martedì 30 giugno 2026

Ciò mi porta a pensare che ...

 

Per prima cosa, apprendo da Saviano che esiste un tizio di nome Chris Whitaker (quasi un Mario Rossi). Quindi ho colmato una mia seria lacuna. Conseguentemente, pur appartenendo anagraficamente a quest’epoca, prendo atto che vivo un’esistenza ai margini della società (lo dico senza fingere modestia, una pseudo qualità per gente davvero modesta e spesso molesta). Apprendo inoltre e indirettamente che esiste una Crime Writers Association, la quale ha istituito il premio Gold Dagger Award, “preso” nel 2016 da questo Whitaker (nomen omen).

Nel merito dellaffermazione di Saviano, per quanto insignificante possa essere sul piano generale la mia espereienza infantile, posso smentirlo ad libitum. Esempio: nonostante l’educazione  religiosa impartitami, sfodero quotidianamente dei moccoli da far invidia a un maremmano.

Quanto esposto è frutto del solo titolo qui in esergo, poiché di leggere i successi letterari del tizio col pugnale, o quelli di Saviano col Kalashnikov, neanche a parlarne. Tutto ciò mi porta a pensare che avrei potuto vivere in qualsiasi epoca, tranne che in questa (anche qui la modestia non c’entra).

Anche per quest’estate gli scienziati hanno scoperto che vi sono dei giorni nei quali fa mooolto caldo.

Preparare e servire uno spriz marxista

 

In Europa, ma specialmente in Italia, pare scarseggi una merce in particolare, che è anche la merce particolare per eccellenza. Si chiama “forza-lavoro”. Strano che ciò accada in un Paese di quasi 60 milioni di abitanti e un discreto livello di sviluppo tecnologico (leggi automazione e digitalizzazione).

Non solo carenza di forza-lavoro, ma di competenze specifiche. Questo perché l’automazione, la digitalizzazione e insomma le tendenze alla razionalizzazione sono intrinseche al processo di accumulazione capitalistica, che tende alla riduzione della quota di capitale variabile e ciò mette sempre più alla prova la capacità sociale di riproduzione.

La natura bifronte del processo di accumulazione e con esso la natura della tecnologia, che da un lato aumenta l’”efficienza” e dall’altro crea una “nuova complessità”. Le tecnologie, soprattutto se si considerano gli ultimi sviluppi applicativi di uso comune, consentono una serie di scopi che prima non ci sarebbero mai venuti in mente. Ciò modifica anche i nostri obiettivi, il che significa che i nuovi mezzi danno origine anche a nuovi scopi e bisogni (che illusoriamente pensiamo decisi o scelti in gran parte di nostra sponte).

Ma attenzione: la decisione su come utilizzare la tecnologia, non sta in capo alle persone comuni, e soprattutto non riguarda la riduzione del lavoro di routine e la fatica per tutti. La molla che spinge il singolo capitalista nel distinguersi dalla concorrenza sul mercato e di sviluppare offerte di consumo quanto più uniche e personalizzate possibile (industria 4.0 e altre menate), ossia la molla del profitto, agisce come una cinghia di trasmissione nei processi produttivi, perché, sebbene costoso, ora è anche possibile lanciare sul mercato una gamma di prodotti altamente differenziata.

Nella produzione capitalistica, può quindi essere vero che la conquista di nuovi mercati attraverso la produzione individualizzata è resa possibile solo da artefatti tecnici che consentono qualcosa di diverso da un mercato di beni prodotti in serie (come il famoso modello Ford, che poteva essere consegnato in qualsiasi colore, purché “il colore desiderato fosse nero”). Tuttavia, nulla del potenziale tecnologico per rendere il lavoro più facile e meno gravoso rimane quando le macchine vengono utilizzate in un’ottica capitalistica.

Se l’obiettivo è conquistare un mercato attraverso la produzione individualizzata, allora la nuova tecnologia viene utilizzata in modo tale che la “possibilità” di ridurre la complessità si rivela impossibile in funzione di questo obiettivo capitalistico. C’è un aspetto “rimbalzo”: per esempio, le automobili sempre più sofisticate, grandi e pesanti. Più lamiera, ma non solo lamiera. Una gamma di prodotti più individualizzata, in cui ogni prodotto è, o vorrebbe essere, “su misura” per le esigenze del cliente. Auto che sembrano astronavi. Questo enorme aumento di complessità rende necessari nuovi processi lavorativi e profili professionali.

La formazione di forza-lavoro per le nuove tecnologie e l’implementazione di essa, contrasta con l’obiettivo di ridurre il lavoro attraverso questo sviluppo (anche se non ne annulla la tendenza). I processi, non solo per quanto riguarda il capitalismo, sono sempre contraddittori e vanno visti sotto tale riguardo.

Come dicevo, questa rivoluzione tecnologica non riguarda la riduzione del lavoro di routine e la fatica per tutti. Al momento, un essere umano è ancora necessario per preparare e servire uno spriz.

Con quello che al giorno d’oggi viene a costare per il cliente uno spriz, tale incombenza potrebbe ben essere svolta da un laureato in lettere antiche con un minimo di addestramento specifico (cosa che in qualche caso avviene, ma per salari da fame). Se non fosse che i padroni dei bar, pur non avendo studiato alla Bocconi, sanno benissimo che cos’è l’utilità marginale in senso propriamente marxista.

lunedì 29 giugno 2026

Tre fronti

 

Su quanti fronti si può condurre una guerra simultaneamente? E una guerra economica? Questa è una domanda da rivolgere a quei geni di Bruxelles che stanno conducendo una guerra contro la Russia senza alcun controllo; finora, ciò ha comportato principalmente la perdita dell’accesso al gas naturale a basso costo. Quindi la guerra economica con gli Stati Uniti voluta da Trump. E poi c’è la guerra economica contro la Cina, che per ora è più in fase latente che apertamente in corso.

La Germania, un paese di 80 milioni di abitanti, ha esportato 3,2 milioni di auto nel 2025. È stato un segno che l’industria automobilistica tedesca, nonostante tutti i suoi problemi, possedeva ancora un certo potere di mercato. Quando la Repubblica Popolare Cinese, con i suoi 1,4 miliardi di abitanti, è riuscita a vendere circa quattro milioni di auto all’estero nei primi cinque mesi del 2026, si tratta di una palese sovrapproduzione.

L’UE lotta per gli interessi della sua borghesia e, naturalmente, sta valutando misure contro le esportazioni cinesi. Tuttavia, chiunque intraprenda una guerra economica deve essere certo di vincerla. Al momento, ci sono pochi elementi che possano suggerire una sconfitta della Cina ad opera della UE.

Tutto consiglia di respirare profondamente, di tornare alla calma e di trovare un equilibrio attraverso negoziati per affrontare la nuova situazione creatasi con l’ascesa della Cina. Dopotutto, anche le guerre economiche possono essere perse, soprattutto quelle su tre fronti.

Sexten

 


Come location, niente da dire ...


Spiccata vocazione agricola.
Anche il tennis, ovviamente.


Eh sì, coltivano un po' di tutto ...


La chiesa, sempre tra le ... cime.


