venerdì 31 luglio 2026

Morale estiva

 

Oggi si registra la giornata più torrida del mese di luglio. Ciò mi riporta alla memoria un altro 31 luglio, di un’epoca meno volgare del presente. Fu quella la giornata più calda dell’estate. Più che per la calura, quel giorno è rimasto indelebile (non solo a me) per ciò che ci fu preparato per pranzo.

In spiaggia c’era troppa luce, troppa esposizione, tutto era abbagliante. Fuggimmo quella luce violenta ben prima del solito orario di rientro. La padrona di casa era già sui fornelli esibendosi come cuoca nel solo piatto della cucina italiana di cui potesse andare fiera: alcuni tagli di carne, tratti dal cadavere di un bue, bollivano nel relativo brodo. Quello era precisamente il nostro pranzo per quel giorno.

Sono quelle situazioni di disperazione nelle quali ti chiedi perché la nave dell’esistenza ti abbia condotto su quegli scogli. Ci fu risparmiata la pornografia: la carne lessata cosparsa di yogurt fatto in casa o con salse barocche.

Tra sospiri e gocciolamento di sudore (allora non c’erano i condizionatori) riuscimmo a inghiottire il brodo caldo al limite dell’ustione. Trangugiammo anche una fetta di carne e la scorta di giardiniera sottaceto (che così mi venne in odio). Quando discorro di autoritarismo parlo con cognizione di causa.

Dunque, la morale di questo breve scritto è questa: non lamentiamoci del caldo eccessivo, potrebbe capitarci anche di peggio.

giovedì 30 luglio 2026

Se non è zuppa ...

 

Possediamo un termine adeguato nel descrivere la peculiarità dello stato intermedio tra democrazia e fascismo? Non si tratta solo di una questione terminologica, mi pare evidente. I movimenti e i partiti di destra odierni non presentano il carattere organizzato del fascismo storico (squadrismo, per esempio) con le sue forze paramilitari (ad eccezione dell’ICE di Trump), ma operano piuttosto all’interno delle istituzioni costituzionali. Dunque, poiché l’estrema destra odierna differisce significativamente dal fascismo storico, vengono adoperati termini come neofascismo, postfascismo, eccetera. Sono adeguati a definire l’attuale ascesa della destra?

Se si abbandona il concetto di fascismo come dittatura totalitaria e apertamente terroristica, e quindi anche lo strumento analitico per comprendere tale forma di governo, si rischia di sottovalutare il pericolo rappresentato da attori autenticamente fascisti, come i gagliardi eredi dell’ex Movimento Sociale italiano oggi denominato Fratelli d’Italia. Va da sé, tra l’altro, che il fascismo storico non era rappresentato solo dal suo truce capo o da elementi come, per citare un nome noto, Farinacci. Erano fascisti o simpatizzanti anche i Bottai, i Gentile, Marconi, Pirandello e, almeno all’inizio, uno come Benedetto Croce, fautore di “una dittatura provvisoria”. Senza dimenticare Gabriele Rapagnetta, per molti versi uno dei lirici ideologi del fascismo, checché ne possano dire i suoi attuali apologeti e cantastorie.

Per analizzare gli attuali movimenti di destra non è necessario offuscare la definizione di fascismo, poiché a questo scopo esiste da tempo una categoria ben definita: quella dell’autoritarismo. L’evoluzione verso un capitalismo autoritario è sotto gli occhi di tutti, a ragione del fatto che il compromesso sociale del dopoguerra non è ritenuto più necessario, per motivi fondamentali che qui non è il caso d’indagare (ai quali si aggiunge il miglioramento di condizione sociale del proletariato, l’estinzione di una sinistra almeno larvatamente antagonista e di lotta, ecc.).

Da un punto di vista sociologico, l’autoritarismo compensa un’insicurezza sociale reale vissuta su più piani, anche se spesso strumentalizzata (dalla destra per creare allarme sociale e consenso elettorale, dalla “sinistra” per il motivo opposto, richiamare l’attenzione sul fallimento delle politiche governative della destra). Tuttavia, non si deve confondere l’autoritarismo con il fascismo, che può essere combattuto solo attraverso la violenza organizzata, in ultima analisi con mezzi militari.

Ciò detto, si deve tener presente che i movimenti fascisti o neofascisti attuali non puntano a raggiunge un potere indipendente, ma si integrano nel sistema politico esistente, sia sul piano interno e sia per quanto riguarda le alleanze internazionali (UE, NATO, ecc.). Per il momento. Ciò a cui infine puntano (oltre alla famelica occupazione e gestione del potere ad ogni livello), è un nuovo ordine politico ed istituzionale.

Mentre le formazioni autoritarie hanno origine dalla nuova dimensione assunta dal sistema monopolistico, ovvero dai gruppi capitalisti dominanti e dalle élite borghesi, il fascismo del XXI secolo, come già i fascismi del secolo precedente, tende ad impadronirsi del potere politico e statuale partendo dalla situazione di crisi che investe le democrazie occidentali. Dunque, se non è zuppa, è pan bagnato.

mercoledì 29 luglio 2026

Anestesie

I loro prezzi impoveriscono le persone, le loro emissioni alterano il clima e distruggono l’ambiente: le sei maggiori compagnie petrolifere del mondo (BP, Chevron, Total, Exxon Mobil, Shell ed Eni) hanno raddoppiato i loro profitti nel secondo trimestre del 2026.

I profitti totali previsti per le sei compagnie petrolifere e del gas nel 2026 ammontano a 147 miliardi di dollari, secondo Oxfam. Più dei profitti dei 21 mesi precedenti (da aprile 2024 a dicembre 2025. La sola società francese Total Energies ha annunciato martedì di aver aumentato il suo utile netto rettificato nel secondo trimestre del 67%, raggiungendo i 6 miliardi di dollari.

Secondo il portavoce di Oxfam, è necessario un radicale cambio di rotta: “la necessaria trasformazione verso un’economia orientata al bene comune”, finanziata tassando gli enormi profitti delle imprese. Sciorinano una sfilza di numeri su quanto “bene comune” deriverebbe da una maggiore tassazione dei profitti. Dopo averli letti, quesi numeri salvifici, mi sento già meglio.

Dunque, secondo questi bonzi di Oxfam e tanti gabbiani della retorica mediatica, si tratterebbe di una questione di profitti “eccessivi” a fronte di una insufficiente imposizione fiscale. Altro che la Vecchia Talpa, è l’ideologia libero-scambista ad aver scavato in profondità. Per carità, non tocchiamo le multinazionali, semplicemente tassiamole di più. Resti intonso ciò che conferisce loro una posizione dominante nella società.

Succede un po’ come con quelli che credono di poter mitigare il cambiamento climatico con il dispendio di tecnologie. Dopo aver tratto profitto dai processi produttivi che hanno inquinato il pianeta, logica vuole che la medesima dinamica economica venga applicata ai processi che dovrebbero ridurre tale inquinamento.

I miglioramenti che si possono realizzare sul terreno dell’imposizione fiscale, non cambiano in nulla la natura del capitalismo e non costituiranno mai una variabile indipendente dalle dinamiche dell’accumulazione capitalistica.

Voi, della pigra sinistra, del finto-democraticismo da governo, continuate a chiamarla economia di mercato. Per ciò che può importare il mio giudizio, lo chiamo sistema monopolistico delle multinazionali, che si esplica nel totalitarismo economico e sociale. Voi, fanghiglia democratico-liberale, continuate a chiamarlo mondo libero, io vi chiamo puttanieri dell’europeismo. 

martedì 28 luglio 2026

Coglioni, ve lo meritate

 

Metti che queste donne, sottoposte alla poliginia, fossero cattoliche ... Moriremo discutendo di queste cazzate medievali. Non si vuol proprio capire che il khimar, il niqab e il burka non sono solo dei pezzi di stoffa, ma sono strumenti patriarcali di dominio e ingranaggio fondamentale che sorregge le teocrazie islamiche.

