venerdì 20 febbraio 2026

Kaja Kallas è solo stupida o c’è dell’altro?

 

Kaja Kallas è cittadina dell’Estonia, un paese che ha meno abitanti di Milano. Dovrebbe essere una persona dotata di qualità non comuni per ricoprire un ruolo importante nella Commissione UE, ed invece è una analfabeta che, non si sa come, è riuscita a superare l’esame di terza media. Tra le sue perle, ha negato che Cina e Russia siano tra i vincitori della II guerra mondiale, quindi ha definito i cinesi “molto bravi nella tecnologia ma non altrettanto bravi nelle scienze sociali, mentre i russi sono bravissimi nelle scienze sociali ma pessimi nella tecnologia”.

Nonostante sia palesemente inadeguata al ruolo, continua a mantenere l’incarico di Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. E a dire e scrivere sciocchezze. Tramite il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), ha partorito un documento sulla base del quale vuole dettare le condizioni di pace alla Russia. È davvero incredibile quanto vi si legge, ma bisogna farlo per rendersi conto della stupidità di questa donna di 49 anni e di chi le dà retta.

La Russia dovrebbe ritirarsi non solo dall’Ucraina, ma anche da Bielorussia, Moldavia, Armenia e Georgia; rimuovere le armi nucleari dalla Bielorussia e, in generale, ridurre la propria forza militare allo stesso livello di quella ucraina. Risarcire l’Ucraina e tutti gli Stati membri e le aziende dell’UE per le perdite derivanti dalla guerra, compresi i danni ambientali, e consentire agli investigatori internazionali di “indagare” sui presunti crimini di guerra russi, anche sul proprio territorio. Inoltre, prevede una “riforma interna” in Russia con “libere elezioni sotto supervisione internazionale”. Per tutto questo, l’UE rivendica il suo presunto legittimo posto al tavolo dei negoziati.

C’è da chiedersi, ma Kaja Kallas è solo una marionetta e c’è dell’altro? Come sempre in questi casi l’obiettivo è diverso da quello dichiarato, e dietro la Kallas c’è chi l’esame di terza media l’ha superato a pieni voti. Va premesso che l’UE non ha mezzi per imporre qualcosa alla Russia e che le sue sanzioni stanno lentamente diventando inefficaci e causano più danni all’interno della UE che al suo avversario. Un esempio è il divieto di importare pellicce dalla Russia, incluso nel ventesimo pacchetto di sanzioni (!!), in un mercato che è già crollato negli ultimi dieci anni a causa della mancanza di domanda di pelli di animali morti.

Insomma, l’UE dopo quattro anni continua a comprare direttamente e indirettamente petrolio e altro dalla Russia, e per il resto la sua è solo propaganda. Dunque, la domanda rimane: qual è il senso di tutto questo, che cosa spera di ottenere l’UE rendendo pubbliche le cervellotiche richieste di una scema conclamata come Kaja Kallas? Non una pace di compromesso di alcun tipo, ma piuttosto il fallimento dei negoziati e la continuazione della guerra a tempo indeterminato, in stretta collaborazione con la cricca di Volodymyr Zelensky. Per i motivi che ho già spiegato.

giovedì 19 febbraio 2026

L’arte inappropriata

 

La lettura di questo post è sconsigliata a gente che va di fretta.


Questa mattina, mentre attraversavo la strada sulle strisce pedonali con la solita circospezione, un’auto a velocità sostenuta mi stava investendo. Chi guidava ha inchiodato all’ultimo momento e l’auto s’è arrestata a non più di un paio di metri da me. Ho gridato verso la donna alla guida: “Svegliati prima al mattino”. La persona che stava con me mi ha chiesto: “Sai chi è quella?”. Ho risposto: “Sicuramente una pazza in ritardo”. Di rimando: “Era la nostra vicina di casa”. E io: “Ma quanta bella gente abita intorno a noi!”.

Prima delle nove del mattino e poi dopo “las cinco de la tarde”, le strade diventano più pericolose del solito. Per il semplice motivo che al mattino aprono i manicomi e alla sera la gente s’affretta perché li chiudono e teme di rimanerne fuori.

Cosa nota solo ai miei biografi più intimi. All’età di cinque anni subii un incidente del quale, oltre alle cicatrici occultate dai capelli, potrei aver riportato dei postumi permanenti. Questo dettaglio non lo posso affermare con certezza, perché mi dicono che denotavo una personalità “artistica” anche prima dell’incidente, che però si è accentuata nel corso degli anni seguenti. Avevo una smodata (è un termine congruo) passione per il disegno e la pittura, tanto che combinai un grosso guaio quando degli imbianchini tinteggiavano un’abitazione contigua a quella dove abitavo.

Era di domenica, attraverso una delle finestre aperte, penetrai all’interno della casa. Trovai a disposizione del mio estro una serie di vasi, flaconi di colore e molti pennelli. Dio, che insperata e irresistibile occasione per mettere a frutto la mia arte in totale libertà di fantasia e colore. Dopo oltre un paio d’ore di sperimentazioni sempre più ardite, il risultato fu tale che Picasso sarebbe morto d’invidia. La mia opera stava per diventare immortale.

I proprietari della casa, il giorno dopo, espressero un giudizio critico molto severo sulla mia interpretazione dell’arte moderna. È un mistero perché noi artisti dell’avanguardia rimaniamo spesso incompresi molto a lungo. Una signora, che diceva di vantare delle pretese su di me, per almeno una settimana mi rinfacciò che ciò che avevo fatto in quella abitazione con colori e pennelli non era “appropriato”. Sull’inappropriatezza dell’arte, ma non solo di essa, ebbi modo di riflettere molto a lungo e fino ad oggi.

Per esempio, cosa faceva Degas, che era anche un vecchio e odioso antisemita, con le sue piccole ballerine una volta che le aveva ritratte? E che dire di Balthus, non vorremmo mica esporlo alle Scuderie del Quirinale? Conoscevamo già l’arte degenerata ed ecco il suo equivalente contemporaneo: “l’arte inappropriata”.

Non è forse ora di cancellare Paul Gauguin?, si chiedeva innocuamente il New York Times, in un articolo sulla mostra a lui dedicata alla National Gallery di Londra. In un libro sull’immaginario dell’artista, si legge: “Dalla fine degli anni ‘80, il sospetto aleggia su Gauguin. I ricercatori americani, collocando l’approccio del pittore nel quadro di una società innegabilmente imperialista e fallocratica, lo interpretano come uno sfruttamento della cultura e delle donne tahitiane e ne mettono in discussione la legittimità ...”.

Poi ci chiediamo perché alla Casa Bianca è ritornato il “coso” e i democratici americani vengono schiacciati come cow pats.

Certo, Paul Gauguin ebbe ripetuti rapporti sessuali con giovani ragazze dell’esotico luogo, sposandone due e generando dei figli (un nipote è ancora vivente). Senza dubbio l’artista approfittò della sua posizione di occidentale privilegiato. E allora, vogliamo riscrivere la storia dell’umanità con la nostra accresciuta, ma spesso ipocrita, sensibilità pubblica verso questioni di genere, razza e colonialismo?

