domenica 22 febbraio 2026

L'illusione kruscioviana

 

Era il febbraio di settant’anni fa, quando gli inverni erano ancora degni del loro nome. A Mosca la neve scendeva a raffiche dispettose. Si apriva il XX congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica. Nikita Krusciov, primo segretario del Partito, pronunciava un discorso che passerà alla storia come il “Rapporto segreto”. Non lo lesse ai congressisti in seduta pubblica, ma a porte chiuse con la presenza dei soli delegati. Alle delegazioni straniere fu letto direttamente e separatamente, ma non consegnato.

Krusciov muoveva 61 accuse contro Stalin, di fatto consacrava il colpo di Stato e di partito del 1953, ma il sistema sovietico di stampo stalinista restò sostanzialmente intonso. Del resto, Krusciov non avrebbe potuto trionfare se fosse stato visto dall’élite del partito come un elemento sovvertitore del sistema. Il suo fu un abile tentativo di rinnovare lo stile del sistema, non di cambiarne la natura. Ma non è di questo che voglio dire e del resto un’analisi approfondita, basata sullo studio delle fonti, richiederebbe molto spazio di esposizione.

Ciò che mi interessa è la figura di Krusciov (del quale molti anni or sono ho letto le innocue memorie nelle quali tace le sue responsabilità, per es. nell’esecuzione delle purghe staliniane) e in particolare la sua tesi secondo cui l’URSS avrebbe vinto entro pochi anni la competizione economica con gli Stati Uniti. Raggiungere e superare gli Stati Uniti era un’ossessione per Krusciov. Lo slogan – che non era suo, ma di Stalin fin dai tempi del primo piano quinquennale – è stato il leitmotiv dei suoi discorsi e delle sue interviste (per i dettagli, cfr. l’articolo di André Pierre su Le Monde dell’11 novembre 1957, disponibile in rete).

Krusciov era cresciuto politicamente in epoca stalinista, dunque poteva considerarsi un marxista. Tuttavia il marxismo stalinista non si può considerare, sotto profili essenziali, come una continuazione dell’analisi marxiana, ossia di quel Marx (ed Engels) che, pur favorevole ad un’azione politica organizzata connessa alla sua teoria, dichiarava “Je ne suispas marxiste”.

Krusciov certamente non ignorava che il potenziale di progresso della forza produttiva in ogni ambito dell’attività economica si scontra con la natura dei rapporti sociali in essere nella società. Questa contraddizione fondamentale esplode in mille fenomeni quotidiani, laddove il sistema di relazioni sociali entri in conflitto con il modo di produzione. Non solo nell’ambito del modo di produzione basato sul libero scambio, il profitto e la proprietà privata in cui è incastonato. Ciò vale per qualunque formazione economico-sociale di classe. Dunque anche per l’URSS, che era senza dubbio una società gerarchizzata.

Sicuramente l’URSS non aveva risolto la contraddizione tra il carattere sociale della produzione e la forma di appropriazione del prodotto, che seppure non più fondata sul capitale privato (il capitale, non importa se privato o statale, è un rapporto sociale!) essa andava a beneficio di caste e gruppi sociali privilegiati. La teoria ufficiale che riconosceva due classi, operai e contadini, oltre a uno strato intermedio, l’intellighenzia, in realtà mascherava profonde disuguaglianze sociali, in particolare tra lavoratori manuali e quadri del Partito, tra sapere e lavoro, tra potere e sottomissione, tra accesso ai beni e penuria.

Allo stesso tempo, le donne erano sovrarappresentate nelle occupazioni meno retribuite e sottorappresentate nelle posizioni elevate nell’economia, nel governo e nel partito. Se erano sposate, svolgevano la maggior parte delle faccende domestiche oltre al lavoro fuori casa. Questo eccesso di lavoro, unito alle condizioni abitative sovraffollate, contribuiva a un alto tasso di divorzi e aborti.

Ciò non toglie che l’Unione Sovietica dalla sua fondazione (1922) avesse fatto compiere alla società russa dei progressi sul piano economico, sociale e civile di tutto riguardo. Le condizioni di partenza, dopo un disastroso conflitto bellico contro gli Imperi centrali, quindi una guerra civile tragica e spietata durata anni, erano le peggiori che si potessero anche solo immaginare nel 1914. Con la Nuova Politica Economica (NEP), che Lenin stesso nei suoi ultimi scritti non escludeva potesse durare decenni, la Russia si stava riprendendo lentamente (*).

