domenica 22 marzo 2015

Il futuro della rivoluzione sociale è già qui, asini!


I contributi che l’intellighenzia “de sinistra” offre all’ideologia borghese sono insostituibili per il mantenimento dello status quo quanto quelli che l’intellighenzia “laica” spalma in lode del papato sono essenziali al mantenimento in vita del cattolicesimo. È il turno di Alessandro Gilioli di raccontarci la sua versione della crisi del capitalismo e di come risolverla, lo fa con un lungo intervento nel suo blog dal titolo: Capitalismo, tecnologia e welfareuniversale.

Scrive Gilioli: “la macchina del capitalismo si inceppa malamente. Senza i consumi, infatti, non funziona”. In dettaglio: “Un precario, per antonomasia, non aiuta la ripresa la consumi. E' questa la contraddizione principale dell'ideologia neoliberista: cercare di rendere i lavoratori flessibili mantenendo i consumatori voraci. Non può funzionare”.

Bravo, non può funzionare all’infinito. E però questo non dipende dalla contraddizione principale dell'ideologia neoliberista, come Gilioli dà da bere ai suoi lettori, poiché prima ancora tale contraddizione principale riguarda un fatto concreto e non solo una concezione  ideologica, ossia concerne la contraddizione su cui poggia il modo di produzione capitalistico. Ma procediamo per gradi.



I fautori della teoria del sottoconsumo ritengono che la contraddizione centrale dell’economia capitalistica sia tra produzione e consumo. Essi individuano la causa della crisi nella sovrapproduzione di merci determinata dalla loro impossibilità a realizzarsi in seguito al sottoconsumo, vale a dire alla povertà e alla limitatezza di consumo delle masse.

È vero, nel modo di produzione capitalistico, la contraddizione tra produzione e consumo assume una rilevanza di primo piano. La crisi di sovrapproduzione, infatti, è anche “crisi di sottoconsumo”, benché quest’ultima, ne rappresenti un lato, un aspetto, e non la necessità.

Le contraddizioni operanti nella sfera del consumo, infatti, sono indotte da quelle interne alla sfera della produzione. Di conseguenza la genesi della crisi va ricercata nella produzione di plusvalore, e non nella sua realizzazione. Procedere in senso inverso, collocando cioè la contraddizione principale nella circolazione, conduce inevitabilmente alle interpretazioni della crisi come crisi di sottoconsumo. Questa tesi alimenta l’illusione che sia possibile risolvere la crisi intervenendo sulla sfera del mercato, in definitiva agendo sul movimento del denaro e la distribuzione della ricchezza (magari semplicemente tassando "les riches" e riducendo gli sprechi, cose peraltro, sia ben inteso, auspicabili).

Non è dunque solo una teoria, quella liberista, ad essere in causa, ma dei fatti concreti, testardi. E non ci può essere “sistema reciprocamente mutualistico”, come invece ritiene Gilioli, che possa risolvere la contraddizione centrale su cui poggia il modo di produzione capitalistico, ossia quella tra valore d'uso e valore di scambio.

*

Anche Gilioli nella sua disanima parte, almeno in premessa, dalla produzione per arrivare poi, come detto, alla questione dei consumi, ossia della circolazione, cioè a riproporre la teoria del sottoconsumo:

«La flessibilizzazione del lavoro, in sé, non è il frutto di un complotto e nemmeno di un disegno del neoliberismo per ridurre i diritti dei lavoratori. È il frutto di cambiamenti tecnologici che rendono i sistemi di produzione sempre più veloci e instabili.»

Qui si confonde una necessità economica reale con un fenomeno sociale che ne è il prodotto. È vero, indubitabilmente che il capitalismo, nel suo sviluppo tecnico e tecnologico, tenda a rendere obsoleti certi lavori e certe mansioni, ma la cosiddetta flessibilizzazione del lavoro riguarda il modo in cui il capitalismo, assecondando il suo scopo fondamentale, ossia la produzione di plusvalore, produce effetti nella divisione sociale del lavoro e nelle forme legali del suo sfruttamento (*).

Non è lo sviluppo tecnologico causa delle crisi, sia per quanto riguarda le crisi del passato così come per la crisi storica del modo di produzione capitalistico di cui possiamo apprezzare il dispiegarsi degli effetti in modo così evidente.