Gauguin nacque a Parigi nel 1848 da genitori antibonapartisti. La nonna materna era la scrittrice radicale Flora Tristan, di origini peruviane, e nel 1849 la famiglia di Gauguin fuggì da Parigi per Lima a bordo della nave francese Albert, e suo padre morì di aneurisma cardiaco durante il viaggio (fu sepolto a Fuerte Bulnes, nello Stretto di Magellano). Paul trascorse i successivi sei anni in libertà con la famiglia allargata, un’”infanzia rousseauiana” sostenuta dalle comodità rese possibili dagli schiavi di proprietà del suo prozio. In seguito ricordò la sua infanzia in Perù in termini sognanti, quasi allucinatori.

Per tale motivo potremmo mai rimproverare a Gauguin di essere un estimatore della schiavitù?

Per circa un decennio, all’inizio della sua carriera, Gauguin lavorò come agente di cambio a Parigi. Sua moglie, Mette, di cui era contento, era una donna danese indipendente. Gauguin trascorreva il suo tempo libero dedicandosi all’arte, disegnando e imparando a dipingere e scolpire. Poteva permettersi di essere “ricco senza scrupoli, allegramente opulento”, come può capitare (non proprio) a chiunque.

Non certo a me, che non posso vantare come Gauguin di possedere 12 dipinti di Cézanne. L’arte era la sua amante, come vorrei fosse mia amica e avessi meno della metà del  talento di Paul. Poi venne il momento in cui si scagliò contro gli effetti debilitanti della vita domestica borghese. Ma come arrivò a tale sconfortevole decisione?

Il capitalismo e i suoi effetti, care bellezze metropolitane. Un crollo della borsa nel 1882 sconvolse tutto. Gauguin perse il lavoro e dovette, come dicono a Napoli, faticare per trovare un modo per mantenere la sua famiglia, che presto arrivò a contare cinque figli. Si trasferirono tutti in Danimarca, dove Paul vendeva qualcosa senza molta convinzione.

È in Danimarca che trovò la vita soffocante, non certo quella che aveva vissuto a Parigi. Come dargli torto quando per sei mesi è buio anche a mezzogiorno? Non poteva più permettersi il suo spensierato passatempo inframezzato da copule generatrici di pargoli. Capì che doveva andarsene. “Voglio solo dipingere”, scrisse a un amico. “Tutti mi odiano perché dipingo, ma è l’unica cosa che so fare”.

E così fiorì la leggenda di Paul Gauguin, l’artista determinato che lasciò la sua famiglia per cercare l’autenticità tra le rovine druidiche della Bretagna (con quel simpatico fuori di testa di Vincent) e, in seguito, a Hiva Oa, nelle isole tropicali della Polinesia francese.

Dopo la sua morte, l’amministratore incaricato di vendere il contenuto della casa di Gauguin non credeva che sarebbe stato possibile ripagare completamente i creditori: “Le passività supereranno di gran lunga le attività, poiché i pochi dipinti del defunto pittore, appartenente alla scuola decadente, hanno scarse prospettive di trovare acquirenti”.


Donato dal cielo

 

La vita non ha senso se non gliene dai uno. Per Umberto Eco, questo dev’essergli accaduto fin da piccolo. I nomi sono segni, puramente accidentali. Il contesto della loro formazione è andato perduto da tempo. Nessuno sa come avrebbe potuto altrimenti chiamarsi Eco; suo nonno era un trovatello. Lo chiamavano “Eco”, acronimo di ex caelis oblatus. Molto meno noto è che Eco fu anche, per poco, un insegnante di disegno. Ancora una volta il “segno”.

Il primo suo romanzo che ho letto è stato Il pendolo di Foucault (1988), che narrativamente è floscio; la tecnica di montaggio è troppo ovvia, vorrei dire puerile. Speravo in meglio ne Il cimitero di Praga (2010), ma Eco rivisita il tema de “Il pendolo”, la cospirazione non è più creata dall’interpretazione, ma dall’azione. Troppo scontato e banale il Simonini che, spaventato per ciò che lui stesso vuole fare, diventa l’autore de I protocolli dei Savi di Sion (testo smascherato nel 1921 come un plagio del Dialogo agli Inferi tra Machiavelli e Montesquieu di Joly, il quale a sua volta si era ispirato a un romanzo di Eugène Sue).

Il suo primo romanzo, che gli dette fama internazionale e che lessi più tardi, fu anche il suo migliore. Il nome della rosa (1980) si distingue dalle sue opere successive soprattutto per la sua trama fitta, il montaggio e la struttura materiale. Una narrazione storica è presentata all’interno di una cornice saggistica, ed entrambe le narrazioni sono tenute insieme da una terza, una trama criminale.

Il suo eroe è Guglielmo di Baskerville, un’allusione sia a Guglielmo di Ockham che a Sherlock Holmes. Al compagno di Guglielmo è dato il nome di Adson, da cui non è difficile discernere il collegamento con Watson. È la storia di omicidi in un monastero incentrata sul misterioso secondo volume della Poetica di Aristotele. Quindi l’incendio della biblioteca, preannunciato da un proclama che ricorda l’Apocalisse, la “deflorazione” del novizio benedettino (che nell’omonimo film è una delle scene più belle e delicate), gli eretici, la ristrettezza mentale dei monaci, in breve la storia in “giallo” di un monastero medievale condita con gli ingredienti caratteristici per dei lettori di bocca buona.

Quanto alla sua semiotica, confesso che circa mezzo secolo fa ci provai su un suo testo universitario, ma sicuramente per un mio limite ne abbandonai la lettura e ... il resto. Certo, con i chiari di luna di oggi, la figura di Eco si proietta come quella di un gigante.

mercoledì 18 febbraio 2026

A ovest del Reno e a est dell’Oder

 

Tutto ciò che riguarda i rapporti tra l’Europa occidentale e la Russia prende avvio dal presupposto che la Russia rappresenti oggi una minaccia ed entro pochi anni voglia attaccarci militarmente. Pertanto è necessario che l’Europa occidentale si riarmi come non mai dopo il 1945. Ciò sarebbe tanto più necessario in quanto Washington sta ricalibrando il proprio focus strategico e teme che le sue forze possano essere sovraccaricate nello scacchiere europeo.

Inoltre, è indispensabile che l’Europa occidentale (si tratta delle tre principali potenze, che tutti gli altri contano quanto l’Italia di Tajani) si doti in proprio di una deterrenza nucleare credibile, poiché gli Stati Uniti potrebbero non essere disposti ad assumersi la responsabilità di una deterrenza nucleare estesa.

Ma di quale Europa stiamo parlando? Uno spettro aleggia di nuovo sull’Europa, quello del militarismo tedesco, del predominio germanico. È appena stato pubblicato un articolo su Foreign Affairs, la principale rivista di politica estera statunitense, in cui Liana Fix avverte che la Germania è sul punto di diventare “Il prossimo egemone dell’Europa. I pericoli del potere tedesco”. Il quotidiano francese conservatore Le Figaro ha scritto: “Dovremmo preoccuparci del riarmo della Germania?”. La risposta è stata secca: “Oui”.

