Ho telefonato a New York. Mi ha risposto il centralino. Ho chiesto di passarmi il signor António. Il centralinista mi ha detto che sono chiusi per il week-end. Riproverò lunedì ... Risposta: il lunedì ci sono solo gli impiegati, neanche tutti. Insisto: martedì? Se vuole – mi ha risposto –, ma penso sia inutile. Io stesso – mi racconta il centralinista – dal mese scorso non ricevo lo stipendio. Chiedo perché ciò accada. Laconica risposta: solo 69 paesi membri hanno versato i loro contributi all’inizio del 2026. Ho replicato: ma almeno una dichiarazione, un appello, qualcosa … «Madame – mi grida il centralinista – je vous ai déjà dit que cet endroit est fermé pour le week-end ! ». Click.
sabato 28 febbraio 2026
Il conflitto inevitabile
Tempo al tempo e anche di loro non sentiremo più la mancanza.
Il rapporto di Citrini ha toccato un punto delicato della questione “capitalismo”. Si sentono tutti o quasi preoccupati per quello che succederà domani o dopodomani. Tranquilli, non succederà nulla di così catastrofico nel tempo ravvicinato, salvo crisi finanziarie e robetta come depressione economica, qualche rutto sociale e alla Casa Bianca uno scappato da Bedlam. Il capitalismo non crollerà, si trasformerà in qualcos’altro. Quando? Non lo so, ma che importanza ha? Non da un giorno all’altro, né da un anno all’altro. Moriremo tutti prima di allora, o almeno molti di noi avranno già tirato le cuoia. Diamogli un po’ di tempo, siamo solo agli inizi della sua trasmutazione.
Anche per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, non è un mostro di Frankenstein, né HAL 9000. Non è per nulla intelligente, nel senso umano: i suoi risultati possono apparire sofisticati, ma i modelli non ne comprendono per nulla il significato. Questa distinzione è cruciale e costituisce una delle ragioni principali per non cedere, tra l’altro, all’idea che sostituirà in tutto e rapidamente la maggior parte dei lavori d’ufficio e simili. Del resto, un robot non avrà mai gli occhi colmi di pensieri lontani.
Né bisogna credere che l’IA riduca i costi, aumenti la produzione e apra la strada a modelli di business completamente nuovi, proprio come è accaduto nelle precedenti rivoluzioni tecnologiche. Questa è una consolante illusione. Quando il computer e internet sostituirono le macchine da scrivere, la calcolatrice e molti impiegati con il bloc-notes, poi ad affiancare i superstiti sono apparsi i programmatori, i venditori di cianfrusaglie informatiche e tutta una pletora affine della stessa filiera.
Con l’intelligenza artificiale non è così. Non viene scambiata la macchina da scrivere con il computer, riscritta la mansione dell’impiegato e ristrutturato l’organigramma dell’ufficio, ma sconvolta dalle fondamenta tutta l’architettura concettuale, organizzativa, implementativa e gestionale delle attività lavorative (e non solo lavorative), creando, tra l’altro, inevitabili tensioni nella gerarchia del lavoro, tra la logica manageriale e la pratica lavorativa dei dipendenti.
Se con la microelettronica e internet è cambiata la nostra vita, con l’IA viene a modificarsi anche la nostra identità, i confini tra uomo e macchina. Il conflitto è inevitabile.
venerdì 27 febbraio 2026
Gli alieni del Manifesto
Ieri, sul quotidiano il manifesto, è comparso un articolo di Luigi Pandolfi, il cui titolo (Gli alieni del capitale) richiama casualmente quello di un mio recente post sullo stesso argomento (Come nei film con le macchine aliene).
Pandolfi cita l’ormai famoso testo di 7.000 parole firmato Citrini Research, nel quale gli autori, come in un racconto distopico ambientato nel 2028, offrono un’anticipazione dello scenario che si verrebbe a creare con la sostituzione dell’intelligenza umana (la forza-lavoro umana, che è costituita da più fattori!) con la cosiddetta intelligenza artificiale.
«Disoccupazione al 10,2%, S&P 500 a –38%, consumi in caduta, mutui in sofferenza anche tra i debitori più solidi», laddove «Ogni dollaro risparmiato sul personale finiva in capacità di IA che permetteva ulteriori tagli». Un ciclo senza freni, riporta Pandolfi, con le aziende che licenziano, aumentano i margini, reinvestono in IA, licenziano ancora. È, sostiene Pandolfi, il «plusvalore relativo» di cui parlava Marx portato all’estremo: comprimere il lavoro per estrarre più profitto, sostituendolo con macchine sempre più efficienti.
Sicuramente, solo che Marx sosteneva anche altro a proposito della composizione di valore e della composizione tecnica del capitale. Che non sono aspetti marginali, tutt’altro, ed entrambi vanno ad incidere nella composizione organica del capitale. Vediamo in dettaglio.
Scopo del capitale non è quello di produrre “beni” e servizi, ma quello di produrre valori d’uso di qualsiasi genere (portaerei e navi da crociera sono, da questo punto di vista, la stessa cosa) da trasformare in valori di scambio, ossia in merci. Tali merci contengono una quota di lavoro non pagato, ossia pluslavoro, che nello scambio si realizza come plusvalore, ossia quella parte di valore del prodotto del lavoro che non viene pagata all’operaio. Fin qui cose risapute, dopo che Marx le ha spiegate.
Per appropriarsi di quote maggiori di plusvalore e far fronte alla concorrenza, i capitalisti devono costantemente aumentare la produttività del lavoro. Ciò impone l’aumento e il miglioramento incessante del livello tecnologico degli impianti e del macchinario. Maggiore è il perfezionamento tecnologico, più il numero di operai e addetti richiesti per la stessa quantità di produzione è minore. In altri termini, si eleva la composizione tecnica del capitale.
L’aumento progressivo della composizione tecnica del capitale provoca, necessariamente, un mutamento parallelo della sua composizione di valore, e, quindi, nella composizione organica, vale a dire un aumento progressivo del capitale costante in rapporto a quello variabile. Infatti, la composizione organica del capitale è il rapporto reciproco che si stabilisce tra composizione di valore e composizione tecnica.
La composizione di valore riflette le proporzioni in valore delle parti costitutive del capitale (c/v). La composizione tecnica riflette il rapporto fisico tra materie prime, mezzi di produzione e lavoro (Mp/L) ed indica il livello tecnico raggiunto dalla produzione.
Non distinguere tra “composizione in valore” e “composizione tecnica” riducendo la composizione organica a semplice “composizione in valore” preclude qualsiasi possibilità sia di cogliere la contraddizione fra lo sviluppo storico-naturale delle forze produttive (Mp/L) e la forma che esse assumono nel modo di produzione capitalistico (c/v), e sia la vera ragione per cui l’aumento della composizione organica, provocando la caduta tendenziale del saggio di profitto, possa e debba risolversi nella crisi dell’accumulazione capitalistica.
Poiché l’unica fonte di valore, e quindi di plusvalore, è la forza-lavoro, la diminuzione relativa del capitale variabile implica che si giunga ad un punto del processo di accumulazione in cui il plusvalore prodotto è divenuto così piccolo, relativamente al capitale complessivo accumulato, che non è più sufficiente a valorizzare l’intero capitale, facendogli compiere il necessario salto di composizione organica.
In altri termini, non ogni quantità di profitto può trasformarsi in un aumento dell’apparato tecnico di produzione: per l’espansione – qualitativa e quantitativa – della scala della produzione è necessaria infatti una quantità minima di capitale addizionale, quantità che nel processo di accumulazione diventa, a causa della crescita accelerata del capitale costante, sempre maggiore.
L’aumento della composizione organica del capitale è una tendenza necessaria allo sviluppo capitalistico e rappresenta la causa delle crisi che si manifesta palesemente nel fenomeno della sovrapproduzione (e folle finanziarizzazione) che investe la società capitalistica (*). L’avvento dell’IA, aggrava ancor più (enormemente) questo stato delle cose.
E veniamo al resto di ciò che ci racconta Pandolfi, che dell’analisi marxiana del capitale deve aver letto un Bignami mentre viaggiava in treno. Scrive: «Marx aveva descritto la tendenza del capitale a comprimere il lavoro vivo; Minsky aveva mostrato come ogni fase di stabilità generi comportamenti che preparano la crisi successiva. L’IA tiene insieme entrambe le dinamiche. Se la storia del capitalismo è una sequenza di “crisi cicliche”, di bolle e correzioni, questa non farà eccezione».
