domenica 14 ottobre 2012

La globalizzazione, alias dell'imperialismo



Entrando in una libreria, la prima immediata riflessione può essere: ma quanta merda è prodotta dall’editoria! Si monetizza la notorietà mediatica con opere che resistono immortali per una stagione, quando va bene, come quelle di Scalfari-Mancuso, del didattico Augias, di frau Gruber, dell’apodittico Messori, del defunto Martini, dell’eminenza Ruini, dell’immancabile Latouche, di Michela Marzano in Ballarò, di Federico Rampini, l’infaticabile prosatore del NYT. I libri che hanno fatto la storia delle idee non sono invece riproposti e non li legge quasi più nessuno.

«Finché l’Inghilterra ha avuto un monopolio virtuale dei mercati mondiali per certe importanti classi di prodotti manufatti, l’imperialismo non era necessario. Dopo il 1870 questa supremazia nella produzione e nel commercio è stata molto indebolita: altre nazioni, specialmente la Germania, gli Stati Uniti e il Belgio, sono avanzate con grande rapidità, e, benché non abbiano ancora distrutto e nemmeno fermato la crescita del nostro commercio estero, tuttavia la loro concorrenza ha reso sempre più difficile utilizzare con buon profitto il sovrappiù complessivo dei nostri prodotti.  L’ingresso di queste nazioni neo nostri mercati, perfino nei nostri possedimenti, ha reso urgenti misure energiche per assicurarci nuovi mercati. […] I nuovi mercati […] formano uno sbocco indispensabile per la sovrapproduzione delle nostre grandi industrie tessili e meccaniche».

Queste parole sono state pubblicate nel 1902 da uno scrittore e giornalista liberale, John Hobson, in Imperialism, tradotto circa quaranta anni fa anche in italiano dall’ISEDI, un’opera considerata “fondamentale” da un certo Vladimir Ilich Ulianov. Essendo diventato il nome di Lenin impronunciabile, almeno nel momento, credo sia di sicuro interesse rileggere quanto scriveva Hobson nella sua analisi delle cause economiche relative alla nuova forma assunta dell’imperialismo moderno. Del resto, la globalizzazione di cui si parla oggi, non è altro che l’imperialismo hobsoniano mutato di nome e dotato di nuova dimensione e forza, i cui scopi fondamentali sono rimasti inalterati: esportare merci e capitali, controllare i mercati, sfruttare profittevolmente le risorse umane e naturali delle aree meno sviluppate. Il saggista inglese, inoltre, non ignorava affatto il ruolo dei produttori e spacciatori di oppio:

«L’influenza diretta esercitata dalle grandi aziende finanziarie sull’”alta politica” è sostenuta dal controllo che esse esercitano sul corpo dell’opinione pubblica attraverso la stampa che in ogni paese “civile” sta diventando sempre più un loro obbediente strumento. […] A Berlino, Vienna e Parigi molti giornali influenti appartengono alle aziende finanziarie che non li usano principalmente per trarne profitti, ma per suscitare nell’opinione pubblica credenze e sentimenti tali da influenzare la politica nazionale e di conseguenza anche il mercato del denaro».

La nuova fase dell’imperialismo, dopo aver reso universali gli accordi sul libero commercio, sta producendo cambiamenti importanti che i media diffondono in modo alterato anzitutto per quanto concerne il modello e stile di vita, il welfare e il rapporto tra borghesia e classi salariate. In realtà, per lungo tempo con i sovraprofitti realizzati nello sfruttamento dei cosiddetti paesi in via di sviluppo, la borghesia ha potuto corrompere le classi subalterne dei propri paesi e i loro mentori politici e sindacali, creando una classe media moderata, riformista e solidale con gli interessi di campo.

Nella nuova fase, per diversi motivi, alcuni strettamente economici legati principalmente alle dinamiche dei flussi della ricchezza, cioè dei profitti, e altri più genericamente ideologici, la situazione è cambiata. Bisogna tener conto che i capitalisti, in quanto tali, sono interessati solo all’acquisto e allo sfruttamento della forza-lavoro; ma, al di fuori del rapporto di scambio e di sfruttamento, ogni costo diventa per loro improduttivo, irrazionale e, dunque, assolutamente privo d’interesse.

Del resto, ha ragione Mitt Romney. Perché mai il capitalista che, a differenza dei buoni filantropi, è tutto proteso alla ricerca “scientifica” del massimo plusvalore estraibile dalla forza-lavoro acquistata e dalla sua massima realizzazione sul mercato, dovrebbe sprecare il suo tempo e il suo denaro per risolvere i problemi che affliggono quei gruppi sociali – come i vecchi, i bambini, gli handicappati, i marginali di ogni genere – incapaci di valorizzare in una sia pur minima misura il suo capitale? Inoltre, lo Stato, nelle metropoli occidentali, non è più interessato alla riproduzione della forza-lavoro, se non in misura marginale e selettiva, dal momento che il capitale multinazionale può trovare ciò che gli serve altrove e a miglior prezzo.

Per sostenere tale strategia di rimodulazione dell’ordine politico e sociale dell’epoca gloriosa del welfare, il grande capitale, alcune centinaia di holding industriali e finanziarie, ha bisogno di intervenire ancor più decisivamente e direttamente, in spregio a ogni finzione democratica, nella scelta del personale politico imperialista, capace di tradurre operativamente una ristrutturazione radicale e efficiente, da piazzare nei nodi strategici degli Stati e ai vertici dei grandi istituti finanziari. Liquidando, quindi, gli elementi non allineati, com’è già successo platealmente e non mancherà di verificarsi ancora, così come la zavorra inetta, rozza e corrotta che per l’innanzi la borghesia imperialista aveva usato per i propri scopi.

Per quanto riguarda direttamente l’Europa, abbiamo prova di questo fenomeno nel progressivo trasferimento/svuotamento – in nome di superiori e quanto mai fantomatici interessi comuni – di sovranità dagli Stati nazionali a favore di organismi sovranazionali solo in parte elettivi e comunque lontani da ogni sia pur formale controllo dal basso. E n’è prova anche la crisi dei vecchi partiti politici nazionali, alimentata e amplificata sapientemente dai media. Lo stadio patologico purulento dei partiti è stato raggiunto soprattutto in Italia, ma il discredito verso di essi è presente o cova anche in altri paesi.

1 commento:

  1. ottimo articolo che ci fa ben capire che non ci sara' nessuna "politica" in grado di arrestare la " discesa agli inferi" della fu "classe media" e la distruzione di tutti quei meccanismi di equilibrio sociale che negli ultimi 150 avevano parzialmente "temperato" le ferree conseguenze di una societa' basata sulla mera accumulazione capitalistica.
    Solo una rivoluzione anticapitalistica potra' quindi arrestare un processo che portera' alla vera schiavitu' le " masse" , cioe' la stragrande maggioranza del genere umano .

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