venerdì 21 agosto 2026

Le fantasie di Engels che sono invece quelle di Luciano Canfora

Dopo il caldo torrido è arrivata la pioggia. Il clima da molto tempo non è più solo un fatto naturale. L’aria più fresca mi dà modo di concentrarmi sul libro a firma di Luciano Canfora: Comunismo. Un’altra storia. Da alcune settimane mi chiedo quale interesse o anche minimo godimento può trovarvi il lettore medio leggendolo. Sempre se il lettore riesce a leggerne effettivamente e integralmente il testo, o almeno ad arrivare sano e salvo fino agli ultimi capitoli che trattano di vicende più recenti e digeribili.

Il volume è diviso in due parti. La prima è una ricostruzione su chi, quando, perché e come abbia redatto l’arcinoto pamphlet propagandistico Il Manifesto del Partito Comunista. Un’esegesi specialistica approfondita, a tal punto che può suscitare reale interesse solo presso un pubblico che abbia una dimestichezza non comune con gli scritti marxiani.

La seconda parte è dedicata prevalentemente ai rapporti diplomatici tra il nuovo governo bolscevico e i leader occidentali, con particolare riferimento alla vicenda della “missione Bullitt”, inviata a Mosca con l’avallo del presidente Willson. Seguono poi alcuni brevi capitoli sulla seconda guerra mondiale, sul doppio golpe del 1991 e altre finali considerazioni della quali in questo post non mi occuperò.

Nella prima parte del libro, quella dedicata alla stesura del Manifesto del Partito Comunista, la tesi dell’Autore (o piuttosto dell’Autrice?) è volta a dimostrare che Marx scrive Il Manifesto in ritardo rispetto agli accordi presi, di malavoglia, utilizzando un “catechismo” scritto precedentemente da Engels, eccetera.

Si punta a dire che Engels e Marx, dopo l’esperienza rivoluzionaria del 1848, pervengono a posizioni non solo più attendiste, ma soprattutto a una concezione dello sviluppo storico di tipo evoluzionistico darwiniano (in contrasto con quello che sarà poi il leninismo). Fino ad arrivare a formulazioni come quelle che riporto integralmente e per esteso:

«Torniamo ora al “riuso” del Manifesto. Mentre la prefazione del 1872 dice con chiarezza ciò che non ha più senso illudersi di poter fare (“impadronirsi einfach, sic et simpliciter, della macchina statale e rimetterla in funzione con obiettivi mutati für ihre eigenen Zwecke”, la prefazione del 1888 è, in tono e con uno sguardo completamente retrospettivo, incentrato sull’evoluzione positiva realizzatasi nei decenni trascorsi. E più in generale sulla concezione della storia umana come evoluzione.

Si impone alla fantasia [sic!] di Engels il paragone tra la propria analisi sociale e “ciò che la teoria di Darwin ha rappresentato per la biologia”. Ribadisce questo concetto anche in una nota aggiuntiva all’introduzione tedesca del 1890. Afferma che alla visione della storia come costante processo evolutivo che culmina in qualcosa, e vi si compie, anche Marx è già giunto nel 1845. Del resto non è senza motivo che Marx avesse, quantunque senza successo, chiesto proprio a Darwin il permesso di dedicargli il primo volume (1867: l’unico da lui edito) del Capitale

Come il lettore accorto avrà già compreso, qui siamo a un livello apparentemente sofisticato di manipolazione delle idee e dei testi marxiani ed engelsiani. Nella citata Prefazione inglese del 1888 (MEOC, vol. VI, p. 669), si legge:

« [...] in ogni epoca storica, il modo economico di produzione e di scambio dominante e la struttura sociale che ne è la conseguenza necessaria, formano la base sulla quale si edifica, e dalla quale soltanto può essere spiegata, la storia politica e intellettuale di tale epoca; di conseguenza [...], tutta la storia dell’umanità è stata una storia di lotte di classi, lotte fra classi sfruttatrici e classi sfruttate, fra classi dirigenti e classi oppresse; la storia di questi conflitti di classe costituisce uno sviluppo nel quale si è raggiunto oggi uno stadio in cui la classe sfruttata e oppressa - il proletariato - non può liberarsi dal giogo della classe sfruttatrice e dominante - la borghesia - senza emancipare una volta per tutte la società nel suo insieme da ogni sfruttamento, da ogni oppressione, da tutte le differenze di classe e da tutte le lotte di classe.»

Dunque, dove si rileva il “paragone” con l’evoluzione naturale di Darwin? Eccolo il richiamo engelsiano al naturalista inglese: «A questa idea [dello sviluppo storico] che, secondo me, è destinata a produrre nella scienza storica un progresso uguale a quello che ha prodotto la teoria di Darwin nelle scienze naturali, entrambi ci eravamo già accostati a poco a poco vari anni prima del 1845.»

È di tutta evidenza che il “paragone” riguarda la portata scientifica e storica della nuova concezione della storia e non consta invece, come vorrebbe Canfora, in una equiparazione sic et simpliciter con la teoria evolutiva di Darwin. La concezione materialistica e dialettica della storia alla quale pervengono Marx ed Engels non è per nulla esposta al naturalismo darwiniano e tantomeno al darwinismo sociale che ne fece seguito.

Ciò è precisato ancora una volta proprio da Engels nell’orazione funebre di Marx: «Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana [...] Ma non è tutto. Marx ha anche scoperto la legge peculiare dello sviluppo del moderno modo di produzione capitalistico e della società borghese da esso generata [...]. Tale era lo scienziato. Ma lo scienziato non era neppure la metà di Marx. Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una forza rivoluzionaria. Per quanto grande fosse la gioia che gli dava ogni scoperta in una qualunque disciplina teorica, e di cui non si vedeva forse ancora l’applicazione pratica, una gioia ben diversa gli dava ogni innovazione che determinasse un cambiamento rivoluzionario immediato nell’industria e, in generale, nello sviluppo storico. [...] Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario. Contribuire in un modo o nell’altro all’abbattimento della società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato, contribuire all’emancipazione del proletariato moderno al quale Egli, per primo, aveva dato la coscienza della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione: questa era la reale sua vocazione. La lotta era il suo elemento. Ed ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno combattuto.»

E ancora: in una lettera a Engels del 16 gennaio 1861, Marx scrive: «Molto notevole è l’opera di Darwin, che mi fa piacere come supporto delle scienze naturali alla lotta di classe nella storia. Naturalmente bisogna accettare quella maniera rozzamente inglese di sviluppare le cose. Ma, nonostante tutti i difetti, qui non solo si dà per la prima volta il colpo mortale alla “teologia” nelle scienze naturali, ma se ne spiega il senso razionale in modo empirico».

In seguito, vista la piega che stava prendendo il darwinismo in mano agli ideologi borghesi, Marx in una lettera a Kugelmann del 27 giugno 1870, ebbe modo di precisare ironizzando contro F. A. Lange: «riassume l’intera storia in un’unica grande legge della natura. Questa legge della natura è la frase struggle for life, la lotta per l’esistenza (in questa accezione l’espressione darwiniana diventa mera frase) e il contenuto di questa frase è la legge malthusiana del popolamento, o piuttosto del sovrappopolamento. Invece di analizzare lo struggle for life come si presenta in diverse determinate forme sociali, non occorre far altro che tradurre ogni lotta concreta nella frase “struggle for life”, e questa frase nelle “fantasie di popolamento” di Malthus. Bisogna ammettere che questo è un metodo molto persuasivo, per l’ignoranza e la pigrizia mentale ostentatamente scientifica e ampollosa» [MEOC, vol. XLIII].