La Germania che sta emergendo è esattamente la stessa Germania di un tempo e che l’Europa ha ben conosciuto. Secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung di lunedì, la situazione sta cambiando a un “ritmo vertiginoso”. L’Handelsblatt è entusiasta del boom degli armamenti: nulla in Europa sta attualmente crescendo più velocemente dell’industria bellica tedesca.

Il cancelliere Merz è stato chiaro alla Conferenza di Monaco: la Russia deve essere “esaurita economicamente e militarmente”. Tale obiettivo sottintende che le principali potenze della UE vogliono mantenere la guerra in Ucraina fintanto che esse siano pronte ad affrontare direttamente la Russia, senza temere che questa possa esercitare, come oggi, la propria coercizione nucleare.

Infatti, Vladimir Putin ha annunciato nel settembre 2024 la dottrina per l’uso di armi nucleari, includendo il loro utilizzo in risposta a un attacco alla Russia o alla Bielorussia da parte di uno Stato non nucleare sostenuto da una potenza nucleare. In tale scenario, sia lo Stato che lancia l’attacco sia i suoi sostenitori potrebbero trovarsi ad affrontare una potenziale risposta nucleare russa (*).

Le armi nucleari svolgono un ruolo chiave nella strategia russa: sono simboli dello status di grande potenza, strumenti per scoraggiare attacchi su larga scala, strumenti per influenzare le dinamiche di escalation sia prima che durante un conflitto. In Ucraina, ad esempio, Mosca minaccia un’escalation nucleare per impedire che Kiev venga dotata di armi efficaci per un attacco in profondità sul territorio russo.

Se l’Europa desidera evitare un divario di deterrenza, deve garantire che la Russia non possa concludere che l’Europa sarebbe lasciata strategicamente esposta in una crisi, sia perché Washington è distratta, divisa, sovraccarica o non disposta ad agire, sia perché gli stessi Stati europei sono incapaci di agire.

Pertanto, dato per buono il presupposto iniziale della minaccia russa, una preparazione nucleare estesa oggi farebbe la differenza tra una deterrenza credibile e una insostenibile capitolazione. In altre parole: gli europei devono agire ora per prevenire un fallimento strategico in futuro.

Come si può notare da quanto precede, le principali potenze europee, Germania, Francia e Regno Unito, partono da un presupposto ideologico che non trova riscontro oggettivo con la realtà: la Russia, anche volesse, non ha punti di forza decisivi per minacciare seriamente l’Europa occidentale e tanto meno possiede la capacità bellica per attaccarci.

È vero che la Russia, per dottrina e nei fatti noti dell’Ucraina, sta esercitando una coercizione nucleare verso l’Europa occidentale, ma è altrettanto vero che la Nato con la sua minaccia si è spinta fino ai confini con la Russia, in Paesi russofobi come le repubbliche baltiche. La stessa Ucraina sarebbe ben presto diventata la punta di lancia della Nato se la Russia, dopo tanti vani avvertimenti, non fosse intervenuta militarmente.

Lo scopo, anzitutto della Germania, che programma le sue forze armate a diventare le più forti del continente, è sì quello di dotarsi di un apparato bellico all’altezza delle sfide geopolitiche del nuovo millennio, ma l’obiettivo più immediato sarà, come dichiarato apertis verbis da Merz, quello di sottomettere con ogni mezzo la Russia e ipso facto di disporre delle sue risorse, togliendo peraltro un alleato di peso alla Cina.

Nei rapporti con la Russia, che erano stati ottimi per lungo tempo, si è verificato un cambio radicale di strategia, dapprima imposto da Washington (vedi vicenda Nord Stream2), che ha sempre visto come fumo negli occhi la cooperazione tra la UE e la Russia, e ora è gestito direttamente da Berlino sulla base del mai dismesso anelito di conquistare il proprio spazio vitale.

Questi strateghi geopolitici si sono fatti l’idea che sia possibile, se necessario, condurre un prossimo conflitto tra potenze nucleari solo con l’impiego delle armi convenzionali, posto che la deterrenza nucleare riguarderebbe tutte le parti in causa, Europa compresa. Ma la deterrenza nucleare potrà funzionare ancora in un conflitto che prevede il totale e perpetuo annientamento dell’avversario?

(*) Questo cambiamento dottrinale è stato accompagnato da misure operative volte a rafforzare il messaggio strategico della Russia. Nel novembre 2024, Mosca ha lanciato per la prima volta un missile balistico a medio raggio, l’Oreshnik, contro l’Ucraina. Nel dicembre 2025, la Russia ha affermato di aver schierato missili Oreshnik in Bielorussia. Un secondo lancio è avvenuto nel gennaio 2026, con un missile che ha colpito Leopoli. Sebbene l’attacco iniziale abbia causato danni fisici limitati, l’impiego di un sistema a duplice uso con una gittata segnalata fino a 5.500 km è stato ampiamente interpretato come un segnale agli alleati occidentali dell’Ucraina.


martedì 17 febbraio 2026

Ragionare non è più di moda

 

Non mi riferisco solo alle comiche zuffe sul referendum qui da noi, ma a cose di ben più grave rilievo e alle quali quasi nessuno (qui in Italia) presta attenzione, almeno fino al giorno in cui la realtà (un’Europa in mimetica e ancor più tedesca, per esempio) non suonerà al campanello di casa nostra. E allora gli “esperti” a gettone spunteranno come funghi tossici, a spiegarci che ci vuole più geopolitica, e ciò vuol dire intensificare le tattiche di questa politica.

A Monaco, il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, ha deriso l’esercito russo, definendo la sua avanzata in Ucraina “appena più veloce di una lumaca da giardino”. Poi ha rincarato: “Questo cosiddetto orso russo non esiste”. Molto bene, possiamo stare tranquilli, l’era transatlantica è tutt'altro che finita, e che cosa questo significhi per il mondo è facile da intuire.

A dicembre, lo stesso Rutte aveva affermato: “Siamo il prossimo obiettivo della Russia”. Due generali con più stelle di un resort pugliese, l’ispettore generale delle forze armate tedesche e il capo di stato maggiore britannico, avevano appena detto che la Russia, malvagia come la conosciamo, sta preparando le sue forze armate a una possibile escalation del conflitto al suo confine occidentale. Questo è estremamente pericoloso, dicevano, e aumenta il rischio di guerra. Cosa fare? Riarmarsi, aumentare la prontezza militare e continuare a mandare truppe nell’Europa orientale, in Lituania, Lettonia, Estonia, proprio dove passa il confine occidentale della Russia.

E se fosse proprio questa la causa, l’invio di truppe e aerei ai confini con la Russia a provocare il consolidamento russo ai propri confini? Dicevo che ragionare è passato di moda, la propaganda prende tutto quello che può. Anche se si tratta solo dell’affermazione che l’oppositore russo Alexei Navalny sia stato assassinato con una secrezione di una rana velenosa sudamericana.

