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domenica 19 novembre 2017

Mistero fitto



Prendo a pretesto un paio di frasi da un post del blog Phastidio per chiarire come viene abitualmente trattato il concetto di produttività del lavoro e la categoria del cosiddetto “saggio di valore aggiunto”, ossia il saggio del plusvalore.

… la produttività del lavoro è il tasso di valore aggiunto alla produzione, che deriva ovviamente dal rapporto tra valore aggiunto ed ore di lavoro. Lo capisce chiunque che se il denominatore, cioè le ore di lavoro, aumenta, ma il numeratore resta uguale, il tasso di produttività non può far altro che diminuire ancora.

L’avverbio “ovviamente” è una forzatura. La prima proposizione potrebbe passare liscia se non fosse per un non "trascurabile dettaglio", laddove si presuppone per dimostrato ciò che si deve dimostrare. Chiedo: da dove risulta l’entità (la massa) del valore aggiunto che rapportata alle ore lavorate dovrebbe determinare il saggio del valore aggiunto stesso e da questo condurre a stabilire la famigerata “produttività del lavoro”?

Se non conosco uno degli elementi costitutivi del capitale anticipato, ossia il capitale variabile (salari), è impossibile determinare l’entità del valore aggiunto, alias del plusvalore, e conseguentemente non posso calcolare – prendendo per buono che ciò vada fatto in rapporto alle ore lavorate – il saggio del valore aggiunto (saggio del plusvalore). Allo stesso modo, se volessi, su tale base non potrei determinare né la massa né il saggio del profitto.

In termini colloquiali: se il capitalista non conosce l’entità dei salari pagati, ossia il prezzo della forza-lavoro acquistata, come cazzo può calcolare il suo “guadagno”, ossia valutare esattamente il valore aggiunto ex novo al suo capitale? Mistero fitto.  

Oltretutto, prendendo per buona la formulazione citata, con una battuta si potrebbe dire che un cercatore di diamanti (il loro reperimento costa in media molto tempo di lavoro) sia per forza di cose scarsamente produttivo.

*


sabato 1 aprile 2023

Il tradimento

 

Si dice che Lenin abbia dichiarato che il modo migliore per distruggere il sistema capitalista sia di svalutare la moneta. Attraverso un processo continuo di inflazione i governi possono confiscare, con mano segreta e senza dare nell’occhio, una parte cospicua della ricchezza dei cittadini. Anzi, con questo sistema non solo confiscano, ma confiscano arbitrariamente ed il processo, mentre impoverisce molti, arricchisce alcuni. La vista di questo arbitrario movimento di ricchezze mina non solo la sicurezza ma anche la fiducia nell’equità dell’attuale distribuzione delle stesse. [...] Con il procedere dell’inflazione e con il fluttuare violento del valore reale della moneta da un mese all’altro, tutti i rapporti permanenti fra debitori e creditori, che costituiscono il fondamento sostanziale del capitalismo, ne sono a tal punto scompaginati da perdere quasi significato. Ed il processo di acquisizione della ricchezza degenera in un gioco d’azzardo.

Senza dubbio Lenin aveva ragione. Non esiste mezzo più sottile e sicuro per rovesciare le basi della società esistente che svalutare la moneta. Il processo impegna tutte le forze segrete dell’ordinamento economico sul fronte della distruzione e ciò in modo tale che neppure un individuo su un milione è in grado di farne la diagnosi (John Maynerd Keynes, Esortazioni e profezie (Inflazione, 1919), il Saggiatore, p.71).

Nel mentre dubito che Lenin abbia fatto una simile dichiarazione, ossia ponendo la contraddizione principale suscettibile di distruggere il sistema capitalista nell’ambito della sfera monetaria, non si può non prendere atto che Keynes a riguardo dell’inflazione descrive il fenomeno con lucida analisi.

Per quanto riguarda il resto, non c’è economista volgare, compreso Keynes, che non tratti l’economia politica in modo del tutto mistificatorio (*).

Si pensi solo alla categoria economica del cosiddetto “valore aggiunto”. Con esso s’intende: “la misura dell’incremento di valore che si verifica nell’ambito della produzione e distribuzione di beni e servizi finali grazie ai fattori produttivi adoperati a partire da beni e risorse primarie iniziali” (la definizione che si può leggere nella Treccani è sostanzialmente questa, e così nei manuali di economia politica in uso ovunque).

L’attenzione va posta sulla locuzione “fattori produttivi” (idem “input produttivi”). Dunque, il famigerato valore aggiunto sarebbe il frutto dell’azione combinata del capitale complessivo, vale a dire i mezzi di produzione e il lavoro umano. La base essenziale di tutto il grande inganno dell’economia politica volgare sta proprio in questa formulazione onnicomprensiva, che punta a nascondere la realtà dello sfruttamento della forza-lavoro produttiva.

Eppure basterebbe far caso, per smentire tale semplicistico assunto, che se entriamo in una fabbrica si presentano davanti ai nostri occhi una varietà di “fattori produttivi” (impianti fissi, macchinari, materie prime e ausiliarie), ma se non ci sono gli operai che mettono in opera tali fattori, essi non producono un solo atomo di nuovo valore, alias “valore aggiunto”, alias plusvalore.

Questo perché solo il lavoro umano può creare nuovo valore. Tutti gli altri cosiddetti fattori o input, in realtà nel processo produttivo non fanno che cedere passivamente e pro quota, cioè di volta in volta, il proprio valore originario alle merci prodotte.

Tutti gli economisti volgari, nessuno escluso, calcolano il saggio di quel valore aggiunto, ossia del plusvalore, in rapporto a tutto il capitale, cioè in rapporto a tutti i cosiddetti fattori produttivi. Questo approccio, che è un approccio anzitutto ideologico per mascherare la realtà dell’estorsione del plusvalore, porta a diversi equivoci (**).

