domenica 2 agosto 2026

L'aneddoto di Most

 

Nel dicembre del 1984, la Fondazione Marx-Engels di Wuppertal ricevette in dono da un libraio antiquario di Düsseldorf un vecchio libretto senza retrocopertina. Si scoprì che si trattava della copia personale di Marx, a lungo ritenuta perduta, della seconda edizione di una riduzione de Il Capitale redatta da un certo Johann Most nel 1873 (*).

La prima edizione di quell’opuscolo di Most, pubblicata a Chemnitz, aveva per titolo Capitale e lavoro. Compendio popolare del Capitale di Karl Marx. La seconda edizione conteneva diverse correzioni, che l’Istituto per il Marxismo-Leninismo di Berlino, consultato per un’analisi, confermò essere autografe di Marx, il quale aveva consentito a Most di ripubblicare il suo riassunto a condizione che il suo nome non comparisse, ciò a dimostrare della scarsa considerazione che Marx attribuiva al compendio di Most e la possibilità di correggerne solo gli errori più gravi.

Come si era arrivati a questa seconda edizione della riduzione de Il Capitale da parte di Most e con le correzioni di Marx? Nell’estate del 1875, Wilhelm Liebknecht e Julius Vahlteich, in qualità di rappresentanti del Partito operaio socialdemocratico, si rivolsero a Marx chiedendogli di rivedere l’opuscolo di Most per una nuova edizione.

Marx acconsentì e si mise subito al lavoro, nonostante la sua salute cagionevole. Quasi un anno dopo, nell’aprile del 1876, il pamphlet fu stampato e Marx ne ricevette diverse copie che, come su sua richiesta, non recavano il suo nome.

Marx si mostrò subito poco entusiasta (eufemismo) dell’opuscolo. Nella lettera a Adolpf Sorge, del 27 settembre 1877, lo descrisse come “pieno dei peggiori refusi” di stampa. Dolendosi del comportamento di Liebknecht e Vahlteich per come era stata condotta la faccenda, denunciava “le molte asinate commesse da Most”, descrivendolo come “un ragazzo futile, sempre pronto a utilizzare subito come materiale per uno stampato qualunque cosa legga”. Chiosava Marx: “infine l’opuscolo uscì brulicante di refusi che ne travisano il senso!” (Marx-Engels, Lettere 1874-1879, ediz. Lotta comunista – vol. XLV non edito della MEOC –, p. 225).

La divulgazione, ovvero la semplificazione di un testo scientifico, è possibile solo se questo è stato realmente compreso. In questo caso, Most si trovò in difficoltà, tanto che, invece di limitarsi a rivedere il vecchio testo, Marx ne scrisse in gran parte uno nuovo. Si sentì costretto a riscriverlo a causa di due principali debolezze nell’opera di Most: la mancata comprensione del concetto di valore e la mancanza di comprensione delle forme di valore. Vale a dire i pilastri dell’economia politica e della analisi critica compiuta da Marx.

Solo un esempio: Most tratta il nucleo della teoria del valore in modo molto conciso e confuso (15 righe!), mentre Marx vi dedica oltre venti pagine ne Il Capitale. Sebbene Marx nelle sue revisioni testuali non mettesse in discussione il principio di divulgazione di Most, ovvero l’uso delle sole categorie indispensabili, resta il fatto che Most non arrivò nemmeno a comprendere chiaramente l’importanza della contraddizione intrinseca e divaricantesi tra valore e valore d’uso all’interno della merce.

Come nel caso della forma di valore, la debolezza di Most nella comprensione dei concetti qualitativi ebbe un impatto negativo anche sulla sua concezione dei salari. Così come non riuscì a cogliere il denaro come forma necessaria di valore, trascurando il fatto che il valore o il prezzo del lavoro, sebbene invertito, sono comunque espressioni reali del valore o del prezzo della forza-lavoro.

Most sa che i salariati vengono pagati solo per la loro forza-lavoro erogata, che permette l’estorsione di plusvalore. Tuttavia, non riesce a spiegare perché la realtà sia diversa, per cui i salari sembrerebbero remunerare non solo la forza-lavoro, ma tutto il lavoro erogato, un’illusione diffusa anche nel Partito socialdemocratico.