Preso in parola: bianco a mezzodì, rosso la sera.
Armocromia perfetta.

domenica 28 giugno 2026

I nazi vinceranno

 

Oggi compie 100 anni.

L’amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, prevede di tagliare 100.000 posti di lavoro di qui al 2030 e chiudere quattro stabilimenti (Zwickau, Hannover ed Emden, oltre allo stabilimento Audi di Neckarsulm). Circa il 15% dei posti di lavoro totali dell’azienda a livello globale. La produzione del gruppo ristagna a nove milioni di veicoli l’anno. Il marchio VW, secondo Manager Magazin, verrà scorporato per ridurre l’influenza del sindacato e del consiglio di fabbrica. Il “consiglio di sorveglianza”, secondo Reuters, è già stato informato.

I titoli della stampa non debbono trarre in inganno: la cifra di 100.000 non è menzionata esplicitamente in nessun documento del consiglio di amministrazione. VW aveva già tagliato 50.000 posti di lavoro in diversi anni. Da allora 28.000 lavoratori hanno accettato pacchetti di buonuscita. Oliver Blume ora intende intensificare i tagli al personale con ulteriori 50.000 licenziamenti. Che comunque non sono poca cosa. La notizia però ne contiene anche un’altra.

La struttura del gruppo è soggetta alla Legge VW, che concede allo stato della Bassa Sassonia una minoranza di blocco. L’obiettivo è quello di sottrarre il marchio alla Legge VW e quindi ridurre drasticamente l’influenza dei dipendenti Volkswagen. In tal modo, il presidente del consiglio di sorveglianza del marchio scorporato, insieme ai rappresentanti degli azionisti, avrebbe la facoltà di scavalcare i rappresentanti dei dipendenti. Manager Magazin cita fonti interne che hanno fornito informazioni su una riunione del consiglio di amministrazione tenutasi mercoledì scorso.

Il presidente del Consiglio della CDU della Sassonia, Michael Kretschmer, ha dichiarato che la chiusura della fabbrica a Zwickau “non deve essere permessa”. Di rincalzo, il presidente del Consiglio della SPD, Olaf Lies, ha minacciato indirettamente di usare la sua minoranza di blocco nel consiglio di sorveglianza. La portavoce della Die Linke per le politiche automobilistiche al Bundestag, Agnes Conrad, ritiene che lo Stato della Bassa Sassonia abbia la responsabilità di non “rimanere in silenzio di fronte a questo attacco contro i lavoratori e gli stabilimenti”.

Buffonate. Questa notizia ci racconta soprattutto una cosa: a comandare è il grande capitale, la politica esegue, al massimo proponendo rimedi omeopatici. Quanto alle organizzazioni sindacali, al momento non vi è motivo di credere che porteranno masse di persone in piazza per settimane intere il prossimo autunno. Del resto, anche a riguardo della riforma pensionistica, il presidente della Federazione delle industrie tedesche ha espresso soddisfazione per la proposta di riforma e il tono dei principali quotidiani è, manco a dirlo, eccezionalmente favorevole.

Governo e sindacati tedeschi

I meccanismi del capitalismo e le dinamiche sociali tendono a riproporsi ovunque. In Germania i nazi vinceranno a man bassa le prossime elezioni e ancor di più quelle successive.

sabato 27 giugno 2026

venerdì 26 giugno 2026

La strada del disastro


È il tema tossico per eccellenza: da una parte, una destra isterica che vuole espellere tutti (o quasi) e giura sulla fattibilità della cosa; dall’altra, una sinistra disarmata e disarmante che combatte sul piano morale (?) e chiede regolarizzazioni miracolose. E in mezzo a questo pantano, il collasso della macchina amministrativa nella gestione dei flussi migratori e un consistente numero d’immigrati che delinque o vive d’espedienti.

Il fenomeno dell’immigrazione paga un debito storico e una necessità contingente legata prevalentemente a fattori demografici ed economici interni. Chi racconta di avere la soluzione a portata di mano è un bugiardo e un avventuriero politico. L’ultima trovata è quella della cosiddetta “remigrazione”, ma c’è anche chi spaccia fandonie come “Porte aperte a chi si integra, chi delinque può tornare da dove viene”.

L’integrazione è in gran parte un mito, troppe sono le cose che ci dividono, non solo sul piano culturale, religioso e degli stili di vita (per contro, si portano ad esempio delle eccezioni, che però tali rimangono). Il “ritorno”, è un altro mito tossico, che sta attirando allocchi come la merda con le mosche. Tuttavia qualcosa si può fare, p. es. non esiste un dicastero che vi si dedichi specificatamente, dunque non esiste una visione d’insieme, ma compartimenti stagni nella gestione dei flussi; a livello europeo non esiste una banca dati comune, figuriamoci un coordinamento dei visti, eccetera.

E la sinistra, cioè quell’ammucchiata di ex comunisti pentiti e cattolici impenitenti, che cosa propone? È una sinistra passata in un attimo, nel 1990, dallo stato solido a uno liquido, con Veltroni e Rutelli allo stato gassoso, con Renzi si è trasformata in plasma e ora, in vista delle prossime elezioni, è in uno stato quantico, nel senso che non si sa nulla di preciso né su che cos’è né su altro. Salvo che loro sono democratici e antifascisti, cattolici o agnostici aperti al dialogo, ma anche liberali e in regola con la contribuzione delle loro colf. Tutta una merda ma con sfumature diverse. 

giovedì 25 giugno 2026

Uno scambio di pezzi sulla scacchiera

 

Come già ho rilevato nei giorni scorsi, l’Iran non è il vero obiettivo di questa guerra. Questa affermazione può sembrare paradossale alla luce delle immagini di fabbriche in fiamme a Isfahan, postazioni antiaeree distrutte, eccetera. Tuttavia, l’escalation tra Stati Uniti, Israele e Repubblica Islamica, in corso dal 28 febbraio 2026, è difficile da comprendere se si considera l’Iran come il punto di arrivo della guerra israelo-americana. Un’interpretazione diversa è più plausibile: la guerra all’Iran funge per una trasformazione regionale ben più ampia.

Apro e chiudo subito una parentesi: il Libano è assolutamente strategico per Teheran, poiché il regime iraniano ha come obiettivo dichiarato la cancellazione di Israele dalla carta geografica. Su questo non ci piove, salvo il fatto che Netanyahu risponde come Hitler rispondeva su Varsavia, ossia facendo terra bruciata senza badare se per colpirne uno ne ammazza cento di innocenti.

Sul piano strategico, ossia sul piano generale, vi è un insieme di spazi interconnessi: l’Iraq, lo Stretto di Hormuz, l’Arabia Saudita, gli Stati del Golfo, la Giordania, Israele e, con essi, l’approvvigionamento energetico globale. In quest’ottica, la domanda ovvia, ossia di come si può sconfiggere militarmente l’Iran, è una la domanda sbagliata. Ciò che conta non è la quasi irraggiungibile vittoria su Teheran, ma piuttosto quali cambiamenti politici, territoriali e infrastrutturali si possano innescare nella regione attivando questo campo di commutazione.

