giovedì 23 maggio 2013

Dal lato di tutte le classi


Desidero dire due parole a proposito dell’uso della “violenza” per esmplificare, dal mio punto di vista, cosa v’intendevano Marx ed Engels. Essi, quando parlano della violenza, si riferivano anzitutto a due aspetti di essa: in quanto fenomeno storico che ha segnato tutte le epoche e va compreso senza demonizzarlo moralisticamente, e in quanto strumento della lotta di classe, del quale anzitutto si sono valse  le classi dominanti di ogni epoca per tenere a bada le classi sfruttate (e queste per resistervi) e per regolare le contese tra fazioni della stessa classe dominante, quindi dal lato della sua valenza economica, come l'esempio della prima accumulazione capitalistica dimostra.

La violenza è un fenomeno "umano" quanto lo può essere la bontà e la misericordia, ossia quanto un fenomeno storico sociale. Non un incidente di "natura", bensì una determinazione necessaria di ogni società di classe.



Quanto fenomeno storico, le forme più efferate di violenza non appartengono solo al passato remoto della storia umana. Se pensiamo, per esempio, al sistema coloniale cristiano, vale la pena riportare, come fa Marx, le parole di un uomo che si è fatto una specialità del cristianesimo: «Gli atti di barbarie e le infami atrocità delle razze cosiddette cristiane in ogni regione del mondo e contro ogni popolo che sono riuscite a soggiogare, non trovano parallelo in nessun’altra epoca della storia della terra, in nessun’altra razza, per quanto selvaggia e incolta, spietata e spudorata». La storia dell’amministrazione coloniale olandese e l’Olanda – nazione capitalistica modello del secolo XVII – «mostra un quadro insuperabile di tradimenti, corruzioni, assassini e infamie». Tanto per gradire (*).

Se andassimo a considerare la storia del moderno furto di carne umana, largamente praticato nell’Europa fino a secoli recentissimi e che ha fatto base alla fortuna, solo per citare un esempio, di Venezia (**), dovremmo considerare le questioni per ciò che esse sono. I cattolicissimi sovrani spagnoli, tanto per dirne un’altra, quando presero Grenada, oltre alle solite atrocità compiute al rullare di tamburo, fecero migliaia di schiavi, ben 500 dei quali furono inviati a servizio del Papa di Roma, in gran parte poi impiegati nelle galee pontificie. Sappiamo del resto del furto di carne umana per ottenere braccia per le piantagioni americane. In termini di tempo storico, tale traffico, nella libera e democratica America, rimase pratica comune fino all’altro ieri.

Marx, nella sua opera fondamentale, racconta in modo impareggiabile, come avvenne l’espropriazione di massa dei piccoli proprietari terrieri britannici per renderli disponibili quale forza-lavoro per la nascente manifattura locale. Si tratta della così detta accumulazione originaria. Basta prendersi la briga di leggere, così poi si può discutere della repressione staliniana dei kulaki con qualche maggiore nozione storica sull’argomento.

Dunque veniamo alla violenza di sempre, a quella che sfrutta il lavoro e la vita altrui per i soliti ben noti motivi. Se lo schiavo moderno, da questo punto di vista, si crede ben più libero dell’antico servo, la borghesia è ben lieta di favorire questo suo convincimento. Del resto gli sfruttatori profondono tante risorse per retribuire l’impegno con il quale i suoi ideologi da mane a sera devono far credere che – nonostante ogni evidenza – la “democrazia volgare” è il sistema sociale meno peggiore, mi si passi l’espressione, che sia esistito.

E tuttavia bisogna considerare, dal punto di vista storico, che il sistema coloniale fece maturare come in una serra il commercio e la navigazione. Le società monopolia (Lutero) furono leve potenti della concentrazione del capitale. La colonia assicurava – scrive Marx – alle manifatture che sbocciavano il mercato di sbocco di un’accumulazione potenziata dal monopolio del mercato. Il tesoro catturato fuori d’Europa direttamente con il saccheggio, l’asservimento, la rapina e l’assassinio rifluiva nella madre patria e qui si trasformava in capitale (***).

Senza l’antica schiavitù, notavo in un post recente riportando la riflessione englesiana, non sarebbero esistiti né lo Stato, né l'arte, né la scienza della Grecia; senza la schiavitù non ci sarebbe stato l'impero romano. E senza le basi della civiltà greca e dell'impero romano non ci sarebbe l'Europa moderna. 

