Profughi qatarioti arrivano in Italia con mezzi di fortuna.
È il tema tossico per eccellenza: da una parte, una destra isterica che vuole espellere tutti (o quasi) e giura sulla fattibilità della cosa; dall’altra, una sinistra disarmata e disarmante che combatte sul piano morale (?) e chiede regolarizzazioni miracolose. E in mezzo a questo pantano, il collasso della macchina amministrativa nella gestione dei flussi migratori e un consistente numero d’immigrati che delinque o vive d’espedienti.
Il fenomeno dell’immigrazione paga un debito storico e una necessità contingente legata prevalentemente a fattori demografici ed economici interni. Chi racconta di avere la soluzione a portata di mano è un bugiardo e un avventuriero politico. L’ultima trovata è quella della cosiddetta “remigrazione”, ma c’è anche chi spaccia fandonie come “Porte aperte a chi si integra, chi delinque può tornare da dove viene”.
L’integrazione è in gran parte un mito, troppe sono le cose che ci dividono, non solo sul piano culturale, religioso e degli stili di vita (per contro, si portano ad esempio delle eccezioni, che però tali rimangono). Il “ritorno”, è un altro mito tossico, che sta attirando allocchi come la merda con le mosche. Tuttavia qualcosa si può fare, p. es. non esiste un dicastero che vi si dedichi specificatamente, dunque non esiste una visione d’insieme, ma compartimenti stagni nella gestione dei flussi; a livello europeo non esiste una banca dati comune, figuriamoci un coordinamento dei visti, eccetera.
E la sinistra, cioè quell’ammucchiata di ex comunisti pentiti e cattolici impenitenti, che cosa propone? È una sinistra passata in un attimo, nel 1990, dallo stato solido a uno liquido, con Veltroni e Rutelli allo stato gassoso, con Renzi si è trasformata in plasma e ora, in vista delle prossime elezioni, è in uno stato quantico, nel senso che non si sa nulla di preciso né su che cos’è né su altro. Salvo che loro sono democratici e antifascisti, cattolici o agnostici aperti al dialogo, ma anche liberali e in regola con la contribuzione delle loro colf. Tutta una merda ma con sfumature diverse.
Come già ho rilevato nei giorni scorsi, l’Iran non è il vero obiettivo di questa guerra. Questa affermazione può sembrare paradossale alla luce delle immagini di fabbriche in fiamme a Isfahan, postazioni antiaeree distrutte, eccetera. Tuttavia, l’escalation tra Stati Uniti, Israele e Repubblica Islamica, in corso dal 28 febbraio 2026, è difficile da comprendere se si considera l’Iran come il punto di arrivo della guerra israelo-americana. Un’interpretazione diversa è più plausibile: la guerra all’Iran funge per una trasformazione regionale ben più ampia.
Apro e chiudo subito una parentesi: il Libano è assolutamente strategico per Teheran, poiché il regime iraniano ha come obiettivo dichiarato la cancellazione di Israele dalla carta geografica. Su questo non ci piove, salvo il fatto che Netanyahu risponde come Hitler rispondeva su Varsavia, ossia facendo terra bruciata senza badare se per colpirne uno ne ammazza cento di innocenti.
Sul piano strategico, ossia sul piano generale, vi è un insieme di spazi interconnessi: l’Iraq, lo Stretto di Hormuz, l’Arabia Saudita, gli Stati del Golfo, la Giordania, Israele e, con essi, l’approvvigionamento energetico globale. In quest’ottica, la domanda ovvia, ossia di come si può sconfiggere militarmente l’Iran, è una la domanda sbagliata. Ciò che conta non è la quasi irraggiungibile vittoria su Teheran, ma piuttosto quali cambiamenti politici, territoriali e infrastrutturali si possano innescare nella regione attivando questo campo di commutazione.
Come rilevavo nel 2012, l’idea che gli Stati Uniti possano vincere militarmente la guerra contro l’Iran trascura un fatto strutturale: l’Iran non è un Paese che può essere occupato o controllato in modo permanente. Il suo territorio è troppo vasto, il suo territorio troppo impervio e la sua popolazione, di oltre 90 milioni di abitanti, troppo numerosa per una potenza occupante, come dimostrato dal fallimento in Iraq. Inoltre, l’Iran possiede una delle forze armate più moderne al mondo. Moderne non nel senso di piattaforme costose come aerei da combattimento o navi da guerra, ma nel senso di ciò che si può definire guerra d’arma: droni e missili prodotti a basso costo che possono essere lanciati in gran numero senza dover ricorrere a costose piattaforme di lancio.
L’Iran era già al di fuori del controllo diretto degli Stati Uniti anche prima dell’inizio della guerra; un Paese che era già fuori dalla propria sfera d’influenza può essere abbandonato a costi relativamente bassi. Ciò che a prima vista appare come una perdita di controllo è quindi simile a uno scambio di pezzi su una scacchiera: l’Iran e, a lungo termine, l’Iraq vengono sacrificati perché, in cambio, si ottiene una posizione più vantaggiosa: l’accesso alle risorse petrolifere e di gas dell’Arabia Saudita e degli altri stati arabi del Golfo, ai loro terminali, oleodotti e corridoi di esportazione.
La risposta militare iraniana ha seguito uno schema riconoscibile: attacchi non solo contro Israele, ma anche contro gli Stati del Golfo in cui è ancorata la presenza militare americana. Questa escalation prende di mira quegli Stati il cui potere si basa su infrastrutture altamente vulnerabili: impianti di liquefazione, impianti di desalinizzazione, terminal portuali e oleodotti. Droni e missili a basso costo vengono impiegati contro infrastrutture il cui guasto può paralizzare le economie nazionali e la cui ricostruzione può richiedere anni. Pertanto, ogni ulteriore scambio militare indebolisce principalmente l’Arabia Saudita e gli Stati arabi del Golfo, non dotati di un proprio potere d’azione.
Sebbene lo scambio di fuoco fino ad oggi abbia messo in luce la vulnerabilità degli Stati del Golfo, non li ha ancora spezzati strutturalmente. Per questo, sarebbe necessaria una guerra più lunga e di maggiori proporzioni, che potrebbe persino prevedere il dispiegamento di truppe di terra americane in Iran. Un simile dispiegamento non avrebbe come obiettivo la conquista, bensì la deliberata provocazione di una grande offensiva iraniana, che a sua volta prenderebbe di mira gli Stati del Golfo in quanto rifugi logistici sicuri per gli Stati Uniti.
Ciò solleva la questione cruciale: chi avrebbe interesse a sfruttare politicamente una simile escalation? La questione di chi determini la strategia in questa guerra trova spesso risposta nel dibattito occidentale laddove si sostiene, ad esempio, che Trump non ha un piano, mentre Netanyahu sì. Che i sionisti abbiano un piano è noto da un secolo e anche molto di più.
Washington stabilisce l’agenda, Israele la attua. Questo vale anche per il progetto di “Grande Israele”, una visione geopolitica e religioso-territoriale che si estende ben oltre i territori occupati e posiziona Israele come fulcro di una nuova architettura di controllo ed energetica per la regione. Tuttavia, Israele non può svolgere questo ruolo da solo. Dal punto di vista militare, economico e diplomatico, rimane dipendente dal sostegno americano.
Non c’è alcuna contraddizione in questo. La funzione di Israele all’interno di quest’ordine: lo Stato sionista non è destinato a governare in modo indipendente, ma come avamposto americano. Un prerequisito, tuttavia, è che gli attuali centri di potere nel Golfo siano indeboliti e integrati con Israele. Solo quando l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo perderanno il loro status di indipendenza, Israele potrà emergere come fulcro regionale di una nuova architettura di controllo ed energetica.