Il plusvalore, o valore aggiunto, o surplus, per dirla con gli economisti volgari, è frutto di lavoro non pagato all’operaio di cui si appropria il capitalista. Calcolando il saggio del plusvalore in rapporto al capitale variabile (capitale speso in salari), tale saggio mostra in quale proporzione il nuovo valore creato dalla forza lavoro nel processo produttivo è distribuito tra l’operaio e il capitalista, ossia qual è la quantità di lavoro (e di valore) non pagato all’operaio di cui si appropria il capitalista. Per questa ragione, il saggio di plusvalore indica anche il grado di sfruttamento della forza lavoro da parte del capitalista.

Se invece, come pretendono i capitalisti e gli economisti volgari, il saggio di plusvalore viene identificato col saggio del profitto, esso viene calcolato in rapporto al capitale complessivo anticipato, e ciò porta a far credere che sia il “capitale” nel suo complesso la fonte della ricchezza prodotta e che il saggio di sfruttamento della forza lavoro sia notevolmente minore di quanto non sia in realtà.

In base a questa tesi scorretta, i padroni sbraitano che l’introduzione di impianti e macchinari automatici nel processo produttivo riduce progressivamente la funzione dell’operaio nella produzione, il che dimostrerebbe che il capitalismo moderno limita sempre più lo sfruttamento della forza lavoro.

Non è senza fondato motivo, dato il grado di sviluppo raggiunto dalla società e dai mezzi di produzione, chiedersi se non sia possibile pianificare la produzione e distribuire la ricchezza socialmente prodotta secondo criteri diversi dagli attuali. Dunque se non sia giunto il momento di farla finita con la pletora di sanguisughe e di parassiti che vampirizza l’società intera. È ovvio che questi non vogliano mollare bottino, potere e privilegi, è proprio ciò che consiste la lotta di classe.

Al momento questa lotta la stanno vincendo alla grande i padroni della società, e per un motivo già posto in evidenza da Marx: il proletariato ormai è portato a riconoscere, per educazione, tradizione, abitudine, come leggi naturali ovvie le esigenze del modo di produzione capitalistico. E questo avviene anche, se non soprattutto, in forza del fatto che le forze politiche che in passato ne difendevano bene o male gli interessi, dapprima sostenevano dei regimi che con il socialismo non avevano nulla a che fare, e poi, falliti quei regimi sedicenti socialisti, sono passate armi e bagagli dalla parte della borghesia.

(*) Si possono distinguere due grandi fasi storiche del percorso dell’economia politica borghese, di là degli indirizzi delle scuole che sono molteplici: la prima fase va dalla fine del 1600 al primo ventennio del 1800, chiamata economia classica; la seconda fase, successiva e che arriva fino ad oggi, chiamata economia volgare. Keynes fa parte del quinto periodo dell’economia volgare.

(**) Se pensiamo che l’economia politica volgare non sa formulare con precisione la differenza fra capitale costante e capitale variabile, ossia che non ha mai fatto un’analisi esauriente delle differenze nella composizione organica del capitale e ancor meno nella

formazione del saggio generale del profitto, che dunque non ha mai fatto distinzione fra plusvalore e profitto, allora non ci si deve meravigliare del fatto che, fatte selve le loro elucubrazioni e malversazioni in materia commerciale e finanziaria, gli economisti siano senza esclusione alcuna dei cialtroni di prima grandezza. Infatti, l’economista volgare in effetti non fa altro che esprimere in una lingua apparentemente più teorica e più generica le strane idee dei capitalisti, arrabattandosi per dimostrare la fondatezza di tali opinioni.

martedì 31 maggio 2022

Non hanno abbastanza schiavi a poco prezzo

 

Finalmente un po’ di buona economia politica! Non si trova forza-lavoro da sfruttare a salari di fame e contratti infami? La colpa è degli schiavi, non hanno abbastanza bisogno di lavorare a causa di qualche centinaio di euro di sussidio statale.

La competitività economica italiana non è mai stata in generale un portato dell’innovazione tecnica e tecnologica, ma si è basata principalmente sull’estrazione di plusvalore relativo e sulla svalutazione della moneta (quella del famigerato 1992 attorno al 20-25%). Rendere competitive le merci svalutando la propria moneta è un altro modo per svalutare i salari. Con l’euro, moneta tra le più stabili, la svalutazione ovviamente non è stata più possibile. Non rimaneva che sfruttare ancora di più la forza lavoro e agire per via legislativa per mantenere ancora più bassi i salari e precarie le condizioni di lavoro (schiavo, il voto non paga).

Questi obiettivi sono stati completamente raggiunti e anzi superati in modo positivo. I salari italiani sono tra i più bassi dell’occidente, sono proliferate le tipologie dei contratti e le tutele dei lavoratori sono diventate carta straccia. A tale riguardo ricordo le teorizzazioni dei portavoce padronali, vecchi e nuovi fascistoni, i quali sostenevano che i salariati nostrani dovevano trasferire una parte della loro “opulenza” agli schiavi cinesi, indiani, eccetera. La cosiddetta teoria dei vasi comunicanti della quale si fece corifeo Eugenio Scalfari.

Insomma, troppo comodo prendersela con il RdC per entità degli interventi. Se la miseria di quel sostegno fa concorrenza ai salari, è ovvio che questi sono troppo bassi e le condizioni di lavoro poco allettanti, e ciò nonostante i prezzi di merci e servizi non siano a buon mercato. Né abbiamo un salario minimo, tanto da dare un senso al tanto nebuloso “valore del lavoro” di cui ci si riempie la bocca. In Germania ovviamente c’è ed è aumentato del 25% (12 euro lordi l’ora), 3,6% in Spagna, e 7% nel Regno Unito, mentre in Francia vi sono proteste perché è fermo a 10,5 euro. In Italia si parla (si parla, si parla sempre) d’introdurre un salario minimo, se quando sarà, di circa metà della Germania.

Giovani italiani, se volete essere ben pagati, dovrete imparare il tedesco.

