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lunedì 16 febbraio 2026

È mancato solo il Sieg Heil

 

Alla conferenza di Monaco, Ursula von der Leyen, non sapendo cosa dire di originale, s’è buttata sul comico, celebrando il “risveglio europeo”. Ha dichiarato che l’economia russa è “sostanzialmente indebolita”. Quella europea invece scoppia di salute. Attenzione alle schegge.

Il presidente francese Macron ha scoperto l’acqua calda, sostenendo la necessità di fare dell’Europa una “potenza geopolitica” (vaste programme) e ha promesso ulteriori colloqui sulla deterrenza nucleare. Già vedo i mangiarane condividere le chiavi della Force de frappe con i mangiacrauti.

Secondo Le Monde, la Germania ritiene che gli sforzi della Francia per aumentare la spesa per la difesa siano “insufficienti” e la invita a “fare risparmi”, in particolare nei programmi sociali. Testuale.

Il premier britannico, Keir Starmer, ha chiesto di prepararsi a “combattere” la Russia con qualsiasi mezzo. Forse non ha chiaro che la Russia con un solo ordigno nucleare può cancellare l’Inghilterra dal mappamondo. Starmer ha anche annunciato che il Regno Unito avrebbe schierato il suo gruppo d’attacco di portaerei nell’Atlantico settentrionale e nell’Artico e avrebbe rafforzato la cooperazione nucleare con la Francia.

I 27 Stati membri dell’UE hanno speso circa 320 miliardi di euro per la difesa lo scorso anno, rispetto ai 200 miliardi di euro prima del 2022. E in vista vi sono ulteriori aumenti: solo prima di Natale, il Bundestag ha approvato ordini per carri armati, aerei, navi e altri equipaggiamenti per un valore di oltre 70 miliardi di euro. Non sono pazzi, sono tedeschi.

Nel suo discorso di sabato a Monaco, il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha espresso soddisfazione per gli sforzi dei membri dell’UE e della NATO: “Vogliamo che l’Europa sia forte. Crediamo che l'Europa debba sopravvivere”. Grazie amico, queste sono parole che vengono dal cuore.

Ha aggiunto che “le migrazioni di massa” stanno “destabilizzando” i paesi occidentali, ha criticato il “culto del clima” e ha messo in guardia dalla “deindustrializzazione”. Guardasse in casa sua, che qualche problema ce l’hanno.

Per 500 anni, l’Occidente si è espanso fino al 1945, poi si è “ritirato”. La conseguenza: “I grandi imperi occidentali sono entrati in un declino fatale, accelerato da rivoluzioni comuniste senza Dio e rivolte anticoloniali che hanno trasformato il mondo e coperto ampie zone della mappa con la falce e il martello rossi”. Nel Main Kampf, fatta eccezione per il riferimento a Dio, Rubio deve aver letto qualcosa del genere.

Quindi: gli Stati Uniti non vogliono essere “amministratori educati e ordinati di un declino occidentale”. Pertanto, non vogliono nemmeno che “i nostri alleati siano deboli, perché questo ci renderebbe più deboli”. L’offerta di diventare partner minoritari di una superpotenza è stata accolta con una standing ovation a Monaco.

Sempre secondo Le Monde: “tre leader tedeschi – Boris Pistorius, Ministro della Difesa; Johann Wadephul, Ministro degli Esteri; e Markus Söder, Ministro-Presidente della Baviera – seduti in prima fila, hanno salutato con la standing ovation alzandosi. Il riflesso è stato lo stesso dietro di loro: la maggior parte del pubblico, composto da una quarantina di funzionari e rappresentanti eletti americani mescolati all’establishment diplomatico e della difesa europeo tradizionalmente atlantista, si è alzata in piedi”. È mancato solo il Sieg Heil, ma tempo al tempo.

Per doverosa informazione: il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha sostenuto il rafforzamento delle Nazioni Unite, della cooperazione e del multilateralismo. Con quanta sincerità non sappiamo, ma se non altro non s’è unito al coro plutocratico di tendenze autoritarie. Perché, nella distrazione generale, è di questo che si tratta.

mercoledì 26 novembre 2025

[...]

 

Dopo aver riflettuto, ho deciso di non usare la trascrizione della mia cartella clinica nel post che sto scrivendo. Nonostante si tratti di trascrivere un’anamnesi breve, sincera e schietta, non penso interessino le mie patologie, che spaziano dalle notti insonni a certe giornate di noia.

Il mio medico era all’antica, scriveva le ricette con una penna a sfera finché non glielo hanno impedito. Negli ultimi anni, prima della pensione, fu costretto a dotarsi di computer e stampante, e ciò solo, mi diceva, per scrivere delle ricette. Lo faceva ribollire dentro.

Passavamo un’oretta assieme nel suo ambulatorio. Fuori, ad aspettare, quasi mai c’era qualcuno la sera tardi. Mi raccontava qualche sua storiella, vera o verosimile che fosse. Il suo modo di narrare mi intrigava. La prendeva alla lontana e, quando sembrava che si fosse perso nel discorso, in un lampo arrivava alla diagnosi: il mondo è sempre più di merda.

Mi raccontava anche cose più amene, di quando era stato in marina. I marinai, mi diceva, non soffrivano mai di mal di gola. E spiegava il perché di questo insolito fenomeno constatato in due anni di ferma come sottotenente medico.

A me non interessava fosse un bravo clinico, solo che non facesse difficoltà nel prescrivermi ciò di cui ho bisogno per affrontare la vita, dunque assai poco e sempre la solita mercanzia. Anche per i farmaci è tutta una questione di valore aggiunto.

È morto l’estate scorsa per un infarto all’età di 68 anni, poco dopo la pensione. Ricordo la cupa processione dei partecipanti al funerale, quasi tutte persone dalla settantina in su. La figlia, dietro la bara, era seguita da un flusso laminare di Opium di Chanel, di modo che l’incenso tardava ad attecchire.

Il medico che lo ha sostituito, con la faccia immersa nel suo computer, ha l’elocuzione pontificante di un prete nel suo confessionale. Cos’è questa nuova voce che si gonfia nel parlarmi? È consapevole del posto al vertice della gerarchia stabilita tra medico e paziente. Ha sempre una diagnosi pronta, vuole dimostrarmi rapidamente il suo sapere e potere. A trent’anni crede perfino di conoscere che cos’è il mal di vivere.

domenica 11 maggio 2025

Le nostre stupide giornate di lavoro

 

«La stagione dei dividendi entra nel vivo e si prepara a scrivere una pagina importante per Piazza Affari. Il dividend-day è il 19 maggio: oltre 40 società del listino milanese distribuiranno cedole per 15 miliardi di euro. Tra i dividendi già distribuiti ad aprile, gli acconti dello scorso novembre e i prossimi vari appuntamenti, il 2025 vedrà una distribuzione complessiva di 41 miliardi, sugli utili generati nel 2024; un aumento del 13% rispetto allo scorso anno.»

Questo, come scrive il Sole 24 ore di oggi, per quanto riguarda i dividendi azionari del listino milanese. Gli amministratori delegati, dopo aver riempito le proprie tasche, trasferiscono quanto più possibile del cosiddetto valore aggiunto ai propri azionisti. Come si diceva una volta: “estorcono plusvalore” come mai prima, a spese del cervello, dei muscoli e dell’anima dei loro schiavi, che non di rado muoiono sul lavoro.

L’aspetto peggiore sono i riacquisti di azioni. Normalmente un’azienda riceve denaro dai suoi azionisti. Si fa esattamente l’opposto, riacquistando le proprie azioni. L’obiettivo? Aumentare i prezzi: meno azioni delle società ci sono in circolazione, più sale il rendimento di ciascuna.

Poi c’è tutto il resto, a cui aggiungere ancora le cedole del debito pubblico pagate nel 2024, per un ammontare complessivo di oltre 85 miliardi. Sia chiaro, solo una parte di quei miliardi finiscono nelle tasche degli italiani che hanno investito in titoli di Stato, il resto finisce all’estero, così come una parte dei ricavi cedolari in titoli europei e di altri Paesi sono incassati in Italia.

Insomma, a leggere questi numeri si può pensare che l’Italia sia economicamente un paese in salute. Cosa che del resto è vera, almeno per quelle persone che possono investire almeno una parte dei loro cospicui risparmi in azioni, obbligazioni e altre fonti di reddito speculativo, non ultimo l’investimento immobiliare (con valori sempre in crescita).

