dal Sole 24ore: «In un quarto di secolo i dividendi sono cresciuti in termini nominali del 380%, ma il valore delle azioni nel frattempo è salito più velocemente: + 410%. E poi, soprattutto a Wall Street, la lettura del dividendo non basta perché assai diffuso il ricorso al buyback, il meccanismo attraverso il quale le società di acquisto azioni proprie riducono il numero di titoli in circolazione». È come con i francobolli da collezione: meno ce ne sono in circolazione e maggiore è il loro prezzo.

Tutto sommato il fulcro dell’economia finanziaria capitalistica è questo e poco altro. I fondamentali contano sempre meno: gli acquisti sono guidati dagli investimenti del retail, da basket e da Eft, dalla volatilità che determina comportamenti automatici e, appunto, da buyback. Un linguaggio da iniziati (in una situazione di voluta scarsa alfabetizzazione finanziaria), che significa semplicemente: si tratta di azzardo.

Scrivevo il 6 luglio dell’anno scorso: « [...] è un gioco truccato. Gli stop-loss si attivano, le liquidazioni si incatenano, i prezzi scendono ancora, e chi aveva scommesso su una discesa fa cassa. I trader in preda al panico fissano i loro schermi, increduli. Gli ordini stop-loss sono inghiottiti in un abisso senza fondo. C’è anche chi ne approfitta, un qualche miliardario che compra la paura a un prezzo sempre più basso. In pochi secondi, la marea cambia. Ma per alcuni, è già troppo tardi. In questo modo, gli algoritmi non seguono il mercato: lo guidano.»

Interessante ciò che precisavo al riguardo: «In tale situazione, ogni pretesa schematica (di modello matematico), basata sulla famigerata e tautologica “crescita”, che si richiami ad un mitico equilibrio, sia pure in una prospettiva di dinamica ciclica, perde di senso sia teorico che pratico.» Se poi il lettore vorrà prendersi la briga di andare a leggere la nota che scrissi in fondo a quel post, avrà più chiaro che cosa succede nel presente e soprattutto ciò che accadrà nel futuro prossimo.

Ma andiamo un po’ più a fondo sul tema di chi controlla e decide le politiche finanziarie. Fino al 1977, a Basilea, vicino alla stazione centrale, nel palazzo di un ex albergo, vi era una porta, seminascosta da un negozio di cioccolato. Solo una piccola targa indicava che quella stretta porta conduceva alla BRI, ossia alla Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI). La più antica istituzione finanziaria internazionale al mondo, nata nel 1930 tramite l’accordo dell’Aia sul Piano Young (quello relativo al debito tedesco per le riparazioni di guerra). La BRI funge tutt’ora da “banca delle banche centrali” per promuovere la cooperazione monetaria e finanziaria globale.

Basilea costituiva la sede ideale, situata com’era all’estremità settentrionale della Svizzera, quasi a ridosso dei confini francese e tedesco. A pochi chilometri di distanza, soldati nazisti e alleati combattevano e morivano; alla BRI, però, tutto ciò non aveva importanza. Le riunioni del Consiglio di amministrazione vennero sospese durante la IIGM, ma la BRI rimase incredibilmente attiva, fungendo da unico canale di contatto finanziario (spesso ambiguo e criticato nel dopoguerra) tra le potenze dell’Asse e gli Alleati. Anche i rapporti tra il personale della BRI proveniente dalle nazioni belligeranti rimasero cordiali, professionali e produttivi. La nazionalità era irrilevante: la lealtà suprema era rivolta alla finanza internazionale.

Il triunvirato di gestione della BRI era formato da presidente, Thomas McKittrick, un americano; dal direttore generale, Roger Auboin, francese; dal segretario generale, Raffaele Pilotti, italiano e uomo di fiducia del Regime (*). Quindi il vicedirettore generale, Paul Hechler, era membro del partito nazista e firmava la corrispondenza con la formula “Heil Hitler”; Per Jacobsson, svedese, era l’influente capo economista della banca (dal 1956 direttore generale del Fondo Monetario Internazionale). I vice di quest’ultimo e di Pilotti erano britannici.

L’istituto divenne rapidamente una delle istituzioni finanziarie meglio informate al mondo, in particolare riguardo alle transazioni bancarie transfrontaliere e ai flussi di capitale internazionali. Dalla sua fondazione, le corpose relazioni annuali costituivano una vera e propria enciclopedia di statistiche e indicatori economici e finanziari. Ogni anno il Rapporto Economico Annuale analizzava il commercio internazionale sia nel mondo occidentale che in quello in via di sviluppo, trattando temi quali la politica monetaria, i mercati obbligazionari, i tassi di cambio, i flussi di capitale nei mercati emergenti e occidentali, nonché l’evoluzione dei mercati finanziari internazionali.