Senza la schiavitù moderna non ci sarebbe lo sviluppo dell’industria e della scienza ad essa collegata, non ci sarebbe il mondo d’oggi, e tuttavia solo oggi ogni classe dominante e sfruttatrice è diventata superflua, anzi è diventata un ostacolo allo sviluppo della società e solo ora essa sarà anche inesorabilmente eliminata, per quanto possa essere in possesso della "violenza immediata".

Non basta leggere molti libri per conoscere determinate cose, è necessario leggere quelli giusti e intenderli.

Pertanto, quanto alla violenza che inevitabilmente comporta la lotta di classe, dal lato di tutte le classi, dico solo ciò che in altri tempi sarebbe apparsa come una banalità e che invece oggi, ahimè, ha bisogno di precisazione: essa va inquadrata e letta nel suo contesto storico. Il resto è interpretazione, intrattenimento, speculazione, manipolazione, in una sola parola, chiacchiera.


(*) Cfr. A. Borioni, M. Pieri, Maledetta Isabella, maledetto Colombo. Gli ebrei, gli indiani, l'evangelizzazione come sterminio, Marsilio, 1991.

(**) Ne parla, dimostrando una consapevolezza critica non comune per quei tempi, Giacomo Filiasi nella prima edizione patavina del 1798 delle sue Memorie storiche de’ Veneti. Nella seconda edizione del 1811, ogni riferimento alla faccenda scompare. Uno dei tanti esempi di come funziona l'autocensura.

(***) Cfr. Wolfgang Reinhard, St. dell'espansione europea, Guida, 1987; Lyle N. McAlister, Dalla scoperta alla conquista, il Mulino, 1986.

13 commenti:

  1. La violenza è un fenomeno "umano" quanto lo può essere la bontà e la misericordia, ossia quanto un fenomeno storico sociale. Non un incidente di "natura", bensì una determinazione necessaria di ogni società di classe.

    Questa frase sopra scritta meriterebbe di essere meglio espugnata dalla sua sinteticità. In primo luogo perchè si afferma che il carattere violento della violenza "umana" non ha matrici naturali, ma storiche e sociali. Quindi, il carattere violento della violenza umana è attribuibile non per via dei processi cognitivi dello stesso, ma per via del carattere "premeditato" che l'uomo incarna nel suo gesto violento. In questo senso, se così s'intende il carattere violento della violenza umana, il gesto violento di un folle è, seppur nella sua specificità cognitiva, ancora "naturale". Neppure la consapevolezza del gesto potrebbe disancorare dalla naturalezza il carattere violento della violenza umana, ma unicamente la sua "gratuità"! La gratuità, (o come la chiamava P. Levi, la sua inutilità) è ciò che attribuisce il carattere violento alla violenza umana. Prima della gratuità è lotta, dominio. E la lotta, vien da chiedere, ha carattere umano o naturale?

    In secondo luogo, se sono la gratuità e la premeditazione a caratterizzare come umano il carattere violento della violenza compiuta dall'animale storico e sociale che chiamiamo uomo, lo spegnimento di tale carattere lo si fa, in quanto sopra scritto, derivare dallo spegnimento di ogni circoscrizione storico-sociale nella quale l'uomo, in quanto tale, è ed agisce. La sua (quella dell'uomo) esistenza, così come la conosciamo, è tale solo essa continua a rovinare nel mondo "umano". La fine della storia (della società di classe?) comporterà la fine dell'uomo "umano". Ma la fine dell'uomo "umano" è anche la fine della lotta?


    Inoltre si scrive:
    Senza l’antica schiavitù, notavo in un post recente riportando la riflessione englesiana, non sarebbero esistiti né lo Stato, né l'arte, né la scienza della Grecia; senza la schiavitù non ci sarebbe stato l'impero romano. E senza le basi della civiltà greca e dell'impero romano non ci sarebbe l'Europa moderna.

    Questa tesi è quella che Domenico Losurdo, critico di Nietzsche, sostiene in "Nietzsche e la critica della modernità", 1997, Manifesto Libri Srl. Certo, se qui lo si scrive non è certamente per sostenere le tesi "vitalistiche" nicciane. Ma questa consapevolezza, così tradotta e sopra scritta, non rende di grazia la scienza posta su un piano che trascende il conflitto? Oppure abbraccia le tesi vitalistiche di Nietzsche?

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    1. con calma, oggi pomeriggio spero di trovare un po' di tempo per la risposta. grazie per l'intervento.

