domenica 21 giugno 2026

La realtà complottista

 

I media italiani, abituati a mentire sapendo di mentire, nelle ultime ore hanno “scoperto” alcune cose straordinariamente risapute: 1) l’Italia è una colonia, al pari e anche meno di un qualsiasi Venezuela; 2) ciò avviene nonostante l’Italia non sia un paese produttore ed esportatore di petrolio; 3) gli Stati Uniti e la Nato sono tossici.

I media italiani l’hanno “scoperto”, ma non possono dirlo. Cadrebbe la foglia di fico. Non che gli altri Paesi europei siano messi molto meglio, ma è un fatto che l’Italia è quella messa peggio. È storia ormai antica e riguarda i trattati segreti (Air Technical Agreement, Bilateral Infrastructure Agreement e vari “codicilli”) e altre cose che sono accadute e ad evocare le quali si passa per complottisti (dio non voglia).

Altra questione, che sembra completamente avulsa da tali considerazioni, ma che avulsa (perdonate il termine) proprio non è. Ieri sera, vedendo la partita, solo la differenza delle maglie mi ha consentito, al primo colpo d’occhio, di distinguere la squadra tedesca da quella ivoriana (che ai punti meritava quantomeno di pareggiare). La Germania si è assicurata il passaggio del turno nel mondiale grazie a due gol messi a segno da un giocatore di origini curde. Certo, quel giocatore, come altri in quella squadra, è più tedesco di molti tedeschi biondi e dai cognomi che a pronunciarli schioccano come un colpo di frusta. Non è questo il punto.

Il mio commento è razzista? Può essere, la cosa non mi tange (direbbe Stefania Sandrelli). Per me è solo una presa d’atto. La vera notizia è che quel giocatore, prima di diventare un professionista del pallone, lavorava in fabbrica per 150 euro. Chi vuole intendere, intenda. 

Sono state fatte in Europa delle scelte politiche ed economiche. Non solo quelle recenti. In un caso come quello dei giocatori della nazionale tedesca (francese, olandese, italiana, ecc.), tali scelte stanno producendo effetti positivi. In altre situazioni, non calcistiche, si riscontrano dei “problemi”. Del resto, politici, padroni e matrone ci ricordano: se non ci fossero gli immigrati, chi cucinerebbe, servirebbe e pulirebbe? Anche in tal caso, si tratta di una presa d’atto ineccepibile (o quasi).

Si dice che Winston Churchill leggesse ogni giorno una paginetta della Storia della decadenza e caduta dell’Impero romano del Gibbon. Sia vero o falso, non ha importanza.

sabato 20 giugno 2026

La tregua

 

In quello che nominalmente era il primo giorno di negoziati, la lampante omissione nell’accordo firmato due giorni prima a Versailles è diventata dolorosamente evidente: i terroristi con la kippāh e quelli di Hezbollah non fanno parte del trattato. Infatti, quattro terroristi israeliani sono stati uccisi negli scontri con Hezbollah e la risposta dei sionisti nella provincia di Nabatiyah ha causato almeno 18 vittime. Il ministro delle Finanze, il terrorista Bezalel Smotrich, ha invocato “l’apertura delle porte dell’inferno”, mentre il solito criminale Itamar Ben-Gvir ha chiesto che “Tutto il Libano deve bruciare!”.

Il memorandum d’intesa in 14 punti firmato mercoledì a Versailles congela temporaneamente la guerra iniziata a febbraio, senza però porvi fine. Le questioni più complesse, comprese quelle relative all’uranio arricchito iraniano, sono rinviate a un accordo successivo da negoziare entro 60 giorni. Non ci sarà nessun accordo.

Le milizie sioniste hanno pubblicato una mappa aggiornata delle proprie posizioni nel Libano meridionale. La cosiddetta Linea di Difesa Avanzata si estende in territorio libanese fino a raggiungere la periferia di Nabatiyah, a nord del fiume Litani (fonte idrica). Inizialmente designata come “zona cuscinetto” in aprile, l’area è stata da allora gradualmente ampliata. Netanyahu ha dichiarato che la striscia di sicurezza deve rimanere in vigore “finché le esigenze di sicurezza di Israele lo richiederanno”. Ossia per sempre.

Questo rivela la falla fondamentale dell’accordo: Israele detiene il fulcro dell’intera intesa. Washington aveva i mezzi per costringere i sionisti ad aderire all’accordo, ma ha scelto di non usarli. Al vertice del G7 a Évian, Trump si è lamentato del fatto che fosse “inutile” (non criminale!) bombardare interi palazzi per colpire singoli combattenti di Hezbollah. Tuttavia, non ci sono state conseguenze: gli aiuti militari non sono stati sospesi né le spedizioni di armi ritardate.

Nel frattempo, la situazione nello Stretto di Hormuz dimostra la portata delle concessioni statunitensi: sebbene il Consiglio di sicurezza iraniano abbia rinunciato alle tasse di transito per 60 giorni, richiede comunque l’autorizzazione preventiva della propria autorità marittima, come riportato dai media iraniani. Teheran, quindi, non rinuncia al controllo sullo stretto che si era assicurata durante la guerra.

A Washington e in quella che chiamano Tel Aviv stanno solo prendendo tempo.

venerdì 19 giugno 2026

[...]

 

Avrei scelto la traccia relativa al discorso di insediamento del presidente Giuseppe Saragat. Il quale esordiva così:

Cari Senatori e Deputati, è inutile nasconderci un fatto evidente, ossia che Voi contate come il due di coppe quando a briscola c’è denari. E peraltro io stesso – lo dico per prevenire l’accusa – fin qui non ci sono arrivato per mera simpatia.

Le parole pronunciate in quest’aula suonano false come quelle di marionette. Mai, dall’unità d’Italia, chiunque nominalmente esercitasse il potere politico, fosse egli clericale o liberale, oppure socialista o altro, ha potuto agire per gli interessi del paese se non in piena coincidenza con quelli delle diverse frazioni della classe dominante.

Perciò a Voi, Senatori e Deputati, non spetta che formalizzare ciò che è nei patti, altrimenti ve ne andrete a casa. Due conti in milioni di lire e vedrete che cosa vi conviene. Forse non serve che precisi, tuttavia è sempre bene dire le cose con franchezza: nel caso vi saltasse in mente di rendervi disubbidienti, la possibilità di una vostra ricandidatura sarebbe pari a zero.

Tra meno di un anno, ci saranno le elezioni politiche e Voi sapete bene quanta agitazione c’è nei collegi per questo appuntamento che si presenta anzitutto come l’occasione per altri falliti di trovare uno stipendio e visibilità, per i partiti altri finanziamenti e altri scambi. È un mercato, lo sapete bene, un do ut des di posti e di mance, di scambi di ogni natura.

E poi, ancora, sempre per parlar chiaro, sono in ballo decine di sottosegretariati, con annessi e connessi, e può essere che la ruota della fortuna si fermi sul Vostro nome, o su quello di un Vostro amico, di una fidanzata/amica/amante. Vi conviene non disunirvi, di non cedere alle lusinghe emotive ed irrazionali di una coscienza del bene comune che non Vi appartiene, perciò continuate a mentire sulla repubblica democratica del lavoro, sulla democrazia in questo paese.

Pure sulla bontà dei Vostri propositi, vorrei ricordare le parole che un liberale ebbe a scrivere nel 1948:

«Una caratteristica strana degli italiani moderni è che, credendosi molto abili in politica (discendenti di Machiavelli) anche quando altri non li ammira si ammirano. Si ammiravano nel fascismo, si ammiravano nel regime incomposto che seguì il fascismo, si ammirano ora che avendo la più incerta e umiliante situazione credono e dicono di creare anche con ministri ridicoli la nuova Europa!» [*].

E sia ben chiaro che un conto è il rinnovamento e le riforme, quello cioè che noi intendiamo far credere ai gonzi, e un conto è la dissoluzione del sistema di potere sul quale poggiano le nostre fortune sia di classe e sia personali.