Potrei continuare con simili citazioni per pagine, a cominciare dalla celeberrima Prefazione a Per la critica dell’economia politica: «A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale».

È chiaro che la soggettività rivoluzionaria si produce e si manifesta proprio sulla base della citata contraddizione oggettiva, e non può prescindere da essa senza raccogliere vento e tempesta. Tuttavia, riconoscere la contraddizione dialettica, l’interazione reciproca tra forze produttive e rapporti di produzione, quale base oggettiva della crisi del modo di produzione capitalistico, non comporta alcuna concessione al determinismo evoluzionistico (*).

Pertanto, il “paragone” darwiniano prospettato da Canfora (o chi per lui) non è del tipo inteso da Engels e tanto meno da Marx. Per non dire poi del metodo scientifico di studio di Marx, che non è metodo storico (come credono e spacciano in molti), ma logico; metodo logico che è la chiave per la comprensione dello sviluppo storico (e questo Canfora dovrebbe saperlo).

Dalle erudite falsificazioni passiamo ai piatti truismi, come quello, perdurante (vedi mons. G. Ravasi su il Domenicale del Sole 24 ore dell’11-2-2007), secondo il quale Marx avrebbe, quantunque senza successo, chiesto proprio a Darwin il permesso di dedicargli il primo volume del Capitale. Si tratta di un grossolano equivoco, ripetuto di volta in volta da gente che non ha cura per il dettaglio (anche da ciò deduco che Canfora sia più il curatore del libro e non il suo autentico autore).

Marx dedicò Il Capitale a Wilhem Wolff, un operaio tedesco: «Al mio indimenticabile amico, l’ardito, fedele, nobile pioniere del proletariato» morto in esilio nel 1864. L’equivoco su questo presunto rifiuto nasce da una lettera di Darwin del 12 ottobre 1880. La lettera non era rivolta a Marx ma ad Aveling, il genero di Marx, compagno della figlia Eleanor (che ereditò la corrispondenza). Si pensò che la lettera fosse rivolta a Marx perché per errore finì tra la sua corrispondenza. Aveling chiese a Darwin in una lettera dell’11-10-1880 di potergli dedicare una propria opera. La faccenda è ricostruita, dapprima, da Lewis S. Feuer in Is the Darwin-Marx correspondence’ authentic?, in Annals of Science, 32, 1975, pp. 1-12, poi ripresa e definitivamente chiarita nel numero successivo (33, 1976) della rivista (Feuer, Carroll, Colp, pp. 383-394). Origine del “disguido” sembra essere stato uno studioso sovietico, Ernst Kolman, nel 1931 (per una rapida ricostruzione vedi qui). È documentato invece che Marx inviò a Darwin una copia della seconda edizione del Capitale con sua dedica. Darwin rispose con una lettera di ringraziamento il primo ottobre 1873.

Basta così; vado a vedere la pioggia cadere sulla natura assetata.

(*) Il percorso della soggettività rivoluzionaria nella crisi è ostacolato da molti fattori. Non c’è arma che non verrà impiegata contro di essa da parte delle classi dominanti, non c’è violenza, strage o genocidio che non saranno tentati per bloccarne il corso. Ma la lotta ideologica in tutto ciò riveste un ruolo fondamentale.

giovedì 20 agosto 2026

La propaganda, il suo volto, la sua maschera

 

È noto quanto i segni – linguaggio e immagini – guidino l’attenzione, che è una delle funzioni psichiche superiori proprie dell’uomo, e creino costruzioni della realtà. E quanto potentemente ciò avvenga attraverso i media. E come questi sappiano indurre desideri, bisogni e alimentare narrazioni di ogni tipo.

È del tutto fuori luogo parlare di alfabetizzazione mediatica, ossia della capacità di utilizzare, analizzare e riflettere criticamente sui media e i loro messaggi, sia per quanto riguarda i giovani che per la popolazione più matura. Ci hanno abituati a dei rituali discorsivi consolidati che ormai non ci fanno più effetto.

Un esempio concreto: il discorso sul Medio Oriente, dove qualsiasi deviazione dagli schemi abituali fa scattare immediatamente sospetti di antisemitismo. Si tratta di un rituale collaudato da tempo, che trae origine dalla comunicazione strategica, non da una ricostruzione e riflessione storica.

Gli specialisti della neolingua, pensata per nascondere la verità, operano in tutti i settori della comunicazione, non ultimo il settore dell’economia e della finanza. Ma anche quando l’UE pontifica sull’”armonizzazione delle capacità”, in realtà si riferisce all’acquisto di armi, al riarmo in vista del conflitto armato (secondo piani già esistenti da tempo, la dottrina NATO del 1999 definiva già la sicurezza delle risorse e delle vie di accesso come giustificazione per la guerra).

Non è un fenomeno manipolativo recente, anche se ora ha raggiunto alti livelli di sofisticazione. Da sempre siamo tutti trascinati in guerra con delle bugie, e le parti in conflitto utilizzano le stesse tecniche di propaganda che attribuiscono alla controparte: affermano di difendersi soltanto, mentre l’altra parte è un aggressore malvagio. Chiunque non si allinei è un traditore, e così via.

Ci si esprime nella distinzione binaria tra “sostenere l’Ucraina con le armi” o “non fare nulla”. Si alimenta il mito secondo cui se “non si fa nulla” si è a favore della violenza e contro il diritto e la democrazia. Ciò che vale oggi per l’Ucraina, valeva all’inizio del secolo per l’Iraq e oggi per l’Iran.

Il messaggio odierno che alimenta i timori di guerra è basato sulla personalizzazione e la demonizzazione: Putin certamente ci attaccherà e pertanto dobbiamo armarci per il bene della pace. Si potrebbe dire: la guerra (la “prontezza bellica”) è favorevole alla pace. Chiunque introduca fatti scomodi nel discorso rischia di essere etichettato come agente filo-russo o disinformatore. Con il pretesto di “proteggerci” dalla “disinformazione”, si controlla di fatto l’informazione e la comunicazione (*).

Le masse sono “stupide”, ed è poi molto più difficile aizzare un popolo contro un altro perché i soldati comuni sono fin troppo simili tra loro. È così che il nemico acquista un volto e ne cancella un altro: quello del racket della guerra, il business che si cela dietro il riarmo e la guerra. Le élite, gli oligarchi, i sauditi, le famiglie reali, i BlackRock e simili conducono apertamente i loro affari, si riuniscono in reti internazionali e non mostrano alcun timore del contatto interculturale.

Le operazioni psicologiche, il discorso manipolatorio, ci incita contro gli “altri” e a sprecare le nostre energie e passioni su questioni secondarie e a trascurare le ragioni profonde del conflitto sistemico, che in buona sostanza maschera le difficoltà e il declino del modello economico dominante.

Anche quando la propaganda non sta convincendo appieno la maggioranza della popolazione a sostegno del riarmo e della militarizzazione, ciò serve comunque ad ottenere un certo grado di ottundimento e di coesione intorno alla bandiera. Lo si nota, più banalmente, perfino nei tornei sportivi dove ormai prevale la sindrome del raduno attorno all’inno e alla bandiera con un’enfasi eccessiva e ridicola.

Dovremmo prepararci a un dopoguerra, se ce ne sarà uno.