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    2. Allora, senza fare discorsi troppo filosofici:

      ho messo tra virgolette “umano” e “natura” per non star lì a ripetere la solita solfa sulla distinzione tra il dato biologico e quello propriamente sociale. Ne ho scritto recentemente e talmente tanto da far venire le convulsioni al più resistente dei lettori del blog.

      Chiaro che l’uomo quando si eleva dalla sua bruta animalità non perde la sua natura biologica, non perde il vizio, l’istintività, ma il pelo del comportamento, non solo di quello cosciente, gli è dato PREVALEMNTEMENTE dagli “stimoli” sociali che ci pervadono già da quando succhiamo il seno materno o il biberon. Pensiamo solo all’esperienza storica per la quale tutta la nostra vita, il lavoro, il comportamento sono fondati sulla larghissima utilizzazione dell’esperienza delle generazioni precedenti.

      È bene aver sempre chiaro che non è il cervello in quanto tale a pensare, bensì sempre solo il cervello di un uomo concreto che produce la propria vita materiale e spirituale in una ben determinata formazione economico-sociale. Al di fuori della rete di rapporti sociali entro e per mezzo della quale agisce l’uomo sulla natura esterna e sulla propria natura, non si dà alcuna attività di pensiero.

      Perciò c’è ben poco di “premeditato” o di biologico negli “impulsi” come pretende certo soggettivismo psicologico d’impronta biologista o certo determinismo preformativo su base genetica. Con ciò senza rinunciare ad un’indagine oggettiva della coscienza e dei fenomeni del rimosso. Ma questo riguarda principalmente il singolo individuo, del quale non mi occupo né tanto e nemmeno poco nel mio dire sulla violenza. Quando parlo di violenza non parlo della violenza dei singoli, non quella soggettiva e occasionale, ma di quella che risponde alle leggi della necessità storica .

      Se poi dobbiamo parlare di psicologia, parliamo di psicologia sociale.

      Perciò i gesti violenti dei così detti folli possono essere causati da motivi diversi, anche da un danno cerebrale non solo da una particolare situazione di persistente stress emotivo, eccetera.

      Il linguaggio (nell’accezione ampia del termine, ossia i codici linguistici) condizionano molto di più di altri fattori di natura biologica.

      Per quanto riguarda il resto lei pone delle questioni interessanti che non possono essere affrontate in breve. del resto i miei post devo essere necessariamente schematici, e mi rendo conto che certi argomenti meriterebbero tempo e riflessioni meno sulle generali.

      Credo di conosce Nietzsche abbastanza per dire che ho poco o nulla a che spartire, per ciò che vale quello che penso io ovviamente. Quando mi chiede se la scienza è posta su un piano che trascende il conflitto, non comprendo bene, e me ne scuso, ciò che vuol dire. La scienza non è qualcosa di separato dal resto, non trascende proprio nulla. Il concetto eglesiano, m’importa poco se poi ripreso da tale Losurdo (che conosco), afferma semplicemente che senza il lavoro degli schiavi, cioè di una parte della società, il resto della società non poteva avere il tempo e i mezzi per fare quello che stiamo facendo noi in questo momento: ozio letterario.

      Ad ogni buon conto, non credo che l’eliminazione della società di classe eliminerà del tutto e per sempre ogni violenza, ma certamente quella che scaturisce dagli antagonismi di classe, cioè i fenomeni ed i conflitti ad essa riconducibili che non sono pochi e lievi.

      Grazie per il commento, saluti

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    3. ho inserito il suo blog nel mio elenco

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  2. Ben detto Olympe, aggiungo il richiamo al fatto storico che la violenza è l’inevitabile prodotto, non la causa, del dominio di classe (come argomentato nell’engelsiano Antidűhring), che una società classista presuppone il monopolio della violenza da parte della classe dominante, a sua volta presentato come “ordine pubblico".
    La violenza attuale e/o potenziale non è quindi che l’espressione dei rapporti di classe,non è un fattore autonomo e tantomeno fondativo, bensì il risultato e lo strumento dell’azione contrapposta delle classi in lotta. In quanto tale, “non riconoscere la violenza” sarebbe come “non riconoscere la forza di gravità”, ed all’opposto,supporre un suo ruolo autonomo ed incondizionato sarebbe espressione di puro volontarismo.
    L’unificazione umana, la “comunità di specie”, il superamento della divisione in classi e delle sue conseguenze, tra cui la violenza come mezzo di sfruttamento ed oppressione dell’uomo sull’uomo, e quindi la fine della “preistoria” e l’avvio di un’effettiva “storia umana” sono, per i marxisti, concepibili solo in una società comunista, caratterizzata dall’appropriazione collettiva dei mezzi di produzione e dal superamento dell’anarchia capitalistica, per una pianificazione progettata e “adattata” alle esigenze reali ad opera della popolazione lavoratrice.

