venerdì 10 luglio 2015

“Uno sciocco ed i suoi soldi si separano presto”


Complessivamente le perdite sul mercato azionario cinese sono state di 3mila miliardi di dollari di capitalizzazione con un calo di circa il 30 per cento del prezzo dei titoli rispetto al picco di un mese fa. La quantità di denaro bruciato è superiore alla capitalizzazione dei mercati francese e spagnolo insieme, e quasi equivalente al prodotto interno lordo della Germania, la quarta più grande economia del mondo. Questo per dare l’idea di cosa sta succedendo in Cina, una delle maggiori economie del mondo, la fabbrica-mondo.

Il meccanismo di trasmissione principale per il sell-off cinese, cioè la massiccia vendita di titoli, è stato il forte calo dei prezzi delle materie prime, in particolare per il rame e il minerale di ferro le cui quotazioni avevano raggiunto prezzi irragionevoli, oltre che a scontare la crisi di domanda. Va ricordato che la Cina oltre a essere il più grande produttore di rame ne è anche il maggior acquirente. Ad ogni modo dal punto di vista tecnico credo che questo post di Phastidio possa offrire almeno l’idea di ciò che sta accadendo nelle Borse asiatiche e segnatamente in quella cinese. E mette in luce anche quanto sia velleitario inseguire la speculazione borsistica e tentare di indirizzarla dove non vuole andare.

Le autorità finanziarie cinesi hanno vietato ai principali azionisti, dirigenti aziendali e agli amministratori di vendere le loro quote in società quotate per un periodo di sei mesi. Il divieto è l'ultimo di una serie di mosse sempre più disperate per cercare di fermare il crollo del mercato azionario cinese. Secondo la nuova normativa, gli investitori che detengono più del 5 per cento in una società devono mantenere le loro quote, mentre il divieto di vendita ai dirigenti e membri del consiglio si applica a prescindere dalle dimensioni delle loro aziende.



La mossa era stata annunciata a seguito di un ulteriore calo dei prezzi delle azioni dell’altro ieri, che aveva visto l’indice Shanghai Composite chiudere a meno 5,9 per cento, dopo aver perso fino all’8 per cento durante il corso della giornata. L'indice Shenzen aveva perso il 2,5 per cento. Ieri c’è stata un’inversione di tendenza – la Banca Popolare della Cina sta aiutando la statale China Securities Finance Corporation con massicce iniezioni di liquidità – ma le enormi perdite delle settimane precedenti non saranno recuperate e soprattutto i piccoli speculatori non si riprenderanno dalla batosta.

Circa il rischio finanziario sistemico, ovverosia l’impatto che questa situazione di panico avrà nel medio periodo sull’economia mondiale, è presto per dirlo e bisognerà attendere che cosa diranno Wall Street e Londra innanzitutto. Com’è ovvio in simili casi gli investitori azionari e gli speculatori cercano di sostenere le loro posizioni di liquidità immediata, mentre è chiaro che il sell-off produrrà una crisi nel sistema finanziario cinese, portando a una flessione economica. In altri termini, per banalizzare con un esempio, chi in Cina ha perso non solo i guadagni realizzati in passato ma anche buona parte del capitale investito (per non dire delle operazioni a debito) si preoccuperà molto meno di acquistare vini francesi e altri prodotti sia locali che occidentali. E tutto ciò avviene in un quadro di rallentamento dell’economia cinese.

La radice principale e fondamentale della crisi che ora investe il mercato azionario cinese non va cercata solo nell'economia cinese come tale, ma nella crisi del sistema capitalistico globale che ha avuto inizio con la crisi finanziaria del 2008.

Il suo impatto sulla Cina è stato immediato. Per affrontare una crisi sociale potenzialmente esplosiva, il regime cinese ha risposto con un pacchetto di 500 miliardi dollari di stimoli, accoppiato a una massiccia espansione del credito alle autorità governative locali per intraprendere progetti di infrastrutture e sviluppo immobiliare. Nuovi complessi urbani e, in alcuni casi, intere città, sono sorti quasi da un giorno all’altro. Un mercato che in Cina ha enormi potenzialità, ma non infinite (del resto i consumi interni sono ancora molto contenuti).

Senza dimenticare che nel 2013 il regime ha dato avvio a un nuovo orientamento economico, dichiarando ufficialmente che da quel momento le forze di mercato avrebbe giocato ancora più un “ruolo decisivo”. Il nuovo orientamento verteva su due componenti principali: il diminuito intervento dello Stato nel controllo del sistema finanziario, sempre più aperto ai flussi di capitali internazionali (e i risultati, appunto, si vedono); l’aumento del livello di spesa per i consumi interni (senza alzare adeguatamente i salari?).

La strana cosa cinese, capitalismo di Stato e libero mercato, ha dato buoni frutti fin quando si prefissava di dare slancio all’economia e di aprire l’enorme mercato delle braccia allo sfruttamento, ma nel quadro di un mercato globale prima o poi i nodi vengono al pettine e le leggi di processo si fanno rispettare.

Il regime cinese, come del resto in occidente, ha coltivato la speranza che l'economia mondiale stesse vivendo un rallentamento congiunturale, cioè una crisi tradizionale di ciclo, e che presto sarebbe ripresa l’espansione. Come spesso mi capita di scrivere – ma non vi sono più contatti da Pekino con questo blog da quando non tratto più dello sviluppo della marina militare cinese – non siamo in presenza di una crisi di ciclo, non almeno in senso classico. Siamo entrati nella fase storica della crisi generale del modo di produzione capitalistico. Il che non significa – diamoci animo cara Rosa Luxemburg – il “crollo” famigerato, tantomeno per domani mattina.


P.S. : per chi nutrisse insane curiosità circa i rapporti sino-americani, segnalo questo non comune articolo del New York Times.

1 commento:

  1. I nodi tornano al pettine, sì, e son pieni di pidocchi.

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