La cosa è curiosa: nessuno sa come i campioni di tessuto del suo corpo siano arrivati in Occidente. Nessuno può sapere se siano stati manipolati, ammesso che siano autentici. Le prove serie avrebbero un aspetto diverso. Ma non importa: la teoria della rana, lanciata giusto in tempo per la Conferenza sulla sicurezza di Monaco, contribuisce a legittimare la corsa agli armamenti. Come detto, a nessuno è permesso iniziare a usare il cervello.

lunedì 16 febbraio 2026

È mancato solo il Sieg Heil

 

Alla conferenza di Monaco, Ursula von der Leyen, non sapendo cosa dire di originale, s’è buttata sul comico, celebrando il “risveglio europeo”. Ha dichiarato che l’economia russa è “sostanzialmente indebolita”. Quella europea invece scoppia di salute. Attenzione alle schegge.

Il presidente francese Macron ha scoperto l’acqua calda, sostenendo la necessità di fare dell’Europa una “potenza geopolitica” (vaste programme) e ha promesso ulteriori colloqui sulla deterrenza nucleare. Già vedo i mangiarane condividere le chiavi della Force de frappe con i mangiacrauti.

Secondo Le Monde, la Germania ritiene che gli sforzi della Francia per aumentare la spesa per la difesa siano “insufficienti” e la invita a “fare risparmi”, in particolare nei programmi sociali. Testuale.

Il premier britannico, Keir Starmer, ha chiesto di prepararsi a “combattere” la Russia con qualsiasi mezzo. Forse non ha chiaro che la Russia con un solo ordigno nucleare può cancellare l’Inghilterra dal mappamondo. Starmer ha anche annunciato che il Regno Unito avrebbe schierato il suo gruppo d’attacco di portaerei nell’Atlantico settentrionale e nell’Artico e avrebbe rafforzato la cooperazione nucleare con la Francia.

I 27 Stati membri dell’UE hanno speso circa 320 miliardi di euro per la difesa lo scorso anno, rispetto ai 200 miliardi di euro prima del 2022. E in vista vi sono ulteriori aumenti: solo prima di Natale, il Bundestag ha approvato ordini per carri armati, aerei, navi e altri equipaggiamenti per un valore di oltre 70 miliardi di euro. Non sono pazzi, sono tedeschi.

Nel suo discorso di sabato a Monaco, il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha espresso soddisfazione per gli sforzi dei membri dell’UE e della NATO: “Vogliamo che l’Europa sia forte. Crediamo che l'Europa debba sopravvivere”. Grazie amico, queste sono parole che vengono dal cuore.

Ha aggiunto che “le migrazioni di massa” stanno “destabilizzando” i paesi occidentali, ha criticato il “culto del clima” e ha messo in guardia dalla “deindustrializzazione”. Guardasse in casa sua, che qualche problema ce l’hanno.

Per 500 anni, l’Occidente si è espanso fino al 1945, poi si è “ritirato”. La conseguenza: “I grandi imperi occidentali sono entrati in un declino fatale, accelerato da rivoluzioni comuniste senza Dio e rivolte anticoloniali che hanno trasformato il mondo e coperto ampie zone della mappa con la falce e il martello rossi”. Nel Main Kampf, fatta eccezione per il riferimento a Dio, Rubio deve aver letto qualcosa del genere.

Quindi: gli Stati Uniti non vogliono essere “amministratori educati e ordinati di un declino occidentale”. Pertanto, non vogliono nemmeno che “i nostri alleati siano deboli, perché questo ci renderebbe più deboli”. L’offerta di diventare partner minoritari di una superpotenza è stata accolta con una standing ovation a Monaco.

Sempre secondo Le Monde: “tre leader tedeschi – Boris Pistorius, Ministro della Difesa; Johann Wadephul, Ministro degli Esteri; e Markus Söder, Ministro-Presidente della Baviera – seduti in prima fila, hanno salutato con la standing ovation alzandosi. Il riflesso è stato lo stesso dietro di loro: la maggior parte del pubblico, composto da una quarantina di funzionari e rappresentanti eletti americani mescolati all’establishment diplomatico e della difesa europeo tradizionalmente atlantista, si è alzata in piedi”. È mancato solo il Sieg Heil, ma tempo al tempo.

Per doverosa informazione: il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha sostenuto il rafforzamento delle Nazioni Unite, della cooperazione e del multilateralismo. Con quanta sincerità non sappiamo, ma se non altro non s’è unito al coro plutocratico di tendenze autoritarie. Perché, nella distrazione generale, è di questo che si tratta.

Un po' di ottimismo

 

Se la razionalità contasse qualcosa, vista la crisi industriale “che spinge la cassa integrazione”, i bassi salari (bassi prima, adesso e lo saranno anche dopo), questo governo dovrebbe essere alle battute finali. Poi leggi: “Piazza Affari sempre più generosa, nel 2026 distribuirà dividendi per oltre 42 miliardi”. Beh, 700 euro a cranio, neonati compresi, è pur sempre un po’ d’ossigeno.

E invece si tratta della distribuzione di cedole agli azionisti delle principali società quotate in Borsa, come già nel 2025 per un importo lievemente inferiore. In testa le due banche monopoliste, Intesa e Unicredit, quindi le società del settore utility ed energia (leggi bollette). La Borsa di Milano supera quella di Madrid, che era stata regina nel 2025, ma anche quella di Parigi, e pure l’indice paneuropeo Stoxx 600.

Insomma, come direbbe una massaia parsimoniosa, uno dividend yield a 4,32%, contro quello medio europeo al 2,94. Ma attenzione, le cedole sono al massimo storico anche nel mondo: 2.300 miliardi. Una corsa sfrenata che prosegue ininterrotta da oltre un decennio, scrive il giornale dei padroni italiani, il quale precisa che “il 2025 è stato il quinto anno consecutivo da record per le distribuzioni e la striscia potrebbe proseguire anche nei prossimi dodici mesi, salvo sorprese”.

Ma a noi, che in questi giorni grassi di carnevale ci abbiamo i coriandoli anche tra le chiappe, che ce frega? Nemmeno la scoperta di un villaggio vichingo nel cratere Perepelkin, sul lato nascosto della Luna, ci distrarrebbe dal carnevale e dalla vacanza sulla neve. È vero, la settimana bianca costa sempre di più, dunque non ci resta che il week-end, e però sui monti non si trova una camera libera fino a dopo pasqua. E già si deve pensare al pontazzo tra fine aprile e il primo maggio, quindi prenotare per l’estate e altre frivolezze permesse dalla bella stagione.

C’è ancora molta gente soddisfatta del presente e che già pensa ai lucrosi dividendi del futuro. Il grande Gatsby è ancora nel menù, probabilmente un suo surrogato all’aceto balsamico. Nessun rimprovero, nessun ridicolo moralismo, ognuno di noi vive come vuole e come può, intrappolato nella rete che chiamiamo società. Nessuno è obbligato ad avere negli occhi le preoccupazioni del mondo. Tra un po’ saremo morti e sarà come se non fossimo mai passati di qua.

domenica 15 febbraio 2026

Lezioni di chimica

I Giochi olimpici invernali termineranno domenica prossima, e con essi anche la distribuzione gratuita di preservativi griffati. Neanche il tempo di tirare il fiato, e inizierà Saneremo. Quindi saremo nel pieno della querelle referendaria. Sempre se Trump nel frattempo o subito dopo non ci delizierà con qualche fuoco d’artificio. Insomma, come già succede a Gaza da qualche anno, non stiamo vivendo anni monotoni e di noia.