Nel modo di produzione capitalistico il processo lavorativo si presenta solo come mezzo per il processo di valorizzazione (e in tal senso vanno viste le tendenze necessarie ad accorciare il tempo di lavoro per mezzo dello sviluppo della tecnica), ne consegue che la contraddizione tra valore d'uso e valore di scambio tende a divaricarsi sempre più con lo sviluppo della tecnologia applicato alla produzione. Tale dinamica è alla base della crisi generale storica del modo di produzione capitalistico.

In altri termini, anzitutto va rilevato che il cosiddetto "progresso tecnico" è semplicemente "progresso delle tecniche capitalistiche", e ogni feticizzazione della tecnica serve alla borghesia per mascherare il suo giuoco. Infatti, dal lato della classe operaia, il "progresso tecnico" si manifesta come aumento della produttività e dell'intensificazione del lavoro; dal lato del capitale, invece, come accrescimento del tempo di pluslavoro. Come si vede, uno stesso fenomeno provoca non solo differenti interpretazioni, per quanto la borghesia intenda spacciarlo univocamente come “progresso sociale”, ma soprattutto due diverse determinazioni concrete.

Con lo sviluppo della grande industria e la sussunzione della scienza nel capitale aumenta enormemente la forza produttiva del lavoro. Se la produzione di valori d’uso tende a scindersi dal tempo di lavoro vivo, quest’ultimo continua tuttavia a permanere, in quanto misura del valore di scambio, come unica fonte di valorizzazione del capitale. Ma poiché nel capitalismo gli oggetti d’uso disponibili dipendono dalle esigenze del capitale, il cui scopo è direttamente il valore e non il valore d’uso, la produzione di valori d’uso si restringe quando le merci non possono realizzarsi come valori, cioè quando il capitalista non è più in grado di realizzare il plusvalore contenuto nelle merci.

Ed è questa la causa delle periodiche crisi capitalistiche come le abbiamo conosciute in passato. La ricchezza non viene creata non perché non ci siano bisogni umani da soddisfare (durante le depressioni aumenta il numero dei poveri), ma perché non vengono soddisfatti i bisogni del capitale. È il modo di concepire e di misurare la ricchezza che impedisce il suo estendersi all’intera società come ricchezza reale, come “universalità dei bisogni, delle capacità, dei godimenti, delle forze produttive, ecc., degli individui; pieno sviluppo del dominio dell’uomo sulle forze naturali, tanto su quelle della cosiddetta natura, che su quelle della sua propria natura” (**).

La contraddizione tra valore d’uso e valore è la contraddizione fondamentale del capitalismo, che, con la crescita dell’accumulazione, pone le premesse per la sua negazione, in quanto lo sviluppo delle forze produttive entra in contrasto con la forma e la natura che esse assumono nel modo di produzione capitalistico, cioè con i rapporti di produzione esistenti.

“Questi rapporti – scrive Marx –, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale”.

Il futuro di questa rivoluzione è già qui, asini!


(*) È vero, come osserva Gilioli, che il vecchio mestiere del linotipista non esiste più, ma si dimentica di dire che esso è stato sostituito dalla fotocomposizione. Se questo nuovo modo di comporre i testi, non più usando il piombo ma l’elettronica (digitalizzazione del testo) e la chimica (sviluppo delle pellicole e poi incisione della lastre), riduce i tempi di lavorazione rispetto al passato e dunque il lavoro necessario, è altrettanto pacifico che con una diversa organizzazione sociale del lavoro si potrebbe far lavorare gli addetti a questo settore per quattro anziché otto ore, tre giorni alla settimana invece di cinque o sei. Eccetera.

Insomma, il modo in cui viene impiegata e sfruttata la forza lavoro ha a che vedere con lo scopo precipuo della produzione capitalistica, l’estrazione di plusvalore, ed è ciò che determina la giornata lavorativa e il livello d’occupazione della forza-lavoro. Senza dire che il capitale ha la necessità di avere a disposizione un congruo numero di disoccupati e sottoccupati per tenere bassi i salari. Se nell’industria e nei servizi la giornata lavorativa fosse, per esempio, ridotta della metà, si avrebbe subito un raddoppio dell’occupazione.

I Pierini come Gilioli sono subito pronti a far notare che la riduzione dell’orario di lavoro, ossia dello sfruttamento, comporterebbe un indubbio svantaggio in termini di concorrenza. Questo è un problema del capitalismo, appunto, che può essere risolto solo con un nuovo tipo di organizzazione sociale del lavoro. Gilioli non crede che ciò sia possibile, che si tratti di utopie? Sono fatti suoi se il “capitalismo non funziona”, ma non ci venga a raccontare frottole, a dirci che il cancro si sconfigge con le vitamine.

