martedì 16 aprile 2024

Una violenza strutturale

 

La più grande rapina di sempre. A confronto lo scandalo della Banca romana (1892) e poi la cosiddetta Tangentopoli (1992) sono degli episodi di microcriminalità. Si può dire che Tangentopoli abbia favorito, almeno sul piano ideologico, la grande rapina, tutt’ora in corso, e che consiste nel saccheggio del patrimonio pubblico in nome di una razionalità identificata con la razionalità del profitto privato.

I nomi dei principali protagonisti politici di questa rapina si conoscono, ma non sono mai stati indagati e manco ancora perseguiti. Il ruolo dei grandi media è stato e continua ad essere essenziale nell’intossicare l’opinione pubblica, omettendo la realtà del programma di distruzione delle strutture pubbliche, secondo una logica strettamente economica, basata sulla concorrenza e apportatrice di efficienza, contro la logica sociale soggetta alla regola dell’equità (*).

Si tratta di un programma politico di azione, conforme alla descrizione “teorica”, che mira a creare le condizioni per la realizzazione dell’utopia neoliberista di un mercato puro. Una ideologia forte e difficile da combattere perché ha dalla sua parte tutte le forze di un mondo di potere e di interessate relazioni (azionisti, operatori finanziari, industriali), che orienta le scelte economiche, che deregolamenta la sfera finanziaria e garantisce una mobilità dei capitali senza precedenti.

Le stesse aziende sono poste sotto la minaccia permanente del fallimento se non si adattano sempre più rapidamente alle richieste del “mercato”. Perdere “la fiducia dei mercati “ è, allo stesso tempo, perdere il sostegno degli azionisti che, ansiosi di ottenere redditività a breve termine, impongono la propria volontà in termini di impiego, salario e (mancate) tutele della forza-lavoro.

Si instaura così il regno assoluto della flessibilità, con assunzioni con contratti a tempo determinato o interinali, quindi nelle tecniche di assoggettamento razionale della forza- lavoro a tutti i livelli aziendali: concorrenza tra filiali, tra team, tra individui, attraverso la fissazione di obiettivi legati alla retribuzione; colloqui di valutazione individuali, carriere individualizzate, valutazione permanente, incrementi retributivi personalizzati o concessione di premi basati sulle competenze e sul merito individuale; strategie di “responsabilità” tendenti a garantire l’autosfruttamento sia di alcuni dirigenti, ritenuti responsabili delle vendite, dei prodotti, della filiale, del negozio, sia ovviamente dei semplici dipendenti sottoposti a forte dipendenza gerarchica, a forme di “autocontrollo” e di “coinvolgimento” aziendale secondo tecniche di “gestione partecipativa ”.

Marx l’aveva messo in chiaro: si sviluppa una classe lavoratrice che per educazione, tradizione, abitudine, riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di questo modo di produzione, che altro non è che l’istituzione pratica di un mondo darwiniano della lotta di tutti contro tutti, a tutti i livelli della gerarchia.

Un sistema basato sull’insicurezza, la sofferenza e lo stress, che fungono da molla per l’adesione al compito e all’impresa. Questa strategia non potrebbe certamente riuscire in modo così efficace se non trovasse la complicità di tutti i livelli della gerarchia, ovviamente anche ai livelli più alti, in particolare tra i dirigenti di un esercito di riserva di lavoro docile alla precarietà e alla minaccia permanente di disoccupazione.

Il fondamento ultimo di tutto questo ordine economico posto sotto il segno illusorio della libertà, è la violenza della minaccia di licenziamento e della perdita dei mezzi di sostentamento che essa implica. Dunque, la violenza strutturale di quelli che chiamiamo contratti di lavoro, ossia una pletora di contratti senza reali tutele che possono togliere in qualsiasi momento ogni garanzia temporale.

Per uscire da questo sistema infernale, dai giochi matematici di questi cinici dogmatici, da questa violenza strutturale che si accumula e ci sovrasta, la strada delle riforme politiche si rivela impraticabile. I partiti politici, anche quelli apparentemente più critici, che non santificano il potere dei mercati in nome dell’efficienza economica, propugnano un patriottismo vago e autarchico, fuori dal tempo e screditato in anticipo, che non tiene conto dei rapporti di forza internazionali e delle leggi naturali dell’economia capitalistica, della quale a ogni modo non hanno intenzione di mettere in discussione i fondamenti: a loro volta il capitalismo vogliono riformarlo!

(*) Un esempio attuale è dato dalla fine delle cosiddette “tutele” per quanto riguarda le forniture di energia, non solo quella domestica. Famiglie e aziende si trovano a pagare bollette tra le più care – se non le più care in assoluto – in Europa. E da chi siamo costretti? Da “fornitori” che in realtà si accontentano di comprare dall’Enel e dall’Eni, ossia speculatori sui “mercati all’ingrosso” degli elettroni e del gas. Miliardi di utili che vanno nelle tasche dei più ricchi, di coloro che viaggiano con costosissimi fuoristrada mentre le loro domestiche pagano sempre più cara le bollette del gas e della luce. Bisognava essere stupidi per non capire il gioco di questi “cartelli” dell’energia. Ma ancora milioni di stupidi andranno a votare e attenderanno l’esito del voto davanti agli schermi televisivi in una suspense insopportabile.

6 commenti:

  1. "Governare significa far credere" N. Machiavelli
    «Chiunque abbia potere è portato ad abusarne: egli arriva sin dove non trova limiti. Montesquieu

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    1. @ Franco Trane
      Il comunismo vorrebbe essere la scomparsa di qualunque potere!

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  2. Ci sarebbero da scrivere pagine intere sul paragrafo dell'"assoggettamento razionale della forza-lavoro" nelle aziende, ormai anche in Italia sempre più delegato al reparto HR - dove ci lavorano i cani al servizio dei padrone

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    1. Fortunato che hai ancora i cani. Qui ormai HR e' sostituito da bot e Intelligenza Artificiale. Il post e' tutto da incorniciare come molti altri. Grazie Olympe. Saluti, Muzio

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  3. Quinto capoverso da incorniciare.
    AG

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