Per milioni di ragazze e donne in tutto il mondo che non hanno altra scelta se non quella di indossarli. Una vergogna, in questa parte del mondo che si proclama “libera”. L’isolamento delle donne che resistono all’islam deriva dall’atteggiamento della sinistra, dalla paura di essere accusati di islamofobia.

Per contrappunto, la stessa cosa succede con Israele, la paura di essere definiti antisemiti. Ma sarà anche l’ora di mandare a fanculo il miserabilismo della sinistra?

Nel 2018, quei merdaioli mantenuti del Parlamento europeo invitarono a difendere “la libertà di indossare il velo”. Imbecilli che scelsero di battersi affinché le adolescenti potessero esibire la loro “modestia” e i loro simboli religiosi a scuola o i loro burkini nella piscina comunale.

Qualche tempo fa scrissi che Vannacci avrebbe potuto sfiorare il 10%. Avanti così, che da qui a un anno il 20% non è un miraggio. Rosicchierà un po’ di qua e di là, dunque non solo a destra. Ve lo meritate, il Vannacci.

Non ancora

 

L’epoca di un mondo in frantumi produce semplicemente persone in frantumi. Se queste persone hanno influenza politica, denotano disturbi comportamentali come la megalomania e il narcisismo. Chiunque aspiri a una posizione di rilievo nella classe politica deve necessariamente acquisire tali psicopatologie. Fino al punto da immaginarsi nelle vesti di un papa o di un imperatore romano.

È sbagliato definirli fascisti, come faccio anch’io di solito. Siamo in presenza di qualcosa di diverso, una trasformazione autoritaria di un sistema che simula la democrazia, non più sufficiente nella salvaguardia del capitalismo. Un sistema basato sulla paura e la falsa speranza, ma che non possiamo chiamare fascismo. Non ancora almeno. Ed è qui che sta l’inganno.

lunedì 27 luglio 2026

La conseguenza della strategia ucraina

È possibile che la nave mercantile iraniana, che l’Ucraina ha affermato di aver affondato nel Mar Caspio, trasportasse effettivamente rifornimenti militari. Ciò non è più verificabile perché la nave è esplosa e successivamente è presumibilmente affondata.

La Russia non ha più bisogno dei droni iraniani, come accadeva nelle prime fasi della guerra. Ora li produce e li modernizza. Né l’Iran ha bisogno delle armi che è in grado di produrre autonomamente.

Dunque, qual è la ragione dell’attacco ucraino a circa 2.000 chilometri dal proprio territorio? Si sta offrendo all’amministrazione Trump, che non ha ancora sotto controllo le conseguenze della guerra che ha scatenato nel Golfo Persico?

La notizia è un’altra e l’ha data il Wall Street Journal: funzionari del governo statunitense hanno esortato l’Ucraina in termini inequivocabili ad astenersi da futuri attacchi contro le petroliere che trasportano petrolio dal Kazakistan, anche se battono bandiera russa.

Questo perché il petrolio kazako esportato in Occidente appartiene a un consorzio che comprende importanti società statunitensi. Una di queste, la Chevron, si è già lamentata con Trump. Il consorzio Caspian Pipeline sarebbe stato costretto a interrompere la produzione nel più grande giacimento petrolifero del Kazakistan a causa della sua limitata capacità di stoccaggio e quindi della mancanza di alternative di trasporto.

Il porto russo di Novorossiysk è un importante snodo per l’esportazione di petrolio e il punto di arrivo di un oleodotto, in parte di proprietà della Chevron, che fornisce il 2% del fabbisogno giornaliero mondiale di petrolio.

Perché l’Ucraina ricorre a tali misure, che di fatto danneggiano terze parti? Innanzitutto e molto semplicemente perché ora ne ha il potere. E la Russia al momento non ha molto da contrattaccare. Tuttavia, non crollerà per questo. In secondo luogo, è nell’interesse dell’Ucraina internazionalizzare al massimo il conflitto con la Russia e trascinare gli Stati Uniti pienamente nel conflitto.

L’amministrazione Trump non può certo rimanere indifferente all’andamento dei prezzi del petrolio. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha già fatto aumentare i prezzi del petrolio (altro che la storiella dei Patriot raccontata dai media oggi), cosa che si riflette anche nei prezzi delle stazioni di servizio statunitensi. E tra tre mesi, Trump deve vincere le elezioni di medio termine se non vuole diventare un tacchino arrosto.

La conseguenza ironica della strategia ucraina è che la Russia trarrà vantaggio, nel breve termine, dall’aumento dei prezzi del petrolio. Presumibilmente, quindi, la strategia ucraina non è in realtà una vera e propria strategia, ma semplicemente una trovata pubblicitaria di breve durata. Roba per gente di bocca buona. Non serve fare nomi.

domenica 26 luglio 2026

La lotta per la democrazia

 

È chiamato democratico un sistema dove si va a votare, poco importa di che si tratti realmente. Si vede la democrazia dalla prospettiva della propria posizione di privilegio anziché cogliere la realtà delle cose per ciò che sono: ovvero che la democrazia è l’enigma irrisolto di tutti sistemi sociali e delle loro costituzioni.

Infatti, importa nulla se si tratta di un sistema dove le banche razziano decine di miliardi di utili netti l’anno; dove i gestori dei servizi, attraverso tariffe basate sul più puro sistema di grassazione, macinano miliardi; un sistema che consente a delle gang la gestione dei beni demaniali versando all’erario quattro spicci. Eccetera, eccetera, eccetera ...

Se questa è dunque “la democrazia”, per rifarmi solo al caso nostro, allora che cos’è il totalitarismo? Possono cambiare i governi, di ogni colore, ma ciò che non cambia sono i rapporti sociali, ossia i rapporti tra quelli che hanno in mano il timone e chi invece deve solo remare e votare. Dove condurre la nave e che cos’è la democrazia lo decidono loro.

Il ricatto democratico sta proprio in questo: se vuoi la tua scodella di riso e l’abbonamento a DAZN, devi remare. E poco importa se dalla stiva sale qualche borbottio. Fa parte della “vera” democrazia, dicono. Un semplice disturbo di fondo, che non sposta di una virgola la questione fondamentale: quella dei rapporti sociali.

Ma che cosa sono questi “rapporti sociali”, chiederà l’ingenuo. Semplice: innanzitutto i rapporti di proprietà. Ah no, di qua non si passa, rispondono. I rapporti di proprietà non possono essere messi in discussione. Se t’azzardi a qualcosa di più del mero borbottio, del chiasso televisivo e di fondo, allora finisci di là del muro.

Dunque, quali sarebbero i mezzi legali, detti democratici, per ottenere un cambiamento di tali rapporti sociali? Non esistono mezzi legali, sarebbe una contraddizione che la classe dei padroni del vapore prevedesse mezzi legali per mutare gli attuali rapporti sociali. La democrazia è la verità del potere, ma non è la verità della democrazia.

A fronte di ciò e di molto altro, i fascisti di destra, sinistra, centro o altrimenti camuffati, chiamano “terroristi” dei giovani che protestano lanciando sassi e fuochi d’artificio. Ringraziassero il loro dio democratico che quei giovani non hanno, finora, piena coscienza di che cosa sia e in che cosa consista una vera battaglia per il potere. Cioè una vera lotta per la demo-crazia.