Lo scambio strategico sulla scacchiera (l’Iraq per l’Iran e i centri energetici degli Stati arabi del Golfo per Israele quale avamposto di Washigton), ha assunto una forma concreta: il tentativo di liberare i flussi di petrolio e gas dallo Stretto di Hormuz e deviarli via terra o attraverso rotte secondarie verso il Mar Rosso o il Mediterraneo orientale.
Entra in gioco la logica dei corridoi (ne ho già parlato) dominata dagli Stati Uniti. Progetti formalmente multilaterali come il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC) incarnano questa logica senza dichiararla esplicitamente: avviati con la partecipazione attiva degli Stati Uniti, traducono l’architettura di sicurezza americana in oleodotti, ferrovie e infrastrutture portuali. Arabia Saudita, Giordania e Siria (governata da terroristi ricevuti alla Casa Bianca sul tappato rosso!) non appaiono più semplicemente come Stati, ma come potenziali corridoi di transito.
Nello specifico, l’accesso al collegamento terrestre trasforma il territorio saudita e giordano in una via di transito per un accesso al Mediterraneo controllato dagli Stati Uniti. La necessità dello scambio è principalmente geografica: rinunciare all’Iraq come sfera d’influenza elimina il corridoio terrestre che – attraverso la Turchia, ad esempio – potrebbe offrire un’alternativa alla rotta saudita-giordana.
Gli Stati del Golfo sono dunque intrappolati in una situazione dalla quale non c’è praticamente via d’uscita, secondo la logica delle alleanze esistenti. La “protezione” americana non impedisce l’escalation, ma li lega piuttosto alla stessa potenza che li trascina ripetutamente in conflitti. Allo stesso tempo, non possono rinunciare a questa protezione, perché senza di essa sarebbero ancora più vulnerabili alle ritorsioni iraniane. Più diventano vulnerabili, più, appare necessaria proprio la promessa di protezione che contribuisce alla loro vulnerabilità. L’unica via d’uscita risiederebbe in un’intesa regionale con Teheran, ovvero con lo stesso attore da cui Washington promette di proteggerli. Il fatto che questo passo sia politicamente quasi inconcepibile dimostra la natura e l’ampiezza della trappola.
Mentre in Italia i media si occupavano quotidianamente dei “bambini nel bosco”, i sionisti procedevano allo sterminio dei bambini palestinesi nella Striscia di Gaza. Non è un fenomeno marginale nella politica israeliana, bensì una prassi di governo: è la conclusione a cui è giunto il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite in un rapporto pubblicato ieri.
Più di 20.000 bambini sono morti nella Striscia di Gaza dall’ottobre 2023, e oltre 44.000 sono rimasti feriti. Ciò significa che i bambini rappresentano circa il 30% delle vittime della guerra, secondo il rapporto delle Nazioni Unite. «Traumi di massa, orfanezza, separazione, disabilità, sfollamenti ripetuti, fame e il collasso dei sistemi di istruzione e assistenza sanitaria» hanno privato i giovani di Gaza della loro infanzia, afferma la commissione d’inchiesta. Inoltre, sono “sottoposti a torture e gravi forme di maltrattamento», tra cui «violenza sessuale», nelle carceri israeliane.
La rappresentanza di Israele a Ginevra ha definito il rapporto una “farsa calunniosa”.
«La Striscia di Gaza è piena di terroristi. Ogni bambino nato ora, in questo preciso istante, è già un terrorista», ha dichiarato il deputato del Likud Nissim Vaturi alla televisione israeliana nel gennaio 2025. L’ex presidente della Knesset, Moshe Feiglin, ha rincarato la dose nel maggio 2025: «Ogni bambino a cui state dando il latte ora violenterà le vostre figlie e massacrerà i vostri figli tra 15 anni», ha affermato in un’intervista televisiva. La sua conclusione: «Nessun bambino» dovrebbe rimanere nella Striscia di Gaza.
È una logica che attraversa come un filo rosso i genocidi della storia: la propria collettività viene immaginata come vittima, in opposizione a un gruppo che rappresenta il male assoluto. Per garantire la propria sopravvivenza, gli altri devono essere sterminati o cacciati. Questo include esplicitamente i loro figli, perché sono i cattivi di domani.
Haaretz ha riportato ieri che il Consiglio di Sicurezza Nazionale ha convocato una riunione lo stesso giorno per promuovere l’”uscita volontaria” da Gaza.
Presto, molto presto, gran parte dell’umanità si troverà ad affrontare questioni non più rinviabili e delle quali, tuttavia, fino ad oggi non sembra avere sufficiente ed adeguata consapevolezza. Viviamo convinti della infinita superiorità della nostra civiltà tecnologica, supportati in ciò dagli strepitosi risultati raggiunti, senza peraltro renderci ben conto che essi rappresentano allo stesso tempo il livello di avvilimento al quale siamo sottoposti come esseri umani dal dominio delle macchine. Ciò dimostra come, nonostante tanti e tali progressi, non sia concesso a chiunque di sfuggire ai vincoli del proprio tempo e della propria condizione.
Anche coloro che ritengono di esserne consapevoli e di attenersi al principio di realtà, scopriranno loro malgrado che centinaia di milioni di persone ancora giovani non potranno passare le loro giornate sedute ai giardinetti a sputare gusci di pistacchio nelle aiuole mentre aspettano il sussidio, oppure sdraiate sul divano di casa a vedere 104 partite del mondiale di calcio. “La realtà ci impone di apportare cambiamenti urgenti e necessari”, ha detto il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, e va da sé che ciò non vale solo per Cuba. Tutt’altro.
Vale anche per gli Stati Uniti nel loro confronto, sempre più stringente, con la Cina. Ma non solo con la Cina. Mentre a Évian si regalava a Donald Trump una maglia da calcio per il suo ottantesimo compleanno, tre giorni prima, su ordine del governo americano, era stato vietato l’accesso ai modelli avanzati Fable 5 e Mythos di Anthropic per gli utenti non statunitensi. Mai prima d’ora l’Europa ha sentito tutta la forza dell’imperialismo tecnologico statunitense e, allo stesso tempo, la propria pericolosa dipendenza.
I nuovi modelli IA non sono semplicemente un altro tipo di software. Stanno diventando sempre più una sorta di infrastruttura di base per l’economia perché sono in grado di programmare autonomamente, automatizzare i processi aziendali, analizzare i mercati e scoprire nuove terapie mediche. Oltre al loro impiego per scopi bellici. Ecco perché tale divieto è così “pericoloso” e va ben oltre le bagatelle puerili tra Trump e Meloni. Trump è ben consapevole dell’importanza dell’intelligenza artificiale per il suo potere e per quello degli Stati Uniti nel loro complesso.
Questa volta è stato il governo degli Stati Uniti. La prossima volta potrebbe essere un miliardario americano in una brutta giornata. Gli europei sono gli inquilini di un insediamento digitale i cui proprietari, con le loro chiavi principali, vivono a Washington e nella Silicon Valley.
La Cina, dice, si è preparata proprio a uno scenario del genere, sviluppando le proprie piattaforme e investendo miliardi nel proprio ecosistema tecnologico. La macchina attualmente più veloce si trova nella città di Shenzhen, nel sud della Cina, e raggiunge una prestazione costante di 2,2 exaflops, unità di misura della potenza di calcolo di un computer al secondo. Lineshine (questo il suo nome) è stato costruito esclusivamente con processori sviluppati in Cina.