Se per qualsiasi causa, per colpa di questi o di quelli, l’Italia va al disastro, il disastro colpirà tutti e noi per primi che perderemo non solo potere e privilegi, ma ci toccherà anche di andare a lavorare.

[*] Francesco Saverio Nitti, Rivelazioni, ESI, Napoli, 1948, p. XXI.

Saragat in visita a Firenze in occasione dellalluvione del 1966.

mercoledì 17 giugno 2026

Desideri e realtà

 

Donald Trump diceva che voleva riportare l’Iran all’età della pietra, poi ha promesso alla Repubblica islamica pace eterna e prosperità senza precedenti. Ora, sembra certo che i rappresentanti di entrambi i Paesi firmeranno venerdì un Memorandum d’intesa a Lucerna, una dichiarazione non vincolante dal punto di vista legale e non molto dettagliata. Quando il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha riassunto il contenuto del documento congiunto ha affermato che era composto da meno di due pagine.

Ciò suggerisce che persino le misure di massima priorità, che dovrebbero essere affrontate “immediatamente”, come il ripristino della libera navigazione nello Stretto di Hormuz, non sono ancora state completamente risolte. Trump, in un’intervista al New York Times di domenica, ha annunciato che, come parte centrale del Memorandum, lo Stretto di Hormuz sarebbe rimasto d’ora in poi “permanentemente esente da pedaggi”.

I media di Teheran riportano che gli Stati Uniti intendono revocare il blocco dei porti iraniani sul Golfo Persico, ma sono apparentemente disposti a tollerare che l’Iran, con il coinvolgimento dell'Oman, mantenga il controllo della zona e incassi milioni di dollari in tasse. Araghchi ha annunciato che il contenuto del documento sarà pubblicato dopo la firma di venerdì.

I presunti 14 punti del Memorandum rappresentano una proposta fatta in origine dai negoziatori iraniani il 2 maggio tramite mediatori pakistani. L’idea che l’amministrazione Trump avrebbe accettato l’intero pacchetto in questa forma è pura fantasia. Le differenze tra i 14 punti del Memorandum d’intesa e le narrazioni del presidente statunitense e della sua cerchia ristretta, sono, in alcuni casi, enormi. L’impegno degli Stati Uniti a ritirare le proprie truppe dalla regione intorno all’Iran (punto 5) è altamente improbabile. Lo stesso si può presumere per la revoca di tutte le sanzioni senza alcuna concessione (punto 6) e per un programma di ricostruzione statunitense in Iran di almeno 300 miliardi di dollari (punto 7).

La verità è che Trump si accontenterebbe di mantenere lo status quo fino alle elezioni di medio termine del 3 novembre.

Quanto alla guerra in Ucraina, questione che ci riguarda ancora più da vicino anche se apparentemente meno spinosa dal punto di vista degli approvvigionamenti di idrocarburi, il conflitto potrebbe intensificarsi in qualsiasi momento con altri attacchi di Kiev contro installazioni strategiche russe e trasformarsi in una guerra europea.

Ieri, il vertice del G7 ha affrontato la questione. Secondo indiscrezioni provenienti da Évian, gli europei occidentali sarebbero riusciti a persuadere Trump a rivedere la sua posizione politica nei confronti della Russia. O forse hanno approfittato di una sua amnesia.

Le dichiarazioni di Évian non indicano che sia stata condotta nemmeno la minima analisi della posizione russa, né tantomeno che siano in corso negoziati. Il tono è da ultimatum e riflette gli errori di valutazione che hanno guidato l’espansione della NATO dagli anni ’90. Del resto, è noto che la Russia non ha interessi di sicurezza, solo “noi” li abbiamo. A Évian regna l’ottimismo supportato dai media: “L’Ucraina è in una posizione di forza” e “La situazione sta cambiando a favore dell’Ucraina” ha dichiarato Ursula von der Ficken.

È ancora una sanguinosa guerra di logoramento, ma il G7 sta per trasformarla in uno scontro devastante.

martedì 16 giugno 2026

Fortezza America: una superpotenza che riorganizza il proprio dominio

 

L’interpretazione occidentale della guerra scatenata dagli Stati Uniti e Israele contro l’Iran è piuttosto univoca: Washington ha perso il controllo, è stata trascinata da Israele in un conflitto che non voleva e ora sta pagando il prezzo di decenni di politica mediorientale. Questa interpretazione è troppo semplicistica, confonde la strategia con la perdita di egemonia.

La guerra contro l’Iran è solo un aspetto della strategia statunitense. Serve simultaneamente a diversi interessi egemonici globali: impedire un mondo multipolare e controllare le rotte di approvvigionamento rendendo vulnerabili i concorrenti e regolamentando l’accesso alle risorse energetiche, anche dei propri alleati (anzi, costringendo questi ultimi a una nuova divisione imperiale del lavoro e della tecnologia). Nel contempo, fornire all’esercito statunitense l’ambiente per l’apprendimento necessario al cambio di paradigma dalla guerra, da quella di piattaforma a quella “mobile” (*).

Il concetto analitico chiave è quello di “fortezza”. Fortezza America: un’area centrale sicura, protetta da una rivisitazione più stringente della Dottrina Monroe (vedi Venezuela e ora Cuba) e difesa dal sistema missilistico Golden Dome e dall’autosufficienza energetica nordamericana.

Oltre quest’area, si trovano gli avamposti periferici: Europa, Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Israele quale caposaldo in Medio Oriente. La guerra con l’Iran è il perno operativo di questa transizione.

Questa mentalità da fortezza non rappresenta una ritirata dalla politica mondiale, bensì una sua riorganizzazione come superpotenza egemonica globale di un ordine futuro. È sufficiente, come già rilevai tempo addietro, prendersi la briga di leggere diligentemente i documenti strategici dell’amministrazione Trump.

La Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS), pubblicato nel novembre 2025 (nel blog ho già richiamato esplicitamente e in dettaglio), indica come obiettivi il “dominio economico e la duratura superiorità militare”. È ancora più istruttiva la lettura della Strategia di Difesa Nazionale (NDS) del gennaio 2026, che descrive la Cina come “lo Stato più potente rispetto agli Stati Uniti dal XIX secolo” (**).

Come ho rilevato in più occasioni, l’espansione verso est della NATO e la conseguente guerra in Ucraina, provocata dagli Stati Uniti, non erano dirette principalmente contro la Russia, ma contro l’asse energetico tedesco-russo e più in generale contro la UE. Infatti, si tratta del programma di disarmo economico per l’Europa avviato da Washington, anche a colpi di dazi. La guerra in Ucraina è stata il primo colpo. La Guerra del Golfo è il secondo (***).

Washington definisce la direzione strategica, ma lascia che siano le difese estere a sopportarne il peso maggiore. L’Europa viene spinta ad armarsi con il pretesto dell’autodifesa, a sopportare i rischi ed essere al contempo economicamente disciplinata.

L’obiettivo NATO di destinare il 5% del prodotto interno lordo alla spesa per la difesa entro il 2035 è stato adottato sotto la forte pressione degli Stati Uniti. L’Europa deve essere sostanzialmente indebolita come concorrente indipendente per le risorse, la capacità industriale, i diritti di emissione, eccetera.

Si tratta di una “grande strategia primatista”, laddove ovviamente la multipolarità è lo scenario da scongiurare a ogni costo. Il nuovo ordine imperiale, perseguito da Washington sin dall’insediamento della seconda amministrazione Trump, ha un nome che ha origine all’interno dello stesso Pentagono: “Grande Nord America”: un perimetro di sicurezza statunitense che incorpora Stati e territori sovrani dalla Groenlandia all’Ecuador nella zona cuscinetto strategica di Washington. Non si tratta di una zona di partenariato, bensì di un cortile fortificato: le vie di accesso, i fianchi e le linee di rifornimento verso il cuore del continente devono rimanere sotto il controllo degli Stati Uniti.