Ah, ecco, abbiamo trovato la formula per il capitalismo quale formazione economico-sociale eterna. Soggetto a crisi, è vero e palese, ma queste si risolveranno poi sempre positivamente, perché il ciclo in ascesa possa di nuovo ricominciare e il caro Pandolfi scrivere le sue omelie apologetiche sul manifesto, che è diventato un quotidiano comunista quanto io di fede cristiana (o altro).
No, caro Pandolfi, questa crisi potrà anche manifestarsi con una serie sempre più ravvicinata di crisi cicliche, di scossoni settoriali e generali più o meno profondi dell’assetto capitalistico, ma tutto ciò va letto alla luce della tendenza generale, ovvero come crisi storica, come crisi generale del modo di produzione capitalistico, almeno per come l’abbiamo conosciuto da qualche secolo a questa parte. Siamo in presenza di un inedito di trasformazione del processo storico di cui nessuno ancora conosce la strada che prenderà.
(*) La categoria del saggio di profitto svolge un ruolo fondamentale nell’economia politica, in quanto il suo movimento è alla base della crisi del modo di produzione capitalistico. Infatti, la tendenza storica dell’accumulazione capitalistica consiste, come evidenziato nel post, in un aumento della composizione organica del capitale e, di conseguenza, in una caduta del saggio del profitto.
Le leggi del movimento del saggio di profitto non coincidono con quelle del saggio del plusvalore, da cui peraltro il saggio del profitto si distingue fin dall’inizio anche quantitativamente. Il saggio di profitto può scendere, anche se il plusvalore reale sale. Il saggio di profitto può salire, anche se il plusvalore reale scende.
Questa legge, diceva Marx, è “sotto ogni aspetto la legge più importante della moderna economia politica [...] È la legge più importante dal punto di vista storico”.
giovedì 26 febbraio 2026
Una rozza riflessione
La borghesia ha avuto nella storia una parte sommamente rivoluzionaria.
Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriarcali, idilliche. Ha lacerato spietatamente tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l'uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo “pagamento in contanti”. [...] Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli. In una parola: ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d’illusioni religiose e politiche.
La dinamo ha sostituito la macchina a vapore, i dispositivi digitali hanno soppiantato quasi tutti i mezzi di scrittura, eppure queste parole, scritte alla luce di una lampada a petrolio e vergate con un pennino d’acciaio, dopo 178 anni non hanno perso di significato.
Pochi anni dopo, Marx scriverà: La ricchezza reale si manifesta – e questo è il segno della grande industria – nell’enorme sproporzione fra il tempo di lavoro impiegato e il suo prodotto, come pure nella sproporzione qualitativa fra il lavoro ridotto ad una pura astrazione e la potenza del processo di produzione che esso sorveglia. Non è più tanto il lavoro a presentarsi come incluso nel processo di produzione, quanto piuttosto l’uomo a porsi in rapporto al processo di produzione come sorvegliante e regolatore.
Saranno gli uomini a porsi in rapporto al processo di produzione come sorveglianti e regolatori, ma in quale numero essi troveranno occupazione per tali attività? E così siamo giunti a quella che chiamiamo impropriamente ma comunemente “intelligenza artificiale”. S’è cominciato con le casse automatiche e i pagamenti digitali, quindi a sostituire i lavoratori con “assistenti digitali” in molti servizi e nei commerci, ora si passa al taglio degli impiegati e presto anche alle posizioni apicali in molteplici attività. Eccetera.
Ancora il Grande Vecchio: La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. [...] Il continuo rivoluzionamento della produzione, l’ininterrotto scuotimento di tutte le situazioni sociali, l’incertezza e il movimento eterni contraddistinguono l’epoca dei borghesi fra tutte le epoche precedenti. Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare. Si volatilizza tutto ciò che vi era di corporativo e di stabile, è profanata ogni cosa sacra, e gli uomini sono finalmente costretti a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti.
Una riflessione molto più rozza di quella di Marx: dopo aver guardato con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti, venuti meno i salari e gli stipendi, dunque i mezzi per una relativa tranquilla sopravvivenza, a quali determinazioni giungerà la massa degli uomini e donne messi in “libertà”? Né si potrà far troppo conto di provvedervi con l’assistenza statale e la previdenza sociale, posto che il gettito fiscale e contributivo sono destinati, proprio a causa della disoccupazione e sottoccupazione, a un deciso declino.
Tutto ciò scaturisce dal fatto che il capitale tende a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, altrimenti non gli importerebbe nulla dello sviluppo tecnologico. Pertanto, l’aporia non nasce dallo sviluppo della tecnologia, che non possiamo arrestare, ma dall’uso capitalistico che ne viene fatto. O vi sarà una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o andremo incontro alla rovina dell’intera società.
Scenari orientati
Il vecchio mondo si sta sciogliendo, il nuovo capitalismo, oltre a prometterci disoccupazione di massa, sta penetrando nelle sfere più intime dell’esistenza umana. E quindi che si fa? Politica e media ci stanno facendo annusare ogni bidone della spazzatura; c’è Sanremo con i suoi androidi antropomorfi e un referendum che realmente non interessa a nessuno, se non alla destra e alla sinistra per segnare un punto in attesa che il prossimo anno, come coniglietti della Duracell, si vada a votare per celebrare la “democrazia”. Il riflesso di una percezione distorta è la percezione distorta stessa.
Ieri pomeriggio ho telefonato a un gestore telefonico. Dopo un po’ di caparbia insistenza, una voce artificiale modulata su quella umana ha acconsentito che potessi parlare con un operatore (umano). Quindi è intervenuta un’altra voce registrata: i tempi d’attesa sarebbero stati di un’ora e sei minuti. Ieri mattina, invece, un gestore umano, che simulava essere una personalità digitale, mi ha detto che per le operazioni bancarie, anche le più complesse, dobbiamo arrangiarci ognuno col proprio cellulare (loro, le banche, incassano le commissioni, il lavoro lo facciamo noi, assumendoci i relativi rischi). Gli ho fatto notare che le due persone interessate hanno rispettivamente 88 e 91 anni. La faccia di merda, addestrato con tecniche di prompting, ha risposto: “Se non sono capaci, glielo insegneremo noi”.
La faccia di merda non ha capito, o forse sì, che le prossime vittime dell’arroganza digitale saranno proprio quelli come lui. Ho molta curiosità su come andrà avanti questa storia dell’IA e di altre tecnologie. Mi mancano i dettagli, ma ho assoluta certezza che nell’insieme la faccenda culminerà in una conclusione logica. Non ci vorrà molto ancora, al massimo un paio di lustri. Forse ce la faccio.
mercoledì 25 febbraio 2026
È già domani
Citrini Research è una newsletter finanziaria ospitata su Substack. Alcuni giorni fa ha pubblicato un saggio sugli effetti che l’intelligenza artificiale potrebbe avere nel breve periodo: il rischio di estinzione dei colletti bianchi (fenomeno di cui ho fatto cenno nel post di lunedì).
Una buona disamina del vaticinio di Citrini la offre Mario Seminerio. È un po’ tecnica, ma nulla di troppo difficile, dunque è da leggere da cima a fondo.
L’IA in buona sostanza aumenterebbe a dismisura il capitale costante a discapito della quota variabile. Ciò provocherebbe un’esplosione della produttività, “ma la domanda aggregata si contrae perché i guadagni confluiscono verso il capitale e la potenza di calcolo, non verso il lavoro”.
E già qui non si tiene conto di un fatto: la progressiva diminuzione del capitale variabile in rapporto a quello costante, e quindi di quello complessivo, dà luogo alla tendenza progressiva della diminuzione del saggio generale del profitto. È questa un’espressione peculiare del modo di produzione capitalistico per lo sviluppo progressivo della produttività. Ed è proprio questa tendenza, sul piano dell’analisi economica, che per prima andrebbe analizzata ...
