martedì 11 novembre 2014

L'astratta legge che governa la realtà


Uno dei problemi fondamentali che la società del XXI secolo dovrà senz’altro affrontare e che già s’era posto nel secolo scorso, riguarda le scelte d’ordine economico, scelte che stanno a capo di ogni altro problema, anche a quello del mutamento climatico, per dire.

Il XX secolo ci ha mostrato come il mondo si sia diviso a lungo in due sistemi. Da un lato il sistema capitalistico classico, in cui l’economia opera su motivazioni di carattere puramente economico (profitto), sul principio dichiarato della più ampia libertà individuale; si tratta in ogni caso di un modello sociale in cui la libertà dei lavoratori è solo fittizia (poco importa se il tal coglione non se ne avvede), in quanto strettamente condizionata dal bisogno e legata alle esigenze dell’accumulazione. Dall’altro lato, come antagonista, vigeva il sistema “socialista”, basato sulla pianificazione economica centralizzata, avente per obiettivo quello di superare la schiavitù salariata socializzando i mezzi e i proventi della produzione (*).

Entrambi questi sistemi sociali sono falliti.



Nel sistema di pianificazione centralistica le motivazioni economiche avevano uno stretto rapporto con le scelte in campo sociale, e tuttavia si trattava di decisioni che potevano essere applicate soltanto col ricorso a metodi autoritari. È vero che in questi sistemi si sono raggiunti elevati risultati sul piano della giustizia sociale, tuttavia nessuna riforma riuscì a risolvere i problemi legati all’inefficienza produttiva e all’insufficienza e cattiva qualità dei beni di largo consumo.

Questo è il motivo fondamentale, molto più che le esigenze di libertà individuale, del fallimento e della fine di quel sistema in Russia e nei paesi satellite. L’operaio della DDR puntava agli scaffali dei negozi di Berlino Ovest, e gl’importa un cazzo del monopolio della Westdeutsche Allgemeine Zeitung. In Cina, invece, si è riusciti a salvare il sistema, per il momento, solo aprendolo al capitalismo privato. Tra i due sistemi, capitalismo privato e controllo autoritario di Stato, esistono possibilità di mediazione, ma le contraddizioni restano e si faranno sentire.

Dove l’intervento pubblico nelle economie di mercato è stato largo, il sistema ha dato il meglio di sé, specie in Europa, nei decenni successivi il secondo dopoguerra. E tuttavia dato il carattere peculiare della accumulazione capitalistica, il sistema non ha mai superato le proprie contraddizioni, come del resto dimostrano gli effetti sociali della crisi, del debito, eccetera.

*

Ho parlato di capitalismo di Stato, e con ciò intendo quei sistemi nei quali non si è superato lo stadio del lavoro salariato e sono rimasti operanti i rapporti di produzione capitalistici (il trasferimento del titolo di proprietà non è di per sé sufficiente a stabilirne di nuovi!). Così come nelle società antiche la schiavitù restava la base dell'intera produzione, qualunque fossero le forme distributive del prodotto sociale, allo stesso modo nelle società moderne, siano esse a proprietà privata o collettiva, la schiavitù salariata è la base dell'intera produzione e non cambierà di segno solo per effetto del variare della partecipazione dei singoli al godimento della ricchezza sociale.

Sennonché lo sviluppo della grande industria e della scienza sta trasformando il ruolo del lavoro come forma immediata della produzione sociale e come fonte della ricchezza, laddove il valore di scambio sempre meno corrisponde come misura dei valori d’uso. Ditemi: quanto lavoro vivo (di schiavi cinesi) c’è dentro uno smartphon, e invece quanto lavoro passato?  Quanto lavoro vivo (di schiavi europei) c’è in una Mercedes prodotta in un’ora, e quanto lavoro passato nella robotica industriale?

A un dato livello dell’accumulazione, la produzione di valori d’uso entra in contraddizione con le esigenze di valorizzazione del capitale. Ne deriva che lo sviluppo delle forze produttive risulta così frenato dai rapporti di produzione capitalistici, vale a dire dai rapporti fondati su un modo specifico di imporsi della legge del valore.

In altri termini, nella fase storica in cui la produzione basata sul valore di scambio crolla, in cui il pluslavoro della massa ha cessato di essere la condizione dello sviluppo della ricchezza generale, il modo di produzione capitalistico precipita nella sua crisi generale per cui nessuna domanda aggiuntiva (“aggregata”) potrà trarlo a lungo dal suo letto di Procuste. Solo una catastrofe umanitaria inedita potrà fermare il processo in atto.

Coloro che in tutto questo non riescono a ravvisare un processo rivoluzionario è perché hanno assunto il punto di vista della classe borghese. E, come diceva Brecht, forse è inevitabile che siano così, ma non è necessario che esistano. È comprensibile che si difendano, ma essi difendono preda e privilegi, e comprendere in questo caso non deve significare perdonare.