Nessuna presenza militare nemica, nessun accesso ostile alle infrastrutture strategiche, nessuna interruzione delle catene di approvvigionamento critiche nell’entroterra continentale. L’area centrale americana deve essere consolidata verso l’esterno. Basta leggere il citato documento NDS la cui formula operativa è: “Ripristinare il dominio militare americano nell’emisfero occidentale” (****).

Il Canada è economicamente dipendente e ricattato dagli Usa attraverso dazi doganali, dipendenza dal mercato e interdipendenza energetica. Washington tratta il Messico come una zona di sicurezza con diritto di intervento: l’ambasciatore statunitense ha risposto alla domanda su un’eventuale azione militare unilaterale in territorio messicano affermando: “Tutte le carte sono sul tavolo”.

La Groenlandia rappresenta il caso estremo, a livello territoriale, di questa logica di consolidamento. Com’è noto, l’interesse degli Stati Uniti ad acquisirla è una fissazione imperialista che risale al XIX secolo. La Groenlandia, in un modo o nell’altro, diamola di fatto per acquisita da Washington.

Gli Stati Uniti si stanno preparando a un mondo in cui le risorse, l’accesso all’energia e la capacità industriale saranno oggetto di una contesa sempre più aspra. Anche la migrazione, come s’è visto nella cronaca recente, non viene trattata di là dell’Atlantico come una questione sociale, ma come un problema di sicurezza. Per quanto riguarda segnatamente l’Italia quale penisola mediterranea, il partner politico ideale di Washington in questo frangente, più che Meloni, è oggettivamente un tipo affidabile e ideologicamente conforme come Vannacci  (*****).

(*) Il XX secolo è stato dominato dalla guerra di piattaforma: aerei da combattimento, navi da guerra, carri armati, veicoli costosi per armi in grado di infliggere danni ingenti all’avversario. L’Iran è stata la prima potenza militare a minare sistematicamente questa logica: droni Shahed, missili balistici, missili da crociera prodotti in serie, resistenti alle perdite e progettati per esaurirsi (vds. mio post specifico del 31 marzo: Armi e logica economica nella guerra attuale).

(**) By any measure, China is already the second most powerful country in the world— behind only the United States—and the most powerful state relative to us since the 19th century .
As early as the 19th century, our predecessors recognized that the United States must take a more powerful, leading role in hemispheric affairs in order to safeguard our nation’s own economic and national security. It was this insight that gave rise to the Monroe Doctrine and subsequent Roosevelt Corollary. But the wisdom of this approach was lost, as we took our dominant position for granted even as it started to slip away. As a result, we have seen adversaries’ influence grow from Greenland in the Arctic to the Gulf of America, the Panama Canal, and locations farther south. This not only threatens U.S. access to key terrain throughout the hemisphere; it also leaves the Americas less stable and secure, undermining both U.S. interests and those of our regional partners (p. 9).

(***) Prima del 2022, la Germania importava il 52% del suo gas naturale dalla Russia; il petrolio greggio e il gas naturale rappresentavano il 59% di tutte le importazioni tedesche dalla Russia (e ciò senza l’entrata in funzione del Nord Stream 2). Dopo il 2022, questa dipendenza si è invertita: nel 2025, il 96% delle importazioni tedesche di gas naturale liquefatto (GNL) proveniva dagli Stati Uniti, un monopolio di fatto, più costoso, più volatile e più dipendente politicamente di quanto non lo fosse mai stato il gasdotto russo. Nel febbraio 2026, la Germania ha negoziato contratti a lungo termine con Qatar, Abu Dhabi e Arabia Saudita. Questi accordi con i Paesi del Golfo rappresentavano un tentativo di limitare la nuova dipendenza dagli Stati Uniti: più fornitori, più margine di negoziazione, meno monopolio statunitense sul GNL. Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. Non si tratta di “complottismo”, ma di unire i famosi “puntini”.

(****) [...] the Department of War will restore American military dominance in the Western Hemisphere (p. 17).

(*****) U.S. partners throughout the Western Hemisphere can do far more to help combat illegal migration as well as to degrade narco-terrorists and prevent U.S. adversaries from controlling or otherwise exercising undue influence over key terrain, especially Greenland, the Gulf of America, and the Panama Canal. The Department will work with nations across the hemisphere to advance these objectives, incentivizing and enabling them to step up accordingly (p. 19).

lunedì 15 giugno 2026

Troppo tardi

 

I giornalisti presenti al raduno di Vannacci si sono sorpresi nel non trovare nel parterre la solita marmaglia fascista. Vannacci rappresenta il fascista qualunque, ma non solo. Rappresenta per i suoi simpatizzanti, delusi da Meloni e da quellaltro imbecille, l’unica alternativa all’astensione dal voto. Meloni e i suoi nostalgici hanno capito bene e meglio di altri che vento tira. E sono preoccupati. Anche perché le difficoltà economiche e certe questioni sociali, come l’immigrazione, andranno ad incattivire molta gente. L’Europa a breve virerà decisamente a destra, e sarà una destra molto più estremista e schiettamente reazionaria di quella rappresentata dalla Meloni istituzionale.

Quanto alla cosiddetta sinistra e all’area grigia che gli sta intorno, proprio non ce la fanno. E comunque arrivano tardi, senza un’idea compatibile con la realtà e in ogni modo senza crediti di credibilità.

venerdì 12 giugno 2026

La rivincita (mancata)

 

Ieri sera, immancabilmente, Gruber voleva prendersi una rivincita su Vannacci, reo di non essersi fatto ingoiare, la sera prima, dalla Mantide sudtirolese che lo aveva invitato all’amplesso televisivo tanto annunciato. Aveva provato in tutti i modi a sottometterlo, perfino chiedendogli, con malcelata e allusiva malizia: “se lei fosse gay ...”. Al che, l’ex generale ha evitato di rispondere come ella avrebbe meritato e sperato (sognato?).

Lilli la rossa (dico per celia) non voleva neanche farsi mancare l’occasione, dato che c’era, di assestare qualche altra stoccata alla sua acerrima nemica: il presidente Meloni, per gli amici e i camerati semplicemente “Giorgia”. Nemica, ad avviso di Lilli, perché Donna e Madre Cristiana non accetta, nonostante reiterati inviti, di partecipare alla cerimonia religiosa che la giornalista egnese (famosa per le puntute domande ai suoi ospiti, del tipo: lei è d’accordo con ...), celebra tutte le sere, esclusi i week-end e le lunghe pause estive.

Ma la stizza (e l’invidia) di Gruber verso Meloni va oltre le scortesie televisive e le idiosincrasie ideologiche, del tipo: Meloni preferisce i pantaloni “a palazzo”, mentre Gruber eather pants neri. Si tratta di due primedonne, il che implica l’irriducibile e primordiale competizione, gravata dal fatto che sono entrambi permalosissime.

Gruber, per la bisogna, ha convocato nel suo studio un pensionato ancora politicamente influente: Pier Luigi Bersani. Bisogna dire che questo vecchio granatiere non ha offerto molta sponda alle solite beghe gruberiane. Da rimarcare la sua citazione (implicita) di Lenin, quando ha detto e ripetuto che la lotta ideologica è la lotta più importante. Una presa d’atto tardiva, ma comunque programmaticamente decisiva se avesse fatto seguire una precisazione. Che però non c’è stata né ci sarà. Aspettiamoci comunque che Pier Luigi, a seguito delle prossime elezioni e dopo il successo del suo recente libro, ne pubblichi un altro: Chiedimi chi erano i comunisti.

P.S. Mi offro di scrivergli a gratis la Prefazione.

giovedì 11 giugno 2026

Quando c'era Andrade

La prima Coppa del Mondo di calcio si giocò nel 1930. Il paese ospitante era l’Uruguay, all’epoca uno dei paesi socialmente più progressisti al mondo, e tutte le 42 federazioni affiliate alla FIFA furono invitate (non gli inglesi e gli italiani). L’Uruguay trionfò sul campo (batterono in finale l’Argentina), guidato dal suo fuoriclasse José Leandro Andrade (da non confondere con Oswald de Andrade, evocato anche da De André in una sua canzone), discendente di schiavi africani, considerato il primo idolo calcistico internazionale.