Accadde settant'anni fa

 

Nella notte tra il 22 e il 23 luglio 1952, una congiura di ufficiali egiziani, a capo dei quali c’era anche Gamal Abdel Nasser, rovesciò re Farouk. Nasser assunse la carica di vice-capo del Consiglio del Comando della Rivoluzione. Nel 1953 divenne ministro dell’Interno e nel 1954 assunse la carica di primo ministro in seno al nuovo ordinamento statale. Propose di modernizzare l’economia e rafforzare l’esercito. Nel giugno 1956 divenne presidente dell’Egitto dopo aver destituito il generale Muammad Naīb.

Nasser si fece portavoce di un discorso nazionalista arabo che gli permise di guadagnare popolarità. Il suo messaggio fu ampiamente diffuso dalla stazione radio Voce degli Arabi, creata nel 1953.

Il 19 luglio 1956, il Segretario di Stato americano John Foster Dulles annunciò all’ambasciatore egiziano a Washington, Ahmed Hussein, che il suo governo si sarebbe ritirato dall’impegno assunto nel dicembre 1955 di partecipare, insieme alla Gran Bretagna e alla Banca Mondiale, al finanziamento della prevista diga di Assuan.

“Gli sviluppi degli ultimi sei o sette mesi” non erano stati esattamente favorevoli a “generare benevolenza nei confronti dell’Egitto presso il pubblico americano”, spiegò Dulles al diplomatico egiziano. Nessun altro progetto di cooperazione internazionale era così impopolare negli Stati Uniti come la diga di Assuan. La causa principale della resistenza era “la sensazione che il governo egiziano stia collaborando strettamente con coloro che ci sono ostili e vogliono danneggiarci in ogni modo possibile”.

Dulles alludeva, tra le altre cose, al fatto che l’Egitto aveva concluso un importante accordo per la fornitura di armi con l’Unione Sovietica nel settembre dell’anno precedente, che formalmente doveva essere gestito tramite la Cecoslovacchia. Questo, tuttavia, era già noto nel dicembre del 1955, quando Washington e Londra promisero il loro sostegno finanziario. A ciò si aggiunse l’instaurazione di relazioni diplomatiche tra l’Egitto e la Repubblica Popolare Cinese il 16 maggio 1956.

Nasser si trovò ad affrontare non solo la potente e influente lobby israeliana e i rappresentanti dei produttori di cotone americani, che temevano la concorrenza egiziana, ma anche gli alleati del regime a Taiwan. Il sostegno finanziario all’Egitto sarebbe stato probabilmente bloccato dal Congresso in ogni caso. Pubblicamente gli Stati Uniti addussero che la situazione finanziaria dell’Egitto non fosse abbastanza solida da garantire il ripianamento del debito.

Ciò che è essenziale evincere (e che invece le fonti occidentali in genere non citano) per comprendere la posizione egiziana e gli accordi tra Il Cairo e Mosca, quindi con la Cina, è il Patto di Baghdad. Una alleanza strategica tra Regno Unito, Iran, Iraq, Turchia e Pakistan (gli Stati Uniti vi aderiranno nel 1958).

Il 26 luglio, al Cairo, a Ismailia, a Port Said e a Suez, le truppe egiziane occuparono gli uffici della Compagnie universelle du canal maritime de Suez, una società a maggioranza di proprietà di centinaia di migliaia di piccoli azionisti francesi e del governo britannico (*). Il 29 luglio 1956, Nasser diede l’annuncio della nazionalizzazione del canale di Suez. Nasser intendeva utilizzare i proventi dei pedaggi del canale per la costruzione della diga.

Gran Bretagna e Francia, allora impegnate in una disperata battaglia contro il crollo dei loro imperi coloniali, reagirono immediatamente alla nazionalizzazione del Canale di Suez confiscando tutti i beni egiziani e imponendo altre sanzioni economiche. Contemporaneamente, i governi di Parigi e Londra iniziarono a preparare un’operazione militare congiunta.

Le due potenze coloniali europee si coordinarono con Israele, che aveva interessi sia sul canale e sia in chiave anti-araba. Il 29 ottobre 1956, le truppe israeliane lanciarono l’invasione congiunta. L’Unione Sovietica minacciò un intervento militare diretto. Otto giorni dopo, il governo statunitense, attraverso pressioni economiche e politiche, riuscì a imporre un cessate il fuoco. Il 7 marzo 1957, gli ultimi soldati israeliani si ritirarono dalla penisola del Sinai.

I vincitori politici furono Nasser, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Fu definitivamente confermato il nuovo equilibrio di potere globale della Guerra Fredda e che Francia e Regno Unito cessavano di essere le potenze dominanti nella regione. Tuttavia, Israele dimostrò la sua capacità di mobilitazione e la sua superiorità militare sull’Egitto. Lezione quest’ultima, di cui Nasser (emerso come vincitore della crisi) e i Paesi arabi non tennero in debito conto.

(*) Nella creazione del Canale di Suez, il 51% delle quote erano francesi, soprattutto private, mentre le restanti erano egiziane. Dopo la sua creazione, nel 1869, la Gran Bretagna rivalutò l’importanza del canale e, a seguito di una crisi finanziaria che colpì l’Egitto nel 1875, la Gran Bretagna acquistò le quote egiziane del canale di Suez e successivamente adottò il pretesto per occupare il paese e contestualmente il canale. Venne creato un protettorato ed un governo succube della corona inglese, anche se dal 1922 l’Egitto ebbe formale indipendenza. Questo portò a scontri tra francesi ed inglesi, che verranno successivamente mediati anche nei congressi di Berlino. La guerra arabo-israeliana del 1967 portò alla chiusura del Canale fino al giugno del 1975.

Sebbene nel luglio del 1956 le agenzie di stampa annunciassero che il colonnello Nasser aveva nazionalizzato il Canale di Suez, era ormai universalmente accettato che una tale nazionalizzazione non fosse possibile per il semplice fatto che il Canale è sempre stato parte del territorio nazionale egiziano. La sovranità egiziana sugli elementi fisici del Canale è affermata inequivocabilmente dall’articolo 9 dell’Atto di concessione del 22 febbraio 1866, dall’articolo 8 del Trattato di alleanza anglo-egiziano del 26 agosto 1936 e dall’articolo 9 dell’Accordo anglo-egiziano del 19 ottobre 1954, riguardante la base del Canale di Suez. Inoltre, la sovranità egiziana sul Canale non è mai stata messa in discussione, né prima né dopo la nazionalizzazione della società che lo gestiva. In seguito, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU espresse chiaramente lo stesso principio nella sua risoluzione del 13 ottobre 1956.

Dal punto di vista giuridico, la situazione del Canale di Suez è molto diversa da quella dello Stretto di Hormuz. Infatti, non è possibile stabilire alcuna identificazione tra lo status giuridico dei canali marittimi, che sono vie d’acqua artificiali, e lo status giuridico degli stretti che collegano due mari aperti.

Mentre l’assegnazione degli stretti al traffico internazionale deriva dalla natura stessa delle cose ed è quindi anteriore all’esistenza degli Stati rivieraschi, l’assegnazione dei canali artificiali al traffico internazionale è, così come la loro creazione, il prodotto della volontà sovrana e libera degli Stati sul cui territorio sono stati scavati. In altre parole, mentre gli stretti – che collegano due mari aperti e ne sono un accessorio naturale – sono soggetti al principio di libero passaggio secondo le norme del diritto internazionale generale o consuetudinario, i canali artificiali sono soggetti solo in virtù della volontà sovrana dello Stato territoriale.