(**) Il passo integrale tratto dai Grundrisse è questo:
«Ma in fact, una volta cancellata la limitata forma borghese, che cosa è la ricchezza se non l’universalità dei bisogni, delle capacità, dei godimenti delle forze produttive, ecc, degli individui, creata nello scambio universale? Che cosa è se non il pieno sviluppo del dominio dell’uomo sulle forze della natura, sia su quelle della cosiddetta natura, sia su quelle della propria natura? Che cosa è se non l’estrinsecazione assoluta delle sue doti creative, senza altro presupposto che il precedente sviluppo storico, che rende fine a se stessa questa totalità dello sviluppo, cioè dello sviluppo di tutte le forze umane come tali, non misurate su di un metro già dato? Nella quale l’uomo non si riproduce in una dimensione determinata, ma produce la propria totalità?».

12 commenti:

  1. ALESSANDRO GILIOLI,e' un bravo "ragazzo"!
    Un tempo quando avevo piu'tempo per leggere,saltuariamente ,seguivo pure "lui".
    Ora giustamente ,sono stato infettato dalla sindrome del cattivo consumatore,per cui mi riduco ad una sola fonte di informazione generalista,su internette.
    Per il resto rispolvero la vecchia "biblioteca"piena di libri poco letti,magari aggiornandola con qualche buon testo ,decisamente obsoleto.

    Cara Olympe,alle tue osservazioni,che condivido,mi permetteto di aggiungere solo poche notazioni :

    A) Quello di Gilioli ,mi sembra un pezzo ,molto giocato ,sugli aspetti psicologici..sembra sempre per rimanere in tema di Welfare,dopo che non risorge nonostante siano passati i "tre giorni"..che ci si stia accorgendo di avere la necessita' di elaborare un nuovo testamento..un paolo,un agostino,un ambrogio..tanto per fare alcuni esempi calzanti.
    B)In sostanza all'occidente "opulento",si fa per dire,ben sapendo che e' difficile far capire che occorrono livelli piu'bassi di sussistenza,dopo abitudini piu'alte...occorre far sentire ugualmente piu' felici le masse di salariati,far diventare l'insicurezza ,altra sicurezza,una cura Omeopatica,con iniezioni di acqua ad effetto placebo,comportanti meno spese sociali.
    Un terreno fertile per "media" nuovi
    Consolante il fatto che questo rimane un problema che hanno "loro" e che non risolve nessun problema di fondo.
    C) Gilioli comunque afferma una cosa importante :

    .." chiamat3lo come volete,Capitalismo mutualistico o finalizzato alla continuita'di reddito (parbleu),oppure Social democrazia dell'era tecnologica..IN FONDO E' LO STESSO.."
    Appunto..questo vuol dire fine del sindacato tradeunionista naziomale,ormai all'ossigeno,..almeno ci si renda conto che se si vuol far resuscitare il moribondo occorre al meno UN SINDACATO DEI SALARIATI INTERNAZIONALE...Altrimenti per carita' ci sono gia'tante Onluss in giro per il mondo.



    ...

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  2. Avrei una domanda da porre: se è vero che l'unica "merce" da cui si estrae plusvalore è la forza lavoro (ossia il capitale variabile); con il progresso scientifico ciò che aumenta è il solo capitale costante (dal quale non si estrae plusvalore), ma allora perché il capitalista continua ad investire in innovazione al fine di produrre più merce che poi non verrà assorbita dal mercato?
    AG

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    1. In termini semplici, possiamo osservare che il capitalista per appropriarsi di più plusvalore e far fronte alla concorrenza deve costantemente aumentare la produttività del lavoro nelle sue fabbriche. Ciò impone il miglioramento e l’aumento incessante del livello tecnico degli impianti e dei macchinari.

      L’aumento della composizione organica del capitale è dunque una tendenza necessaria dello sviluppo capitalistico e rappresenta, come ho sommariamente illustrato nel post, la causa delle crisi di sovrapproduzione.