Come rilevavo nel 2012, l’idea che gli Stati Uniti possano vincere militarmente la guerra contro l’Iran trascura un fatto strutturale: l’Iran non è un Paese che può essere occupato o controllato in modo permanente. Il suo territorio è troppo vasto, il suo territorio troppo impervio e la sua popolazione, di oltre 90 milioni di abitanti, troppo numerosa per una potenza occupante, come dimostrato dal fallimento in Iraq. Inoltre, l’Iran possiede una delle forze armate più moderne al mondo. Moderne non nel senso di piattaforme costose come aerei da combattimento o navi da guerra, ma nel senso di ciò che si può definire guerra d’arma: droni e missili prodotti a basso costo che possono essere lanciati in gran numero senza dover ricorrere a costose piattaforme di lancio.

L’Iran era già al di fuori del controllo diretto degli Stati Uniti anche prima dell’inizio della guerra; un Paese che era già fuori dalla propria sfera d’influenza può essere abbandonato a costi relativamente bassi. Ciò che a prima vista appare come una perdita di controllo è quindi simile a uno scambio di pezzi su una scacchiera: l’Iran e, a lungo termine, l’Iraq vengono sacrificati perché, in cambio, si ottiene una posizione più vantaggiosa: l’accesso alle risorse petrolifere e di gas dell’Arabia Saudita e degli altri stati arabi del Golfo, ai loro terminali, oleodotti e corridoi di esportazione.

La risposta militare iraniana ha seguito uno schema riconoscibile: attacchi non solo contro Israele, ma anche contro gli Stati del Golfo in cui è ancorata la presenza militare americana. Questa escalation prende di mira quegli Stati il cui potere si basa su infrastrutture altamente vulnerabili: impianti di liquefazione, impianti di desalinizzazione, terminal portuali e oleodotti. Droni e missili a basso costo vengono impiegati contro infrastrutture il cui guasto può paralizzare le economie nazionali e la cui ricostruzione può richiedere anni. Pertanto, ogni ulteriore scambio militare indebolisce principalmente l’Arabia Saudita e gli Stati arabi del Golfo, non dotati di un proprio potere d’azione.

Sebbene lo scambio di fuoco fino ad oggi abbia messo in luce la vulnerabilità degli Stati del Golfo, non li ha ancora spezzati strutturalmente. Per questo, sarebbe necessaria una guerra più lunga e di maggiori proporzioni, che potrebbe persino prevedere il dispiegamento di truppe di terra americane in Iran. Un simile dispiegamento non avrebbe come obiettivo la conquista, bensì la deliberata provocazione di una grande offensiva iraniana, che a sua volta prenderebbe di mira gli Stati del Golfo in quanto rifugi logistici sicuri per gli Stati Uniti.

Ciò solleva la questione cruciale: chi avrebbe interesse a sfruttare politicamente una simile escalation? La questione di chi determini la strategia in questa guerra trova spesso risposta nel dibattito occidentale laddove si sostiene, ad esempio, che Trump non ha un piano, mentre Netanyahu sì. Che i sionisti abbiano un piano è noto da un secolo e anche molto di più.

Washington stabilisce l’agenda, Israele la attua. Questo vale anche per il progetto di “Grande Israele”, una visione geopolitica e religioso-territoriale che si estende ben oltre i territori occupati e posiziona Israele come fulcro di una nuova architettura di controllo ed energetica per la regione. Tuttavia, Israele non può svolgere questo ruolo da solo. Dal punto di vista militare, economico e diplomatico, rimane dipendente dal sostegno americano.

Non c’è alcuna contraddizione in questo. La funzione di Israele all’interno di quest’ordine: lo Stato sionista non è destinato a governare in modo indipendente, ma come avamposto americano. Un prerequisito, tuttavia, è che gli attuali centri di potere nel Golfo siano indeboliti e integrati con Israele. Solo quando l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo perderanno il loro status di indipendenza, Israele potrà emergere come fulcro regionale di una nuova architettura di controllo ed energetica.

Lo scambio strategico sulla scacchiera (l’Iraq per l’Iran e i centri energetici degli Stati arabi del Golfo per Israele quale avamposto di Washigton), ha assunto una forma concreta: il tentativo di liberare i flussi di petrolio e gas dallo Stretto di Hormuz e deviarli via terra o attraverso rotte secondarie verso il Mar Rosso o il Mediterraneo orientale.

Entra in gioco la logica dei corridoi (ne ho già parlato) dominata dagli Stati Uniti. Progetti formalmente multilaterali come il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC) incarnano questa logica senza dichiararla esplicitamente: avviati con la partecipazione attiva degli Stati Uniti, traducono l’architettura di sicurezza americana in oleodotti, ferrovie e infrastrutture portuali. Arabia Saudita, Giordania e Siria (governata da terroristi ricevuti alla Casa Bianca sul tappato rosso!) non appaiono più semplicemente come Stati, ma come potenziali corridoi di transito.

Nello specifico, l’accesso al collegamento terrestre trasforma il territorio saudita e giordano in una via di transito per un accesso al Mediterraneo controllato dagli Stati Uniti. La necessità dello scambio è principalmente geografica: rinunciare all’Iraq come sfera d’influenza elimina il corridoio terrestre che – attraverso la Turchia, ad esempio – potrebbe offrire un’alternativa alla rotta saudita-giordana.

Gli Stati del Golfo sono dunque intrappolati in una situazione dalla quale non c’è praticamente via d’uscita, secondo la logica delle alleanze esistenti. La “protezione” americana non impedisce l’escalation, ma li lega piuttosto alla stessa potenza che li trascina ripetutamente in conflitti. Allo stesso tempo, non possono rinunciare a questa protezione, perché senza di essa sarebbero ancora più vulnerabili alle ritorsioni iraniane. Più diventano vulnerabili, più, appare necessaria proprio la promessa di protezione che contribuisce alla loro vulnerabilità. L’unica via d’uscita risiederebbe in un’intesa regionale con Teheran, ovvero con lo stesso attore da cui Washington promette di proteggerli. Il fatto che questo passo sia politicamente quasi inconcepibile dimostra la natura e lampiezza della trappola.

mercoledì 24 giugno 2026

Per chi avesse ancora voglia di giocare con le parole

Mentre in Italia i media si occupavano quotidianamente dei “bambini nel bosco”, i sionisti procedevano allo sterminio dei bambini palestinesi nella Striscia di Gaza. Non è un fenomeno marginale nella politica israeliana, bensì una prassi di governo: è la conclusione a cui è giunto il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite in un rapporto pubblicato ieri.

Più di 20.000 bambini sono morti nella Striscia di Gaza dall’ottobre 2023, e oltre 44.000 sono rimasti feriti. Ciò significa che i bambini rappresentano circa il 30% delle vittime della guerra, secondo il rapporto delle Nazioni Unite. «Traumi di massa, orfanezza, separazione, disabilità, sfollamenti ripetuti, fame e il collasso dei sistemi di istruzione e assistenza sanitaria» hanno privato i giovani di Gaza della loro infanzia, afferma la commissione d’inchiesta. Inoltre, sono “sottoposti a torture e gravi forme di maltrattamento», tra cui «violenza sessuale», nelle carceri israeliane.