Il 9 agosto dell’anno scorso, scrivevo in esergo a un post: “Le macchine non esistono fuori dalla storia. E se esistono nella storia, esistono in un’epoca, e in quell’epoca si decide la relazione tra te e la macchina.”
“Voglio parlarti di Dio”. I chiacchieroni sono ovunque.
La prima emissione di buoni del tesoro poliennali (btp) denominata Italia Sì (nome evocativo del referendum di marzo?) ha raccolto in cinque giorni 8,84 miliardi. La platea degli acquirenti è quasi esclusivamente domestica. Segno che la grana c’è, tanto è vero che nei portafogli degli investitori nazionali non finanziari i miliardi sono 458. Famiglie e imprese non finanziarie italiane detengono un 14,5% del debito pubblico. Non male. Ma ciò significa anche che oltre l’85% del debito pubblico è in mani straniere.
Ovviamente a comprare titoli è solo chi può permetterselo e dunque sul piano redistributivo gli effetti dell’alto debito (leggi: spartizione degli interessi cedolari) sono a favore di chi la grana già ce l’ha. Insieme alle solite banche e agli altri investitori istituzionali. E quella degli interessi passivi del debito costituisce una delle voci di spesa più rilevanti a carico dello Stato (dunque di quella metà dei contribuenti che paga le imposte).
Come scriveva Gianni Trovati sul Sole 24ore di domenica, «Da questo fiume di cedole sono inevitabilmente esclusi gli italiani in condizioni economiche meno floride. Che, anzi, vedono erodere dagli interessi sul debito in margine di bilancio che altrimenti avrebbero potuto finanziare politiche pubbliche a loro destinate». In altri termini: risorse tolte alla sanità, alla scuola, alla ricerca, eccetera.
Gli interessi passivi costeranno quest’anno 94,9 miliardi (+8,9% rispetto al 2025), prima di arrivare a 100,1 miliardi nel 2027 e salire poi ai 111,6 miliardi messi in calendario nel 2029 dall’ultimo Documento di finanza pubblica approvato a fine aprile.
Di patrimoniale neanche a parlarne. Del resto, fanno notare, una pur minima patrimoniale la si paga già con la tassazione dei conti correnti (imposta di bollo). Sennonché tale imposta è fissa, sia per chi ha una giacenza media di 5.001 euro e sia per chi mediamente ha una giacenza di milioni di euro. Insomma, non è una imposta progressiva, e anzi per aziende, società ed enti, l’imposta di bollo fissa è di 100 € l’anno, anche in tal caso indipendentemente dalla giacenza. Tutto ciò s’addice alla buona gestione di una società di classe.
Chi pensa che un prossimo esecutivo, di stampo malavitoso come l’attuale o anche di stampo malavitoso diverso, possa mettere mano a questa distorsione che grida scandalo al cielo, ebbene, se c’è chi pensa questo, non è solo un irrimediabile illuso, bensì un imbecille.
Le delegazioni statunitense e quella persiana, che si stanno incontrando in questi giorni in Helvetia, hanno per tema del confronto due questioni: quella relativa al Grande Attrattore, e quella, non meno spinosa, che riguarda il metodo geometrico della parallasse trigonometrica, calcolo fondamentale per il pedaggio delle navi nello stretto di Hormuz.
Se non avete ancora sentito parlare di queste questioni è perché non seguite il dibattito televisivo su questo tema verso le tre del mattino. Lascio per altra occasione la questione del Grande Attrattore e vediamo in dettaglio che cos’è il metodo geometrico della parallasse trigonometrica, che tanto incide sulla nostra bolletta energetica.
La distanza tra le galassie e gli oggetti celesti più piccoli viene determinata in base alla loro luminosità. Nel caso delle Nubi di Magellano, due galassie nane satelliti della Via Lattea, questo calcolo costituisce la base per determinare le distanze di altri oggetti. Esse fungono da galassie di riferimento.
Le stelle variabili, ossia stelle che periodicamente aumentano e diminuiscono di luminosità, si trovano principalmente nelle Nubi di Magellano. Le Nubi di Magellano (più precisamente, la Piccola Nube di Magellano e la Grande Nube di Magellano) sono le due galassie più vicine alla nostra galassia; sono facilmente visibili a occhio nudo dall'emisfero australe in una notte serena, ma non dall’Europa.
Il cielo notturno ci appare in due dimensioni: vediamo principalmente punti o zone di diversa luminosità e colore su uno sfondo scuro, e lo spazio profondo ci appare come un gigantesco dipinto. In molti casi, inizialmente non sappiamo quanto siano effettivamente distanti gli oggetti, perché stelle, pianeti o nebulose possono apparire più luminosi sia perché brillano effettivamente con maggiore intensità, sia perché sono più vicini a noi.
Agli inizi del XX secolo, i calcoli complessi per scopi scientifici e tecnici venivano eseguiti da donne, la maggior parte delle quali era, inevitabilmente, mal pagata. Tra queste, l’astronoma americana Henrietta Swan Leavitt, che faceva parte delle Harvard Computers, un gruppo di donne impegnate nel calcolo ed elaborazione dei dati per l’Osservatorio dell’Harvard College.
Il compito delle “donne computer” di Harvard era proprio quello di mappare le stelle variabili. Durante la catalogazione, Leavitt scoprì un gran numero di stelle variabili precedentemente sconosciute nelle Nubi di Magellano. Nel 1912, stabilì finalmente una correlazione diretta tra la frequenza di lampeggio di queste stelle e la loro luminosità assoluta. Questa correlazione si rivelò di fondamentale importanza per tutta l’astrofisica.
Per alcuni oggetti, la loro distanza dalla nostra posizione può essere determinata utilizzando il cosiddetto metodo della parallasse. Il metodo della parallasse è una tecnica geometrica usata in astronomia per calcolare la distanza degli oggetti celesti più vicini (funziona solo con telescopi potenti e solo per corpi celesti relativamente vicini, ossia non è applicabile alle galassie distanti). Sfrutta lo spostamento apparente di un oggetto rispetto a uno sfondo più lontano quando viene osservato da due posizioni differenti.
Gli oggetti appaiono leggermente spostati quando vengono osservati in momenti diversi e quindi da angoli diversi. La Terra orbita attorno al Sole a metà ogni sei mesi, quindi quando un particolare oggetto viene osservato nuovamente dopo questo periodo, viene visto da una direzione e un angolo leggermente diversi. Confrontando queste due osservazioni, è possibile calcolare la distanza assoluta dalla stella in questione.
Calcolare come? Dalla differenza di posizione angolare si calcola l’angolo di parallasse (un calcolo che io non saprei fare). Conoscendo la distanza tra i due punti di osservazione (il diametro dell’orbita terrestre) e usando la trigonometria, si ricava la distanza della stella.
Conoscendo la luminosità assoluta di una stella lampeggiante, è possibile determinarne con precisione la distanza da noi. Questi dati possono essere confrontati con i valori di luminosità di altri oggetti nelle vicinanze e, su questa base, gli astronomi possono tentare di stimare le distanze. Tuttavia, questo metodo presenta un problema: le misurazioni possono contenere errori. Le stime basate su misurazioni, che a loro volta si basano su stime, contengono anch’esse tali errori. La probabilità di errore aumenta con ogni ulteriore derivazione. Pertanto, la determinazione delle distanze degli oggetti nelle Nubi di Magellano può avere un impatto significativo su ampie parti dell’astrofisica. Per questo motivo, questa disciplina presta particolare attenzione alle galassie di riferimento.
