domenica 19 novembre 2017
Mistero fitto
sabato 1 aprile 2023
Il tradimento
Si dice che Lenin abbia dichiarato che il modo migliore per distruggere il sistema capitalista sia di svalutare la moneta. Attraverso un processo continuo di inflazione i governi possono confiscare, con mano segreta e senza dare nell’occhio, una parte cospicua della ricchezza dei cittadini. Anzi, con questo sistema non solo confiscano, ma confiscano arbitrariamente ed il processo, mentre impoverisce molti, arricchisce alcuni. La vista di questo arbitrario movimento di ricchezze mina non solo la sicurezza ma anche la fiducia nell’equità dell’attuale distribuzione delle stesse. [...] Con il procedere dell’inflazione e con il fluttuare violento del valore reale della moneta da un mese all’altro, tutti i rapporti permanenti fra debitori e creditori, che costituiscono il fondamento sostanziale del capitalismo, ne sono a tal punto scompaginati da perdere quasi significato. Ed il processo di acquisizione della ricchezza degenera in un gioco d’azzardo.
Senza dubbio Lenin aveva ragione. Non esiste mezzo più sottile e sicuro per rovesciare le basi della società esistente che svalutare la moneta. Il processo impegna tutte le forze segrete dell’ordinamento economico sul fronte della distruzione e ciò in modo tale che neppure un individuo su un milione è in grado di farne la diagnosi (John Maynerd Keynes, Esortazioni e profezie (Inflazione, 1919), il Saggiatore, p.71).
Nel mentre dubito che Lenin abbia fatto una simile dichiarazione, ossia ponendo la contraddizione principale suscettibile di distruggere il sistema capitalista nell’ambito della sfera monetaria, non si può non prendere atto che Keynes a riguardo dell’inflazione descrive il fenomeno con lucida analisi.
Per quanto riguarda il resto, non c’è economista volgare, compreso Keynes, che non tratti l’economia politica in modo del tutto mistificatorio (*).
Si pensi solo alla categoria economica del cosiddetto “valore aggiunto”. Con esso s’intende: “la misura dell’incremento di valore che si verifica nell’ambito della produzione e distribuzione di beni e servizi finali grazie ai fattori produttivi adoperati a partire da beni e risorse primarie iniziali” (la definizione che si può leggere nella Treccani è sostanzialmente questa, e così nei manuali di economia politica in uso ovunque).
L’attenzione va posta sulla locuzione “fattori produttivi” (idem “input produttivi”). Dunque, il famigerato valore aggiunto sarebbe il frutto dell’azione combinata del capitale complessivo, vale a dire i mezzi di produzione e il lavoro umano. La base essenziale di tutto il grande inganno dell’economia politica volgare sta proprio in questa formulazione onnicomprensiva, che punta a nascondere la realtà dello sfruttamento della forza-lavoro produttiva.
Eppure basterebbe far caso, per smentire tale semplicistico assunto, che se entriamo in una fabbrica si presentano davanti ai nostri occhi una varietà di “fattori produttivi” (impianti fissi, macchinari, materie prime e ausiliarie), ma se non ci sono gli operai che mettono in opera tali fattori, essi non producono un solo atomo di nuovo valore, alias “valore aggiunto”, alias plusvalore.
Questo perché solo il lavoro umano può creare nuovo valore. Tutti gli altri cosiddetti fattori o input, in realtà nel processo produttivo non fanno che cedere passivamente e pro quota, cioè di volta in volta, il proprio valore originario alle merci prodotte.
Tutti gli economisti volgari, nessuno escluso, calcolano il saggio di quel valore aggiunto, ossia del plusvalore, in rapporto a tutto il capitale, cioè in rapporto a tutti i cosiddetti fattori produttivi. Questo approccio, che è un approccio anzitutto ideologico per mascherare la realtà dell’estorsione del plusvalore, porta a diversi equivoci (**).