(*) Vedi la task force East StratCom (che gestisce il blog EUvsDisinfo, anche in versione italiana), frutto della collaborazione tra l’UE e la NATO. È stata fondata nel 2015/16 all’indomani delle cosiddette proteste di Euromaidan a Kiev nel 2014. Se nei media vi imbattete in tali notizie, spesso molte delle quali identiche nello stesso giorno, e tutte riconducibili a un’unica fonte, allora è chiaro che, in assenza di una seconda fonte indipendente, si tratta di comunicazione strategica.

mercoledì 19 agosto 2026

In coda per un nuovo vaccino

Non so se tra una trentina di mesi, quando avrò la stessa età che ha ora Vladimir Putin, sarò ancora tra i viventi e in quale stato di salute. Né posso prevedere quali saranno le mie più immediate preoccupazioni e ansie personali. Come avviene normalmente per quelli che hanno raggiunto la prima vecchiaia, qualche interrogativo sulla propria data di scadenza arriva spontaneo. Basta non diventi un’ossessione o anche solo un pensiero troppo ricorrente.

“In passato, raramente si arrivava a 70 anni, ma oggi, a quell’età, si è solo dei bambini”. Andiamoci piano, non esageriamo, una settantina d’anni non sono acqua fresca. “Gli organi umani possono essere trapiantati all’infinito, al punto che le persone possono ringiovanire, persino diventare immortali”. Questa è una cazzata. Chi, dopo aver raggiunto una tarda vecchiaia, vorrebbe diventare immortale? Sai che rompimento di coglioni!

E ancora: “Entro la fine di questo secolo, si potrà vivere fino a 150 anni”. Questo scambio di battute non è avvenuto quest’estate seduti in una veranda, madidi di sudore e scolando uno dopo l’altro degli Zacapa ghiacciati (che non significa con ghiaccio). Il 3 settembre 2025, Vladimir Putin e Xi Jinping, entrambi settantaduenni, discutevano degli inesorabili segni del tempo sulla loro pancia e sui testicoli cadenti. Due autocrati terrorizzati dalla morte, sulla quale il loro potere non ha alcun controllo.

Fino ad ora. Perché, nell’aprile scorso, il The Mosscow Times pubblicava che il governo russo aveva annunciato l’avvio di un vasto progetto di terapia genica volto a rallentare l’invecchiamento cellulare. Definito volgarmente come una sorta di “vaccino contro l’invecchiamento”, il costo di questo programma, denominato Nuove Tecnologie per la Conservazione della Salute (sic!), è stimato in circa 26 miliardi di dollari (duplex sic!).

L’obiettivo biologico è il trattamento mirante a bloccare il recettore RAGE, una proteina di membrana che si lega ai prodotti finali della glicazione avanzata e la cui attivazione innesca i meccanismi infiammatori e stress ossidativo della cellula. Oltre al blocco del RAGE, è stato presentato un secondo candidato terapeutico basato sugli esosomi (messaggeri biologici naturali di materiale genetico) per contrastare la perdita di massa muscolare legata all’età, ossia la cachessia.

Ad occuparsene sarà l’Istituto di Biologia e Medicina dell’Invecchiamento. Il viceministro della scienza e dell’istruzione superiore, tale Denis Sekirinsky (41 anni, laurea triennale in Storia), ha dichiarato che il progetto si inserisce nel più ampio impegno della Russia per espandere la ricerca biotecnologica nazionale, “in un momento in cui il Paese si trova ad affrontare il declino demografico e un rapido invecchiamento della popolazione”.

Questi cazzo di ministri e viceministri vogliono arrestare il declino demografico allungando la vita ai vecchi. E per colmo di contraddizione mandano i giovani russi a rischiare la ghirba in Ucraina.

Per parte mia offro gratuitamente qualche suggerimento a cui attenersi per mitigare gli effetti dell’invecchiamento: 1) condurre vita attiva, ma non praticare assolutamente sport; 2) bere un bicchiere d’acqua tiepida al mattino prima di colazione; 3) quindi lavarsi accuratamente e regolarmente la dentiera; 4) mantenere la giusta distanza dalle persone troppo ignoranti o troppo intelligenti; 5) evitare coloro che offrono, anche se gratuitamente, consigli su come mitigare gli effetti dell’invecchiamento.

Alleati e finanziatori dei nazisti ucraini


Se facessi i nomi dei più noti fiancheggiatori italiani del regime nazista di Kiev, potrei rischiare delle temerarie querele. Siccome in generale nutro per la cosiddetta “giustizia” una stima uguale allo zero senza virgola, non arrischio fare nomi e cognomi. Del resto, sono noti a tutti.

Si tratta di fiancheggiatori di organizzazioni neonaziste come quella che venerdì scorso ha scortato la bara contenente le spoglie del primo leader dell’organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN). Un picchetto d’onore di tedofori e portabandiera del Movimento Azov, ha scortato la bara di Yevgen Konovalets (1891-1938) fino alla Cattedrale patriarcale della Chiesa greco-cattolica ucraina a Kiev.

Konovalets gettò le basi del movimento nazionalista, che dopo la sua morte continuò con Stepan Bandera, Andrij Melnyk e Roman Shukhevych.

Prendiamo il caso di quest’ultimo, meno noto oggi. Shukhevych, in qualità di comandante principale dell’UPA, è direttamente responsabile del massacro della Volinia contro i polacchi e della pulizia etnica genocida della popolazione civile polacca nei voivodati di Leopoli, Tarnopol e Stanisławów , che causò la morte di circa 100.000 persone, di cui 40.000- 60.000 polacchi uccisi in Volinia, 20.000-25.000-40.000 nei voivodati di Leopoli, Tarnopol e Stanisławów e 6.000-8.000 polacchi nel territorio della Polonia moderna. Il 12 ottobre 2007, gli fu conferito postumo il titolo di Eroe dell’Ucraina dal Presidente dell’Ucraina.

Insomma, anche se la guerra attuale finisse (dubito fortemente), il nazionalismo ucraino, di matrice apertamente nazista, addestrato e armato sino ai denti, costituirà un problema non da poco per i padroni della UE.

lunedì 17 agosto 2026

Storie dell’orrore

 

Storie dell’orrore come quella della presunta “fuga” dell’IA, che si sarebbe scatenata in modo incontrollato (sul tipo HAL 9000), tornano utili per il prossimo round di finanziamenti, poiché dimostrano la presunta onnipotenza del prodotto. Sono in gioco centinaia di miliardi di dollari.

Sono trascorsi circa quattro anni dalla diffusione dei “modelli linguistici” su larga scala, e dunque non solo l’intelligenza artificiale, ma anche la stupidità artificiale ha circa quattro anni. Politici e ministri che si fanno scrivere i discorsi da ghostwriter virtuali; giornalisti lautamente pagati generano le loro encicliche con la semplice pressione di un pulsante e poi le impreziosiscono con la propria “autorevole” firma; studenti che falliscono anche le domande più semplici senza accesso a internet; eccetera.

Sam Altman, CEO di OpenAI, multinazionale specializzata in intelligenza artificiale, ha annunciato: “Siamo nella singolarità, questo è il momento”. Che cosa significa? Chiedo a ... OpenAI: “La singolarità tecnologica è un momento futuro ipotetico in cui l’intelligenza artificiale e la tecnologia supereranno l’intelligenza umana. Da quel punto in poi, le macchine potranno migliorarsi da sole a una velocità enorme. Questo renderà il progresso così rapido che le persone non riusciranno più a capirlo o a controllarlo”.