Dopo il 1945, cinque dirigenti della BRI, furono accusati di crimini di guerra. La Germania perse la guerra ma vinse la pace economica, in gran parte grazie alla BRI. La visibilità internazionale, i contatti, le reti bancarie e la legittimazione che la BRI garantì – dapprima alla Reichsbank e successivamente agli istituti che ne raccolsero l’eredità – contribuirono a preservare la continuità di interessi economici e finanziari di enorme portata, dall’epoca nazista fino ai giorni nostri.

L’adesione alla BRI non è aperta automaticamente a qualsiasi stato o banca centrale. L’adesione rimane un privilegio piuttosto che un diritto. Nel 1994, la Federal Reserve acquisì proprie quote della BRI, aderì all’istituto e nominò due membri del Consiglio di amministrazione: il presidente della Federal Reserve e il presidente della Federal Reserve di New York. La BRI passò dall’essere un’istituzione eurocentrica, a cui gli Stati Uniti prestavano scarsa attenzione, a una realtà globale e internazionale. Nel 1996, aderirono anche le banche centrali e le autorità monetarie di Cina, India, Russia, Brasile, Hong Kong, Singapore e Arabia Saudita.

Considerato il ruolo cruciale della BRI nell’economia internazionale, il suo basso profilo è sorprendente. Ai giornalisti non è consentito accedere alla sede centrale durante lo svolgimento del Global Economy Meeting. I funzionari della BRI parlano raramente e con riluttanza con la stampa, e quasi mai “ufficialmente”.

Attualmente la BRI ha sede al civico 2 di Centralbahnplatz, a Basilea, a pochi passi dalla stazione centrale. È un luogo silenzioso e tranquillo. Non ci sono manifestanti radunati davanti alla sede della BRI, né accampamenti di protesta nel parco adiacente, né vivaci comitati di accoglienza per i banchieri centrali di tutto il mondo. Schiere di blogger e giornalisti chiacchierano delle banche, eppure, a parte brevi accenni, della BRI ci si occupa quasi nulla.

La BRI ospita quattro dei più importanti comitati internazionali che si occupano di attività bancarie a livello mondiale: il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria, il Comitato sul sistema finanziario globale (Committee on the Global Financial System, abbreviato in CGFS, o CSFG in italiano), il Comitato sui sistemi di pagamento e regolamento (Committee on Payments and Market Infrastructures) e il Comitato Irving Fisher, una rete globale di statistici ed economisti di banche centrali.

La BRI ospita inoltre tre organizzazioni indipendenti: due gruppi che si occupano di assicurazioni e il Financial Stability Board (FSB). Quest’ultimo, che coordina le autorità finanziarie nazionali e le politiche di regolamentazione, viene già considerato il quarto pilastro del sistema finanziario globale, accanto alla BRI, al FMI e alle banche commerciali.

Secondo la BRI, i compiti principali di una banca centrale consistono nel controllare il flusso del credito e il volume di valuta in circolazione, garantendo così un clima economico stabile, e nel mantenere i tassi di cambio entro fasce gestibili per assicurare il valore della moneta e agevolare il commercio internazionale e i movimenti di capitale. Ciò è fondamentale, soprattutto in un’economia globalizzata in cui i mercati reagiscono in microsecondi e la percezione della stabilità economica e del valore conta quasi quanto la realtà stessa (**).

L’Italia una Banca centrale non ce l’ha più, salvo che per eseguire gli ordini della BCE, distribuire euro, stampare brochure e organizzare convegni. La realtà è che siamo entrati in una nuova fase storica, segnata da una profonda crisi strutturale, alimentata dall’avidità e dalla rapacità delle banche e delle grandi società di speculazione finanziaria. Complice la venalità e la corruzione della classe dirigente di ogni Paese. Ovvio che la rabbia e il cinismo stiano logorando la già scarsa fiducia dei cittadini nella democrazia e nello stato di diritto, così come non deve meravigliare che i giovani e le persone più mobili lascino il proprio paese d’origine in cerca di una nuova vita all’estero.

