domenica 17 maggio 2026

Viva l’economia di mercato

 

La nostra attenzione è attratta mediaticamente dalle vicende dalla geopolitica, segnata dalla lotta tra imperialismi per la supremazia mondiale, nonché dal conflitto aperto e per interposizione di potenze minori. Alla base della contesa imperialistica e dei conflitti di schieramento vi è il modo di produzione capitalistico, punteggiato dalle crisi. Quella che stiamo vivendo non è semplicemente una crisi di ciclo, una tra le tante, ma più in generale si tratta della crisi storica del modo di produzione capitalistico, che ha un carattere oggettivo nel fatto ormai evidente che le forze produttive materiali della società sono entrate in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica).

Di seguito tratteggio quello che probabilmente, anzi sicuramente, sarà il panorama economico che ci attende nel prossimo futuro stante la congiunzione di diversi fattori di crisi: quella finanziaria, che si sta profilando da diversi mesi a questa parte, e la crisi degli idrocarburi, fabbricata di sana pianta da un potere politico fuori controllo. Queste due crisi si tradurranno inevitabilmente in una combinazione particolarmente violenta di recessione globale e di inflazione, che impatterà come una terza crisi ad esse sovrapposta.

L’illiquidità è il veleno della finanza, di quella regolamentata, di quella deregolamentata e di quella “ombra”, che non sono percentualmente una frazione trascurabile della prima. Nei momenti di crisi, la corsa al contante non si arresta quando incontra un muro; la ricerca frenetica di liquidità è destinata a spostarsi verso altre classi di attivi, altri luoghi in cui ritiene di poter trovare condizioni di disinvestimento più favorevoli.

I crediti cartolarizzati dell’immobiliare commerciale e quelli legati all’indebitamento privato – prestiti auto, debiti studenteschi, carte di credito – stanno registrando tassi di insolvenza (delinquency: certe cose si possono dire solo in inglese o in latino) che sono l’anticamera di default veri e propri, facilmente paragonabili ai livelli storici della crisi dei mutui subprime del 2007.

Per quanto riguarda il credito privato (private credit), spesso nascosto nella cosiddetta finanza ombra, non è altro che un prestito diretto diverso sia dal credito bancario che dalle obbligazioni emesse dal mercato. Il fatto che alcune imprese scelgano di indebitarsi tramite il credito privato anziché rivolgersi alle banche o all’emissione di obbligazioni indica che si tratta probabilmente di aziende di medie dimensioni spesso in condizioni finanziarie tutt’altro che floride.

Il vantaggio, specie in quest’ultimo caso, è che tali imprese pagano interessi fortemente gravati da premi di rischio. Sempre nel gergo inglese, si tratta di loan-sharking, strozzinaggio. Va da sé che il gonfiarsi di una bolla di profitti favolosi attira i capitali di pesci privati golosi e accuratamente selezionati, che vengono raccolti da fondi specializzati (gli squali).

Il vantaggio di alti tassi d’interesse, ossia di profitto, ha una sua contropartita, come succede sempre in simili casi. La contropartita si chiama illiquidità, nel senso che gli investitori creditori e i fondi che agiscono per loro conto sono bloccati fino alla scadenza dei prestiti, in genere dai cinque ai sette anni. È vero che possono riscattare una parte del loro capitale, ma solo una quota pari al 5% delle loro posizioni per trimestre, ossia un 20% annuo.

Finché tutto procede senza intoppi, nessuna ha niente da ridire: i gestori gestiscono, i debitori pagano e gli investitori incassano. Nel mondo del debito, il punto critico è il default, ossia quando i debitori cominciano a non pagare più o ad avere difficoltà nei pagamenti. A un certo punto succede sempre, come nel caso dei mutui subprime. Il gioco del credito facilitato è sempre lo stesso, cambiano solo gli attori.

Gli investitori clienti, quando hanno firmato il contratto, avrebbero dovuto prendere più seriamente le clausole scritte in piccolo. Ora non hanno nemmeno gli occhi per piangere. Non sarà un caso che uno squalo come Warren Buffett negli ultimi due anni ha metodicamente convertito tutte le posizioni del proprio fondo in contanti: oggi troneggia sul patrimonio di 385 miliardi di dollari che non corre più il minimo rischio e può attendere lo sviluppo degli eventi. Ma non tutti gli investitori sono previdenti come l’oracolo di Omaha.

E veniamo all’impatto dell’IA. Gli importi investiti rappresentano da soli un terzo della crescita statunitense. Che una società come OpenAi, la società che sviluppa ChatGPT, sia valutata 850 miliardi di dollari quando non ha ancora guadagnato un centesimo e nel 2025 e ha registrato perdite per 8 miliardi di dollari (a fronte di 20 miliardi di fatturato), prevedendo di generare profitti, e solo questi contano, solo a partire dal 2030 e considerando nel frattempo di spendere altri 600 miliardi, bisogna ammettere che l’ipotesi del delirio non sia poi così delirante.

Da dove proviene questo fiume di denaro? Per esempio, l’Ansa dà notizia che a febbraio la giapponese SoftBank ha annunciato un ulteriore investimento da 30 miliardi di dollari in OpenAI, portando l’esposizione complessiva a 64,6 miliardi e la quota azionaria al 13% dall’11%. L’aumento delle azioni di OpenAI ha consentito a SoftBank un utile netto di 27 miliardi di dollari. Il gruppo ha confermato i piani per la costruzione di un data center da 500 miliardi di dollari nello stato dell’Ohio, alimentato da una centrale a gas da 9,2 gigawatt, nell’ambito del più ampio accordo da 550 miliardi che il Giappone ha siglato con gli Stati Uniti in chiave tariffaria.

Le Monde Diplomatique ci racconta di “soluzioni più scabrose dell’ingegneria finanziaria”. A marzo, OpenAi ha finalizzato una raccolta eccezionale di 122 miliardi di dollari. Amazon ha contribuito con 50 miliardi, in cambio dei quali OpenAi si è impegnata ad acquistare servizi cloud da Amazon Web Service (Aws) per 100 miliardi di dollari. A loro volta OpenAi e Aws hanno ordinato quantità gigantesche di chip a Nividia (gli operatori di IA utilizzano tonnellate di chip), che a sua volta ha investito 30 miliardi.

Una circolarità di finanziamenti davvero strana, dove i rapporti di equity di trasformano in rapporti di clientela e viceversa. Ciò non fa pensare a uno schema Ponzi, ma piuttosto ricorda l’Uroboro, il serpente che si morde la coda. Il settore dell’IA potrebbe entrare in un ciclo in cui i ricavi crescono ma i rendimenti sul capitale si comprimono. Una rottura in qualsiasi punto della spirale e s’innesca il panico con l’intero sistema che va a pallino.

Quindi la questione di Hormuz. Anche se vi fosse una soluzione e lo Stretto venisse riaperto immediatamente, vi sarebbero sicuramente delle carenze non solo di carburanti, ma una disarticolazione di altre essenziali catene di approvvigionamento, a cominciare dai fertilizzanti, plastiche, prodotti farmaceutici e altri prodotti per le lavorazioni elettrochimiche. La Cina dal 1° maggio ha vietato l’esportazione di acido solforico del quale è il maggior esportatore (serve per i fertilizzanti e per l’estrazione mineraria).

Un altro elemento chimico nevralgico è l’elio. È una risorsa fondamentale e insostituibile nell’industria dei semiconduttori. È estratto dal gas naturale e viene utilizzato massicciamente per raffreddare i wafer di silicio durante le lavorazioni ad altissime temperature e come gas di trasporto inerte nei processi di deposizione chimica.

Meno elio e a prezzi elevati, meno chip, meno potenza di calcolo e quindi meno entrate. A ciò s’aggiunge l’aumento del costo dell’energia (OpenAI consumerà tra alcuni anni una quantità di energia pari a quella dell’intera Florida) e dunque l’intero castello già vacilla.

Per chiudere il discorso: stagflazione, crollo dei corsi azionari e obbligazionari, dazi e divieti, quindi uno tsunami di perdite che arriverà da ogni direzione senza lasciare alcun luogo in cui rifugiarsi, con al centro le banche e la chiusura delle linee di credito. Viva l’economia di mercato.

sabato 16 maggio 2026

La cortese moderazione

 

I media, per definizione, sono macchine per catturare lattenzione. Trump ha incontrato Xi a Pechino e tutti stavano a guardare. Il leader di una potenza mondiale in declino incontra il leader di una potenza mondiale in ascesa. In definitiva, l’incontro tra celebrità non ha prodotto risultati tangibili. Il grande accordo che molti si aspettavano non si è concretizzato. Il vertice non è riuscito a soddisfare nemmeno le aspettative più scontate.