      Per l’analisi dettagliata di questo fenomeno servirebbe una lunga premessa che riguarda il processo di accumulazione (ossia la trasformazione del plusvalore in capitale); poi la tendenza del saggio del profitto a cadere; poi bisogna considerare che la scala della produzione è data tecnicamente, poiché per la sua espansione è necessaria una quantità definita di capitale, posto che la grandezza del plusvalore per consentire la valorizzazione non è arbitraria. In altri termini per l’espansione quantitativa e qualitativa della scala di produzione è necessaria una quantità minima di capitale addizionale, quantità che nel processo di accumulazione diventa, a causa della crescita accelerata del capitale costante, sempre maggiore.

      sul piano generale possiamo dire che la produzione capitalistica racchiude una tendenza verso lo sviluppo assoluto delle forze produttive, e che però nel farlo trova dei limiti immanenti che tende continuamente a superare, ma riesce a superarli unicamente con dei mezzi che la pongono di fronte agli stessi limiti su scala nuova e più alta.

      Se il modo di produzione capitalistico è quindi un mezzo storico per lo sviluppo della forza produttiva materiale e la creazione di un corrispondente mercato mondiale, esso è al tempo stesso la contraddizione costante tra questo suo compito storico e i rapporti di produzione sociali che gli corrispondono.

      Pertanto, per quanto mi riguarda, guardo al capitalismo da una prospettiva scientifica, non da una prospettiva politica o sociologica, e tantomeno da una prospettiva morale ed emotiva.



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    2. Ultima delucidazione: se per assurdo tutti i capitalisti fossero in regime di monoplio nel loro settore di riferimento, non avrebbero necessità di investire in ricerca e sviluppo per accrescere il capitale costante?
      La ringrazio
      AG

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    3. il modo di procedere del capitalismo, così come di qualunque altro fenomeno sociale o naturale, è dialettico. da un lato il capitale ha interesse a diminuire l'impiego di forza-lavoro, sviluppando la tecnica, e con ciò accrescere l'estrazione del plusvalore, mentre dall'altro assiste con raccapriccio alla caduta del saggio del profitto. saggio del profitto e saggio del plusvalore non sono ovviamente la stessa cosa, poiché il primo si calcola in rapporto al capitale complessivo e il secondo in rapporto al solo capitale variabile.

      ad ogni buon conto le segnalo questi post:

      http://diciottobrumaio.blogspot.it/2013/03/la-legge-piu-importante.html

      del seguente post, invece, è importante, leggere con attenzione ANCHE la penultima nota

      poi anche questo:

      http://diciottobrumaio.blogspot.it/2014/01/il-lato-b-del-capitalismo.html

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    4. Grazie. Ho seguito anch'io la discussione (e letto il post da cui essa è derivata), ed ora mi accingo a leggere i links da lei segnalati.
      Saluti ad entrambi.

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    5. La ringrazio innanzitutto per la lectio magitralis e i post indicatimi, riassumo brutalmente quanto ho appreso, mi corregga se sbaglio (la matematica mi è stata alleata preziosissima, almeno quanto lei, nel processo di apprendimento): premettendo che il saggio del plusvalore è differente dal saggio del profitto, aumentando il capitale costante (c) il saggio di plusvalore (pv) può restare stabile (in proporzione sempre alle grandezze), mentre ciò che cambia è il saggio del profitto che scenderebbe. Per cui il capitalista pur mantenendo costante il saggio di plusvalore (aumentando il capitale costante) non si avvede della caduta del saggio del profitto.
      Attendo suoi lumi e mi scusi per la petulanza.
      AG

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    6. il saggio di plusvalore (pv) può restare stabile ma anche AUMENTARE

      il saggio del profitto tende a cadere come da esempi che le ho indicato

      il capitalista s'avvede eccome che della caduta del saggio del profitto, difatti non riesce a spiegarsi (ovvero lo spiega a modo suo) il fatto che in proporzione al capitale complessivo investito il saggio del profitto subisca una caduta.

      per l'impegno 30 e lode.

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    7. Ultima cosa, se può indicarmi dei post passati in cui tratta l'argomento su come i capitalisti spiegano la caduta del saggio di profitto.
      Grazie
      AG

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    8. semplicemente non se la spiegano poiché non hanno gli strumenti analitici per farlo. scrive marx:

      Per quanto la legge appaia semplice dopo le illustrazioni fin qui date, l’economia (come vedremo in una delle sezioni che seguono) sino a questo momento non è riuscita a scoprirla. Essa ha constatato la esistenza del fenomeno e si è data da fare per spiegarlo con tentativi contraddittori. Considerata l’enorme importanza che questa legge riveste nella produzione capitalistica, possiamo dire che essa costituisce il mistero da svelare alla cui soluzione si è affaticata tutta l’economia politica sin da Adam Smith; la differenza tra le diverse scuole, da Smith in poi, sta nei differenti tentativi per trovare tale soluzione. Del resto, se pensiamo che l’economia politica ha sino a questo momento cercato a tentoni di formulare la differenza fra capitale costante e capitale variabile senza riuscirvi con precisione, che non ha mai fatto distinzione fra plusvalore e profitto, né ha mai spiegato cos’è il profitto puro separato dai vari elementi che lo costituiscono che sono resi reciprocamente indipendenti come profitto industriale, commerciale, interesse, rendita fondiaria; che non ha mai fatto un’analisi esauriente delle differenze nella composizione organica del capitale e ancor meno nella formazione del saggio generale del profitto, allora non ci si deve più meravigliare del fatto che essa non sia mai riuscita a trovare soluzione a tale problema.

      http://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_3/Marx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_III_-_13.htm

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    9. Grazie ancora
      Saluti
      AG

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  3. Olympe,
    “Il sistema creditizio accelera lo sviluppo materiale delle forze produttive e la formazione del mercato mondiale come fondamento materiale della nuova forma di produzione. Nello stesso tempo, il credito affretta le violente eruzioni di questo antagonismo, le crisi, quindi gli elementi dissolventi del vecchio modo di produzione. Questi i caratteri immanenti del sistema del credito: 1) sviluppare la molla della produzione capitalistica fino al più puro e colossale sistema di gioco ed imbroglio; 2) limitare sempre più il numero dei pochi che sfruttano la ricchezza sociale; 3) realizzare la forma di transizione a un nuovo modo di produzione (Marx, Il Capitale, Libro III, cap XXVII)”.
    “Non è una crisi congiunturale: la crisi di oggi non è altro che una delle oscillazioni entro un ciclo di crisi più lungo e cronicizzato, databile dall'inizio degli anni '70 e da allora sempre uguale a sé stesso.
    Queste oscillazioni interne al presente ciclo, molto più ampie in termini assoluti di quelle verificatesi durante il ciclo di crisi del 1929-39, non sono state accompagnate da effetti altrettanto devastanti sulla società. Hanno cioè distrutto molto meno capitale in percentuale rispetto all'attuale capitalizzazione delle borse e all'attuale massa del capitale finanziario. Ma sarebbe un grave errore pensare che tutto l'arco quasi quarantennale di questa crisi sia da attribuire semplicemente alle oscillazioni di borsa, agli effetti monetari, alla speculazione o agli abbagli di capitalisti e governanti. E' vero invece il contrario: tutto ciò che avviene a livello del capitale fittizio non è altro che la sintomatologia di ciò che avviene a livello del capitale reale.
    La differenza è in Marx, che chiama capitale reale la massa di valori che entra ed esce dal ciclo produttivo, compresa quella che serve alla circolazione del denaro e delle merci, e capitale fittizio la massa monetaria derivata, cioè quella che si forma esclusivamente nella circolazione, ad esempio una cambiale che, servita a una transazione materiale (denaro contro merci o servizi), viene scontata in una banca che a sua volta la adopera come mezzo di pagamento, cioè come denaro. E se è capitale fittizio ogni sopravalore che apparentemente si formi nella circolazione (da non confondere quindi con il plusvalore), è capitale fittizio anche il reddito di un azionista d'industria che venda la proprie azioni ricavandone, oltre ai dividendi (plusvalore), anche un sopravalore di mercato.
    Si capisce allora come, in un modo di produzione arrivato al suo limite già ai tempi di Marx, e oggi ormai quasi interamente basato sul credito e sulla finanza, le crisi si manifestino in primo luogo a livello finanziario, monetario, azionario, creditizio. A prima vista, infatti, non si tratta che della convertibilità in denaro delle suddette cambiali, che oggi si sono per lo più trasformate in complessi strumenti finanziari, derivati, ecc.). Tuttavia queste cambiali non potrebbero esistere se in origine non fossero servite come pagherò per scambi di merci e servizi reali. I mutui subprime, che la leggenda vuole all'origine dell'attuale disastro finanziario, non sono altro che cambiali, dei pagherò legati a un'ipoteca immobiliare, "scontati" nel mercato interbancario, impacchettati in titoli che si chiamano giustamente derivati e sono fatti circolare come denaro da reddito".
    Saluti

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