Navalny, strenuo oppositore di Putin e difensore dei valori democratici occidentali IGP, si dice sia stato messo a tacere usando l’epibatidina, un potente analgesico prodotto naturalmente da un batrace amazzonico. I russi son fatti così, sono esotici e hanno l’anello pirimidinico al naso. Noi della nazione italica, invece, abbiamo nel nostro acido desossiribonucleico “il rispetto per gli altri”, specie se sono negri di stampo etiope (Meloni, salutame a zio Rodolfo).

Che vi devo dire, il nostro è un mondo al contrario, dunque alla fine ha ragione quell’avanzo di caserma che si firma con una ics. Mi convinco sempre più che le scie chimiche siano una realtà che ci viene nascosta e che abbiano un ruolo importante nelle nostre vite. Sicuramente respiriamo qualcosa di tossico, altrimenti non si spiegano certi comportamenti, per esempio quello della mia parrucchiera quando apre un dibattito con Alexa.

Le scie chimiche furono scoperte già nel 1749 da uno pneumologo australiano. Tuttavia, poterono essere utilizzate su larga scala solo dopo l’invenzione dei fratelli Wright (solo due, dei cinque fratelli). Le scie contengono il 3% di alluminio, il 7% di mercurio, il 19% di formaggio Bastardo del Grappa, il 2% di bario, il 4% di adrenocromo, il 6% di etilene di bromuro e fosfato di magnesio e il 59% di fumo di Londra.

I negazionisti delle scie chimiche sostengono che in realtà sono innocue scie di condensazione. Tuttavia, ciò è impossibile perché il latte condensato è più pesante dell’aria e pioverebbe immediatamente. La Fondazione Bill & Melinda Gates investe ogni anno diversi miliardi di dollari nella ricerca di un vaccino contro le scie chimiche.

Secondo il prof. Zichichi, recentemente asceso al cielo, esiste un’alta probabilità che la cosiddetta Stella di Betlemme, che guidò i Magi dall’Oriente fino al neonato Gesù, fosse una scia chimica.

Una teoria del complotto confutata da anni sostiene che le scie chimiche non esistano affatto. Sarebbero un’invenzione dell’industria delle piramidi di orgonite per vendere la loro spazzatura a prezzi elevati agli idioti.

sabato 14 febbraio 2026

La Conferenza di Monaco

Già il nome, Conferenza di Monaco, non è di buon auspicio. E se vi fosse ancora qualche dubbio sulle buone intenzioni germaniche, esso si è dissolto ieri. Il presidente della conferenza, Wolfgang Ischinger, ha chiesto al cancelliere tedesco Friedrich Merz il perché gli “europei” non avessero parlato direttamente con Mosca. Merz ha risposto che la Russia doveva prima essere “esaurita economicamente e militarmente”. Goebbles sarebbe orgoglioso sulla scelta accurata dei sinonimi.

Nel suo discorso sulla politica estera e di sicurezza tedesca, Merz rifletteva sulla sua idea basata su un approccio che prevede tre fronti contro le grandi potenze USA, Russia e Cina, con la Russia, come detto, da sconfiggere anche militarmente. I media hanno immediatamente definito quello di Merz un discorso programmatico. C’è più di un Trump col cerino acceso all’interno della polveriera, ma sembra che di ciò non vi sia quasi nessuno a preoccuparsene.

Merz ha iniziato il suo discorso con la favola propagandistica di un mondo idilliaco prima della guerra russa in Ucraina nel 2022 e della seconda presidenza di Donald Trump, che non ha menzionato per nome. Come è tipico di questa narrazione, non ha menzionato nessuna delle guerre istigate dall’Occidente dalla fine dell’Unione Sovietica nel 1991.

Negli ultimi decenni, la politica estera tedesca ha “spesso avvertito, preteso e rimproverato”, ma non si è preoccupata a sufficienza “della frequente mancanza di mezzi per porre rimedio alla situazione” di un mondo in crescente interconnessione ma che si stava allontanando dalla regolamentazione giuridica e dalla pacificazione delle relazioni tra gli Stati. Con quali Merz “mezzi” vuole far fronte a ciò è facile intuire.

Ha spiegato cosa ciò significhi in quattro punti, definiti il Programma di Libertà: al di sopra di tutto, e in primo luogo, la forza militare. Il Cancelliere ha ribadito di voler fare della Bundeswehr “l’esercito convenzionale più forte d’Europa il più rapidamente possibile”. Inoltre, intende ridurre la dipendenza da materie prime e tecnologie e rafforzare i servizi segreti.

Secondo: rafforzamento dell’UE sotto la guida tedesca. All’interno della NATO, dovrebbe essere creato un “pilastro forte e autosufficiente dell’alleanza”. Ha inoltre annunciato di aver avviato “colloqui riservati sulla deterrenza nucleare europea” con il presidente francese Emmanuel Macron. Il suo governo, ha sottolineato, era consapevole degli “obblighi legali” della Germania su questo tema.

Terzo: “Vogliamo stabilire un nuovo partenariato transatlantico”, basato sulla rinnovata forza dell’UE, sottolineando: “Non crediamo nei dazi e nel protezionismo, ma nel libero scambio”. Applausi. Respinge la guerra culturale (??) del movimento MAGA e propone che entrambe le sponde dell’Atlantico debbano convenire che “Insieme siamo più forti”. Questa linea di condotta deve essere “concreta”, non “esoterica”. Che a Washington e dintorni si punti invece a un rafforzamento economico interno e a tener distinte Russia e Cina sembra non interessare Merz.

Merz si è rivolto al Primo Ministro danese Mette Frederiksen, presente, e ha affermato che la nuova forza dell’UE era già stata evidente nella questione della Groenlandia. In ogni caso, l’UE deve superare la sua eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti. Su questo punto si potrebbe essere d’accordo, salvo la pretesa della Germania di essere la guida europea come grande potenza militare convenzionale e in prospettiva anche nucleare. Esperienze del genere si sono già fatte nel recente passato e non sono finite bene per l’Europa e il mondo, tanto più che alla base del progetto germanico è posta la conquista economica e militare dello “spazio vitale” verso Est.

Come quarto punto del suo programma, Merz ha menzionato la creazione di una “forte rete di partnership globali”, anche senza un completo allineamento di valori e interessi. Merz ha specificamente nominato Canada e Giappone, Turchia, India e Brasile, nonché Sudafrica e Stati del Golfo. L’esclusione di Russia e Cina equivale, quindi, a una divisione dei paesi BRICS e del Sud del mondo nel suo complesso. Naturalmente, secondo Merz, Washington starebbe sa guardare, così come Pechino per altro.

Un piano, quello del Cancelliere, che ha come pilastro il riarmo e il primato militare tedesco, riscrive in tedesco il rapporto Draghi (ma esclude il debito comune di Macron), e sogna un nuovo Reich euroasiatico esteso dalla Groenlandia alla Siberia e con capitale Berlino.