La rappresentanza di Israele a Ginevra ha definito il rapporto una “farsa calunniosa”.

«La Striscia di Gaza è piena di terroristi. Ogni bambino nato ora, in questo preciso istante, è già un terrorista», ha dichiarato il deputato del Likud Nissim Vaturi alla televisione israeliana nel gennaio 2025. L’ex presidente della Knesset, Moshe Feiglin, ha rincarato la dose nel maggio 2025: «Ogni bambino a cui state dando il latte ora violenterà le vostre figlie e massacrerà i vostri figli tra 15 anni», ha affermato in un’intervista televisiva. La sua conclusione: «Nessun bambino» dovrebbe rimanere nella Striscia di Gaza.

È una logica che attraversa come un filo rosso i genocidi della storia: la propria collettività viene immaginata come vittima, in opposizione a un gruppo che rappresenta il male assoluto. Per garantire la propria sopravvivenza, gli altri devono essere sterminati o cacciati. Questo include esplicitamente i loro figli, perché sono i cattivi di domani.

Haaretz ha riportato ieri che il Consiglio di Sicurezza Nazionale ha convocato una riunione lo stesso giorno per promuovere l’”uscita volontaria” da Gaza.

Qualcosa accadrà, e sarà qualcosa d’inedito

Presto, molto presto, gran parte dell’umanità si troverà ad affrontare questioni non più rinviabili e delle quali, tuttavia, fino ad oggi non sembra avere sufficiente ed adeguata consapevolezza. Viviamo convinti della infinita superiorità della nostra civiltà tecnologica, supportati in ciò dagli strepitosi risultati raggiunti, senza peraltro renderci ben conto che essi rappresentano allo stesso tempo il livello di avvilimento al quale siamo sottoposti come esseri umani dal dominio delle macchine. Ciò dimostra come, nonostante tanti e tali progressi, non sia concesso a chiunque di sfuggire ai vincoli del proprio tempo e della propria condizione.

Anche coloro che ritengono di esserne consapevoli e di attenersi al principio di realtà, scopriranno loro malgrado che centinaia di milioni di persone ancora giovani non potranno passare le loro giornate sedute ai giardinetti a sputare gusci di pistacchio nelle aiuole mentre aspettano il sussidio, oppure sdraiate sul divano di casa a vedere 104 partite del mondiale di calcio. “La realtà ci impone di apportare cambiamenti urgenti e necessari”, ha detto il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, e va da sé che ciò non vale solo per Cuba. Tutt’altro.

Vale anche per gli Stati Uniti nel loro confronto, sempre più stringente, con la Cina. Ma non solo con la Cina. Mentre a Évian si regalava a Donald Trump una maglia da calcio per il suo ottantesimo compleanno, tre giorni prima, su ordine del governo americano, era stato vietato l’accesso ai modelli avanzati Fable 5 e Mythos di Anthropic per gli utenti non statunitensi. Mai prima d’ora l’Europa ha sentito tutta la forza dell’imperialismo tecnologico statunitense e, allo stesso tempo, la propria pericolosa dipendenza.

I nuovi modelli IA non sono semplicemente un altro tipo di software. Stanno diventando sempre più una sorta di infrastruttura di base per l’economia perché sono in grado di programmare autonomamente, automatizzare i processi aziendali, analizzare i mercati e scoprire nuove terapie mediche. Oltre al loro impiego per scopi bellici. Ecco perché tale divieto è così “pericoloso” e va ben oltre le bagatelle puerili tra Trump e Meloni. Trump è ben consapevole dell’importanza dell’intelligenza artificiale per il suo potere e per quello degli Stati Uniti nel loro complesso.

Questa volta è stato il governo degli Stati Uniti. La prossima volta potrebbe essere un miliardario americano in una brutta giornata. Gli europei sono gli inquilini di un insediamento digitale i cui proprietari, con le loro chiavi principali, vivono a Washington e nella Silicon Valley.

La Cina, dice, si è preparata proprio a uno scenario del genere, sviluppando le proprie piattaforme e investendo miliardi nel proprio ecosistema tecnologico. La macchina attualmente più veloce si trova nella città di Shenzhen, nel sud della Cina, e raggiunge una prestazione costante di 2,2 exaflops, unità di misura della potenza di calcolo di un computer al secondo. Lineshine (questo il suo nome) è stato costruito esclusivamente con processori sviluppati in Cina.

Il 9 agosto dell’anno scorso, scrivevo in esergo a un post: “Le macchine non esistono fuori dalla storia. E se esistono nella storia, esistono in un’epoca, e in quell’epoca si decide la relazione tra te e la macchina.”

“Voglio parlarti di Dio”. I chiacchieroni sono ovunque.

martedì 23 giugno 2026

La grana a loro, le grane agli altri

La prima emissione di buoni del tesoro poliennali (btp) denominata Italia Sì (nome evocativo del referendum di marzo?) ha raccolto in cinque giorni 8,84 miliardi. La platea degli acquirenti è quasi esclusivamente domestica. Segno che la grana c’è, tanto è vero che nei portafogli degli investitori nazionali non finanziari i miliardi sono 458. Famiglie e imprese non finanziarie italiane detengono un 14,5% del debito pubblico. Non male. Ma ciò significa anche che oltre l’85% del debito pubblico è in mani straniere.

Ovviamente a comprare titoli è solo chi può permetterselo e dunque sul piano redistributivo gli effetti dell’alto debito (leggi: spartizione degli interessi cedolari) sono a favore di chi la grana già ce l’ha. Insieme alle solite banche e agli altri investitori istituzionali. E quella degli interessi passivi del debito costituisce una delle voci di spesa più rilevanti a carico dello Stato (dunque di quella metà dei contribuenti che paga le imposte).

Come scriveva Gianni Trovati sul Sole 24ore di domenica, «Da questo fiume di cedole sono inevitabilmente esclusi gli italiani in condizioni economiche meno floride. Che, anzi, vedono erodere dagli interessi sul debito in margine di bilancio che altrimenti avrebbero potuto finanziare politiche pubbliche a loro destinate». In altri termini: risorse tolte alla sanità, alla scuola, alla ricerca, eccetera.

Gli interessi passivi costeranno quest’anno 94,9 miliardi (+8,9% rispetto al 2025), prima di arrivare a 100,1 miliardi nel 2027 e salire poi ai 111,6 miliardi messi in calendario nel 2029 dall’ultimo Documento di finanza pubblica approvato a fine aprile.

Di patrimoniale neanche a parlarne. Del resto, fanno notare, una pur minima patrimoniale la si paga già con la tassazione dei conti correnti (imposta di bollo). Sennonché tale imposta è fissa, sia per chi ha una giacenza media di 5.001 euro e sia per chi mediamente ha una giacenza di milioni di euro. Insomma, non è una imposta progressiva, e anzi per aziende, società ed enti, l’imposta di bollo fissa è di 100 € l’anno, anche in tal caso indipendentemente dalla giacenza. Tutto ciò s’addice alla buona gestione di una società di classe.