L’Inghilterra e la Francia avevano un bel dire che il loro diritto sul Canale derivava dalla concessione sul demanio pubblico di uno Stato, e che la Compagnia avesse effettivamente svolto un ruolo essenziale nel libero passaggio da parte di tutti gli Stati. Ciò storicamente non è avvenuto, poiché la Compagnia non ha mai avuto né i diritti né il potere territoriale di fatto necessari per superare gli ostacoli che le due Potenze hanno ufficialmente posto sulla via del libero utilizzo del Canale.

La questione è ora solo di interesse retrospettivo poiché per quanto riguarda Suez il principio del libero passaggio a beneficio di tutte le navi mercantili e da guerra, senza distinzione di bandiera, è stato ormai espressamente sancito.

Storia antica del collegamento fluviale tra il Mediterraneo e il Mar Rosso. Il faraone Senusret III, discendente della dodicesima dinastia, fu il primo a concepire un collegamento indiretto tra il Mar Rosso e il Mediterraneo attraverso il Nilo e i suoi affluenti, con lo scopo di promuovere il commercio e facilitare i trasporti tra Oriente e Occidente. Le navi provenienti dal Mediterraneo avrebbero percorso il Nilo fino a Zagazig (pertanto si tratta, nel primo tratto, di un percorso diverso da quello dell’attuale Canale artificiale) e da lì sarebbero giunte al Mar Rosso attraverso i Laghi Amari, che all’epoca vi erano collegati. Tracce di questo canale sono ancora visibili oggi a Geneifa, vicino a Suez.

Nel 610 e.c., la sabbia aveva riempito il canale, creando una diga di terra che aveva isolato i Laghi Amari dal Mar Rosso a causa di un lungo periodo di abbandono. Il faraone Necao II intraprese di rifare il canale e riuscì a collegare il Nilo ai Laghi Amari, ma non fu in grado di collegarli al Mar Rosso.

Nel 510, Dario riuscì a ricollegare il Nilo ai Laghi Amari. Tuttavia, a differenza del suo predecessore, non riuscì a collegare questi Laghi Amari al Mar Rosso se non attraverso piccoli canali navigabili solo durante la stagione delle piene del Nilo (l’attuale Canale, a cui si accede da Porto Said provenendo dal Mediterraneo, non sfrutta le acque del Nilo, ma passa ugualmente per i Laghi).

Nel 285 circa, Tolomeo II Filadelfo superò tutte le difficoltà incontrate dai suoi predecessori, restaurò e completò il preesistente Canale dei Faraoni, scavando con successo il tratto tra i Laghi Amari e il Mar Rosso, in sostituzione dei piccoli canali preesistenti e collegando il ramo orientale del Nilo al Mar Rosso per favorire i commerci e la fondazione di città portuali come Arsinoe.

L’imperatore Traiano fece scavare un nuovo canale (Amnis Traianus, nel 98 e.v.), che partiva dal Cairo, alla foce del golfo, e terminava ad Abbassa, dove era stato collegato al vecchio ramo di Zagazig (nord-est del Cairo). Durante l’epoca bizantina, il canale fu nuovamente trascurato fino a renderlo completamente non navigabile.

Nel 641 (calendario giuliano), Amr ibn al-‘Āripristinò la navigazione nel Canale e lo chiamò Canale dell’Emiro dei Credenti. Nel 760, il califfo abbaside Abu Ja’far al-Mansur distrusse il canale per impedirne l’utilizzo per il trasporto di rifornimenti agli abitanti della Mecca e di Medina, che si erano ribellati al suo dominio. La navigazione tra i due mari restò interrotta per circa undici secoli.

venerdì 24 luglio 2026

Rassegnamoci

 

Cazzo, se i telomeri non s’accorciano nei tempi previsti, urge adeguamento dell’età pensionabile e dei relativi versamenti contributivi. Per la pensione di vecchiaia basteranno 100 anni di versamenti continuativi? E per quella di anzianità 160 di età? L’opzione donna a 140 o 150? Che ne pensa Landini, ma soprattutto Fornero e Salvini? Vannacci: leva militare obbligatoria per i novantenni. Il governo chiede al Bruxelles di differire la durata del PNRR per l’acquisto di 100 miliardi di euro di pannoloni e cateteri. Previsti bonus del 130% per gli ultra 150enni. Al compimento del 150° compleanno non sarà previsto il rinnovo della carta d’identità.

giovedì 23 luglio 2026

Il mestiere delle armi

 

Nel XX secolo la piattaforma non è mai stata l’arma in sé. Il carro armato era il mezzo di lancio per la granata, la nave da guerra un deposito galleggiante per l’artiglieria o i missili, il sottomarino per i siluri, il caccia un vettore volante per le bombe. Tutto il resto di queste grandi e costose piattaforme serviva a un unico scopo: trasportare l’armamento fino a che potesse colpire l’obiettivo. Si vedeva il carro armato, non la granata; il caccia, non la bomba.

Il nuovo carro Leopard 2A8 pesa oltre 60 tonnellate, costa quasi una trentina di milioni di euro. Un mostro d’acciaio progettato principalmente per sparare munizioni del peso di diversi chilogrammi. Ogni sistema d’arma deve essere valutato in base alla sua efficacia, non alla sua mole. Il fattore decisivo è l'energia esplosiva o cinetica. Tutto il resto (corazza, motore, sensori, equipaggio) è, a rigor di termini, logistica. La sua corazza protegge il suo motore che spinge un cannone, il quale, utilizzando energia chimica, lancia un proiettile per centrare un bersaglio. L’arma vera e propria non è il carro, ma il suo armamento.

Un drone FPV (First Person View, ovvero un drone controllato da remoto), utilizzato per attaccare i carri armati in Ucraina, trasporta una carica esplosiva da uno a tre chilogrammi. Il drone stesso pesa solo pochi chilogrammi, costa una frazione minima del prezzo di un carro armato ed è mosso da quattro piccoli motori elettrici. La sua carica esplosiva non è stata rivoluzionata, ma è cambiato il modo in cui raggiunge il bersaglio. Per dirla semplice: la granata si è liberata dal suo involucro da 60 tonnellate e non ha più bisogno di un carro armato.

Perché armi, munizioni ed esplosivi potessero liberarsi dai limiti storici di tali poderose e costose piattaforme di trasporto e protezione, doveva svilupparsi una tecnologia che ne potesse ridurre drasticamente le dimensioni, le rendesse più economiche e disponibili in grandi quantità. Dunque: energia mobile, navigazione, sensori e potenza di calcolo.

Nessuna di queste tecnologie era inizialmente prodotta in serie per uso militare. Tutte hanno avuto origine nel mercato civile, con prodotti come telefoni cellulari, computer portatili, auto elettriche o droni per hobbisti. Solo la loro disponibilità su larga scala e la miniaturizzazione hanno reso possibile un cambiamento fondamentale nel modo di fare la guerra. In buona sostanza, anche il modo di fare la guerra ha seguito la logica capitalistica: riduzione dei costi e massimizzazione del risultato.

La prima tecnologia ad essere interessata è quella dell’energia mobile. Un carro armato Leopard 2A8 trasporta diverse centinaia di litri di gasolio ed è alimentato da un motore da 1.500 cavalli che da solo pesa ben oltre una tonnellata. Questa massa ha un solo scopo: propellere esplosivi o energia cinetica entro il raggio di tiro. Un drone FPV, invece, ricava la sua energia da una batteria agli ioni di litio, simile a una piccola batteria per tagliaerba domestico. Fondamentalmente, fornisce energia sufficiente per diversi minuti di volo in un formato che può essere trasportato direttamente insieme all’arma. Il sistema di alimentazione è integrato nell’arma stessa.