Da una prospettiva europea, è drammatico che questi due capi di Stato prendano decisioni su questioni come il commercio e il Medio Oriente, che riguardano direttamente l’Europa, senza che quest’ultima abbia voce in capitolo. Del resto, come si può prendere in considerazione personaggi come quell’analfabeta di Kaja Kallas, per tacere di quel poveraccio di Tajani, un ministro che risulta meno imbarazzante persino quando parla in inglese che quando si esprime in italiano. Senza dimenticare che a riguardo del caso Almasri ebbe a dire: “Documento in inglese, non è semplice”.

In tali circostanze, Xi non deve fare molto per apparire un genio. Sarebbe stato quasi inimmaginabile solo pochi anni fa vedere una classe dirigente statunitense che si comporta in modo così remissivo.

Certamente, i magnati statunitensi non sono tornati a mani vuote in termini di politica commerciale. Pechino intende acquistare 200 aerei dalla Boeing, industria in difficoltà, nonché 450 (non è uno scherzo) motori dalla General Electric, oltre a diversi altri accordi ancora da definire, come annunciato da Trump. Ma è questo il risultato quando la potenza combinata del grande capitale statunitense cerca di imporsi?

La questione dei chip per computer è ancora più eclatante: il capo di Nvidia, Jen-Hsun Huang, cinese di nome e taiwanese di nascita, sperava di convincere finalmente Pechino ad abbandonare la sua posizione ostruzionistica e ad acquistare alcuni processori per l’intelligenza artificiale dalla sua azienda. Non se n’è fatto nulla. L’argomento è stato sollevato, ma i cinesi “preferiscono sviluppare i propri”, secondo Trump. In altre parole: abbiamo sbattuto contro un muro e ormai non possiamo più farci niente.

L’unica vera concessione che gli Stati Uniti sono riusciti a ottenere da Pechino è stata la dichiarazione che l’Iran non dovrebbe possedere armi nucleari. Affermazione che lascia il tempo che trova, tantopiù che la Cina si è impegnata a non fornire armi a Teheran ad esclusione delle loro componenti dual-use come semiconduttori, sensori e convertitori di tensione, precursori chimici per missili balistici, eccetera. Da ridere.

La speranza degli Stati Uniti di persuadere la Repubblica Popolare a spingere Teheran verso un accordo favorevole a Washington non si è concretizzata. Ma già il fatto di rivolgersi a Pechino dà la misura della situazione reale in cui si trovano gli Stati Uniti, che su Taiwan hanno dichiarato che l’ultima cosa di cui hanno bisogno è di una nuova guerra a 15.000 chilometri di distanza. Tutto ciò rappresenta la dimostrazione al mondo della cortese moderazione con cui gli Stati Uniti devono oggi rapportarsi a Pechino.

venerdì 15 maggio 2026

Non si sceglie, vi si arriva per necessità

 

Il presidente Xi, affezionato lettore di questo blog, riferendosi al mio post del 27 dicembre scorso (e avendone apprezzato uno di precedente sullo stesso tema), ha ammonito Trump di evitare di cadere nella trappola di Tucidide. Il presidente degli Stati Uniti, informato trattarsi di un greco, ha chiesto all’ICE di rintracciare il pericoloso immigrato.

*

Su scala cinese è considerato poco più di un paesotto, in realtà Yiwu conta mezzo milione di abitanti più del Comune di Milano ed è la sede del più grande mercato all’ingrosso del pianeta. Nonostante non possieda le aziende manifatturiere di Shenzhen (15.000 stabilimenti) o il potere finanziario di Shanghai (terza Borsa mondiale per capitalizzazione), Yiwu negli anni è diventata una delle mete preferite dai piccoli e medi importatori. Un esempio banale: l’80 per cento dei nostri addobbi natalizi provengano da così lontano.

Il Yiwu International Trade Market si estende sul 6,4 milioni di metri quadri (nove volte il polo fieristico di Fiera Milano a Rho, che è uno dei maggiori d’Europa), 75.000 stand e 100.000 fornitori, oltre 2 milioni di codici, circa 220.000 visitatori ogni giorno e più di 75.000 venditori o entità commerciali. Ogni anno quasi 600.000 container vengono caricati e spediti in più di 200 paesi o territori. Secondo i dati doganali locali, i treni merci che collegano Yiwu all’Europa (la linea Yixin’ou) hanno gestito oltre 188.000 container.

Leggo su Le Monde Diplomatique di questo mese: “Qui, la burocrazia non frena il commercio: lo pianifica, lo dota degli strumenti. Così, il governo locale regolamenta gli affitti, investe nelle infrastrutture, fa da mediatore nei conflitti, e soprattutto sperimenta dispositivi volti ad agevolare l’esportazione delle piccole merci”.

Non solo. Il regime doganale di approvvigionamento sul mercato è l’esempio più rappresentativo di regolamentazione fatta con il buon senso pratico e non con l’inconcludente “lotta all’evasione”: permette agli esportatori di raggruppare in una dichiarazione semplificata migliaia di articoli eterogenei senza singole ricevute fiscali, per un importo complessivo massimo di circa 130.000 euro.

In Cina, effettuare pagamenti, più che una semplice operazione bancaria, sembra frutto di un know-how transnazionale costruito ai margini dell’economia. Sono frequenti le fatture approssimative, gli acconti non tracciati, i pagamenti effettuati parzialmente in contanti. Il ricorso ai canali di pagamento alternativi – criptovalute, compensi informali, versamenti fuori dai circuiti bancari – si è sviluppato parallelamente al crescente utilizzo dello yuan nelle transazioni internazionali.

Ciò va attribuito al pragmatismo commerciale e non un rifiuto e ideologico del dollaro. Lo yuan è una valuta disponibile, poco costosa e poco esposta a sanzioni e incertezze geopolitiche. Dopo la guerra in Ucraina e le sanzioni finanziarie contro la Russia, molti commercianti russi – particolarmente presenti a Yiwu – non hanno più accesso ai circuiti in dollari e in euro, così pagano in yuan o in criptovalute contribuendo a diffondere questa pratica. I venditori cinesi si adeguano senza esitazione.

Dal 2012, la piattaforma Yiwugo, online, supera del doppio il mercato fisico di Yiwu al fine di mantenere la posizione strategica della città come capitale mondiale del piccolo commercio all’ingrosso. Una moschea ricorda che la città non è solo un luogo di passaggio, qui vi risiedono 18.000 commercianti stranieri. Vi sono anche insegne in arabo, in cirillico e i pannelli informativi sono redatti in un inglese di uso comune.

Il vantaggio è che tutto è localizzato qui, o giusto accanto. A Yiwu la catena è continua: dalla materia prima al prodotto finito. I flussi motorizzati collegano le fabbriche agli stand, gli stand ai magazzini, e questi ultimi alle aree di carico, da qui, nella stiva di un aereo o in treno, verso un negozietto a migliaia di chilometri di distanza.

Insomma, è il capitalismo alla cinese, o il comunismo cotto e mangiato alla pechinese. Secondo i gusti. Non si sceglie Yiwu, vi si arriva per necessità. E ciò dà l’idea di quanto noi, abitanti di un lembo periferico e in parte sottosviluppato d’Europa, siamo rimasti fermi a degli slogan ideologici mentre il mondo si metteva a correre e ora viaggia a una velocità che nessuno può più controllare.

giovedì 14 maggio 2026

Se Marx tornasse a scuola

 

Ho accolto con molto favore la notizia che a scuola si potrà anche fare a meno, tra gli altri, di Spinoza, di Marx e di altri astrusi fuori di testa. Era ora. Il più contento di tutti, ritengo con qualche cognizione di causa, sarebbe il Marx stesso. Se dico questo, diventa quindi semplice intuire il motivo del mio favore a tale programmatica iniziativa ministeriale. Del resto, non aver studiato il pensiero e a maggior ragione l’opera dell’ipocondriaco di Treviri, non ha precluso a molti di poter sedere in scranni accademici e ministeriali. Né ha impedito ai molti marxisti del tempo che fu e ai sempiterni furieri della divulgazione culturale di parlarci in lungo e in largo dell’interessato, soprattutto spiandone le mosse dal buco della serratura con la propria fedele Lenchen.

Eppure, torno a ripetere un mio vecchio vaticinio, il grande Vecchio tornerà a far parlare si sé, forse anche molto presto. Ci troverà un po’ impreparati, tuttavia, come per altre questioni, non servirà averlo frequentato nei banchi di scuola e tantomeno nelle biblioteche, pubbliche e domestiche, per poter dipingere dei ritratti esaustivi ed esatti sul suo conto, scavandone a fondo la psicologia. Queste mie parole sono di vena polemica? Ma neanche per idea, esse rappresentano esattamente e semplicemente la descrizione della distruzione della ragione, strada sulla quale siamo ottimamente avviati.