Chi pensa che un prossimo esecutivo, di stampo malavitoso come l’attuale o anche di stampo malavitoso diverso, possa mettere mano a questa distorsione che grida scandalo al cielo, ebbene, se c’è chi pensa questo, non è solo un irrimediabile illuso, bensì un imbecille.

Stretto di Magellano e Nubi su Hormuz

 

Le delegazioni statunitense e quella persiana, che si stanno incontrando in questi giorni in Helvetia, hanno per tema del confronto due questioni: quella relativa al Grande Attrattore, e quella, non meno spinosa, che riguarda il metodo geometrico della parallasse trigonometrica, calcolo fondamentale per il pedaggio delle navi nello stretto di Hormuz.

Se non avete ancora sentito parlare di queste questioni è perché non seguite il dibattito televisivo su questo tema verso le tre del mattino. Lascio per altra occasione la questione del Grande Attrattore e vediamo in dettaglio che cos’è il metodo geometrico della parallasse trigonometrica, che tanto incide sulla nostra bolletta energetica.

La distanza tra le galassie e gli oggetti celesti più piccoli viene determinata in base alla loro luminosità. Nel caso delle Nubi di Magellano, due galassie nane satelliti della Via Lattea, questo calcolo costituisce la base per determinare le distanze di altri oggetti. Esse fungono da galassie di riferimento.

Le stelle variabili, ossia stelle che periodicamente aumentano e diminuiscono di luminosità, si trovano principalmente nelle Nubi di Magellano. Le Nubi di Magellano (più precisamente, la Piccola Nube di Magellano e la Grande Nube di Magellano) sono le due galassie più vicine alla nostra galassia; sono facilmente visibili a occhio nudo dall'emisfero australe in una notte serena, ma non dall’Europa.

Il cielo notturno ci appare in due dimensioni: vediamo principalmente punti o zone di diversa luminosità e colore su uno sfondo scuro, e lo spazio profondo ci appare come un gigantesco dipinto. In molti casi, inizialmente non sappiamo quanto siano effettivamente distanti gli oggetti, perché stelle, pianeti o nebulose possono apparire più luminosi sia perché brillano effettivamente con maggiore intensità, sia perché sono più vicini a noi.

Agli inizi del XX secolo, i calcoli complessi per scopi scientifici e tecnici venivano eseguiti da donne, la maggior parte delle quali era, inevitabilmente, mal pagata. Tra queste, l’astronoma americana Henrietta Swan Leavitt, che faceva parte delle Harvard Computers, un gruppo di donne impegnate nel calcolo ed elaborazione dei dati per l’Osservatorio dell’Harvard College.

Il compito delle “donne computer” di Harvard era proprio quello di mappare le stelle variabili. Durante la catalogazione, Leavitt scoprì un gran numero di stelle variabili precedentemente sconosciute nelle Nubi di Magellano. Nel 1912, stabilì finalmente una correlazione diretta tra la frequenza di lampeggio di queste stelle e la loro luminosità assoluta. Questa correlazione si rivelò di fondamentale importanza per tutta l’astrofisica.

Per alcuni oggetti, la loro distanza dalla nostra posizione può essere determinata utilizzando il cosiddetto metodo della parallasse. Il metodo della parallasse è una tecnica geometrica usata in astronomia per calcolare la distanza degli oggetti celesti più vicini (funziona solo con telescopi potenti e solo per corpi celesti relativamente vicini, ossia non è applicabile alle galassie distanti). Sfrutta lo spostamento apparente di un oggetto rispetto a uno sfondo più lontano quando viene osservato da due posizioni differenti.

Gli oggetti appaiono leggermente spostati quando vengono osservati in momenti diversi e quindi da angoli diversi. La Terra orbita attorno al Sole a metà ogni sei mesi, quindi quando un particolare oggetto viene osservato nuovamente dopo questo periodo, viene visto da una direzione e un angolo leggermente diversi. Confrontando queste due osservazioni, è possibile calcolare la distanza assoluta dalla stella in questione.

Calcolare come? Dalla differenza di posizione angolare si calcola l’angolo di parallasse (un calcolo che io non saprei fare). Conoscendo la distanza tra i due punti di osservazione (il diametro dell’orbita terrestre) e usando la trigonometria, si ricava la distanza della stella.

Conoscendo la luminosità assoluta di una stella lampeggiante, è possibile determinarne con precisione la distanza da noi. Questi dati possono essere confrontati con i valori di luminosità di altri oggetti nelle vicinanze e, su questa base, gli astronomi possono tentare di stimare le distanze. Tuttavia, questo metodo presenta un problema: le misurazioni possono contenere errori. Le stime basate su misurazioni, che a loro volta si basano su stime, contengono anch’esse tali errori. La probabilità di errore aumenta con ogni ulteriore derivazione. Pertanto, la determinazione delle distanze degli oggetti nelle Nubi di Magellano può avere un impatto significativo su ampie parti dell’astrofisica. Per questo motivo, questa disciplina presta particolare attenzione alle galassie di riferimento.

Di recente, le Nubi di Magellano sono tornate a essere oggetto di intense ricerche, questa volta non sulla luminosità delle stelle, bensì sulla loro direzione di movimento. Si è scoperto che le Nubi di Magellano interagiscono gravitazionalmente in modo tale da perturbare il moto delle stelle. Anche una piccola perturbazione può accumularsi nel corso di milioni di anni e avere un effetto significativo. La piccola Nube di Magellano, a quanto pare, non ruota sul proprio asse, come si ipotizzava in precedenza. Le stelle sembrano invece allontanarsi l’una dall’altra. Non è ancora chiaro se questo movimento porterà alla dissoluzione della galassia, ma in ogni caso, le dinamiche interne del sistema stellare sono più complesse di quanto si pensasse.

(*) Posto che le distanze nello spazio sono enormi, gli astronomi hanno definito un’unità di misura basata proprio su questo metodo: il parsec. Un parsec (circa 3,26 anni luce) è la distanza alla quale si troverebbe una stella con un angolo di parallasse di un solo secondo d’arco. Gaia, la sonda astrometrica dell’Agenzia Spaziale Europea, lanciata nel 2013, ha rivoluzionato l’astronomia misurando posizioni, distanze e moti di oltre un miliardo di stelle con una precisione fino a 100 volte superiore a Hipparcos, il precedente telescopio spaziale.

lunedì 22 giugno 2026

In continuità con Hitler

 

Ci sono molte ragioni per ignorare la data del 22 giugno 1941 nella politica ufficiale di commemorazione dell’Europa occidentale. Secondo l’interpretazione prevalente, la “liberazione” è avvenuta solo dove gli Alleati occidentali respinsero e sconfissero la Wehrmacht, non dove combatté l’Armata Rossa annientando il più possente esercito della storia.

Ottantacinque anni fa, le truppe tedesche e i loro alleati fascisti invasero l’Unione Sovietica. Gli strateghi che idearono l’invasione pianificarono il genocidio di 40 milioni di persone. Gran Bretagna e Francia avevano contato che ciò accadesse prima di quel 22 giugno 1941. Sbagliarono i loro calcoli. Hitler attaccò la Polonia nel 1939 e poi la Francia attraverso il Belgio e l’Olanda nel 1940.