    Mordecaj

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    1. che bello avere lettori così, ma anche quelli che contestano, sia chiaro.

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    2. Il trionfo del millenarismo marxista. Il lupo si pascerà con l'agnello, anzi, non ci saranno lupi e agnelli e le cotolette cresceranno sugli alberi.
      Aspettiamo la fine della "preistoria" e l'inizio della effettiva "storia umana" con trepidazione. Nella quale lavoreranno solo le macchine e i miliardi di umani staranno con le trippe all'aria a pensare grandi cose, finché qualcuno, per pura noia, comincerà a combinare casini. Per il semplice fatto che la natura umana, qualunque cosa sia, non si da pace né se la darà mai.
      La società comunista della storia effettiva futuribile troverà il modo di riprodurre, di riffa o di raffa, le classi, con tutto quel che segue. E' un'impasse dalla quale non si esce.

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    3. venire a dire queste cose in questo blog è come andare in canonica a dire al prete che dio non esiste. con una differenza: che il prete non può né smentire né asseverare l'esistenza di dio, mentre noi abbiamo qualche millennio di storia alle nostre spalle. la quale storia non ci dice: senz'altro; ma almeno ci dice provateci che è possibile.

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  3. Il mestiere e l'uso delle armi, ancorchè rivoluzionarie, non è per tutti. Serve attitudine, vocazione e soprattutto scuola. Uccidere è difficile. Lascia indelebili e maleodoranti tracce per generazioni. Salvo rare e particolari propensioni personali, volte forse al piacere, l'atto di togliere vita, quando determinato e cosciente, è generalmente complesso e traumatico; in particolare quando trattasi di esercitare violenza di massa, fredda, organizzata e coordinata. Da sempre, nelle contese cruente, chi sa, aiuta il gesto supremo, ma anche quello meno estremo di infliggere danno e dolore, con artifizi materiali noti sin dai tempi delle prime guerresche testimonianze: rituali esorcizzanti, fieri canti inebrianti, uso di erbe e funghi esaltanti il coraggio sempre virile, essenze magiche, fumi, profumi con estratti e fermentazioni di sostanze naturali la cui assunzione determina collaudati effetti euforizzanti, almeno per il tempo necessario alla bisogna. Oggi, oltre all'indottrinamento ideologico, aiuta anche la chimica idustriale. Certo l'odio e la paura rimangono ineguagliabili molle alla violenza ma devono essere indirizzati, alimentati e curati come i bimbi da crescere. Ci vogliono mamme spartane e gli incantesimi dei sacerdoti fenici. Fuori dalla concretezza, ma non senza risultato, rimane la retorica promessa di vita eterna e beata per i sacrificandi. Non è facile confrontarsi con duemila anni di cristianesimo sostanziale e con quattro millenni di orientale negazione della libido. Mi sembra che nella storia dell'umanità, da parte della stragrande maggioranza degli individui oppressi, sia stata più facile subirla e sopportarla, la violenza, che vittoriosamente esercitarla. L'insopprimibile ma frustrato umano anelito alla liberazione dalle necessità materiali, alla giustizia e
    all'equità sociale, ha cercato altre vie di scampo, etiche e morali, come quelle della speranza e dell'utopia ma anche meno tragiche e più apparentemente concrete, come quelle della mediazione politica e, perchè no, del confronto delle idee e degli ideali. In fondo il fascino attuale del comunismo, per milioni di persone, rimane integro ed ancora intatto, nonoastante le sue universali sconfitte storiche, risorgente dalle sue ceneri, per la forza e la innegabile portata liberatoria della sua idea fondante che sembra superare ogni anacronismo, ogni contraddizione e persino ogni appartenenza di classe.
    Conscrit

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    1. Non sono del tutto d’accordo con quanto scrivi. Non sono d’accordo quando scrivi che:

      «L'insopprimibile ma frustrato umano anelito alla liberazione dalle necessità materiali, alla giustizia e all'equità sociale, ha cercato altre vie di scampo, etiche e morali, come quelle della speranza e dell'utopia ma anche meno tragiche e più apparentemente concrete, come quelle della mediazione politica e, perchè no, del confronto delle idee e degli ideali».