Già il secondo Mondiale mise in discussione l’ideale di “comprensione internazionale”: la FIFA assegnò il torneo all’Italia di Mussolini, nonostante fosse disponibile un’alternativa non fascista in Svezia. Sia l’Italia che la Germania usarono il Mondiale come piattaforma di propaganda: saluto romano e saluto hitleriano prima delle partite, ovviamente effigi fasciste sulle maglie, la delegazione tedesca con una bandiera con la svastica alla cerimonia di premiazione – il tutto con il tacito consenso della federazione calcistica mondiale.

Poiché la FIFA aveva concesso alla nazione ospitante il controllo del comitato organizzatore, gli arbitri favoriti dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio venivano assegnati in esclusiva alle partite della nazionale azzurra, con conseguenze di vasta portata. I cronisti concordano in larga misura: l’Italia vinse il suo primo titolo mondiale solo grazie al trattamento di favore degli arbitri.

Dopo la vittoria per 1-0 degli azzurri contro la Spagna nei quarti di finale, l’arbitro svizzero René Mercet fu squalificato a vita dalla Federazione Svizzera di Calcio, tanto fu giudicata parziale la sua direzione di gara. Per il regime di Mussolini, questo era irrilevante, ciò che contava era il trionfo dell’Italia fascista.

I Mondiali del 1934 introdussero anche uno squilibrio strutturale: la sovra-rappresentazione europea. L’Europa occupò la maggior parte dei 16 posti disponibili, mentre le squadre provenienti da Africa e Asia furono sistematicamente svantaggiate (partecipò solo l’Egitto). Solo nel 1970 entrambi i continenti riuscirono ad assicurarsi stabilmente un posto fisso nel torneo, a testimonianza di quanto esclusivi siano rimasti i Campionati del Mondo per decenni.

La strumentalizzazione politica continuò nel 1938: in Francia, sotto il governo del Fronte Popolare, anche i Mondiali di calcio divennero palcoscenico di spettacoli fascisti. Dopo l’annessione dell’Austria, la Federazione calcistica tedesca (DFB) unì le due nazionali in una selezione della Grande Germania. Indossando svastiche sulle maglie e facendo il saluto nazista prima del fischio d’inizio, la squadra della DFB fu eliminata al primo turno dopo una sconfitta per 2-4 contro la Svizzera. Hitler non era un appassionato di calcio.

L’Italia, invece, difese con successo il titolo, anche se Giuseppe Meazza salutò il presidente francese Albert Lebrun con il braccio teso durante la premiazione. La guerra sarebbe scoppiata un anno dopo e avrebbe anche interrotto la storia dei Mondiali per dodici anni.

Il torneo tornò nel 1950: in Brasile. L’Uruguay conquistò il suo secondo titolo con una vittoria per 2-1 contro la nazione ospitante nel celebre Maracanão. Quattro anni dopo, le squadre tedesche furono ammesse nuovamente alle qualificazioni per la prima volta: la Germania Ovest e la Saarland (rappresentativa calcistica nazionale della Saar, all’epoca protettorato francese), membro indipendente della FIFA. La squadra della Germania Ovest raggiunse la fase finale in Svizzera e causò una sorpresa: in finale, sconfisse la favoritissima Ungheria per 3-2 e divenne campione del mondo per la prima volta.

Nel contesto politico della Guerra Fredda, la finale fu particolarmente carica di tensione. Sul campo, Est e Ovest si fronteggiarono: l’Ungheria comunista, e la Germania Ovest, baluardo dell’Occidente capitalista. Nei decenni successivi, sia i conflitti tra i due blocchi politici, sia le tensioni tra un Nord coloniale e un Sud globale avrebbero plasmato la storia della Coppa del Mondo.

Ohne Scheiß

Un’altra ospitata così dalla Gruber e Vannacci salirà al 10 per cento o anche di più. La grande giornalista “sudtirolese di madrelingua tedesca” (l’ha rimarcato anche ieri sera, nel caso qualcuno se ne fosse dimenticato) ha saputo opporre solo questo: “l’immigrazione va governata”. Ohne Scheiß, detto in sudtirolese. Dunque “non deve essere strumentalizzata” l’immigrazione, come fa Vannacci e la destra-destra o destra estrema come lei, la Frau Gruber, chiama i fascisti.

La ricetta miracolosa per l’immigrazione clandestina, invece, ce l’ha il partito della Gruber, ma la tiene segreta in vista delle elezioni del prossimo anno. Nessun partito, nessun governo al mondo, possiede una simile ricetta. Chi può, chiude i confini, o ci prova. Sul versante sud, l’Italia non può marcare nessun confine. E, del resto, nemmeno sugli altri versanti. Altrimenti chi li raccoglie i pomodori, le fragole, gli agrumi, le mele? A tre-cinque talleri l’ora? Chi spiccia casa alla Gruber, chi si occuperà tra breve della sua assistenza a domicilio? E anche della mia, ovviamente.

Si chiama divisione internazionale del lavoro. L’Italia dei padroni e dei padroncini, che punta tutto sul turismo e l’esportazione, sullo sfruttamento del “nero” e delle partite iva a cottimo, vi occupa il penultimo gradino. E se lo gode come può e finché potrà. Poi, ci scanneremo, come in Irlanda. Ciò che conta è tener lontana qualunque proposta di patrimoniale. Anche quella sopra i cinque milioni di euro!

mercoledì 10 giugno 2026

Cervelli in crisi

 

Per Lenin il cervello rappresentava la più alta organizzazione della materia che conosciamo. Effettivamente il cervello umano è l’oggetto più complesso dell’universo conosciuto. È un prodotto non solo dell’evoluzione biologica, ma è anche e soprattutto il risultato storico dello sviluppo sociale dell’uomo.

Il cervello umano non è digitale, e nemmeno analogico. Non è semplicemente un insieme di circuiti e reti composti da neuroni che emettono impulsi. Il cervello nel suo complesso non può essere abbassato al livello delle singole sinapsi o dei singoli neuroni, che non sono monadi isolate, bensì unità costituenti all’interno di strutture comunicative.

La mente e la coscienza non sono riducibili alla biochimica. La neurofisiologia non spiega come operi complessivamente il cervello e di come si trasformi in comportamento psicologico, ossia in idee, parole, scritti e discorsi. Per esempio, l’atto di ricordare non è passivo, ma attivo perché il fatto di rievocare ricrea un ricordo diverso (fatto ben noto nei tribunali), attinge a una varietà di processi cognitivi ed emotivi, che si trasformano in sentimenti. Ciò è inibito a qualunque macchina poiché le macchine, per quanto “intelligenti”, sono sprovviste del senso di identità propria, di coscienza e anche di falsa coscienza, di ricordi realmente propri, oppure di falsi ricordi.

All’inizio del film Blade Runner, si vede un soggetto sottoposto a delle domande per determinare se esso sia effettivamente umano oppure se si tratti di un “replicante”. L’esperimento si basa sull’evocazione di immagini tratte dalla memoria del soggetto esaminato; in base alle sue risposte e reazioni viene stabilito se i suoi ricordi siano genuini oppure se si tratti di una serie di ricordi innestati.

La memoria, nel suo complesso e nei suoi processi, è la nostra proprietà più caratteristica; prima di tutto essa costituisce la nostra individualità, fornisce alla nostra traiettoria di vita una continuità autobiografica, in modo che, perfino in tardissima età, siamo capaci di richiamare alla mente episodi della nostra infanzia. In effetti, considerando le numerosissime sintesi e demolizioni molecolari, la stabilità della mente stupisce.