Si strangolano coltivatori, allevatori e fornitori, per che cosa? Per gli azionisti 80enni che, tra un pisolino e l’altro, acquistano immobili o azioni. Quanti miliardi di euro di ricchezza detenuta dagli anziani sono stati trasmessi ai loro figli negli ultimi decenni, e quanta ricchezza liquida e immobiliare sarà ancora trasmessa ai loro eredi nei prossimi anni? Data la relativa diffusione della ricchezza si tratta di un trasferimento di ricchezza imponente, il più grande della storia (con imposte ridicole, esenzioni e detrazioni, senza un’aliquota progressiva per ciò che l’erede riceve in eredità nel corso della sua vita). Non solo per quanto riguarda l’Italia: le società europee del XXI secolo sono tornate ad essere società di eredi.

In una società in cui l’eredità pesa più del lavoro nella costituzione della ricchezza, il meccanismo ereditario plasma un ordine sociale in cui le fortune più grandi sono riservate agli individui provenienti da famiglie benestanti. Altri possono, grazie ai loro sforzi, al merito, o a raccomandazioni in cambio di fedeltà, ottenere buoni posti e stipendi, ma è impossibile per loro raggiungere le posizioni più elevate in termini di ricchezza.

Un fenomeno assai trascurato dalle statistiche e dalla pubblicistica, che è sinonimo di blocco della mobilità sociale. Va poi rilevato che posizione di ricchezza e posizione sociale spesso procedono di pari passo. A ciò poi si aggiungono le politiche fiscali e gli incentivi (leggi bonus) per quei “poveracci” che possono beneficiarne per i loro giardini, la ristrutturazione di ville e villini a spese dei molti che sono tosati alla fonte. Tutto legale, per carità. Ma se pensate che vi sia incompatibilità tra privilegi e uguaglianza di opportunità vuol dire che non siete abbastanza liberali, o non siete abbastanza quel cazzo che volete. Sicuramente passate per essere dei comunisti, di questi tempi la feccia dell’umanità.

Come meravigliarsi se dividendi e rendite alimentano un risentimento degli esclusi che si palesa nel voto elettorale (compresa una aliquota di astenuti)? Il voto incazzato di quelli che non possono permettersi il fuoristrada e un cane di grossa taglia che mangia chili di crocchette al giorno. Di quelli che: “i soldi che la vita mi deve!”. Tutti vogliono essere ricchi, felici di avere tutti i doveri, se questo significa avere tutti i diritti.

Se la sinistra è diventata destra, meglio l’originale della fotocopia, si dice. Paradossalmente in tal modo il voto degli scontenti, che reclamano la condivisione della ricchezza, e quello dei contenti, che puntano a mantenere le posizioni acquisite e anzi a un’ancor maggiore contentezza, si coagula. Il voto è l’essenza di questo tipo di democrazia.

giovedì 18 luglio 2024

Due buone notizie

 


Finalmente posso dare una buona notizia, anzi due buone notizie. La prima: la ricchezza netta globale ha registrato una significativa ripresa nel 2023, crescendo del 4,3% dopo un anno difficile nel 2022. Secondo il Global Wealth Report 2024 di UBS, il numero di milionari globali, 73.000 persone super- ricche, i cosiddetti “individui con un patrimonio netto ultra elevato”, come li chiamano gli analisti del mercato finanziario, è destinato a continuare ad aumentare nei prossimi cinque anni.

Si prevede che il numero di adulti che possiedono 1 milione di dollari o più aumenterà in 52 delle 56 economie sviluppate e in via di sviluppo intervistate tra il 2023 e il 2028. I guadagni saranno guidati dalla potenza tecnologica di Taiwan, dove il numero di milionari è destinato ad aumentare del 47% grazie al boom dell’industria dei microchip e all’aumento dell’immigrazione di ricchi stranieri.

Questa crescita della ricchezza dei già ricchi vede la Turchia con un aumento del 43%, Kazakistan 37%, Indonesia 32% e Giappone 28%. I due Paesi in cui hanno sede il maggior numero di milionari, gli Stati Uniti (26.000) e la Cina continentale (8.300, uno ogni 170.000 abitanti), vedranno aumentare le loro cifre rispettivamente del 16% e dell’8%.

Il Regno Unito è attualmente il terzo paese al mondo per numero di milionari in dollari. Le 6 più grandi fortune della perfida Albione pesano tanto quanto i 13.000.000 più poveri dell’isola! In Francia entro il 2028 dovrebbero esserci un incremento del 15% dei milionari.

Da dove vengono tutti questi soldi? In parte grazie alle numerose agevolazioni fiscali di cui beneficiano, ma soprattutto dall’incremento del “valore aggiunto”, che altro non è che plusvalore estorto a chi lavora e distribuito ai possessori di prodotti finanziari di ogni tipo (*).

Questo per quanto riguarda i ricconi. E per quanto riguarda la ricchezza media? L’Italia non è messa benissimo, anzi nel 2023 retrocede di un posto nella classifica mondiale, portandosi al 24esimo con 220.216 dollari a cranio. Questo declassamento è il risultato della reticenza a dichiarare i propri redditi al fisco.

Si tratta della ricchezza media dei ricchi, non della ricchezza mediana, che riguarda tutti gli adulti, compresi i poveri cristi. Il confronto tra le due classifiche è significativo perché dà un’idea della ripartizione della ricchezza tra i cittadini: più il patrimonio mediano è vicino a quello medio, più la ricchezza è distribuita in modo equo; più i due valori sono distanti, più la ricchezza si concentra nelle mani di pochi. L’Italia qui è 13esima, con 113.754 dollari, seguita dagli Stati Uniti con un patrimonio mediano di 112.157 dollari.

Un’altra buona notizia: i Millennials e la Generazione X erediteranno 83.500 miliardi di dollari nei prossimi due decenni. Sì, lo so, tassare l’eredità è una cosa assolutamente orribile: perdi una persona cara (beh, non necessariamente) e per di più devi pagare l’imposta di successione (e donazione). In Italia la più bassa in Europa, con esenzioni per i titoli di Stato italiani e di altri Paesi UE, le polizze vita, le aziende, i rami di azienda o le quote di controllo in società di capitali (**).

Due buone notizie in un solo post.

(*) Il "valore aggiunto" non è esattamente la stessa cosa del plusvalore. I leccaculi calcolano il plusvalore (chiamandolo valore aggiunto) in rapporto all’intero capitale (dunque come se i profitti fossero prodotti da ogni componente del capitale), mentre in realtà il plusvalore è il prodotto del solo lavoro umano e dunque va calcolato in rapporto al capitale variabile (salari). Una differenza non da poco.  

(**) L’imposta di successione è nata con il DPR 637/1972, che prevedeva per gli eredi diretti (coniuge e figli) l’aliquota massima al 27 per cento (da 200 a 400 milioni aliquota al 7%, fino a 800 il 10%, aliquota del 22% da 1,5 a 3 tre miliardi, oltre i 3mld il 27%), mentre per chi non era parente poteva arrivare al 33 per cento. Anche le franchigie erano piuttosto limitate.

Il taglio delle aliquote fu introdotto nel 2000 dal governo Amato, con il passaggio da una franchigia unica complessiva a franchigie per ciascun beneficiario (ognuna del valore di 350 milioni di lire) e, soprattutto, con un taglio drastico delle aliquote: si eliminò la progressività adottando un’aliquota unico, che variava tra il 4 e l’8 per cento a seconda del grado di parentela.

Nel 2001 il governo Berlusconi (quello dell’aeroporto) abolì completamente l’imposta, che fu poi ripristinata da Prodi ma secondo lo schema di Amato. Grandi statisti di sinistra.

venerdì 3 maggio 2024

Il capitalismo cinese e quello degli altri

 

I cinesi lo hanno capito prima di noi e molto meglio. L’economia è soprattutto materie prime, energia, acqua, terra fertile e tecnologia. Anche gli americani lo sanno bene: shale gas e petrolio stanno rendendo gli Stati Uniti un esportatore netto di energia, e se ne fottono che il metano ha un potere riscaldante 23 volte maggiore di quello della CO2 (*).