      Che cosa significa l'insopprimibile ma frustrato umano anelito alla liberazione dalle necessità materiali? Io parlo della lotta di classe, dell'insopprimibile ma frustrato anelito alla liberazione delle classi sfruttate, non dell’umanità in generale, la quale contempera pure gli sfruttatori.

      Quindi, non solo liberazione dalle necessità materiali più imminenti, compito che una determinata classe sociale, quella dominante, raggiunge storicamente ben presto a spese delle altre classi. Bensì, l'insopprimibile anelito alla liberazione dalla propria condizione di sfruttati, di coloro che devono vendere la propria forza-lavoro a un proprietario per poter campare.

      E, come ho scritto nel post, tuttavia solo oggi, con il grandioso sviluppo raggiunto, ogni classe dominante e sfruttatrice è diventata superflua, anzi è diventata un ostacolo allo sviluppo della società, ossia ha perso ogni necessità la sua funzione.

      Non dunque per ragioni “etiche e morali” come tu sostieni le classi sfruttate troveranno la strada e i mezzi concreti per la propria liberazione, ma per una necessità storica che riguarda le stesse leggi di sviluppo sociale. Naturalmente ciò è dato come possibilità, non come necessità assoluta. Perciò serve la lotta di classe, per rendere realtà concreta ciò che dalla necessità storica è posto come possibilità.

      Va da sé che fintanto che una classe domina le altre, non è possibile per via pacifica alcuna trasformazione sociale radicale poiché ciò comporta necessariamente la soppressione di ogni antagonismo di classe assieme alle classi stesse. Cosa che ovviamente la classe dominante non sarà disposta a concedere pacificamente.

      Grazie per l’interessante intervento.

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  4. Leggo con estremo interesse questo post, e leggo con estremo interessi i commenti dei visitatori. Mi unisco a loro, seppur in maniera stringata, poiché non posso che condividere appieno le parole di Olympe. Da parte mia credo, su quest'argomento, basti la famosa citazione di B. Brecht: "Tutti vedono la violenza del fiume ma nessuno quella degli argini che lo costringono". E' facile vedere la violenza immediata (la manganellata, il lancio della bottiglia, la rissa, il petardo, la carica, la pistolettata, ecc... Ben più difficile è vedere la violenza di questo sistema, che è per lo più mentale, perché ti costringe a ragionare in un certo modo (l'unico, quello per il profitto). O segui questo modello, o sei fuori e diventi un fricchettone, un "hippie", un rinnegato. Un "diverso".

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  5. ALL'ORIGINE DELLA VIOLENZA:
    Quando la nostra specie Homo sapiens nacque in Africa, intorno a
    200 mila anni fa, una delle sue prima attività sembra sia stata quella di spostarsi. Ma il Vecchio Mondo era già affollato di specie del genere Homo fuoriuscite dall’Africa in almeno due ondate precedenti.
    Così i nostri antenati sapiens hanno incontrato i loro cugini più antichi, fino a quando – in tempi recenti e per ragioni non ancora chiare – siamo rimasti l’unico rappresentante del nostro genere sulla Terra. Fino a quaranta millenni fa, ben cinque specie del genere Homo vivevano tutte insieme nel Vecchio Mondo.
    “Una sola specie umana abita adesso questo pianeta, ma gran parte della storia ominide è stata caratterizzata dalla molteplicità, non dall’unità. La stato attuale dell’umanità come un’unica specie, massimamente diffusa sull’intero pianeta, è decisamente insolito”
    (Stephen J. Gould, 1998)
    nonnoFranco

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  6. ALL'ORIGINE DELLA VIOLENZA:
    Quando la nostra specie Homo sapiens nacque in Africa, intorno a
    200 mila anni fa, una delle sue prima attività sembra sia stata quella di spostarsi. Ma il Vecchio Mondo era già affollato di specie del genere Homo fuoriuscite dall’Africa in almeno due ondate precedenti.
    Così i nostri antenati sapiens hanno incontrato i loro cugini più antichi, fino a quando – in tempi recenti e per ragioni non ancora chiare – siamo rimasti l’unico rappresentante del nostro genere sulla Terra. Fino a quaranta millenni fa, ben cinque specie del genere Homo vivevano tutte insieme nel Vecchio Mondo.
    “Una sola specie umana abita adesso questo pianeta, ma gran parte della storia ominide è stata caratterizzata dalla molteplicità, non dall’unità. La stato attuale dell’umanità come un’unica specie, massimamente diffusa sull’intero pianeta, è decisamente insolito”
    (Stephen J. Gould, 1998)
    nonnoFranco

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