Il resto del post si può anche non leggere, tanto si tratta solo di numeri, e i numeri ... non contano.

giovedì 28 marzo 2024

Azionisti di tutti i paesi, rallegratevi!

 

I padroni del mondo traggono “valore aggiunto” come mai prima d’ora dalle braccia, dalle schiene, dal cervello e dalle anime dei loro dipendenti, che a volte muoiono anche sul lavoro, questi maldestri. E gli amministratori delegati trasmettono quanto più possibile questo valore aggiunto ai loro azionisti (*).

Un esempio: il gruppo Banca Ifis è un istituto bancario italiano attivo principalmente nei servizi di acquisizione/gestione di portafogli di crediti deteriorati. La banca è stata fondata nel 1983 da Sebastien Egon Fürstenberg, figlio di Clara Agnelli, un cognome che è una garanzia. Ebbene, per il 2023 la Banca prevede di distribuire 110 milioni di euro di dividendi, pari a 2,1 euro per azione in circolazione. Nei primi 9 mesi del 2023, la Banca aveva deliberato la distribuzione di un acconto sul dividendo 2023 pari a 63 milioni di euro. Argent de poche per le piccole spesucce.

Secondo il Global Dividend Index il valore complessivo delle distribuzioni ai soci ha raggiunto la cifra record di 1.660 miliardi di dollari nel 2023 (nel 2019 erano 1.395,2). Stiamo parlando di soli dividendi, senza che l’azionista, tra un pisolino e l’altro, muova un dito. L’86% delle società ha aumentato i propri dividendi. Le banche si sono accaparrate la metà di questi dividendi.

La Borsa italiana ha chiuso il 2023 con dividendi per oltre 18 miliardi. La borsa di Milano è piccola cosa in rapporto al resto. Il 40° report di Janus Henderson Global Dividend Index, del novembre scorso, annunciava: “Le prospettive per il quarto trimestre sono favorevole e potrebbero comportare dividendi record per l’Italia quest’anno”. Previsione confermata dal 41° report, quello di marzo 2024: “le distribuzioni sono balzate del 17,9% nell’anno per raggiungere l’importo record di 20,1 miliardi di dollari (18,5 miliardi di euro). Le banche italiane contribuiscono ai tre quarti della crescita” (p. 10).

La parte migliore (o peggiore, secondo i punti di vista) sono i riacquisti di azioni proprie da parte delle società. Normalmente, una società riceve denaro dai suoi azionisti. In tal caso accade esattamente il contrario. Uno degli obiettivi del riacquisto? L’aumento dei prezzi delle azioni: meno azioni circolano, più ciascuna di esse rende.

In breve, le nostre stupide giornate di lavoro, tutto inutile. Da dove viene gran parte del patrimonio dei milionari di tutto il mondo? Dal loro lavoro? Ingenui che siete. No: eredità. Gli azionisti di cui sopra sono anche, per la maggior parte, persone che ricevono eredità, che possiedono immobili. Ricevere dividendi, affitti e roba simile, non è lavoro. La chiamano meritocrazia.

Cari azionisti, quando i vostri soldi “funzionano”, secondo l’ipocrita espressione a cui siete tanto affezionati, non c’entrate niente con la produzione di quella ricchezza. Gli affitti esorbitanti che chiedi ai tuoi inquilini non sono un servizio che fornisci loro. I dividendi di cui ti vanti, sono anche il prodotto del rincaro del prezzo delle merci, dei servizi e delle bollette. C’è povertà a causa tua e della tua ricchezza. Anche voi siete parte dei veri nemici della società e della libertà. Togliervi di torno, come già diceva Brecht, è una faccenda che riguarda la bontà.

(*) Secondo gli adulatori del sistema, il valore aggiunto sarebbe ottenuto dall’impiego dell’intero capitale. Provassero senza l’impiego dei loro schiavi a far fruttare il loro capitale! C’è ovviamente un motivo ideologico al fondo nei loro deliri: calcolato sul capitale complessivo e non solo sulla parte variabile (quella pagata all’operaio), il saggio di sfruttamento viene diluito tra tutti i “fattori” fino a scomparire (una voce tra le altre). La cosa comporta poi altre stupefacenti stupidaggini teoriche. Di dove origina realmente il cosiddetto “valore aggiunto”, non gl’importa proprio nulla. Interessa intascarlo e metterlo nel circuito finanziario.

sabato 16 marzo 2013

La legge più importante



Quello che segue è un post un po’ tecnico, tuttavia non contiene nulla di “difficile” e nei suoi concetti essenziali è comprensibile da chiunque. Spero solo che Marx non si rigiri nella tomba per questo mio maldestro tentativo di estrema sintesi e di volgarizzazione di un’analisi di ben altra ampiezza e valore.

* * *

Il capitale che investe nella produzione di merci, non lo fa per soddisfar dei bisogni. Non direttamente almeno. Al capitale interessa solo generare valore, aggiuntivo a quello anticipato, ovviamente. Bisogna tener presente che non tutto il capitale investito partecipa al processo produttivo, ossia non tutto il capitale è in grado di generare nuovo valore. Per chiarire meglio la cosa è necessario introdurre due categorie: quella di capitale costante e quella di capitale variabile.

Nella sua composizione organica (vedremo poi cos’è), il capitale si distingue in due parti:

il capitale costante è la parte del capitale che si converte in mezzi di produzione (impianti, attrezzature, materie prime e ausiliarie, ecc.), e che non cambia la propria grandezza di valore nel processo di produzione (1);

e il capitale variabile, che è invece la parte del capitale convertita in forza-lavoro (cioè quella parte di capitale – quindi salari – con la quale si acquista il “lavoro”), quella parte di capitale che cambia il proprio valore nel processo di produzione. Non solo produce il proprio equivalente – salari – ma ne produce un’eccedenza: il plusvalore (2).