Riporta ancora Seminerio: “I colletti bianchi sono il 50% dell’occupazione ma pesano per il 75% della spesa per consumi discrezionali. Quando la loro capacità reddituale è strutturalmente compromessa, il mercato dei mutui da 13 mila miliardi di dollari viene colpito in modo inedito: non da prestiti subprime o shock da rialzo dei tassi, ma dalla distruzione permanente della capacità di reddito futuro di debitori sin qui ad alto merito di credito”.
Qui si prescinde da aspetti teorici essenziali, quale per esempio la distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo, tra salario e reddito e altre cosucce. Transeat. Ciò che è innegabile è che saremo presto di fronte a un fenomeno di disoccupazione di massa e alla conseguente crisi dei consumi, cui seguirà inevitabilmente (e in seguito Seminario lo riporta) un deficit del gettito fiscale. In tal modo s’innesca una classica crisi da sottoconsumo.
Questo fatto fa dire a molti che la contraddizione centrale dell’economia capitalistica sia da rintracciarsi nel rapporto tra produzione e consumo. Costoro individuano la causa della crisi nella sovrapproduzione di merci determinata dalla loro impossibilità a realizzarsi in seguito al sottoconsumo, vale a dire alla povertà e alla limitatezza di consumo delle masse (qui declinate come “colletti bianchi”), in tal caso crisi di consumi dovuta allo sviluppo tecnologico, segnatamente all’IA.
È su questi fenomeni, su tali concetti, che gli “esperti” si baloccano. In attesa che la crisi del modo di produzione capitalistico ci travolga tutti. Con quali esiti? Questo non lo so e non lo sa nessuno, ma sicuramente con effetti sul piano dei rapporti internazionali e anche interni, cioè sul fronte politico e sociale.
martedì 24 febbraio 2026
lunedì 23 febbraio 2026
Come nei film con le macchine aliene
Sentite un po’ che cosa scrive Luca Tremolada sul giornale dei padroni confindustriali: «Secondo l’amministratore delegato di Microsoft AI, Mustafa Suleyman, entro 18 mesi al massimo il mondo arriverà all’automazione completa delle mansioni impiegatizie. Vuol dire che professionisti come avvocati, contabili e project manager saranno, nella migliore delle ipotesi, messi al lavoro in una catena di montaggio agentica, dove il loro compito di supervisione e controllo avrà come colleghi modelli linguistici di grandi dimensioni orchestrati da agenti di intelligenza artificiale».
Nonostante l’ablazione del suo pensiero da parte di ogni vetero marxismo e di ogni comodo liberalismo, Marx, già 170 anni or sono, nei Grundrisse, aveva vaticinato con lucida precisione ciò che sta accadendo oggi: la conferma del carattere storico e transitorio della legge del valore. Lo scrivevo proprio nel post di ieri: il potenziale di progresso della forza produttiva in ogni ambito dell’attività economica si scontra con la natura dei rapporti sociali in essere nella società. Siamo davvero a un punto di svolta storico della nostra civiltà, o, se preferite, del capitalismo. Date retta.
Si può ancora viaggiare a Roma (con ritardi), Parigi e Barcellona. Ballare, mangiare la pajata e la cassœula, leggere Omero, Tomasi, Balzac e Cervantes. O quello che preferite. Tra un po’, tutto questo non ci sarà più, e non mi riferisco solo ai ristoranti che chiudono, i luoghi che cambiano e gli amici che muoiono. Se non sapremo scuotere questo sistema da cima a fondo, sarà il sistema a scuotere irresistibilmente ognuno di noi. Saremo i servitori di un mondo che non è il nostro. E ciò, sul momento, mi sembra l’ipotesi più probabile.
Già ora la nostra Europa è solo un parco a tema per turisti e un bancomat per una guerra che abbiamo perso tutti. Il mondo che verrà distruggerà ciò che siamo, forse la cosa migliore che sia mai accaduta nella storia. Con tutti i nostri errori e difetti.
Quando tutto va a remengo, c’è una sola consolazione: sapere perché sta andando così. La sinistra nemmeno si pone seriamente la questione. Pensa al referendum su quell’aborto che è sempre stata la giustizia, qui più che altrove, convinta che vincendolo farà perdere la destra. Stanno arrivando altri imperi, come nei film con le macchine aliene che invadono il pianeta, e noi in Europa siamo ancora alle prese col fascismo. È un fatto paradossale, ma è un pericolo serio.
Perché l’Italia e l’Europa non hanno superato il fascismo; non solo come memoria, ma come arma politica. Ci sono generazioni senza letture né memoria diretta, facilmente manipolabili con dei cliché. Chiedere in giro, non solo ai giovani, che cosa pensano di Mussolini. La destra fascista ha preso piede a causa dei peccati di tutti noi. C’è una mancanza di cultura. Vera cultura, non la robaccia che viene spacciata in televisione e nei social, dove i politicanti litigano continuamente tra loro ma non seriamente, dove giornalisti fingono di interrogare altri giornalisti che conoscono le domande in anticipo per delle risposte scontate.
Dove sono gli “intellettuali” che dicono quello che pensano e non si preoccupano delle conseguenze? Anche un Pasolini qualsiasi andrebbe bene. Abdicazione in cambio di tribuna, stipendi e prebende.
È una battaglia persa, lo so, ma dobbiamo combatterla. Non dobbiamo temere la sconfitta, che è una possibilità della lotta. Che altro ci resta?
domenica 22 febbraio 2026
L'illusione kruscioviana
Era il febbraio di settant’anni fa, quando gli inverni erano ancora degni del loro nome. A Mosca la neve scendeva a raffiche dispettose. Si apriva il XX congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica. Nikita Krusciov, primo segretario del Partito, pronunciava un discorso che passerà alla storia come il “Rapporto segreto”. Non lo lesse ai congressisti in seduta pubblica, ma a porte chiuse con la presenza dei soli delegati. Alle delegazioni straniere fu letto direttamente e separatamente, ma non consegnato.
Krusciov muoveva 61 accuse contro Stalin, di fatto consacrava il colpo di Stato e di partito del 1953, ma il sistema sovietico di stampo stalinista restò sostanzialmente intonso. Del resto, Krusciov non avrebbe potuto trionfare se fosse stato visto dall’élite del partito come un elemento sovvertitore del sistema. Il suo fu un abile tentativo di rinnovare lo stile del sistema, non di cambiarne la natura. Ma non è di questo che voglio dire e del resto un’analisi approfondita, basata sullo studio delle fonti, richiederebbe molto spazio di esposizione.
Ciò che mi interessa è la figura di Krusciov (del quale molti anni or sono ho letto le innocue memorie nelle quali tace le sue responsabilità, per es. nell’esecuzione delle purghe staliniane) e in particolare la sua tesi secondo cui l’URSS avrebbe vinto entro pochi anni la competizione economica con gli Stati Uniti. Raggiungere e superare gli Stati Uniti era un’ossessione per Krusciov. Lo slogan – che non era suo, ma di Stalin fin dai tempi del primo piano quinquennale – è stato il leitmotiv dei suoi discorsi e delle sue interviste (per i dettagli, cfr. l’articolo di André Pierre su Le Monde dell’11 novembre 1957, disponibile in rete).
Krusciov era cresciuto politicamente in epoca stalinista, dunque poteva considerarsi un marxista. Tuttavia il marxismo stalinista non si può considerare, sotto profili essenziali, come una continuazione dell’analisi marxiana, ossia di quel Marx (ed Engels) che, pur favorevole ad un’azione politica organizzata connessa alla sua teoria, dichiarava “Je ne suispas marxiste”.
Krusciov certamente non ignorava che il potenziale di progresso della forza produttiva in ogni ambito dell’attività economica si scontra con la natura dei rapporti sociali in essere nella società. Questa contraddizione fondamentale esplode in mille fenomeni quotidiani, laddove il sistema di relazioni sociali entri in conflitto con il modo di produzione. Non solo nell’ambito del modo di produzione basato sul libero scambio, il profitto e la proprietà privata in cui è incastonato. Ciò vale per qualunque formazione economico-sociale di classe. Dunque anche per l’URSS, che era senza dubbio una società gerarchizzata.
Sicuramente l’URSS non aveva risolto la contraddizione tra il carattere sociale della produzione e la forma di appropriazione del prodotto, che seppure non più fondata sul capitale privato (il capitale, non importa se privato o statale, è un rapporto sociale!) essa andava a beneficio di caste e gruppi sociali privilegiati. La teoria ufficiale che riconosceva due classi, operai e contadini, oltre a uno strato intermedio, l’intellighenzia, in realtà mascherava profonde disuguaglianze sociali, in particolare tra lavoratori manuali e quadri del Partito, tra sapere e lavoro, tra potere e sottomissione, tra accesso ai beni e penuria.