L’altro ambito tecnologico interessato a questa rivoluzione è la navigazione. Per decenni, la navigazione di precisione ha richiesto sistemi inerziali di grandi dimensioni e costosi. I laser ad anello ad alta precisione o i giroscopi a fibra ottica costano ancora somme considerevoli e si trovano su aerei, navi e carri armati. Al contrario, la rivoluzione degli smartphone ha dato origine ai sensori MEMS: giroscopi e accelerometri micromeccanici che ora sono ampiamente disponibili ed economici.

È emersa anche la navigazione satellitare, per la quale i ricevitori oggi costano solo una minima parte di quanto costavano i sistemi comparabili agli albori del GPS. Un drone civile come il DJI Mavic 3 pesa meno di un chilogrammo e naviga simultaneamente utilizzando i sistemi GPS, Galileo e BeiDou. Ciò che un tempo era riservato alle grandi piattaforme militari ora sta nel palmo di una mano.

Altra fondamentale tecnologia è quella dei sensori. Anche questa non è stata sviluppata per scopi bellici. Miliardi di smartphone hanno trasformato moduli fotografici ad alta risoluzione, sensori di immagine e sistemi ottici in beni economici e prodotti in serie. Allo stesso tempo, sono emerse tecniche di elaborazione delle immagini, rilevamento degli ostacoli e fusione dei sensori. Questo, in sostanza, conferisce all’arma una sorta di autonomia visiva. Il personale del carro armato non deve più individuare il bersaglio e sparare il proiettile. L’arma riconosce il bersaglio, corregge la traiettoria e ricerca il punto di impatto ottimale.

La tecnologia relativa alla potenza di calcolo mobile rasenta la fantascienza. Solo pochi anni fa, i droni erano perlopiù modelli volanti telecomandati. Oggi, chip su pochi centimetri quadrati offrono una potenza di calcolo che supera quella dei precedenti computer militari dedicati. L’intelligenza artificiale consente già il riconoscimento dei bersagli, la correzione della traiettoria e la navigazione parzialmente autonoma direttamente a bordo. Il “cervello” dell’arma non si trova più nel computer di controllo del tiro di un carro armato o in un posto di comando, ma risiede direttamente all’interno dell’arma stessa.

Solo l’interazione di questi sviluppi tecnologici rende comprensibile l’effettivo cambio di paradigma. Nel XX secolo, energia, navigazione, sensori e potenza di calcolo dovevano ancora essere combinati in una grande piattaforma protetta. Per questo motivo sono stati creati carri armati, aerei da combattimento e navi da guerra.

La piattaforma non è più il luogo in cui devono essere concentrate le informazioni militari cruciali e il lancio delle testate. In ambito aereo, questo cambiamento è già più evidente che su qualsiasi altro campo di battaglia. La vera svolta non è rappresentata dai grandi velivoli da combattimento senza pilota, ma dalla proliferazione di massa di droni economici, monouso e multiuso.

Con la sua famiglia Shahed, la Russia si sta concentrando su armi semplici, producibili in serie e a lungo raggio, in grado di raggiungere bersagli a centinaia di chilometri di distanza con una carica esplosiva relativamente piccola. L’Ucraina sta rispondendo con una gamma sempre più ampia di droni a lungo raggio e FPV, prodotti in officine, medie imprese e reti di produzione decentralizzate. La guerra aerea non viene plasmata da singole piattaforme ad alta tecnologia, ma da prodotti industriali fabbricati in serie.

I droni marittimi ucraini non sono semplici imbarcazioni cariche di esplosivo. Navigazione, comunicazioni radio, sensori, esplosivi e ora persino armi antiaeree sono integrati in questi piccoli sistemi senza equipaggio. La famiglia Magura (Maritime Autonomous Guard Unmanned Robotic Apparatus) dimostra quanto questo processo sia già progredito: nel 2025, un elicottero russo è stato colpito da un missile aria-aria lanciato da un drone marittimo e, nello stesso anno, l’Ucraina ha riferito di aver abbattuto due caccia russi Su-30 con droni Magura V7 armati con missili Sidewinder. Un drone marittimo, originariamente concepito semplicemente come un ordigno esplosivo galleggiante, sta quindi assumendo improvvisamente funzioni precedentemente riservate a una nave da guerra o a un sistema antiaereo.

È proprio qui che risiede il cambio di paradigma. I droni fanno a meno di quasi tutto ciò che definisce la piattaforma classica: equipaggio, corazza, motori complessi e tempi lunghi di manutenzione. Ciò che rimane è solo ciò che conta veramente dal punto di vista militare: l’arma stessa e la sua capacità di raggiungere il bersaglio con i propri mezzi. In questo contesto, il dibattito sui caccia di sesta generazione appare anacronistico. Ma in tal caso entrano in gioco massicci investimenti e dunque grandi interessi. E ciò vale, in generale, per buona parte degli investimenti destinati al riarmo in preparazione della guerra che verrà.

mercoledì 22 luglio 2026

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200.000 anni di evoluzione

Secondo il rapporto Lo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo 2026 (Sofi 2026), pubblicato congiuntamente martedì da cinque organizzazioni delle Nazioni Unite, tra cui l’UNICEF, 150.000.000 di bambini sotto i cinque anni (il 23%) sono affetti da malnutrizione cronica.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, lo scorso anno il 7,8% della popolazione mondiale ha sofferto la fame. In termini assoluti, ciò significa che nel 2025 circa 645.000.000 di persone sono state colpite dalla fame.

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Valorizzazione immobiliare

La piccola cittadina di Braunau am Inn, nell’Alta Austria, non è certo ricca di attrazioni turistiche. L’unica possibile è la casa natale di quello che è probabilmente il politico più famoso d’Austria. La casa è tutelata come monumento storico, un tempo ospitava il birrificio e la locanda Zum braunen Hirschen (Il Cervo Bruno). Nel dopoguerra, fu restituita ai precedenti proprietari e utilizzata, tra l’altro, come biblioteca, scuola e laboratorio per persone con disabilità. Dall’espropriazione del proprietario dieci anni fa, l’edificio appartiene alla Repubblica austriaca.

Per l’edificio si prospetta un futuro glorioso: nella casa sta aprendo una stazione di polizia (come già nell’appartamento appartenuto allo stesso personaggio a Monaco). Visto tutto ciò che si sa sull’ideologia di questo gruppo professionale, si può presumere che molti non vedano l’ora di iniziare il proprio lavoro nella nuova sede. Non è noto quante richieste di trasferimento a Braunau siano pervenute.

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Un club di collezionisti

La 23a edizione della coppa del mondo è terminata, e bisogna dire: meno male. Nel complesso, i Mondiali hanno offerto esattamente ciò che ci si aspettava. Interruzioni pubblicitarie mascherate da pause per bere, uno spettacolo di metà partita assolutamente pessimo e gioco del calcio prevalentemente dimesso e noioso.

La FIFA, avendo a disposizione un prodotto che può essere commercializzato in modo fantastico in tutto il mondo, si considera intoccabile. Non risponde a nessuno. È un’associazione di diritto svizzero, proprio come un club di collezionisti di francobolli in pensione.

martedì 21 luglio 2026

Schlein e Calenda studiosi di Ostwald

 

Nel post precedente avevo posto una domanda. Ho ricevuto un solo commento. Molto stimolante questa situazione per chi scrive un blog: porre domande e non ricevere risposte. Vero, peraltro, che nella nostra epoca non si pongono nemmeno più delle domande, a motivo del fatto che riteniamo di sapere già tutte le risposte.

Dove si trova, all’interno di un nocciolo di ciliegia, il progetto per la crescita dell’albero? Quale ingranaggio di un orologio aziona le lancette? Quale parte dell’orologio misura il tempo? In generale, il rapporto tra la parte e il tutto è molto più complesso di quanto sembri. Già aver ipotizzato che il mondo fosse composto da atomi e molecole non fu affatto facile da far accettare.