Solo il lavoro umano, in determinate circostanze, produce valore e più di quanto ne consumi. Con ciò s’intende che la forza-lavoro possiede un particolare valore d’uso rispetto a tutti gli altri elementi del processo produttivo. Il plusvalore costituisce l’eccedenza del valore del prodotto sul valore dei fattori del prodotto consumati, cioè dei mezzi di produzione e della forza-lavoro. Del resto il capitalista non avrebbe alcun interesse ad acquistare forza-lavoro “al suo valore” se poi dovesse limitare il tempo di lavoro allo stretto necessario per la sua riproduzione (salario).

Scrive David Ricardo in apertura dei suoi Princìpi: “Il valore di una merce, ovvero la quantità di ogni altra merce con la quale si scambierà, dipende dalla relativa quantità di lavoro necessaria alla sua produzione, e non dal maggiore o minore compenso che per tale lavoro viene corrisposto” (Isedi, 1976, p.7).

Che il lavoro produca nuovo valore, che sia la sua quantità contenuta nelle merci a determinare il valore di queste, non è dunque una scoperta di Marx. Egli ha scoperto il plusvalore (che Ricardo intuisce ma confonde con il profitto), nel senso che ne ha scoperto e descritte le effettive e causali determinazioni.

Ricardo non sarà in grado di andare oltre nell’indagine sull’origine del plusvalore. Marx a tale riguardo osserva: “Da nessuna parte Ricardo tratta il plusvalore separandolo e distinguendolo dalle sue forme particolari – profitto (interesse) e rendita.  Perciò le sue considerazioni sulla composizione organica del capitale, che è di così decisiva importanza, sono limitate alle differenze tramandate da A. Smith, quali risultano dal processo di circolazione (capitale fisso e capitale circolante), mentre da nessuna parte egli tocca o conosce le differenze della composizione organica entro il processo di produzione vero e proprio. Donde la sua confusione tra valore e prezzo di costo, l’errata teoria della rendita, le errate leggi sull’aumento e la caduta del saggio del profitto, ecc.” (3).

La mancata distinzione tra capitale costante e capitale variabile, ossia la mancata definizione di “composizione organica” del capitale, e la confusione tra plusvalore e profitto, porterà gli economisti alle più stravaganti teorie su tutti gli aspetti decisivi dell’economia politica e segnatamente per quanto riguarda la caduta del saggio del profitto e le cause delle crisi.

Per composizione organica del capitale s’intende il rapporto reciproco che si stabilisce tra composizione di valore e composizione tecnica. In altre parole, la composizione di valore riflette la proporzione in valore delle parti costitutive del capitale (abbiamo visto: capitale costante e capitale variabile). La composizione tecnica riflette invece il rapporto fisico tra materie prime, mezzi di produzione e lavoro e indica il livello tecnico raggiunto dalla produzione.

Non distinguere tra “composizione in valore” e “composizione tecnica”, riducendo la composizione organica a semplice “composizione in valore”, preclude qualsiasi possibilità sia di cogliere la contraddizione fra lo sviluppo storico-naturale delle forze produttive e la forma che esse assumono nel modo di produzione capitalistico, sia la vera ragione per cui l’aumento della composizione organica, provocando la caduta tendenziale del saggio di profitto, possa e debba risolversi nella crisi dell’accumulazione capitalistica.

Prima di andare alle conseguenze pratiche vediamo che cos’è il plusvalore e il profitto, ovvero il saggio dell’uno e dell’altro. Il saggio del plusvalore è il rapporto tra plusvalore e capitale variabile (salari). Esempio: dato un capitale costante di 80 € e uno variabile di 20 €, posto un plusvalore di 20 €, il valore di una merce sarà = a 120 €. Ebbene in tal caso il saggio del plusvalore, ossia il rapporto tra plusvalore e capitale variabile (salari), sarà del 100% (20€ di plusvalore su 20€ di salario).

A questo punto sarebbe necessario dire due parole sui concetti di plusvalore assoluto e plusvalore relativo, ma ne ho trattato già in altra occasione e sorvolo pur con un grosso senso di colpa. Vengo invece alla categoria del profitto, ovvero al saggio del profitto. Il profitto, è una forma secondaria, derivata e trasformata del plusvalore, è – come dice Marx – la forma borghese nella quale le tracce del suo sorgere sono cancellate. Esso non è altro che il plusvalore rispetto al capitale complessivo anticipato, il suo saggio è il rapporto tra il plusvalore ed il capitale totale investito. Mi spiego: mentre il saggio del plusvalore è = pv/v, nel caso del saggio profitto esso è = pv/c + v, laddove c è il capitale costante e v il capitale variabile.

Ecco che nell’esempio di prima, avremo: dato un capitale costante di 80 € e uno variabile di 20 €, posto un plusvalore di 20 €, il valore di una merce sarà = a 120 €. Ebbene in tal caso il saggio del profitto, ossia il rapporto tra plusvalore e capitale complessivo, sarà del 20% (profitto su 100€ di capitale complessivo). In altri termini e per i più bravi, dirò che il saggio di profitto è determinato dal rapporto tra saggio del plusvalore e composizione in valore del capitale, cioè nella formula:


Le leggi del movimento del saggio di profitto non coincidono con quelle del saggio del plusvalore, da cui il saggio di profitto, come abbiamo visto, si distingue anche quantitativamente. Il saggio di profitto può scendere, anche se saggio il del plusvalore reale sale. Il saggio di profitto può salire, anche se il saggio del plusvalore reale scende. Pertanto la categoria del saggio del profitto svolge un ruolo fondamentale nell’economia politica, in quanto il suo movimento è alla base della crisi del modo di produzione capitalistico.

Infatti, la tendenza storica dell’accumulazione capitalistica consiste in un aumento della composizione organica del capitale e, di conseguenza, in una caduta del saggio di profitto. Questa legge, ci dice Marx, è “sotto ogni aspetto la legge più importante della moderna economia politica […] È la legge più importante dal punto di vista storico” (4).

Per il dettaglio sulla caduta del saggio del profitto vedi anche questo post.