Allo stesso tempo, le donne erano sovrarappresentate nelle occupazioni meno retribuite e sottorappresentate nelle posizioni elevate nell’economia, nel governo e nel partito. Se erano sposate, svolgevano la maggior parte delle faccende domestiche oltre al lavoro fuori casa. Questo eccesso di lavoro, unito alle condizioni abitative sovraffollate, contribuiva a un alto tasso di divorzi e aborti.
Ciò non toglie che l’Unione Sovietica dalla sua fondazione (1922) avesse fatto compiere alla società russa dei progressi sul piano economico, sociale e civile di tutto riguardo. Le condizioni di partenza, dopo un disastroso conflitto bellico contro gli Imperi centrali, quindi una guerra civile tragica e spietata durata anni, erano le peggiori che si potessero anche solo immaginare nel 1914. Con la Nuova Politica Economica (NEP), che Lenin stesso nei suoi ultimi scritti non escludeva potesse durare decenni, la Russia si stava riprendendo lentamente (*).
Con la morte di Lenin e l’avvento dello stalinismo, con la più rigida pianificazione economica e l’industrializzazione a tappe forzate, la Russia conseguì dei risultati economici ancora più strabilianti nei settori strategici dell’industria pesante, pagando però il prezzo sociale e umano che conosciamo. Ciò consentì, se non altro, di far fronte con mezzi adeguati all’invasione nazi-fascista del 1941. Le democrazie occidentali, che preventivarono che vi fosse dapprima uno scontro tra la Germania e la Russia, sbagliarono i loro calcoli e l’interpretazione del Mein Kampf: la Germania colpì la loro alleata Polonia, ma non prima di essersi assicurata l’alleanza proprio con la Russia.
Fu un colpo geniale di Hitler, che già era riuscito ad imbrigliare la rancorosa vanità italiana e in tal modo di evitare di commettere l’errore che più di tutti costò la mancata sconfitta della Francia prima che nel 1917 intervenissero nel conflitto gli USA (l’entrata in guerra dell’Italia nel 1914 a fianco degli imperi centrali sarebbe stata letale per l’esercito francese, stretto a tenaglia dai tedeschi a nord e dagli austriaci e italiani sulle Alpi ad est).
Con la sconfitta della Germania, preceduta dalla conferenza di Jalta del febbraio 1945, i rapporti di forza cambiarono radicalmente. La Guerra Fredda, i cui prodromi erano presenti già durante il conflitto bellico, fu una conseguenza inevitabile, tanto più che Washington, con Hiroshima e Nagasaki, aveva chiarito a Mosca che per i russi non c’era trippa nell’area del Pacifico, salvo riprendersi Sakhalin e poco altro (oltre tutto era in atto la grana maoista e poco dopo esplose la questione coreana).
Del resto, quale poteva essere il destino e il valore di un equilibrio tra i blocchi basato su un principio che nega l’equilibrio e la mutua sicurezza cercando invece di assicurare la vittoria definitiva di una delle due parti contrapposte sull’altra? È questo un tema che sostanzialmente vale anche per l’oggi.
Nonostante ciò, in Russia si procedette alla ricostruzione dopo le immani devastazioni provocate dalla guerra. Mosca aiutò, per quanto possibile, la ricostruzione e la ripresa economica dei Paesi della propria area d’influenza (Varsavia fu ricostruita grazie ai russi per decisione diretta di Stalin). I risultati non si fecero attendere a lungo, dimostrando che la Russia poteva fare da sola, con elevati tassi di crescita e senza le ingerenze del capitale americano.
A ciò si deve l’illusione kruscioviana di poter eguagliare o addirittura superare gli USA e l’Occidente (“Vi seppelliremo”). I limiti strutturali del modello sovietico portarono ben presto a un rallentamento della crescita, alle croniche debolezze agricole, mettendo in luce l’inadeguatezza della pianificazione e la crisi di un modello di accumulazione che non si adattava alle esigenze espansive di un’economia di consumo e della relativa modernizzazione tecnologica, il tutto aggravato dalla corsa agli armamenti.
Era dunque la burocratizzazione del sistema economico nel suo insieme a frapporsi tra l’enorme potenzialità delle forze produttive e la possibilità di queste forze di esprimersi totalmente e di rendersi creative. In altri termini, se nel capitalismo liberale il limite del capitale è dato dal profitto e non dai bisogni della società, viceversa, nell’economia sovietica il limite imposto ai consumi di massa, dato dal tipo di pianificazione e dall’oggettività della struttura industriale, si frapponeva allo sviluppo sociale complessivo.
Le opportunità e le speranze aperte dal XX Congresso, andarono deluse. La denuncia del culto della personalità non metteva in discussione il sistema. Poco dopo, la società russa rispose con apatia e scetticismo all’appello kruscioviano. Quanto alla burocrazia, alla fine si unì in un fronte conservatore che, nell’ottobre del 1964, rovesciò, con una rivoluzione di palazzo, un primo Segretario sempre più screditato.
(*) Cosa poco nota: Lenin, già nel novembre 1917, emanò il cosiddetto “Decreto sulla pace”, che fu inviato a tutti i governi degli Stati belligeranti allo scopo di intavolare negoziati di pace. Successivamente, il 28 novembre, il 6 dicembre e ancora il 30 gennaio 1918, altri appelli furono rivolti direttamente ai governi di Stati Uniti, Francia e Inghilterra. A questi atti ufficiali e note non venne mai data risposta.
venerdì 20 febbraio 2026
Kaja Kallas è solo stupida o c’è dell’altro?
Kaja Kallas è cittadina dell’Estonia, un paese che ha meno abitanti di Milano. Dovrebbe essere una persona dotata di qualità non comuni per ricoprire un ruolo importante nella Commissione UE, ed invece è una analfabeta che, non si sa come, è riuscita a superare l’esame di terza media. Tra le sue perle, ha negato che Cina e Russia siano tra i vincitori della II guerra mondiale, quindi ha definito i cinesi “molto bravi nella tecnologia ma non altrettanto bravi nelle scienze sociali, mentre i russi sono bravissimi nelle scienze sociali ma pessimi nella tecnologia”.
Nonostante sia palesemente inadeguata al ruolo, continua a mantenere l’incarico di Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. E a dire e scrivere sciocchezze. Tramite il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), ha partorito un documento sulla base del quale vuole dettare le condizioni di pace alla Russia. È davvero incredibile quanto vi si legge, ma bisogna farlo per rendersi conto della stupidità di questa donna di 49 anni e di chi le dà retta.
La Russia dovrebbe ritirarsi non solo dall’Ucraina, ma anche da Bielorussia, Moldavia, Armenia e Georgia; rimuovere le armi nucleari dalla Bielorussia e, in generale, ridurre la propria forza militare allo stesso livello di quella ucraina. Risarcire l’Ucraina e tutti gli Stati membri e le aziende dell’UE per le perdite derivanti dalla guerra, compresi i danni ambientali, e consentire agli investigatori internazionali di “indagare” sui presunti crimini di guerra russi, anche sul proprio territorio. Inoltre, prevede una “riforma interna” in Russia con “libere elezioni sotto supervisione internazionale”. Per tutto questo, l’UE rivendica il suo presunto legittimo posto al tavolo dei negoziati.
C’è da chiedersi, ma Kaja Kallas è solo una marionetta e c’è dell’altro? Come sempre in questi casi l’obiettivo è diverso da quello dichiarato, e dietro la Kallas c’è chi l’esame di terza media l’ha superato a pieni voti. Va premesso che l’UE non ha mezzi per imporre qualcosa alla Russia e che le sue sanzioni stanno lentamente diventando inefficaci e causano più danni all’interno della UE che al suo avversario. Un esempio è il divieto di importare pellicce dalla Russia, incluso nel ventesimo pacchetto di sanzioni (!!), in un mercato che è già crollato negli ultimi dieci anni a causa della mancanza di domanda di pelli di animali morti.