Di recente, le Nubi di Magellano sono tornate a essere oggetto di intense ricerche, questa volta non sulla luminosità delle stelle, bensì sulla loro direzione di movimento. Si è scoperto che le Nubi di Magellano interagiscono gravitazionalmente in modo tale da perturbare il moto delle stelle. Anche una piccola perturbazione può accumularsi nel corso di milioni di anni e avere un effetto significativo. La piccola Nube di Magellano, a quanto pare, non ruota sul proprio asse, come si ipotizzava in precedenza. Le stelle sembrano invece allontanarsi l’una dall’altra. Non è ancora chiaro se questo movimento porterà alla dissoluzione della galassia, ma in ogni caso, le dinamiche interne del sistema stellare sono più complesse di quanto si pensasse.
(*) Posto che le distanze nello spazio sono enormi, gli astronomi hanno definito un’unità di misura basata proprio su questo metodo: il parsec. Un parsec (circa 3,26 anni luce) è la distanza alla quale si troverebbe una stella con un angolo di parallasse di un solo secondo d’arco. Gaia, la sonda astrometrica dell’Agenzia Spaziale Europea, lanciata nel 2013, ha rivoluzionato l’astronomia misurando posizioni, distanze e moti di oltre un miliardo di stelle con una precisione fino a 100 volte superiore a Hipparcos, il precedente telescopio spaziale.
Ci sono molte ragioni per ignorare la data del 22 giugno 1941 nella politica ufficiale di commemorazione dell’Europa occidentale. Secondo l’interpretazione prevalente, la “liberazione” è avvenuta solo dove gli Alleati occidentali respinsero e sconfissero la Wehrmacht, non dove combatté l’Armata Rossa annientando il più possente esercito della storia.
Ottantacinque anni fa, le truppe tedesche e i loro alleati fascisti invasero l’Unione Sovietica. Gli strateghi che idearono l’invasione pianificarono il genocidio di 40 milioni di persone. Gran Bretagna e Francia avevano contato che ciò accadesse prima di quel 22 giugno 1941. Sbagliarono i loro calcoli. Hitler attaccò la Polonia nel 1939 e poi la Francia attraverso il Belgio e l’Olanda nel 1940.
La guerra assunse un carattere globale. I suoi pianificatori stavano preparando il più grande genocidio della storia. Tra i 30 e i 40 milioni di cittadini sovietici sarebbero dovuti morire entro la fine del 1941 per assassinio e fame, milioni ridotti in schiavitù e costretti a lavorare nell'economia di guerra tedesca. La parte europea dell’Unione Sovietica era destinata ai coloni tedeschi. Gli ebrei dovevano essere sterminati, tutte le figure di spicco del governo sovietico eliminate e tutti i commissari politici dell’Armata Rossa assassinati al momento della cattura. Un genocidio nel genocidio fu perpetrato contro i prigionieri di guerra sovietici: di oltre cinque milioni di prigionieri, 3,3 milioni morirono, più di due milioni dei quali entro la primavera del 1942.
Dopo appena quattro settimane, i piani militari tedeschi per un nuovo Blitzkrieg fallirono. Il 10 luglio ebbe inizio la battaglia di Smolensk, che durò due mesi: la resistenza dell’Armata Rossa fermò la Wehrmacht, impedendole di raggiungere Mosca fino all’inverno. Mai prima d’allora politici e generali avevano commesso errori di valutazione così catastrofici come Hitler e lo stato maggiore tedesco.
Cosa poco nota, il principale stratega dell’Operazione Barbarossa, come capo del dipartimento operazioni dell’Alto Comando dell’Esercito (OKH), fu Adolf Heusinger (1897- 1982). Dal sito biografico ufficiale della Germania: «Negli anni ‘30, Heusinger condivideva gli obiettivi del nazionalsocialismo [...]. Appoggiò le politiche espansionistiche dello stato nazista e nel 1940 accolse con favore i piani di annessione del regime nazista in Occidente, così come la guerra contro l’Unione Sovietica.»
Heusinger firmava gli ordini per la lotta contro i partigiani, che spesso servivano da pretesto per lo sterminio di massa della popolazione civile. L’Unione Sovietica chiese l’estradizione di Heusinger dagli Stati Uniti per crimini di guerra commessi nei territori occupati. La richiesta fu respinta, considerandola una manovra di propaganda politica durante la Guerra Fredda.
Nel dopoguerra, Heusinger evitò di assumere posizioni critiche sul passato nazista e si schierò ripetutamente a favore del personale militare condannato per crimini di guerra, tra cui il feldmaresciallo Erich von Manstein. Heusinger evitò di assumere posizioni critiche sul passato nazista e si schierò ripetutamente a favore del personale militare condannato per crimini di guerra, tra cui il feldmaresciallo Erich von Manstein Heusinger sostenne la tesi,
diffusa nel dopoguerra, secondo cui la Wehrmacht era costituita da truppe “pulite” che furono semplicemente utilizzate in modo “improprio” dalla leadership nazista.
«Nel 1948, Heusinger, operando con il nome in codice Adolf Horn, assunse una posizione di rilievo nell’Organizzazione Gehlen, il servizio segreto della Germania Ovest supervisionato dalla CIA, come capo del dipartimento di valutazione. L’Organizzazione Gehlen era diventata un punto di riferimento per gli ex ufficiali di stato maggiore tedeschi. Questo gli conferì una posizione chiave per il futuro riarmo della Germania Ovest. Gli Stati Uniti appoggiarono Heusinger, che in seguito fornì alla CIA informazioni sensibili provenienti dall’apparato statale della Germania Ovest.»
Nel 1947, Heusinger chiese agli Alleati occidentali di rimilitarizzare la Germania Ovest. Nel 1950, divenne consigliere per le questioni militari di Konrad Adenauer. Nel 1955, Heusinger fu uno dei 44 generali della Wehrmacht trasferiti alla Bundeswehr (forze armate federali). Pochi anni dopo, divenne Ispettore Generale della Bundeswehr e nel 1961 Presidente del Comitato Militare della NATO. Gli europei occidentali e i nordamericani non ebbero obiezioni verso una persona che aveva svolto un ruolo chiave nella preparazione del genocidio in Unione Sovietica. Nel 2017 Ursula Albrecht lo definì un “modello da seguire” per le forze armate tedesche.
Sottomettere la Russia è ciò che si propongono di rifare i criminali attuali che governano l’Europa. Se non riusciranno con altri mezzi, lo rifaranno non appena saranno pronti per la guerra. Chi nega questo progetto ignora quale sia la vera natura e gli appetiti dell’imperialismo europeo.
Non leggo gli articoli di Ravasi puntualmente pubblicati ogni santa domenica nell’inserto del Sole 24 ore. Per la semplice ragione che non mi interessa che cosa ha ancora da raccontare un prete dopo duemila anni di spudorate falsità.
Oggi ho fatto un’eccezione poiché il titolo dell’articolo lo chiedeva: Il mistero buffo del giullare di Dio, ammiratore di Gesù. L’articolo è, manco a dirlo, un esempio classico di strumentalizzazione di stampo pretesco. Del resto, la biografia di Dario Fo, più ancora della sua opera artistica e letteraria, si presta a diverse interpretazioni e utilità.
Giovanissimo, classe 1926, Fo aderì al regime di Salò vestendone la divisa. Nulla di straordinario, a meno di vent’anni e specie in quella congerie storica, si poteva essere anche fascisti. Non però a trenta, come invece lo furono molti altri che poi divennero insigni antifascisti (a babbo morto). In seguito, Dario Fo sì riscattò amplissimamente, divenendo perfino un’icona della sinistra. Tuttavia, per giustificare quella macchia giovanile inventò di aver ricoperto un ruolo di doppiogiochista, motivazione scarsamente credibile e anzi assai meschina.