(1) S’è mai visto un oggetto cambiare di per sé il proprio valore? Può cambiare il suo prezzo, ma non il suo valore. Nel processo produttivo, il valore del capitale costante si conserva trasmettendosi al prodotto e cioè riappare soltanto nel valore dei prodotti senza aggiungervi alcunché.

(2) L’economia borghese chiama il plusvalore “valore aggiunto”, solo che non lo fa derivare dal capitale variabile e cioè dalla forza-lavoro, ma dai cosiddetti “fattori produttivi”, cioè dal capitale complessivo. Non lo fa perché gli economisti borghesi sono degli idioti (in molti casi lo sono!) ma per un interesse di classe ben preciso, ossia per nascondere la natura dello sfruttamento capitalistico della forza-lavoro. Naturalmente questo fatto – sia sotto il profilo teorico e pratico – non è privo di conseguenze decisive.

Ma non è stato sempre così. Ai primordi, la scienza economica classica non aveva ancora un interesse pratico contro il proletariato ancora in fase d’ascesa, perciò poteva ancora permettersi di analizzare le questioni dal punto di vista scientifico e non ideologico come invece sarebbe poi accaduto nelle varie fasi in cui prevalsero le teorie dell’economia volgare.

Partendo dall’analisi del mercato, dei prezzi, David Ricardo (1772-1823) scopre il “valore di scambio”, quindi il “lavoro come produttore di valore di scambio”, infine il “plusvalore-profitto”, cioè la base dello sfruttamento degli operai da parte dei capitalisti. Anche in tal caso, però, la sua posizione di classe gli impedisce di andare fino in fondo nell’analisi e non riesce ad astrarre al punto di individuare che il processo di produzione capitalistico è unità contraddittoria di valore di scambio e valore d’uso. Non riuscendo a penetrare la contraddizione, Ricardo non riesce però nemmeno a spiegarsi la produzione di plusvalore-profitto in base alla stessa legge del valore-lavoro: se il capitalista paga l’operaio il valore del lavoro, come fa a prodursi un valore in più, ossia un plusvalore? Ed è proprio questo dilemma teorico che sarà risolto da Marx.

(3) Teorie sul plusvalore, Meoc, XXXV, p. 406; St. delle teorie economiche, Einaudi, 1955, II, p. 93.

(4) Grundrisse, La Nuova Italia, II, p. 460.

giovedì 18 luglio 2024

Due buone notizie

 


Finalmente posso dare una buona notizia, anzi due buone notizie. La prima: la ricchezza netta globale ha registrato una significativa ripresa nel 2023, crescendo del 4,3% dopo un anno difficile nel 2022. Secondo il Global Wealth Report 2024 di UBS, il numero di milionari globali, 73.000 persone super- ricche, i cosiddetti “individui con un patrimonio netto ultra elevato”, come li chiamano gli analisti del mercato finanziario, è destinato a continuare ad aumentare nei prossimi cinque anni.

Si prevede che il numero di adulti che possiedono 1 milione di dollari o più aumenterà in 52 delle 56 economie sviluppate e in via di sviluppo intervistate tra il 2023 e il 2028. I guadagni saranno guidati dalla potenza tecnologica di Taiwan, dove il numero di milionari è destinato ad aumentare del 47% grazie al boom dell’industria dei microchip e all’aumento dell’immigrazione di ricchi stranieri.

Questa crescita della ricchezza dei già ricchi vede la Turchia con un aumento del 43%, Kazakistan 37%, Indonesia 32% e Giappone 28%. I due Paesi in cui hanno sede il maggior numero di milionari, gli Stati Uniti (26.000) e la Cina continentale (8.300, uno ogni 170.000 abitanti), vedranno aumentare le loro cifre rispettivamente del 16% e dell’8%.

Il Regno Unito è attualmente il terzo paese al mondo per numero di milionari in dollari. Le 6 più grandi fortune della perfida Albione pesano tanto quanto i 13.000.000 più poveri dell’isola! In Francia entro il 2028 dovrebbero esserci un incremento del 15% dei milionari.

Da dove vengono tutti questi soldi? In parte grazie alle numerose agevolazioni fiscali di cui beneficiano, ma soprattutto dall’incremento del “valore aggiunto”, che altro non è che plusvalore estorto a chi lavora e distribuito ai possessori di prodotti finanziari di ogni tipo (*).

Questo per quanto riguarda i ricconi. E per quanto riguarda la ricchezza media? L’Italia non è messa benissimo, anzi nel 2023 retrocede di un posto nella classifica mondiale, portandosi al 24esimo con 220.216 dollari a cranio. Questo declassamento è il risultato della reticenza a dichiarare i propri redditi al fisco.

Si tratta della ricchezza media dei ricchi, non della ricchezza mediana, che riguarda tutti gli adulti, compresi i poveri cristi. Il confronto tra le due classifiche è significativo perché dà un’idea della ripartizione della ricchezza tra i cittadini: più il patrimonio mediano è vicino a quello medio, più la ricchezza è distribuita in modo equo; più i due valori sono distanti, più la ricchezza si concentra nelle mani di pochi. L’Italia qui è 13esima, con 113.754 dollari, seguita dagli Stati Uniti con un patrimonio mediano di 112.157 dollari.

Un’altra buona notizia: i Millennials e la Generazione X erediteranno 83.500 miliardi di dollari nei prossimi due decenni. Sì, lo so, tassare l’eredità è una cosa assolutamente orribile: perdi una persona cara (beh, non necessariamente) e per di più devi pagare l’imposta di successione (e donazione). In Italia la più bassa in Europa, con esenzioni per i titoli di Stato italiani e di altri Paesi UE, le polizze vita, le aziende, i rami di azienda o le quote di controllo in società di capitali (**).

Due buone notizie in un solo post.