Sarebbe sufficiente presentarlo agli studenti medi come “un conversatore semplice e persino bonario, con storie inesauribili, pieno di umorismo e sempre pronto a scherzare con sé stesso”. Sottolineando, tra l’altro, ciò che un suo giovane amico ebbe a dire, dopo i suoi due anni di contatti piuttosto frequenti con l’autore del Capitale: «Non ricordo», disse, «alcun episodio che assomigliasse minimamente a questo modo di trattare i giovani come anziani, che avevo riscontrato occasionalmente con Chicherin e Lev Tolstoj. Karl Marx era più europeo e, sebbene forse non apprezzasse particolarmente i suoi amici scienziati, preferendo i compagni di lotta di classe del proletariato, era sufficientemente ben educato da non dare alcuna indicazione delle sue preferenze personali nel suo comportamento.»

In un adolescente sarà così la semplice scoperta che l’astruso e severo Marx in realtà rinvia a una curiosa combinazione di una prodigiosa superiorità intellettuale con uno spirito bonario e persino con una certa infantilità. Stupiva tutti coloro che entravano in contatto con lui. Sua moglie lo chiamava sempre “bambinone”, ed egli si sentiva a suo agio soprattutto in compagnia dei bambini. Lo possiamo veder trasportare con disinvoltura per tutta la casa il suo nipote prediletto, Johnny, appollaiato sulle sue spalle.

Ogni forma di ipocrisia e diplomazia gli era insopportabile, l’assenza di rigidità nei confronti delle debolezze umane altrui, unita a un’implacabile autocritica: tutto ciò era celato agli occhi del mondo sotto un’armatura impenetrabile. Un ritratto, questo, troppo agiografico? Anche i suoi critici e perfino i suoi nemici lo descrivevano come un uomo bonario e di straordinaria modestia e semplicità.

Ciò non toglie che s’incazzasse (l’insegnante usi esattamente questa espressione, per far più presa sull’alunno), non solo con i suoi maldestri avversari, ma anche con parenti ed amici come Lafargue e Liebknecht. Spesso li rimproverava verbalmente e per corrispondenza, in quanto politici, senza curarsi del loro orgoglio. Ma essi erano uomini troppo straordinari per non comprendere il motivo delle sue sfuriate, e non pensarono mai di serbargli il minimo rancore.

Poi, all’alunno si potrà anche dire che Marx scrisse, quale critico dell’economia politica, delle opere un tempo ritenute importanti, e che, magari durante le vacanze, sempre se l’alunno curioso vorrà, potrà leggerle di sua sponte e di prima mano. Ma subito gli si dovrà dire che nelle opere pubblicate da Marx non troverà mai nulla che anche solo alluda a come dovrebbe essere strutturata e organizzata una società comunista. Anzi, gli si dovrà precisare, mettendolo in guardia, che la sola idea di una società improntata alla proprietà comune dei mezzi di produzione è un’aberrazione sia sotto il profilo ideologico che storico.

Ad alta voce

Stephen M. Walt, editorialista di Foreign Policy e professore di relazioni internazionali presso l’Università di Harvard, in un recente articolo ha scritto che “Gli Stati Uniti sono diventati uno stato canaglia”. Aggiungendo: “Gli Stati Uniti si comportano ora come un egemone predatore, sfruttando le posizioni di forza accumulate nel corso dei decenni per vessare alleati e avversari”.

Parole forti pronunciate da quelle parti, sulle quali si può senz’altro concordare. Salvo un dettaglio, che proprio dettaglio non è: gli Stati Uniti sono sempre stati uno Stato canaglia, e ancor di più sotto Donald Trump. Hanno speso trilioni di dollari in guerre all’estero, grazie in gran parte alla generosità dei paesi di tutto il mondo disposti, volenti o nolenti, a finanziare il loro debito in continua crescita (*).

Questo approccio a somma zero in quasi tutte le relazioni con gli altri Paesi include una profonda ostilità verso la maggior parte delle istituzioni e delle norme internazionali (non riconoscono la Corte Penale Internazionale, le diverse Convenzioni ONU sui Diritti Umani e Sociali, non hanno ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, non hanno aderito alla messa al bando delle mine antiuomo, così come al Protocollo di Kyoto e all’Accordo di Parigi sul Clima, eccetera), un comportamento deliberatamente imprevedibile e la tendenza a trattare gli altri leader stranieri con un disprezzo malcelato, aspettandosi al contempo umilianti atti di sottomissione e fedeltà dalla maggior parte di loro.

Mentre le conseguenze della guerra in Iran si diffondono nella regione e nel mondo, emerge chiaramente che l’amministrazione americana o non ha compreso come le sue azioni avrebbero influenzato gli altri Stati, oppure semplicemente non gliene importava. Cosa quest’ultima evidente.

In buona sostanza gli Stati Uniti assumono da sempre un comportamento gangsteristico e mafioso. C’è il boss o il padrino che mantiene la pace tra le bande rivali, guadagnandosi così il rispetto di tutti o quantomeno incutendo timore. Tuttavia, è lui che incarna il vertice criminale. Per molto tempo, gli Stati Uniti sono stati, e in larga misura lo sono ancora, il padrino o il boss più potente delle mafie internazionali. Ora, però, con il declino del suo potere e della sua autorità, si comportano più come un criminale comune. Questo lo rende molto più pericoloso.

Che cos’è cambiato rispetto al passato? Trump sta dicendo ad alta voce ciò che prima veniva detto solo in privato. In questo senso, è un vantaggio. La politica estera statunitense è gangsterismo e ora è più ampiamente riconosciuta come tale.

(*) Traggono questa forza dall’essere diventati, grazie principalmente alla cecità delle potenze imperialiste europee, la maggiore potenza mondiale in termini economici e militari a seguito della seconda guerra mondiale. E grazie alla possibilità di stampare una propria moneta considerata quale equivalente universale. Il gergo inglese e il dollaro dominano il mondo. Quest’ultimo non sarà facile da spodestare, anche se Washington è governata da imbecilli. Il legame finanziario e valutario con gli Stati Uniti rende di fatto la Borsa di New York il principale mercato finanziario mondiale e la Federal Reserve statunitense la vera banca centrale globale.

mercoledì 13 maggio 2026

L'incontro Xi - Trump

 

Se Trump vuole tirarsi fuori dalle difficoltà che si è creato con la guerra all'Iran, non c’è altra via che raggiungere un compromesso con Pechino. Cosa può mettere sul tavolo?

Questo incontro è ben più di un semplice confronto tra i due leader internazionali più importanti. L’attacco israelo-americano all’Iran ha rischiato di innescare un conflitto su vasta scala e ha gravemente colpito l’economia globale. L'esito dell’incontro è quindi atteso con grande impazienza.

Trump ha definito Xi un “bravo ragazzo”. È molto probabile che il ragazzo sia proprio Trump, il quale ha annunciato di voler discutere con Xi la vendita di armi a Taiwan, considerata parte della Cina continentale dal diritto internazionale. Taipei ha annunciato una “cooperazione rafforzata con il suo alleato più importante” per “sviluppare efficaci capacità di deterrenza”. L'obiettivo, ha affermato, è “la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan”.

Tuttavia, Trump ha lasciato aperta la possibilità di un accordo con Xi per la cessazione del supporto militare a Taipei. Solo che ciò che dice o promette Trump è credibile come un oroscopo.

Non vi è dubbio che la posizione negoziale della Cina è ulteriormente migliorata rispetto al primo mandato di Trump. La Cina ha riacquistato notevole potere e influenza. Gli Stati Uniti, d’altro canto, sono in declino, un processo che Trump non ha fatto altro che accelerare. Washington non è ancora riuscita a prevalere nemmeno su Teheran. Come possono gli Stati Uniti affrontare la Cina senza autodistruggersi? L’unica domanda è se la leadership statunitense, che sotto Trump ha agito con un livello di avventatezza e arroganza senza precedenti, sia ancora in grado di comprenderlo.