Dunque la chiave dell’economia non è la generica “competitività” di Mario Draghi ed Enrico Letta, entrambi autori, nelle ultime settimane e con grande soddisfazione degli imbecilli di Europa, di un rapporto inteso a consentire all’Unione europea di competere ... con la Cina!

Per comprendere appieno l’enormità della bugia: a un operaio italiano quanti stipendi pieni mensili costa un’auto elettrica europea? Niente panico, i dazi e i bonus risolveranno tutto.

Dei democratici decadenti in gara con i cinesi? Mario Draghi ed Enrico Letta ne hanno mai conosciuto uno di questi cinesi? Il capitalismo cinese non è banalmente un capitalismo di Stato, né un comunismo che ha scelto la “retta via”. La Cina è “decisamente” un paese capitalista “su tutti i fronti” (Branko Milanovic, Capitalismo contro capitalismo, Laterza, p. 115).

Alla fine del 2019, poco prima del Covid, più di 27.500 aziende cinesi avevano investito in 188 paesi (l’ONU ne contava 197). La cosa divertente è che taluni continuano a classificare la Cina come un “paese emergente”.

Le “nuove vie della seta” si ispirano a quelle antiche (ma non solo), attraverso le quali transitavano seta, porcellana e giada verso l’Europa. Per la Cina si tratta di acquisire e costruire enormi infrastrutture, porti e ferrovie. Anche in Europa: il porto del Pireo in Grecia, il 90% del porto di Zeebrugge (Belgio), il 35% del porto di Rotterdam (Paesi Bassi), il 20% del porto di Anversa (Belgio), il 25% del porto di Amburgo. Quindi la linea ferroviaria veloce Budapest-Belgrado e persino la costruzione da parte di un consorzio cinese di un ponte stradale in Croazia, però finanziato dall’UE.

È stato ad Astana (nel 2017 ha ospitato l’Esposizione Universale dell’Energia), capitale del Kazakistan (ex Urss), che Xi Jinping ha pronunciato il discorso fondativo di questo programma. Il Kazakistan, che roba è? È nove volte l’Italia, membro dell’Unione economica eurasiatica (UEE), cioè un’unione con Russia, Bielorussia e Armenia, ed è il più importante produttore ed esportatore di petrolio nell’ambito della Comunità di Stati indipendenti (CSI).

Il Kazakistan possiede circa il 60% delle risorse minerarie dell’ex Unione Sovietica; in questa regione chiave tra Europa e Asia, una delle più lontane dal mare, e quindi dagli scambi commerciali, la Cina pratica la “diplomazia dei gasdotti” con la costruzione di gasdotti al servizio quasi esclusivo di Pechino. Tra parentesi: nel gigantesco campo di Karachaganak (gas e petrolio), estraggono Eni e Shell (co-operatori), Chevron e la compagnia russa Lukoil. La UE si balocca ancora con le “sanzioni” alla Russia!

In Africa, il Regno di Mezzo sta portando avanti la “diplomazia del debito”. Acquista intere regioni, fa costruire strade e ferrovie da aziende cinesi che impiegano manodopera proveniente dal paese, che è il destinatario quasi esclusivo dell’esportazione di riso o dei cereali raccolti. Man mano che Pechino anticipa tutto il denaro, i paesi “beneficiari” (indebitati) diventano, per decenni, i suoi debitori. Un film già visto in passato, mi pare, ma con altri attori protagonisti.

Per Pechino si tratta di offrire ai Paesi interessati un’alternativa agli Stati Uniti, giocando sulle divisioni dei Paesi membri della cosiddetta “Unione” europea. È così che, nel 2021, nel pieno della crisi del programma nucleare iraniano, la Cina ha firmato un accordo venticinquennale di “cooperazione strategica” con la Repubblica islamica, sempre secondo la stessa logica: investimenti cinesi contro il petrolio iraniano ad un prezzo stracciato.

In breve, la Cina pratica un capitalismo semplice ed efficace: possiede risorse minerarie, agricole, infrastrutture, tecnici di livello e manodopera obbediente, rende dipendenti i Paesi attraverso il debito, inondando al contempo quelli europei e americani di tutto ciò che produce. Lo so che la Cina se la passa male (difficoltà del settore immobiliare e non solo) e forse un giorno crollerà. In attesa di questo ipotetico collasso, tanto sognato da alcuni, si sta comprando mezzo mondo.

L’unica cosa che si può concedere a riguardo delle difficoltà della Cina è che essa dovrà affrontare le contraddizioni tipiche del capitalismo. Per esempio, dal febbraio scorso, per dare fiato agli investimenti, ha abbassato il tasso di riserva obbligatoria, ovvero la quota di depositi che le banche sono tenute a tenere nelle proprie casse, e questa è già la sesta volta che il governo abbassa questo tasso da luglio 2021. Ciò nonostante l’indice dei direttori degli acquisti (PMI), che riflette la salute del mondo industriale, è entrato in territorio positivo solo una volta in sei mesi (50,8 a marzo da 49,1 a febbraio, superando il livello di 50 che separa la crescita dalla contrazione e raggiungendo il valore più alto da marzo 2023).

Dovrà affrontare anche altre sfide la Cina, tipiche della nostra epoca, quali quella demografica, e ancor più impegnativa è la partita con gli Usa, con il desiderio di Washington di cancellare la Cina come potenza economica e militare dalle mappe. Con la lieve differenza che non siamo più nel XIX secolo.

(*) Dopo il suo insediamento, l’amministrazione Biden ha dichiarato che “metterà la crisi climatica al centro della politica estera e della sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. Inoltre, l’amministrazione Biden vedeva il cambiamento climatico anche come un mezzo con cui gli Stati Uniti potevano tornare a riconquistare la leadership globale (vedi l’Inflation Reduction Act).

Tuttavia i numeri dimostrano altro. Anche se con l’Inflation Reduction Act sono stati stanziati ingenti fondi per lo sviluppo delle energie rinnovabili, il numero di nuovi parchi eolici e solari costruiti negli Stati Uniti nel 2022 è in realtà diminuito rispetto al 2021 del 16%.

Più di 8.100 progetti energetici negli Stati Uniti sono in attesa di autorizzazione per connettersi alla rete elettrica e il tempo di attesa è di quattro o cinque anni. In molte località degli Stati Uniti le reti elettriche funzionano già a pieno regime e per collegare nuovi impianti è necessario ammodernare un intero sistema di trasmissione.

Il New York Times ha scritto che anche se l’attuale Congresso degli Stati Uniti manterrà tutti i sussidi promessi, le emissioni di gas serra degli Stati Uniti saranno ridotte solo di circa il 25% entro il 2030 rispetto al 2005, molto al di sotto dell’obiettivo fissato del 50%.

In particolare, per quanto riguarda i veicoli elettrici, gli Stati Uniti non pensano che vi sia di per sé un problema con tali veicoli, ma che esista un problema con il dominio della Cina nel campo dei veicoli a nuova energia.

Secondo il rapporto 2024 dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili la quota delle stesse ha raggiunto l’86% nel 2023, rispetto all’84% nel 2022. Anche la quota rinnovabile della capacità elettrica totale è aumentata di quasi tre punti percentuali, passando dal 40,4% nel 2022 a 43,2% nel 2023.

Nel 2023, i paesi del G7 (esclusa l’UE) rappresentavano il 25,3% della capacità globale di energie rinnovabili (solare, eolico, biomasse, ecc.), con un totale di 980 GW. I paesi del G20 (esclusi UE e Australia) rappresentano il 79,7% della quota globale con una capacità totale di 3.084 GW. Rispettivamente i paesi del G7 e del G20 rappresentano il 14,7% e l’87,2% delle nuove capacità nel 2023.

Sempre per quanto riguarda le energie rinnovabili, l’Asia ha rappresentato ancora una volta la maggior parte della nuova capacità nel 2023 (69,3%), aumentando la sua capacità rinnovabile del 327,8 GW per raggiungere 1.961 GW (50,7% del totale globale). La maggior parte di questo aumento si è verificata in Cina (+297,6 GW). La capacità in Europa e Nord America è aumentata rispettivamente di 71,2 GW (+10,0%) e 34,9 GW (+7,0%).