A rigore: l’intelligenza artificiale di questo tipo sarebbe quindi anche l’ultima invenzione dell’umanità. Dopodiché, subentrerebbero le macchine. La questione se la tecnologia oggi chiamata IA abbia mai prodotto un singolo pensiero veramente originale o sia semplicemente una funzione di completamento automatico migliorata, ovvero se sia e possa essere più della somma dei dati con cui è stata addestrata, è divenuta infine una questione eminentemente religiosa.

Anziché concentrarci sulle macchine divine, rivolgiamoci al marxismo. La Cina usa l’espressione “nuove forze produttive” per l’intelligenza artificiale e altre tecnologie future (come la robotica umanoide). Non è una coincidenza, poiché fa riferimento a Marx ed Engels. Essi avevano già stabilito ne L'ideologia tedesca (cap.II) che “ogni nuova forza produttiva, nella misura in cui non sia semplicemente un’estensione quantitativa delle forze produttive già note, determina un nuovo sviluppo della divisione del lavoro”.

Le forze produttive capitalistiche rinviano ai rapporti di produzione: all’inizio del XIX secolo, le tecnologie allora nuove, come le ferrovie e l’industria pesante, richiedevano determinate (diverse) condizioni e prerequisiti sociali per il loro pieno sviluppo; uno Stato moderno e una classe dominante capitalista. Le strutture feudali erano inadeguate allo scopo e furono spazzate via da guerre e rivoluzioni (*).

Oggi, si ripropone la domanda: con quale ordine sociale si armonizzano queste “nuove forze produttive” in modo da essere compatibili? Basti pensare all’automazione della produzione che l’intelligenza artificiale, in combinazione con la robotica, promette di realizzare, fino alle sue logiche conseguenze: senza il lavoro umano, non si crea plusvalore. Inoltre, i robot non ricevono salari e non comprano nulla.

Attualmente, dobbiamo accettare che ogni innovazione venga utilizzata come mezzo per aumentare il tasso di creazione di valore e alterare la composizione organica del capitale (attraverso licenziamenti di massa). Dunque, contro le persone e i loro stessi interessi. Questa evoluzione tecnologica non può essere arrestata, perché la pressione per massimizzare il profitto (la logica dell’accumulazione e la tenuta del saggio di profitto) impone di per sé l’automazione. Nessuno può fermare la ruota del tempo e sarà di grande interesse vedere come andrà la faccenda da qui a qualche lustro.

(*) Per forze produttive s’intende, prima di tutto, la classe dei lavoratori produttivi (di capitale), che è la principale forza produttiva di mezzi di lavoro e di beni di consumo. Senza di essa non vi sarebbe alcuna produzione. Per rapporti di produzione e di scambio si intendono tutti quei rapporti oggettivi, e cioè indipendenti dalla coscienza, che si stabiliscono tra gli uomini nella creazione del prodotto sociale e nella successiva ripartizione di esso.

sabato 15 agosto 2026

Perché abbiamo tanta fretta di incontrare gli extraterrestri?

 

È bastato puntare i telescopi verso le “linee vibrazionali dell’eritrosi”, a 26.000 anni luce di distanza da dove abitiamo, ossia nella nube molecolare G+0.693−0.027, vicina al centro della Via Lattea, per individuare l’eritrulosio. Cos’è sta roba? Ha il sapore del lampone e la composizione di un autoabbronzante. È un parente stretto del glucosio e del fruttosio. La sua formula chimica è C4H8O4, ossia con quattro atomi di carbonio, otto di idrogeno e quattro di ossigeno.

Tra una spiegazione del gatto di Schrödinger e una definizione di entanglement quantistico, Antony Valentini, un fisico teorico con un curriculum che intimorisce, nel suo libro La fisica nascosta ci spiega che è assurdo credere che senza un osservatore non esiste una realtà definita.

Valentini si riferisce ovviamente alla ben nota questione secondo cui un atomo lasciato a sé stesso ha generalmente uno stato di realtà indefinito. L’atomo acquisisce uno stato di realtà definito solo quando viene osservato o misurato. Una situazione che anch’io, nel mio piccolo, ho definito di ritorno della fisica teorica alla metafisica, come se la realtà dipendesse in qualche modo dalla mente umana o dalla coscienza umana (anche un altro blogger, con iniziali A.E., trovava la cosa assurda) .

Scrive l’Autore: «La scomoda verità, sempre più evidente, ma ancora volutamente ignorata, è che la meccanica quantistica insegnata nelle nostre università e nei libri di testo è incoerente. È utilissima, certo, ma non ha senso. Nel migliore dei casi è imprecisa, nel peggiore è oscurantista. Di sicuro, un giorno, sarà sostituita da una teoria che avrà senso». In attesa di quel giorno, Valentini ci spiega perché la realtà vincerà ancora.

Lo fa partendo dalla teoria dell’onda pilota di Louis de Broglie del 1927. Il francese “riuscì effettivamente a costruire un modello funzionante della realtà quantistica”. Poi, nel 1952 il concetto di onda pilota fu ripreso e ampliato dal fisico americano David Bohm. La teoria fu nuovamente respinta e dimenticata.

Secondo la teoria dell’onda pilota, su scala atomica esistono delle particelle reali che si muovono nello spazio. Ogni particella è guidata da un’onda, detta appunto onda pilota. Ma non la voglio fare lunga entrando nei dettagli. Dico solo che secondo tale teoria particelle molto distanti tra loro possono influenzarsi istantaneamente, indipendentemente dalla distanza che le separa, in contrasto con la relatività di Einstein, che vieta influenze superluminali, ovvero più veloci della luce.

Scrive Valentini: «Diventa quindi possibile inviare segnali istantaneamente attraverso lo spazio, in palese violazione delle leggi fisiche largamente accettate. Dietro l’incomprensibile simbolismo matematico della meccanica quantistica si nasconde una realtà fisica diversa da qualsiasi cosa abbiamo mai visto prima».

venerdì 14 agosto 2026

Socialismo da spiaggia

 

Le spiagge d’estate sono come i cortili delle scuole, solo che siamo quasi nudi. Chiunque può acquistare un paio di “occhiali intelligenti”, che riprendono tutto, per meno di cento euro. Allo stesso tempo, nessuno può essere sicuro di non essere filmato di nascosto. 

Oggi ricorre il 70° anniversario della morte di Bertolt Brecht. I suoi ultimi anni furono segnati dalla disillusione, ma sapeva anche che un socialismo imposto per legge è meglio di nessun socialismo. Molti non sarebbero d’accordo con lui, oggi. Ma domani?

giovedì 13 agosto 2026

Buio

Ieri sera siamo piombati nel buio per ben due volte. Non a causa dell’eclissi, ma per due brevi black-out elettrici. Ad ogni modo, sold out per gli “occhialini”. Ciò dimostra non l’interesse per il fenomeno astronomico, ma come si possa spettaccolarizzare fino al parossismo qualsiasi evento. Gli strafottenti che governano il mondo possono stare tranquilli. Nessun fantasma saggira in nessun luogo.

Il 13 agosto 1961, è stato il giorno in cui il Patto di Varsavia ha creato una meraviglia del mondo: un’Europa senza guerre. Pensate sia un paradosso? No, non lo pensava nemmeno un democristiano come Andreotti, che di queste cose un po’ s’intendeva.

Una volta smantellata quella meraviglia architettonica, con le sue torrette ornate, i suoi robusti cancelli, Bonn diventava di nuovo Berlino, e Parigi, Londra e Washington si misero al lavoro: smantellare la Jugoslavia, intraprendere guerre di aggressione, invocare la ragion di Stato e condurre una guerra per procura contro la Russia con l’aiuto di Bandera e dei sostenitori dell’UPA.