Insomma, l’UE dopo quattro anni continua a comprare direttamente e indirettamente petrolio e altro dalla Russia, e per il resto la sua è solo propaganda. Dunque, la domanda rimane: qual è il senso di tutto questo, che cosa spera di ottenere l’UE rendendo pubbliche le cervellotiche richieste di una scema conclamata come Kaja Kallas? Non una pace di compromesso di alcun tipo, ma piuttosto il fallimento dei negoziati e la continuazione della guerra a tempo indeterminato, in stretta collaborazione con la cricca di Volodymyr Zelensky. Per i motivi che ho già spiegato.
giovedì 19 febbraio 2026
L’arte inappropriata
La lettura di questo post è sconsigliata a gente che va di fretta.
Questa mattina, mentre attraversavo la strada sulle strisce pedonali con la solita circospezione, un’auto a velocità sostenuta mi stava investendo. Chi guidava ha inchiodato all’ultimo momento e l’auto s’è arrestata a non più di un paio di metri da me. Ho gridato verso la donna alla guida: “Svegliati prima al mattino”. La persona che stava con me mi ha chiesto: “Sai chi è quella?”. Ho risposto: “Sicuramente una pazza in ritardo”. Di rimando: “Era la nostra vicina di casa”. E io: “Ma quanta bella gente abita intorno a noi!”.
Prima delle nove del mattino e poi dopo “las cinco de la tarde”, le strade diventano più pericolose del solito. Per il semplice motivo che al mattino aprono i manicomi e alla sera la gente s’affretta perché li chiudono e teme di rimanerne fuori.
Cosa nota solo ai miei biografi più intimi. All’età di cinque anni subii un incidente del quale, oltre alle cicatrici occultate dai capelli, potrei aver riportato dei postumi permanenti. Questo dettaglio non lo posso affermare con certezza, perché mi dicono che denotavo una personalità “artistica” anche prima dell’incidente, che però si è accentuata nel corso degli anni seguenti. Avevo una smodata (è un termine congruo) passione per il disegno e la pittura, tanto che combinai un grosso guaio quando degli imbianchini tinteggiavano un’abitazione contigua a quella dove abitavo.
Era di domenica, attraverso una delle finestre aperte, penetrai all’interno della casa. Trovai a disposizione del mio estro una serie di vasi, flaconi di colore e molti pennelli. Dio, che insperata e irresistibile occasione per mettere a frutto la mia arte in totale libertà di fantasia e colore. Dopo oltre un paio d’ore di sperimentazioni sempre più ardite, il risultato fu tale che Picasso sarebbe morto d’invidia. La mia opera stava per diventare immortale.
I proprietari della casa, il giorno dopo, espressero un giudizio critico molto severo sulla mia interpretazione dell’arte moderna. È un mistero perché noi artisti dell’avanguardia rimaniamo spesso incompresi molto a lungo. Una signora, che diceva di vantare delle pretese su di me, per almeno una settimana mi rinfacciò che ciò che avevo fatto in quella abitazione con colori e pennelli non era “appropriato”. Sull’inappropriatezza dell’arte, ma non solo di essa, ebbi modo di riflettere molto a lungo e fino ad oggi.
Per esempio, cosa faceva Degas, che era anche un vecchio e odioso antisemita, con le sue piccole ballerine una volta che le aveva ritratte? E che dire di Balthus, non vorremmo mica esporlo alle Scuderie del Quirinale? Conoscevamo già l’arte degenerata ed ecco il suo equivalente contemporaneo: “l’arte inappropriata”.
Non è forse ora di cancellare Paul Gauguin?, si chiedeva innocuamente il New York Times, in un articolo sulla mostra a lui dedicata alla National Gallery di Londra. In un libro sull’immaginario dell’artista, si legge: “Dalla fine degli anni ‘80, il sospetto aleggia su Gauguin. I ricercatori americani, collocando l’approccio del pittore nel quadro di una società innegabilmente imperialista e fallocratica, lo interpretano come uno sfruttamento della cultura e delle donne tahitiane e ne mettono in discussione la legittimità ...”.
Poi ci chiediamo perché alla Casa Bianca è ritornato il “coso” e i democratici americani vengono schiacciati come cow pats.
Certo, Paul Gauguin ebbe ripetuti rapporti sessuali con giovani ragazze dell’esotico luogo, sposandone due e generando dei figli (un nipote è ancora vivente). Senza dubbio l’artista approfittò della sua posizione di occidentale privilegiato. E allora, vogliamo riscrivere la storia dell’umanità con la nostra accresciuta, ma spesso ipocrita, sensibilità pubblica verso questioni di genere, razza e colonialismo?
Gauguin nacque a Parigi nel 1848 da genitori antibonapartisti. La nonna materna era la scrittrice radicale Flora Tristan, di origini peruviane, e nel 1849 la famiglia di Gauguin fuggì da Parigi per Lima a bordo della nave francese Albert, e suo padre morì di aneurisma cardiaco durante il viaggio (fu sepolto a Fuerte Bulnes, nello Stretto di Magellano). Paul trascorse i successivi sei anni in libertà con la famiglia allargata, un’”infanzia rousseauiana” sostenuta dalle comodità rese possibili dagli schiavi di proprietà del suo prozio. In seguito ricordò la sua infanzia in Perù in termini sognanti, quasi allucinatori.
Per tale motivo potremmo mai rimproverare a Gauguin di essere un estimatore della schiavitù?
Per circa un decennio, all’inizio della sua carriera, Gauguin lavorò come agente di cambio a Parigi. Sua moglie, Mette, di cui era contento, era una donna danese indipendente. Gauguin trascorreva il suo tempo libero dedicandosi all’arte, disegnando e imparando a dipingere e scolpire. Poteva permettersi di essere “ricco senza scrupoli, allegramente opulento”, come può capitare (non proprio) a chiunque.
Non certo a me, che non posso vantare come Gauguin di possedere 12 dipinti di Cézanne. L’arte era la sua amante, come vorrei fosse mia amica e avessi meno della metà del talento di Paul. Poi venne il momento in cui si scagliò contro gli effetti debilitanti della vita domestica borghese. Ma come arrivò a tale sconfortevole decisione?
Il capitalismo e i suoi effetti, care bellezze metropolitane. Un crollo della borsa nel 1882 sconvolse tutto. Gauguin perse il lavoro e dovette, come dicono a Napoli, faticare per trovare un modo per mantenere la sua famiglia, che presto arrivò a contare cinque figli. Si trasferirono tutti in Danimarca, dove Paul vendeva qualcosa senza molta convinzione.
È in Danimarca che trovò la vita soffocante, non certo quella che aveva vissuto a Parigi. Come dargli torto quando per sei mesi è buio anche a mezzogiorno? Non poteva più permettersi il suo spensierato passatempo inframezzato da copule generatrici di pargoli. Capì che doveva andarsene. “Voglio solo dipingere”, scrisse a un amico. “Tutti mi odiano perché dipingo, ma è l’unica cosa che so fare”.
E così fiorì la leggenda di Paul Gauguin, l’artista determinato che lasciò la sua famiglia per cercare l’autenticità tra le rovine druidiche della Bretagna (con quel simpatico fuori di testa di Vincent) e, in seguito, a Hiva Oa, nelle isole tropicali della Polinesia francese.
Dopo la sua morte, l’amministratore incaricato di vendere il contenuto della casa di Gauguin non credeva che sarebbe stato possibile ripagare completamente i creditori: “Le passività supereranno di gran lunga le attività, poiché i pochi dipinti del defunto pittore, appartenente alla scuola decadente, hanno scarse prospettive di trovare acquirenti”.
Donato dal cielo
La vita non ha senso se non gliene dai uno. Per Umberto Eco, questo dev’essergli accaduto fin da piccolo. I nomi sono segni, puramente accidentali. Il contesto della loro formazione è andato perduto da tempo. Nessuno sa come avrebbe potuto altrimenti chiamarsi Eco; suo nonno era un trovatello. Lo chiamavano “Eco”, acronimo di ex caelis oblatus. Molto meno noto è che Eco fu anche, per poco, un insegnante di disegno. Ancora una volta il “segno”.