Le potenti forze del capitale internazionale stanno trionfando e non si vede chi possa almeno contenerle. Quanto al potere politico e a tutta l’agitazione mediatiche che gli scodinzola intorno, si tratta di semplice fuffa. Per molti, ma sempre meno, il progetto d’integrazione europea è diventato una verità intangibile, un articolo di fede nell’inesorabile cammino del mondo verso un futuro più radioso e sicuro. E tuttavia, le decisioni importanti sono prese dietro le quinte di santuari politici e finanziari. La chiamano democrazia e ci raccontano che le elezioni, quelle degli altri, sono truccate.

Una verità scomoda e taciuta è che esistono reali parallelismi tra i piani della leadership nazista per l’economia europea del dopoguerra e il successivo processo di integrazione economica e monetaria europea, che non a caso ha avuto la Germania come protagonista principale. La Banca dei Regolamenti Internazionali ha fatto da filo conduttore in entrambi i casi (***).

L’élite tecnocratica e finanziaria europea e statunitense, fatta da amicizie personali basate su frequentazioni scolastiche d’élite, viaggi e pranzi comuni, nonché da legami matrimoniali, è intimamente convinta di dover trasformare lo “spazio vitale” che ritiene assegnatogli dalla storia in un’unica dimensione economica, politica e ideologica. Del resto, a chi deve rendere conto democraticamente la BCE? Di fatto, a nessuno (lo stesso vale per la BRI). Ha il controllo sulla maggior parte degli strumenti di politica monetaria e la libertà di utilizzarli a propria discrezione (****).

Un gesto di apertura alla democrazia si ebbe quando con il Trattato di Maastricht si stabilì dovesse essere ratificato da tutti i dodici membri dell’UE. Tuttavia, solo tre dei firmatari si fidarono a sufficienza dei propri cittadini da indire un referendum. Nel 2005, sia la Francia che i Paesi Bassi votarono contro la nuova Costituzione europea nei rispettivi referendum. I funzionari europei aggirarono l’ostacolo ribattezzando la Costituzione “Trattato di Lisbona”, sostenendo che si limitasse a modificare i trattati precedenti, rendendo così superfluo il ricorso a referendum.

Quanto al fatto che l’Europa è rimasta immune da guerre dal 1945 al 1989, ciò non è dipeso dall’Unione Europea e dal “mercato”, bensì grazie alla presenza di forti partiti riformisti di sinistra che hanno puntellato, nonostante tutto, un sistema improntato alla democrazia. È un merito storico che va loro riconosciuto nella travagliata vicenda della Guerra Fredda. Quei partiti, con un abile lavoro, sono stati smantellati e alcuni riconvertiti in partiti a sostegno del mercato e della dittatura di chi lo controlla.

(*) Pilotti monitorava i movimenti dei cambi, i regolamenti dei pagamenti internazionali e i crediti commerciali, aggirando dove possibile le sanzioni e i blocchi economici. Sempre durante il conflitto, Pilotti dovette gestire le delicatissime transazioni della Reichsbank nazista e della stessa Banca d’Italia. Il regime fascista vedeva nella BRI una cassaforte sicura e un canale di regolamento preferenziale, specialmente quando le riserve auree italiane iniziarono a subire forti pressioni a causa delle spese belliche. Nel dopoguerra Pilotti ricoprirà anche ruoli presso la Banque d’État du Maroc.

Il ruolo di Raffaele Pilotti nella gestione dell’oro della Banca d’Italia rappresenta uno dei capitoli più complessi, ambigui e affascinanti della storia economico-diplomatica italiana durante la Seconda Guerra Mondiale. L’oro fisico (119 tonnellate, composte da 626 cassette di lingotti e 543 sacchi di monete) finì dapprima nel Forte di Fortezza (BZ), una delle fortificazioni asburgiche ottocentesche più grandi e imponenti dell’arco alpino, e poi in gran parte in Germania. Quest’estate ho visitato il Forte e tratto documentazione fotografica e notizie sul travagliato iter di quell’oro. Forse pubblicherò un post sulla vicenda.

(**) Negli anni Settanta, la BRI gestì il cosiddetto “Serpente monetario”, il meccanismo attraverso il quale le valute europee venivano mantenute entro specifici margini di oscillazione dei tassi di cambio. Negli anni Ottanta, la BRI ospitò il Comitato Delors, il cui rapporto del 1988 delineò il percorso verso l’Unione monetaria europea e l’adozione di una moneta unica.

