mercoledì 7 aprile 2010

Padroni del vapore/2


[la prima parte QUI]


Non bisogna mai dimenticare che il fascismo fu un movimento creato, finanziato e portato al potere dal grande capitale nazionale.

Ecco che cosa ebbe a dire, rievocando l’avvento del fascismo, in un discorso pronunciato nel 1932, il dott. Pirelli:

«Il 26 ottobre 1922 un gruppo di uomini, che oggi sono tutti qui presenti, andarono da Benito Mussolini al “Popolo d’Italia”, in via Lovanio, a confermargli, quali interpreti degli ambienti direttivi della produzione e degli scambi, i gravissimi danni derivanti all’economia nazionale dallo stato di confusionismo anarchico in cui versava il Paese dopo la mutilazione della Vittoria, ed insieme ad esporgli talune particolari preoccupazioni del momento, in rapporto all’andamento del credito, al corso dei titoli di Stato, al credito del paese verso l’estero. Il Duce interrogò, rispose, ci trattenne a lungo; e quelli del gruppo che non avevano mai avvicinato prima di allora il Capo del grande movimento rivoluzionario in atto, restarono ammirati di trovare un uomo che i problemi in questione discuteva con grande ponderazione, con vivo senso della loro importanza e complessità, rivelando la volontà di dominare anche questa materia» (E. Rossi, cit. pp. 87-88).

Che cosa ebbe da guadagnare Alberto Pirelli, pronta cassa, con il suo appoggio al fascismo? Un esempio è dato dal decreto dell’8-9-1923, n. 399, con il quale il governo cedeva all’industria privata gli impianti telefonici di Stato per una cifra di molto inferiore al loro valore. Pirelli non fu secondo a nessuno di quanti beneficiarono.

Alberto Pirelli è un uomo di gran classe, pronto a “fare affari con chiunque, e sotto qualunque regime. Eccolo critico – scrive Luzzatto – della scelta mussoliniana di muovere guerra all’Etiopia, nel 1935, eppure sollecito, dopo lo scoppio della guerra, nel rifornire segretamente [cioè eludendo le sanzioni decretate dalla Società delle Nazioni] il Regio Esercito con maschere antigas”, le quali, ovviamente, non servivano per proteggersi dalle zanzare. Fu ostile alla guerra nel 1940, ma zelante servitore del regime fino al luglio 1943e poi della Repubblica di Salò, nel contribuire alla mobilitazione industriale dell’Asse, ma verso la fine del conflitto prese a finanziare, residente in Svizzera, i partigiani. Dopo il conflitto, seguì una brevissima parentesi di pseudo-epurazione, quindi tornò, intonso il proprio patrimonio, come AD della Pirelli e come “consigliere informale di De Gasperi”.

Per comprendere meglio ancora di che pasta sono fatti questi grandi borghesi cosmopoliti, vale rilevare il comportamento di Alberto Pirelli come collaboratore dell’industria chimica tedesca (IG Farben) per la fabbricazione della gomma sintetica (la cosiddetta “Buna”). La collaborazione di Pirelli continuò anche negli impianti IG Farben situati nei territori occupati dai nazisti, a cominciare da quello di Buna-Monowitz, cioè Auschiwitz [*]. Tale impianto nell’aprile 1942 fu visitato dal figlio di Alberto, Giovanni, prima che diventasse partigiano. Un partigiano singolare, posto che operava nel Terzo Reich come ispettore della manodopera italiana ridotta in schiavitù legale.

Questo fu sostanzialmente Alberto Pirelli, “un uomo per bene che passa tremendamente vicino al male”, ci dice Luzzatto nella sua recensione. No, Alberto Pirelli non fu un qualunque passante, certamente non un uomo innocente.
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[*] Scrive Primo Levi in Se questo è un uomo, cap. VII: La Buna è grande come una città; vi lavorano oltre ai dirigenti e ai tecnici tedeschi, 40.000 stranieri, e vi si parlano 15 o 20 lingue. Tutti gli stranieri abitano in vari Lager che alla Buna fanno corona: il Lager dei prigionieri di guerra inglesi, il Lager delle donne ucraine, il Lager dei francesi volontari, e altri che non conosciamo. Il nostro Lager fornisce da solo 10.000 lavoratori che vengono da tutte le Nazioni d'Europa; e noi siamo gli schiavi degli schiavi, a cui tutti possono comandare, e il nostro nome è un numero che portiamo tatuato sul braccio e cucito sul petto.