P.S.: Il nuovo presidente francese, che sarà eletto il prossimo anno, non sappiamo quanto sarà disposto a interpretare il ruolo di Pétain. Per quello di Ciano, Meloni ha già dato disposizioni per un nuovo guardaroba.

venerdì 13 febbraio 2026

Medaglie d'oro

 

Nelle settimane scorse c’è stato un po’ di freddo anche qui da noi, nel Sud Europa. Niente di che preoccuparsi, a parte qualche titolo di giornale. Nel Nord Europa, invece, è andata peggio: neve alta fino agli stivali, settimane sotto zero. Non molti decenni or sono, questo clima si chiamava inverno, mentre oggi è “stato di emergenza”. Quest’anno gli impianti di riscaldamento si sono rotti, le scuole hanno chiuso per il freddo, i treni pendolari hanno viaggiato in modo irregolare e i tram sono stati fermati completamente.

Le cose non sono andate meglio nel Sud Italia, con mareggiate e solite frane. Un tempo si chiamava “pioggia e vento” (ricordo una descrizione del clima invernale a Lipari fatta da Riccardo Gualino al confino sull’isola nel 1931), ora è “stato di calamità naturale” con relativi miliardi di euro di provvidenze.

Con un decreto presidenziale emesso ieri, Donald Trump ha dichiarato invalida la constatazione scientifica secondo cui i gas serra rappresentano un grave problema ecologico e sanitario (*). Sia chiaro, i gas serra non sono gli unici responsabili del cambiamento climatico, ma sicuramente danno una mano (quanto forte non lo so). L’anima defunta di Zichichi sosteneva che causa principale del cambiamento era il Sole; chi scrive questo blog, aggiunge che una mano la sta dando anche la riduzione del campo magnetico terrestre, e dunque chi più ne ha, più ne metta.

È la fine di un’epoca, non solo climatica. A Cortina hanno provveduto alla neve con il cosiddetto cloud seeding (ioduro d’argento). Diranno che non è vero, ma nelle bugie sono tutti medaglie d’oro. Personalmente non rincorro le scie chimiche, ma di chimica ne capisco un cicinin.

Un’altra cosa che cambia di nome, ma che è sempre la stessa robaccia, riguarda il peculato. Pubblici dipendenti che rubano. Ora tutto ciò viene rubricato alla voce “spese pazze”. Come fosse un gioco di società. Ma anche a latitudini maggiori delle nostre amano scherzare, per esempio sul fronte corruzione. La polizia belga ha perquisito gli uffici della Commissione europea a Bruxelles nell’ambito di un’indagine su un accordo immobiliare con lo Stato belga. Un portavoce della Commissione ha dichiarato giovedì che loro erano a conoscenza di un’indagine in corso sulla vendita di 23 edifici della Commissione. Naturalmente la Commissione si è detta fiduciosa che le perquisizioni si siano svolte correttamente.

(*) In pratica ha fatto carta straccia della Valutazione dei Rischi Ambientali (Environmental Hazard Assessment) dell’Agenzia per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti (EPA) del 2009, base giuridica per la riduzione delle emissioni nazionali di anidride carbonica. Bisogna dare stimolo economico e prepararsi alla guerra, dunque largo a tutte le fonti energetiche.

giovedì 12 febbraio 2026

Trucchi di sopravvivenza


Ciò che il Financial Times ha riportato martedì è sembrato a prima vista sensazionale, ma solo a chi non legge questo blog: Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky intenderebbe annunciare nuove elezioni presidenziali e un referendum contemporaneamente il 24 febbraio, anniversario dell’inizio della guerra. Questo referendum è richiesto dalla costituzione ucraina in caso di modifica del territorio del Paese, come nel caso in cui il Donbass venisse ceduto alla Russia.

Questi sono i desideri di Washington, ma non quelli della cricca al potere a Kiev. La legge attuale impedisce elezioni se il paese è in stato di guerra. Bella blindatura che si sono data. Solo il Parlamento ucraino, controllato dal partito Sluha Narodu di Zelensky (254 seggi su 450), può rimuovere questo ostacolo. Pertanto, l’annuncio di Zelensky sarebbe soggetto a una condizione restrittiva fin dall’inizio: o si cambia la legge o deve prima essere concordato un cessate il fuoco lungo l’attuale linea del fronte, e questo cessate il fuoco deve durare per l’intera durata della presunta campagna elettorale, altrimenti le elezioni non potrebbero essere “condotte in sicurezza”.

Gli ostacoli e gli impedimenti non finiscono qui: chi trasporterà le urne in prima linea? Dove voteranno gli ucraini fuggiti dalle immediate zone di guerra, e quelli all’estero? Soprattutto, la Russia ha ripetutamente segnalato il suo disaccordo con lo scenario delineato da Zelensky. È esattamente questo che il presidente ucraino sembra sperare: scaricare la responsabilità sulla Russia e guadagnare tempo.

Inoltre, le elezioni difficilmente potrebbero essere eque nello scenario delineato da Zelensky. I tempi di preparazione estremamente brevi favorirebbero il partito al governo con le sue “risorse amministrative” e il controllo dei media; un ipotetico “partito di pace” dovrebbe prima essere ricostruito dopo che tutte le sue fondamenta sono state distrutte a seguito dello scoppio della guerra (*). E soprattutto è ancora vigente la legge marziale che espone al sospetto di tradimento qualsiasi richiesta di concessioni alla Russia.

Oltre a tutto ciò, Zelensky avrebbe l’opportunità di trasformare di fatto le elezioni presidenziali in un secondo referendum: non su un piano di pace, ma sulla sua stessa storia di aspirante Churchill. Punta sull’unità sotto la bandiera che maschererebbe qualsiasi onesto resoconto di fallimenti militari, errori di calcolo e accuse di corruzione. Nessuno che conosca l’Ucraina crede all’affermazione del presidente ucraino secondo cui non era a conoscenza delle attività corruttive della sua cerchia ristretta e non ne ha tratto profitto.

L’ostacolo alla pace, non da ora, è il regime di Kiev; non la Russia, la quale persegue i suoi interessi. Zelensky e la cricca che lo sostiene sanno benissimo che la fine del conflitto segnerebbe anche la fine del regime. Devono tirare avanti altri tre anni, sperando che arrivi alla Casa Bianca un democratico, o che succeda prima qualcosa a Trump. Oppure, poiché nulla è ormai più da escludere, un blocco dell’accesso terrestre a Kaliningrad da parte degli Stati baltici, che provocherebbe una risposta militare da parte della Russia.

(*) Il 20 marzo 2022, undici partiti, fra cui il principale partito di opposizione (Piattaforma di opposizione - Per la Vita) sono stati dichiarati illegali. La legge 5670-d del 15 maggio 2019, ha tolto lo status di lingue regionali alle lingue minoritarie (incluso il Russo). Attualmente, secondo la Costituzione dell’Ucraina, la lingua ucraina è la sola lingua ufficiale dello Stato. La Costituzione impone i processi con giuria; questa pratica non è stata però mai utilizzata. 

mercoledì 11 febbraio 2026

Sade a New York

 

La tua sessualità è normale (nel senso che non sei né uno stupratore seriale, né occasionale)? Il tuo stile di vita è ordinario? Vuol dire che sei una creatura normale, che la tua vita è normale, e che per questo motivo il tuo nome non compare nei milioni di documenti del caso Epstein. Insomma, non fai parte del mondo di Jeffrey Epstein, costruito attorno a una premessa presente in tutte le società umane: ci sono le masse e c’è l’élite. Metti una dozzina di persone in una stanza e, nel giro di un’ora, tre o quattro di loro avranno già inventato una buona ragione per considerarsi separate ed evitare di mescolarsi con gli altri.