Fo divenne, con la moglie Franca Rame, un personaggio televisivo di prima fascia, ma sgradito ai soliti democristiani per le sue troppo audaci performance che puntavano a fare della televisione un palcoscenico d’avanguardia (ai tempi di Andreotti e Fanfani!). Banditi dal palinsesto televisivo, i coniugi Fo e Rame ripresero la strada del teatro, questa volta politicamente impegnato, inventando un genere comico nuovo e con un approccio critico verso le democrazie capitaliste e la religione.
Anche nella rappresentazione della sua opera più famosa, Mistero buffo, il messaggio ideologico, una idealizzazione della lotta di classe e del marxismo, a quel tempo fu sempre più importante della differenziazione estetica e psicologica dei suoi personaggi. Pier Paolo Pasolini definì Fo “una specie di piaga che ha infettato il teatro italiano”.
Bisogna però riconoscere a Fo che durante gli anni di Berlusconi, fu uno dei pochi personaggi a far notare quanto comodamente la sinistra italiana si fosse adagiata all’ombra di Berlusconi.
Come scrittore di pièce teatrali, tradotte in moltissime lingue, Fo non eccelse, ma come attore, interprete, costumista e scenografo delle stesse fu riconosciuto maestro e venerato dal pubblico come tale. Negli ultimi anni della sua vita aderì al movimento fondato da Grillo (a suo tempo usato dalla Dc tramite Baudo per attaccare Craxi), del quale evidentemente condivideva le idee e la posizione sociale.
Ravasi, nel suo untuoso articolo, sicuramente non racconta di quando la Rai finalmente trasmise Mistero buffo e il Vaticano telegrafò al presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, esprimendo “dolore e protesta per la trasmissione profanatrice e culturalmente inaccettabile”. Oppure di Fo interprete de Il Papa e la strega, che ritrae un papa in crisi che, sotto l’influenza di una strega, decide di farsi promotore della liberalizzazione della droga e allarga le maglie della morale sessuale.
Sorvola Ravasi di quando l’Osservatore Romano, nel 1997, in occasione del Nobel a Fo, definì scandalosa la scelta, denunciando un autore la cui opera era segnata da una permanente “mancanza di rispetto” per i principi religiosi cattolici. Né ricorda, il monsignore, quando nel 2013 il Vaticano negò l’autorizzazione per l’uso dell’Auditorium per uno spettacolo commemorativo dedicato a Franca Rame. Eccetera.
Certo, Fo strizzava l’occhio a un personaggio di cartapesta come Gesù, come nella scena in cui raffigura la fuga di Gesù e dei suoi genitori da Betlemme per sfuggire ai piani omicidi di Erode. Nel luogo in cui si rifugiano, vengono emarginati come stranieri; a Gesù non è permesso giocare con i bambini del posto e alla fine compie un miracolo per conquistare il loro favore.
Ecco che Vatican News scrive: «A cento anni dalla nascita, il premio Nobel italiano torna al centro della scena culturale. Il suo anticlericalismo, spesso motivo di tensione con il mondo cattolico, può oggi essere riletto come critica costruttiva e richiamo alla povertà evangelica. In un’intervista del 2014 alla Radio Vaticana l’attore e drammaturgo si definiva “ateo in ricerca”.»
Questi presunti eunuchi per il regno dei cieli sono come la peste. Sarebbero pronti a scoprire d’emblée un “rapporto dialettico con la fede” anche in Lenin.
Ravasi rilancia, anch’egli sfrutta l’ambivalenza di Fo e non tende solo ad arruolarlo tra i non credenti aperti al “dialogo”, più ancora vuole annoverarlo nella cerchia degli amici di un Gesù “storico” e anticonformista, sull’esempio di un Cacciari madonnaro. Che pena questa Italia, direbbe Trump.
Cosa si fa per non morire (politicamente)
I media italiani, abituati a mentire sapendo di mentire, nelle ultime ore hanno “scoperto” alcune cose straordinariamente risapute: 1) l’Italia è una colonia, al pari e anche meno di un qualsiasi Venezuela; 2) ciò avviene nonostante l’Italia non sia un paese produttore ed esportatore di petrolio; 3) gli Stati Uniti e la Nato sono tossici (come i media italiani).
I media italiani l’hanno “scoperto”, ma non possono dirlo. Cadrebbe la foglia di fico. Non che gli altri Paesi europei siano messi molto meglio, ma è un fatto che l’Italia è quella messa peggio. È storia ormai antica e riguarda i trattati segreti (Air Technical Agreement, Bilateral Infrastructure Agreement e vari “codicilli”) e altre cose che sono accadute e ad evocare le quali si passa per complottisti (dio non voglia).
Altra questione, che sembra completamente avulsa da tali considerazioni, ma che avulsa (perdonate il termine) proprio non è. Ieri sera, vedendo la partita, solo la differenza delle maglie mi ha consentito, al primo colpo d’occhio, di distinguere la squadra tedesca da quella ivoriana (che ai punti meritava quantomeno di pareggiare). La Germania si è assicurata il passaggio del turno nel mondiale grazie a due gol messi a segno da un giocatore di origini curde. Certo, quel giocatore, come altri in quella squadra, è più tedesco di molti tedeschi biondi e dai cognomi che a pronunciarli schioccano come un colpo di frusta. Non è questo il punto.
Il mio commento è razzista? Può essere, la cosa non mi tange (direbbe Stefania Sandrelli). Per me è solo una presa d’atto. La vera notizia è che quel giocatore, prima di diventare un professionista del pallone, lavorava in fabbrica per 150 euro. Chi vuole intendere, intenda.
Sono state fatte in Europa delle scelte politiche ed economiche. Non solo quelle recenti. In un caso come quello dei giocatori della nazionale tedesca (francese, olandese, italiana, ecc.), tali scelte stanno producendo effetti positivi. In altre situazioni, non calcistiche, si riscontrano dei “problemi”. Del resto, politici, padroni e matrone ci ricordano: se non ci fossero gli immigrati, chi cucinerebbe, servirebbe e pulirebbe? Anche in tal caso, si tratta di una presa d’atto ineccepibile (o quasi).
Si dice che Winston Churchill leggesse ogni giorno una paginetta della Storia della decadenza e caduta dell’Impero romano del Gibbon. Sia vero o falso, non ha importanza.
In quello che nominalmente era il primo giorno di negoziati, la lampante omissione nell’accordo firmato due giorni prima a Versailles è diventata dolorosamente evidente: i terroristi con la kippāh e quelli di Hezbollah non fanno parte del trattato. Infatti, quattro terroristi israeliani sono stati uccisi negli scontri con Hezbollah e la risposta dei sionisti nella provincia di Nabatiyah ha causato almeno 18 vittime. Il ministro delle Finanze, il terrorista Bezalel Smotrich, ha invocato “l’apertura delle porte dell’inferno”, mentre il solito criminale Itamar Ben-Gvir ha chiesto che “Tutto il Libano deve bruciare!”.
Il memorandum d’intesa in 14 punti firmato mercoledì a Versailles congela temporaneamente la guerra iniziata a febbraio, senza però porvi fine. Le questioni più complesse, comprese quelle relative all’uranio arricchito iraniano, sono rinviate a un accordo successivo da negoziare entro 60 giorni. Non ci sarà nessun accordo.