Il primo suo romanzo che ho letto è stato Il pendolo di Foucault (1988), che narrativamente è floscio; la tecnica di montaggio è troppo ovvia, vorrei dire puerile. Speravo in meglio ne Il cimitero di Praga (2010), ma Eco rivisita il tema de “Il pendolo”, la cospirazione non è più creata dall’interpretazione, ma dall’azione. Troppo scontato e banale il Simonini che, spaventato per ciò che lui stesso vuole fare, diventa l’autore de I protocolli dei Savi di Sion (testo smascherato nel 1921 come un plagio del Dialogo agli Inferi tra Machiavelli e Montesquieu di Joly, il quale a sua volta si era ispirato a un romanzo di Eugène Sue).
Il suo primo romanzo, che gli dette fama internazionale e che lessi più tardi, fu anche il suo migliore. Il nome della rosa (1980) si distingue dalle sue opere successive soprattutto per la sua trama fitta, il montaggio e la struttura materiale. Una narrazione storica è presentata all’interno di una cornice saggistica, ed entrambe le narrazioni sono tenute insieme da una terza, una trama criminale.
Il suo eroe è Guglielmo di Baskerville, un’allusione sia a Guglielmo di Ockham che a Sherlock Holmes. Al compagno di Guglielmo è dato il nome di Adson, da cui non è difficile discernere il collegamento con Watson. È la storia di omicidi in un monastero incentrata sul misterioso secondo volume della Poetica di Aristotele. Quindi l’incendio della biblioteca, preannunciato da un proclama che ricorda l’Apocalisse, la “deflorazione” del novizio benedettino (che nell’omonimo film è una delle scene più belle e delicate), gli eretici, la ristrettezza mentale dei monaci, in breve la storia in “giallo” di un monastero medievale condita con gli ingredienti caratteristici per dei lettori di bocca buona.
Quanto alla sua semiotica, confesso che circa mezzo secolo fa ci provai su un suo testo universitario, ma sicuramente per un mio limite ne abbandonai la lettura e ... il resto. Certo, con i chiari di luna di oggi, la figura di Eco si proietta come quella di un gigante.
mercoledì 18 febbraio 2026
A ovest del Reno e a est dell’Oder
Tutto ciò che riguarda i rapporti tra l’Europa occidentale e la Russia prende avvio dal presupposto che la Russia rappresenti oggi una minaccia ed entro pochi anni voglia attaccarci militarmente. Pertanto è necessario che l’Europa occidentale si riarmi come non mai dopo il 1945. Ciò sarebbe tanto più necessario in quanto Washington sta ricalibrando il proprio focus strategico e teme che le sue forze possano essere sovraccaricate nello scacchiere europeo.
Inoltre, è indispensabile che l’Europa occidentale (si tratta delle tre principali potenze, che tutti gli altri contano quanto l’Italia di Tajani) si doti in proprio di una deterrenza nucleare credibile, poiché gli Stati Uniti potrebbero non essere disposti ad assumersi la responsabilità di una deterrenza nucleare estesa.
Ma di quale Europa stiamo parlando? Uno spettro aleggia di nuovo sull’Europa, quello del militarismo tedesco, del predominio germanico. È appena stato pubblicato un articolo su Foreign Affairs, la principale rivista di politica estera statunitense, in cui Liana Fix avverte che la Germania è sul punto di diventare “Il prossimo egemone dell’Europa. I pericoli del potere tedesco”. Il quotidiano francese conservatore Le Figaro ha scritto: “Dovremmo preoccuparci del riarmo della Germania?”. La risposta è stata secca: “Oui”.
La Germania che sta emergendo è esattamente la stessa Germania di un tempo e che l’Europa ha ben conosciuto. Secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung di lunedì, la situazione sta cambiando a un “ritmo vertiginoso”. L’Handelsblatt è entusiasta del boom degli armamenti: nulla in Europa sta attualmente crescendo più velocemente dell’industria bellica tedesca.
Il cancelliere Merz è stato chiaro alla Conferenza di Monaco: la Russia deve essere “esaurita economicamente e militarmente”. Tale obiettivo sottintende che le principali potenze della UE vogliono mantenere la guerra in Ucraina fintanto che esse siano pronte ad affrontare direttamente la Russia, senza temere che questa possa esercitare, come oggi, la propria coercizione nucleare.
Infatti, Vladimir Putin ha annunciato nel settembre 2024 la dottrina per l’uso di armi nucleari, includendo il loro utilizzo in risposta a un attacco alla Russia o alla Bielorussia da parte di uno Stato non nucleare sostenuto da una potenza nucleare. In tale scenario, sia lo Stato che lancia l’attacco sia i suoi sostenitori potrebbero trovarsi ad affrontare una potenziale risposta nucleare russa (*).
Le armi nucleari svolgono un ruolo chiave nella strategia russa: sono simboli dello status di grande potenza, strumenti per scoraggiare attacchi su larga scala, strumenti per influenzare le dinamiche di escalation sia prima che durante un conflitto. In Ucraina, ad esempio, Mosca minaccia un’escalation nucleare per impedire che Kiev venga dotata di armi efficaci per un attacco in profondità sul territorio russo.
Se l’Europa desidera evitare un divario di deterrenza, deve garantire che la Russia non possa concludere che l’Europa sarebbe lasciata strategicamente esposta in una crisi, sia perché Washington è distratta, divisa, sovraccarica o non disposta ad agire, sia perché gli stessi Stati europei sono incapaci di agire.
Pertanto, dato per buono il presupposto iniziale della minaccia russa, una preparazione nucleare estesa oggi farebbe la differenza tra una deterrenza credibile e una insostenibile capitolazione. In altre parole: gli europei devono agire ora per prevenire un fallimento strategico in futuro.
Come si può notare da quanto precede, le principali potenze europee, Germania, Francia e Regno Unito, partono da un presupposto ideologico che non trova riscontro oggettivo con la realtà: la Russia, anche volesse, non ha punti di forza decisivi per minacciare seriamente l’Europa occidentale e tanto meno possiede la capacità bellica per attaccarci.
È vero che la Russia, per dottrina e nei fatti noti dell’Ucraina, sta esercitando una coercizione nucleare verso l’Europa occidentale, ma è altrettanto vero che la Nato con la sua minaccia si è spinta fino ai confini con la Russia, in Paesi russofobi come le repubbliche baltiche. La stessa Ucraina sarebbe ben presto diventata la punta di lancia della Nato se la Russia, dopo tanti vani avvertimenti, non fosse intervenuta militarmente.
Lo scopo, anzitutto della Germania, che programma le sue forze armate a diventare le più forti del continente, è sì quello di dotarsi di un apparato bellico all’altezza delle sfide geopolitiche del nuovo millennio, ma l’obiettivo più immediato sarà, come dichiarato apertis verbis da Merz, quello di sottomettere con ogni mezzo la Russia e ipso facto di disporre delle sue risorse, togliendo peraltro un alleato di peso alla Cina.
Nei rapporti con la Russia, che erano stati ottimi per lungo tempo, si è verificato un cambio radicale di strategia, dapprima imposto da Washington (vedi vicenda Nord Stream2), che ha sempre visto come fumo negli occhi la cooperazione tra la UE e la Russia, e ora è gestito direttamente da Berlino sulla base del mai dismesso anelito di conquistare il proprio spazio vitale.
Questi strateghi geopolitici si sono fatti l’idea che sia possibile, se necessario, condurre un prossimo conflitto tra potenze nucleari solo con l’impiego delle armi convenzionali, posto che la deterrenza nucleare riguarderebbe tutte le parti in causa, Europa compresa. Ma la deterrenza nucleare potrà funzionare ancora in un conflitto che prevede il totale e perpetuo annientamento dell’avversario?
(*) Questo cambiamento dottrinale è stato accompagnato da misure operative volte a rafforzare il messaggio strategico della Russia. Nel novembre 2024, Mosca ha lanciato per la prima volta un missile balistico a medio raggio, l’Oreshnik, contro l’Ucraina. Nel dicembre 2025, la Russia ha affermato di aver schierato missili Oreshnik in Bielorussia. Un secondo lancio è avvenuto nel gennaio 2026, con un missile che ha colpito Leopoli. Sebbene l’attacco iniziale abbia causato danni fisici limitati, l’impiego di un sistema a duplice uso con una gittata segnalata fino a 5.500 km è stato ampiamente interpretato come un segnale agli alleati occidentali dell’Ucraina.
martedì 17 febbraio 2026
Ragionare non è più di moda
Non mi riferisco solo alle comiche zuffe sul referendum qui da noi, ma a cose di ben più grave rilievo e alle quali quasi nessuno (qui in Italia) presta attenzione, almeno fino al giorno in cui la realtà (un’Europa in mimetica e ancor più tedesca, per esempio) non suonerà al campanello di casa nostra. E allora gli “esperti” a gettone spunteranno come funghi tossici, a spiegarci che ci vuole più geopolitica, e ciò vuol dire intensificare le tattiche di questa politica.
