sabato 3 ottobre 2026

Francesco


Francesco d’Assisi moriva il 3 ottobre 1226. Il fondatore dell’ordine francescano proveniva dalla borghesia mercantile. Suo padre, Pietro di Bernardone, importava tessuti pregiati dalla Francia e sua madre era francese, il bambino, che secondo la leggenda fu battezzato Giovanni Battista, ricevette il soprannome di Francesco, il piccolo francese. Il suo ingresso nella vita religiosa coincise con il suo veemente rifiuto di tutto ciò che la borghesia mercantile stimava: l’accumulo di ricchezze, i beni materiali, il potere.

In Umbria, nella seconda metà del XII secolo, nei decenni precedenti la nascita di Francesco (1181 o 1182), si era formata una classe borghese composta da artigiani, funzionari e mercanti. Sotto la pressione dell’economia monetaria, i signori feudali persero gradualmente il loro potere. Sebbene la Chiesa esercitasse ancora il maggior potere economico, l’ascesa della borghesia divenne inarrestabile. Diverse città italiane si erano già liberate dal giogo dell’imperatore e del papa: stavano nascendo i comuni, governati dai ricchi.

Ad Assisi, questo sviluppo si manifestò in modo più drammatico che altrove. Poco dopo la morte dell’imperatore Enrico VI nel 1197, gli abitanti della città si ribellarono contro la guarnigione locale del Sacro Romano Impero, comandata dal duca di Spoleto, Corrado di Urslingen. I ribelli appartenevano alla nascente classe del “popolo”, i cittadini della città, uomini come il padre di Francesco. Riuscirono a scacciare i nobili nella vicina città di Perugia.

Perugia entrò in guerra contro Assisi, una guerra in cui anche Francesco partecipò. Nel 1202 prese parte alla battaglia di Collestrada – a cavallo, cosa che, vista la sua passione per i romanzi cavallereschi, potrebbe anche aver gradito – e in seguito dovette sopportare la prigionia, dalla quale fu liberato dopo un anno grazie a un riscatto pagato dal padre. La vittoriosa nobiltà tornò ad Assisi. Chi avrebbe infine detenuto il potere – l’imperatore, il papa o i cittadini – era tutt’altro che chiaro all’epoca. Quel che era certo, tuttavia, fu che il vecchio, rigido e per alcuni persino tranquillo stile di vita era definitivamente finito. Nuovi sistemi economici e nuove relazioni commerciali rivoluzionarono l’ordine costituito.

Uscì dalla sua lurida cella malato; la grave patologia cardiaca che alla fine lo avrebbe portato alla morte a metà dei quarant'anni cominciava già a manifestarsi. Questa esperienza deve aver avuto un impatto devastante sul giovane sensibile, un playboy della jeunesse dorée che si godeva la vita al massimo. Come spesso accade, il forte stress psico-fisico produsse la sua crisi esistenziale, quindi la conversione alla “povertà”.

Pare che la crisi raggiunse il suo culmine iniziale nel 1206, quando Francesco udì il cadavere raffigurato in un crocifisso dire: “Va’ e ricostruisci la mia Chiesa!”. Che un uomo predicasse la povertà radicale in mezzo a questo turbolento sviluppo iniziale del capitalismo era qualcosa di inaudito in ogni senso della parola. Il suo tentativo di sconvolgere il corso della storia era destinato a fallire. La contro-storia di Francesco, che si estende per pochi decenni, può essere descritta solo come spettacolare.

In effetti l’atto della rottura tra Francesco e la sua ricca famiglia fu di per sé spettacolare. Giotto (presumibilmente) raffigurò la “rinuncia ai beni” in uno degli affreschi della basilica ad Assisi. Dopo che il padre lo aveva prima posto agli arresti domiciliari e poi portato in tribunale, il figlio rinunciò pubblicamente non solo a tutti i suoi averi, ma anche ai suoi vestiti, e infine rimase nudo davanti alla folla attonita finché il vescovo Guido II non lo coprì.

Il suo apprendistato nella casa commerciale del padre gli aveva fornito la migliore preparazione possibile. Sebbene il giovane si presentasse come un sempliciotto santo, “simplex et idiota”, aveva ricevuto un’educazione completa; ciò è dimostrato dallo stile raffinato dei suoi scritti in latino. Aveva inoltre affinato i suoi modi affabili, le sue doti diplomatiche e le sue capacità di leadership nella casa commerciale del padre.

Francesco iniziò a restaurare chiese fatiscenti e condusse una vita umile, a volte mendicando, a volte prendendosi cura dei lebbrosi. Ma tutto ciò non gli bastava ancora; aspirava a una grande entrata in scena. Giunse così il momento che decise la sua vita e quella di molti altri: il suo pubblico rifiuto dello stile di vita borghese e la creazione di un progetto per coloro che sceglievano volontariamente la povertà.

I primi adepti accorsi da lui, Bernardo di Quintavalle e Pietro Catani, erano entrambi anziani scapoli, alti funzionari di famiglie nobili. Francesco chiese loro, come a tutti coloro che desideravano seguirlo, di vendere tutti i loro averi e di devolvere il ricavato ai poveri. Anche gli stracci che i frati indossavano erano considerati semplicemente presi in prestito. Era loro permesso di esercitare i propri mestieri, ma potevano accettare come compenso solo cibo, non denaro.

Oggi le vite dei primi francescani vengono solitamente ritratte in una luce benevola, come già nel film di Roberto Rossellini, Francesco, giullare di Dio (1950), che li raffigura come anarchici gentili, folli dotati di talento. In realtà, Francesco governò con il pugno di ferro e rimase implacabile in tutte le questioni cruciali.

Sebbene fosse più severo di qualsiasi altro settario prima di lui, non ruppe con l’istituzione ecclesiastica. Alla potente Curia, chiedeva il permesso prima di ogni decisione, e questo inflisse un duro colpo al suo ordine, che non riuscì a imporsi né contro né all’interno della Chiesa. Il suo ordine visse e morì con il suo fondatore. Finché egli fu in vita, la sua presenza carismatica, seppur eccentrica, assicurò la sopravvivenza del suo gruppo marginale.

Non appena Francesco morì, la Curia dichiarò non vincolante il suo “testamento”, in cui riaffermava i principi fondamentali del suo insegnamento. I francescani furono integrati nella gerarchia, si appropriarono di terre, vi costruirono chiese, la biografia di Francesco fu falsificata e egli stesso fu canonizzato nel 1228, appena due anni dopo la sua morte. Quasi cento anni dopo, il 12 novembre 1323, Giovanni XXII dichiarò eretica la dottrina secondo cui Gesù e i suoi apostoli erano privi di beni materiali.

Ogni potere tende a preservare sé stesso. Come ci mostra la storia delle comuni rurali utopiche, è praticamente impossibile, a lungo andare, isolarsi dal mondo degli sfruttatori e degli oppressori. Inoltre, la povertà non è l’ambizione delle masse, che spesso già vivono tale condizione. Una nuova società può essere solo opera cosciente e collettiva di emancipazione dai rapporti sociali borghesi. In definitiva penso che a Francesco mancasse il necessario senso dell’umorismo.

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