lunedì 15 aprile 2024

A bassa voce

 

Sul Sole 24ore di ieri, a tutta p. 11 con richiamo in prima, si può leggere un reportage da Mosca della simpatica (davvero!) Antonella Scott. La quale ci regala uno scoop: «In sintesi, [in Russia] c’è chi vive meglio e chi vive peggio». Chi l’avrebbe mai sospettata una cosa del genere senza averci messo piede?

Per chi viene dal mondo “ostile”, «sulle prime fa caso ai segni più evidenti del cambiamento iniziato due anni fa: l’assenza di turisti americani ed europei, l’inutilità delle propria carta di credit». Insomma, scopre che l’Occidente è in guerra con la Russia.

«I turisti sono diminuiti, ma ci sono. Cinesi, indiani, sudamericani, kazaki, ora anche iraniani. [...] Vengono invece dalla provincia i gruppetti di signore raccolte attorno a una guida, o le famiglie con bambini [...]».

Ma come se la passa la gente locale dopo due anni di embargo e di guerra? Scrive Antonella: «Una frase ricorre molto spesso nelle conversazioni avute a Mosca, dove ormai per prudenza si abbassa comunque la voce: “Non sono mai stati così bene”».

Eh, non sono mai stati così bene, però lo dicono a bassa voce: il nemico li ascolta. Il merito, scrive Antonella, lo danno a Putin: il despota che non li lascia votare liberamente, come invece accade da noi, nel mondo libero.

Mi chiedo, ma se stanno così bene, perché i ricchi russi vogliono venire tutti in occidente? Perché non si godono i loro yacht nelle fresche acque del Baltico, perché attraccare a Malta o Portofino quando hai a disposizione Sachalin? Perché comprarsi una villa tra le tetre colline toscane invece di farsene una nella amena taiga russa?

Antonella queste domande non se le pone, non almeno nel suo reportage: «”Gran parte del consenso per il presidente si gioca sul tenore di vita”, conferma un osservatore occidentale, spiegando come non sia corretto parlare per la Russia di “economia di guerra”. [...] un’economia di guerra è quella di un Paese completamente isolato, in cui smetti di produrre tazzine e fai solo fucili».

E perché no? La risposta c’è: «Putin non potrebbe permetterselo: scardinare interessi consolidati e produzioni civili sarebbe ormai troppo complicato». Altrimenti sarebbero solo cannoni e niente burro. E invece, prende atto Antonella, si è raggiunta «Una maggiore “giustizia sociale” [chissà perché lo mette tra virgolette] che porta a compimento solo ora la stabilizzazione dell’economia avviata da Putin nel lontano 2000».

Forse Antonella non ricorda a quale grado di sottosviluppo e di anarchia era caduta la Russia negli anni Novanta. Tuttavia riporta la voce di Denis Volkov, sociologo del Centro indipendente Levada, che ha scritto un articolo per Forbes: «indicizzazione dei salari e pensioni, sussidi sociali, pagamenti ai militari e alle loro famiglie, commesse alle imprese del comparto militare. Misure cruciali per le fasce più povere della popolazione [...] mentre le classi un tempo “privilegiate”, più vicine al tenore di vita occidentale e ora colpite da sanzioni, vengono lasciate a sé stesse».

Forse quell’87% dei voti andati al bieco dittatore, quel Putin nipote – dicono – del cuoco di Lenin e Stalin, dipende anche da questa politica economica demagogica? «Valkov aggiunge che per la prima volta dagli anni 90 i sondaggi registrano la percezione di un miglioramento della propria posizione finanziaria, e un netto calo in due anni – dal 45 al 25% – di chi ritiene che il benessere materiale in Russia non sia distribuito in modo equo».

Chissà quali sarebbero le percentuali in Italia rispondendo alla stessa domanda.

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