Energia solare: energia solare fotovoltaica ha rappresentato quasi tutto l’aumento della produzione di energia elettrica nel 2023, con un aumento del solare fotovoltaico di 345,5 GW. L’espansione in Asia è stata di 237,7 GW nel 2023 (rispetto a +110,7 GW nel 2022). Il 91,2% dell’espansione è avvenuta in Cina (+216,9 GW) e India (+9,7 GW). Anche il Giappone aggiunti 4,0 GW, in lieve diminuzione rispetto al 2022. Al di fuori dell’Asia, gli Stati Uniti hanno aggiunto 24,8 GW di energia solare capacità nel 2023, Germania e Brasile hanno aggiunto 14,3 GW e 11,9 GW rispettivamente.

Energia eolica: con un incremento di 116,0 GW nel 2023, la crescita dell’energia eolica ha visto il suo maggiore incremento negli ultimi dieci anni. La Cina ha rappresentato quasi i due terzi di questa espansione (+75,9 GW) e capacità negli Stati Uniti è aumentata di 6,3 GW.

Biomasse: l’espansione della capacità della bioenergia è rallentata nel 2023 (+4,4 GW rispetto al +6,4 GW nel 2022). Capacità bioenergetica in Cina è aumentata di 1,9 GW e altri paesi con i maggiori incrementi sono stati il Giappone (+1,0 GW), il Brasile (+0,4 GW) e Uruguay (+0,3 GW).

Al momento, la Cina ha costruito il più grande sistema di alimentazione elettrica e di generazione di energia pulita del mondo (lo dico per gli alunni di terza elementare: ciò non significa che le sue produzioni basate sul carbone e gli idrocarburi non inquinino), e le sue nuove tecnologie energetiche e i livelli di produzione di apparecchiature e di veicoli a nuova energia, batterie al litio e prodotti fotovoltaici, sono tra i leader mondiali.

Pechino ospita fino a domani l’International Auto Show. Ci sono 278 nuovi modelli in mostra, ma Tesla non ha partecipato. Non partecipa alla fiera perché non lancia un nuovo modello da molto tempo. Di fronte a un ambiente competitivo in cui i marchi nazionali di veicoli a nuova energia lanciano uno dopo l’altro nuovi prodotti e nuove funzionalità, Tesla si trova in svantaggio.

Con la visita in Cina dei giorni scorsi, Musk spera di cooperare ulteriormente con la Cina nel campo della guida autonoma. Tesla ritiene che questo sarà un nuovo punto di crescita per l’industria dei veicoli elettrici.

Draghi, Letta e altri, invece di parlare di competizione e dazi, ragionassero in termini di cooperazione (la storia delle Repubbliche marinare nei loro rapporti con l’oriente dovrebbe insegnare qualcosa), sempre che i loro amici di Washington e quelli di Wall Street glielo consentano.

mercoledì 1 maggio 2024

Attrezzi di lavoro

 

Buon Primo Maggio. Piove a dirotto, ma di per sé non è un fatto straordinario. Che piova quasi ininterrottamente da febbraio forse un po’ anomalo lo è. Sì, l’ho sentito dire: la corrente del golfo del Messico ha trovato in mezzo all’Atlantico un vortice ciclonico che le ha impedito di raggiungere il suo amore nell’Artico.

Siamo tutti esperti di qualcosa, come una mia parente che fa la diagnosi a tutti: “non sono un medico, ma penso ...”. Ma pensasse ai cazzi propri. Non che la “scienza” sia molto meglio. La questione della verità e della menzogna. Anche sul clima. Ovvio che assistiamo a un cambiamento accelerato, quando mai s’è visto il riscaldamento acceso a maggio? Anche ai primi di giugno s’è per questo, qualche anno fa.

Se un “esperto” onesto dovesse dire “non lo so” in TV, non lo inviteranno a tornare. Ma un esperto onesto non si fa vedere nella TV spazzatura. La scienza si basa sul dubbio permanente. Questa oscillazione induce una certa confusione nella società, e dunque assistiamo, come durante il Covid, a delle vere e proprie pagliacciate.

È vero che la ricerca consiste nel porre domande, ma dopo un certo tempo si raggiunge un consenso, quantomeno all’ingrosso. Le controversie sono il carburante della scienza (vedi Pasteur e Koch) e la scienza è un modo collettivo per porre fine alle controversie. Ma in televisione si vedono solo tifosi. E anche noi tifiamo per questo o quello.

Non parliamo poi se tali controversie dovessero anche solo sfiorare questioni religiose (Galileo, Darwin, per citare famosi) o di natura politico-ideologica. In genere, per formarsi un’opinione, l’uomo medio spesso mette al primo posto il buon senso. Sappiamo però che il buon senso è fuorviante, altrimenti continueremmo a credere che il Sole giri attorno alla Terra.

Bisognerebbe dirlo anche a quelli che dicono di essere culo e camicia con la “realtà”. Te lo dimostrano dicendo che due più due fa sempre quattro. Dipende però da dove e come hai ricavato quei numeri. Se per esempio il “valore aggiunto” lo metti in rapporto con tutto il capitale, viene fuori che anche una biella, per il semplice motivo che si muove, produce valore. E dunque se qualcuno sfrega l’uccello al padrone, anche quel movimento produce “valore” (*).

Dicevo che la scienza consiste nel porre domande. Tuttavia la scienza non può rispondere a tutte le domande che ci poniamo. Ad esempio, cos’è una società giusta o come vivere liberi. Queste non sono domande su cui deciderà la scienza.

Il valore di verità delle idee nate in un particolare contesto sociale e ideologico non potrà mai essere emancipato da questo contesto senza una lotta ideologica. Ecco perché, ripeto per l’ennesima volta, la lotta ideologica è la lotta più importante. Non per far cambiare idea ai padroni e ai loro mantenuti (impossibile), ma per far uscire noi dalla caverna nella quale ci tengono incatenati con le loro bugie e i pregiudizi ripetuti continuamente e che creano dei bias cognitivi.

Cari lavoratori e care lavoratrici, in questa bella società il nostro lavoro è equiparato a quello di una biella o di qualsiasi aggeggio della cassetta degli attrezzi. E dunque pazienza se qualcuno di noi dovesse morire o diventare invalido; come per gli attrezzi di lavoro, se ne compra un altro. Come per gli attrezzi di lavoro, se non servono più, diventiamo inutili. I padroni, loro mai.

(*) «Smith aveva sostanzialmente ragione col suo lavoro produttivo e improduttivo, ragione dal punto di vista dell’economia borghese. Ciò che gli viene contrapposto dagli altri economisti è o sproloquio (per esempio Storch, Senior ancor più pidocchiosamente), e cioè che ogni azione produce comunque degli effetti, per cui essi fanno confusione tra il prodotto nel suo senso naturale e in quello economico; secondo questo criterio anche un briccone è un lavoratore produttivo poiché, mediatamente produce libri di diritto criminale; (per lo meno questo ragionamento è altrettanto giusto per cui un giudice viene chiamato lavoratore produttivo perché protegge dal furto). Oppure gli economisti moderni si sono trasformati a tal punto in sicofanti del borghese da volerlo convincere che è lavoro produttivo se uno gli cerca i pidocchi in testa o gli sfrega l’uccello, giacché quest’ultimo movimento gli terrà più chiaro il testone — testa di legno — il giorno dopo in ufficio» (Grundrisse, MEOC, XXIX, p. 203).

giovedì 28 marzo 2024

Azionisti di tutti i paesi, rallegratevi!

 

I padroni del mondo traggono “valore aggiunto” come mai prima d’ora dalle braccia, dalle schiene, dal cervello e dalle anime dei loro dipendenti, che a volte muoiono anche sul lavoro, questi maldestri. E gli amministratori delegati trasmettono quanto più possibile questo valore aggiunto ai loro azionisti (*).

Un esempio: il gruppo Banca Ifis è un istituto bancario italiano attivo principalmente nei servizi di acquisizione/gestione di portafogli di crediti deteriorati. La banca è stata fondata nel 1983 da Sebastien Egon Fürstenberg, figlio di Clara Agnelli, un cognome che è una garanzia. Ebbene, per il 2023 la Banca prevede di distribuire 110 milioni di euro di dividendi, pari a 2,1 euro per azione in circolazione. Nei primi 9 mesi del 2023, la Banca aveva deliberato la distribuzione di un acconto sul dividendo 2023 pari a 63 milioni di euro. Argent de poche per le piccole spesucce.