Il plusvalore, o valore aggiunto, o surplus, per dirla con gli economisti volgari, è frutto di lavoro non pagato all’operaio di cui si appropria il capitalista. Calcolando il saggio del plusvalore in rapporto al capitale variabile (capitale speso in salari), tale saggio mostra in quale proporzione il nuovo valore creato dalla forza lavoro nel processo produttivo è distribuito tra l’operaio e il capitalista, ossia qual è la quantità di lavoro (e di valore) non pagato all’operaio di cui si appropria il capitalista. Per questa ragione, il saggio di plusvalore indica anche il grado di sfruttamento della forza lavoro da parte del capitalista.
Se invece, come pretendono i capitalisti e gli economisti volgari, il saggio di plusvalore viene identificato col saggio del profitto, esso viene calcolato in rapporto al capitale complessivo anticipato, e ciò porta a far credere che sia il “capitale” nel suo complesso la fonte della ricchezza prodotta e che il saggio di sfruttamento della forza lavoro sia notevolmente minore di quanto non sia in realtà.
In base a questa tesi scorretta, i padroni sbraitano che l’introduzione di impianti e macchinari automatici nel processo produttivo riduce progressivamente la funzione dell’operaio nella produzione, il che dimostrerebbe che il capitalismo moderno limita sempre più lo sfruttamento della forza lavoro.
Non è senza fondato motivo, dato il grado di sviluppo raggiunto dalla società e dai mezzi di produzione, chiedersi se non sia possibile pianificare la produzione e distribuire la ricchezza socialmente prodotta secondo criteri diversi dagli attuali. Dunque se non sia giunto il momento di farla finita con la pletora di sanguisughe e di parassiti che vampirizza l’società intera. È ovvio che questi non vogliano mollare bottino, potere e privilegi, è proprio ciò che consiste la lotta di classe.
Al momento questa lotta la stanno vincendo alla grande i padroni della società, e per un motivo già posto in evidenza da Marx: il proletariato ormai è portato a riconoscere, per educazione, tradizione, abitudine, come leggi naturali ovvie le esigenze del modo di produzione capitalistico. E questo avviene anche, se non soprattutto, in forza del fatto che le forze politiche che in passato ne difendevano bene o male gli interessi, dapprima sostenevano dei regimi che con il socialismo non avevano nulla a che fare, e poi, falliti quei regimi sedicenti socialisti, sono passate armi e bagagli dalla parte della borghesia.
(*) Si possono distinguere due grandi fasi storiche del percorso dell’economia politica borghese, di là degli indirizzi delle scuole che sono molteplici: la prima fase va dalla fine del 1600 al primo ventennio del 1800, chiamata economia classica; la seconda fase, successiva e che arriva fino ad oggi, chiamata economia volgare. Keynes fa parte del quinto periodo dell’economia volgare.
(**) Se pensiamo che l’economia politica volgare non sa formulare con precisione la differenza fra capitale costante e capitale variabile, ossia che non ha mai fatto un’analisi esauriente delle differenze nella composizione organica del capitale e ancor meno nella
formazione del saggio generale del profitto, che dunque non ha mai fatto distinzione fra plusvalore e profitto, allora non ci si deve meravigliare del fatto che, fatte selve le loro elucubrazioni e malversazioni in materia commerciale e finanziaria, gli economisti siano senza esclusione alcuna dei cialtroni di prima grandezza. Infatti, l’economista volgare in effetti non fa altro che esprimere in una lingua apparentemente più teorica e più generica le strane idee dei capitalisti, arrabattandosi per dimostrare la fondatezza di tali opinioni.
martedì 31 maggio 2022
Non hanno abbastanza schiavi a poco prezzo
Finalmente un po’ di buona economia politica! Non si trova forza-lavoro da sfruttare a salari di fame e contratti infami? La colpa è degli schiavi, non hanno abbastanza bisogno di lavorare a causa di qualche centinaio di euro di sussidio statale.