Tuttavia, non esiste una sola memoria. Per esempio, la memoria emozionale sembra più potente di quella meramente cognitiva. Allo stesso modo non esiste una sola coscienza, non solo perché essa varia con l’età e in rapporto con diversi livelli di conoscenza (di ignoranza e incoscienza), ma perché esiste l’inconscio e perché ogni individuo, con il suo cervello, con la sua mente, si trova ad agire e ad essere agito nelle strutture culturali e sociali in cui vive.

Tuttavia, ciò posto, non mi lascio “abbagliare da quella luce indicibile che è l’essenza del nostro essere”, come scrive Letizia Renzini sul il manifesto a riguardo della posizione di Federico Faggin, il quale postula che la coscienza non sia un prodotto della materia, ma un fenomeno quantistico primario e fondamentale che plasma e precede la realtà fisica stessa.

Faggin pensa di usare la fisica quantistica per uscire dal campo delle credenze, ma in effetti ci cade dentro a piedi uniti. Addirittura arriva a dire che “La fisica quantistica si può spiegare partendo dall’esistenza della coscienza e del libero arbitrio”. Siamo alla solita metafisica, uscita dalla porta e rientrata dalla finestra. Il legame tra rappresentazioni e materia si dissolve e la coscienza viene considerata come un’unità indipendente e di carattere prettamente individualistico.

L’obiettivo è quello di trovare connessioni, a tutti i costi, tra il discorso razionale e scientifico sull’universo materiale, le società, la storia umana da un lato, e, dall’altro, la trascendenza, la spiritualità e altra merda simile senza chiamarla esplicitamente fede religiosa. È un altro tipo di fondamentalismo, ma sempre di ciò si tratta.

Tutto è basato su concetti come quello di entanglement e sovrapposizione, che alimentano tante seghe mentali ormai da tempo (i cattolici hanno tentato di rendere il cardinale Bellarmino un epistemologo migliore di Galileo!). La meccanica quantistica, per la sua natura misteriosa e controintuitiva, è diventata un terreno fertile per la proiezione di aspettative metafisiche. L’atto dell’osservazione provoca il collasso della funzione d’onda, la qual cosa induce Faggin a dire che la coscienza precede la materia, allineandosi così con le filosofie idealiste o orientali che pongono la mente al centro della creazione.

Al posto del nesso reale tra materia e coscienza, Faggin, che medita sotto risonanza magnetica, escogita dunque un “nuovo” legame misterioso, avvolgendo la fisica quantistica di un’aura divina. È stato trovato il passepartout “scientifico” che dovrebbe risolvere la crisi della trascendenza codificata dalle religioni tradizionali (ma del quale si avvalgono anch’esse). Ed infatti, sostiene che “La coscienza è un fenomeno puramente quantistico e questo prova che non può cessare di esistere con la morte del corpo, perché esiste in una realtà molto più vasta di quella della fisica classica”.

Non manca molto che arriveranno a dire che il conflitto tra scienza e metafisica (che chiameranno con un termine appropriato) è un mito. Non vale la pena di perderci altro tempo con le stravaganti idee di questi anziani angosciati dall’approssimarsi della loro data di scadenza, visto che ha anche cessato, per il momento, di piovere e grandinare.

Patacche e pataccari

 

Posto che sulle piccole bagatelle internazionali ognuno dice la sua, non resta che occuparci di quelle sulle quali la stampa libera e democratica non ha modo di intrattenerci per un semplice motivo: anche i giornalisti tengono famiglia.

Spesso anche più di una famiglia contemporaneamente, così come accadeva, ma non solo a lui, alla buonanima di Eugenio Scalfari. La bigamia è nulla di che, sia chiaro. C’è di peggio, per esempio un giornalista e vicedirettore di un telegiornale che, con la sua amante, un’insegnante di lettere, è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale su minori e pornografia minorile. Magari poi si scopre che non c’era nulla di penalmente rilevante, oppure che i colpevoli erano altri. Ormai siamo avvezzi a qualunque scenario giudiziario. In caso contrario, ossia di condanna, potrebbero concedere ai due amanti, a richiesta, anche la grazia presidenziale. Più difficile, molto più difficile e imbarazzante, revocare la concessione di una grazia, oppure la revoca del conferimento di una onorificenza.

Per esempio, a Zelensky è stata conferito l’Ordine al Merito della repubblica italiana. Lo stesso Zelensky, motu proprio, ha conferito la decorazione dell’Ordine al Merito della repubblica ucraina a diverse personalità italiane: esponenti del governo e dell’informazione per il loro impegno a sostegno del popolo ucraino. Per esempio all’ex direttore di Repubblica Maurizio Molinari. Ma anche l’Ordine della Principessa Olga: assegnato all’inviata di guerra del Tg1 Stefania Battistini. E a Bruno Vespa niente? Ma certo, anche al principe del giornalismo italiano è stata conferita una patacca dorata, quella dell’Ordine del Principe Yaroslav.

Anche la Polonia ha conferito un’onorificenza a Zelensky. La più alta onorificenza polacca: l’Ordine dell’Aquila Bianca. Eh sì, sopra il 45° parallelo le aquile sono sempre piaciute. La Germania guglielmina, per esempio, ne era dotata di ogni colore. In seguito, il Reichsadler raffigurava un’aquila ad ali spiegate che ghermiva tra gli artigli una svastica all’interno di una corona di alloro. Ma questo era solo un simbolo generico. Il titolo della decorazione era un altro: Verdienstorden vom Deutschen Adler. La sola pronuncia è una dichiarazione di guerra. La Polonia, nondimeno, effigia un’aquila bianca nella propria bandiera di Stato.

E però attualmente in Polonia il dibattito pubblico è molto acceso proprio a riguardo della revoca dell’onorificenza a suo tempo conferita al presidente ucraino. Lunedì, l’organo responsabile del conferimento e della revoca dell’Ordine dell’Aquila Bianca si è riunito e ha discusso la questione per otto ore. Non è stata annunciata alcuna decisione; è stata formulata una raccomandazione che il presidente polacco Karol Nawrocki pubblicherà ... a tempo debito.

Nawrocki aveva presentato una mozione per revocare l’onorificenza conferita a Zelensky dopo che quest’ultimo aveva intitolato un’unità delle forze speciali militari del paese agli “eroi dell’UPA”, il braccio armato dei fascisti ucraini. Questa forza è nota in Polonia per aver massacrato almeno 100.000 polacchi nell’attuale Ucraina occidentale tra il 1943 e il 1944.

Zelensky, non può essere accusato di simpatie naziste. Del resto, lui è ebreo. Resta il fatto che 100.000 polacchi uccisi è un bel numero, pare abbia commentato Netanyahu. E però anche il premier israeliano, in quanto ebreo, non può essere accusato di avere simpatie naziste. Sionista sicuramente, ma non con la svastica. Preferisce la stella.

Questa sintonia tra i crimini nazisti e quelli di Netanyahu, così come la glorificazione degli “eroi dell’UPA” da parte di Zelensky, potremmo rubricarle alla voce “eterogenesi dei fini”, nel senso che le intenzioni sono diverse da quelle dei nazisti, ma il risultato pratico è lo stesso.

martedì 9 giugno 2026

L’angelo sterminatore

 

L’11 aprile scrivevo: «Non è casuale che il governo iraniano rischi una nuova ondata di guerra contro il proprio paese insistendo su negoziati con gli Stati Uniti solo a condizione che il Libano sia incluso nell’attuale cessate il fuoco, come originariamente concordato. È in Libano che si gioca la partita, per opposti interessi; lo Stretto di Hormuz è solo uno strumento di guerra, di ricatto

Il 18 aprile, ne spiegavo i motivi: «Il Libano funge per l’Iran come avamposto contro Israele, ma c’è almeno un altro motivo importante per il quale Israele vuole occupare il Libano meridionale. Il Libano rappresenta un’eccezione in una regione dove l’acqua scarseggia e lo rende davvero oggetto di desiderio. È attraversato da oltre trenta fiumi, di cui tre sono i principali: il fiume Litani e il Wazzani, affluente dell’Hasbani, il quale a sua volta alimenta il fiume Giordano, che è il principale immissario del lago di Tiberiade, unica grande risorsa d’acqua dolce in superficie della Palestina. Il Litani scorre interamente in territorio libanese, i fiumi Wazzani e Hasbani si trovano in gran parte in territorio libanese a monte del fiume Giordano.»