L’umanità è virale; così come l’assenza di umanità. Definire l’una o l’altra, l’una in relazione all’altra, non è semplice quando si mescolano, e lo fanno. CEO di multinazionali, imprenditori, politici, intellettuali, principi e principesse, opportunisti vari. Che gruppo eterogeneo di persone ... Nel piccolo mondo di Epstein si trovano persone di notevole talento, ma anche impostori, il più importante dei quali era proprio Jeffrey Epstein.

Al centro di questa miscela ci sono virus efficaci (i virus prosperano nel calore di estuari e paludi). Epstein, famigerato mezzano del jet-set, è stato trovato morto nella sua cella come uno spacciatore che sapeva troppo. Potremmo chiamarlo Brian, come il manager dei Beatles, morto nel 1967 all’età di 32 anni per overdose di barbiturici. I Beatles erano in India, con un guru, quando accadde. Il loro vero guru era scomparso.

Non si sa fino a che punto l’altro Epstein, il pappone la cui corrispondenza l’amministrazione americana sta attualmente rendendo pubblica senza aver condotto alcuna vera indagine o (apparentemente) alcun controllo, fosse un guru per alcuni dei “grandi uomini” a cui si associava e ricattava. I file su cui fantastica l’intera sinistra mondiale mi ricordano un comunicato stampa degli Archivi Nazionali degli Stati Uniti che annunciava che “tutti i documenti non divulgati per motivi di classificazione relativi all’assassinio del presidente Kennedy vengono resi pubblici”.

C’è tanta gente entusiasta della declassificazione dei documenti relativi a questo o quel caso. Che non sa che i veri segreti non viaggiano per mail, ma in cifra e su linee dedicate e canali protetti. Un mucchio di sciocchezze quelle sul caso Kennedy che vanno di pari passo con quelle di suo nipote, Robert Francis Kennedy, ora Segretario della Salute degli Stati Uniti. L’assassinio di JFK ha generato, per oltre sessant’anni, la sua dose di teorie e altre fantasie stravaganti. Ettolitri d’inchiostro, infiniti brainstorming e ogni sorta di ipotesi verosimile e inverosimile, ma alla fine cosa è stato scoperto nei circa 30.000 documenti resi pubblici?

Il contesto sociale è tutto

 

Come siamo arrivati ai ciclofattorini, i cosiddetti reider, ossia persone che per pochi spiccioli, in bicicletta e con un enorme zaino sulle spalle, con ogni clima, di giorno e di notte, con orari sempre più lunghi, consegnano a casa dei clienti del cibo? Prima di chiederci chi sono questi fattorini è necessario chiedersi chi sono i clienti. Forse anche tu che stai leggendo queste righe utilizzi regolarmente e trai vantaggio dai servizi di consegna a domicilio in bicicletta. Mi chiedo: che razza di gente siete, come vivete, di quali schifezze vi nutrite, ma soprattutto non vi vergognate?

Quanto ai ciclofattorini, persone che evidentemente non hanno altra scelta per tirare a campare, leggo che “rappresentano un pilastro della gig-economy, svolgendo un lavoro faticoso, spesso all’aperto e gestito tramite app”, controllati in ogni momento con dispositivi da remoto. Come hanno fatto le persone ad accettare di essere assunte da entità sconosciute? Come è diventata la norma? Il bisogno, certo.

Ricordo di aver visto un film che ha avuto un notevole successo di pubblico: Come un gatto in tangenziale. La trama la si conosce, perciò vado alle conclusioni. Ebbene l’inclusione, la promozione sociale e altro, grazie alla UE e ai suoi contributi, sarebbe ottenuta proprio producendo e consegnando cibo spazzatura a domicilio?

Che repubblica fondata sul lavoro è questa? Ma di quale lavoro parliamo, questa non è la solita coercizione, ma è schiavitù vera e propria. Non schiavitù moderna, come leggo da qualche parte, ma il volto di una schiavitù allo stato più primitivo. Di quale civiltà europea, di società liberale e democratica parlano i soliti deficienti che traggono vantaggio dalle “sfortune” degli altri? La loro voglia di profitto sfruttando dei poveracci è ideologia antica.

Che cos’è il lavoro e il cosiddetto mercato del lavoro, questo è il punto. Ampie zone di enorme sfruttamento, sofferenza, emarginazione e rassegnazione. Dunque e parlando in generale: c’è da stupirsi che abbiamo alti tassi di criminalità urbana, malattie, una forte polarizzazione e un generale senso di infelicità e stress?

Correva l'anno

 

È abbastanza indiscusso che l’anno 1956 possa essere considerato un anno epocale, anche se le giustificazioni per questa classificazione variano considerevolmente. Fu un anno di crisi per il movimento comunista mondiale, segnato dal “discorso segreto” (che tanto segreto non fu) di Krusciov al XX Congresso del PCUS a febbraio e poi dagli eventi di Ungheria nell’autunno successivo.

Proprio per via dei fatti di Ungheria, il 1956 vide l’inizio di un ampio movimento di disimpegno tra quella classe intellettuale che aveva stretto legami con i partiti comunisti nell’Europa occidentale durante gli anni Trenta e Quaranta. In quell’anno vi fu anche la messa al bando del KPD (Partito Comunista di Germania), che porterà nel 1972 al Radikalenerlass, ossia all’interdizione dai pubblici uffici per gli aderenti al partito comunista. L’applicazione del decreto produsse ciò che è stato chiamato Berufsverbot (divieto di lavoro) per migliaia di persone.

Senza dimenticare che il 1956 fu l’anno dell’esplosione aperta della crisi finale del vecchio sistema coloniale imperialista, con l’occupazione militare del canale di Suez da parte di Francia, Regno Unito e Israele, in risposta alla nazionalizzazione del canale attuata dall’Egitto. Fatto singolare e per motivi tra loro diversi Stati Uniti e Unione Sovietica si accordarono contro l’occupazione anglo-francese-sionista del canale.

Molti avvenimenti e cambiamenti ebbero origine da quel fatidico 1956, come del resto nel 1914 e nel 1939, ma senza dubbio il 1945 ha posto fine ad un’epoca e ne ha aperta un’altra. Più di recente, il 1989 ha marcato la svolta verso un nuovo ordine mondiale. Tuttavia, le date citate, pur trattandosi di anni che possono essere considerati cruciali o particolarmente significativi per gli sviluppi a lungo termine, lo sconvolgimento in atto negli ultimi decenni è addirittura antropologico nell’accezione più ampia del termine.