La guerra assunse un carattere globale. I suoi pianificatori stavano preparando il più grande genocidio della storia. Tra i 30 e i 40 milioni di cittadini sovietici sarebbero dovuti morire entro la fine del 1941 per assassinio e fame, milioni ridotti in schiavitù e costretti a lavorare nell'economia di guerra tedesca. La parte europea dell’Unione Sovietica era destinata ai coloni tedeschi. Gli ebrei dovevano essere sterminati, tutte le figure di spicco del governo sovietico eliminate e tutti i commissari politici dell’Armata Rossa assassinati al momento della cattura. Un genocidio nel genocidio fu perpetrato contro i prigionieri di guerra sovietici: di oltre cinque milioni di prigionieri, 3,3 milioni morirono, più di due milioni dei quali entro la primavera del 1942.

Dopo appena quattro settimane, i piani militari tedeschi per un nuovo Blitzkrieg fallirono. Il 10 luglio ebbe inizio la battaglia di Smolensk, che durò due mesi: la resistenza dell’Armata Rossa fermò la Wehrmacht, impedendole di raggiungere Mosca fino all’inverno. Mai prima d’allora politici e generali avevano commesso errori di valutazione così catastrofici come Hitler e lo stato maggiore tedesco.

Cosa poco nota, il principale stratega dell’Operazione Barbarossa, come capo del dipartimento operazioni dell’Alto Comando dell’Esercito (OKH), fu Adolf Heusinger (1897- 1982). Dal sito biografico ufficiale della Germania: «Negli anni ‘30, Heusinger condivideva gli obiettivi del nazionalsocialismo [...]. Appoggiò le politiche espansionistiche dello stato nazista e nel 1940 accolse con favore i piani di annessione del regime nazista in Occidente, così come la guerra contro l’Unione Sovietica.»

Heusinger firmava gli ordini per la lotta contro i partigiani, che spesso servivano da pretesto per lo sterminio di massa della popolazione civile. L’Unione Sovietica chiese l’estradizione di Heusinger dagli Stati Uniti per crimini di guerra commessi nei territori occupati. La richiesta fu respinta, considerandola una manovra di propaganda politica durante la Guerra Fredda.

Nel dopoguerra, Heusinger evitò di assumere posizioni critiche sul passato nazista e si schierò ripetutamente a favore del personale militare condannato per crimini di guerra, tra cui il feldmaresciallo Erich von Manstein. Heusinger evitò di assumere posizioni critiche sul passato nazista e si schierò ripetutamente a favore del personale militare condannato per crimini di guerra, tra cui il feldmaresciallo Erich von Manstein Heusinger sostenne la tesi,

diffusa nel dopoguerra, secondo cui la Wehrmacht era costituita da truppe “pulite” che furono semplicemente utilizzate in modo “improprio” dalla leadership nazista.

«Nel 1948, Heusinger, operando con il nome in codice Adolf Horn, assunse una posizione di rilievo nell’Organizzazione Gehlen, il servizio segreto della Germania Ovest supervisionato dalla CIA, come capo del dipartimento di valutazione. L’Organizzazione Gehlen era diventata un punto di riferimento per gli ex ufficiali di stato maggiore tedeschi. Questo gli conferì una posizione chiave per il futuro riarmo della Germania Ovest. Gli Stati Uniti appoggiarono Heusinger, che in seguito fornì alla CIA informazioni sensibili provenienti dall’apparato statale della Germania Ovest.»

Nel 1947, Heusinger chiese agli Alleati occidentali di rimilitarizzare la Germania Ovest. Nel 1950, divenne consigliere per le questioni militari di Konrad Adenauer. Nel 1955, Heusinger fu uno dei 44 generali della Wehrmacht trasferiti alla Bundeswehr (forze armate federali). Pochi anni dopo, divenne Ispettore Generale della Bundeswehr e nel 1961 Presidente del Comitato Militare della NATO. Gli europei occidentali e i nordamericani non ebbero obiezioni verso una persona che aveva svolto un ruolo chiave nella preparazione del genocidio in Unione Sovietica. Nel 2017 Ursula Albrecht lo definì un “modello da seguire” per le forze armate tedesche.

Sottomettere la Russia è ciò che si propongono di rifare i criminali attuali che governano l’Europa. Se non riusciranno con altri mezzi, lo rifaranno non appena saranno pronti per la guerra. Chi nega questo progetto ignora quale sia la vera natura e gli appetiti dell’imperialismo europeo.

domenica 21 giugno 2026

Quello smemorato di mons. Gianfranco Ravasi

 

Non leggo gli articoli di Ravasi puntualmente pubblicati ogni santa domenica nell’inserto del Sole 24 ore. Per la semplice ragione che non mi interessa che cosa ha ancora da raccontare un prete dopo duemila anni di spudorate falsità.

Oggi ho fatto un’eccezione poiché il titolo dell’articolo lo chiedeva: Il mistero buffo del giullare di Dio, ammiratore di Gesù. L’articolo è, manco a dirlo, un esempio classico di strumentalizzazione di stampo pretesco. Del resto, la biografia di Dario Fo, più ancora della sua opera artistica e letteraria, si presta a diverse interpretazioni e utilità.

Giovanissimo, classe 1926, Fo aderì al regime di Salò vestendone la divisa. Nulla di straordinario, a meno di vent’anni e specie in quella congerie storica, si poteva essere anche fascisti. Non però a trenta, come invece lo furono molti altri che poi divennero insigni antifascisti (a babbo morto). In seguito, Dario Fo sì riscattò amplissimamente, divenendo perfino un’icona della sinistra. Tuttavia, per giustificare quella macchia giovanile inventò di aver ricoperto un ruolo di doppiogiochista, motivazione scarsamente credibile e anzi assai meschina.

Fo divenne, con la moglie Franca Rame, un personaggio televisivo di prima fascia, ma sgradito ai soliti democristiani per le sue troppo audaci performance che puntavano a fare della televisione un palcoscenico d’avanguardia (ai tempi di Andreotti e Fanfani!). Banditi dal palinsesto televisivo, i coniugi Fo e Rame ripresero la strada del teatro, questa volta politicamente impegnato, inventando un genere comico nuovo e con un approccio critico verso le democrazie capitaliste e la religione.

Anche nella rappresentazione della sua opera più famosa, Mistero buffo, il messaggio ideologico, una idealizzazione della lotta di classe e del marxismo, a quel tempo fu sempre più importante della differenziazione estetica e psicologica dei suoi personaggi. Pier Paolo Pasolini definì Fo “una specie di piaga che ha infettato il teatro italiano”.

Bisogna però riconoscere a Fo che durante gli anni di Berlusconi, fu uno dei pochi personaggi a far notare quanto comodamente la sinistra italiana si fosse adagiata all’ombra di Berlusconi.

Come scrittore di pièce teatrali, tradotte in moltissime lingue, Fo non eccelse, ma come attore, interprete, costumista e scenografo delle stesse fu riconosciuto maestro e venerato dal pubblico come tale. Negli ultimi anni della sua vita aderì al movimento fondato da Grillo (a suo tempo usato dalla Dc tramite Baudo per attaccare Craxi), del quale evidentemente condivideva le idee e la posizione sociale.