Ad ogni modo, Marx mantiene la struttura dell’estratto, diviso in 13 sezioni, perché segue la struttura de Il Capitale. Tuttavia, non lasciò una sola pagina invariata, apportando quasi trecento modifiche stilistiche o terminologiche. In ogni sezione opera delle riformulazioni, perlopiù chiarimenti concettuali. In totale, i nuovi testi, ciascuno composto da almeno una frase completa, costituiscono oltre il venti percento dell’intero testo.

Marx commentò la sua revisione nella lettera del 14 giugno del 1876, quando inviò una copia della seconda edizione del Most a Sorge a New York: “... non mi sono citato, perché altrimenti avrei dovuto cambiarvi ancora di più (la parte sul valore, denaro, salario lavorativo e qualche altra cosa l’ho dovuta cancellare dal tutto e introdurre al suo posto roba mia)” (**).

Most, possiamo immaginare, non devessere stato molto contento delle corpose correzioni di Marx. Tuttavia, non deve essere stato questo il motivo per il quale il giovanotto futile abbracciò sempre di più l’anarchismo, compresa la dottrina dell’incitamento delle masse alla rivoluzione attraverso atti di violenza spettacolari. Nel 1885 pubblicò la Scienza rivoluzionaria della guerra; un manuale di istruzioni “sull’uso e la fabbricazione di nitroglicerina, dinamite, cotone fulminante, fulminato di mercurio, bombe, ordigni incendiari, veleni, ecc.”. Sarebbe piuttosto divertente da leggere oggi, ma nondimeno una tragica testimonianza della parabola di un modesto talento politico.

Il 18 aprile 1883, Engels, in una lettera a Philip Van Patten a New York, a proposito del suo rapporto con Most e con Marx, scrisse che lo avevano incontrato a Londra “non più di una volta, al massimo due”, da quando “le sue nuove elucubrazioni anarchiche sono apparse sul giornale”. “Avevamo per il suo anarchismo e per la sua tattica anarchica lo stesso disprezzo che avevamo per coloro da cui egli aveva appreso tutt’e due le cose”.

Engels proseguiva nella lettera: “Quando era ancora in Germania, Most pubblicò un compendio “popolare” de Il Capitale. Fu richiesto a Marx di rivederlo per una seconda edizione. Feci questo lavoro insieme con Marx. Trovammo che era impossibile fare qualcosa di più che togliere le peggiori cantonate di Most se non volevamo riscrivere tutto il lavoro da cima a fondo. (Ibidem, vol. 47, p. 11)

(*) Chi volesse leggerlo in rete, qui.
Il testo della seconda edizione di quell’estratto divulgativo apparve successivamente ristampato nella DDR nel 1967 e poi nella RFT a cura di H.M. Enzensberger nel 1972. La Fondazione di Wuppertal ne curò una ristampa anastatica nel 1985 (edita da Marxistische Blätter, Francoforte sul Meno). Nel 2025 una nuova ristampa, pubblicata a Berlino dalll’editore Henricus (noto anche come Hofenberg). L’originale annotato da Marx è custodito presso la Karl-Marx-Haus a Treviri.

(**) La traduzione inglese apparve a puntate a New York dal 30 dicembre 1877 al 10 marzo 1878 sul settimanale socialista The Labor Standard. Nell’aprile del 1878, F.A. Sorge pubblicò la serie in un opuscolo intitolato Estratti dal Capitale di Karl Marx (Marx non fu accreditato come autore, né lo fu Most). Il traduttore fu Otto Weydemeyer, che, come Sorge, era attivo nella Prima Internazionale e figura di spicco del Partito dei Lavoratori degli Stati Uniti (1876-1878). Ancor prima della stampa, Marx accettò di correggere le bozze della traduzione per eventuali errori, qualora fosse stata pubblicata una ristampa (ristampa che non si concretizzò mai). Per l’Inghilterra, Marx propose un’edizione emendata, “ma in modo tale che io scriva alcune parole di prefazione, mentre l’opera stessa appaia a nome di Weydemeyer”.

Questo il modo in cui il “pappagallo stocastico” interpreta quello che definisce “aneddoto”, prendendo fischi per fiaschi: il Manifesto del Partito comunista per l’opuscolo di Most.