lunedì 3 marzo 2014

La grande burla


Lo Stato paga gli stipendi pubblici, in parte le pensioni e la cassa integrazione, i servizi sociali (sanità, istruzione, trasporti, ecc.), le infrastrutture e tutto quanto serve finanziandosi a debito. È una cosa molto nota, perciò perdonate la propedeutica. Notorio è anche il fatto che il debito, di regola, viene emesso sul mercato sottoforma di obbligazioni (bot, btp, cct, ecc.), ossia di titoli a scadenza sui quali viene pagato un interesse a chi lo acquista. È risaputo che ad acquistare questi titoli del debito statale sono le banche, i privati e i fondi d’investimento. Ciò che vale per l’Italia, vale sostanzialmente anche per gli altri Stati, chi più e chi meno. Tutto il sistema regge sul debito, e dunque sul credito. Maggiore è il debito di uno Stato in rapporto alla propria ricchezza prodotta, maggiore è il rischio d’insolvenza e perciò più alto il tasso d’interesse che i creditori chiedono per acquistare i relativi titoli.

Ma non è di codeste cose fin troppo note che voglio dire, ma di un film. Perciò, quanto in premessa serve solo a creare l’ambientazione. Anche la trama del film non è inedita, specie nei suoi tratti essenziali. Infatti, il tutto comincia così come iniziò con la seconda banca tedesca nel 1931, la Danat-Bank, o come, nello stesso anno, con il Kredit Anstalt, banca austriaca. Voci d’insolvenza e corsa agli sportelli. Oppure come successe nel settembre del 2008 con la ormai ben nota Lehman Brothers. In tal caso qualche voce d’insolvenza circolava almeno da mesi, e tuttavia le agenzie di rating le assegnavano il massimo di affidabilità, fino al giorno stesso in cui la banca fu dichiarata fallita.




Il modello è lo stesso almeno dal XIV secolo: le banche concedono in prestito molto più di quanto hanno in cassa. Oggi però si tratta anche di ben altro, ossia le banche non solo prestano molto di più di quanto possano rispondere (il che, entro certi limiti, è consono con la loro funzione) ma si sono gettate a capofitto nella più avventurosa e pazzesca speculazione, tanto che uno stesso pezzo di carta che rappresenta crediti inesigibili o beni assolutamente inesistenti, può passare di mano decine di volte aumentando il proprio prezzo facciale. Nella grande speculazione olandese dei tuberi di tulipano chi restava fregato poteva consolarsi con la fioritura di primavera, nel nostro caso invece si tratta di carta di cui non si può fare alcun uso poiché pure quella è virtuale.

Ma torniamo sulla scena del film. Una mattina le Borse aprono contrastate, poi puntano decisamente in caduta libera, le voci d’insolvenza di una o più banche stanno gettando il mercato nel panico. Si vendono azioni a manetta, i computer seguono le istruzioni trascritte e inondano il mercato di titoli di ogni tipo che non trovano acquirenti. Tutti vogliono vendere e nessuno vuole comprare. Nonostante reiterate assicurazioni delle autorità bancarie e monetarie, l’inquietudine si propaga. Dopo alcuni giorni la situazione non migliora, anzi, gli indici puntano decisamente al sottoscala. Le banche per trovare liquidi e far fronte alla domanda dei propri clienti cominciano a vendere grossi stock di titoli pubblici a prezzi notevolmente inferiori di quelli iscritti a bilancio; ma ciò non rasserena la situazione, tutt'altro. Le aste pubbliche dei titoli di Stato vengono rinviate a momenti, si spera, più propizi. Gli interessi richiesti sono a due cifre ovunque e per quanto riguarda alcuni paesi ad alto debito pubblico i loro titoli non li vuole più nessuno a qualunque condizione, nemmeno per far coriandoli.