Ravasi, nel suo untuoso articolo, sicuramente non racconta di quando la Rai finalmente trasmise Mistero buffo e il Vaticano telegrafò al presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, esprimendo “dolore e protesta per la trasmissione profanatrice e culturalmente inaccettabile”. Oppure di Fo interprete de Il Papa e la strega, che ritrae un papa in crisi che, sotto l’influenza di una strega, decide di farsi promotore della liberalizzazione della droga e allarga le maglie della morale sessuale.

Sorvola Ravasi di quando l’Osservatore Romano, nel 1997, in occasione del Nobel a Fo, definì scandalosa la scelta, denunciando un autore la cui opera era segnata da una permanente “mancanza di rispetto” per i principi religiosi cattolici. Né ricorda, il monsignore, quando nel 2013 il Vaticano negò l’autorizzazione per l’uso dell’Auditorium per uno spettacolo commemorativo dedicato a Franca Rame. Eccetera.

Certo, Fo strizzava l’occhio a un personaggio di cartapesta come Gesù, come nella scena in cui raffigura la fuga di Gesù e dei suoi genitori da Betlemme per sfuggire ai piani omicidi di Erode. Nel luogo in cui si rifugiano, vengono emarginati come stranieri; a Gesù non è permesso giocare con i bambini del posto e alla fine compie un miracolo per conquistare il loro favore.

Ecco che Vatican News scrive: «A cento anni dalla nascita, il premio Nobel italiano torna al centro della scena culturale. Il suo anticlericalismo, spesso motivo di tensione con il mondo cattolico, può oggi essere riletto come critica costruttiva e richiamo alla povertà evangelica. In un’intervista del 2014 alla Radio Vaticana l’attore e drammaturgo si definiva “ateo in ricerca”.»

Questi presunti eunuchi per il regno dei cieli sono come la peste. Sarebbero pronti a scoprire d’emblée un “rapporto dialettico con la fede” anche in Lenin.

Ravasi rilancia, anch’egli sfrutta l’ambivalenza di Fo e non tende solo ad arruolarlo tra i non credenti aperti al “dialogo”, più ancora vuole annoverarlo nella cerchia degli amici di un Gesù “storico” e anticonformista, sull’esempio di un Cacciari madonnaro. Che pena questa Italia, direbbe Trump.

La realtà complottista

 

Cosa si fa per non morire (politicamente)

I media italiani, abituati a mentire sapendo di mentire, nelle ultime ore hanno “scoperto” alcune cose straordinariamente risapute: 1) l’Italia è una colonia, al pari e anche meno di un qualsiasi Venezuela; 2) ciò avviene nonostante l’Italia non sia un paese produttore ed esportatore di petrolio; 3) gli Stati Uniti e la Nato sono tossici (come i media italiani).

I media italiani l’hanno “scoperto”, ma non possono dirlo. Cadrebbe la foglia di fico. Non che gli altri Paesi europei siano messi molto meglio, ma è un fatto che l’Italia è quella messa peggio. È storia ormai antica e riguarda i trattati segreti (Air Technical Agreement, Bilateral Infrastructure Agreement e vari “codicilli”) e altre cose che sono accadute e ad evocare le quali si passa per complottisti (dio non voglia).

Altra questione, che sembra completamente avulsa da tali considerazioni, ma che avulsa (perdonate il termine) proprio non è. Ieri sera, vedendo la partita, solo la differenza delle maglie mi ha consentito, al primo colpo d’occhio, di distinguere la squadra tedesca da quella ivoriana (che ai punti meritava quantomeno di pareggiare). La Germania si è assicurata il passaggio del turno nel mondiale grazie a due gol messi a segno da un giocatore di origini curde. Certo, quel giocatore, come altri in quella squadra, è più tedesco di molti tedeschi biondi e dai cognomi che a pronunciarli schioccano come un colpo di frusta. Non è questo il punto.

Il mio commento è razzista? Può essere, la cosa non mi tange (direbbe Stefania Sandrelli). Per me è solo una presa d’atto. La vera notizia è che quel giocatore, prima di diventare un professionista del pallone, lavorava in fabbrica per 150 euro. Chi vuole intendere, intenda. 

Sono state fatte in Europa delle scelte politiche ed economiche. Non solo quelle recenti. In un caso come quello dei giocatori della nazionale tedesca (francese, olandese, italiana, ecc.), tali scelte stanno producendo effetti positivi. In altre situazioni, non calcistiche, si riscontrano dei “problemi”. Del resto, politici, padroni e matrone ci ricordano: se non ci fossero gli immigrati, chi cucinerebbe, servirebbe e pulirebbe? Anche in tal caso, si tratta di una presa d’atto ineccepibile (o quasi).

Si dice che Winston Churchill leggesse ogni giorno una paginetta della Storia della decadenza e caduta dell’Impero romano del Gibbon. Sia vero o falso, non ha importanza.

sabato 20 giugno 2026

La tregua

 

In quello che nominalmente era il primo giorno di negoziati, la lampante omissione nell’accordo firmato due giorni prima a Versailles è diventata dolorosamente evidente: i terroristi con la kippāh e quelli di Hezbollah non fanno parte del trattato. Infatti, quattro terroristi israeliani sono stati uccisi negli scontri con Hezbollah e la risposta dei sionisti nella provincia di Nabatiyah ha causato almeno 18 vittime. Il ministro delle Finanze, il terrorista Bezalel Smotrich, ha invocato “l’apertura delle porte dell’inferno”, mentre il solito criminale Itamar Ben-Gvir ha chiesto che “Tutto il Libano deve bruciare!”.

Il memorandum d’intesa in 14 punti firmato mercoledì a Versailles congela temporaneamente la guerra iniziata a febbraio, senza però porvi fine. Le questioni più complesse, comprese quelle relative all’uranio arricchito iraniano, sono rinviate a un accordo successivo da negoziare entro 60 giorni. Non ci sarà nessun accordo.

Le milizie sioniste hanno pubblicato una mappa aggiornata delle proprie posizioni nel Libano meridionale. La cosiddetta Linea di Difesa Avanzata si estende in territorio libanese fino a raggiungere la periferia di Nabatiyah, a nord del fiume Litani (fonte idrica). Inizialmente designata come “zona cuscinetto” in aprile, l’area è stata da allora gradualmente ampliata. Netanyahu ha dichiarato che la striscia di sicurezza deve rimanere in vigore “finché le esigenze di sicurezza di Israele lo richiederanno”. Ossia per sempre.

Questo rivela la falla fondamentale dell’accordo: Israele detiene il fulcro dell’intera intesa. Washington aveva i mezzi per costringere i sionisti ad aderire all’accordo, ma ha scelto di non usarli. Al vertice del G7 a Évian, Trump si è lamentato del fatto che fosse “inutile” (non criminale!) bombardare interi palazzi per colpire singoli combattenti di Hezbollah. Tuttavia, non ci sono state conseguenze: gli aiuti militari non sono stati sospesi né le spedizioni di armi ritardate.