(*) La Rivoluzione bolscevica ha avuto successo nel rovesciare il regime vigente per circostanze casuali. Non si può certo dire che in Russia fosse matura la necessità di superare i rapporti sociali esistenti in senso comunista, situazione ben più matura in altri paesi dell’Europa occidentale capitalisticamente più avanti. E tuttavia, come poi i fatti storici hanno dimostrato, i rapporti di produzione in Europa erano entrati sì in contraddizione con le forze produttive esistenti, e però non avevano ancora assunto forme così mature da sviluppare risposte soddisfacenti sul piano di un reale mutamento.

7 commenti:

  1. Sempre più chiaro, sempre più preciso. Grazie

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    1. pensavo proprio oggi: Luca li legge e ciò basta

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  2. "Solo una catastrofe umanitaria inedita potrà fermare il processo in atto".

    Cioè, lei ritiene che solo un nuovo evento bellico mondiale, fermerà questo processo in atto?
    Ma è sicuro che poi non si riparta daccapo dopo questa ennesima catastrofe umanitaria invece?
    E poi, perchè è così pessimista che l'opzione politica diretta magari, da una nuova internazionale di lavoratori, fermi questo mostro di capitalismo che sta ingoiando uomini e natura?

    Cordialmente.

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    1. una catastrofe umanitaria inedita, qualcosa di veramente insolito può interrompere o anche arrestare questo processo. non so nello specifico, non posso indovinare il futuro che com'è noto è assai imprevedibile in simili "dettagli".

      ma lei, scusi, è sicuro di sentirsi bene posto che s'interessa a questi argomenti? è roba per spiriti inquieti, per passatisti, per gente che non ha nulla di meglio ...

      grazie per il commento, al prossimo spero (magari usi un nick)
      buona giornata

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  3. Olimpia, andando liberamente: le leggi sono sempre astratte - estratte dall'osservazione della realtà. Non sono loro a governare le cose, ma forze di varia natura delle cose, di cui le leggi descrivono l'andamento. In questo caso, in cui sono semplice infinitesima pedina profana, vedo che entrano in gioco anche le leggi giuridiche, che tengono in vita il sistema in cu vivo per cui un pezzo di carta indigeribile o un pezzo di plastica elettromagnetico immangiabile si trasformano in un carrello pieno al supermercato. Se pago e non mi danno la merce esposta, chiamo la polizia; se scappo con il carello pieno chiamano la polizia. Ingenuamente penso che se mi mettessi a cercare di convincere la cassiera o la guardia giurata o il direttore del supermercato mi direbbero che è la legge degli uomini cheregge la legge delle cose nel mondo che impedisce loro di lasciarmi andar via con il carrello pieno senza pagare. Ma io penserei che ingenui sono loro nel pensare che la legge degli uomini regge la legge delle cose, e mi arrenderei a pagare perché ho fame ma direi loro che in queste cose esistono le leggi per cui non posso mangiare le monete di carta o di metallo o la carta magnetica ma per tutto il resto le cose sono governate da leggi umane, cioè salendo salendo da uomini in carne ed ossa. Da ex-sindacalista, comunque, mi renderei conto che è un tavolo attorno al quale una volta che sei seduto sei fregato, che sarebbe stato meglio lottare per non sedersi a quel tavolo di trattativa - ma come? con chi? quegli uomini hanno messo le cose in modo tale che se non ti siedi a trattare nell'ambito delle loro leggi e delle loro interpretazioni muori di fame o finisci nelle loro prigioni.

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    1. Mi pare ovvio che non esiste alcun posto dell’universo dove stanno “le leggi”. Vedrò di tornare sull’argomento con un post. Queste cose però non interessano quasi a nessuno.

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    2. Certo, interessano di più i contenuti del pensiero, dei ragionamenti che si fanno. Ma gli insegnamenti di grandi come Marx includono sempre, implicitamente o esplicitamente, indicazioni per un approccio cognitivo verso la realtà. Le parole hanno la loro importanza: ha valore la loro scelta, ma ancora di più ha valore un prima, un atteggiarsi verso la realtà materiale o verso quella concettuale astratta. Pur nella necessità da parte dell'approccio materialista di separarsi comunque dal contatto percettivo con la realtà per pensare ad essa, è diverso l'assetto di avvicinamento cognitivo alle cose, tutte, da quelle strettamente personali a quelle sociali, da quelle fisiche a quelle psichiche. Le leggi che governano il mondo sono quelle giuridiche, le altre non governano niente, bensì prendono atto della regolare ripetizione di fenomeni, li correlano, e con ciò permettono di conoscere e prevedere. Queste leggi stanno nella mente dell'uomo, non nelle cose: in esse ci sono forze e proprietà in interazione tra loro.

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