Il chimico Wilhelm Ostwald (1853-1932), ad esempio, aderiva alla teoria dell’energetismo, secondo cui tutto in ultima analisi è composto da energia fluida e infinitamente divisibile, piuttosto che essere “granulare” e costituito da minuscole particelle. Ciò non impedì che gli venisse conferito il Nobel per altri indubbi suoi meriti.

Nel 1902 brevettò un metodo per la produzione industriale di acido nitrico, fondamentale per la creazione di fertilizzanti ed esplosivi. Elly Schlein conosce a memoria il suo sistema di classificazione colorimetrico, mentre Karl Calenda è un esperto di livello universale della sua legge sulla diluizione.

Nel 1905, Albert Einstein spiegò il motivo per cui la polvere di polline sembra danzare nell’acqua al microscopio (moto browniano). Questo movimento è il risultato di collisioni casuali tra le molecole d’acqua e le particelle di polvere. L’anno successivo, le previsioni di Einstein su come il moto browniano dipendesse dalla temperatura e dalla viscosità del liquido furono confermate sperimentalmente, e con esse, l’esistenza delle molecole.

Ludwig Boltzmann, che aveva utilizzato la sua “meccanica statistica” per collegare il micromondo invisibile degli atomi in movimento con il macromondo visibile delle cose che ci circondano, si impiccò quello stesso anno. Qui vicino, a Duino. Come un personaggio di una tragedia classica, dove il messaggero con il messaggio di vittoria arriva troppo tardi.

Si deve a Boltzmann la prima prova concreta dell’esistenza degli atomi. Con una necessaria precisazione: mentre Boltzmann partiva dal moto delle particelle e derivava le grandezze macroscopiche (pressione, temperatura, ecc.) come valori medi di tale moto, Einstein interpretò il movimento ondulatorio delle particelle di polvere (di dimensioni quasi macroscopiche) come una fluttuazione nella media di numerose collisioni tra particelle di polvere e molecole d’acqua, deducendo da questa fluttuazione l’esistenza delle molecole.

In sostanza, Einstein partiva da un presupposto esattamente contrario a quello di Boltzmann. Ad ogni modo, fu proprio l’applicazione di metodi statistici alla descrizione della natura che portò al risultato. Ad esempio, una descrizione statistica della velocità delle molecole non specifica più la velocità con cui si muove ogni singola molecola, ma indica piuttosto con quale frequenza si verifica ciascuna velocità, ovvero quante particelle si muovono a quella velocità.

Boltzmann è noto anche per una più banale (giudizio di Schrodinger) osservazione, ossia quella secondo cui l’ordine ha la tendenza a trasformarsi spontaneamente in disordine, mentre non accade il fatto contrario. Solo che non esiste in natura uno stato “ordinato”. L’universo stesso parte da uno stato disordinato; se consideriamo l’evoluzione della materia, occorre partire dal disordine iniziale. Da questo disordine iniziale parte l’evoluzione, che produce le più diverse forme di relativo ordine.

A partire dall’originario disordine, dall’originaria energia, forniti dal big bang, le più diverse forme materiali (formazione delle galassie di stelle, dei pianeti, e tra questi, di un pianeta nel quale è potuta sorgere la vita, e la vita cosciente) altro non sono che un complesso di risultati statistici eccezionali fondati su grandi numeri. Occorre un enorme dispendio di energia perché possano sorgere dal disordine (dal caso), come risultati straordinari e statisticamente eccezionali, forme ordinate (la necessità).

domenica 19 luglio 2026

Di che cosa si tratta?

 

Già questa foto rivela il livello reazionario di questo quotidiano.

Le speranze del 1989, per chi le aveva coltivate, non erano state altro che un’illusione. Tutto andò esattamente nella direzione opposta. Il capitalismo occidentale, senza avversari, si metteva alla conquista dell’intero pianeta. Come un rullo compressore, abbatteva confini, differenze geografiche e culturali. Il mondo si trasformava in un gigantesco supermercato dove ogni cosa diventava merce e il profitto veniva estratto da ogni cosa a beneficio di pochi.

La materialità della produzione industriale veniva sussunta all’immaterialità del mondo finanziario: la ricchezza veniva creata in borsa. La borghesia occidentale aveva trionfato e non voleva restrizioni all’esercizio del suo potere. Non aveva più bisogno di sobbarcarsi il compromesso sociale postbellico tra capitale e lavoro che aveva dato origine allo stato sociale in Europa.

L’Europa ovviamente era un territorio di conquista, ma anche i paesi dell’Europa orientale furono costretti a privatizzare tutto, smantellare i loro stati sociali e aprirsi a un mercato non regolamentato. E per tutti gli anni ‘90, nelle guerre nell’ex Jugoslavia, gli stati occidentali, spinti dal proprio interesse, avevano alimentato le fiamme del nazionalismo, lasciando strada al risorgente fascismo.

La globalizzazione del mercato ci veniva presentata come un’opportunità unica di sviluppo, in un mondo finalmente unito. Ricchezza e prosperità si sarebbero diffuse ovunque, insieme alla libertà. Molti cedettero per rassegnazione e altri per spudorato calcolo. Tutta la sinistra riformista europea, seppelliti i propri residui ideali sotto le macerie del Muro di Berlino, si proclamava convinta che il mondo non potesse funzionare che in quel modo.

Questa titolazione è più eloquente dello stato di cose presenti di un saggio di Picketty, Stiglizt o altro porcodidio.

Mandato in soffitta Marx, considerata la sua opera soltanto “un affascinante oggetto di studio” per topi di biblioteca, la sconfitta dei movimenti antagonisti, o sedicenti tali, stava dietro l’angolo. Le marce cittadine di protesta e il conflitto sociale ritualizzato, finirono per scontare le loro fondamentali illusioni strategiche a Genova. Non solo a causa della repressione poliziesca, ma soprattutto a causa del vuoto sostanziale di proposta.

Non basta gridare che un altro mondo è possibile, era ed è necessario chiarire sulla base di quali rapporti sociali si vuole costruire quello nuovo e possibile. Non basta impegnarsi sul terreno delle disuguaglianze e frustrazioni sociali accumulate. Non si tratta di questo o quello; non solo di politiche neoliberiste, dell’oppressione e della violenza strutturale del sistema. Non si tratta di ridefinire semplicemente i confini di ciò che è tollerato e accettato e di ciò che non lo è, o non lo è più.

Dunque, di che cosa si tratta?

giovedì 16 luglio 2026

Sempre un alito cattivo

 

Ho iniziato la lettura del nuovo saggio di Luciano Canfora dal titolo: Comunismo, un’altra storia. Negli ultimi tre anni e mezzo scarsi, il filologo barese ci ha fatto dono di ben dieci saggi pubblicati, alcuni di notevole spessore anche cartaceo.

Del nuovo saggio, ho letto le prime 20 pagine. Dunque sarebbe quantomeno azzardato da parte mia esprimere un qualsiasi giudizio, se non fosse che questi primi 7 capitoletti si chiudono con un’affermazione così perentoria da confermare un mio antico giudizio sul Canfora stesso.

Ma prima desidero riportare la frasetta con la quale Canfora liquida definitivamente l’opera di Marx: «Col che la sua opera [di Marx] è diventata vieppiù soltanto un affascinante oggetto di studio.»

Questo giudizio tranchant, secondo l’autore del libro, deriverebbe dal fatto che Marx, pur avendo «introdotto un elemento di scientificità dentro la cornice di una preesistente, colossale utopia, è, per suo carattere, contingente, ossia legata a condizioni materiali e rapporti sociali che mutano ma mano, di necessità».