Ogni giorno che passa, la DDR ci sembrerà diventare più bella. Date retta.

mercoledì 12 agosto 2026

Baronie

 

Non creda, caro blog, abbia io scordato di occuparmi del libro del barone barese. Ritengo che almeno la prima parte (il libro costa di due parti distinte) non sia farina del suo sacco. È uno studio approfondito sull’origine e gli autori de Il manifesto del partito comunista. Un’analisi, anche molto testuale, della documentazione attinenete che ha richiesto una buona conoscenza non solo della lingua tedesca, ma anche delle relative forme grammaticali. Oltre a uno scavo archeologico stratigrafico di non comune impegno. Non appena potrò rimettere mano sui sacri testi marx-englesiani in mio possesso potrò dire di più nello specifico e sugli scopi perseguiti, che non sono solo di natura filologica e non sono nemmeno una novità per quanto riguarda il nostro barone, oggi sammarinese.


martedì 11 agosto 2026

lunedì 10 agosto 2026

Il furto di tempo

 

Le plebi hanno lasciato i loro stazzi urbani e raggiunto lidi e monti. Spenderemo i nostri sudati risparmi per due o tre settimane di ozio, coniugando vorticosi divertimenti con agi all included. Così direbbe un Cicerone in sedicesimo descrivendo l’esodo estivo dei tempi nostri. Questo periodo di ferie retribuite si deve alla Carta del Lavoro (1927) e all’art. 36 della Costituzione (1948). Reliquie del XX secolo, ingombranti ostacoli a contrastare uno sfruttamento ancora più prolungato e intensivo.

Poi, concluso il periodo degli ozii, ci si incolonna per il rientro, accaldati e incazzati. Non mancheranno i rimpianti di ogni stagione e il rinnovo degli impegni solenni per la prossima. Si torna negli uffici, nelle fabbriche e in tutti gli altri loghi di lavoro. Ognuno mediamente per 40 ore settimanali (DL 66/2003). Chi un po’ di più e chi un poco di meno, tenendo presente che il limite massimo giornaliero fissato per legge è di 13 ore.

Com’è possibile, dato l’enorme aumento raggiunto dalla produttività del lavoro, che la settimana lavorativa “normale” sia ancora fissata per legge a 40 ore così come usava circa un secolo fa? A tale riguardo, si tira in ballo la famigerata “produttività”, tradotta in numeri e tabelle sulla competitività e altre amenità del genere.

Ma le ragioni della resistenza padronale a ridurre la giornata lavorativa sono solo di ordine economico o c’è, sottinteso, un altro motivo per così dire sociologico oltre che economico? I padroni vogliono anzitutto mantenere integra la specificità salariale del rapporto tra capitale e lavoro, quindi controllare il tempo dell’operaio e stabilirne uno stretto rapporto di subordinazione. Ciò serve a mantenere il dominio esistenziale capitalista sulla produzione e sul consumo attraverso il lavoro a tempo pieno.

La riconquista del tempo (l’autogestione del tempo di lavoro e di vita) diventa quindi una condizione essenziale per l’autonomia individuale e collettiva, e dovrebbe essere uno dei pilastri di un programma politico dei partiti di sinistra. Sennonché ci vene detto che si tratta di una questione insormontabile (vincoli strutturali dell’organizzazione globale della produzione, ecc.). Partiti di sinistra che non esistono se non nelle forme prostituite al servizio del capitale.

Il voto non paga, c’è solo una strada per l’abolizione del lavoro salariato e non passa dai parlamenti. Ma chi è disposto oggi a mettere in gioco la propria posizione sociale e il raggiunto relativo e sempre più precario benessere? «Hic Rhodus, hic salta»

sabato 8 agosto 2026

Quelli che rendono possibile la guerra (altrui)


Scrisse il vecchio Hegel in un impeto di sarcasmo: la guerra è lo stato in cui si mette in pratica il principio morale della vanità di tutti i beni terreni (Lineamenti di filosofia del diritto, § 324).

Kiev e Mosca sono nel pieno della guerra psicologica. Lo dimostra il bombardamento della russa Wildberries e quello della sua controparte ucraina Rozetka. Wildberries e Rozetka, proprio come Amazon, non sono venditori diretti, ma piattaforme per migliaia di piccole imprese che vendono ogni genere di prodotto attraverso il loro sistema digitale (marketplace online). È un sistema estremamente conveniente per tutti i soggetti coinvolti. Insieme ai magazzini Wildberries e Rozetka, anche le loro scorte vengono distrutte e migliaia di aziende rischiano la rovina, poiché nessuna assicurazione copre i danni di guerra.

L’esercito ha le proprie catene di approvvigionamento, in grado di consegnare qualsiasi cosa, dalle granate alle penne a sfera, perché nessuna di queste compagnie di spedizione consegna al fronte. Dunque, lo scopo degli attacchi ucraini è quello di portare la guerra “nelle case dei russi”. Il contrattacco russo a Rozetka è stata la risposta. Inoltre, la Russia sta sistematicamente bombardando le stazioni di servizio ucraine sulle strade principali, in modo che i trasportatori e i “volontari” rimangano senza carburante mentre si dirigono verso est e si chiedano se riusciranno a tornare indietro.

Alla luce dell’esperienza storica, l’efficacia militare di tali bombardamenti sulle infrastrutture è discutibile. Durante la II GM, gli Alleati occidentali ricorsero alla distruzione diffusa delle aree residenziali con lo scopo di spezzare il morale delle retrovie. Ciò ebbe effetti positivi in Italia, dove la guerra era vista con favore solo quando si trattava di gasare degli abissini o popolazioni che praticano “cinque pasti al giorno”.

Accadde l’opposto in Germania. I vigili del fuoco e gli ausiliari che accorrevano in aiuto dopo una notte di bombardamenti erano quelli con la svastica. La sensazione di dipendere da questo tipo di aiuto tende a rafforzare la lealtà delle persone verso il sistema, anziché indebolirla. Alla fine, sarà come la Guerra dei Trent’anni: una distruzione cieca e furiosa fine a sé stessa. Ciò è reso possibile da coloro che alimentano la guerra. 

venerdì 7 agosto 2026

La guerra di Zelensky

 

In seguito al ritrovamento di un drone all’aeroporto di Halle/Lipsia mercoledì sera, le circostanze restano come solito poco chiare. Ciononostante, si invocano consultazioni in seno alla NATO e Mosca viene apertamente accusata.

Valeriy Zalushnyj, ex comandante in capo delle Forze armate ucraine e membro del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina, attualmente ambasciatore a Londra, mercoledì durante un evento al Circolo Diplomatico di Kiev, davanti a una platea di ambasciatori occidentali, ha affermato che suo Paese ha ricevuto tutto ciò che la NATO aveva nel suo arsenale, tranne portaerei, missili da crociera Tomahawk e armi nucleari. Ma la Russia, ha aggiunto, ha sempre trovato una contromisura per ogni innovazione occidentale in breve tempo.

Zalushnyj è considerato il candidato più promettente per succedere al presidente Volodymyr Zelensky qualora quest’ultimo fosse costretto a indire nuove elezioni. Ma finché dura la guerra, Zelensky è in una botte di ferro.

La Russia è stata esclusa dal sistema satellitare Starlink solo all’inizio di quest’anno, il che ha causato problemi nell’acquisizione dei bersagli. La Russia ha quindi sviluppato un proprio sistema di comunicazioni spaziali, Rassvet (Alba), e l’ha già messo in funzione. Il regime di Kiev ha confermato che i missili e le bombe plananti russi sono diventati sempre più precisi.