Secondo il Global Dividend Index il valore complessivo delle distribuzioni ai soci ha raggiunto la cifra record di 1.660 miliardi di dollari nel 2023 (nel 2019 erano 1.395,2). Stiamo parlando di soli dividendi, senza che l’azionista, tra un pisolino e l’altro, muova un dito. L’86% delle società ha aumentato i propri dividendi. Le banche si sono accaparrate la metà di questi dividendi.

La Borsa italiana ha chiuso il 2023 con dividendi per oltre 18 miliardi. La borsa di Milano è piccola cosa in rapporto al resto. Il 40° report di Janus Henderson Global Dividend Index, del novembre scorso, annunciava: “Le prospettive per il quarto trimestre sono favorevole e potrebbero comportare dividendi record per l’Italia quest’anno”. Previsione confermata dal 41° report, quello di marzo 2024: “le distribuzioni sono balzate del 17,9% nell’anno per raggiungere l’importo record di 20,1 miliardi di dollari (18,5 miliardi di euro). Le banche italiane contribuiscono ai tre quarti della crescita” (p. 10).

La parte migliore (o peggiore, secondo i punti di vista) sono i riacquisti di azioni proprie da parte delle società. Normalmente, una società riceve denaro dai suoi azionisti. In tal caso accade esattamente il contrario. Uno degli obiettivi del riacquisto? L’aumento dei prezzi delle azioni: meno azioni circolano, più ciascuna di esse rende.

In breve, le nostre stupide giornate di lavoro, tutto inutile. Da dove viene gran parte del patrimonio dei milionari di tutto il mondo? Dal loro lavoro? Ingenui che siete. No: eredità. Gli azionisti di cui sopra sono anche, per la maggior parte, persone che ricevono eredità, che possiedono immobili. Ricevere dividendi, affitti e roba simile, non è lavoro. La chiamano meritocrazia.

Cari azionisti, quando i vostri soldi “funzionano”, secondo l’ipocrita espressione a cui siete tanto affezionati, non c’entrate niente con la produzione di quella ricchezza. Gli affitti esorbitanti che chiedi ai tuoi inquilini non sono un servizio che fornisci loro. I dividendi di cui ti vanti, sono anche il prodotto del rincaro del prezzo delle merci, dei servizi e delle bollette. C’è povertà a causa tua e della tua ricchezza. Anche voi siete parte dei veri nemici della società e della libertà. Togliervi di torno, come già diceva Brecht, è una faccenda che riguarda la bontà.

(*) Secondo gli adulatori del sistema, il valore aggiunto sarebbe ottenuto dall’impiego dell’intero capitale. Provassero senza l’impiego dei loro schiavi a far fruttare il loro capitale! C’è ovviamente un motivo ideologico al fondo nei loro deliri: calcolato sul capitale complessivo e non solo sulla parte variabile (quella pagata all’operaio), il saggio di sfruttamento viene diluito tra tutti i “fattori” fino a scomparire (una voce tra le altre). La cosa comporta poi altre stupefacenti stupidaggini teoriche. Di dove origina realmente il cosiddetto “valore aggiunto”, non gl’importa proprio nulla. Interessa intascarlo e metterlo nel circuito finanziario.

mercoledì 20 marzo 2024

La nostra aria


Sapete chi costa troppo alla società? La sanità, la scuola, l’assistenza, le pensioni? Dunque gli insegnanti che si prendono cura dei nostri figli, medici e infermieri che si prendono cura di noi, ...?

I padroni e i loro manager. Provate a sommare (se ci riuscite!) i proventi degli azionisti e gli stipendi dei capi e capetti e avrete un’idea del maltolto alla società da parte di questi parassiti.

Tutto ciò che è proprietà privata è un onere per la società. Del resto i servizi pubblici vengono forniti, in media, a un costo inferiore rispetto ai loro equivalenti privati e sono mediamente di qualità superiore (i servizi pubblici in diverse regioni sono deficienti, ma questo è un altro tema). Lo vediamo nella nostra vita quotidiana nel campo della sanità, dell’istruzione o dei trasporti. Le ragioni sono semplici: un servizio pubblico non deve pagare per farsi pubblicità; non paga stipendi stratosferici ai propri manager; non genera profitti; gli stipendi che paga ai suoi dipendenti sono (purtroppo) bassi.

Questo è il vero motivo per cui si fa di tutto per sabotare i servizi pubblici, per metterli in cattiva luce e passarli al privato. Basti pensare a cosa è successo e sta ancora accadendo per quanto riguarda la privatizzazione dell’acqua, dei rifiuti, il cosiddetto libero mercato dell’energia, ecc.. Per non parlare delle banche.

Quando apprendiamo che un filibustiere del settore privato riceve decine di milioni di euro l’anno, non è, per esempio, Stellantis che paga. Quello è il nome ridicolo di un impero automobilistico, ma a pagare non è quella multinazionale, sebbene firmi l’assegno, ma siamo noi quando acquistiamo un’auto o un altro bene. Non solo, a pagare sono gli operai che producono quelle auto, ai quali viene estorto, cioè non pagato nei salari, il cosiddetto valore aggiunto.

In ogni nostro acquisto, dallo yogurt all’auto passando per il frigorifero, siamo costretti a pagare la pubblicità che odiamo, i compensi indecenti degli amministratori delegati, i vergognosi dividendi degli azionisti e tante altre inutilità. Tra queste inutilità anche i giornalisti servi. Mentre il “pubblico” diminuisce, siamo costretti, come consumatori, a contribuire a questo sistema che ce lo mette in culo quotidianamente.

Pertanto, il problema non è solo chi non paga le tasse o ne paga troppo poche rispetto al suo reddito. Il problema è chi ci viene a raccontare, con la dissimulata malevolenza che li anima, che “la spesa pubblica costa troppo”. Questo genere di farabutti non avrebbero motivo e diritto di esistere. Eppure li tolleriamo, ne condividiamo perfino le idee, e soprattutto li manteniamo. Ci lamentiamo, brontoliamo, ma non facciamo nulla per impedire loro di continuare a respirare la nostra aria. 

mercoledì 6 dicembre 2023

Pur applaudendo e fischiando

 

Globalizzazione, finanziarizzazione e più spesso neoliberismo sono termini largamente impiegati. Di che cosa si tratta? Globalizzazione e finanziarizzazione si riferiscono a processi storici, caratteristici del capitalismo in generale. Il neoliberalismo, invece, è una fase del capitalismo, che ha innescato un’accelerazione dei primi due processi.

Alla base della fase neoliberista, vi sono scelte politico-ideologiche ed è dunque un fenomeno di classe, in cui è stata coinvolta l’intera società. L’obiettivo è stato l’aumento dei redditi delle classi “superiori”, che nei primi decenni del dopoguerra erano stati contenuti (*).

Come si traduce l’obiettivo neoliberista a livello ideologico? Un credo “scientifico” che vanta di liberare le relazioni di mercato da ogni ostacolo (una ricetta che non è mai servita a scongiurare le crisi del capitalismo), laddove per ostacolo s’intende l’intervento pubblico nell’economia. Il mercato, fatto passare come un vettore di uguaglianza, oggi minaccia sia l’uguaglianza che la libertà degli individui (del resto, per quanto riguarda la forza-lavoro, uno scambio tra pari sarebbe assurdo).

Dal punto di vista pratico, i governi e le grandi istituzioni finanziarie hanno agito nel senso della più ampia apertura ad una deregolamentazione selvaggia dei meccanismi finanziari e alla libera circolazione internazionale dei capitali, con lo spiegamento delle multinazionali in tutto il pianeta.

Finanziarizzazione e globalizzazione sono i mezzi per la creazione di redditi molto alti al vertice della piramide sociale. I limiti che il New Deal e il dopoguerra avevano posto sui meccanismi finanziari, sulla globalizzazione finanziaria (un aspetto della quale è la creazione di paradisi fiscali), sull’espansione delle multinazionali sono stati progressivamente eliminati, anche prima del neoliberismo, ma con una tremenda accelerazione negli ultimi tre o quattro decenni. Queste pratiche erano e sono l’espressione degli obiettivi di classe neoliberisti.

Non si tratta solo di questo, ma anche dell’importanza data al capitalismo manageriale, una specie di “ibridazione” di classe, con i manager senior che entrano nella proprietà del capitale in forza del loro reddito molto elevato. Complessivamente, il fenomeno che ne è derivato è stato lo spettacolare aumento delle disuguaglianze.