Pertanto, sostiene Canfora, il contributo scientifico di Marx, ancorato a condizioni e rapporti sociali tipicamente ottocenteschi ed eurocentrici, avrebbe perso la sua efficacia scientifica e critica a fronte delle mutate condizioni materiali e sociali seguite alla sua epoca.

Sembra che Canfora ignori anzitutto la categoria di formazione economico sociale, che il materialismo storico concettualizza nella struttura di un sistema dinamico di rapporti organicamente legati ed in continua interazione, sulla base di un dato modo di produzione e secondo leggi specifiche.

È naturale che una stessa formazione sociale possa assumere forme concrete molto diverse. Ad esempio, la formazione sociale capitalistica, nella stessa epoca, può determinarsi nella forma statunitense, cinese, argentina, ecc.. Ciò si spiega con l’ineguale grado di sviluppo del modo di produzione capitalistico, nonché con la storia particolare di ciascuna nazione, con la peculiare forma di interazione dei diversi sottosistemi (economico, politico, giuridico, ...).

La conoscenza concreta di ciascuna formazione, ad ogni stadio particolare del suo sviluppo, non potrà che essere, perciò, il risultato di una analisi concreta della situazione concreta, ma il concetto di formazione economico sociale resta in ogni caso indispensabile per comprendere le leggi generali oggettive di funzionamento e di sviluppo proprie ad ogni sistema sociale indipendentemente dalle sue particolarità.

Ciò premesso, l’oggetto d’indagine di Marx è il modo capitalistico di produzione e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono, e non - come hanno creduto in molti e con essi Canfora – il capitalismo europeo della seconda metà del XIX secolo, ovvero l’Inghilterra, che pure, nella sua epoca, era di questo oggetto la “sede classica”.

Certo che l’Inghilterra viene presa in considerazione da Marx nella costruzione della sua teoria, poiché essa era la forma più sviluppata del fenomeno che egli considera; ma, nella Prefazione alla prima edizione (luglio 1867) de Il Capitale, Marx mette in chiaro che:

«In sé e per sé, non si tratta del grado maggiore o minore di sviluppo degli antagonismi sociali derivanti dalle leggi naturali della produzione capitalistica, ma proprio di tali leggi, di tali tendenze che operano e si fanno valere con bronzea necessità. Il paese industrialmente più sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l’immagine del suo avvenire.»

In altri termini, ciò che interessa a Marx è il modo di produzione capitalistico in generale, le sue leggi e le sue tendenze (sui concetti di legge e di tendenza occorre essere precisi, poiché si tratta di strumenti essenziali per l’elaborazione di una immagine scientifica del mondo), e non, invece, una sua forma determinata ad un qualche stadio del suo divenire.

È proprio questo che interessa a Marx: estrapolare dalle leggi generali del divenire capitalistico la tendenza; simulare concettualmente, secondo procedure dialettiche (logiche e/o matematiche), il loro movimento intrinsecamente contraddittorio, per carpire al futuro la loro forma divenuta.

Sono questi gli strumenti che gli consentiranno le più ardite operazioni del pensiero; gli consentiranno, cioè, di spingersi per via analitica fino agli estremi limiti del modo di produzione capitalistico, oltre i quali si spalanca la breccia di una discontinuità qualitativa epocale e, a partire di lì, riguardare con occhi nuovi, e secondo nuove prospettive, anche il presente!

Ignorare, o fingere di ignorare, che le leggi economiche scoperte da Marx conservano validità generale per quanto riguarda tutta la storia della formazione sociale capitalistica e del relativo modo di produzione, significa ignorare le motivazioni più profonde e più vere della crisi della formazione economica capitalistica e dunque anche della odierna contesa imperialistica.

Anche noi dovremmo chiederci con Engels: “Forse la feudalità è stata mai corrispondente al suo concetto?”

Il mio giudizio su Canfora, a riguardo del suo rapporto con Marx e il materialismo storico, ebbi modo di esprimerlo già 12 anni fa. Forse oggi lo sostanzierei meglio, ma nella sostanza penso che non lo muterei.

[...]

 

In seguito alla sconfitta della nazionale francese di calcio contro la Spagna nella semifinale dei Mondiali, si sono verificati disordini in numerose città, sebbene, secondo una valutazione del ministero dell’Interno francese, non si siano registrati incidenti gravi. Il ministero ha segnalato scontri con la polizia in 183 città, in particolare a Parigi e Lione. Sono state arrestate 342 persone, di cui 250 in stato di fermo. In 688 casi, gli agenti sono stati presi di mira con fuochi d’artificio e ne sono stati sequestrati 1.128.

Un modo alternativo per festeggiare il 14 luglio.


Sapete dove si trova il Kirghizistan? Da qualche parte in Asia, ovviamente. L’Unione Europea vuole ristabilire l’”ordine” nel paese centroasiatico e per questo ha imposto delle sanzioni.

Dal giornale umoristico Repubblica.

martedì 14 luglio 2026

Esplorazioni socio-etnologiche

 

Questa mattina, poco dopo le 10, ero in auto e ho acceso la radio. Le varie emittenti trasmettevano réclame in sincrono, perciò ho optato per radiotre, il canale radiofonico delle persone colte e di sinistra, quelle che ascoltano musica etnica malgascia a pranzo e Brahms al cesso.

Ho seguito la trasmissione per pochi minuti, il tempo di arrivare dove volevo andare, per dirla con Totò. Tema odierno: la concentrazione della ricchezza presso i soliti noti Paperoni. È sempre un argomento di vendita e garantisce ascolti più alti, senza mai chiarire i meccanismi sociali che governano questo mondo. Del resto, anch’io, proveniente da una classe sociale “inferiore”, da decenni cerco di decifrare i meccanismi del dominio sociale studiando le diverse soggettività prodotte dalla natura specifica dell’esistenza della classe dominante.

Nella trasmissione radiofonica si citava l’esempio dell’ex moglie di Jeff Bezos, che, ricevuti 36 miliardi di dollari dal marito, ne assegnava 26 in beneficienza (riferisco i dati ascoltati per radio). Nonostante ciò, dopo pochi anni, la signora godeva di un patrimonio ancora maggiore, di ben 46 miliardi, causa aumento valore delle “residue” azioni dall’ex marito rimastele in portafoglio.

Della serie: il diavolo continua a cagare sul mucchio più grande. Discutere di ciò è sterile: nonostante tutto questo denaro elargito in beneficienza, la disuguaglianza globale tra ricchi e poveri non fa che aumentare, come sottolinea regolarmente l’organizzazione Oxfam. Quindi è seguita per radio l’immancabile invocazione per una più equa distribuzione della ricchezza sociale a mezzo tassazione e altre favole del genere, con dotta citazione di Piketty (poteva mancare questo insulso tra gli insulsi che ha “scoperto” che la ricchezza è costituita principalmente da capitali ed eredità?).

Il fatto che si rimproveri ai super ricchi (high net worth individuals) la loro ricchezza dà il senso del generale disorientamento. Sarebbero dunque i “ricchi” la causa dei problemi, e non dunque essi stessi il prodotto dei rapporti sociali vigenti. È questo il volgare e imbarazzante modo di concepire il dominio di classe con le categorie politico-sociologiche di un Proudhon (la proprietà è un furto!) o di un ancor più volgare Piketty.

Denunciare l’accumulazione di ricchezze esorbitanti in poche mani è doveroso, ma soffermarsi solo su tale aspetto significa rimanere sul terreno di una critica etica. Una critica laterale che la borghesia miliardaria alla Bill Gates non solo accetta (donare parte delle proprie “fortune” in beneficenza riduce il carico fiscale), ma pavoneggia come un sano esempio di libertà e democrazia (per Bill il pericolo maggiore al mondo sono “i microbi, non i missili”).