Nel frattempo, la situazione nello Stretto di Hormuz dimostra la portata delle concessioni statunitensi: sebbene il Consiglio di sicurezza iraniano abbia rinunciato alle tasse di transito per 60 giorni, richiede comunque l’autorizzazione preventiva della propria autorità marittima, come riportato dai media iraniani. Teheran, quindi, non rinuncia al controllo sullo stretto che si era assicurata durante la guerra.

A Washington e in quella che chiamano Tel Aviv stanno solo prendendo tempo.

venerdì 19 giugno 2026

[...]

 

Avrei scelto la traccia relativa al discorso di insediamento del presidente Giuseppe Saragat. Il quale esordiva così:

Cari Senatori e Deputati, è inutile nasconderci un fatto evidente, ossia che Voi contate come il due di coppe quando a briscola c’è denari. E peraltro io stesso – lo dico per prevenire l’accusa – fin qui non ci sono arrivato per mera simpatia.

Le parole pronunciate in quest’aula suonano false come quelle di marionette. Mai, dall’unità d’Italia, chiunque nominalmente esercitasse il potere politico, fosse egli clericale o liberale, oppure socialista o altro, ha potuto agire per gli interessi del paese se non in piena coincidenza con quelli delle diverse frazioni della classe dominante.

Perciò a Voi, Senatori e Deputati, non spetta che formalizzare ciò che è nei patti, altrimenti ve ne andrete a casa. Due conti in milioni di lire e vedrete che cosa vi conviene. Forse non serve che precisi, tuttavia è sempre bene dire le cose con franchezza: nel caso vi saltasse in mente di rendervi disubbidienti, la possibilità di una vostra ricandidatura sarebbe pari a zero.

Tra meno di un anno, ci saranno le elezioni politiche e Voi sapete bene quanta agitazione c’è nei collegi per questo appuntamento che si presenta anzitutto come l’occasione per altri falliti di trovare uno stipendio e visibilità, per i partiti altri finanziamenti e altri scambi. È un mercato, lo sapete bene, un do ut des di posti e di mance, di scambi di ogni natura.

E poi, ancora, sempre per parlar chiaro, sono in ballo decine di sottosegretariati, con annessi e connessi, e può essere che la ruota della fortuna si fermi sul Vostro nome, o su quello di un Vostro amico, di una fidanzata/amica/amante. Vi conviene non disunirvi, di non cedere alle lusinghe emotive ed irrazionali di una coscienza del bene comune che non Vi appartiene, perciò continuate a mentire sulla repubblica democratica del lavoro, sulla democrazia in questo paese.

Pure sulla bontà dei Vostri propositi, vorrei ricordare le parole che un liberale ebbe a scrivere nel 1948:

«Una caratteristica strana degli italiani moderni è che, credendosi molto abili in politica (discendenti di Machiavelli) anche quando altri non li ammira si ammirano. Si ammiravano nel fascismo, si ammiravano nel regime incomposto che seguì il fascismo, si ammirano ora che avendo la più incerta e umiliante situazione credono e dicono di creare anche con ministri ridicoli la nuova Europa!» [*].

E sia ben chiaro che un conto è il rinnovamento e le riforme, quello cioè che noi intendiamo far credere ai gonzi, e un conto è la dissoluzione del sistema di potere sul quale poggiano le nostre fortune sia di classe e sia personali.

Se per qualsiasi causa, per colpa di questi o di quelli, l’Italia va al disastro, il disastro colpirà tutti e noi per primi che perderemo non solo potere e privilegi, ma ci toccherà anche di andare a lavorare.

[*] Francesco Saverio Nitti, Rivelazioni, ESI, Napoli, 1948, p. XXI.

Saragat in visita a Firenze in occasione dellalluvione del 1966.

mercoledì 17 giugno 2026

Desideri e realtà

 

Donald Trump diceva che voleva riportare l’Iran all’età della pietra, poi ha promesso alla Repubblica islamica pace eterna e prosperità senza precedenti. Ora, sembra certo che i rappresentanti di entrambi i Paesi firmeranno venerdì un Memorandum d’intesa a Lucerna, una dichiarazione non vincolante dal punto di vista legale e non molto dettagliata. Quando il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha riassunto il contenuto del documento congiunto ha affermato che era composto da meno di due pagine.

Ciò suggerisce che persino le misure di massima priorità, che dovrebbero essere affrontate “immediatamente”, come il ripristino della libera navigazione nello Stretto di Hormuz, non sono ancora state completamente risolte. Trump, in un’intervista al New York Times di domenica, ha annunciato che, come parte centrale del Memorandum, lo Stretto di Hormuz sarebbe rimasto d’ora in poi “permanentemente esente da pedaggi”.

I media di Teheran riportano che gli Stati Uniti intendono revocare il blocco dei porti iraniani sul Golfo Persico, ma sono apparentemente disposti a tollerare che l’Iran, con il coinvolgimento dell'Oman, mantenga il controllo della zona e incassi milioni di dollari in tasse. Araghchi ha annunciato che il contenuto del documento sarà pubblicato dopo la firma di venerdì.

I presunti 14 punti del Memorandum rappresentano una proposta fatta in origine dai negoziatori iraniani il 2 maggio tramite mediatori pakistani. L’idea che l’amministrazione Trump avrebbe accettato l’intero pacchetto in questa forma è pura fantasia. Le differenze tra i 14 punti del Memorandum d’intesa e le narrazioni del presidente statunitense e della sua cerchia ristretta, sono, in alcuni casi, enormi. L’impegno degli Stati Uniti a ritirare le proprie truppe dalla regione intorno all’Iran (punto 5) è altamente improbabile. Lo stesso si può presumere per la revoca di tutte le sanzioni senza alcuna concessione (punto 6) e per un programma di ricostruzione statunitense in Iran di almeno 300 miliardi di dollari (punto 7).

La verità è che Trump si accontenterebbe di mantenere lo status quo fino alle elezioni di medio termine del 3 novembre.

Quanto alla guerra in Ucraina, questione che ci riguarda ancora più da vicino anche se apparentemente meno spinosa dal punto di vista degli approvvigionamenti di idrocarburi, il conflitto potrebbe intensificarsi in qualsiasi momento con altri attacchi di Kiev contro installazioni strategiche russe e trasformarsi in una guerra europea.

Ieri, il vertice del G7 ha affrontato la questione. Secondo indiscrezioni provenienti da Évian, gli europei occidentali sarebbero riusciti a persuadere Trump a rivedere la sua posizione politica nei confronti della Russia. O forse hanno approfittato di una sua amnesia.

Le dichiarazioni di Évian non indicano che sia stata condotta nemmeno la minima analisi della posizione russa, né tantomeno che siano in corso negoziati. Il tono è da ultimatum e riflette gli errori di valutazione che hanno guidato l’espansione della NATO dagli anni ’90. Del resto, è noto che la Russia non ha interessi di sicurezza, solo “noi” li abbiamo. A Évian regna l’ottimismo supportato dai media: “L’Ucraina è in una posizione di forza” e “La situazione sta cambiando a favore dell’Ucraina” ha dichiarato Ursula von der Ficken.

È ancora una sanguinosa guerra di logoramento, ma il G7 sta per trasformarla in uno scontro devastante.