È a questo punto che per interrompere l’assalto agli sportelli bancari le autorità statali stabiliscono la chiusura delle banche e fissano un prelievo mensile massimo al bancomat (il famoso corralito argentino). Anche gli stipendi pubblici e le pensioni vengono sottoposti a misure d’emergenza, ossia sono pagati fino a un certo ammontare, quindi si parla di sospenderli temporaneamente. Sull'avverbio, che in italiano ha lo stesso significato di provvisorio, il panico è al colmo, nelle strade incominciano le solite marcette, poi si passa ad assaltare le banche e gli uffici pubblici. Stessa cosa anche in molti altri paesi.

Il credito non esiste più, la produzione e distribuzione sono quasi fermi, è subentrato il baratto negli scambi al minuto, mentre i produttori di materie prime non vogliono più foglietti di carta colorati in pagamento delle loro merci, chiedono oro! La Banca d’Italia, così come altre banche nazionali europee, chiedono alla Bce la restituzione del proprio oro. Francoforte risponde che l’oro è trattenuto quale garanzia per i prestiti concessi alle banche. Salgono le tensioni internazionali, i cinesi svendono 13mila miliardi di dollari di titoli americani, gli Usa minacciano sanzioni alla Cina sui diritti umani, i russi chiudono i rubinetti del gas, la Merkel chiede asilo politico e si nasconde a Ischia a casa di un cameriere disoccupato.

Il multiplo professor Cacciari – quello che il ponte di Calatrava doveva fare concorrenza a Trinità dei Monti – dichiara alla Gruber che si tratta di Krisis, ma Crepet dice che bisogna imparare a essere felici in questi momenti. Il pro tempore presidente del consiglio trebbia il grano e dichiara: è l’aratro che traccia il solco, ma è la chiacchiera che lo feconda.  Sedici ministri, nove viceministri e trentanove sottosegretari si riducono lo stipendio di circa mille euro. Beppe Grillo finalmente può gridare in faccia al mondo: ve l’avevo detto io, io solo!

È il caos, molto più del solito, le scuole stanno chiudendo e gli ospedali assicurano solo le emergenze più gravi, negli scaffali dei supermercati solo i libri di Vespa e di D’Alema, anche i trasporti sono fermi e le comunicazioni non sono più garantite. Tutti a piedi, non solo la domenica come nel 1973. Alla televisione tornano le greggi di pecore e l’aria di Pier Domenico Paradisi. Il premio oscar Paolo Sorrentino gira il sequel di Ladri di biciclette, il protagonista non fuma più le cicche ma si fa le piste. C’è molti che vanno in montagna, a funghi e caciotte, e altri in campagna a far l’agrario. L’aria in Valpadana è di nuovo respirabile e la gente torna a parlarsi.


Nessuna autorità politica o monetaria sembra in grado, nonostante le precettazioni e le minacce, non solo di poter invertire la tendenza di questo stato di cose ma nemmeno di poterlo in qualche modo arginare. Non è la fine del mondo, nemmeno quella del capitalismo, è solo una burla di carnevale.

3 commenti:

  1. Suppongo che questo quadro possa prestare alcune analogie con la situazione Argentina di anni fa. L'aderenza (speriamo di no ovviamente) tra l'epilogo prospettato e la possibile realtà temo sia legata solo ad un intervallo temporale.
    Tento di spiegarmi : la 'microeconomia' di esercizi commerciali, piccoli e medi professionisti, famiglie del 40% di giovani disoccupati ha un grado di elasticità finanziaria limitato - escludo gli sciagurati cassaintegrati,
    i licenziati e i milleuro mensili che vivono già nell'area della sopravvivenza.
    Sicuramente i padroni del vapore - la nave comunque è in mano al cuoco di bordo - conoscono nel dettaglio la contabilità dei risparmiatori italiani (leggo 500 milioni in tutta Europa) ma su quale e quanta parte pensano di fare conto per la spremitura finale e in quale traguardo temporale ? E' un semplice conto economico e stato patrimoniale senza pretese accademiche.

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    1. non so fino a che punto si rendano conto, certa è una cosa: possono contare sulla totale assenza di un'opposizione di classe organizzata

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  2. immagino un mio amico sgranare gli occhi, come quando gli avevo detto che speravo fallisse la BPM, mentre lui preoccupato mi diceva di averci dei risparmi. Speriamo falliscano!

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