Voi non ci crederete, ma le cose vanno bene. Il Fondo Monetario Internazionale ha certificato una crescita economica da modesta a robusta per le maggiori economie del sistema solare nel suo World Economic Outlook di ieri a Bangkok: l’economia statunitense dovrebbe crescere del 2,3%, la Cina del 4,5%, l’India del 7%, la Germania dell’1,3%, il Giappone dello 0,7%, che verrebbe dunque superato dall’Italia con uno straordinario e ipotetico 0,8% carpiato.
Tra un massaggio thai e numerosi bicchierini di yaa dong, i vertici dell’istituzione finanziaria, in un comunicato stampa, hanno celebrato l’attività economica globale che si è dimostrata ancora una volta “resiliente”, sottolineando la crescita globale del 3,1% quest’anno e la previsione del 3,4% per il 2027. Naturalmente, come spesso accade per queste previsioni, si tratta di pura speculazione soggetta a correzioni da parte della realtà.
Il Global Financial Stability Report, pubblicato sempre martedì come rapporto supplementare, certifica che in soli due anni la corsa ai data center ha portato la quota di obbligazioni di prima qualità di nuova emissione detenute da colossi come Amazon, Microsoft e Alibaba da meno dell’uno per cento al dieci per cento. La loro solvibilità è discutibile poiché si tratta di una fitta rete di finanziamenti circolari che ricorda la raccolta di figurine Panini.
Il gigante del settore OpenAI non ha ancora realizzato profitti e ha chiuso l’anno fiscale 2025 con una perdita di quasi 40 miliardi di dollari. Come spesso accade: un castello di carte. Questa scommessa redditizia ma rischiosa sulla IA, a sua volta compete con i titoli di Stato, esacerbando lo shock dei rendimenti in un momento in cui il mercato obbligazionario è già fragile a causa dei livelli storicamente elevati di debito pubblico.
La ricetta del FMI è sempre la stessa: innanzitutto tagli dei salari e della spesa pubblica. Quindi un aleatorio richiamo per maggiori controlli sulla speculazione privata e sulla sostenibilità patrimoniale delle banche.
Inoltre, quando dei grandi produttori di idrocarburi diventano epicentro delle feroci lotte di potere globali, e si trovano ad affrontare un calo economico del 16,7%, come il Kuwait, oppure come il Qatar e Bahrein, anch’essi in recessione a doppia cifra, vuol dire che la situazione in Medioriente è tutt’altro che tranquilla. E quando quella parte del mondo è in subbuglio a risentirne non è solo il prezzo dei datteri.
Nel complesso, la sensazione diffusa è che qualcosa di molto serio e di incognito debba ancora accadere e non solo a riguardo di un ordine economico fallimentare. I continui incitamenti all’offensiva bellica, come se la guerra si combattesse ancora con scudi e fionde, ha qualcosa di realmente patologico. A mio avviso non ci siamo ancora resi conto, Trump o non Trump, Putin o non Putin, che ormai basta un niente per dar fuoco a tutto.
Quanto al serpeggiante malumore sociale, già i giornaloni e le tv si sono stancati di darci adeguati resoconti sulle imponenti manifestazioni che stanno scuotendo la Francia, come quella di ieri. Non ci si capacita che degli studenti medi abbiano sfidato la repressione poliziesca e un’ondata di arresti di massa di oltre 6.000 giovani, in stragrande maggioranza minorenni. Purtroppo questo movimento giovanile finora non è riuscito a fare da leva per mobilitare la classe lavoratrice e preparare uno sciopero generale.
Eppure è la Francia che, ancora una volta, ci dirà quale direzione prenderà la storia europea prossima ventura. Di rincalzo la Spagna, mentre una Germania riarmata e decisa che è ad Est che si trova il suo Lebensraum economico, dovrebbe preoccuparci tutti. Quanto all’Italia, che ha già il problema degli arbitri di calcio, ci prepariamo alle “primarie” decise da quella accozzaglia di egolatri che senza vergogna si fanno chiamare “opposizione”.

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