giovedì 25 settembre 2014

Contro quelli che vogliono moralizzare il profitto


Il proletariato non aveva al suo fianco altro che se stesso.
Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte, Ed. Riuniti, p. 59.


Il rischio è sempre quello dell’auto parodia, e può capitare, avvertendo questo tipo di consapevolezza, di sentirsi come quei soldati giapponesi che si nascosero per vent’anni nella giungla temendo che la guerra non fosse finita. E però, a differenza di quei reduci, la lotta alla quale abbiamo preso parte è tutt’altro che conclusa.

Abbiamo rimosso i motivi della nostra sconfitta, pur vera al momento, e il nemico proclama di aver vinto con onore e per sempre, ma questa è menzogna. Laddove le crisi precedenti erano crisi economiche, oggi assistiamo all’implosione dello stesso sistema di gestione dell’economia nel momento stesso del trionfo/crollo della civiltà mercato. E dunque le questioni restano, antiche.

Mai le masse sono state così passive in Europa, mai il solco tra consapevolezza della vita e sopravvivenza è stato più profondo. E tuttavia l'arroganza, l’incompetenza, e l'impotenza delle classi dirigenti, unitamente alla crisi economica e sociale quale prodotto delle contraddizioni capitalistiche e del crollo del capitalismo finanziario, alla fine sveglieranno le coscienze dal sonno in cui sono tenute, e si affrancheranno dal puzzle culturale fatto d’ideologie bislacche, di religioni, di tensioni psichiche di ogni tipo evocate ad arte.



La reazione al dispotismo economico e la disperazione generale ci spingeranno a fare i conti con un mondo che è stato rovinato dalla disumanità del culto della merce. Rideremo degli economisti, anzitutto di quelli che vogliono moralizzare il profitto, come Stiglitz, Gallino e Piketty, e che si mostrano stolti al pari dei maldestri servi che vediamo agitarsi nel racket della politica.

La faremo finita con le maschere ciniche e scaltre che sostenendo le malversazioni della finanza stanno realizzando, insieme al proprio fallimento, quello della nostra esistenza. La disobbedienza civile verso uno Stato che ci sta saccheggiando è un diritto, così la rivolta contro coloro che agitano lo spauracchio del debito pubblico per coprire frodi massicce di ogni tipo, quelli che chiamano “crescita” l’espediente per favorire il profitto e utilizzano le tasse per pagarsi stipendi scandalosi e per tenere in piedi una pseudo democrazia parlamentare oscena e corrotta. Chiudiamo ogni forma di dialogo e collaborazione con il potere, apriamoci a nuove consapevolezze e approntiamo forme di lotta adeguate.

La nostra epoca non è più quella delle lente trasformazioni sociali, la nostra è foriera di una rivoluzione storicamente inedita, dove l’utopia concreta può diventare realtà. Non so se ci vorranno venti o cinquant’anni ancora, come sostiene per esempio Immanuel Wallerstein, e tuttavia il processo è in atto, il futuro è già nelle cose.

Sarà un processo di riappropriazione dei collettivi che sono in grado di gestire, in un nuovo modo di produrre e distribuire, le risorse naturali a vantaggio d’interessi umani, non di mercato e di pochi magnati. Sarà la base per una nuova arte del vivere, di un nuovo tessuto sociale dopo i gravissimi danni inferti dal neoliberismo, quindi la base per una nuova urbanistica, e dunque il superamento della dicotomia città/campagna, degli spazi burocratici chiusi e dei quartieri ghetto. Con una nuova consapevolezza e un diverso senso della vita nascerà una nuova letteratura, un nuovo modo di concepire la gratuità, la solidarietà, il desiderio, il gioco, la sessualità, l’infanzia, la creazione artistica, l’apprendimento permanente e universale, la scienza come ricerca e pratica quotidiana aperta. È un’esperienza in minutissima parte già tentata, però in contesti storici arretrati e ostili. La chiameranno autogestione o chissà che cavolo altro; forse non la chiameranno socialismo o comunismo, visto il discredito in cui sono stati gettati questi concetti, ma il futuro saprà far spallucce e ridere anche di questo.


18 commenti:

  1. Questi segnali di fiducia nella nostra specie mi rasserenano, nonostante il cielo grigio e l'aria freddina.

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    1. questa mattina, in bici, mi sembrava di essere sul set di der Himmel über Berlin. pensavo, appena torno a casa accendo la stufa. ora un raggio di sole molto impacciato.

