Nel romanzo, Konrad, riflettendo a voce alta, dice che Krisztina è morta nel millenovecentosette. Sempre Konrad, ricominciando a contare a mezza voce, afferma che Krisztina è morta all’età di trent’anni, otto anni dopo che lui se ne era andato insalutato ospite. Ora, nel momento in cui s’incontrano di nuovo i due amici, Henrik e Konrad, a distanza di quarantuno anni, Krisztina avrebbe sessantatré anni. Da ciò, deduco aritmeticamente che la cena tra i due vecchi amici avviene nella tarda estate del 1940. Pertanto sembra evidente un errore cronologico nel racconto: Konrad, diventato nel frattempo cittadino britannico residente a Londra, non poteva ricomparire a Vienna in quell’anno di guerra e poi nella villa dall’amico austriaco.
Errori cronologici di questo tipo sono abbastanza frequenti nei romanzi. Solo che in questo caso l’Autore ne è consapevole poiché scrive: «Il tempo è passato, e il mondo ha preso fuoco ancora una volta.» Dieci anni o cento anni, non è questo che gli interessa.
Il romanzo in questione è a volte ripetitivo e inutilmente prolisso nelle stereotipate descrizioni ambientali zeppe di candelabri, lacchè e altre domestiche cose. Che il Konrad emigri ai Tropici, per esempio, è un topos di madreperla fin troppo frusto. Dei due vecchi seduti davanti al caminetto acceso, solo uno di loro parla all’altro. Un monologo ininterrotto per decine di pagine.
Vi rintraccio anche un riferimento a Riva e ad Arco. Così le descrive: «Pernottiamo a Riva, poi, in automobile, raggiungiamo Arco nel pomeriggio, dopo aver percorso le rive del lago di Garda, profumate di fiori e di aranci.» Se ci sono dei luoghi che conosco bene al mondo, questo è il triangolo Riva-Torbole-Arco. Per andare da Riva ad Arco non è necessario percorrere il lungolago poiché la cittadina dove nacque Giovanni Segantini è all’interno e non sul lago. Quanto agli aranci, in quella zona non ve ne sono.
Nella prima bandella di copertina leggo che il «lettore sente la tensione salire, riga dopo riga, fino all’insostenibile, mentre scorre una prosa incalzante, nitida, senza scampo». Insomma sarebbe un romanzo talmente avvincente che potresti leggerlo in piedi nella tua libreria incurante che fuori la grandine trafigga le persiane.
Spiace dirlo, non sono quel tipo di lettore, nulla che abbia scosso la mia depressione o le mie gioie. Non evoca nemmeno il profumo di un momento. Non per una mia eventuale congenita arida insensibilità, ma perché appare abbastanza chiaro, ben prima del finale, il “motivo” del romanzo, ossia che è quasi sempre a causa di una donna che va a finire in vacca l’amicizia tra due uomini. E del resto trovo in alcune sue opere banale perfino Shakespeare, che ha però l’attenuante di scrivere nel XVI secolo e il pregio di “una prosa incalzante, nitida, senza scampo”.
L’Autore pubblicò questo suo romanzo nel 1942, quando l’Europa era tutta una brace. Preferisco Omero che, di notte, sotto una tenda, sogna Elena. La letteratura esiste ancora, viva e nuda, ma è ancora quella di molto tempo fa.
Ah, dimenticavo di dire il titolo del romanzo al quale mi riferisco, ma a questo punto l’avrete indovinato sicuramente. E dunque sapete che infine Henrik dice a Konrad: «Ecco qual è la mia vendetta. E adesso mi risponderai.»
C'è un compositore italiano, di nome Tutino, che ne ha tratto un'opera. Una sadica rottura di balle.
RispondiEliminaÈ vero. Uno specialista del genere. Sapevo che tu sapevi del romanzo. L'hai anche letto? Causa sconvolgimento ora legale l'ho finito stanotte. Hai ragione, una gran rottura.
EliminaEssendo io un diverso, leggo più facilmente la saggistica della narrativa del 900. Quindi no, non l'ho letto, ma avendo ascoltato l'opera (non tutta, vedi che sono ancora vivo) sapevo dell'esistenza del romanzo e della sua trama. A dire il vero, quanto a romanzi faccio una larga eccezione per i thriller angloamericani (tipo Ken Follett)
EliminaEgo te absolvo
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