La competitività economica italiana non è mai stata in generale un portato dell’innovazione tecnica e tecnologica, ma si è basata principalmente sull’estrazione di plusvalore relativo e sulla svalutazione della moneta (quella del famigerato 1992 attorno al 20-25%). Rendere competitive le merci svalutando la propria moneta è un altro modo per svalutare i salari. Con l’euro, moneta tra le più stabili, la svalutazione ovviamente non è stata più possibile. Non rimaneva che sfruttare ancora di più la forza lavoro e agire per via legislativa per mantenere ancora più bassi i salari e precarie le condizioni di lavoro (schiavo, il voto non paga).
Questi obiettivi sono stati completamente raggiunti e anzi superati in modo positivo. I salari italiani sono tra i più bassi dell’occidente, sono proliferate le tipologie dei contratti e le tutele dei lavoratori sono diventate carta straccia. A tale riguardo ricordo le teorizzazioni dei portavoce padronali, vecchi e nuovi fascistoni, i quali sostenevano che i salariati nostrani dovevano trasferire una parte della loro “opulenza” agli schiavi cinesi, indiani, eccetera. La cosiddetta teoria dei vasi comunicanti della quale si fece corifeo Eugenio Scalfari.
Insomma, troppo comodo prendersela con il RdC per entità degli interventi. Se la miseria di quel sostegno fa concorrenza ai salari, è ovvio che questi sono troppo bassi e le condizioni di lavoro poco allettanti, e ciò nonostante i prezzi di merci e servizi non siano a buon mercato. Né abbiamo un salario minimo, tanto da dare un senso al tanto nebuloso “valore del lavoro” di cui ci si riempie la bocca. In Germania ovviamente c’è ed è aumentato del 25% (12 euro lordi l’ora), 3,6% in Spagna, e 7% nel Regno Unito, mentre in Francia vi sono proteste perché è fermo a 10,5 euro. In Italia si parla (si parla, si parla sempre) d’introdurre un salario minimo, se quando sarà, di circa metà della Germania.
Giovani italiani, se volete essere ben pagati, dovrete imparare il tedesco.
Il resto del post si può anche non leggere, tanto si tratta solo di numeri, e i numeri ... non contano.
giovedì 28 marzo 2024
Azionisti di tutti i paesi, rallegratevi!
I padroni del mondo traggono “valore aggiunto” come mai prima d’ora dalle braccia, dalle schiene, dal cervello e dalle anime dei loro dipendenti, che a volte muoiono anche sul lavoro, questi maldestri. E gli amministratori delegati trasmettono quanto più possibile questo valore aggiunto ai loro azionisti (*).
Un esempio: il gruppo Banca Ifis è un istituto bancario italiano attivo principalmente nei servizi di acquisizione/gestione di portafogli di crediti deteriorati. La banca è stata fondata nel 1983 da Sebastien Egon Fürstenberg, figlio di Clara Agnelli, un cognome che è una garanzia. Ebbene, per il 2023 la Banca prevede di distribuire 110 milioni di euro di dividendi, pari a 2,1 euro per azione in circolazione. Nei primi 9 mesi del 2023, la Banca aveva deliberato la distribuzione di un acconto sul dividendo 2023 pari a 63 milioni di euro. Argent de poche per le piccole spesucce.
Secondo il Global Dividend Index il valore complessivo delle distribuzioni ai soci ha raggiunto la cifra record di 1.660 miliardi di dollari nel 2023 (nel 2019 erano 1.395,2). Stiamo parlando di soli dividendi, senza che l’azionista, tra un pisolino e l’altro, muova un dito. L’86% delle società ha aumentato i propri dividendi. Le banche si sono accaparrate la metà di questi dividendi.