Oltre che del lager e della fabbrica, Buna è il nome del prodotto sintetico. Deriva da Butadiene e Sodio (Natrium, in tedesco). Nei primi giorni del 1941, il dott. Otto Ambros dell’IG-Farben, individua il luogo dove sarà costruito il complesso industriale. Si tratta della località di Dwory, a pochi chilometri da Oświęcim (Auschwitz in tedesco). Auschwitz cominciò a generare una rete di campi secondari al suo esterno, 34 in tutto, dove i prigionieri lavoravano in un cementificio… una miniera di carbone… un’acciaieria… un calzaturificio.. ecc.. Uno di questi sotto-campi, il maggiore, era l’impianto dell’I.G. Farben-Buna. Le condizioni a Buna erano simili a quelle di Auschwitz, gli appelli all’alba, le razioni da fame, i ritmi infernali di lavoro, le percosse. I prigionieri che morivano, dozzine ogni giorno, dovevano essere riportati al campo la sera, in modo da essere sorretti e contati all’appello del mattino dopo. In totale, circa 25.000 persone furono uccise nell’impianto dell’I.G. Farben. Uno dei misteri irrisolti di Auschwitz è che questo impianto, costruito a prezzo di indicibili sofferenze, non produsse mai un grammo di gomma sintetica. La produzione, secondo i programmi, sarebbe iniziata il primo febbraio 1945. I russi arrivarono tre giorni prima e tutto quell'immenso insieme di laboratori diventò un cimitero di tubi e cemento. Nonostante i rapporti col nazismo, la I.G. ha continuato ad avere stretti rapporti tecnici e commerciali con le industrie chimiche internazionali e americane fino alla fine del 1941. La Standard Oil acquistò i brevetti per la produzione di benzina sintetica dal carbone, secondo una tecnica messa a punto da Bergius, e la Standard a sua volta mise a disposizione della I.G. la tecnica per la produzione di gomma sintetica Buna, che si rivelò utilissima per il funzionamento dei carri armati impiegati poco dopo contro i soldati americani. La Ethyl Corporation americana (50 % Standard Oil e 50 % General Motors), in grado di produrre negli anni trenta il piombo tetraetile (l'antidetonante per benzine d'aviazione ad alto numero di ottani) in regime di monopolio (quasi totale), mandò 500 t. di piombo in Germania alla vigilia dell'occupazione della Cecoslovacchia.
    

In Italia, durante il periodo dell’autarchia le difficoltà di approvvigionamento di materie prime fanno intensificare le ricerche di prodotti e processi industriali alternativi a quelli precedentemente adottati. Si vedono quindi sperimentazioni con il coke, gas metano, benzine di scisti e lignite, alcol ed ammoniaca. La società SIRI mette a punto il suo processo di sintesi del metanolo (già utilizzato come combustibile, per la produzione di materie plastiche e di esplosivi). Nel 1938 l’IRI e la Pirelli, sollecitate dal Ministero dell’Industria, costituiscono la Società Agricola Italiana Gomma Autarchica (SAIGA) per lo sfruttamento del Guayule. Tra il 1936 e il 1937 il Centro Chimico Militare, aveva ottenuto la collaborazione della statunitense International Rubber Co. per la coltivazione, in Puglia, del guayule. Da questa pianta di origine messicana poteva infatti essere estratta della gomma. A quella data il fabbisogno nazionale di gomma è stimato in 30.000 t/anno e la SAIGA prevede di poterlo soddisfare per un terzo. Lo scoppio del conflitto mondiale e poi l’entrata in guerra dell’ Italia interrompono i contatti con i tecnici americani e nel 1943 l’impresa viene chiusa e i campi del tavoliere riconvertiti a grano molto più necessario al sud. Il 14 settembre 1939, sempre la Pirelli e l’IRI costituiscono la Società Anonima Industria Gomma Sintetica (SAIGS per la produzione di butadiene o gomma sintetica a partire dall’acetilene (carburo di calcio) secondo un brevetto tedesco in concessione alla Bicocca. Per lo svolgimento di questa attività sono previsti due stabilimenti, uno a Ferrara e uno a Terni. Nell’ottobre 1943 la linea per la produzione della gomma sintetica non era stata però ancora completata. L’avanzata delle truppe alleate indusse i tedeschi ad asportare i macchinari già installati per proseguire la produzione in Germania.

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