(*) Il "valore aggiunto" non è esattamente la stessa cosa del plusvalore. I leccaculi calcolano il plusvalore (chiamandolo valore aggiunto) in rapporto all’intero capitale (dunque come se i profitti fossero prodotti da ogni componente del capitale), mentre in realtà il plusvalore è il prodotto del solo lavoro umano e dunque va calcolato in rapporto al capitale variabile (salari). Una differenza non da poco.  

(**) L’imposta di successione è nata con il DPR 637/1972, che prevedeva per gli eredi diretti (coniuge e figli) l’aliquota massima al 27 per cento (da 200 a 400 milioni aliquota al 7%, fino a 800 il 10%, aliquota del 22% da 1,5 a 3 tre miliardi, oltre i 3mld il 27%), mentre per chi non era parente poteva arrivare al 33 per cento. Anche le franchigie erano piuttosto limitate.

Il taglio delle aliquote fu introdotto nel 2000 dal governo Amato, con il passaggio da una franchigia unica complessiva a franchigie per ciascun beneficiario (ognuna del valore di 350 milioni di lire) e, soprattutto, con un taglio drastico delle aliquote: si eliminò la progressività adottando un’aliquota unico, che variava tra il 4 e l’8 per cento a seconda del grado di parentela.

Nel 2001 il governo Berlusconi (quello dell’aeroporto) abolì completamente l’imposta, che fu poi ripristinata da Prodi ma secondo lo schema di Amato. Grandi statisti di sinistra.

domenica 26 febbraio 2017

Tassiamo le forbici


Fonte di ogni ricchezza è la natura e il lavoro umano. La natura è la fonte di ogni valore d’uso, e la forza-lavoro umana è la manifestazione di una forza naturale che consente che qualcosa di utile, un dato valore d’uso ancora in potenza, venga ad essere un valore d’uso effettivo. I valori d'uso costituiscono il contenuto materiale della ricchezza, qualunque sia la forma sociale di questa. Perché un valore d’uso possa divenire anche un valore di scambio, cioè valore, sono necessarie determinate condizioni storico-sociali e dunque dei rapporti sociali che abbiano raggiunto un grado di sviluppo adeguato.

Già nello scambio delle eccedenze attraverso il baratto, tali condizioni minime sono raggiunte. In tale fase il valore di scambio si presenta come il rapporto quantitativo, la proporzione nella quale valori d'uso d'un tipo sono scambiati con valori d'uso di altro tipo; tale rapporto cambia continuamente coi tempi e coi luoghi. Perché lo scambio di valori, a mezzo di un equivalente universale, denaro, diventi la forma dominate degli scambi è necessario uno sviluppo economico ulteriore e del quale qui non interessa dire altro.

Mi scuso per questa elementare propedeutica, ma posso assicurare che su questo tema sotto il cielo prosperano le più bizzarre teorie, a cominciare da quella più triviale che individua nel capitale costante una delle fonti di nuovo valore, in concorso con il capitale variabile (necessario all’acquisto di forza-lavoro).

Prendiamo un esempio che più bucolico non si può. Per cogliere delle frutta dagli alberi (cose utili, valori d’uso in potenza) e con tale atto renderli da un lato valori d’uso effettivi, e poi, al mercato, valori di scambio, può essermi necessaria una certa attrezzatura, per esempio una scala, delle forbici, delle cassette per porvi le frutta e un carretto per il trasporto al mercato. Ebbene, va da sé che né la scala, le forbici, le cassette e il carretto aggiungono nuovo valore alle frutta raccolte, se non nella misura in cui essi cedono al prodotto, alla merce, di volta in volta, una parte del loro valore (il valore di una scala, delle forbici, di un carretto) mano a mano che vengono consumati (usurati) nel processo lavorativo di raccolta. Alla fine della storia tale attrezzatura non avrà aggiunto alcun nuovo valore che non esistesse già in partenza. Pertanto è soltanto la quantità di lavoro socialmente necessario, cioè il tempo di lavoro socialmente necessario per fornire un valore d'uso che determina la sua grandezza di valore.


Ciò che vale, dal lato del valore, per le forbici, la scala, le cassette, il carretto, eccetera, vale anche per il più sofisticato dei robot. Tassare i robot è come tassare la scala e il carretto. Non farebbe altro che rendere più cara la frutta, facendone diminuire il consumo e favorendo altri tipi merceologici. 

sabato 7 aprile 2018

La guerra ai tempi di Donald Trump



Scriveva l’economista David Ricardo nel suoi Principi dell’economia politica e della tassazione:

«Vi sono merci, il cui valore è determinato esclusivamente dalla scarsità. Non esiste lavoro che possa accrescere la quantità di tali merci, e perciò il loro valore non può diminuire per un aumento dell’offerta. Rientrano in questa categoria statue e quadri rari, libri e monete scarsi, vini di particolare qualità che si possono ottenere solo da uve maturate in particolari terreni, in cui vi sia una quantità molto limitata. Il loro valore è del tutto indipendente dalla quantità di lavoro originariamente necessaria per produrli e varia con il variare della ricchezza e dei gusti di coloro che desiderano possederli. [*]»

È proprio come appare al senso comune? In tal modo l'assunto secondo cui il valore delle merci è determinato dal tempo di lavoro socialmente necessario per produrle andrebbe a farsi benedire, sia pure per eccezioni come quelle elencate da Ricardo.

*

mercoledì 28 febbraio 2018

Non si tratta semplicemente di un rapporto tra macchine e uomini



Quanto più la scienza s’incorpora nel capitale sotto forma di tecnologia, tanto più essa si erge contro il lavoro come potenza estranea e ad esso ostile.

Agli effetti pratici noi lo possiamo constatare con la modificazione del rapporto tra gli elementi costitutivi della composizione organica del capitale, vale a dire nell’aumento della parte costante in rapporto a quella variabile. Nell’aumento del lavoro morto, passato, rispetto a quello vivo (*).

È ben noto che il mutare del rapporto tra i due fattori della produzione, cioè capitale costante e capitale variabile, ha come conseguenza la caduta del saggio del profitto, come tendenza progressiva. 