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  2. oggi dicevo le stesse cose (in maniera meno eloquente, ovviamente) in pausa caffè.. e tutti mi davano ragione. Le coscienze si stanno svegliando... e questo riempie di grande speranza e grande energia. Dobbiamo avere "solo" la forza e il coraggio di continuare a camminare sulle macerie.

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    1. ti davano ragione perché avevi pagato il caffè?

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  3. L'epilogo è una bella oleografia,equazione tra evoluzione dell’umanità ed evoluzione dell’individuo.(Ad intervalli regolari qualche riga antidepressiva per gli ipocondriaci e i 'realisti' è auspicabile, una continua tensione negativa non porta nulla di buono nè a noi nè a coloro che ci circondano ).

    "El mundo cambia con tu ejemplo no con tu opinion". Il resto sono balle che ci raccontiamo,che raccontiamo,che ci raccontano e che lasciamo che ci vengano raccontate. Un pò più di silenzio non farebbe male. Ancora meglio stare soli, a piedi o in bici.

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    1. condivido la prima parte
      sulla seconda osservo che le opinioni, piaccia o no, hanno spesso molta influenza nella formazione delle idee e dunque dell'ambiente sociale nel quale viviamo. non sempre l'esempio trascina, purtroppo.
      in bici già stamane, più tardi a piedi, e ora in solitudine. ciao

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  4. C'é molto buonumore in giro oggi!

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  5. Indubbio, la specie umana vive da sempre come le altre animali in società e si determina vicendevolmente in ogni senso, anche inconsciamente.
    L'esempio di vita a basso tenore di contraddizioni ha però un forte potere radiante, questo per quanto riguarda il rapporto con gli altri.

    Nel più modesto e banale quotidiano in tempo di crisi sorridere è già un'atto rivoluzionario.

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  6. "... maschere ciniche e scaltre che sostenendo le malversazioni della finanza stanno realizzando, insieme al proprio fallimento, quello della nostra esistenza." Nostro fallimento: per l'etimo, nostro inganno? nostra alienazione? nostra impossibilità di vivere come arriviamo a desiderare, da adulti, che lo vita sia vissuta insieme agli altri? Nostra sconfitta? Questa certamente, soprattutto di chi ha cercato la trasformazione radicale e rapida - anche se la tensione è comunque, forse, servita e, forse, serve a contrastare se non a trasformare. A meno che tu non pensi che non fare niente sarebbe meglio, così il processo di asservimento e sfruttamento intraspecifico arriverebbe prima - forse sarebbe già arrivato - al suo punto di saturazione. Punto di saturazione che - ma questa è un'altra storia - avverrà forse nel punto di convergenza con la saturazione dell'asservimento e lo sfruttamento interspecifico - vita mangia vita - e l'esaurirsi delle materie prime terrestri di cui la nostra specie ha bisogno per sopravvivere, aria inclusa. Gli esseri umani da sfruttare rinascono continuamente, se non qui in altra regione del pianeta; le specie animali da sfruttare, uccidere e mangiare rinascono, se non qui altrove, se non naturalmente con l'allevamento intensivo; e così è anche per i vegetali di cui abbiamo bisogno. Ma i mari stanno morendo, l'aria sta diventando irrespirabile, per l'acqua si fanno guerre, gli spazi vivibili si restringono sempre più: questo è fallimento, del sistema capitalistico ma non solo, e se l'azione intellettuale di consapevolezza non si allarga all'interspecifico - ciò che facciamo alle altre specie animali lo facciamo tra di noi - e al rapporto di sfruttamento e inquinamento della terra, forse le formule marxiste rischiano di diventare sterili nonostante la loro locale precisione.

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    1. tutto molto bene, però non riesco a comprendere cosa intendi per formule marxiste. la lott di classe non è, per fare un es., una formula marxista, né è stata inventata o scoperta da marx. Tu, in concreto, cosa proponi, quale tipo d'azione che abbia un effetto radicale suggerisci? e pensi che possa fare a meno di un'organizzazione politica, dunque di una teoria e di un programma?