Le milizie sioniste hanno pubblicato una mappa aggiornata delle proprie posizioni nel Libano meridionale. La cosiddetta Linea di Difesa Avanzata si estende in territorio libanese fino a raggiungere la periferia di Nabatiyah, a nord del fiume Litani (fonte idrica). Inizialmente designata come “zona cuscinetto” in aprile, l’area è stata da allora gradualmente ampliata. Netanyahu ha dichiarato che la striscia di sicurezza deve rimanere in vigore “finché le esigenze di sicurezza di Israele lo richiederanno”. Ossia per sempre.
Questo rivela la falla fondamentale dell’accordo: Israele detiene il fulcro dell’intera intesa. Washington aveva i mezzi per costringere i sionisti ad aderire all’accordo, ma ha scelto di non usarli. Al vertice del G7 a Évian, Trump si è lamentato del fatto che fosse “inutile” (non criminale!) bombardare interi palazzi per colpire singoli combattenti di Hezbollah. Tuttavia, non ci sono state conseguenze: gli aiuti militari non sono stati sospesi né le spedizioni di armi ritardate.
Nel frattempo, la situazione nello Stretto di Hormuz dimostra la portata delle concessioni statunitensi: sebbene il Consiglio di sicurezza iraniano abbia rinunciato alle tasse di transito per 60 giorni, richiede comunque l’autorizzazione preventiva della propria autorità marittima, come riportato dai media iraniani. Teheran, quindi, non rinuncia al controllo sullo stretto che si era assicurata durante la guerra.
A Washington e in quella che chiamano Tel Aviv stanno solo prendendo tempo.
Avrei scelto la traccia relativa al discorso di insediamento del presidente Giuseppe Saragat. Il quale esordiva così:
Cari Senatori e Deputati, è inutile nasconderci un fatto evidente, ossia che Voi contate come il due di coppe quando a briscola c’è denari. E peraltro io stesso – lo dico per prevenire l’accusa – fin qui non ci sono arrivato per mera simpatia.
Le parole pronunciate in quest’aula suonano false come quelle di marionette. Mai, dall’unità d’Italia, chiunque nominalmente esercitasse il potere politico, fosse egli clericale o liberale, oppure socialista o altro, ha potuto agire per gli interessi del paese se non in piena coincidenza con quelli delle diverse frazioni della classe dominante.
Perciò a Voi, Senatori e Deputati, non spetta che formalizzare ciò che è nei patti, altrimenti ve ne andrete a casa. Due conti in milioni di lire e vedrete che cosa vi conviene. Forse non serve che precisi, tuttavia è sempre bene dire le cose con franchezza: nel caso vi saltasse in mente di rendervi disubbidienti, la possibilità di una vostra ricandidatura sarebbe pari a zero.
Tra meno di un anno, ci saranno le elezioni politiche e Voi sapete bene quanta agitazione c’è nei collegi per questo appuntamento che si presenta anzitutto come l’occasione per altri falliti di trovare uno stipendio e visibilità, per i partiti altri finanziamenti e altri scambi. È un mercato, lo sapete bene, un do ut des di posti e di mance, di scambi di ogni natura.
E poi, ancora, sempre per parlar chiaro, sono in ballo decine di sottosegretariati, con annessi e connessi, e può essere che la ruota della fortuna si fermi sul Vostro nome, o su quello di un Vostro amico, di una fidanzata/amica/amante. Vi conviene non disunirvi, di non cedere alle lusinghe emotive ed irrazionali di una coscienza del bene comune che non Vi appartiene, perciò continuate a mentire sulla repubblica democratica del lavoro, sulla democrazia in questo paese.
Pure sulla bontà dei Vostri propositi, vorrei ricordare le parole che un liberale ebbe a scrivere nel 1948:
«Una caratteristica strana degli italiani moderni è che, credendosi molto abili in politica (discendenti di Machiavelli) anche quando altri non li ammira si ammirano. Si ammiravano nel fascismo, si ammiravano nel regime incomposto che seguì il fascismo, si ammirano ora che avendo la più incerta e umiliante situazione credono e dicono di creare anche con ministri ridicoli la nuova Europa!» [*].
E sia ben chiaro che un conto è il rinnovamento e le riforme, quello cioè che noi intendiamo far credere ai gonzi, e un conto è la dissoluzione del sistema di potere sul quale poggiano le nostre fortune sia di classe e sia personali.
Se per qualsiasi causa, per colpa di questi o di quelli, l’Italia va al disastro, il disastro colpirà tutti e noi per primi che perderemo non solo potere e privilegi, ma ci toccherà anche di andare a lavorare.
Donald Trump diceva che voleva riportare l’Iran all’età della pietra, poi ha promesso alla Repubblica islamica pace eterna e prosperità senza precedenti. Ora, sembra certo che i rappresentanti di entrambi i Paesi firmeranno venerdì un Memorandum d’intesa a Lucerna, una dichiarazione non vincolante dal punto di vista legale e non molto dettagliata. Quando il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha riassunto il contenuto del documento congiunto ha affermato che era composto da meno di due pagine.
Ciò suggerisce che persino le misure di massima priorità, che dovrebbero essere affrontate “immediatamente”, come il ripristino della libera navigazione nello Stretto di Hormuz, non sono ancora state completamente risolte. Trump, in un’intervista al New York Times di domenica, ha annunciato che, come parte centrale del Memorandum, lo Stretto di Hormuz sarebbe rimasto d’ora in poi “permanentemente esente da pedaggi”.
I media di Teheran riportano che gli Stati Uniti intendono revocare il blocco dei porti iraniani sul Golfo Persico, ma sono apparentemente disposti a tollerare che l’Iran, con il coinvolgimento dell'Oman, mantenga il controllo della zona e incassi milioni di dollari in tasse. Araghchi ha annunciato che il contenuto del documento sarà pubblicato dopo la firma di venerdì.
I presunti 14 punti del Memorandum rappresentano una proposta fatta in origine dai negoziatori iraniani il 2 maggio tramite mediatori pakistani. L’idea che l’amministrazione Trump avrebbe accettato l’intero pacchetto in questa forma è pura fantasia. Le differenze tra i 14 punti del Memorandum d’intesa e le narrazioni del presidente statunitense e della sua cerchia ristretta, sono, in alcuni casi, enormi. L’impegno degli Stati Uniti a ritirare le proprie truppe dalla regione intorno all’Iran (punto 5) è altamente improbabile. Lo stesso si può presumere per la revoca di tutte le sanzioni senza alcuna concessione (punto 6) e per un programma di ricostruzione statunitense in Iran di almeno 300 miliardi di dollari (punto 7).
La verità è che Trump si accontenterebbe di mantenere lo status quo fino alle elezioni di medio termine del 3 novembre.
Quanto alla guerra in Ucraina, questione che ci riguarda ancora più da vicino anche se apparentemente meno spinosa dal punto di vista degli approvvigionamenti di idrocarburi, il conflitto potrebbe intensificarsi in qualsiasi momento con altri attacchi di Kiev contro installazioni strategiche russe e trasformarsi in una guerra europea.
Ieri, il vertice del G7 ha affrontato la questione. Secondo indiscrezioni provenienti da Évian, gli europei occidentali sarebbero riusciti a persuadere Trump a rivedere la sua posizione politica nei confronti della Russia. O forse hanno approfittato di una sua amnesia.
Le dichiarazioni di Évian non indicano che sia stata condotta nemmeno la minima analisi della posizione russa, né tantomeno che siano in corso negoziati. Il tono è da ultimatum e riflette gli errori di valutazione che hanno guidato l’espansione della NATO dagli anni ’90. Del resto, è noto che la Russia non ha interessi di sicurezza, solo “noi” li abbiamo. A Évian regna l’ottimismo supportato dai media: “L’Ucraina è in una posizione di forza” e “La situazione sta cambiando a favore dell’Ucraina” ha dichiarato Ursula von der Ficken.