Entrambe le parti in conflitto continuano ad attaccare obiettivi nelle retrovie nemiche. L’Ucraina ha colpito le raffinerie russe di Yaroslavl, a nord di Mosca, e di Ufa, nella regione degli Urali. Secondo fonti russe, almeno 1.200 droni sono stati impiegati simultaneamente contro Yaroslavl. La Russia, da parte sua, ha lanciato un attacco concentrato contro diversi centri logistici a Kiev e dintorni nella notte di mercoledì, distruggendo irrimediabilmente il magazzino centrale del rivenditore online Rozetka, vicino a Kiev. Questa selezione di obiettivi è stata una rappresaglia per gli attacchi ucraini contro il rivenditore online Wildberries.

Sulla linea del fronte il conflitto ha assunto da tempo le forme di una guerra di posizione, di logoramento e annientamento. La UE e la NATO sono già in guerra con la Russia per il fatto che riforniscono il regime di Zelensky di armi, equipaggiamenti, specialisti e supporto tecnologico. E ciò avviene nonostante una clausola del trattato NATO escluda l’adesione degli Stati impegnati in guerre in corso.

giovedì 6 agosto 2026

Il tempo prende, il tempo dà

 

Fondato una trattoria! Più probabile l’abbia sfondata ...

Giunge notizia che è morto Francesco Guccini. Ha scritto qualche bella canzone, una in particolare è la mia preferita. Non è La locomotiva (una lama arrugginita quella anarchica) e nemmeno quella che piace a radio vaticana (né vivo né morto, dio è solo una frottola). La sua canzone che mi piace di più è una ninna nanna nostalgica e molto borghese.

Nelle sue canzoni aveva raccontato spesso della sua vita, e ultimamente avrebbe detto a un tizio che non aveva più voglia di vivere. Diceva anche che non aveva più nulla da dire e però pare che a settembre sia prevista l’uscita di un suo libro. Ogni epoca ha i suoi tramonti, lui quelli sulla via Emilia e io quelli su Porto Marghera. Non è la stessa hit-parade.

Clima: due schieramenti a confronto

Ancora qualche giorno e saremo al dramma. In certe zone vicine a noi qualche piovasco c’è stato, ma qui è da un mese che non cade una goccia d’acqua e sono mesi che non piove per più di mezz’ora. I terreni hanno perso consistenza e compattezza a causa del vento caldo, gli strati superficiali sono diventati polvere. Il mais sta diventado popcorn.

Come in Furore di Steinbeck. Negli Anni Trenta, la combinazione di pratiche agricole intensive ed eventi climatici estremi trasformò i campi coltivati delle grandi pianure degli Stati Uniti in deserti di polvere impraticabili. Nessuno parlò di “cambiamento climatico”, poiché l’evento venne percepito principalmente come una calamità naturale passeggera.

Non si trattò solo di una calamità naturale. I coloni avevano dissodato milioni di ettari di prateria originaria per le coltivazioni intensive, eliminando l’erba autoctona dalle radici profonde che tratteneva l’umidità e proteggeva il terreno. L’introduzione dei trattori e della meccanizzazione pesante polverizzò lo strato superficiale del suolo. Quando arrivò il ciclo naturale di siccità, non ci fu più nulla a trattenere la terra, e i forti venti della regione sollevarono le celebri e distruttive tempeste di polvere (black blizzards).

Anche quella attuale e globale non si può definire una calamità naturale passeggera. Il cambiamento climatico è un fatto scientifico. Sarebbe però sbagliato collocarlo temporalmente solo negli ultimi decenni. Dapprima gradualmente, in modo anche apparentemente contraddittorio, e poi con una sempre maggiore accelerazione, il clima è cambiato e probabilmente cambierà ancora (per dirla in breve: nel senso che farà sempre più caldo). È stato stabilito che la causa principale è antropica (produzione di CO2), ma vi sono indiscutibilmente anche cause geofisiche (indebolimento globale del campo geomagnetico, ecc.).

Limitare le emissioni di gas-serra sicuramente non farà del male al clima. Su come ottenere e dosare questa limitazione, su quali effetti sociali essa produca, è un altro paio di maniche, posto che in sostanza ogni Paese fa alla sua maniera e di per sé non potrebbe fare diversamente. Qualunque politica in tal senso deve tener conto di quelli che vengono chiamati ostinatamente e ostentatamente “crescita” e “competizione”. Inoltre, in generale, qualunque misura di politica ecologica dev’essere compatibile con le esigenze del processo di accumulazione del capitale. Ogni discorso contrario è privo di senso reale.

Pertanto, le uniche certezze misurabili riguardano la crescita spontanea delle forze produttive e il rapido degrado delle condizioni stesse della sopravvivenza, nel senso più generale e più triviale del termine. Solo degli imbecilli possono far notare con gravità seriosa che l’insieme della popolazione mangia meglio. Il problema del degrado della totalità dell’ambiente sia naturale che umano ha già completamente cessato di porsi sul piano della pretesa vecchia qualità, è diventato radicalmente il problema stesso della possibilità materiale di esistenza del mondo che prosegue in tale movimento.

I due opposti schieramenti, sia scientifici che di opinione, sono tra loro speculari. È attraverso di essi che si manifestano le contraddizioni, e la loro spettacolarizzazione, di un processo che ha raggiunto il proprio limite storico, ossia l’impossibilità della continuazione del funzionamento del capitalismo. Anche sotto quest’aspetto si gira in tondo facendo finta che infine la tecnologia risolverà tutto. Visto come vanno le cose, ossia gli inconciliabili interessi in gioco, non è escluso che il dramma includa anche la scomparsa della civiltà umana per come l’abbiamo conosciuta. 

mercoledì 5 agosto 2026

Sulla differenza tra classica e volgare

 

La locuzione “economia politica classica” fu coniata da Karl Marx, il quale elaborò i concetti fondamentali della critica dell’economia politica nel periodo 1850-1863. È in questo periodo che Marx sviluppa in modo organico la sua teoria del valore e del plusvalore, nonché la sua teoria del profitto medio, prezzo di produzione, rendita fondiaria. Tutto ciò che Marx ha realizzato nel campo dell’economia politica prima di questo periodo, lo possiamo definire come la preistoria della sua teoria economica.

Applicando il materialismo dialettico alla conoscenza della società umana, Marx ed Engels ricavano la seguente tesi: ciò che è fondamentale sono i rapporti di produzione che si formano indipendentemente dalla volontà e dalla coscienza degli uomini, come rapporti determinanti e originari, in antitesi ai rapporti ideologici, che nascono passando attraverso la coscienza umana.

I rapporti di produzione sono, a loro volta, dialetticamente uniti alle forze produttive e determinati dal livello di sviluppo di queste ultime. Questo carattere oggettivo dei rapporti di produzione permette di considerare il movimento della formazione economica della società come un “processo storico naturale”, rigorosamente conforme a leggi. In tal modo, la scienza della società viene posta per la prima volta su un fondamento scientifico.

Tra la seconda metà del XVII e l’inizio del XIX secolo, l’economia politica divenne non solo una scienza in generale, ma una disciplina indipendente dalla filosofia e dal diritto, con un oggetto di studio specifico. Marx definì il criterio del rigore scientifico come la comprensione dell’origine del valore e del plusvalore (o delle sue manifestazioni di profitto e rendita fondiaria, nonché di altri derivati) nella produzione. Tale comprensione diventa possibile solo quando la produzione su base capitalistica ha raggiunto un certo livello di maturità e ampiezza e solleva corrispondenti questioni pratiche.