I peggiori

 

Finora solo i morti hanno visto la fine della guerra. Di quella in Ucraina, di quelle in Medio Oriente e di tutte le altre delle quali solitamente non ci occupiamo affatto. Ci stiamo abituando alla guerra? Quella degli altri, perché per il momento noi le avvertiamo solo dal lato economico e non tutti allo stesso modo, peraltro. Oppure prevale l’indifferenza? Non la rabbia malinconica per le inutili stragi ucraine, per la distruzione di Gaza o di Beirut da parte dell’oligarchia razzista di Israele, ma una sostanziale indifferenza. Che non è qualcosa di inerte o di neutrale; diventa un atto politico, proprio perché apparentemente l’indifferenza, per i vivi e per i morti, non è politica.

Ma oltre e anzi prima dell’indifferenza c’è il tifo, neanche tanto dissimulato. La passione sportiva per i “nostri” e la soddisfazione per aver colpito e sconfitto l’avversario. Si avverte un’aura di fascinazione neoromantica per la guerra. Non entusiasmo, non bellicismo aperto, forse non siamo ancora a questo, ma indubbiamente si percepisce un sottile fascino per la potenza delle armi, per la loro capacità di precisione, distruzione e annientamento del “nemico”. Se a farlo, in vece dei soldati, è un drone, un robot, allora l’operazione bellica assume un aspetto asettico e totalmente tecnologico. Se mi si passa il termine scolastico direi catartico: l’entusiasmo nella prosa giornalistica allora non è più dissimulato, ma deflagra.

Poi, da registrare, anche gli “imparziali”, veri o solo presunti. In onda televisiva e più genericamente mediatica a tutte le ore del giorno e della sera. Fanno come si farebbe l’inventario di una casa venduta a un agente immobiliare che la demolirà. Ma peggio di tutti sono i burocrati della UE e di Chigi e di Montecitorio e di ... . Quelli che si preoccupano, certo non a torto, dell’effetto di TikToc sugli adolescenti. Ma per quanto riguarda l’argomento che qui sto trattando, mi rammentano la passione per la natura e gli uccellini in gabbia dei capi e capetti delle Schutzstaffel. Non penso di esagerare nel paragone, tutt’altro.

martedì 12 maggio 2026

Il virus siete voi

 

La prima cosa che mi è venuta in mente è stato un librino di John Steinbeck, Uomini e topi, che lessi alcuni anni luce or sono. Il nuovo contagio si chiama Hantavirus, ossia il virus della pantegana. E c’è già almeno un colosso del farmaco che sta lavorando al vaccino. Dal che si deduce che pensano ad una somministrazione massiccia, altrimenti i conti non tornerebbero.

È questa la bellezza della scienza al servizio del capitalismo. Ma anche al servizio degli eserciti. Infatti, un virologo dell’Us Army Medical Research Institute of Infectious Diseases di Frederick (Maryland) ci stava già lavorando con, dice oggi, prospettive promettenti. Se in certi laboratori dell’Us Army lavorano a un vaccino, vuol dire che dapprima hanno studiato gli effetti contagiosi del virus. In gergo si chiama guerra batteriologica, anche se il virologo ha dichiarato che lo fa in vista del “cambiamento climatico”, eccetera.

Il “cambiamento climatico”, una realtà dalle cause assai controverse, è diventato un Leitmotiv, un passepartout, per smerigliare il prossimo tuo, simile ma non uguale a te stesso. Da tempo siamo governati democraticamente da un ceto sociale (non solo politico!) che rappresenta i propri interessi con la stessa rigorosità della lobby dei dentisti. Ad ogni modo metto le mani avanti. Nel caso specifico questa volta non mi farò vaccinare: la pantegana proprio no.

Ho sempre pensato che le manifestazioni del capitalismo, comprese le più recenti, possano essere efficacemente analizzate utilizzando concetti marxiani, senza la necessità di nuove categorie fondamentali. Per esempio, a proposito del “lavoro” (quanto spesso si sente gente nullafacente dire: “stiamo lavorando” a questo e a quello), è considerato socialmente necessario, nel senso specifico di lavoro astratto (su tale concetto rinvio a Marx), solo se contribuisce alla crescita del peculio privato.

Marx definisce il valore come la quantità di lavoro astratto che sottende il valore di scambio di una merce. Le merci venivano prodotte già in epoca biblica, ma solo nelle società in cui predomina il modo di produzione capitalistico la loro abbondanza si manifesta come un’immane raccolta di merci (come affermato nella prima frase del Capitale, e ancor prima in Per la Critica dell’Economia Politica). Proprio come ai tempi di Marx, anche oggi coesistono altri modi di produzione accanto a quello capitalistico, ma tutti sono caratterizzati dal primo: tutto viene trasformato in merce per generare profitto, o semplicemente per sopravvivere.

Per il capitale è del tutto irrilevante se la merce prodotta sia un vaccino o un virus per la guerra batteriologica. Se si tratti di un farmaco per salvare milioni di persone oppure di armi per lo sterminio di massa. Del tutto indifferente anche se il prodotto sia materiale o immateriale.

Questo scrive Marco Liera, uno che suppone di star fuori dal mazzo, di non averci nulla a che fare. Che tutti gli altri, tranne lui e i suoi ammiratori, siano come egli li descrive, ovvero delle capre. Non è vero che l’elettore (questo il target di Liera) “non sa bene da chi viene fregato”. Lo sa benissimo, solo che i vari Marco Liera gli hanno raccontato alla nausea che il comunismo era ed è quella roba là. Come se un tempo ci avessero raccontato che la società borghese è esattamente ed esclusivamente la condizione descritta da Jack London nella sua descrizione dei quartieri proletari di Londra; oppure che il capitalismo è la Grande Depressione, la condizione di George Milton e Lennie Small, braccianti stagionali che si guadagnano da vivere vagando per il paese di fattoria in fattoria. Qualsiasi sistema sociale ridotto permanentemente alla dimensione di unepoca, avulsa dal suo quadro storico, da qualunque frangente capitasse tra cielo e terra. Non serve spremersi troppo le meningi per trovare la causa del disorientamento e delle derive populiste.

lunedì 11 maggio 2026

La guerra ha un futuro

 

La stampa occidentale ha pubblicato recentemente la notizia secondo cui le truppe ucraine avrebbero conquistato “in modo completamente automatico” un bunker russo nella regione di Kharkiv: un robot sminatore avrebbe fatto detonare una bomba davanti all’ingresso, un altro avrebbe bloccato l’uscita e, infine, i robot avrebbero persino preso in custodia la guarnigione russa.

Le diverse tempistiche fornite dai vari media riguardo al presunto attacco automatizzato rendono evidente che gran parte di queste notizie sono inventate. L’Ucraina ha tutto l’interesse a presentarsi, attraverso tali notizie, come un Paese che non sta perdendo la guerra, attirando così ulteriori investimenti da coloro che traggono profitto dal protrarsi del conflitto. Secondo queste fonti, la forza trainante nello sviluppo dei sistemi di guerra senza pilota sarebbe la cosiddetta 3a Brigata d’Assalto, come si chiama ora l’ex Reggimento Azov.

L’altra notizia riguarda il rifiuto dell’Europa a negoziare con la Russia. Perché è chiaro che è l’Europa ad essere in guerra con la Russia. Infatti è vero che finora gli europei non erano stati coinvolti nei negoziati, ma è anche vero che non hanno mai nemmeno larvatamente avanzato alcuna proposta, così come rifiutano di esaminare qualsiasi offerta.

In riferimento alle ultime dichiarazioni di Putin, che proponeva come mediatore l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, a Bruxelles e Berlino si sostiene che un mediatore in negoziati con il Cremlino non può essere semplicemente un amico di Putin, e deve essere accettato, prima di tutto, dall’Ucraina. In altri termini deve essere un amico di Zelens’kyj e della sua cricca.

Sicuramente anche il Cremlino sa che Schröder è diventato persona non grata in Europa a causa della sua amicizia con Putin. Dunque, proporlo come mediatore non aiuta. La guerra continua e a nessuno interessa un accordo se non alle proprie condizioni.

Niente di tutto questo sarebbe accaduto

 

Nell’inserto culturale del Sole 24ore, Massimo Bucciantini recensisce il libro di Thomas Sparr dal titolo: “Voglio continuare a vivere anche dopo la morte”. La biografia del diario di Anna Frank, Einaudi, pp. 226. La frase riproposta nel titolo è tratta proprio dal famoso diario della giovane ebrea tedesca. Il libro ricostruisce la storia delle prime edizioni del diario, curate dal padre di Anne Frank, compresa l’edizione einaudiana del 1954.

