La cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali è stata venerdì un grandioso spettacolo. La sola sfilata delle nazioni è durata un’ora e mezza, suddivisa in quattro sedi: la sede vera e propria della cerimonia di apertura, lo stadio di calcio di San Siro, e le sedi satellite di Cortina (sci alpino femminile – Bormio quello maschile –, bob e slittino, curling), Predazzo (salto con gli sci, combinata nordica) e Livigno (snowboard, freestyle).
Le modelle vestite in modo futuristico che portavano i blocchi di ghiaccio (?) con i nomi delle nazioni a San Siro hanno sicuramente attirato l’attenzione, eccetera. I fischi si sono fatti sentire quando il vicepresidente statunitense J.D. Vance è apparso sullo schermo dello stadio. Ciò che era ovvio per i telespettatori di tutto il mondo è passato inosservato negli Stati Uniti, laddove NBC ha fatto in modo che non venissero uditi. I regimi autoritari fanno di tutto per non farsi notare.
I discorsi pronunciati alla cerimonia di apertura sono stati insipidi come sempre, e il messaggio di pace pronunciato dall’attrice sudafricana-americana Charlize Theron è stato semplicemente imbarazzante. Per il resto, balli, musica e due leggende dello sci italiano, Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno acceso la fiamma olimpica.
Nuova disciplina olimpica: la falange azzurra in azione.
Sabato c’è stato un certo movimento per le strade di Milano, un’ampia rappresentanza di coloro che non gradiscono i Giochi. Alcuni chiedevano la promozione degli sport di base invece dei milioni spesi per le Olimpiadi, mentre altri lamentavano il conseguente danno ambientale (vedi esempio Cortina). Personalmente avrei protestato anche per la rottura di palle dovuta ai blocchi sulla statale Alemagna per via dei lavori, tuttavia la deviazione per Auronzo e Misurina ha il vantaggio di offrire paesaggi estivi e invernali incantevoli.
Insomma, ognuno dice la sua e a modo suo. A Milano alcuni manifestanti hanno lanciato qualcosa (arance?) contro la polizia, che ha risposto con lacrimogeni, inseguimenti, furiose randellate e sei arresti. La polizia ha segnalato 100 agenti feriti; la natura delle ferite lamentate rimane poco chiara (stipsi, voglia di vacanze con certificato medico, cause di servizio ed indennizzi?). Oscure rimangono anche le cause, attribuite ad atti di sabotaggio, che hanno paralizzato, più del solito, alcune tratte della rete ferroviaria.
I Giochi olimpici non sono mai stati apolitici, tanto che nel 392, quando i riti non cristiani furono vietati nell’Impero, i Giochi caddero nell’oblio. Nel corso del XIX secolo furono fatti diversi tentativi di far rivivere i Giochi olimpici in Grecia, Francia e Inghilterra. Tutti fallirono. La riscoperta del sito di Olimpia tra il 1875 e il 1881 da parte dell’archeologo Ernst Curtius convinse un barone francese a far rivivere la macchina olimpica.
Equitazione, scherma, tiro a segno, nuoto e corsa campestre sviluppano tutte le qualità utili in guerra. Pierre de Coubertin ne era consapevole: il barone citò l’immagine di un ufficiale di collegamento che, perdendo il cavallo in territorio nemico, dovette difendersi con spada e pistola, attraversare a nuoto un fiume e correre a rifugiarsi nel proprio accampamento (1912).
Una cosa è certa: i Giochi moderni mai impedirono o sospesero le guerre! Quelli del 1916 furono annullati, così come quelli del 1940 e del 1944. Dopo il 1918, Germania, Austria, Ungheria, Turchia e Bulgaria furono escluse dai Giochi di Anversa nel 1920; le nazioni sconfitte nel 1945, Germania e Giappone (ma non l’Italia!) non furono invitate ai Giochi di Londra nel 1948. Altro caso di esclusione, la Jugoslavia, a cui non fu permesso di partecipare ai Giochi di Barcellona nel 1992 a causa della guerra nei Balcani e delle sanzioni imposte dall’ONU.
A parte la solita citazione dell’uso strumentale che ne fecero i nazisti nel 1936, va ricordato il boicottaggio a Melbourne nel 1956, dove sei paesi arabi non parteciparono per protestare contro l’occupazione anglo-francese del Canale di Suez. Il Sudafrica fu escluso dal 1962 al 1992 a causa dell’apartheid. Gli Stati Uniti boicottarono le Olimpiadi di Mosca nel 1980 dopo l’intervento in Afghanistan, e i sovietici boicottarono quelle di Los Angeles quattro anni dopo.
Nel 1988 non ci fu alcuna tregua olimpica tra le due Coree. La Corea del Nord scelse di boicottare i Giochi di Seul, citando il rifiuto della sua candidatura a ospitare metà degli eventi. Trent’anni dopo, l’atmosfera tra le due Coree sembrava cambiata: quella del Nord e quella del Sud hanno concordato di marciare insieme sotto la stessa bandiera, in rappresentanza di una Corea unita, alle Olimpiadi invernali di PyeongChang del 2018. È servito a qualcosa?
Nel febbraio 2022, gli Stati Uniti, Regno Unito e Canada hanno boicottato diplomaticamente le Olimpiadi invernali di Pechino per protestare contro la politica repressiva della Cina contro gli uiguri (ai curdi invece puoi torcere il collo “a gratis”, anzi ti premiano). A Parigi nel 2024, gli atleti russi e bielorussi sono stati ammessi con un escamotage: solo come atleti individuali neutrali, senza bandiera, inno o simboli nazionali, a causa della guerra in Ucraina (ciò non vale per i direttori d’orchestra e i ballerini nei teatri).
Lo sport costituisse uno strumento politico su scala globale. I Giochi olimpici sono un riflesso del potere degli Stati che si estende ai campi sportivi. La stessa idea originaria dei Giochi, quella di una tregua olimpica è ambigua. Interrompere una guerra per poi riprenderla in seguito, ha molto senso?


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