Vi è da considerare, inoltre, un altro rapporto oltre a quello descritto, ossia il rapporto tra il tempo di lavoro pagato e quello non pagato, da cui è dato il saggio del plusvalore (**).

Il saggio del plusvalore non indica soltanto il rapporto tra il tempo di lavoro pagato e quello non pagato, ma un rapporto di sfruttamento e quindi di antagonismo. L’aumento del saggio del plusvalore è insieme crescita dello sfruttamento e acutizzazione dell’antagonismo di classe. Il fatto che quest’ultimo, in certi periodi storici sia meglio assorbito, incanalato e controllato dal sistema di dominio borghese, non vuol dire che esso, da latente, non possa esplodere socialmente come antagonismo assoluto e dirompente.

giovedì 2 febbraio 2017

L'omaggio di Napolitano



Avvertenza: la lettura del post richiede alcuni minuti di concentrazione. Infatti, malgrado il titolo del post, la trattazione non ha alcuna attinenza con i temi caldi del cazzeggio corrente.


Leggevo ieri, in un commento ad un post di Malvino (al quale dedico il mio), che il lavoro dell’economista inglese Pietro Sraffa sarebbe un “aggiornamento” del marxismo, segnatamente – soggiungo – di Marx.

Vi sono, a mio avviso, due aspetti da tenere presenti a riguardo della resistenza, soprattutto in Italia, del mito di Sraffa: uno di tipo propriamente politico, cioè oggettivo e strumentale, e l’altro di tipo soggettivo.

martedì 5 maggio 2020

L’aspetto principale: la produzione


Mi spiace essere completamente d'accordo con Chiaberge.
Purtroppo in circolazione vedo troppi idioti senza mascherina.
Speriamo bene.

Propedeutica marxiana in epoca di crisi pandemica.

Si sbaglia chi dovesse credere che, poiché il dollaro è la principale valuta globale, le autorità finanziarie e il governo degli Stati Uniti d’America possano continuare a espandere indefinitamente l’offerta di moneta in modo esente dalle leggi che operano nel resto dell’economia globale.

Aggiungere trilioni di dollari creati digitalmente alla montagna già esistente di capitale fittizio ha in sé i semi in rapida germinazione di una crisi economica e finanziaria che va ben oltre qualsiasi cosa vissuta finora. Se non nel breve periodo, in quello medio.

Ciò che vale per il dollaro, vale per qualsiasi altra moneta (e anche di più).

* 

sabato 24 giugno 2017

Il comunitarismo di Zizek


Mancano i fondamentali. Questo è il motivo per il quale si continua a dare credito a frasette come questa:

«i robot lavoreranno al posto vostro e lo Stato dovrà pagarvi il salario».

Questa previsione ha uno scopo ben preciso, quello di affermare che in futuro il capitalismo, per mezzo della tecnologia, avrà risolto le sue contraddizioni, la crisi e il conflitto sociale.

Scrive Slavoj Zizek, in questo articolo:

oggi l’unica vera domanda è questa: sosteniamo la predominante accettazione del capitalismo come fatto di natura (umana), o l’odierno capitalismo globale contiene antagonismi abbastanza forti da impedirne l’indefinita riproduzione? 

Zizek enumera “quattro antagonismi”: 1) I beni comuni della cultura; 2) I beni comuni della natura esterna, minacciata dall’inquinamento umano; 3) I beni comuni della natura interna (l’eredità biogenetica dell’umanità); 4) I beni comuni dell’umanità stessa, dello spazio condiviso sociale e politico: più globale diventa il capitalismo, più sorgono muri e apartheid.

Ebbene nessuno dei “quattro antagonismi” elencati da Zizek ha minimamente a che fare con gli antagonismi reali rilevati da Marx nell’analisi del modo di produzione capitalistico. Vale a dire che Zizek si pone come critico laterale del capitalismo, in buona sostanza come sodale della borghesia.

La critica laterale del capitalismo costituisce il difetto principale di tutti coloro che si ripromettono con magiche ricette di riformare questo sistema economico e sociale, oppure addirittura di reinventare il comunismo come fa Zizek, indicando i motivi della crisi del sistema in questa o quella causa, oppure in un insieme di cause che in realtà hanno solo una relazione parziale o addirittura apparente con il fallimento di questo sistema. Essi denunciano un circolo vizioso di  inefficienza e irrazionalità, di abusi e soprusi, che sono ben evidenti ma che sono solo gli effetti di una situazione nella quale agiscono ben altre leggi e contraddizioni. Ed è per tali ragioni che le loro proposte di cambiamento radicale, di stimolare l’economia e di dotare il sistema di nuove regole non producono alcun frutto o solo dei risultati limitati e in definitiva insufficienti. 

*
Domanda: avete mai visto una macchina, un qualunque oggetto, a qualunque livello di sofisticazione informatica e robotica, cambiare di per sé il proprio valore, ossia produrre di per sé del nuovo valore, del valore – come direbbero gli economisti liberali – aggiunto? Può cambiare il suo prezzo, ma non il suo valore. Nel processo produttivo, il valore del capitale costante (infrastrutture, macchinari, materie prime ed ausiliarie, ecc.) si conserva trasmettendosi al prodotto e cioè per riapparire soltanto nel valore dei prodotti senza aggiungervi alcunché.

Qualunque tipo di macchinario, fosse pure il più “intelligente” dei robot, agisce per intero come mezzo di lavoro, ma aggiunge valore al prodotto solo nella misura in cui il processo lavorativo lo svalorizza, una svalorizzazione che è determinata dal grado di logoramento del suo valore d’uso durante il processo lavorativo.