La Borsa italiana ha chiuso il 2023 con dividendi per oltre 18 miliardi. La borsa di Milano è piccola cosa in rapporto al resto. Il 40° report di Janus Henderson Global Dividend Index, del novembre scorso, annunciava: “Le prospettive per il quarto trimestre sono favorevole e potrebbero comportare dividendi record per l’Italia quest’anno”. Previsione confermata dal 41° report, quello di marzo 2024: “le distribuzioni sono balzate del 17,9% nell’anno per raggiungere l’importo record di 20,1 miliardi di dollari (18,5 miliardi di euro). Le banche italiane contribuiscono ai tre quarti della crescita” (p. 10).
La parte migliore (o peggiore, secondo i punti di vista) sono i riacquisti di azioni proprie da parte delle società. Normalmente, una società riceve denaro dai suoi azionisti. In tal caso accade esattamente il contrario. Uno degli obiettivi del riacquisto? L’aumento dei prezzi delle azioni: meno azioni circolano, più ciascuna di esse rende.
In breve, le nostre stupide giornate di lavoro, tutto inutile. Da dove viene gran parte del patrimonio dei milionari di tutto il mondo? Dal loro lavoro? Ingenui che siete. No: eredità. Gli azionisti di cui sopra sono anche, per la maggior parte, persone che ricevono eredità, che possiedono immobili. Ricevere dividendi, affitti e roba simile, non è lavoro. La chiamano meritocrazia.
Cari azionisti, quando i vostri soldi “funzionano”, secondo l’ipocrita espressione a cui siete tanto affezionati, non c’entrate niente con la produzione di quella ricchezza. Gli affitti esorbitanti che chiedi ai tuoi inquilini non sono un servizio che fornisci loro. I dividendi di cui ti vanti, sono anche il prodotto del rincaro del prezzo delle merci, dei servizi e delle bollette. C’è povertà a causa tua e della tua ricchezza. Anche voi siete parte dei veri nemici della società e della libertà. Togliervi di torno, come già diceva Brecht, è una faccenda che riguarda la bontà.
(*) Secondo gli adulatori del sistema, il valore aggiunto sarebbe ottenuto dall’impiego dell’intero capitale. Provassero senza l’impiego dei loro schiavi a far fruttare il loro capitale! C’è ovviamente un motivo ideologico al fondo nei loro deliri: calcolato sul capitale complessivo e non solo sulla parte variabile (quella pagata all’operaio), il saggio di sfruttamento viene diluito tra tutti i “fattori” fino a scomparire (una voce tra le altre). La cosa comporta poi altre stupefacenti stupidaggini teoriche. Di dove origina realmente il cosiddetto “valore aggiunto”, non gl’importa proprio nulla. Interessa intascarlo e metterlo nel circuito finanziario.
sabato 16 marzo 2013
La legge più importante
Per il dettaglio sulla caduta del saggio del profitto vedi anche questo post.
giovedì 18 luglio 2024
Due buone notizie
Finalmente posso dare una buona notizia, anzi due buone notizie. La prima: la ricchezza netta globale ha registrato una significativa ripresa nel 2023, crescendo del 4,3% dopo un anno difficile nel 2022. Secondo il Global Wealth Report 2024 di UBS, il numero di milionari globali, 73.000 persone super- ricche, i cosiddetti “individui con un patrimonio netto ultra elevato”, come li chiamano gli analisti del mercato finanziario, è destinato a continuare ad aumentare nei prossimi cinque anni.
Si prevede che il numero di adulti che possiedono 1 milione di dollari o più aumenterà in 52 delle 56 economie sviluppate e in via di sviluppo intervistate tra il 2023 e il 2028. I guadagni saranno guidati dalla potenza tecnologica di Taiwan, dove il numero di milionari è destinato ad aumentare del 47% grazie al boom dell’industria dei microchip e all’aumento dell’immigrazione di ricchi stranieri.