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    2. Poco importa chi ha usato per primo la formula verbale lotta di classe: è con Marx che è diventata lo strumento intellettuale, di lettura e proposta, che è diventata. Così come la formula verbale inconscio: non è stato Freud che, però e con lui che.
      Quanto al concreto, ho solo esperienza sindacale, e sono volutamente rimasto ancorato alla base, compagni a vista, problemi direttamente sulla pelle. Ed esperienza nell'ambito del disagio personale, come psicoterapeuta: lì ho cercato di orientarmi sul cosa fare, ovviamente. Non credo che l'orientamento non direttivo a cui sono giunto, cioè infine la fiducia nella volontà individuale di superare dinamiche interpersonali che rendono dolorosa la vita più di quanto sia inevitabile e la catalizzazione di questa volontà, sia trasponibile al sociale: cioè non so rispondere alla tua domanda di suggerimento pratico. Penso, sì, che come negli individui l'orientamento razionale coatto, non intimamente vissuto, porta a esiti negativi nella propria vita, così può anche avvenire per i gruppi piccoli e grandi - la dittatura del proletariato come primo passo verso una trasformazione in senso socialista è stato un fallimento così come lo è la dittatura razionale repressiva o comunque eterodiretta nella vita intima individuale. Certo: la consapevolezza di come stanno le cose, la sua ricerca e la sua coltivazione sono uno strumento prezioso, ma non basta: occorre altro, una partecipazione di respiro silenzioso a quella consapevolezza, un diventare essa, non un averla. Vado poco sistematicamente, mi rendo conto: mi pare che ti volessi dire che se nell'uomo come specie non c'è quella volontà su cui si può contare nei singoli che si trovano in una situazione di stallo o di sofferenza incomprensibile nelle loro vite, allora il mio non saper darti nessun suggerimento a livello pratico, comprensibile ignoranza per mancanza di strumenti e di formazione e informazione, sfuma verso una vaga sensazione di inevitabile tragedia - inevitabile fallimento, sì, dell'uomo come specie, noi qui sulla terra, per l'incurabilità cieca di alcuni che hanno potere sugli altri come noi tutti lo abbiamo sugli animali e le piante e la terra tutta- e mi sembra di sapere di più, in questo, di non arrendermi anche se si va verso la tragedia, di fare ciò che capita di fare, al meglio, nonostante la possibile tragedia futura - come se si potesse evitare che accada. Anche con gli individui, a volte è troppo tardi, si può solo alleviare, tamponare le emorragie di vita nei momenti di panico, e farlo come non si sapesse che.

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    3. Come scrivevo nel penultimo post, ribadendo un concetto espresso più volte nel blog, il rapporto uomo/natura è storicamente determinato dalle condizioni oggettive del suo sviluppo. Se le parole hanno un senso, in tale concetto c’è già tutto. È dunque da qui, innanzitutto dalla analisi critica di tale rapporto, che può nascere la proposta politica. E tale proposta non può essere che politica, ossia quella dell’organizzazione e della lotta per il superamento delle contraddizioni del sistema.

      I padroni del mondo, avendo a disposizione il controllo della comunicazione (martellante, sovrabbondante, interattiva, subliminale e che ha come obiettivo fondamentale i comportamenti), hanno la possibilità di codificare dispoticamente tutti i linguaggi, di ingiungere comandi e d’indirizzare le emozioni, e dunque hanno l’interesse e i mezzi per fare in modo che tale critica e proposta politica resti confinata ai margini, e di contro hanno tutto l’interesse a diffondere la sfiducia e un sensazione smarrimento e di fallimento, comprese le visioni di sapore apocalittico, poiché anche la green economy, come scrivevo l’altro giorno, è diventata un segmento di profitto. Come ben diceva Marx, la coscienza è un prodotto sociale.

      Anche laddove noi vediamo un aumento della libertà dei corpi, anzitutto in materia di sessualità e di unioni, possiamo ravvisare per contro la più completa schiavitù delle coscienze e, attraverso queste, il controllo assoluto anche dei corpi. Dobbiamo essere per il sistema anzitutto feticci compatibili. La coscienza compatibile del feticcio è la coscienza inconscia, la sua forma automatica. Il feticcio compatibile è merce senza coscienza. Feticcio compatibile è il modo in cui veniamo incarcerati nella gabbia dei segni ideologici, dei codici. Non abbiamo più una comunicazione nostra, nemmeno a livello interiore. Siamo in balia dei linguaggi del potere che CI PARLANO, ci decostruiscono entro la grande macchina riproduttiva del plusvalore e dei rapporti dominanti. Questo è il punto saliente.

      Dobbiamo capire, dunque e anzitutto, che il capitale è un rapporto sociale. Finché non ci ficchiamo bene in testa e non sviluppiamo tale concetto, che rinvia al concetto di dominio TOTALE del capitale, resteremo sempre prigionieri della vulgata idealista borghese, finiremo, come scrivo in questo post a voler moralizzare il profitto, a voler migliorare e rendere compatibile (a che?) il sistema.