Oggi per produrre una qualsiasi merce è necessaria una quantità di lavoro vivo (cioè di lavoro immediato) molto inferiore rispetto al passato. Ciò è evidente a tutti qualora si consideri la massa di lavoro oggettivato che il lavoro vivo può mettere in moto. In altri termini, la quantità di prodotti disponibili non è determinata dalla quantità del lavoro erogato, ma dalla sua stessa forza produttiva. E tuttavia la premessa della produzione basata sul valore è e rimane la quantità di tempo di lavoro immediato, la quantità di lavoro impiegato, come fattore decisivo della produzione della ricchezza.

Solo il lavoro umano, in certe condizioni, può creare, nel corso del processo lavorativo, nuovo valore. Le macchine, invece, oltre a cedere progressivamente il proprio valore intrinseco ai prodotti, ossia svalorizzandosi esse stesse, non creano una stilla di nuovo valore.

Nella realtà concreta lo sviluppo della tecnologia permette, da un lato, un maggior grado di sfruttamento del lavoro e l’appropriazione del pluslavoro e del plusvalore, e dunque funziona come antagonista della caduta del saggio del profitto; tuttavia, dall’altro lato, l’impiegare, in proporzione al capitale anticipato, il minor lavoro possibile, fa in modo che le medesime cause che permettono di aumentare il grado di sfruttamento del lavoro impediscono che — impiegando lo stesso capitale complessivo — venga sfruttata la stessa quantità di lavoro di prima.

Questa dinamica, oggi alla luce del sole, mentre spinge verso un aumento del saggio del plusvalore, influisce al tempo stesso nel senso della diminuzione della massa del plusvalore prodotto da un capitale determinato e quindi nel senso della diminuzione del saggio del profitto. Pertanto, lo sviluppo tecnologico è tra le cause che in un primo tempo ostacolano ma in ultima analisi accelerano sempre la caduta del saggio del profitto. E ciò non è senza conseguenze decisive, specie nella fase attuale del capitalismo (*).

E dunque, cari feticisti del capitale, se non si vuole fin dapprincipio menar il can per l’aia, oggetto dell’indagine da cui bisogna necessariamente partire non è in sé e semplicemente lo sviluppo tecnologico, la sostituzione del lavoro umano con quello delle macchine, ma l’indagare il rapporto tra sviluppo delle forze produttive e i rapporti sociali di produzione nel quadro dei reali antagonismi della dinamica capitalistica.

Qui non si tratta nemmeno di discutere come potrebbero le macchine lavorare al posto nostro e lo Stato pagarci il salario, ma di spiegare come risolvere una questione che sta a monte.

Per appropriarsi di quote maggiori di plusvalore i capitalisti devono costantemente aumentare la produttività del lavoro e dunque migliorare incessantemente il livello tecnico degli impianti e del macchinario. Ciò comporta la riduzione del numero di operai e addetti richiesti per la stessa quantità di produzione, e dunque un mutamento della composizione di valore del capitale, vale a dire un aumento progressivo del capitale costante (impianti, macchine, materie prime, ecc.) in rapporto a quello variabile (salari).

Per farla breve e tralasciando altre determinazioni pur essenziali: poiché l’unica fonte di valore, e quindi di plusvalore, è la forza-lavoro, la diminuzione relativa del capitale variabile in rapporto a quello costante implica che si giunga ad un punto del processo di accumulazione in cui il plusvalore prodotto è divenuto così piccolo, relativamente al capitale complessivo accumulato, che non è più sufficiente a valorizzare l’intero capitale, facendogli compiere il necessario salto di composizione organica.

In altri termini, è dimostrabile che non ogni quantità di profitto (plusvalore) può trasformarsi in un aumento dell’apparato tecnico di produzione: per l’espansione – qualitativa e quantitativa – della scala della produzione è necessaria infatti una quantità minima di capitale addizionale, quantità che nel processo di accumulazione diventa, a causa della crescita accelerata del capitale costante, sempre maggiore.

L’aumento della composizione organica del capitale è una tendenza necessaria allo sviluppo capitalistico e rappresenta la causa delle crisi che si manifesta palesemente nel fenomeno della sovrapproduzione (e folle finanziarizzazione) che investe la società capitalistica. Ciò vuol dire che l’accumulazione capitalistica è un processo gravido di crisi, anche se questo non significa che il crollo del sistema capitalistico debba sopravvenire “automaticamente”.

Questa è una reale contraddizione che agisce come legge immanente nel processo di accumulazione capitalistico, e non dunque le problematiche “antagonistiche” tirate in ballo da Zizek.

Pertanto, quando la produzione sarà largamente dominata dalle macchine, quando cioè la forza-lavoro, quale lavoro vivo, sarà ridotta a una parte trascurabile del capitale complessivo impiegato nella produzione, significherà che il modo di produzione capitalistico si sta estinguendo oppure sopravvive marginalmente e tende a scomparire. Una strada, a guardar bene, che abbiamo già imboccata!

Nella formazione sociale che andrà sviluppandosi e si sostituirà al capitalismo, la forma-valore cesserà di esistere, poiché essa assumerà un contenuto diverso da quello che le è proprio nel modo di produzione capitalistico. Con ciò si dimostra, ancora una volta, come le categorie economiche siano l’espressione di rapporti sociali di produzione storicamente determinati, tanto è vero che laddove la forma-valore sopravvive, ciò accade perché i rapporti di produzione effettivi, reali, che ne giustificano l’esistenza sono ancora di tipo capitalistico. Ed è ciò che è successo precisamente nei paesi cosiddetti comunisti: non per l’incapacità e la cattiveria di una qualche burocrazia di partito in particolare, ma perché erano ancora assenti le condizioni storiche oggettive indispensabili per tale trasformazione.

(*) In termini strettamente scientifici: la massa del plusvalore prodotta da un capitale determinato è il risultato della moltiplicazione del saggio del plusvalore per il numero degli operai occupati a quel determinato saggio. Essa dipende dunque, per un determinato saggio del plusvalore, dal numero degli operai e, per un determinato numero di operai, dal saggio del plusvalore, e, quindi, in genere, dal rapporto composto fra la grandezza assoluta del capitale variabile ed il saggio del plusvalore.