In queste ore, l’Iran insiste per includere il Libano in un cessate il fuoco, dopo che domenica Israele aveva bombardato il quartiere di Dahiya, per la prima volta dal rinnovo del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, in vigore da soli tre giorni. Dal punto di vista dell’Iran, Israele ha oltrepassato una “linea rossa”. L’esercito iraniano ha lanciato una salva di missili balistici contro Israele, e Tel Aviv ha risposto al fuoco, rendendo così il cessate il fuoco ciò che era stato fin dall’inizio: inutile.

L’Iran ha stabilito un suo principio: se attaccate Beirut, noi attaccheremo Israele. Dal punto di vista iraniano, un accordo con Washington non può essere separato dal Libano, da Gaza e dagli altri teatri di aggressione israeliani. E però l’accordo di coalizione di Netanyahu codifica come dottrina di Stato che il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e inalienabile su tutte le parti della “Terra d’Israele”. Per il momento, a livello ufficiale, tale “diritto” si estende dal Mediterraneo al fiume Giordano, senza nemmeno un’ombra di autodeterminazione palestinese.

Ieri, Israele ha chiuso i valichi di frontiera di Kerem Shalom e Rafah alle evacuazioni mediche e alle consegne di aiuti a Gaza. Si sono avute altre decine di morti, la strage continua. Ma la base dell’attuale politica del governo israeliano va anche oltre e riguarda le ambizioni di un Grande Israele che si estenda dal Nilo all’Eufrate. Ambizioni che dal punto di vista della propaganda sono legittimate dalla Torah. Il disegno sionista è questo. Non dimentichiamoci che hanno dio dalla loro parte, lo stesso che inviò langelo sterminatore nellAntico Egitto.

L’Iran, pur non essendo un paese arabo, ha ben chiara la minaccia.

lunedì 8 giugno 2026

Il Papa cieco

 

Le loro encicliche generano più clamore di una grande scoperta scientifica. I loro viaggi, chiamati pellegrinaggi e coperti da media adoranti, attirano decine di migliaia di inebetiti. Ci sarebbe da chiedersi il perché, se la risposta non fosse già stata data da un mio amico di Treviri, quella che vede la comparsa dell’uomo produttore e prodotto della merce, ossia vittima della congiunzione tra schiavitù economica e religiosa (vedi alla voce “alienazione”).

Troppo spesso si dimentica che il Papa cattolico è tra i massimi rappresentanti a livello mondiale del pensiero irrazionale, quel pensiero che rappresenta la codardia di coloro che vi si rassegnano, quelli che hanno una vera passione per la sofferenza, che sacralizzano, e provano un vero amore per la povertà altrui: “C’è qualcosa di bello nel vedere i poveri accettare il loro destino e soffrire come Cristo durante la sua Passione”.

Questi fanatici della dimensione metafisica, di scienza ne capiscono meglio di chiunque altro. Infatti ritengono che “la fede nella creazione offra la spiegazione più completa e migliore di tutte le altre teorie”. Misogini, questi falsi eunuchi (Mt 19,12) impartiscono lezioni sui comportamenti sessuali degli altri. Esperti delle problematiche della famiglia, pur non avendone una loro, sono pedagogisti insuperabili per quanto riguarda l’educazione dei figli (degli altri), ma insuperabili anche nel molestarli sessualmente.

Custodi della sacralità della “vita”, rivendicano il ruolo di istruire e guidare, di avere le competenze necessarie a garantirne la sicurezza etica e morale del mondo intero. Fino al punto di definire “sicari” i medici che praticano l’interruzione di gravidanza, un “crimine abominevole”, laddove già da subito l’ovulo fecondato avrebbe statuto di soggetto giuridico. E del resto, già chi si masturba commette peccato, per fortuna scontato a caro prezzo, ossia con la cecità.

sabato 6 giugno 2026

La faccia come il culo

 

Zelensky ha invitato Putin per un incontro. Le trattative di pace, secondo il fascista ucraino, dovrebbero aver luogo con la partecipazione della UE, dunque anzitutto con la presenta del cosiddetto Alto rappresentante per gli affari esteri, vale a dire con quella ignorante russofoba della Kaja Kallas. La quale ha appena avanzato ancora una volta richieste massimaliste del tutto irrealistiche che presuppongono la sconfitta della Russia.

Zelenskyj è ancora una volta interessato alla propaganda e per nulla alla pace. Vuole scaricare la responsabilità della continuazione della guerra sull’altra parte. Con l’obiettivo di assicurarsi ulteriori miliardi in aiuti dall’Occidente, proprio mentre la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, con i voti dei Democratici e di alcuni Repubblicani, ha appena approvato un nuovo pacchetto di sanzioni e aiuti contro la Russia e a favore della corrotta cricca che tiene per la gola l’Ucraina.

È vero: la nuova offensiva ucraina con i droni contro l’entroterra russo e le vie di rifornimento verso la Crimea ha destato una certa apprensione nell’opinione pubblica russa. È altrettanto vero che la Russia sarà praticamente incapace di prevenire tali attacchi: coprire un tratto di autostrada di 600 chilometri con reti anti-drone o schierare una batteria anti- drone ogni dieci chilometri non può scongiurare definitivamente la minaccia.

Secondo fonti russe, gli attacchi vengono effettuati utilizzando droni Hornet di fabbricazione statunitense. Come sa bene ogni giardiniere, l’unico modo efficace per eliminare i calabroni è affumicare i loro nidi. Tuttavia, anche questo metodo ha una durata limitata alla stagione successiva. La domanda, quindi, è: in caso di tregua o di accordo, quali garanzie di sicurezza potrà ottenere la Russia contro future provocazioni ucraine? L’accesso a questi droni a lungo raggio indurrà molti in Ucraina a non considerare un cessate il fuoco lungo la linea del fronte come la soluzione definitiva. E la Russia non potrà permettersi di fare affidamento sugli Stati Uniti o sull’UE come garanti di una potenziale soluzione di questo tipo.

Repubblica, il giornale satirico più letto in Europa

Un drone ucraino è esploso nel porto rumeno di Costanza. Il portavoce ucraino ha dichiarato che il drone ha perso il controllo ed è deviato dalla rotta a causa di segnali di disturbo russi. Costanza si trova quasi al confine con la Bulgaria. Dunque a molte centinaia di chilometri dalla “rotta”. Inoltre, quel tipo di droni si autodistruggono in caso di perdita di contatto con l’operatore. Difatti, il Ministero della Difesa rumeno ha dichiarato venerdì che il drone si è autodistrutto alle 10:30 ora locale (07:30 GMT), “circa quattro ore dopo che era stata segnalata la sua presenza”. Raed Arafat, capo del Dipartimento rumeno per le situazioni di emergenza (DSU), ha dichiarato che il drone è stato segnalato per la prima volta intorno alle 6 del mattino. Il drone si è autodistrutto dopo che l’area era stata messa in sicurezza ed evacuata, e non si sono registrati feriti.

Secondo il presidente rumeno Nicuor Dan, quattro droni della marina ucraina erano sfuggiti al controllo e si sono poi autodistrutti: uno nel porto di Costanza, un altro al largo sotto la sorveglianza della Guardia Costiera e altri due a circa 145 chilometri a est di Costanza. Dunque non di un drone solo la marina ucraina avrebbe perso il controllo, ma di almeno altri quattro droni, come riportano i media rumeni.

Zelensky ha annunciato che l’Ucraina invierà squadre di specialisti anti-drone in Romania e negli Stati baltici. Dunque, aspettiamoci altre sorprese “russe”.