I super ricchi esercitano un certo fascino (già la nobiltà, sebbene decaduta nella sua rappresentazione istituzionale, nell’inconscio e nell’immaginario collettivo conserva un suo posto), emanando una straordinaria stranezza, quasi un tocco di esotismo. Del resto, la ricchezza non si limita al denaro e ai beni materiali. Questi sono necessari, ma non sufficienti. Esiste una grande varietà di ricchezze, ma tutte condividono lo stesso background, poiché tutte possiedono queste diverse forme di ricchezza, tra cui la cultura e le connessioni sociali (per entrare facilmente nel mondo del lavoro e seguire un percorso consolidato verso il “successo”), che conferiscono loro una posizione dominante nella società. Basta leggere Balzac, il quale fotografava l’ambiente sociale altamente codificato dell’alta società parigina e la complessità della violenza insita nei rapporti di classe.

Posto per assurdo che i ricchi abbiano effettivamente gli stessi interessi dei poveri, possono benissimo essere d’accordo con stronzate tipo una più equa tassazione e anzi offrire con larghezza in beneficienza il loro denaro per migliorare la condizione dei poveri, eccetera. La storiella del filantropo eroico che vuole “rendere il mondo un posto migliore” è ben nota e piace soprattutto a sinistra. L’idea che la gestione pubblica della ricchezza socialmente prodotta possa essere più efficiente non li sfiora nemmeno.

I miglioramenti che si realizzano sul terreno dei rapporti di produzione borghesi, non cambiano nulla del rapporto fra capitale e lavoro sfruttato, ma spesso assolvono la funzione di diminuire le spese che il vertice della gerarchia sociale deve sostenere per la pace e concordia sociale, indi per il suo dominio: la filantropia è una forma e un esercizio di potere (vedi l’evergetismo nell’antica Roma), oltre che un formidabile veicolo per la reputazione elitaria.

Quanto alla trita ricetta sulla tassazione dei profitti e della ricchezza, è necessario aver chiara una cosa: forme e misura del welfare non sono né saranno mai una variabile indipendente dalle dinamiche dell’accumulazione capitalistica. Infatti, il capitalista, quando investe, si aspetta un profitto. Non un profitto qualsiasi, bensì un determinato saggio del profitto. Il capitale pertanto ha bisogno: 1) di acquistare a un certo prezzo la forza-lavoro e di estrarne tutto il plusvalore possibile; 2) di operare in determinate e sicure condizioni, anzitutto regolamentazione fiscale e altri oneri sociali favorevoli. Il resto è dettaglio.

Sono in viaggio

 

Vannacci o Trump non sono argomenti così aggrappanti nel caldo afoso di luglio. Invece il termine Laniakea? Deriva dalla lingua hawaiana e significa “cieli incommensurabili”. È il nome assegnato dagli astronomi nel 2014 per identificare il superammasso di galassie che ospita anche la nostra Via Lattea. Si estende per circa 520 milioni di anni luce e contiene all’incirca 100.000 galassie.

Al suo interno c’è il superammasso della Vergine (di cui fa parte la nostra galassia) e altri ammassi minori, tutti uniti e interconnessi da attrazioni gravitazionali comuni. Dio ha creato tutto questo per dare lavoro agli astronomi e al settore industriale che si occupa di telescopi, cannocchiali e lenti d’ingrandimento. 

Quasi nascosto alla nostra vista (da quella del mio terrazzo, per esempio), c’è il Grande Attrattore. Infatti si trova quasi esattamente dietro al centro della Via Lattea, nascosto da un sacco di polvere cosmica. Viaggiamo comodamente verso di esso a una velocità di circa 600 km/s, ovvero oltre 2 milioni di chilometri all’ora. Questo movimento non è casuale, ma è causato dall’incredibile densità di materia concentrata in quella direzione (una massa stimata in decine di milioni di miliardi di soli). C’entra ancora una volta la gravità, lo strudel di Newton.

Il Grande Attrattore non è un buco nero. Né un quasar. I quasar sono buchi neri supermassicci che attraggono enormi quantità di materia. Questa materia irradia poi enormi quantità di energia. Pertanto, i quasar sono gli oggetti più luminosi dell’universo e costituiscono il nucleo di intere galassie. I primi quasar si sono formati meno di un miliardo di anni dopo il Big Bang, un tempo relativamente breve su scala cosmica.

Al centro della nostra galassia (noi siamo in periferia) non c’è un quasar, ma un semplice e tranquillo buco nero (con una massa di 4 milioni di volte quella del nostro Sole). Tra circa 4 miliardi di anni, la nostra galassia si scontrerà con un’altra galassia, Andromeda. Il risveglio dei buchi neri potrebbe far brillare il centro galattico come un quasar. Un gigantesco gioco pirotecnico superiore persino a quello di sabato prossimo a Venezia (spiaze per chi se lo perde).

Intanto, però, viaggio a 36.000 kilometri al minuto verso il Grande Attrattore. Che non raggiungerò mai. Non per il paradosso di Achille e la tartaruga, ma per il paradosso di Olbers.

Sono le ore 5.02 GMT+1 e sto sfrecciando troppo veloce nell’universo perché mi venga in mente dell’altro che non siano queste cose che vi ho raccontato.

lunedì 13 luglio 2026

La sinistra tra le cosce dei padroni

 

Desta, in alcuni, una certa sorpresa, vera o fasulla che sia, l’avanzata del partito del gen. Vannacci. Il quale non raccoglie solo canagliesche nostalgie, ma anche un disagio vero, che sale in superficie da una parte non trascurabile della società. Il motivo principale della sua ascesa è dato, com’è risaputo, dalla questione dell’immigrazione, della quale in Italia stiamo assaporando solo l’antipasto. È un saliente sul quale finora le arrampicate politiche, nonché le iniziative governative, hanno deluso e fallito.

A seconda da come si allineeranno i pianeti da qui alle elezioni politiche, ossia a seconda dell’atteggiamento prevalente dei media, dunque di chi li comanda, il partito di Vannacci potrà sfiorare o anche raggiungere il 10 per cento dei voti, raccattando consenso anche nell’enorme bacino dell’astensione. Ma anche rimanendo attorno al 6 per cento, come dicono oggi i sondaggi, il partito del generale sarà indispensabile alla destra per vincere. Dunque, in entrambi i casi, sarà Vannacci l’ago della bilancia delle prossime elezioni.

Salvo sorprese a sinistra, dove può sempre apparire un Masaniello a scompaginare le carte. Una sinistra interessata a ben altro che alle questioni sociali, verso le quali non ha alcuna proposta, tantomeno delle proposte convincenti. Del resto è così in tutta Europa: la sinistra affonda dove l’ideologia libero-scambista ha mostrato la sua contraddizione fondamentale. Che è alla base del marasma internazionale attuale (a prescindere da Trump): non appena le misure di protezionismo vengono ridotte, le economie nazionali si destabilizzano, le loro capacità produttive si indeboliscono e si profila una crisi nei rapporti economici.

Non ci voleva chissà quale dottrina per scoprire che il libero scambio è un’ideologia semplicistica. Secondo i suoi dotti propagandisti basta abbassare tutte le barriere e tutto andrà bene. La sinistra, vale a dire le supposte élite intellettuali, vista l’insostenibilità del suo becero riformismo (non puoi al contempo servire il popolo e il capitale), si è buttata tra le braccia (e tra le cosce) dei padroni del mondo. A far loro un ricco pompino.