Già nello Schizzo sugli economisti Bastiat e Carey (rimasto incompiuto), Marx delineava esattamente per la prima volta i confini storici dell’economia politica inglese: fine sec. XVII (Petty e Boisguillebert), primo ventennio del sec. XIX (Ricardo e Sismondi). Nel III libro de Il Capitale (cap. 20), scriverà: «La vera scienza dell’economia moderna inizia solo quando la considerazione teorica si sposta dal processo di circolazione al processo di produzione» (*).

Prima della rivoluzione industriale, durante il periodo della cosiddetta accumulazione primitiva, ovvero l’era del monetarismo e del mercantilismo, non vi fu una produzione teorica adeguata perché l’analisi era incentrata sul fenomeno della circolazione. Era quello un capitalismo manifatturiero e agrario; dalla seconda metà del XVIII secolo in poi, con l’avvento dell’industria su ampia scala, la produzione divenne una produzione di merci capitalistica, il che significa che i beni venivano prodotti come merci da vendere utilizzando manodopera salariata.

La questione del valore e del prezzo di queste merci non era solo di rilevanza teorica, ma anche estremamente pratica. I lavoratori erano salariati e producevano plusvalore (il salario copre solo una parte del lavoro erogato). Il plusvalore assumeva la forma di profitto, o guadagno imprenditoriale, interessi e rendita fondiaria (la terra veniva per lo più affittata a affittuari capitalisti che impiegavano salariati), che si accumulavano nelle classi dei capitalisti (imprenditori e prestatori) e dei proprietari terrieri, cosicché si poneva la questione delle leggi che regolassero la distribuzione del valore appena creato.

L’emergere dell’economia borghese classica può dunque essere ricondotto allo sviluppo del capitalismo, che aveva superato le sue fasi iniziali e cominciava a delineare con crescente chiarezza le sue caratteristiche fondamentali.

Marx opera una netta distinzione tra l’economia politica classica, che indaga la coerenza interna dei rapporti di produzione borghesi, con l’economia politica volgare, che si limita ad illustrare l’apparente coerenza di tali rapporti di produzione. Infatti, definisce gli economisti successivi a Petty, Boisguillebert, Smith, Ricardo e Sismondi, come “epigoni o critici reazionari dei classici”.

Nella prefazione al Capitale, Marx scrive che i corifei dell’economia volgare si divisero in due schiere: «Gli uni, gente saggia, amante del guadagno, pratica, si schierarono sotto la bandiera del Bastiat, il più superficiale e quindi il meglio riuscito rappresentante dell’apologetica economica volgare; gli altri, fieri della dignità professorale della loro scienza, seguirono J. Stuart Mill nel tentativo di conciliare l’inconciliabile».

Marx formula un’importantissima tesi: i rapporti di produzione non sono, come sostengono gli economisti borghesi, rapporti tra cose, bensì rapporti tra uomini in relazione a cose. Il prodotto del lavoro concreto è inizialmente solo un prodotto concreto: un falegname ottiene un tavolo; chi pesca, un pesce. La domanda di Marx non era la banalità di stabilire se e come tavoli e pesci siano prodotti del lavoro, ma piuttosto: in che misura tavoli e pesci, espressi in termini monetari, possono costituire un bene privato? Il merito scientifico di Marx risiede proprio nel definire il valore come prodotto del lavoro umano astratto: questo è ciò che Marx chiama il fulcro di tutta l’economia politica. In ciò risiede infatti la comprensione di cosa sia realmente il valore: una relazione sociale e non un prodotto naturale.

Il fatto che tutta la ricchezza materiale abbia origine nella natura e nel lavoro umano, ma che solo il lavoro al servizio della proprietà privata crei la ricchezza astratta qui validata – ovvero il denaro – ha diverse conseguenze: tutti gli attori di questa economia della proprietà privata desiderano il denaro: alcuni lo possiedono già e vogliono accrescerlo, altri ne hanno costantemente bisogno perché devono spenderlo continuamente per sopravvivere.

Il denaro non è altro che proprietà privata nella sua forma astratta, spogliata di qualsiasi valore d’uso con cui un tempo è entrata nel mondo. Il denaro rappresenta una ricchezza socialmente riconosciuta, senza lo stigma di essere utile per altro se non precisamente per l’accumulazione.

Pertanto, la proprietà privata, nella sua forma astratta di denaro, diventa il potere dominante sul lavoro altrui. Tutta la ricchezza materiale che una società capitalista conosce, sotto forma di un’immane raccolta di merci, viene creata al servizio e sotto il controllo della proprietà privata. Il lavoro umano, inteso come processo con e in relazione alla natura, è e rimane, nelle varie fasi storiche del capitalismo così come in qualsiasi altra società pregressa, il fondamento di ogni ricchezza materiale.

Marx mostra come l’”economia” di Proudhon (tanto cara poi a gente come Craxi, Scalfari e ora anche a Canfora) rappresenti un passo indietro rispetto a Smith e Ricardo: «La teoria del valore di Ricardo è l’esposizione scientifica della vita economica presente: la teoria del valore del signor Proudhon è l’interpretazione utopistica della teoria di Ricardo» (Miseria della filosofia, 1847, cap. I. Un testo così dottamente citato ma la cui lettura è quanto mai trascurata).

Marx era ovviamente consapevole che il valore, inteso come ricchezza astratta, non ha origine nel lavoro concreto; sapeva anche che il denaro, in quanto espressione di valore, possiede un’indipendenza dal valore stesso e che, di conseguenza, persino cose prive di valore come la terra possono avere un prezzo. Pertanto, quando i critici della teoria del valore, indicando la terra, gli oggetti d’antiquariato o il capitale fittizio, affermano che il lavoro umano non è l’unica fonte di valore, dicono semplicemente una stronzata. Una delle tante del loro repertorio.

Per tacere di quei coglioni che con sofisticate formulette matematiche pretendono di dimostrare l’esistenza di un presunto problema di “trasformazione” dei valori in prezzi, ovvero la trasformazione del lavoro concreto in valori e quindi in prezzi. Significa non aver capito proprio un cazzo della teoria del valore marxiana.

Il fatto che i padroni e gli apologeti della proprietà privata si rifiutino di riconoscere la connessione tra lavoro umano e valore deriva dalla loro posizione di classe, ovvero dalla loro visione ideologica dell’economia che, anche a livello teorico, cerca di cancellare il fatto che gli schiavi salariati producono la ricchezza da cui sono separati.

Oggi come allora, l’economia borghese è quell’insieme eterogeneo ma ideologicamente normato di dottrine esistenti e dominanti che servono principalmente gli interessi dei capitalisti, i proprietari dei mezzi di produzione (per dirla in modo semplice: la borghesia), e difendono l’ordine economico capitalista.

I movimenti politici e i partiti riformisti hanno abbellito lo sfruttamento con lo slogan secondo cui i lavoratori possono essere orgogliosi di tutto ciò che producono, sottacendo quale sia il vero prodotto del loro lavoro in questa società: nient’altro che la ricchezza monetaria che sono tenuti ad accrescere e dalla quale sono esclusi per tutta la vita; ricchezza che, peraltro, si presenta loro come un dominio sul proprio lavoro.