È stata dunque la finanza e il capitalismo manageriale a guidare la lotta per l’affermazione dell’ordine neoliberista. Sarebbe importante, dal punto di vista dell’analisi, indagare sulla condivisione tra le diverse classi della destinazione del cosiddetto valore aggiunto, vale a dire del plusvalore (sono due concettualizzazioni diverse, ma prendiamo per buona la loro sovrapposizione). I profitti, gli alti stipendi manageriali (bonus, paracadute d’oro, ecc.) e i salari della grande massa dei lavoratori (la cui quota è diminuita).

Tuttavia, ciò che m’interessa è sì la motivazione soggettiva e ideologica del processo storico in atto, che appare nel fenomeno oggettivo del gigantesco trasferimento di ricchezza (qui la critica ai menestrelli dello slogan “anche i ricchi piangono” e alle tesi semplicistiche che vedono nella tassazione dei cosiddetti extra-profitti un meccanismo di riequilibrio risolutore), ma soprattutto m’interessa la sua crisi, ossia rilevare il disastro sociale che tale processo ha provocato e l’impatto in termini politici che sta avendo (**).

Su quest’ultimo punto, per farla breve, c’è da osservare che il premio al capitale è pagato con l’impoverimento e la precarizzazione delle classi medie e popolari. Ve da sé che dal punto di vista politico ed elettorale la reazione allo stato di cose descritto è consequenziale ed evidente con la crisi dei partiti tradizionali, coinvolti fino al collo nel neoliberismo. Ad avvantaggiarsi, storicamente e ancora una volta, sono le formazioni politiche dell’estrema destra.

Ripeto una cosa ovvia: il nuovo fascismo non assume, salvo aspetti marginali e caricaturali, le sembianze del vecchio fascismo. Non necessariamente legge Atreiu, saluta col braccio teso e cose del genere. Come ben osservava Marx, è la specifica forma economica in cui il pluslavoro non pagato e succhiato ai produttori diretti che determina il rapporto di signoria e schiavitù, come esso è originato dalla produzione stessa e da parte sua reagisce su di essa in modo determinante. Su ciò si fonda l’intera configurazione della comunità economica che sorge dei rapporti di produzione stessi e con ciò insieme la sua specifica forma politica. In ciò noi troviamo l’intimo arcano, il fondamento nascosto di tutta la costruzione sociale e quindi anche della forma politica del rapporto di sovranità e dipendenza, in breve della forma specifica dello Stato in quel momento.

Soggiungo per chi avesse scopo e voglia di comprendere: nella formazione sociale capitalistica, forme economiche e forme politiche, in virtù della loro relativa autonomia, interagendo senza mai identificarsi, consentono al modo di produzione capitalistico di fornire di sé un’immagine illusoria, vale a dire di far operare i rapporti politici, che sono rapporti di dominio, in forma mascherata.

Lo sfruttamento capitalistico e la dittatura borghese, in altri termini, vestono i panni della democrazia e la commedia, naturalmente, si replica finché gli sfruttati e i sottomessi restano al posto loro assegnato, pur applaudendo e fischiando ai vari atti che si susseguono sul palcoscenico della politica e ai diversi attori che essi stessi in parte hanno delegato.

(*) Possiamo dire che il neoliberismo ha risvegliato i vecchi demoni capitalisti che l’ordine sociale del dopoguerra non aveva mai realmente esorcizzato. Gli accordi di Bretton Woods del 1944 riconobbero le limitazioni al commercio internazionale e ai movimenti internazionali di capitali. Ma gli Stati Uniti non hanno realmente accettato questo nuovo quadro e hanno agito per superarlo (in tal senso mi viene in mente la disputa americana con Churchill sul punto quattro della Carta atlantica). Il motivo è semplice e si riferisce alla questione delle questioni: l’imperialismo americano. Il dopoguerra non ha mai smesso di essere imperialista e, come tale, il nuovo ordine sociale difficilmente poteva accogliere restrizioni allo spiegamento di capitale a livello globale. Dunque, in nuce, c’era già tutto.

(**) Con la forsennata deregolamentazione, le innovazioni finanziarie che ne sono derivate, la crescita degli investimenti finanziari all’interno di ciascun paese e nel mondo, la crescita degli investimenti da parte delle multinazionali (investimenti diretti), ecc. si è progressivamente costruito un quadro impossibile da controllare, sia da parte dei “mercati” che delle autorità centrali.

Le procedure contabili (in particolare la valutazione degli attivi con i valori osservati sui mercati o calcolati mediante modelli matematici), la cancellazione degli attivi rischiosi dai bilanci delle società finanziarie e cose del genere, sono tutte pratiche che hanno reso fittizi i calcoli della redditività, pur giustificando il pagamento di redditi individuali folli (dividendi, stipendi mostruosi, bonus, ecc.). È stato oltrepassato il confine e siamo nel pieno della cecità collettiva e della frode.

lunedì 17 luglio 2023

A tavola con i magnaschei

 

Sul Sole 24 ore della domenica, c’è la consueta pagina della rubrica “a tavola con” curata da Paolo Bricco, uno specialista dei pasti gratis. Presso un ristorante del borgo medievale di Perugia, tra un piatto e l’altro, lo specialista ha intervistato tale Francesca Guaraglia.

Costei, per accattivarsi le nostre simpatie parte subito così: «Vedo le migliori menti della mia generazione concentrate e affannate nel tentativo di ridurre di cinque minuti i tempi di consegna della pizza o del sushi. Ma ti sembra il caso?». Sul punto chiedo il permesso a Francesca di essere ancora più radicale: per quale motivo farsi portare a domicilio del cibo precotto?

Francesca prosegue così: «Come mi fa sorridere che tutti gli imprenditori del deep tech siano ossessionati dal fare soldi, per fare soldi, per fare soldi. Pensano giorno e notte ai multipli, alle quotazioni, alle Ipo». La candida Francesca può sorridere quanto vuole, ma la valorizzazione del capitale è lo scopo precipuo ed esclusivo di chiunque investa.

Ovviamente Francesca non vive fuori dal mondo ed è tutt’altro che ingenua: «La regola del capitalismo è la costruzione della ricchezza. Il miraggio del denaro è coinvolgente. Ci mancherebbe. Nessuno è ipocrita. I soldi piacciono a tutti». Soprattutto a chi ne ha già molti, mi permetto di soggiungere.

Tuttavia, precisa Francesca: «Il tema della valorizzazione finanziaria delle start up, con l’approdo in borsa e sui mercati internazionali o con l’ingresso massiccio nel capitale dei fondi di private equity e degli investitori istituzionali, non può cancellare il progetto tecnoindustriale e non deve offuscare la realtà del divertimento di fare cose nuove usando strumenti nuovi e cambiando in meglio la struttura delle cose e l’infrastruttura del pensiero, gli stili di vita e le abitudini.»

Francesca è una rivoluzionaria: va bene il sordido interesse, ma questo deve unirsi al divertimento creativo, al cambiamento in meglio del capitalismo e del modo di porsi di fronte ad esso. Naturalmente si rivolge alla cerchia degli investitori e del management, non certo ai miliardi di lavoratori sfruttati nel circuito della creatività innovativa. Infatti, Bricco la lecca così: «ironica e gentile ma senza il desiderio di compiacere gli altri. È inserita nel circuito più avanzato del capitalismo tecnologico e finanziario internazionale, di cui ha maturato la semantica del sì e del no, e tutto il resto è del diavolo».

Francesca non è adusa al compromesso, alle sfumature, come invece «le élite cosmopolite della buona educazione al consenso delle classi dirigenti italiane, mature se non senescenti, che hanno i loro eloqui avvolgenti, densi di avverbi, mai diretti». Insomma, è una che parla chiaro perché se lo può permettere, con altri due soci in una società che pare abbia una valutazione stimata tra i 250-300 milioni di dollari.

E che soci! Koraward Cheravanont, per esempio, a 14 anni è stato mandato dalla Thailandia a studiare negli Stati Uniti. È il nipote di Danin Cheravanont fondatore della dinastia imprenditoriale della Thailandia che, oggi, conta su un patrimonio stimato da Forbes in 37 miliardi di dollari.

Insomma tutta gente che non deve dire sempre di sì e sorridere al caporeparto o al padrone anche quando ti rompono il cazzo, ti cambiano di turno o ti spostano le ferie all’ultimo momento.