A Monaco, il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, ha deriso l’esercito russo, definendo la sua avanzata in Ucraina “appena più veloce di una lumaca da giardino”. Poi ha rincarato: “Questo cosiddetto orso russo non esiste”. Molto bene, possiamo stare tranquilli, l’era transatlantica è tutt'altro che finita, e che cosa questo significhi per il mondo è facile da intuire.
A dicembre, lo stesso Rutte aveva affermato: “Siamo il prossimo obiettivo della Russia”. Due generali con più stelle di un resort pugliese, l’ispettore generale delle forze armate tedesche e il capo di stato maggiore britannico, avevano appena detto che la Russia, malvagia come la conosciamo, sta preparando le sue forze armate a una possibile escalation del conflitto al suo confine occidentale. Questo è estremamente pericoloso, dicevano, e aumenta il rischio di guerra. Cosa fare? Riarmarsi, aumentare la prontezza militare e continuare a mandare truppe nell’Europa orientale, in Lituania, Lettonia, Estonia, proprio dove passa il confine occidentale della Russia.
E se fosse proprio questa la causa, l’invio di truppe e aerei ai confini con la Russia a provocare il consolidamento russo ai propri confini? Dicevo che ragionare è passato di moda, la propaganda prende tutto quello che può. Anche se si tratta solo dell’affermazione che l’oppositore russo Alexei Navalny sia stato assassinato con una secrezione di una rana velenosa sudamericana.
La cosa è curiosa: nessuno sa come i campioni di tessuto del suo corpo siano arrivati in Occidente. Nessuno può sapere se siano stati manipolati, ammesso che siano autentici. Le prove serie avrebbero un aspetto diverso. Ma non importa: la teoria della rana, lanciata giusto in tempo per la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, contribuisce a legittimare la corsa agli armamenti. Come detto, a nessuno è permesso iniziare a usare il cervello.
lunedì 16 febbraio 2026
È mancato solo il Sieg Heil
Alla conferenza di Monaco, Ursula von der Leyen, non sapendo cosa dire di originale, s’è buttata sul comico, celebrando il “risveglio europeo”. Ha dichiarato che l’economia russa è “sostanzialmente indebolita”. Quella europea invece scoppia di salute. Attenzione alle schegge.
Il presidente francese Macron ha scoperto l’acqua calda, sostenendo la necessità di fare dell’Europa una “potenza geopolitica” (vaste programme) e ha promesso ulteriori colloqui sulla deterrenza nucleare. Già vedo i mangiarane condividere le chiavi della Force de frappe con i mangiacrauti.
Secondo Le Monde, la Germania ritiene che gli sforzi della Francia per aumentare la spesa per la difesa siano “insufficienti” e la invita a “fare risparmi”, in particolare nei programmi sociali. Testuale.
Il premier britannico, Keir Starmer, ha chiesto di prepararsi a “combattere” la Russia con qualsiasi mezzo. Forse non ha chiaro che la Russia con un solo ordigno nucleare può cancellare l’Inghilterra dal mappamondo. Starmer ha anche annunciato che il Regno Unito avrebbe schierato il suo gruppo d’attacco di portaerei nell’Atlantico settentrionale e nell’Artico e avrebbe rafforzato la cooperazione nucleare con la Francia.
I 27 Stati membri dell’UE hanno speso circa 320 miliardi di euro per la difesa lo scorso anno, rispetto ai 200 miliardi di euro prima del 2022. E in vista vi sono ulteriori aumenti: solo prima di Natale, il Bundestag ha approvato ordini per carri armati, aerei, navi e altri equipaggiamenti per un valore di oltre 70 miliardi di euro. Non sono pazzi, sono tedeschi.
Nel suo discorso di sabato a Monaco, il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha espresso soddisfazione per gli sforzi dei membri dell’UE e della NATO: “Vogliamo che l’Europa sia forte. Crediamo che l'Europa debba sopravvivere”. Grazie amico, queste sono parole che vengono dal cuore.
Ha aggiunto che “le migrazioni di massa” stanno “destabilizzando” i paesi occidentali, ha criticato il “culto del clima” e ha messo in guardia dalla “deindustrializzazione”. Guardasse in casa sua, che qualche problema ce l’hanno.
Per 500 anni, l’Occidente si è espanso fino al 1945, poi si è “ritirato”. La conseguenza: “I grandi imperi occidentali sono entrati in un declino fatale, accelerato da rivoluzioni comuniste senza Dio e rivolte anticoloniali che hanno trasformato il mondo e coperto ampie zone della mappa con la falce e il martello rossi”. Nel Main Kampf, fatta eccezione per il riferimento a Dio, Rubio deve aver letto qualcosa del genere.
Quindi: gli Stati Uniti non vogliono essere “amministratori educati e ordinati di un declino occidentale”. Pertanto, non vogliono nemmeno che “i nostri alleati siano deboli, perché questo ci renderebbe più deboli”. L’offerta di diventare partner minoritari di una superpotenza è stata accolta con una standing ovation a Monaco.
Sempre secondo Le Monde: “tre leader tedeschi – Boris Pistorius, Ministro della Difesa; Johann Wadephul, Ministro degli Esteri; e Markus Söder, Ministro-Presidente della Baviera – seduti in prima fila, hanno salutato con la standing ovation alzandosi. Il riflesso è stato lo stesso dietro di loro: la maggior parte del pubblico, composto da una quarantina di funzionari e rappresentanti eletti americani mescolati all’establishment diplomatico e della difesa europeo tradizionalmente atlantista, si è alzata in piedi”. È mancato solo il Sieg Heil, ma tempo al tempo.
Per doverosa informazione: il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha sostenuto il rafforzamento delle Nazioni Unite, della cooperazione e del multilateralismo. Con quanta sincerità non sappiamo, ma se non altro non s’è unito al coro plutocratico di tendenze autoritarie. Perché, nella distrazione generale, è di questo che si tratta.
Un po' di ottimismo
Se la razionalità contasse qualcosa, vista la crisi industriale “che spinge la cassa integrazione”, i bassi salari (bassi prima, adesso e lo saranno anche dopo), questo governo dovrebbe essere alle battute finali. Poi leggi: “Piazza Affari sempre più generosa, nel 2026 distribuirà dividendi per oltre 42 miliardi”. Beh, 700 euro a cranio, neonati compresi, è pur sempre un po’ d’ossigeno.
E invece si tratta della distribuzione di cedole agli azionisti delle principali società quotate in Borsa, come già nel 2025 per un importo lievemente inferiore. In testa le due banche monopoliste, Intesa e Unicredit, quindi le società del settore utility ed energia (leggi bollette). La Borsa di Milano supera quella di Madrid, che era stata regina nel 2025, ma anche quella di Parigi, e pure l’indice paneuropeo Stoxx 600.
Insomma, come direbbe una massaia parsimoniosa, uno dividend yield a 4,32%, contro quello medio europeo al 2,94. Ma attenzione, le cedole sono al massimo storico anche nel mondo: 2.300 miliardi. Una corsa sfrenata che prosegue ininterrotta da oltre un decennio, scrive il giornale dei padroni italiani, il quale precisa che “il 2025 è stato il quinto anno consecutivo da record per le distribuzioni e la striscia potrebbe proseguire anche nei prossimi dodici mesi, salvo sorprese”.
Ma a noi, che in questi giorni grassi di carnevale ci abbiamo i coriandoli anche tra le chiappe, che ce frega? Nemmeno la scoperta di un villaggio vichingo nel cratere Perepelkin, sul lato nascosto della Luna, ci distrarrebbe dal carnevale e dalla vacanza sulla neve. È vero, la settimana bianca costa sempre di più, dunque non ci resta che il week-end, e però sui monti non si trova una camera libera fino a dopo pasqua. E già si deve pensare al pontazzo tra fine aprile e il primo maggio, quindi prenotare per l’estate e altre frivolezze permesse dalla bella stagione.