È ancora una sanguinosa guerra di logoramento, ma il G7 sta per trasformarla in uno scontro devastante.
L’interpretazione occidentale della guerra scatenata dagli Stati Uniti e Israele contro l’Iran è piuttosto univoca: Washington ha perso il controllo, è stata trascinata da Israele in un conflitto che non voleva e ora sta pagando il prezzo di decenni di politica mediorientale. Questa interpretazione è troppo semplicistica, confonde la strategia con la perdita di egemonia.
La guerra contro l’Iran è solo un aspetto della strategia statunitense. Serve simultaneamente a diversi interessi egemonici globali: impedire un mondo multipolare e controllare le rotte di approvvigionamento rendendo vulnerabili i concorrenti e regolamentando l’accesso alle risorse energetiche, anche dei propri alleati (anzi, costringendo questi ultimi a una nuova divisione imperiale del lavoro e della tecnologia). Nel contempo, fornire all’esercito statunitense l’ambiente per l’apprendimento necessario al cambio di paradigma dalla guerra, da quella di piattaforma a quella “mobile” (*).
Il concetto analitico chiave è quello di “fortezza”. Fortezza America: un’area centrale sicura, protetta da una rivisitazione più stringente della Dottrina Monroe (vedi Venezuela e ora Cuba) e difesa dal sistema missilistico Golden Dome e dall’autosufficienza energetica nordamericana.
Oltre quest’area, si trovano gli avamposti periferici: Europa, Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Israele quale caposaldo in Medio Oriente. La guerra con l’Iran è il perno operativo di questa transizione.
Questa mentalità da fortezza non rappresenta una ritirata dalla politica mondiale, bensì una sua riorganizzazione come superpotenza egemonica globale di un ordine futuro. È sufficiente, come già rilevai tempo addietro, prendersi la briga di leggere diligentemente i documenti strategici dell’amministrazione Trump.
La Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS), pubblicato nel novembre 2025 (nel blog ho già richiamato esplicitamente e in dettaglio), indica come obiettivi il “dominio economico e la duratura superiorità militare”. È ancora più istruttiva la lettura della Strategia di Difesa Nazionale (NDS) del gennaio 2026, che descrive la Cina come “lo Stato più potente rispetto agli Stati Uniti dal XIX secolo” (**).
Come ho rilevato in più occasioni, l’espansione verso est della NATO e la conseguente guerra in Ucraina, provocata dagli Stati Uniti, non erano dirette principalmente contro la Russia, ma contro l’asse energetico tedesco-russo e più in generale contro la UE. Infatti, si tratta del programma di disarmo economico per l’Europa avviato da Washington, anche a colpi di dazi. La guerra in Ucraina è stata il primo colpo. La Guerra del Golfo è il secondo (***).
Washington definisce la direzione strategica, ma lascia che siano le difese estere a sopportarne il peso maggiore. L’Europa viene spinta ad armarsi con il pretesto dell’autodifesa, a sopportare i rischi ed essere al contempo economicamente disciplinata.
L’obiettivo NATO di destinare il 5% del prodotto interno lordo alla spesa per la difesa entro il 2035 è stato adottato sotto la forte pressione degli Stati Uniti. L’Europa deve essere sostanzialmente indebolita come concorrente indipendente per le risorse, la capacità industriale, i diritti di emissione, eccetera.
Si tratta di una “grande strategia primatista”, laddove ovviamente la multipolarità è lo scenario da scongiurare a ogni costo. Il nuovo ordine imperiale, perseguito da Washington sin dall’insediamento della seconda amministrazione Trump, ha un nome che ha origine all’interno dello stesso Pentagono: “Grande Nord America”: un perimetro di sicurezza statunitense che incorpora Stati e territori sovrani dalla Groenlandia all’Ecuador nella zona cuscinetto strategica di Washington. Non si tratta di una zona di partenariato, bensì di un cortile fortificato: le vie di accesso, i fianchi e le linee di rifornimento verso il cuore del continente devono rimanere sotto il controllo degli Stati Uniti.
Nessuna presenza militare nemica, nessun accesso ostile alle infrastrutture strategiche, nessuna interruzione delle catene di approvvigionamento critiche nell’entroterra continentale. L’area centrale americana deve essere consolidata verso l’esterno. Basta leggere il citato documento NDS la cui formula operativa è: “Ripristinare il dominio militare americano nell’emisfero occidentale” (****).
Il Canada è economicamente dipendente e ricattato dagli Usa attraverso dazi doganali, dipendenza dal mercato e interdipendenza energetica. Washington tratta il Messico come una zona di sicurezza con diritto di intervento: l’ambasciatore statunitense ha risposto alla domanda su un’eventuale azione militare unilaterale in territorio messicano affermando: “Tutte le carte sono sul tavolo”.
La Groenlandia rappresenta il caso estremo, a livello territoriale, di questa logica di consolidamento. Com’è noto, l’interesse degli Stati Uniti ad acquisirla è una fissazione imperialista che risale al XIX secolo. La Groenlandia, in un modo o nell’altro, diamola di fatto per acquisita da Washington.
Gli Stati Uniti si stanno preparando a un mondo in cui le risorse, l’accesso all’energia e la capacità industriale saranno oggetto di una contesa sempre più aspra. Anche la migrazione, come s’è visto nella cronaca recente, non viene trattata di là dell’Atlantico come una questione sociale, ma come un problema di sicurezza. Per quanto riguarda segnatamente l’Italia quale penisola mediterranea, il partner politico ideale di Washington in questo frangente, più che Meloni, è oggettivamente un tipo affidabile e ideologicamente conforme come Vannacci (*****).
(*) Il XX secolo è stato dominato dalla guerra di piattaforma: aerei da combattimento, navi da guerra, carri armati, veicoli costosi per armi in grado di infliggere danni ingenti all’avversario. L’Iran è stata la prima potenza militare a minare sistematicamente questa logica: droni Shahed, missili balistici, missili da crociera prodotti in serie, resistenti alle perdite e progettati per esaurirsi (vds. mio post specifico del 31 marzo: Armi e logica economica nella guerra attuale).
(***) Prima del 2022, la Germania importava il 52% del suo gas naturale dalla Russia; il petrolio greggio e il gas naturale rappresentavano il 59% di tutte le importazioni tedesche dalla Russia (e ciò senza l’entrata in funzione del Nord Stream 2). Dopo il 2022, questa dipendenza si è invertita: nel 2025, il 96% delle importazioni tedesche di gas naturale liquefatto (GNL) proveniva dagli Stati Uniti, un monopolio di fatto, più costoso, più volatile e più dipendente politicamente di quanto non lo fosse mai stato il gasdotto russo. Nel febbraio 2026, la Germania ha negoziato contratti a lungo termine con Qatar, Abu Dhabi e Arabia Saudita. Questi accordi con i Paesi del Golfo rappresentavano un tentativo di limitare la nuova dipendenza dagli Stati Uniti: più fornitori, più margine di negoziazione, meno monopolio statunitense sul GNL. Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. Non si tratta di “complottismo”, ma di unire i famosi “puntini”.
(****) [...] the Department of War will restore American military dominance in the Western Hemisphere (p. 17).
(*****) U.S. partners throughout the Western Hemisphere can do far more to help combat illegal migration as well as to degrade narco-terrorists and prevent U.S. adversaries from controlling or otherwise exercising undue influence over key terrain, especially Greenland, the Gulf of America, and the Panama Canal. The Department will work with nations across the hemisphere to advance these objectives, incentivizing and enabling them to step up accordingly (p. 19).