Francesca, con gli altri due soci, è a capo di Amity, una società che ha sede a Bangkok, specializzata nel «rendere le app delle società molto più plastiche, funzionalizzarle, per consentire all’azienda di trattenere il valore aggiunto e di misurarsi meglio con il rischio, intervenendo sulle dinamiche di community che si creano fra i loro clienti e i marchi delle società che, appunto, operano attraverso le loro app». Natalino Balasso tradurrebbe così: magnaschei.

Francesca è una tipa sveglia, «che mangia lentamente, senza voracità, ma mangia tanto». Sottolinea Brico: «A tavola, dà fondo a tutto. Non sembra conoscere il significato della parola “piluccare”». Mentre parlava di progetto tecnoindustriale e di divertimento creativo, Francesca ha sostenuto lo sforzo semantico con un’insalata di spinaci con bacon croccante e scaglie di grana, seguito da tagliatelle al pepe nero e al pecorino. Poi, al momento del valore aggiunto, ha ordinato un branzino con delle verdure. Per finire in gloria, parlando di “tagli di budget “, s’è consolata con “una torta fatta con la cioccolata dei baci Perugina”.

Per finire qualche nota sul suo corso di studi, ovviamente luminosi e precoci. Affidiamoci alle sue parole per non perderci nulla: «Fin da bambina sono stata animata da due pulsioni: imparare in fretta e sfuggire alla noia. A cinque anni insistetti molto con miei genitori perché mi scrivessero alla primina. Sono sempre andata bene. Ma, dopo il ginnasio e liceo pubblico di Perugia, chiesi ai miei genitori di cambiare scuola perché mi sembrava di imparare troppo poco. I compagni e i professori, di fronte le mie spiegazioni, mi guardavano come una marziana».

Di fronte a tale perplessità, forse Francesca qualche domanda se la sarebbe dovuta porre, anche una del tipo: ho trattato i miei compagni come più deboli intellettualmente? Lei è una tipa tosta che tira dritto: «alla fine, mi iscrissi al terzo anno di liceo scientifico. Quando, poi, qui in città aprì un liceo montessoriano, tornai dai miei genitori e chiesi loro di potermi iscrivere di nuovo al classico, perché ci tenevo a prendere il diploma di maturità classica studiando latino e greco, storia e filosofia.»

Forse non si era avveduta che latino, storia e filosofia sono materie curriculari anche al liceo scientifico. Questi salti della quaglia tra un liceo e l’altro per infine approdare al liceo montessoriano, lasciano pensare che al liceo privato, oltre al greco antico, le venisse più “fluente” anche tutto il resto.

martedì 30 maggio 2023

Una sola opzione

 


Quando le maggiori potenze guidate dagli Stati Uniti imposero sanzioni economiche e finanziarie contro la Russia all’inizio della guerra in Ucraina, ritenevano che queste misure avrebbero rapidamente paralizzato l’economia russa, portando a una capitolazione o a un cambio di regime dall’interno dell’oligarchia dominante.

Le decisioni più significative sono state l’esclusione della Russia dal sistema di pagamenti globali SWIFT e il congelamento dei 300 miliardi di dollari di attività finanziarie detenute dalla banca centrale russa.

Tuttavia il tracollo russo non c’è stato, e Mosca ha trovato il modo di aggirare le sanzioni, almeno finora. Ma le misure imposte dagli Stati Uniti (l’Office of Foreign Assets Control del Tesoro sovrintende alle sanzioni) hanno avuto conseguenze indesiderate, e non solos in l’Europa, che resta comunque la più colpita.

Queste misure di ritorsione contro la Russia, che da anni subisce le provocazioni e l’aggressione della NATO, hanno potuto essere intraprese grazie al ruolo del dollaro come valuta di riserva globale del mondo. Il congelamento dei beni delle banche centrali russe ha provocato un’onda d’urto in tutto il sistema finanziario globale, andando ben oltre la Russia, perché è stato riconosciuto che un’azione del genere poteva essere intrapresa contro altri Paesi renitenti al diktat imperialista degli Stati Uniti.

Da qui un crescente allontanamento dalla dipendenza dal dollaro come valuta globale preminente da parte di Paesi importanti. La Russia, la Cina, l’Arabia Saudita e il Brasile, tra gli altri, hanno cercato di concludere accordi commerciali nelle proprie valute, piuttosto che in dollari. Le mosse fatte finora sono ben al di sotto della sostituzione del dollaro, ma non ci sono dubbi sulla tendenza, che se continuerà, potrà avere gravi conseguenze.

Di questo pericolo ne è consapevole, ovviamente, anche il segretario al Tesoro americano, Janet Yellen: “Quando utilizziamo sanzioni finanziarie legate al ruolo del dollaro, c'è il rischio che nel tempo possa minare l'egemonia del dollaro”, anche se poi ha aggiunto in tono rassicurante (che altro doveva dire?) che “il dollaro viene utilizzato come valuta globale per ragioni che non sono facili per altri paesi nel trovare un’alternativa con le stesse proprietà”.

L’aumento del prezzo dell’oro e, soprattutto, l’aumento degli acquisti di oro da parte delle banche centrali, esprimono bene lo stato di preoccupazione generale. Lo scorso anno le banche centrali hanno acquistato 1079 tonnellate di lingotti, il massimo da quando sono iniziate le registrazioni nel 1950.

All’indomani della seconda guerra mondiale, il dollaro divenne la principale valuta globale e riserva di valore, in grado di svolgere questo ruolo grazie alla vasta supremazia economica statunitense e alla decisione presa alla conferenza di Bretton Woods nel 1944 affinché i biglietti verdi fossero convertibili in oro al tasso di 35 dollari l’oncia.

Com’è noto, quel sistema terminò nell’agosto 1971, e da allora il dollaro ha funzionato come valuta fiat, cioè senza il sostegno di una sottostante materiale, come l’oro, che incarni un valore reale. La forza del dollaro si basava sul potere economico-finanziario e politico degli Stati Uniti, in altri termini sul suo status di economia più grande del mondo, sulla pervasività e ampiezza dei suoi mercati finanziari e la maturità e stabilità istituzionale quale garanzia del rispetto per lo stato di diritto.

Le tre condizioni per la stabilità del dollaro sono state scosse dalle fondamenta: gli Stati Uniti saranno presto superati dalla Cina come prima economia mondiale (se già ciò non è avvenuto); i mercati finanziari sono stati soggetti a shock sempre maggiori, minacciando l’intero sistema finanziario globale.

Senza entrare troppo in dettaglio e rifare la storia della crisi finanziarie dal 1987 al 2008, è sufficiente prendere in considerazione che nel marzo 2020, il mercato del Tesoro statunitense, che vale 22.0000 miliardi di dollari, base del sistema finanziario statunitense e globale, si è bloccato in modo tale che per diversi giorni non ci sono stati acquirenti per il debito del governo statunitense, considerato ufficialmente come il più sicuro strumento finanziario del mondo.

La disintegrazione dell’intero sistema finanziario è stata scongiurata solo da un massiccio intervento della Fed, che ha acquistato altri 4.000 miliardi di dollari di asset finanziari. Poi, a partire da marzo 2022, gli aumenti dei tassi d’interesse della Fed hanno dato il via a tre dei quattro più grandi fallimenti bancari nella storia degli Stati Uniti, dimostrando che le misure normative post-2008 erano sostanzialmente prive di valore. Solo il ripetuto intervento delle autorità governative impedisce di volta in volta una rottura “sistemica”.

Quando all’idea che gli Stati Uniti godano di stabilità istituzionale e di rispetto per lo stato di diritto, questa è stata infranta dal tentativo di colpo di stato del 6 gennaio 2021 da parte di Trump (tentativo ben più grave di quanto i media siano autorizzati a raccontare). Quindi il ripetersi del conflitto sul tetto del debito degli Stati Uniti, la situazione sociale interna, l’inflazione più alta degli ultimi quattro decenni, eccetera.

La dura realtà degli Stati Uniti e di gran parte dei Paesi europei è che hanno più debito che PIL. Una crisi del dollaro, a causa di uno shock inaspettato, come un ampio ritiro dal mercato del debito statunitense da parte di un importante investitore come la Cina o il Giappone, o per altre cause, avrebbe implicazioni finanziarie e politiche di vasta portata. Finora la Fed ha affrontato i crolli finanziari grazie allo status globale del dollaro, ma se tale status svanisce, l’America affronterà una resa dei conti che la scuoterà dalle fondamenta.