Scrive il recensore: «Otto Frank è il principale protagonista del libro. Il destino del diario – dei diari – dipende dalle sue capacità imprenditoriali, ma anche dalla rete di amicizie che fin da subito, da quando battè a macchina le carte di sua figlia, mise in moto con particolare abilità». È a partire «dall’edizione americana del 1952 e ancor di più, tre anni più tardi, con il debutto a Broadway della versione teatrale che inizia il successo planetario del diario». Un libro «che diventerà una delle opere letterarie più lette del mondo. Una storia di successo, risultato finale di un’attività instancabile [quella del padre di Anne], ma che a guardarla più da vicino si rivela composta da infinite sfaccettature in cui trovano posto fallimenti, incomprensioni, accuse, aspre polemiche e contese giudiziarie».

Tutti ricordiamo il libro di Anne edito da Einaudi, con al centro della copertina la piccola foto dell’Autrice. Un testo che divenne pressoché obbligatorio a scuola. A riguardo delle richiamate “sfaccettature”, la recensione è fin troppo laconica, poiché poche opere letterarie sono state al centro di “aspre polemiche e contese giudiziarie” come il celebre Diario. Di seguito vedo di dare, al meglio che posso, qualche ragguaglio sull’origine del diario, pur non avendo ancora letto la biografia di Thomas Sparr che sicuramente sotto questo aspetto sarà interessante.

Annelies Marie Frank, meglio conosciuta come Anne Frank (Anna in italiano), nacque il 12 giugno 1929 a Francoforte sul Meno, da Otto Frank (1889-1980) e da sua moglie Edith Holländer (1900-1945). Aveva una sorella maggiore, Margot (1926-1945), di tre anni più grande di lei. La famiglia si trasferì ad Amsterdam nel 1933.

Nel 1940, i tedeschi occuparono i Paesi Bassi. Com’è noto, applicarono nei territori occupati le leggi antiebraiche. Anne cominciò a scrivere un diario che suo padre le aveva regalato il 12 giugno 1942, per il suo tredicesimo compleanno.

Il 9 luglio 1942, la famiglia Frank si trasferì nei locali situati dietro gli uffici dell’azienda del padre. Non erano soli. Quattro vicini, Hermann van Pels, sua moglie e il figlio Peter, e un dentista, Fritz Pfeffer, sarebbero stati con loro durante il periodo di clandestinità.

Dopo due anni di clandestinità, nel 1944, la famiglia fu denunciata (alcuni sostengono, ma la cosa è tutt’altro che provata, che a denunciarli ai tedeschi fu un ebreo, il notaio Arnold van den Bergh) e deportata nei lager nazisti in Germania. Anne e sua sorella Margot furono mandate a Bergen-Belsen. Le due sorelle morirono a metà marzo del 1945, di tifo.

Il giorno dell’arresto, il diario di Anne, nascosto nella borsa di Otto Frank, cadde a terra. Le pagine sparse dei suoi appunti si dispersero. Due vicini, che li avevano aiutati quando si nascondevano nell’alloggio segreto, raccolsero e conservarono i fogli.

Il diario di Anne Frank, pubblicato per la prima volta nel 1947, scatenò polemiche e controversie legali. I “negazionisti”, dubitando della veridicità degli eventi raccontati nel diario, intentarono una causa contro Otto Frank. Il padre di Anna consegnò al tribunale tutti gli scritti di sua figlia. Gli scritti furono autenticati e Otto vinse la causa. Consegnò tutto tranne cinque pagine che considerava troppo intime, in cui descriveva il suo rapporto con la moglie.

Nel 2016, sui diritti d’autore, vi fu una controversia internazionale. La Fondazione Anne Frank, con sede a Basilea, in Svizzera, che tutt’ora detiene i diritti d’autore esclusivi del Diario, minacciò azioni legali contro chiunque pubblicasse anche una sola riga del testo senza la sua autorizzazione. La Fondazione ha invocato un’eccezione legale che si basa sul ruolo del padre di Anne Frank. Otto Frank supervisionò la pubblicazione postuma del testo della figlia, eliminando i passaggi che considerava troppo personali. Secondo la fondazione svizzera, apportando modifiche sostanziali al testo, il signor Frank è diventato un “coautore”, e bisognerebbe aspettare fino al 2051 perché il Diario entri nel pubblico dominio (il che impedirebbe fino a tale data anche l’accesso completo alle versioni digitali dei diari: la questione sarà decisa a breve dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea).

In dettaglio: non esiste un solo “diario”. La versione A è l’originale, il diario rilegato in cui Anne scrisse per la prima volta. All’inizio del 1944, Anne iniziò a riorganizzare i suoi scritti su fogli sciolti. Questo avvenne in seguito a un annuncio radiofonico che richiedeva diari dopo la guerra ed è indicato come versione B. Dopo la morte di Anne, Otto unì le due versioni, rimuovendo alcune pagine e decidendo se includere la versione A o la versione B degli eventi. La versione di Otto è la C. Le pagine rimosse furono pubblicate in seguito.

A seguito di un altro processo, che si tenne nel 1958, il tribunale ritenne Albert Cauvern, un caro amico di Otto Frank, autore delle correzioni degli errori di ortografia e grammatica.

Le cinque pagine omesse da Otto furono rese pubbliche solo dopo la sua morte. Due pagine coperte da carta marrone furono scoperte nel 2018. Erano state nel diario, ma Anne le aveva coperte: contenevano “barzellette oscene”.

Dunque il Diario è un falso? A mio avviso, assolutamente no; resta il fatto che troppe persone, e non solo il padre di Anne, ci misero le mani lasciandovi le loro impronte. Quanto rilevanti furono questi successivi interventi sui manoscritti di Anne non lo so. Tuttavia il Diario è sostanzialmente autentico e ancora più autentica, umanamente e storicamente, fu la sorte di Anne e di tante vittime innocenti come lei, assassinate nei lager o morte di denutrizione e malattie. Senza gli occupanti nazisti, niente di tutto questo sarebbe accaduto.

domenica 10 maggio 2026

Ultime dal fronte orientale

 

Una guerra senza fine, anche se non è vero che non ci sono dei vincitori. Almeno sul terreno, la Russia ottiene dei risultati. A quale prezzo è tutto un altro paio di maniche. E anche Volodymyr Zelenskyj ottiene ciò che in definitiva cercava: mantenere il potere, suo e della sua cricca, avendo raggiunto l’obiettivo propagandistico principale: dimostrare che non c’è motivo di temere la Russia – un punto con cui gli alleati europei di Kiev hanno ripetutamente giustificato una certa riluttanza negli ultimi anni, ad esempio, riguardo alla fornitura di missili da crociera Taurus.

Zelenskyj non teme un attacco generalizzato minacciato dalla Russia. Anche se non lo dice, lo desidera. Se la Russia dovesse mettere in atto le sue minacce, potrebbe presentarsi come vittima e in tal modo impressionare Donald Trump; ma se ciò non si concretizzasse o non raggiungesse l’intensità minacciata, Zelenskyj ha comunque già ottenuto il suo scopo: le minacce di Mosca sono rimaste senza effetto e, pertanto, non vi è alcun rischio di un’ulteriore escalation. Andiamo avanti così, mandateci altri soldi, tanti.

Come stanno a dimostrare i conflitti dal ‘900 in poi, si vince solo con l’annientamento totale dell’avversario. Se necessario anche con l’uso delle armi nucleari. Oppure col genocidio della popolazione civile. Cosa che la Russia in Ucraina non può permettersi per varie ragioni. Tuttavia sembra stiano emergendo in Europa altre considerazioni, visto come stanno andando le cose in Medio Oriente. Prima li sordi, poi i princìpi. Resta da vedere quale linea prevarrà tra le camarille europee.

sabato 9 maggio 2026

Una donna coraggiosa

Il 9 maggio 1976, la vita di Ulrike Meinhof si concluse nel braccio di massima sicurezza del lager socialdemocratico di Stoccarda-Stammheim. Un suicidio, come lo hanno definito i filosofi dell’ordine capitalista. Chiunque sia rinchiuso in un braccio di massima sicurezza vive e muore tra le braccia dello Stato.

Andreas Baader aveva scritto: «Ci faranno fuori appena sentiranno che l’opinione pubblica è talmente montata contro di noi da non temere reazioni e quando l’isolamento sarà così totale che nessuno potrà controllare quello che qui accade».

Ciò che accadde nel carcere di Stammheim a Ulrike Meinhof nel 1976 (troppo lungo riportare qui le perizie che escludono il suicidio), e un anno dopo ad altri tre membri della Rote Armee Fraktion, anch’essi dichiarati suicidi, esemplifica bene la reale natura della democrazia tedesca (e non solo di quella).

Quando sento affermare che la Germania avrebbe fatto i conti con il suo passato nazista, mentre l’Italia non avrebbe fatto i suoi con il fascismo, penso che chi fa tali dichiarazioni o non sa di che cosa parla oppure è in malafede. La Germania, segnatamente la Repubblica federale tedesca, non ha mai fatto i conti col suo passato nazista (*).