(*) Tra i maggiori economisti classici, vanno citate figure come il famoso Adam Smith (1723- 1790), il fisiocratico (e medico personale di Madame de Pompadour) François Quesnay (1694-1774) e David Ricardo (1772-1823). Tra i fisiocratici vanno annoverati Pierre Samuel du Pont des Nemours (1739–1789), Jacques Turgot (1727–1781) e anche il marchese de Mirabeau (1715–1789). Altre figure di spicco includono: William Petty (1623–1687), considerato il fondatore della statistica economica; Pierre Le Pesant de Boisguilbert (1646– 1714), noto per la sua difesa dei socialmente svantaggiati e oppressi; John Locke (1623–1704), la cui teoria della proprietà ha influenzato il pensiero giuridico, filosofico ed economico fino ai giorni nostri; John Law (1671–1729), che sviluppò una teoria e una politica monetaria originali, ma che scatenò anche la prima grande crisi bancaria della storia nel 1720; Bernard de Mandeville (1670–1733), autore di una brillante satira economica con la sua Favola delle api e Simonde de Sismondi (1773–1842), che fornì una delle prime spiegazioni di una crisi. Personaggi come il rev. Thomas R. Malthus (“ciò che in A. Smith è geniale diventa nel Malthus una posizione reazionaria contro il punto di vista del Ricardo, cit. Marx, Teorie sul plusvalore, vol. I) e John Stuart Mill (1806–1873), nonché il francese Jean Baptiste Say (1767– 1832), Marx li esclude dai pensatori dell’economia classica perché le loro concezioni sull’origine del valore e della ricchezza sono caratterizzate da prospettive apologetiche e “volgari”, ovvero superficiali.

Riservo qui in nota qualche riga a Ricardo e poi all’opera principale di Quesnay, Tableau Économique. Ricardo viene spesso descritto come un economista pessimista. Ciò è dovuto alle sue inquietudini sul calo del saggio di profitto, che turbarono e turbano la borghesia. Ricardo non trasse conclusioni sul destino del capitalismo dalle sue inquietudini sul calo del saggio di profitto; riteneva che il progresso tecnologico avrebbe contrastato a sufficienza il calo del saggio di profitto. Marx, stimolato dalle riflessioni di Ricardo, iniziò ad esaminare in dettaglio il fenomeno del calo del saggio di profitto (saggio, non la massa del profitto!), ma spiegò questa tendenza in modo completamente diverso: il progresso tecnologico non arresta il calo del saggio di profitto, bensì lo provoca.

Ancora oggi, la teoria del commercio internazionale di Ricardo – la teoria del vantaggio comparato – rimane un pilastro dei manuali di economia. Egli utilizzò un esempio numerico per dimostrare che la divisione internazionale del lavoro e il libero scambio avvantaggiano anche i paesi meno sviluppati. Tuttavia, il suo modello è solo un esercizio accademico, facilmente smentito da qualsiasi accenno di realtà, che contraddice l’idea dei vantaggi incondizionati di un regime di mercato globale completamente libero e non regolamentato per tutti i paesi partecipanti. Oggi abbiamo l’esempio della Cina, e del resto basterebbe dare un’occhiata non solo a Marx, ma a Paul A. Samuelson.

Il Tableau Économique di Quesnay è un modello grafico del flusso circolare del reddito. Illustra come e in che misura i risultati della produzione di beni circolano e vengono distribuiti tra le tre classi della società (Quesnay, per quanto fosse favorevole alla monarchia assoluta, fu il primo a collegare le differenze tra le classi al loro ruolo economico nel processo di riproduzione: la classe produttiva, la classe dei proprietari e la classe sterile). Marx descrisse il modello come “un’idea ingegnosa, indiscutibilmente la più ingegnosa che l’economia politica abbia finora prodotto” (Teorie sul plusvalore, vol. I, cap. 5). Non solo ispirò il modello di riproduzione di Marx sotto forma di sistema di equazioni (Libro II), ma servì anche da modello per l’analisi input-output (noto anche come matrice Leontief)), sviluppata dal successivo premio Nobel per l’economia Wassily Leontief (1906-1999), che oggi rappresenta un importante strumento per lo studio empirico dei flussi di beni e denaro.

martedì 4 agosto 2026

Dimorfismo stagionale

 

Avevo intenzione di regalare ai lettori del blog un post, ovviamente lungo, sulla storia dell’economia politica. Principalmente perché l’idea che solo il lavoro crei valore è considerata da tempo superata, e chiunque invochi la “teorie del valore” è visto come irrimediabilmente obsoleto. Dunque, volevo offrire una ricostruzione storica di una banalità tutt’altro che insignificante.

Poi ho pensato: in agosto, con questo caldo, in procinto per partire o già partiti per il ferragosto? Meglio parlare di abbronzatura, o qualcosa che gli somigli. E dunque dirò qualcosa a proposito dell’abbronzatura dell’ornitorinco, un animale che ci somiglia fisiologicamente più di quanto non si creda comunemente: è un mammifero semi-acquatico, ha pelo, zampe palmate, una coda simile a quella di un castoro, un becco simile a quello di un uccello e, pur essendo un mammifero, depone le uova.

Nel caso non ve ne foste accorti, la maggior parte degli umani hanno la coda, spesso una coda lunga-lunga. E quanto alle uova, le deponiamo in frigo fino al momento di romperle. Quanto al becco, non ci sono dubbi. Infatti, spesso viene usata la locuzione “chiudi il becco”. Oppure: “non ha aperto becco”. Quanto al pelo, c’è un sacco di umani che hanno il pelo lungo, specie sullo stomaco. A volte anche un cuore peloso, donde deriva l’espressione “carità pelosa”. Insomma, genere Homo e Ornithorhynchus anatinus, anche se dicono di non essere parenti stretti, abitano entrambi nello stesso stagno.

Vengo al punto: la natura degli organelli che producono il pigmento nel pelo dell’ornitorinco: i melanosomi. Sono rotondi e almeno parzialmente cavi, una caratteristica precedentemente nota solo negli uccelli. In tutti gli altri mammiferi studiati fino ad oggi, sono solidi. Ecco dunque una caratteristica peculiare che ci distingue da quest’animaletto simpatico e fricchettone.

Esistono due forme predominanti del pigmento melanina: l’eumelanina, che produce tonalità scure e si trova principalmente nei melanosomi allungati, e la feomelanina, che produce tonalità rossastre, brunastre e arancioni e si forma nei melanosomi arrotondati. Sebbene i melanosomi arrotondati siano ora predominanti negli ornitorinchi, questi animali hanno una pelliccia marrone scuro.

Si sospetta che i melanosomi cavi abbiano facilitato l’adattamento degli animali alla vita acquatica. Perciò, date un’occhiata ai vostri melanosomi prima di fare il bagnetto in mare. Se i vostri melanosomi non sono cavi ma solidi, dunque se non siete mutati in anatinus, suggerisco di non allontanarvi troppo dalla riva.

Caro carburanti: il ritorno sarà così.

lunedì 3 agosto 2026

Il solito odore

 

Così chiude il suo post Massimo Mantellini a riguardo delle dichiarazioni fasciste di quello che attualmente è il presidente del senato. Sostiene Mantellini che i commentatori fascisti vanno da un’altra parte a imbrattare, non più sui social network dei principali esponenti dell’attuale governo. E dove vanno? Non lo so perché non frequento, ma di sicuro molti commentatori fascisti sono sulle prime pagine dei giornali e in televisione. E sono così ben camuffati (vorrebbero esserlo) che sembrano persone normali. Ascoltati per una manciata di secondi e capisci trattarsi della solita merda che ha cambiato colore ma ha mantenuto sempre lo stesso odore.