Non potendo negare questi fatti, Ursula Albrecht ha dichiarato che la guerra della Russia sta diventando sempre più una minaccia diretta per i paesi che si affacciano sul confine orientale dell’Europa. Della serie: la faccia come il culo.

venerdì 5 giugno 2026

Cristo s'è fermato a ebola

Pur di avere bollette meno care, va bene anche il nucleare. Naturalmente a debita distanza da casa nostra. Che si sa, il fallout radioattivo è ancora più fastidioso del polline. Quanto alle scorie, ci pensiamo poi (continuiamo a pagare i costi del vecchio nucleare in bolletta alla voce “oneri di sistema”). C’è per esempio l’Albania. Ma anche il Sudan, se i costi di trasporto non sono troppo alti. E poi le centrali nucleari le hanno tutti. I più coraggiosi (proprio così: “coraggiosi”) sono i nipponici.

La zona di interdizione a Fukushima riguarda ancora circa 309 kmq. Intere sezioni delle città di Tomioka, Okuma, Futaba, Namie, Katsurao, Iitate e Minamisoma sono ancora off-limits. Eh, ma lì è stata sfiga.

Acquistare il gas e petrolio russo a prezzi stracciati invece non va bene, che i russi sono invasori e ci hanno l’ebola.

La "lettera" di Zelensky a Putin

 

Durante un incontro con i capi delle principali agenzie di stampa mondiali al Forum economico internazionale di Pietroburgo, Putin ha detto ieri che Mosca è pronta al dialogo con l’Unione Europea e non ha alcuna intenzione di entrare in guerra con la NATO. Se Kiev accettasse un compromesso, il conflitto potrebbe essere risolto pacificamente. Un accordo si baserebbe sugli accordi raggiunti con il presidente statunitense Donald Trump in Alaska nell’agosto del 2025.

La lettera aperta di Zelensky al Presidente della Federazione Russa, apre con un insulto al quale fa seguire subito una minaccia: «La stragrande maggioranza degli ucraini vede di buon occhio la visita dei nostri droni a lungo raggio all’inaugurazione del vostro forum a San Pietroburgo, che hanno percorso una distanza di oltre 1.000 chilometri. Come ben sapete, questa distanza non rappresenta il limite delle nostre capacità.»

Già questo dà la misura dell’iniziativa di Zelensky: è una provocazione e un bluff. Prosegue con un falso storico: «Hai trascorso quasi metà dei tuoi 26 anni al potere in Russia a fare guerra all’Ucraina». Non contento, Zelensky ci aggiunge un altro carico: «Qualunque cosa tu possa dire sulla NATO, sulla geopolitica o sulla lingua russa, questa guerra è una tua scelta personale: una guerra senza una vera causa. È così che la storia la ricorderà».

Zelensky dà esplicitamente del codardo a Putin: «Sentiamo spesso dire che lei non ha problemi con questa guerra. Certo, non quando si tratta della sicurezza della sua residenza a Valdai o della sua parata a Mosca. La sua stessa vita è preziosa per lei». È questo il modo per aprire un dialogo, una trattativa?

La lettera, in realtà un comunicato stampa pieno di insulti, falsità e recriminazioni prosegue: «Ma ora possiamo tutti constatare che i russi stanno finalmente iniziando ad accettare con meno serenità questa realtà, ovvero il fatto che la guerra stia portando conseguenze sempre più negative alla Russia.

A loro non piacciono i nostri droni e i nostri missili. Non gradiscono la carenza di benzina e l’aumento costante dei prezzi. Non gradiscono le restrizioni costanti.

Non gradiscono la tua intenzione di lanciare una seconda ondata di mobilitazione per estendere la guerra in un’altra direzione in Ucraina o per usarla contro altri paesi confinanti con la Russia. Non gradiscono il fatto che la vostra guerra non stia per finire.

Sì, è ancora possibile costringere i russi a vivere in questo modo. Ma le risorse a disposizione si stanno riducendo drasticamente. Non avrete abbastanza denaro o capitale politico per continuare ad acquistare la lealtà dei russi come avete fatto negli ultimi 26 anni.»

Poi, altra dose di propaganda: «Ieri ho ricevuto un rapporto sulle perdite del vostro esercito sul fronte ucraino durante il mese di maggio. Ancora una volta, il numero di soldati russi uccisi e gravemente feriti ha superato i 30.000. Noi manteniamo questo livello mese dopo mese e abbiamo prove video di ciascuna delle vostre perdite: non si tratta di affermazioni vuote.

Sappiamo che il 63% delle perdite sul campo di battaglia è dovuto ai morti, mentre solo il 37% ai feriti. Nel XXI secolo, nessun esercito può permettersi un simile rapporto. E la percentuale di morti continuerà a crescere.»

Zelensky non sta scrivendo a Putin, scrive rassicurando i suoi e a chi sostiene in Europa la sua guerra: «Stiamo perdendo i nostri cari e ogni perdita è dolorosa per noi. Anche quando il rapporto tra le perdite ucraine e quelle russe è di uno a cinque o di uno a sei, la differenza rimane enorme.»

Un messaggio falso e denigratorio: «Abbiamo portato la guerra sul vostro territorio e non sareste stati in grado di affrontarla senza l’aiuto della Corea del Nord. Siete il primo leader della Russia a rivolgersi a Pyongyang per chiedere assistenza. E oggi dipendete completamente dalla Cina, cosa che non si verificava nella storia della Russia.»

Ancora un attacco personale di Zelensky a Putin: «E ora è proprio te che i tuoi funzionari, uomini d’affari e propagandisti guardano con evidente stanchezza. Il mondo intero lo vede.

Il mondo non si è stancato dell’Ucraina, come a lungo speravate. Ma cresce la stanchezza nei confronti della Russia, persino tra coloro che, nel resto del mondo, vi aiutano a eludere le sanzioni e a mantenere a galla la vostra economia. È impossibile non notarlo. Dopo 26 anni al potere, l’età comincia a farsi sentire. E con il tempo, la stanchezza non farà che aumentare.»

La verità è un’altra e si legge tra le righe della lettera: «Basta con la guerra. L’Ucraina propone di porre fine a questa guerra. Ciò deve essere fatto onestamente, con dignità e con garanzie che la guerra non venga riaccesa. Constatiamo che gli Stati Uniti sono pienamente concentrati sulla questione iraniana, e sarebbe un errore aspettare semplicemente che la guerra in Europa torni al centro della loro attenzione. L’Ucraina propone di porre fine a questa guerra attraverso un dialogo diretto tra noi e voi. Propongo un incontro.»

Zelensky propone a Putin un incontro, ma esclude pregiudizialmente gli accordi di Anchorage. La trattativa dovrebbe avvenire tra la Russia e dall’altra parte l’Ucraina e i Paesi europei, «ovvero coloro che hanno realmente la capacità di influenzare la situazione». Ossia i Paesi europei che tramite l’Ucraina sono in guerra con la Russia. È probabile che questa lettera sia stata sollecitata dalla Germania e da altri Paesi coinvolti in considerazione della crisi energetica ed economica che si profila sempre più minacciosa.

Zelensky non può che ubbidire, ma la butta in caciara, accusando ancora la Russia: «La vostra guerra ha diviso per sempre l’Ucraina e la Russia. [...] Ma anche voi dovrete lottare molto più duramente per la vostra stessa esistenza, non per quella della Russia, ma per la vostra. E questa non è una minaccia da parte mia o dell’Ucraina. È un fatto della storia russa che conoscete bene: quando la Russia si stanca, arriva il cambiamento.»

Chiede il cessate il fuoco per potersi rifornire di armi e di uomini: «L’Ucraina è pronta per un cessate il fuoco completo per tutta la durata dei negoziati». Quindi, l’ultima minaccia personale rivolta a Putin: «Se personalmente non giungerete alla conclusione che è ora di porre fine a questa guerra, l’Ucraina continuerà a lottare per la propria sopravvivenza. Avremo coloro che ci sosterranno.»

Non manca, in una lettera così diretta e personale a Putin, un saluto fraterno: «Gloria all’Ucraina!».