La BRI favorì la nascita dell’Istituto Monetario Europeo (IME), precursore della Banca Centrale Europea. Presidente dell’IME fu Alexandre Lamfalussy (1929-2015), uno degli economisti più influenti al mondo, noto come il “padre dell’euro”. Prima di entrare nel 1994 all’IME, precursore della Banca Centrale Europea, Lamfalussy aveva lavorato presso la BRI per diciassette anni, dapprima come consulente economico e successivamente come direttore generale della banca. Lamfalussy non dovette allontanarsi molto: l’IME aveva sede proprio presso la BRI. Gli fu affidato il compito di creare la prima istituzione monetaria transeuropea, in vista dell’introduzione della moneta unica. Dopo undici mesi, nel novembre 1994, l’IME aveva ormai superato le dimensioni consentite dalla sede della BRI e si trasferì a Francoforte. La nuova sede era un grattacielo in Willy-Brandt-Platz, noto come Eurotower. L’Eurotower conta quaranta piani, più del doppio dei diciotto della sede della BRI. Il presidente dell’IME condivideva la stessa intesa con Hans Tietmeyer, presidente della Bundesbank, e con Jacques Delors, presidente della Commissione europea.

La Banca Centrale Europea entrò in attività. Sette mesi più tardi, il 1° gennaio 1999, undici paesi lanciarono l’euro. Dal punto di vista tecnico, la nascita della moneta unica rappresentò un risultato straordinario. I deficit di bilancio nazionali non avrebbero potuto superare il tre per cento del PIL. In questo clima di euforia, si prestò minore attenzione agli aspetti politici della moneta unica. Ancora una volta, la progressiva erosione della sovranità nazionale venne presentata come un’innovazione di natura essenzialmente tecnocratica, anziché come una decisione politica. La Bundesbank plasmò l’assetto della BCE, garantendo che si concentrasse sulla stabilità dei prezzi, e mantenne un’enorme influenza sulle operazioni della BRI.

A Londra, l’idea di cedere la sovranità monetaria suscitava orrore. A Washington, Paul Volcker sosteneva che l’idea di una Banca Centrale Europea fosse “una cosa molto singolare senza un governo e una stessa disciplina fiscale”.

La perdita di sovranità monetaria era un prezzo modesto da pagare per ridisegnare un continente, seguendo un piano elaborato tanto a Berlino quanto a Parigi e Bruxelles. Il cancelliere Helmut Kohl, il presidente François Mitterrand e Jacques Delors erano ossessionati dal loro posto nei libri di storia.

La BRI oggi detiene circa 119 tonnellate metriche d’oro e si posiziona solidamente tra i maggiori possessori di metallo prezioso al mondo. Il confronto con paesi come il Canada è particolarmente calzante, dato che la banca centrale canadese ha venduto l’ultima delle sue riserve d’oro nel 2016 per diversificare il proprio portafoglio in valute estere facilmente scambiabili (idioti).

(**) L’Eurozona non costituiva un’area valutaria omogenea. Unire paesi tanto diversi tra loro come la Germania e la Grecia, oppure l’Italia e l’Olanda, ciascuno con culture, storie, politiche economiche e fiscali e concezioni differenti del ruolo dello Stato e del potere di imposizione fiscale, si prospettava sin dall’inizio come un’impresa non solo rischiosa, ma assurda.

L’Eurozona necessitava di un sistema fiscale transnazionale credibile, dotato di regole e di un meccanismo di applicazione delle stesse. I governi nazionali dell’Eurozona mantenevano il potere di imporre tributi e di gestire la spesa pubblica, e tali decisioni hanno ripercussioni sugli altri membri. Di conseguenza, tutti i paesi dell’Eurozona si ritrovavano, di fatto, ostaggi l’uno dell’altro, ma alcuni molto più di altri.

In altre parole, le decisioni tecniche riguardanti la politica finanziaria e monetaria sono state utilizzate per introdurre surrettiziamente, spesso attraverso la BRI, uno Stato sovranazionale controllato dai tecnocrati e dalla finanza. Fu reso impossibile per un Paese uscire dalla presa dell’euro e le contraddizioni della moneta unica sono state aggravate dalla successiva espansione dell’Eurozona ai Paesi dell’Est Europa, molto più disomogenei rispetto ai Paesi fondatori.

(***) Il Parlamento europeo ha approvato diverse risoluzioni chiedendo alla BCE di pubblicare i verbali delle riunioni del Consiglio direttivo e di diffondere una sintesi delle votazioni, senza indicare i nomi dei singoli membri. I governatori delle banche centrali nazionali che siedono nel Consiglio direttivo della BCE adducono, contro tale richiesta di pubblicazione, le stesse argomentazioni avanzate dai funzionari della BRI per giustificare la mancata diffusione dei verbali delle riunioni dei governatori: il timore che ciò possa limitare il libero scambio di idee durante le sedute.