C’è ancora molta gente soddisfatta del presente e che già pensa ai lucrosi dividendi del futuro. Il grande Gatsby è ancora nel menù, probabilmente un suo surrogato all’aceto balsamico. Nessun rimprovero, nessun ridicolo moralismo, ognuno di noi vive come vuole e come può, intrappolato nella rete che chiamiamo società. Nessuno è obbligato ad avere negli occhi le preoccupazioni del mondo. Tra un po’ saremo morti e sarà come se non fossimo mai passati di qua.
domenica 15 febbraio 2026
Lezioni di chimica
I Giochi olimpici invernali termineranno domenica prossima, e con essi anche la distribuzione gratuita di preservativi griffati. Neanche il tempo di tirare il fiato, e inizierà Saneremo. Quindi saremo nel pieno della querelle referendaria. Sempre se Trump nel frattempo o subito dopo non ci delizierà con qualche fuoco d’artificio. Insomma, come già succede a Gaza da qualche anno, non stiamo vivendo anni monotoni e di noia.
Navalny, strenuo oppositore di Putin e difensore dei valori democratici occidentali IGP, si dice sia stato messo a tacere usando l’epibatidina, un potente analgesico prodotto naturalmente da un batrace amazzonico. I russi son fatti così, sono esotici e hanno l’anello pirimidinico al naso. Noi della nazione italica, invece, abbiamo nel nostro acido desossiribonucleico “il rispetto per gli altri”, specie se sono negri di stampo etiope (Meloni, salutame a zio Rodolfo).
Che vi devo dire, il nostro è un mondo al contrario, dunque alla fine ha ragione quell’avanzo di caserma che si firma con una ics. Mi convinco sempre più che le scie chimiche siano una realtà che ci viene nascosta e che abbiano un ruolo importante nelle nostre vite. Sicuramente respiriamo qualcosa di tossico, altrimenti non si spiegano certi comportamenti, per esempio quello della mia parrucchiera quando apre un dibattito con Alexa.
Le scie chimiche furono scoperte già nel 1749 da uno pneumologo australiano. Tuttavia, poterono essere utilizzate su larga scala solo dopo l’invenzione dei fratelli Wright (solo due, dei cinque fratelli). Le scie contengono il 3% di alluminio, il 7% di mercurio, il 19% di formaggio Bastardo del Grappa, il 2% di bario, il 4% di adrenocromo, il 6% di etilene di bromuro e fosfato di magnesio e il 59% di fumo di Londra.
I negazionisti delle scie chimiche sostengono che in realtà sono innocue scie di condensazione. Tuttavia, ciò è impossibile perché il latte condensato è più pesante dell’aria e pioverebbe immediatamente. La Fondazione Bill & Melinda Gates investe ogni anno diversi miliardi di dollari nella ricerca di un vaccino contro le scie chimiche.
Secondo il prof. Zichichi, recentemente asceso al cielo, esiste un’alta probabilità che la cosiddetta Stella di Betlemme, che guidò i Magi dall’Oriente fino al neonato Gesù, fosse una scia chimica.
Una teoria del complotto confutata da anni sostiene che le scie chimiche non esistano affatto. Sarebbero un’invenzione dell’industria delle piramidi di orgonite per vendere la loro spazzatura a prezzi elevati agli idioti.
sabato 14 febbraio 2026
La Conferenza di Monaco
Già il nome, Conferenza di Monaco, non è di buon auspicio. E se vi fosse ancora qualche dubbio sulle buone intenzioni germaniche, esso si è dissolto ieri. Il presidente della conferenza, Wolfgang Ischinger, ha chiesto al cancelliere tedesco Friedrich Merz il perché gli “europei” non avessero parlato direttamente con Mosca. Merz ha risposto che la Russia doveva prima essere “esaurita economicamente e militarmente”. Goebbles sarebbe orgoglioso sulla scelta accurata dei sinonimi.
Nel suo discorso sulla politica estera e di sicurezza tedesca, Merz rifletteva sulla sua idea basata su un approccio che prevede tre fronti contro le grandi potenze USA, Russia e Cina, con la Russia, come detto, da sconfiggere anche militarmente. I media hanno immediatamente definito quello di Merz un discorso programmatico. C’è più di un Trump col cerino acceso all’interno della polveriera, ma sembra che di ciò non vi sia quasi nessuno a preoccuparsene.
Merz ha iniziato il suo discorso con la favola propagandistica di un mondo idilliaco prima della guerra russa in Ucraina nel 2022 e della seconda presidenza di Donald Trump, che non ha menzionato per nome. Come è tipico di questa narrazione, non ha menzionato nessuna delle guerre istigate dall’Occidente dalla fine dell’Unione Sovietica nel 1991.
Negli ultimi decenni, la politica estera tedesca ha “spesso avvertito, preteso e rimproverato”, ma non si è preoccupata a sufficienza “della frequente mancanza di mezzi per porre rimedio alla situazione” di un mondo in crescente interconnessione ma che si stava allontanando dalla regolamentazione giuridica e dalla pacificazione delle relazioni tra gli Stati. Con quali Merz “mezzi” vuole far fronte a ciò è facile intuire.
Ha spiegato cosa ciò significhi in quattro punti, definiti il Programma di Libertà: al di sopra di tutto, e in primo luogo, la forza militare. Il Cancelliere ha ribadito di voler fare della Bundeswehr “l’esercito convenzionale più forte d’Europa il più rapidamente possibile”. Inoltre, intende ridurre la dipendenza da materie prime e tecnologie e rafforzare i servizi segreti.
Secondo: rafforzamento dell’UE sotto la guida tedesca. All’interno della NATO, dovrebbe essere creato un “pilastro forte e autosufficiente dell’alleanza”. Ha inoltre annunciato di aver avviato “colloqui riservati sulla deterrenza nucleare europea” con il presidente francese Emmanuel Macron. Il suo governo, ha sottolineato, era consapevole degli “obblighi legali” della Germania su questo tema.
Terzo: “Vogliamo stabilire un nuovo partenariato transatlantico”, basato sulla rinnovata forza dell’UE, sottolineando: “Non crediamo nei dazi e nel protezionismo, ma nel libero scambio”. Applausi. Respinge la guerra culturale (??) del movimento MAGA e propone che entrambe le sponde dell’Atlantico debbano convenire che “Insieme siamo più forti”. Questa linea di condotta deve essere “concreta”, non “esoterica”. Che a Washington e dintorni si punti invece a un rafforzamento economico interno e a tener distinte Russia e Cina sembra non interessare Merz.
Merz si è rivolto al Primo Ministro danese Mette Frederiksen, presente, e ha affermato che la nuova forza dell’UE era già stata evidente nella questione della Groenlandia. In ogni caso, l’UE deve superare la sua eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti. Su questo punto si potrebbe essere d’accordo, salvo la pretesa della Germania di essere la guida europea come grande potenza militare convenzionale e in prospettiva anche nucleare. Esperienze del genere si sono già fatte nel recente passato e non sono finite bene per l’Europa e il mondo, tanto più che alla base del progetto germanico è posta la conquista economica e militare dello “spazio vitale” verso Est.
Come quarto punto del suo programma, Merz ha menzionato la creazione di una “forte rete di partnership globali”, anche senza un completo allineamento di valori e interessi. Merz ha specificamente nominato Canada e Giappone, Turchia, India e Brasile, nonché Sudafrica e Stati del Golfo. L’esclusione di Russia e Cina equivale, quindi, a una divisione dei paesi BRICS e del Sud del mondo nel suo complesso. Naturalmente, secondo Merz, Washington starebbe sa guardare, così come Pechino per altro.
Un piano, quello del Cancelliere, che ha come pilastro il riarmo e il primato militare tedesco, riscrive in tedesco il rapporto Draghi (ma esclude il debito comune di Macron), e sogna un nuovo Reich euroasiatico esteso dalla Groenlandia alla Siberia e con capitale Berlino.
P.S.: Il nuovo presidente francese, che sarà eletto il prossimo anno, non sappiamo quanto sarà disposto a interpretare il ruolo di Pétain. Per quello di Ciano, Meloni ha già dato disposizioni per un nuovo guardaroba.