I media occidentali, spudoratamente come è loro costume, potranno dire che Putin ha rifiutato la proposta di trattativa lanciata pubblicamente da Zelensky. Il quale ha solo una speranza per rimanere al potere e ricevere denaro da chi lo sostiene: che la guerra continui.

giovedì 4 giugno 2026

Al servizio dei sionisti

 

Il 10 maggio, l’ufficio di Benjamin Netanyahu ha annunciato ufficialmente che, durante l’aggressione all’Iran, il Macellaio di Gaza aveva visitato segretamente Abu Dhabi capitale degli Emirati Arabi Uniti, senza specificare una data precisa né fornire dettagli. Ciò ha causato un palese imbarazzo per la famiglia al potere, e in particolare per il presidente Mohammed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan. Gli Emirati hanno immediatamente e categoricamente smentito che tale visita avesse avuto luogo.

Sono seguite ulteriori “rivelazioni”, fatte trapelare ai media israeliani da fonti interne: David Barnea, capo del Mossad (intelligence estera), il cui mandato si è ufficialmente concluso ieri l’altro, avrebbe tenuto colloqui ad Abu Dhabi almeno due volte durante la guerra, a marzo e ad aprile. Anche David Zini, capo dello Shin Bet (intelligence interna), e il capo dell’esercito Ejal Zamir, insieme ad altri due alti ufficiali, avrebbero tenuto “colloqui di coordinamento strategico” negli Emirati. Anche queste affermazioni sono state categoricamente smentite ad Abu Dhabi.

Il 26 maggio, l’emittente statale israeliana KAN e il quotidiano Haaretz, hanno riferito che Zini ad Abu Dhabi aveva incontrato Mohammed Dahlan, ex capo della sicurezza di Fatah nella Striscia di Gaza, che vive in esilio lì dal 2011. Nei giorni successivi, la KAN ha approfondito la questione: Dahlan aveva già incontrato diverse volte negli ultimi anni alti rappresentanti delle forze armate israeliane e dello Shin Bet “per discutere scenari postbellici per la Striscia di Gaza”, nei quali Dahlan, secondo le visioni israeliane e americane, avrebbe dovuto svolgere un ruolo centrale.

I media israeliani affermano che il comitato amministrativo istituito nell’ambito del “piano di pace Trump” per le restanti parti della Striscia di Gaza non direttamente rivendicate da Israele è composto in gran parte da uomini vicini a Dahlan. L’emittente KAN, citando una fonte anonima, lo ha descritto come ancora “l'uomo più potente della Striscia di Gaza” grazie alla sua capacità di raccogliere fondi. Si dice che Dahlan, già ricco, abbia accumulato una fortuna nella sua patria adottiva (il suo patrimonio personale è stato stimato ben oltre i 120 milioni di dollari) e che vanti ottimi contatti con i ricchi e i potenti.

La comunità internazionale venne a conoscenza per la prima volta di Dahlan, nel 1994 fu nominato dall’Autorità Palestinese a Ramallah capo della sicurezza della Striscia di Gaza nominato (fu accusato di aver torturato diversi militanti di Hamas). Nel 2003 fu nominato ministro per la sicurezza da Mahmoud Abbas, nonostante l’opposizione di Arafat.

Hamas uscì vittorioso dalle elezioni parlamentari palestinesi del 25 gennaio 2006. Per la prima volta in un’elezione, aveva ottenuto il 44,45% dei voti, superando Fatah, che aveva ricevuto il 41,43%. Il risultato si rifletteva ancora più chiaramente nel numero di seggi: 75 per Hamas, 45 per Fatah. Sotto l’intensa pressione degli Stati Uniti e dell’UE, il presidente Mahmoud Abbas si rifiutò di collaborare, costringendo di fatto Hamas a formare un governo monocolore.

Gli Stati Uniti, in particolare, avevano “incoraggiato” Abbas a nominare Dahlan, nonostante la resistenza di Hamas, a capo del neo-costituito Consiglio di Sicurezza Nazionale Palestinese nel marzo 2007. In questo ruolo, comandava migliaia di uomini armati (circa 20.000) nella Striscia di Gaza. Nell’aprile 2008, la rivista Vanity Fair ricostruì come, dopo le elezioni del gennaio 2006, Dahlan fosse diventato la figura centrale di un piano statunitense per rovesciare il governo di Hamas. Dahlan organizzò unità paramilitari di diverse migliaia di combattenti addestrati con l’assistenza americana nei paesi arabi e fece pressioni su Israele affinché consentisse alle forze di Fatah a Gaza di ricevere grandi carichi di armi e munizioni per combattere Hamas. Ma Hamas agì più rapidamente: in soli cinque giorni, dal 10 al 15 giugno 2007, i suoi combattenti ebbero la meglio. Fatah fu costretto a ritirarsi dalla Striscia di Gaza.

Nel 2009 Dahlan fu eletto nel comitato centrale di Fatah, fino alla sua espulsione dal partito nel 2011 a causa delle numerose accuse di corruzione e abuso di potere e per le dichiarazioni del presidente palestinese Mahmoud Abbas che lo accusò di aver ucciso Arafat avvelenandolo (tracce del veleno radioattivo polonio furono trovate sugli effetti personali di Arafat). Dahlan fuggì negli Emirati Arabi Uniti, dove è diventato consigliere del presidente.

Nei media israeliani e internazionali, Dahlan appare come una figura chiave nell’influenzare gli stati arabi della regione. Si dice che abbia avuto un ruolo nel cosiddetto “Accordo del secolo” (Peace to Prosperity) del 2019 tra Israele e i palestinesi, promosso da Donald Trump, così come nella firma degli Accordi di Abramo l’anno successivo. Attraverso il partito Movimento per la Riforma Democratica da lui fondato, continua a cercare di esercitare influenza sulla politica palestinese (*).

Nel 2020, l’ambasciatore statunitense in Israele David Friedman ha dichiarato in un’intervista che gli Stati Uniti considerano Dahlan un futuro sostituto del presidente palestinese Abbas.

C’è da chiedersi a chi giova la diffusione di queste notizie. Essendo all’oscuro delle varie e intricatissime trame, non è possibile rispondere. Tuttavia, mi guarderei bene dal prendere un qahwa o un affuch offertomi da qualunque dei personaggi citati.

(*) Peace to Prosperity è un piano di pace proposto nel 2019 e presentato formalmente nel gennaio 2020 dall’amministrazione Trump. Il progetto proponeva una soluzione a due Stati con forti concessioni a favore di Israele. I punti chiave includevano: Gerusalemme riconosciuta come capitale indivisibile di Israele, mentre la capitale palestinese sarebbe stata stabilita nei quartieri periferici orientali oltre la barriera di separazione; territori e confini: prevedeva che circa il 30% della Cisgiordania (inclusa la strategica Valle del Giordano e tutti gli insediamenti israeliani) passasse sotto sovranità israeliana. In cambio, ai palestinesi sarebbe stato concesso un territorio desertico adiacente al confine con l’Egitto. Il futuro Stato di Palestina sarebbe stato smilitarizzato e soggetto a rigide condizioni di sicurezza e controllo da parte di Israele.

*

Di seguito propongo, in lingua originale e integralmente, la lettura dell’articolo di Vanity Fair. Un articolo che, seppur datato, ci racconta in dettaglio più cose interessanti sul tema mediorientale di quante ne abbiamo lette e sentite a cura dalle nostre grandi firme del giornalismo.

April 2008 

The Gaza Bombshell

After failing to anticipate Hamas’s victory over Fatah in the 2006 Palestinian election, the White House cooked up yet another scandalously covert and self-defeating Middle East debacle: part Iran-contra, part Bay of Pigs. With confidential documents, corroborated by outraged former and current U.S. officials, the author reveals how President Bush, Condoleezza Rice, and Deputy National-Security Adviser Elliott Abrams backed an armed force under Fatah strongman Muhammad Dahlan, touching off a bloody civil war in Gaza and leaving Hamas stronger than ever.