Nel 1961, Ulrike Meinhof pubblicò un articolo dal titolo Hitler in voi (Koncret, n. 10). Ulrike cercò di mobilitare con i suoi articoli le giovani generazioni su questo tema, per una risposta specifica, ricordando che nel 1926 «in un referendum gli studenti tedeschi si pronunciarono a favore delle “caratteristiche razziali come criterio della loro appartenenza all’associazione”».

Scriveva con uno stile mite e pacifico: «una tale constatazione non deve essere un appello alla delazione riguardo al passato del singolo. Essa è però un richiamo al fatto che non possiamo tacere su questa problematica, che come studenti vogliamo prendere posizione e non lasciare in pace il passato e attendiamo dai più anziani una risposta».

Più tardi si renderà conto che questa speranza si scontrava con la dura realtà tedesca. I limiti della critica dei cosiddetti “vecchi nazisti” e gli sforzi per un buon rapporto con lo Stato d’Israele, non producevano cambiamenti sostanziali. Concludeva il suo articolo con queste parole: «Come noi chiediamo di Hitler ai nostri genitori, un giorno ci chiederanno di Strauß».

Nel 1968, contro il più possente movimento di massa che la RFT avesse conosciuto nel dopoguerra, furono approvate dal governo federale (con i voti della SPD-CDU-CSU) le “leggi di emergenza”, che segnarono profondamente la trasformazione statuale della Repubblica federale tedesca. Queste leggi stanno all’origine di tutta la legislazione successiva poiché sancivano il principio che i diritti riconosciuti dalla Costituzione potevano essere in determinati casi sospesi o limitati “per proteggere la Costituzione e l’ordinamento da essa garantito”.

Le leggi di emergenza hanno senza dubbio costituito l’attacco più profondo alla Costituzione e sono alla base di tutte le altre leggi liberticide che seguirono. Per esempio, del Berufsverbot, ossia l’interdizione del pubblico impiego (1970). L’interdizione professionale è un provvedimento di competenza ministeriale preso al termine di un procedimento individuale di tipo inquisitorio completamente informale e privo di garanzie legali. Con il Berufsverbot, tutt’ora in vigore, furono colpiti membri del partito comunista, esponenti della sinistra del partito socialdemocratico, simpatizzanti dei gruppi della sinistra extraparlamentare, professori universitari. Servì al sindacato per eliminare dalle sue fila elementi di sinistra, dando quindi il via libera a quello che diventò il sindacato in Germania, ossia un sindacato “giallo”. Seguirono altre leggi speciali dal 1972 al 1976.

Ulrike Meinhof, è stata una donna straordinaria, un’intellettuale coraggiosa, tra i più acuti commentatori politici tedeschi degli anni Sessanta. Gran parte di ciò che è stato scritto sulla figura di questa militante rivoluzionaria, è falso. Ulrike non era una “teorica disperata” come l’ha definita Heinrich Böll, né un’eroina del revolver alla Bonnie, ma una persona che conosceva paure e scrupoli. Era una donna di quasi quarant’anni, madre di due figlie. Il suo impegno politico fu determinato, dapprima, da ragioni morali. Da studentessa, uscendo dal torpore borghese e dalla torre d’avorio degli interessi scientifico-letterari, aderiva all’appello di 18 professori contro l’armamento atomico della Repubblica federale.

Nel 1958, dopo l’università, si unì a un gruppo studentesco e fece lavoro d’informazione, s’iscrisse al partito comunista e svolse un ruolo importante nel gruppo che organizzò il famoso Congresso antiatomico di Berlino del 1959. Aderì a Konkret, un’importante e raffinata rivista di critica politica e sociale nella quale trovò il terreno per lo sviluppo del suo talento nel trasporre riflessioni comuni in parole appropriate, tracciando la linea di demarcazione tra le forze progressiste e quelle reazionarie, prendendo posizione, tra l’altro, contro la politica egemonica perseguita da Bonn in Europa (stiamo parlando di più di sessant’anni fa!). I suoi editoriali spaziavano dalla giustizia d’impronta nazista agli affari e scandali ministeriali, le citate leggi d’emergenza, i criminali nazisti a piede libero, gli elementi della sinistra che venivano eliminati.

Nei suoi scritti emergono impressionanti analogie, con uno scarto di alcuni anni, tra il “modello Germania” e il “caso Italia”. Scopre la connessione tra i media (l’elaborazione a tavolino delle deformazioni per servire certi interessi), la società economica e quella borghese. Denuncia la politica di Franz Josef Strauss, ministro della difesa, e viene denunciata per “offese”. Di fronte alla palese inconsistenza delle accuse, fu assolta.

Ministro dell’interno era Hermann Höcherl, già membro del partito nazista. L’organizzazione studentesca venne vietata dal senato di Berlino. Konkret era diventata nel frattempo una rivista di massa che si acquistava nelle edicole e Ulrike iniziava i suoi interventi alla radio, affrontando questioni scottanti. Tuttavia, molto di ciò che per lei era importante veniva cancellato dal testo. La democrazia totalitaria non può lasciare che ci si spinga oltre un certo limite nella denuncia.

Non poteva prevedere, allora, nel 1964, quanto a fondo si sarebbe spinta l’azione del dominio nella sterilizzazione delle coscienze e la cancellazione della memoria storica. Quello che accade dopo è più o meno noto, ma lei, Ulrike, non era affatto quello che in seguito vollero spacciare la stampa di Springer e gli altri media. Entrò in clandestinità – come scrisse Ulrike nella sua ultima lettera – per scelta, “perché tra integrazione, corruzione e, infine, strumentalizzazione per la Cia, da una parte, e lotta armata e attiva partecipazione al processo di organizzazione dell’insurrezione contro i rapporti capitalistici di produzione, dall’altra, non vi è più un luogo per un’opposizione politica, perché opposizione politica e illegalità sono diventate la stessa cosa”.

(*) Un solo esempio tra i tanti: Reinhard Höhn nel 1933 aderì al partito nazista, e nel 1934 entrò a far parte delle SS, di cui divenne in seguito generale. Nel 1939 divenne direttore dell’Istituto di Ricerca Statale dell’Università di Berlino, ruolo che mantenne fino alla fine della guerra. Tra il 1941 e il 1944 diresse la maggiore rivista di geopolitica delle SS, Reich - Volksordnung - Lebensraum. Nel 1956 fondò l’Akademie für Führungskräfte der Wirtschaft (Accademia per dirigenti d’impresa) a Bad Harzburg. Di lì passarono ogni anno circa 35.000 tra manager e quadri pubblici e privati che venivano indottrinati sulle tecniche di comando. Johann Chapoutot, nel suo libro dal titolo Nazismo e management (Einaudi, 2021), s’interroga: “È un caso o vi è un legame profondo tra il nazismo e le concezioni di direzione aziendale del Novecento?”.

venerdì 8 maggio 2026

È tempo di guerra

 

Lo suggerisce il sentimento anti-russo in Europa e in particolare in Germania, alimentato dai nazionalisti ucraini e dai neofascisti e neonazisti, ma non meno che dai sedicenti liberali. Gli stessi che spesso avevano il nonno in orbace, salvo scoprirsi antifascisti dopo il 25 luglio del 1943 e anche oltre. L’elenco è lungo.

L’8 maggio 1945, ben una settimana dopo il suicidio di Hitler, la Germania si arrese incondizionatamente a Berlino-Karlshorst all’Unione Sovietica, agli Stati Uniti, alla Gran Bretagna e, per quanto possa sembrare paradossale, alla Francia. La Seconda Guerra Mondiale terminò in Europa. 

Oggi, la Germania si sta riarmando massicciamente e sta gradualmente introducendo la coscrizione obbligatoria. Le visite mediche dovrebbero riprendere a luglio 2027. Dal 1° gennaio sono stati inviati circa 194.000 questionari a uomini e donne. Il 28% degli uomini non ha rispettato l’obbligo di rispondere entro un mese. Il ministero della Difesa ha annunciato delle sanzioni. Alcuni quotidiani invocano la coscrizione obbligatoria dal 1° gennaio 2027.

Chi minaccia la Germania? Non certo la Cina, non almeno militarmente. La Russia? Fa già fatica nel pantano ucraino. Dunque, in vista di quale minaccia e di quale guerra ci si riarma massicciamente e si procede alla coscrizione obbligatoria?