Né la cooperazione globale né il dominio occidentale sembrano reggere. Quando le cose prenderanno una certa piega, possibile e di alta probabilità, resterà only one option.

lunedì 29 maggio 2023

“It’s the politics, stupid”


A Trento si è tenuto il tradizionale festival dell’economia, ossia un meeting in cui è totalmente assente la critica al modo di produzione capitalistico.

Del resto, per quale motivo degli economisti, dei politici, dei sociologi, dei giornalisti e altre teste di legno, ben serviti e ottimamente retribuiti, non dovrebbero ritenere questo sistema economico sociale come il migliore possibile?

martedì 2 maggio 2023

“Anche la sterlina pareva invincibile ...”

 

Per comprendere in alcuni numeri significativi cosa c’è in ballo nei rapporti di potenza tra Washington e Pechino, e quali conseguenze potranno avere le dinamiche in atto, ritengo importante la classifica 2022 Top 1000 World Banks (riferita al 2021), di The Banker, rivista specializzata di Financial Times, cui farò seguire alcune sintetiche considerazioni.

Le banche cinesi hanno continuato a consolidare la loro posizione sempre più dominante all’interno della Top 1000. L’Industrial and Commercial Bank of China (ICBC) ha ormai trascorso un intero decennio al vertice della classifica Top 1000. Il suo capitale di classe 1 ha continuato a crescere, crescendo di 68,9 miliardi di dollari dallo scorso anno fino a raggiungere l’enorme cifra di 508,85 miliardi di dollari, un aumento del 15,7% e la prima volta che una singola banca nella Top 1000 ha detenuto più di 500 miliardi di dollari di capitale di classe 1 sul suo bilancio. Ha più del doppio del capitale Tier 1 di JPMorgan, la banca non cinese più alta in classifica in quinta posizione. Detiene anche un gigantesco patrimonio di 5.520 miliardi in bilancio.

Altre quattro banche cinesi si uniscono all’ICBC nella top 10, con China Construction Bank, Agricultural Bank of China e Bank of China che mantengono rispettivamente la seconda, terza e quarta posizione nella classifica. Anche Bank of Communications è passata dall'11° alla 10° posizione. Questo segna la prima volta che le banche cinesi hanno raggiunto la metà della top 10.

La Cina ora costituisce la metà della top 20, aumentando la sua quota da nove su 20 nel 2021. A livello aggregato, le banche cinesi sono sempre più dominanti, rappresentando un terzo del capitale Tier 1 dell’intera Top 1000.

Sostenuta da una forte economia interna, che è cresciuta dell’8,1% nel 2021, la Cina ha ampliato il suo capitale di classe 1 aggregato del 14,4% (contro il 4,7% per gli Stati Uniti) e le attività totali del 10,9% (contro l’8,8% per gli Stati Uniti).

Con 140 banche in classifica, quattro in meno rispetto al 2021, la Cina ha ora più del doppio del capitale Tier 1 (3.380 miliardi) e quasi il doppio delle attività (41.530 miliardi) rispetto agli Stati Uniti, con 186 banche. Complessivamente, la Cina detiene il 32,5% del capitale di classe 1 mondiale, il 26,9% delle sue attività e il 28,7% dei suoi utili ante imposte.

La Cina può davvero colpire al cuore la supremazia finanziaria e monetaria degli Stati Uniti?

«La Cina continua nel suo obiettivo di creare un posto crescente al Renminbi, ma cerca di adattarlo al suo nuovo ruolo politico ed economico. In primo luogo, dopo la guerra di Ucraina, ha ottenuto non solo che gli scambi fra Russia e Cina avvengano progressivamente in moneta cinese, ma che la stessa valuta sia utilizzata per i pagamenti russi con Asia, Africa e America Latina. Di maggiore significato è quindi l’accordo fra Lula e Xi Jinping di regolare in Rmb i crescenti rapporti fra Cina e Brasile. [...] In questo momento, ben centoventi paesi hanno la Cina come primo partner commerciale e i nuovi rapporti economici includono in modo crescente la clausola di utilizzare la valuta cinese. [...] anche la sterlina pareva invincibile, ma poi...» (Romano Prodi, Il Messaggero, 22/4/2023).

Attraverso la “Dichiarazione di Shanghai”, chiamata a governare i rapporti bilaterali tra Washington e Pechino, gli Stati Uniti hanno riconosciuto il principio di una Cina. Poche settimane prima, il trasferimento alla RPC (1971) del seggio cinese all’ONU aveva, di fatto, spodestato Taiwan. All’inizio degli anni ‘70, il riavvicinamento tra la superpotenza imperialista e la Cina aveva valore eminentemente strategico, basato sul comune rifiuto dell’Unione Sovietica.

In seguito, la concessione della clausola della nazione preferita e l’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio, hanno permesso alla Cina, con un modello di sviluppo diverso sia da quello americano e sia dall’esperienza fallimentare di stampo sovietico, di diventare la più grande economia del mondo in termini di quantità di ricchezza reale che produce ogni anno (in gran parte il risultato dell’apertura del mercato interno statunitense).

Fino al 2008 le relazioni Cina-USA erano state caratterizzate da un lungo periodo di collaborazione economica e da un alto livello di mutuo vantaggio (la Cina era il più grande mercato con il maggior potenziale). Il rapido sviluppo economico cinese, la fine della politica di “basso profilo” nelle relazioni internazionali, ha determinato un nuovo paradigma nella ridistribuzione del potere sullo scacchiere internazionale, con infine un rovesciamento radicale degli equilibri geopolitici, di modo che il rapporto sino-americano è infine giunto a una svolta storica. Il progetto degli Stati Uniti di costruire un nuovo impero romano nel mondo post guerra fredda è fallito (Rapporto sulla sicurezza nazionale degli StatiUniti, 2017).

Dapprima la crisi finanziaria (la rapida crescita economica cinese durante questo periodo ha dato una grossa mano a tenere in piedi il capitalismo occidentale), il deficit delle partite correnti degli Stati Uniti con la Cina, i dazi americani cui Pechino ha risposto con la svalutazione competitiva della propria moneta, poi una serie di decisioni rivoluzionarie: abbandono dell’economia basata sulle esportazioni e sulla manodopera a basso costo a favore di un’alternativa ad alto valore aggiunto basata su tecnologie all’avanguardia, utilizzando l’impressionante potenza finanziaria e industriale per spingersi verso la leadership economica e tecnica globale.

Dall’oggi al domani, la Cina è passata dall’essere un partner relativamente docile nella globalizzazione guidata dagli americani a un concorrente emergente, che ha il coraggio di sfidare gli Stati Uniti sulle quote di mercato, anche in aree high-tech come i telefoni cellulari e il 5G, unitamente alla divenuta impossibilità per il grande capitale statunitense di realizzare gli stessi enormi profitti di prima. Insomma, Washington la prese male: Trump nel 2018 lanciò la guerra commerciale contro la Cina, proseguita dal suo successore, che ha segnato un cambiamento fondamentale nelle relazioni e l’inizio di una nuova guerra fredda.

La contesa verte in ogni campo, compresa la lotta per la supremazia monetaria. Tuttavia non è solo economica, ma ormai eminentemente politica. Al riguardo parla il rapporto Approccio strategico degli Stati Uniti alla Repubblica popolare cinese pubblicato nel 2020. Sia chiaro, la retrocessione nell’economia statunitense al secondo posto non toglie nulla al suo potere militare o monetario o alla sua capacità d’influenza ideologica. Gli Stati Uniti rimangono il principale motore dell’economia mondiale, in particolare per la loro capacità innovativa, tuttavia, come osserva opportunamente Prodi, anche la sterlina pareva invincibile.

Come ho scritto spesso (vedi il mio recente: La trappola di Tucidide), il cosiddetto “disaccoppiamento del rapporto sino-americano” non sarà solo un disaccoppiamento tecnico e industriale, e una riconfigurazione geopolitica prevede necessariamente una lotta di lunga durata per la vita e per la morte (il dispiegamento attivo della “grande lotta”). Per tale motivo ritengo che lo scontro aperto e armato tra gli Stati Uniti e la Cina sarà inevitabile in un lasso di tempo medio (salvo eventi acceleratori, tenuto conto che il fattore tempo gioca a favore di Pechino).