Questa crescita della ricchezza dei già ricchi vede la Turchia con un aumento del 43%, Kazakistan 37%, Indonesia 32% e Giappone 28%. I due Paesi in cui hanno sede il maggior numero di milionari, gli Stati Uniti (26.000) e la Cina continentale (8.300, uno ogni 170.000 abitanti), vedranno aumentare le loro cifre rispettivamente del 16% e dell’8%.
Il Regno Unito è attualmente il terzo paese al mondo per numero di milionari in dollari. Le 6 più grandi fortune della perfida Albione pesano tanto quanto i 13.000.000 più poveri dell’isola! In Francia entro il 2028 dovrebbero esserci un incremento del 15% dei milionari.
Da dove vengono tutti questi soldi? In parte grazie alle numerose agevolazioni fiscali di cui beneficiano, ma soprattutto dall’incremento del “valore aggiunto”, che altro non è che plusvalore estorto a chi lavora e distribuito ai possessori di prodotti finanziari di ogni tipo (*).
Questo per quanto riguarda i ricconi. E per quanto riguarda la ricchezza media? L’Italia non è messa benissimo, anzi nel 2023 retrocede di un posto nella classifica mondiale, portandosi al 24esimo con 220.216 dollari a cranio. Questo declassamento è il risultato della reticenza a dichiarare i propri redditi al fisco.
Si tratta della ricchezza media dei ricchi, non della ricchezza mediana, che riguarda tutti gli adulti, compresi i poveri cristi. Il confronto tra le due classifiche è significativo perché dà un’idea della ripartizione della ricchezza tra i cittadini: più il patrimonio mediano è vicino a quello medio, più la ricchezza è distribuita in modo equo; più i due valori sono distanti, più la ricchezza si concentra nelle mani di pochi. L’Italia qui è 13esima, con 113.754 dollari, seguita dagli Stati Uniti con un patrimonio mediano di 112.157 dollari.
Un’altra buona notizia: i Millennials e la Generazione X erediteranno 83.500 miliardi di dollari nei prossimi due decenni. Sì, lo so, tassare l’eredità è una cosa assolutamente orribile: perdi una persona cara (beh, non necessariamente) e per di più devi pagare l’imposta di successione (e donazione). In Italia la più bassa in Europa, con esenzioni per i titoli di Stato italiani e di altri Paesi UE, le polizze vita, le aziende, i rami di azienda o le quote di controllo in società di capitali (**).
Due buone notizie in un solo post.
(*) Il "valore aggiunto" non è esattamente la stessa cosa del plusvalore. I leccaculi calcolano il plusvalore (chiamandolo valore aggiunto) in rapporto all’intero capitale (dunque come se i profitti fossero prodotti da ogni componente del capitale), mentre in realtà il plusvalore è il prodotto del solo lavoro umano e dunque va calcolato in rapporto al capitale variabile (salari). Una differenza non da poco.
(**) L’imposta di successione è nata con il DPR 637/1972, che prevedeva per gli eredi diretti (coniuge e figli) l’aliquota massima al 27 per cento (da 200 a 400 milioni aliquota al 7%, fino a 800 il 10%, aliquota del 22% da 1,5 a 3 tre miliardi, oltre i 3mld il 27%), mentre per chi non era parente poteva arrivare al 33 per cento. Anche le franchigie erano piuttosto limitate.
Il taglio delle aliquote fu introdotto nel 2000 dal governo Amato, con il passaggio da una franchigia unica complessiva a franchigie per ciascun beneficiario (ognuna del valore di 350 milioni di lire) e, soprattutto, con un taglio drastico delle aliquote: si eliminò la progressività adottando un’aliquota unico, che variava tra il 4 e l’8 per cento a seconda del grado di parentela.
Nel 2001 il governo Berlusconi (quello dell’aeroporto) abolì completamente l’imposta, che fu poi ripristinata da Prodi ma secondo lo schema di Amato. Grandi statisti di sinistra.