Con la morte di Lenin e l’avvento dello stalinismo, con la più rigida pianificazione economica e l’industrializzazione a tappe forzate, la Russia conseguì dei risultati economici ancora più strabilianti nei settori strategici dell’industria pesante, pagando però il prezzo sociale e umano che conosciamo. Ciò consentì, se non altro, di far fronte con mezzi adeguati all’invasione nazi-fascista del 1941. Le democrazie occidentali, che preventivarono che vi fosse dapprima uno scontro tra la Germania e la Russia, sbagliarono i loro calcoli e l’interpretazione del Mein Kampf: la Germania colpì la loro alleata Polonia, ma non prima di essersi assicurata l’alleanza proprio con la Russia.

Fu un colpo geniale di Hitler, che già era riuscito ad imbrigliare la rancorosa vanità italiana e in tal modo di evitare di commettere l’errore che più di tutti costò la mancata sconfitta della Francia prima che nel 1917 intervenissero nel conflitto gli USA (l’entrata in guerra dell’Italia nel 1914 a fianco degli imperi centrali sarebbe stata letale per l’esercito francese, stretto a tenaglia dai tedeschi a nord e dagli austriaci e italiani sulle Alpi ad est).

Con la sconfitta della Germania, preceduta dalla conferenza di Jalta del febbraio 1945, i rapporti di forza cambiarono radicalmente. La Guerra Fredda, i cui prodromi erano presenti già durante il conflitto bellico, fu una conseguenza inevitabile, tanto più che Washington, con Hiroshima e Nagasaki, aveva chiarito a Mosca che per i russi non c’era trippa nell’area del Pacifico, salvo riprendersi Sakhalin e poco altro (oltre tutto era in atto la grana maoista e poco dopo esplose la questione coreana).

Del resto, quale poteva essere il destino e il valore di un equilibrio tra i blocchi basato su un principio che nega l’equilibrio e la mutua sicurezza cercando invece di assicurare la vittoria definitiva di una delle due parti contrapposte sull’altra? È questo un tema che sostanzialmente vale anche per l’oggi.

Nonostante ciò, in Russia si procedette alla ricostruzione dopo le immani devastazioni provocate dalla guerra. Mosca aiutò, per quanto possibile, la ricostruzione e la ripresa economica dei Paesi della propria area d’influenza (Varsavia fu ricostruita grazie ai russi per decisione diretta di Stalin). I risultati non si fecero attendere a lungo, dimostrando che la Russia poteva fare da sola, con elevati tassi di crescita e senza le ingerenze del capitale americano.

A ciò si deve l’illusione kruscioviana di poter eguagliare o addirittura superare gli USA e l’Occidente (“Vi seppelliremo”). I limiti strutturali del modello sovietico portarono ben presto a un rallentamento della crescita, alle croniche debolezze agricole, mettendo in luce l’inadeguatezza della pianificazione e la crisi di un modello di accumulazione che non si adattava alle esigenze espansive di un’economia di consumo e della relativa modernizzazione tecnologica, il tutto aggravato dalla corsa agli armamenti.

Era dunque la burocratizzazione del sistema economico nel suo insieme a frapporsi tra l’enorme potenzialità delle forze produttive e la possibilità di queste forze di esprimersi totalmente e di rendersi creative. In altri termini, se nel capitalismo liberale il limite del capitale è dato dal profitto e non dai bisogni della società, viceversa, nell’economia sovietica il limite imposto ai consumi di massa, dato dal tipo di pianificazione e dall’oggettività della struttura industriale, si frapponeva allo sviluppo sociale complessivo.

Le opportunità e le speranze aperte dal XX Congresso, andarono deluse. La denuncia del culto della personalità non metteva in discussione il sistema. Poco dopo, la società russa rispose con apatia e scetticismo all’appello kruscioviano. Quanto alla burocrazia, alla fine si unì in un fronte conservatore che, nell’ottobre del 1964, rovesciò, con una rivoluzione di palazzo, un primo Segretario sempre più screditato.

(*) Cosa poco nota: Lenin, già nel novembre 1917, emanò il cosiddetto “Decreto sulla pace”, che fu inviato a tutti i governi degli Stati belligeranti allo scopo di intavolare negoziati di pace. Successivamente, il 28 novembre, il 6 dicembre e ancora il 30 gennaio 1918, altri appelli furono rivolti direttamente ai governi di Stati Uniti, Francia e Inghilterra. A questi atti ufficiali e note non venne mai data risposta.

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