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    4. Mi spiace poi quel fraintendimento sul concetto di dittatura del proletariato, che come ben sai è espresso da Marx nelle glosse critiche al programma socialdemocratico di Gotha, laddove osserva:

      «Si domanda quindi: quale trasformazione subirà lo Stato in una società comunista? In altri termini: quali funzioni sociali persisteranno ivi ancora, che siano analoghe alle odierne funzioni dello Stato? A questa questione si può rispondere solo scientificamente, e componendo migliaia di volte la parola popolo con la parola Stato non ci si avvicina alla soluzione del problema neppure di una spanna».

      Dal punto di vista teorico e pratico si deve rispondere dunque a questa domanda: che ce ne facciamo dell’organizzazione statale borghese, la manteniamo così com’è? Ovvio che no, poiché essa è l’espressione della dittatura borghese, quella stessa dittatura di cui tu, io e altri vediamo l’espressione politica di quel potere economico che saccheggia il pianeta. La dittatura borghese cederà le armi senza combattere? Certo che no, ecco perché dunque – per dirla con Marx – tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell'una nell'altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico transitorio, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato.

      Altrimenti si rimane solo in tema di buoni propositi.

      No, non è fallita la dittatura del proletariato, poiché il proletariato come classe non ha mai avuto il potere, posto che la repubblica dei consigli fu spazzata via da lenin e trotzky. No, il proletariato come classe non ha mai avuto il potere perché le condizioni storiche oggettive per un superamento del capitalismo non c’erano. Sulla miseria e sulla penuria, sull’ignoranza e l’arretratezza, non si può sviluppare nulla di superiore.

      Grazie per l’attenzione e i commenti d’indubbio e raro interesse. Cordiali saluti

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  7. Già Lenin definiva lo stato operaio seguito all'Ottobre come uno stato con deformazioni burocratiche, ma bisognava lo stesso osare, per dirla con la rossa Rosa. La borghesia ha avuto secoli di tentativi per arrivare ad affermare pienamente la propria società. Al proletariato, per una trasformazione ben più radicale, non possono bastare 70 anni, socializzando la miseria (crf. L'ideologia tedesca). Alcune riflessioni di Trozki sono però imprescindibili a cominciare da quello di "crisi della direzione proletaria" come crisi, in ultima analisi, di tutta la società. Da lì penso si debba partire. Non è un problema nominale, di etichette, ma di rappresentanza di classe e della sua strutturazione. Un nuovo intellettuale colletivo, un Nuovo principe, ecc..
    Mordecaj

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  8. Anche i preti scatenati contro l'articolo 18 e i sindacati:

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/26/cei-a-renzi-basta-slogan-art-18-sindacati-guardino-oltre-o-scontro-fara-morti/1134245/

    Però, in evidente contraddizione con se stessi, si lamentano che la domenica molti negozi ormai stanno aperti e i commessi, costretti al lavoro domenicale dal padrone, non possono dedicare un po' di tempo alla loro elevazione spirituale. Oltre alla forca e alla (sempre meno) farina, non dimentichiamoci anche qualche festa religiosa per tenere a bada il popolo.

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  9. "La nostra epoca non è più quella delle lente trasformazioni sociali, la nostra è foriera di una rivoluzione storicamente inedita, dove l’utopia concreta può diventare realtà. Non so se ci vorranno venti o cinquant’anni ancora, come sostiene per esempio Immanuel Wallerstein, e tuttavia il processo è in atto, il futuro è già nelle cose".
    Olympe, permettimi di essere pessimista sulle trasformazioni:
    Siamo passati da Mario Capanna, che nel 1968 tirava uova e cachi contro gli “Scaligeri”, al blitz a Roma dei Militanti del Blocco studentesco che hanno lanciato gavettoni, uova e farina contro i clienti in fila davanti all'Apple Store, e hanno poi distribuito volantini con lo slogan: "Ieri trincea e baionetta... oggi un iPhone che ti aspetta".
    Ed allora ci vorrà ancora molto tempo, ed altre guerre, perché “ In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese potrà essere superato, e la società potrà scrivere sulle bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni”. Karl Marx
    Saluti e buona domenica

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  10. http://clashcityworkers.org/internazionale/1603-lotta-operaie-tessili-cambogia.html

    "se lo spauracchio della delocalizzazione in Asia è uno strumento per abbassare gli stipendi in Italia, se le imprese di cui siamo dipendenti operano ovunque nel mondo e possiamo sconfiggerle solo abbattendo i confini che dividono i lavoratori – ogni vittoria delle operaie cambogiane è una nostra vittoria".

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