Al momento della resa del Giappone, il 2 settembre 1945, si stimava che 66 milioni di persone fossero morte in guerra; in totale, probabilmente 80 milioni di persone persero la vita a causa della guerra, dei suoi crimini e di altre conseguenze. Più di 25 milioni di queste persone erano cittadini dell’Unione Sovietica, quasi la metà dei quali soldati dell’Armata Rossa. Di questi, 3,3 milioni morirono in prigionia dei tedeschi.

Si trattò di un genocidio deliberato, inserito nel quadro del più grande sterminio della storia, pianificato dalla leadership tedesca contro la popolazione sovietica: secondo il “Piano della Fame” nazista, circa 30 milioni di persone “superflue” sarebbero dovute morire entro la fine del 1941, in seguito all’invasione dell’Unione Sovietica. Infatti, come si affermava: “La guerra potrà continuare solo se l’intera Wehrmacht verrà rifornita dalla Russia nel terzo anno di guerra”.

Giusto per ricordare da dove viene gran parte della nostra “libertà”.

giovedì 7 maggio 2026

Non serve scomodare Barbero

Forse il termine “idiota” non è il più appropriato, e lo dico non per tema di beccarmi una querela, ma perché il mio giudizio, se richiesto, sarebbe anche molto più tranchant e circostanziato. Ad ogni modo, per un giudizio di merito, fossi stata la querelata, avrei citato quale testimone a mio discarico non già il prof. Barbero (benché mediaticamente “accattivante” e del quale non discuto a priori la competenza), ma il prof. Marco Mondini, che nello specifico ritengo possa offrire maggiori ragguagli.

E però anche a nessuno dei due, preferendo il giudizio equilibrato di una fonte di prima mano, quello di un testimone oculare d’eccezione, ossia di uno stretto collaboratore del Cadorna Luigi stesso: il colonnello Angelo Gatti. Per chi volesse approfondire, rinvio ad alcuni miei post, a cominciare da questo.

Va ad ogni modo considerato come in questo stravagante Paese ci si occupi nelle sedi giurisdizionali di uomini e fatti storici di oltre un secolo prima. Se definissi, per esempio, Mussolini come un “idiota”, ciò potrebbe dare luogo a una querela da parte dei suoi discendenti? Certo, perché in questo Paese, preda di torme di debosciati (termine caro ai fascisti), non basta che ad avvalorare tale giudizio sia il fatto che costui, già definito reiteratamente come “il più grande statista del secolo”, dichiarò guerra, nell’ordine: alla Francia, all’Impero Britannico, alla Grecia, alla Russia e, non contento, agli Stati Uniti e ad altri ancora? Su un fatto debbo convenire: la classificazione di “idiota”, in tal caso e così per Cadorna, sarebbe assai riduttiva.

Tuttavia, ciò che m’interessa precisare è che non si può semplificare il giudizio sui protagonisti della storia riconducendolo all’idiozia o alla follia. Del resto, chi attribuì quel potere assoluto di vita e di morte a Cadorna e poi a Mussolini? E oggi a Trump e a Netanyahu?

mercoledì 6 maggio 2026

Abbiamo molto di niente

 

Da almeno quarant’anni non s’è fatta una sola seria riforma che abbia cambiato in meglio la vita della gente comune. Anzi, al contrario, oltre a svendere il patrimonio industriale pubblico, s’è fatto di tutto per smantellare quei pochi ma preziosi diritti che erano stati conquistati in anni di lotte, a cominciare dai contratti di lavoro e dalla scala mobile. E solo Dio sa quanto sarebbero necessarie delle norme a tutela del lavoro precario e una misura che permettesse ai salari di reggere almeno un poco al gioco degli speculatori e alla brama degli sfruttatori. Misure che avrebbero dei riflessi positivi sull’emigrazione dei giovani e anche sulla natalità.

Ma di ciò, e di una riforma fiscale non punitiva per i redditi medio-bassi, neanche a parlarne, nemmeno un sussurro da parte di chi dice di tutelare le classi salariate (ma lo dicono ancora?). Quale eredità ha realmente lasciato la sinistra durante il suo lungo governare? Quale percorso ha tracciato e quale ha deliberatamente evitato? Sì, da tre anni e mezzo governano dei fascistoidi, ma qual è la sua parte di responsabilità per il declino strutturale di questo Paese? Siamo in presenza di una dinamica dell’illusione sistematica peraltro in una evidente (per chi la vuol vedere, ovviamente) crisi costituzionale.

Quella delle riforme è, nella gerarchia delle grandi questioni, e sono tante, la questione che ha la precedenza nelle chiacchiere di chiunque governi o sia all’opposizione. Siamo al punto, da ultimo, che quella compagine eterogenea che si presenta, più a parole che nei fatti, come l’opposizione a questo governo, non è nemmeno in grado di stilare un minimo di progetto politico (e non riuscirà a farlo, se non per ciò che vi è di più astrusamente generico). Sono tutti presi dal tema della leadership di una coalizione elettorale che ancora non esiste se non nel vaniloquio di una mezza dozzina di aspiranti al trono.

Ciò accade per una ragione non semplice ma evidente: qualunque partito, e all’interno di essi le relative correnti, è tributario, non solo elettoralmente, di un blocco sociale apparentemente variegato ma sostanzialmente granitico, che si frappone a qualsiasi riforma sfiori una sola delle cento sfumature del privilegio, una qualsiasi fonte di prebende o di esenzione. Dal padroncino al burocrate ministeriale, dal concessionario di un bene demaniale al tassista furbo, dall’evasore tollerato all’elusore sistemico autorizzato, dalla protervia di un gestore di servizi fino all’intoccabilità del magistrato, nessuno ha reale interesse che le cose cambino. E così sia.

martedì 5 maggio 2026

La necessità del bello

Imbecilli.

Tutti condividiamo la passione per le cose belle, ma ognuno ha gusti diversi. Dovremmo dunque chiederci che cos’è il bello, specie nell’arte e nell’architettura. La risposta non è facile, appunto perché “ognuno ha gusti diversi”. Risposta che rimanda ad un’altra domanda: sulla base di quali esperienze e nozioni informiamo il nostro “gusto”?

Per esempio, da molti decenni l’architettura contemporanea è presentata come un’arte al di sopra di tutto, per cui si assiste a una crescente eccentricità tra gli architetti, che aspirano a diventare artisti famosi (è stato creato il neologismo “archistar”) e perciò amano condividere le proprie “creazioni” e le riviste hanno tutto l’interesse di amplificarle.

Si crea un ambiente autoreferenziale che rafforza credenze e convinzioni individuali con la complicità degli organizzatori di grandi eventi, mostre, tavole rotonde e altre conferenze, dove nulla viene veramente messo in discussione e chi semmai si permettesse di criticare i loro deliri sarebbe liquidato come un buzzurro che non sa nulla e non capisce niente.

Oggigiorno, le banche dati di immagini sono stracolme di edifici identici provenienti da tutto il globo. La stessa retorica, gli stessi committenti, gli stessi architetti. Le loro realizzazioni urbanistiche, specie quelle suburbane, sono senz’anima, ripetitive e noiose, una continua reinvenzione e innovazione ridondante.

Poniamo, per mera ipotesi e improbabile realtà, che una soluzione architettonica si sia rivelata valida a Segrate, lo sarà anche a Venezia? Come nei film, come nella vita, dove si può trovare la magia del bello quando tutto è così levigato e privo di dissonanze? Dunque, perché insistere nel progettare qualcosa che mostra già segni di debolezza, se non di fallimento totale?

Il peggio sono dei veri e propri obbrobri di cemento bianco qui, cemento nero là, a volte una muraglia cinese (Gregotti a Venezia), altre volte una struttura in legno a vista che mal si sposa col resto, oppure di metallo, che dopo solo pochi anni è già invaso dall’ossidazione (ho negli occhi la facciata del centro commerciale alle porte di Bassano del Grappa, ma non solo).

Poi, la tristissima questione dei quartieri ghetto e di quelle infrastrutture pubbliche che dopo pochi anni sono già in totale o parziale disfacimento. Perfino l’architettura del periodo fascista, pur discussa, aveva un suo proprio stile e una indubbia solidità concettuale e materiale.

Per contro, come si può immaginare che un’architettura che non è mai esistita, nella migliore delle ipotesi un’utopia inverosimile e pretenziosa, possa sfidare lo scorrere del tempo? Sia chiaro, non auspico un anacronistico ritorno al “classico”, bensì un ritorno alla decenza, ossia a un’architettura che non dimentichi sistematicamente le proprie origini, ben strutturata e armoniosa, ben inserita e affiancata al nostro patrimonio storico.