I giornalisti presenti al raduno di Vannacci si sono sorpresi nel non trovare nel parterre la solita marmaglia fascista. Vannacci rappresenta il fascista qualunque, ma non solo. Rappresenta per i suoi simpatizzanti, delusi da Meloni e da quell’altro imbecille, l’unica alternativa all’astensione dal voto. Meloni e i suoi nostalgici hanno capito bene e meglio di altri che vento tira. E sono preoccupati. Anche perché le difficoltà economiche e certe questioni sociali, come l’immigrazione, andranno ad incattivire molta gente. L’Europa a breve virerà decisamente a destra, e sarà una destra molto più estremista e schiettamente reazionaria di quella rappresentata dalla Meloni istituzionale.
Quanto alla cosiddetta sinistra e all’area grigia che gli sta intorno, proprio non ce la fanno. E comunque arrivano tardi, senza un’idea compatibile con la realtà e in ogni modo senza crediti di credibilità.
Ieri sera, immancabilmente, Gruber voleva prendersi una rivincita su Vannacci, reo di non essersi fatto ingoiare, la sera prima, dalla Mantide sudtirolese che lo aveva invitato all’amplesso televisivo tanto annunciato. Aveva provato in tutti i modi a sottometterlo, perfino chiedendogli, con malcelata e allusiva malizia: “se lei fosse gay ...”. Al che, l’ex generale ha evitato di rispondere come ella avrebbe meritato e sperato (sognato?).
Lilli la rossa (dico per celia) non voleva neanche farsi mancare l’occasione, dato che c’era, di assestare qualche altra stoccata alla sua acerrima nemica: il presidente Meloni, per gli amici e i camerati semplicemente “Giorgia”. Nemica, ad avviso di Lilli, perché Donna e Madre Cristiana non accetta, nonostante reiterati inviti, di partecipare alla cerimonia religiosa che la giornalista egnese (famosa per le puntute domande ai suoi ospiti, del tipo: lei è d’accordo con ...), celebra tutte le sere, esclusi i week-end e le lunghe pause estive.
Ma la stizza (e l’invidia) di Gruber verso Meloni va oltre le scortesie televisive e le idiosincrasie ideologiche, del tipo: Meloni preferisce i pantaloni “a palazzo”, mentre Gruber eather pants neri. Si tratta di due primedonne, il che implica l’irriducibile e primordiale competizione, gravata dal fatto che sono entrambi permalosissime.
Gruber, per la bisogna, ha convocato nel suo studio un pensionato ancora politicamente influente: Pier Luigi Bersani. Bisogna dire che questo vecchio granatiere non ha offerto molta sponda alle solite beghe gruberiane. Da rimarcare la sua citazione (implicita) di Lenin, quando ha detto e ripetuto che la lotta ideologica è la lotta più importante. Una presa d’atto tardiva, ma comunque programmaticamente decisiva se avesse fatto seguire una precisazione. Che però non c’è stata né ci sarà. Aspettiamoci comunque che Pier Luigi, a seguito delle prossime elezioni e dopo il successo del suo recente libro, ne pubblichi un altro: Chiedimi chi erano i comunisti.
P.S. Mi offro di scrivergli a gratis la Prefazione.
La prima Coppa del Mondo di calcio si giocò nel 1930. Il paese ospitante era l’Uruguay, all’epoca uno dei paesi socialmente più progressisti al mondo, e tutte le 42 federazioni affiliate alla FIFA furono invitate (non gli inglesi e gli italiani). L’Uruguay trionfò sul campo (batterono in finale l’Argentina), guidato dal suo fuoriclasse José Leandro Andrade (da non confondere con Oswald de Andrade, evocato anche da De André in una sua canzone), discendente di schiavi africani, considerato il primo idolo calcistico internazionale.
Già il secondo Mondiale mise in discussione l’ideale di “comprensione internazionale”: la FIFA assegnò il torneo all’Italia di Mussolini, nonostante fosse disponibile un’alternativa non fascista in Svezia. Sia l’Italia che la Germania usarono il Mondiale come piattaforma di propaganda: saluto romano e saluto hitleriano prima delle partite, ovviamente effigi fasciste sulle maglie, la delegazione tedesca con una bandiera con la svastica alla cerimonia di premiazione – il tutto con il tacito consenso della federazione calcistica mondiale.
Poiché la FIFA aveva concesso alla nazione ospitante il controllo del comitato organizzatore, gli arbitri favoriti dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio venivano assegnati in esclusiva alle partite della nazionale azzurra, con conseguenze di vasta portata. I cronisti concordano in larga misura: l’Italia vinse il suo primo titolo mondiale solo grazie al trattamento di favore degli arbitri.
Dopo la vittoria per 1-0 degli azzurri contro la Spagna nei quarti di finale, l’arbitro svizzero René Mercet fu squalificato a vita dalla Federazione Svizzera di Calcio, tanto fu giudicata parziale la sua direzione di gara. Per il regime di Mussolini, questo era irrilevante, ciò che contava era il trionfo dell’Italia fascista.
I Mondiali del 1934 introdussero anche uno squilibrio strutturale: la sovra-rappresentazione europea. L’Europa occupò la maggior parte dei 16 posti disponibili, mentre le squadre provenienti da Africa e Asia furono sistematicamente svantaggiate (partecipò solo l’Egitto). Solo nel 1970 entrambi i continenti riuscirono ad assicurarsi stabilmente un posto fisso nel torneo, a testimonianza di quanto esclusivi siano rimasti i Campionati del Mondo per decenni.
La strumentalizzazione politica continuò nel 1938: in Francia, sotto il governo del Fronte Popolare, anche i Mondiali di calcio divennero palcoscenico di spettacoli fascisti. Dopo l’annessione dell’Austria, la Federazione calcistica tedesca (DFB) unì le due nazionali in una selezione della Grande Germania. Indossando svastiche sulle maglie e facendo il saluto nazista prima del fischio d’inizio, la squadra della DFB fu eliminata al primo turno dopo una sconfitta per 2-4 contro la Svizzera. Hitler non era un appassionato di calcio.
L’Italia, invece, difese con successo il titolo, anche se Giuseppe Meazza salutò il presidente francese Albert Lebrun con il braccio teso durante la premiazione. La guerra sarebbe scoppiata un anno dopo e avrebbe anche interrotto la storia dei Mondiali per dodici anni.
Il torneo tornò nel 1950: in Brasile. L’Uruguay conquistò il suo secondo titolo con una vittoria per 2-1 contro la nazione ospitante nel celebre Maracanão. Quattro anni dopo, le squadre tedesche furono ammesse nuovamente alle qualificazioni per la prima volta: la Germania Ovest e la Saarland (rappresentativa calcistica nazionale della Saar, all’epoca protettorato francese), membro indipendente della FIFA. La squadra della Germania Ovest raggiunse la fase finale in Svizzera e causò una sorpresa: in finale, sconfisse la favoritissima Ungheria per 3-2 e divenne campione del mondo per la prima volta.
Nel contesto politico della Guerra Fredda, la finale fu particolarmente carica di tensione. Sul campo, Est e Ovest si fronteggiarono: l’Ungheria comunista, e la Germania Ovest, baluardo dell’Occidente capitalista. Nei decenni successivi, sia i conflitti tra i due blocchi politici, sia le tensioni tra un Nord coloniale e un Sud globale avrebbero plasmato la storia della Coppa del Mondo.