giovedì 19 febbraio 2026

Donato dal cielo

 

La vita non ha senso se non gliene dai uno. Per Umberto Eco, questo dev’essergli accaduto fin da piccolo. I nomi sono segni, puramente accidentali. Il contesto della loro formazione è andato perduto da tempo. Nessuno sa come avrebbe potuto altrimenti chiamarsi Eco; suo nonno era un trovatello. Lo chiamavano “Eco”, acronimo di ex caelis oblatus. Molto meno noto è che Eco fu anche, per poco, un insegnante di disegno. Ancora una volta il “segno”.

Il primo suo romanzo che ho letto è stato Il pendolo di Foucault (1988), che narrativamente è floscio; la tecnica di montaggio è troppo ovvia, vorrei dire puerile. Speravo in meglio ne Il cimitero di Praga (2010), ma Eco rivisita il tema de “Il pendolo”, la cospirazione non è più creata dall’interpretazione, ma dall’azione. Troppo scontato e banale il Simonini che, spaventato per ciò che lui stesso vuole fare, diventa l’autore de I protocolli dei Savi di Sion (testo smascherato nel 1921 come un plagio del Dialogo agli Inferi tra Machiavelli e Montesquieu di Joly, il quale a sua volta si era ispirato a un romanzo di Eugène Sue).

Il suo primo romanzo, che gli dette fama internazionale e che lessi più tardi, fu anche il suo migliore. Il nome della rosa (1980) si distingue dalle sue opere successive soprattutto per la sua trama fitta, il montaggio e la struttura materiale. Una narrazione storica è presentata all’interno di una cornice saggistica, ed entrambe le narrazioni sono tenute insieme da una terza, una trama criminale.

Il suo eroe è Guglielmo di Baskerville, un’allusione sia a Guglielmo di Ockham che a Sherlock Holmes. Al compagno di Guglielmo è dato il nome di Adson, da cui non è difficile discernere il collegamento con Watson. È la storia di omicidi in un monastero incentrata sul misterioso secondo volume della Poetica di Aristotele. Quindi l’incendio della biblioteca, preannunciato da un proclama che ricorda l’Apocalisse, la “deflorazione” del novizio benedettino (che nell’omonimo film è una delle scene più belle e delicate), gli eretici, la ristrettezza mentale dei monaci, in breve la storia in “giallo” di un monastero medievale condita con gli ingredienti caratteristici per dei lettori di bocca buona.

Quanto alla sua semiotica, confesso che circa mezzo secolo fa ci provai su un suo testo universitario, ma sicuramente per un mio limite ne abbandonai la lettura e ... il resto. Certo, con i chiari di luna di oggi, la figura di Eco si proietta come quella di un gigante.

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