La società del tardo capitalismo ha perso quasi del tutto il gusto del bello, ed è così egocentrica e sicura dei propri risultati da non concedersi più il desiderio, il bisogno, la necessità del bello. Visto che nulla sorprende o si distingue più, ho delle modeste, polemiche e provocatorie proposte (lultima è molto seria): chiudiamo la Biennale e altre iniziative del genere per almeno una generazione. Mi spingo oltre: chiudiamo per un bel po’ anche quei “pollai” che sono diventate le facoltà di architettura. Più ancora: mandiamo a casa anche quegli imbecilli di Bruxelles e così chiudiamo il cerchio.

Un gioco da ragazzi

 

I giocattoli sono progettati per instillare convenzioni sociali. Alle bambine, almeno ai miei tempi, regalavano bambolotti e cucine in miniatura. Ai maschietti principalmente soldatini e modelli di armi, oltre a una grande varietà di autoveicoli e imitazioni di attrezzi da lavoro. Oggi si regalano gli smartphone, giocattoli unisex. Servono allo stesso scopo: instillare convenzioni sociali, ma diverse da quelle di un tempo.

Chissà con quali giocattoli si trastullava Trump quand’era bambino. Ora può gestire un giocattolo grande quanto il pianeta. Su cui muove le sue navi, i suoi soldatini e tanti missili. “Siamo come i pirati”, ha dichiarato con orgoglio Trump durante un comizio in Florida venerdì scorso. La folla ha esultato. Il presidente degli Stati Uniti ha descritto come la Marina statunitense avesse abbordato una nave, sequestrato il carico e preso il petrolio: un “affare molto redditizio”, come lo ha definito.

Domenica ha varato una variante del suo gioco preferito, e lha chiamata “Progetto Libertà”, per scortare navi mercantili attraverso lo Stretto di Hormuz. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha dichiarato che l’operazione sarebbe stata supportata da cacciatorpediniere lanciamissili, oltre cento piattaforme terrestri e navali e sistemi senza pilota.

Sebbene lo Stretto misuri circa 24 miglia nautiche (45 km circa) nel suo punto più stretto, le rotte di navigazione effettive sono larghe solo circa due miglia nautiche: troppo poco spazio per manovre evasive, troppo facile da colpire.

Una fonte ufficiale dello Stato Maggiore iraniano riporta: “Qualsiasi forza militare straniera, in particolare le forze statunitensi, sarà attaccata se tenterà di avvicinarsi o attraversare lo stretto”. Il rappresentante della leadership nel Consiglio di Difesa iraniano ha dichiarato: “I pirati americani devono sapere che il costo delle loro decisioni supererà la loro soglia di tolleranza”. Sicumera? Vedremo.

Droni e missili possono essere lanciati da camion, e mine possono essere posate da pescherecci o dhow, le tradizionali imbarcazioni a vela arabe in legno. Distruggere tutti i veicoli e i natanti che potrebbero rappresentare una minaccia non è fattibile.

Ieri, le Guardie Rivoluzionarie hanno pubblicato una mappa aggiornata che delinea una nuova “zona di controllo” nello Stretto di Hormuz: a ovest dello stretto, la zona è delimitata da una linea retta che si estende dalla punta occidentale dell’sola iraniana di Qeshm fino a un punto a est della città di Umm Al Quwain negli Emirati Arabi Uniti. A est dello Stretto di Hormuz, la zona è delimitata da una linea retta che si estende dall’insediamento di Kuh-e Mobarak in Iran fino a un punto a sud della città emiratina di Fujairah (*). 

La logica alla base dell’operazione trumpiana potrebbe differire dalla narrazione ufficiale. L’invio di navi da guerra statunitensi in uno stretto rivendicato da Teheran comporta il rischio di un’escalation come scelta deliberata per provocare una crisi. In quest’ottica, il cosiddetto Progetto Libertà non è una missione volta ad aprire il passaggio delle navi, ma un potenziale fattore scatenante di un conflitto più ampio.

Trump ha bisogno di un po’ di morti americani per smuovere il consenso dell’opinione pubblica interna. Questo è almeno quello che lui crede.

(*) Molti media, compresa al-Jazeera, parlano di un “monte Mubarak”, che non esiste in Iran. Si tratta, come riporto nel testo, dall’insediamento di Kuh-e Mobarak, noto anche come Mogh-e Qanbareh-ye Kuh Mobarak. È un villaggio nel distretto rurale di Kangan, nella regione centrale Distretto della contea di Jask , provincia di Hormozgan, Iran. 

lunedì 4 maggio 2026

Se il capitalismo fosse un'altra cosa

 

«Se il capitalismo fosse un’azienda, già da tempo l’amministratore delegato avrebbe convocato il responsabile della comunicazione per sottoporlo a una energica lavata di capo. È mai possibile, gli rinfaccerebbe, che il nostro prodotto e il nostro brand, con un’onorata secolare carriera alle spalle, non piacciono più a nessuno e vengano accusati delle peggiori nefandezze, dal disastro ambientale alla fine del ceto medio alle guerre fino le pandemie?».

Inizia così la recensione, a firma di Salvatore Carrubba, apparsa ieri nell’inserto domenicale del quotidiano dei padroncini italiani e avente per oggetto due libri: Sven Beckert, Capitalism: A Global History, Penguin, 2025; John Cassidy, Capitalism and Its Critics: A Battle of Ideas in the Modern World, Allen Lane, 2025.

Nella recensione, Marx viene citato alla fine e solo incidentalmente, per onore di firma: «I necrologi per il capitalismo risalgono almeno a duecento anni fa e provengono da studiosi di tutte le sfumature politiche [sic!], da Marx a Schumpeter». Chiude così la recensione: «[...] la perdurante vitalità del capitalismo [è] dovuta soprattutto alla sua natura: quella appunto di essere un’idea, non un dogma». Se così fosse, verrebbe da dire che si tratta di un’idea “che non piace più a nessuno e viene accusata delle peggiori nefandezze”.

Il disastro ambientale, la fine del ceto medio, le guerre sono solo alcuni dei fenomeni attraverso i quali appare la crisi storica del capitalismo. Nessuna di queste descrizioni dà conto delle cause che stanno in radice a questa e alle precedenti crisi del capitalismo. La chiave, il motivo fondamentale, si può rintracciare proprio partendo da questa locuzione: “modo di produzione capitalistico”. Infatti, parlare genericamente di “capitalismo”, senza riferirsi al suo modus operandi, quindi partendo dai rapporti sociali di produzione, che sono alla base del modo in cui avviene l’accumulazione capitalistica, non porta ad alcun risultato utile sia per quanto riguarda l’oggetto storicamente determinato, il capitalismo, sia per quanto riguarda le sue crisi (*).

Solo la critica marxista dell’economia politica si occupa, in particolare, delle leggi e delle categorie che regolano il modo di produzione capitalistico e il movimento delle sue contraddizioni intrinseche. Infatti, la critica marxista dell’economia politica non studia i fenomeni della società capitalistica così come essi appaiono in superficie, in quanto tali, ma si propone di scoprire dietro ad essi le leggi e le categorie del modo di produzione capitalistico, i rapporti di produzione tra gli uomini e i rapporti di classe della società capitalistica. In altri termini, solo la critica marxista dell’economia politica considera le categorie economiche (ad esempio, merce, denaro, valore, ecc.) come riflesso dei rapporti sociali di produzione.

(*) Il modo di produzione è il modo determinato in cui gli uomini producono e riproducono la loro vita immediata, e cioè la struttura dei rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in cui essi operano a un determinato grado di sviluppo delle forze produttive. “Non è quel che viene fatto, ma come viene fatto, con quali mezzi di lavoro, ciò che distingue le epoche economiche”. (I, Terza Sezione, cap. V).

Ogni modo di produzione implica una duplice serie di rapporti: degli uomini con la natura; degli uomini tra di loro. La prima serie, riguarda le forze produttive, mentre la seconda riguarda i rapporti di produzione. “Nella produzione gli uomini non agiscono soltanto sulla natura, ma anche gli uni sugli altri. Essi producono soltanto in quanto collaborano in un determinato modo e scambiano reciprocamente la propria attività. Per produrre essi entrano gli uni con gli altri in determinati legami e rapporti e la loro azione sulla natura, la produzione, ha luogo soltanto nel quadro di questi legami e rapporti sociali”. (Lavoro salariato e capitale, 1847, cap. III).

La forma di questi rapporti è, dunque, decisiva ai fini della comprensione dell’intero movimento della produzione. Occorre, tuttavia, fare molta attenzione a non schematizzare meccanicisticamente l’uso di questi concetti, poiché forze produttive e rapporti di produzione sono in continua interazione e si determinano a vicenda, essendo un’unità di opposti.