È però difficile stabilire quale sia stato nel periodo recente l’anno che ha marcato di più e significativamente questa nostra svolta epocale. Lo stabiliranno gli storici del futuro, ma personalmente propendo per il 1993, quando il CERN di Ginevra decise di mettere il WWW a disposizione di tutti rilasciandone il codice sorgente in pubblico dominio. Senza di ciò non scriverei questo post perché voi possiate leggerlo. E anche qualcos’altro.

martedì 10 febbraio 2026

Pro memoria

 

Morti italiani nella seconda guerra mondiale: 200.000 soldati, 80.000 civili, tra i 35-50.000 partigiani. E i fascisti ci rompono ogni anno strumentalizzando le foibe.


Non solo cover

Mi hanno regalato un telefono cellulare nuovo di fabbrica. Di solito ne riciclavo uno dismesso dai miei famigliari. Del resto uso il cellulare pochissimo e solo per chiamare, dunque raramente. I miei figlioli, per essere sicuri che risponda loro, mi telefonano sul “fisso”. Potrei ignorare un messaggio su WhatsApp per giorni. Niente, sono l’ultima persona che dovrebbe parlare di tecnologia, e un po’ mi sento a disagio ad ammetterlo, ma non ho molta dimestichezza né con quell’aggeggio, che ormai è indispensabile, né con altri dispositivi.

I miei figlioli mi hanno detto: ora devi solo comprare una nuova cover e uno schermo protettivo in vetro temperato. E dove acquisto ‘sta roba? Guardandomi con la compassione con cui si guarda una persona anziana rimbambita: “dai cinesi”. Insomma in quei bazar dove si vendono varietà incredibili di cianfrusaglie, non di rado di scarsa qualità ma a prezzi convenienti. Ma i “cinesi” non vendono solo cover e simili, producono in Cina ed esportano nel mondo anche automobili e alta tecnologia. Vedo di approfondire un po’.

Nel 2023, oltre 1,6 milioni di domande di brevetti sono state depositate presso i più importanti uffici brevetti del mondo dalla Cina (gli Stati Uniti erano al secondo posto con circa 518.000). Nello stesso anno sono stati concessi circa 889.000 brevetti cinesi (rispetto ai circa 295.000 brevetti statunitensi).

Tali cifre rivelano poco sulla qualità e lo scopo dei brevetti, ed è “naturale” che il secondo paese più popoloso del mondo dopo l’India occupi il primo posto in tali statistiche. Ma c’è dell’altro: nella più importante delle classifiche basate sulle citazioni, il Nature Index pubblicato dall’omonima rivista, la Cina nel 2024 ha raggiunto il primo posto sulla frequenza con cui gli scienziati di una nazione vengono menzionati e citati come fonti in riviste scientifiche riconosciute.

Lo studio China’s Rise to Global Scientific Power: A Path of International Cooperation and Specialization in High-Impact Research, pubblicato l’ottobre scorso sulla rivista Research Policy, ha confermato questa tendenza, in particolare per la ricerca d’avanguardia. La quota della Cina nell’1% delle pubblicazioni più citate a livello mondiale è aumentata dal 10% nel periodo 2008-2010 al 31% nel periodo 2018-2020. Al contrario, la quota degli Stati Uniti è scesa dal 49 al 37%.

Ma anche concentrarsi sulle citazioni può essere fuorviante riguardo la qualità della ricerca, anche se il problema è meno pronunciato in classifiche consolidate come il Nature Index, a fronte dell’aumento dei media semi-scientifici e pseudoscientifici o dei cartelli di citazioni tra gli scienziati. Questione questa molto dibattuta.

Tuttavia, un altro dato rivelatore lo si ricava dallo studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences a fine ottobre. Nell’articolo Changing Power Dynamics inScientific Teams Reveal China’s Emerging Leadership in Global Science, si legge che è stato rilevato, analizzando i dati di quasi sei milioni di pubblicazioni scientifiche in tutto il mondo, non chi veniva citato con più frequenza, ma piuttosto chi guidava i team scientifici. C’è un netto passaggio dai gruppi guidati dall’Occidente a quelli guidati dalla Cina.

Nell’abstract si legge: «la percentuale di team leader coinvolti in collaborazioni scientifiche tra Stati Uniti e Cina e affiliati a istituzioni cinesi è aumentata dal 30% nel 2010 al 45% nel 2023». Entro i prossimi due anni, la Cina sarà alla pari con gli Stati Uniti, e forse li supererà.

Lo studio conclude che la Cina non è solo uno dei “principali produttori mondiali di scienza di alta qualità”, ma i suoi ricercatori stanno anche organizzando e guidando sempre più collaborazioni internazionali. Questa tendenza confuta quindi lo stereotipo secondo cui i cinesi possono solo “copiare” i risultati scientifici dall’Occidente.

Entro pochissimi anni, la Cina assumerà una posizione di leadership a livello mondiale in numerosi campi come l’intelligenza artificiale, la tecnologia energetica e la scienza dei materiali. Ciò è dovuto all’approccio strategico adottato dal governo cinese da alcuni lustri. E ci dice anche come l’interconnessione pubblico privato sia vincente.

Un aspetto chiave della politica scientifica cinese è il Programma Mille Talenti, lanciato da Pechino nel 2008 (gli USA ovvamente non ne sono contenti). Questo programma mira a reclutare esperti internazionali e finora è riuscito ad attrarre diverse migliaia di scienziati. Inoltre, c’è un numero crescente di ricercatori di ritorno: scienziati cinesi che hanno ricoperto cariche di professore all’estero ma che ora stanno tornando in patria. Sono attratti da ingenti pagamenti una tantum, stipendi elevati, bonus e ottime condizioni di ricerca.

Insomma, i cinesi hanno “copiato” la stessa strategia europea e in particolare quella italiana. Ridete piano, per carità.

lunedì 9 febbraio 2026

Promuovere la pace mentre si prepara la guerra


La cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali è stata venerdì un grandioso spettacolo. La sola sfilata delle nazioni è durata un’ora e mezza, suddivisa in quattro sedi: la sede vera e propria della cerimonia di apertura, lo stadio di calcio di San Siro, e le sedi satellite di Cortina (sci alpino femminile – Bormio quello maschile –, bob e slittino, curling), Predazzo (salto con gli sci, combinata nordica) e Livigno (snowboard, freestyle).

Le modelle vestite in modo futuristico che portavano i blocchi di ghiaccio (?) con i nomi delle nazioni a San Siro hanno sicuramente attirato l’attenzione, eccetera. I fischi si sono fatti sentire quando il vicepresidente statunitense J.D. Vance è apparso sullo schermo dello stadio. Ciò che era ovvio per i telespettatori di tutto il mondo è passato inosservato negli Stati Uniti, laddove NBC ha fatto in modo che non venissero uditi. I regimi autoritari fanno di tutto per non farsi notare.

I discorsi pronunciati alla cerimonia di apertura sono stati insipidi come sempre, e il messaggio di pace pronunciato dall’attrice sudafricana-americana Charlize Theron è stato semplicemente imbarazzante. Per il resto, balli, musica e due leggende dello sci italiano, Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno acceso la fiamma olimpica.

Nuova disciplina olimpica: la falange azzurra in azione.

Sabato c’è stato un certo movimento per le strade di Milano, un’ampia rappresentanza di coloro che non gradiscono i Giochi. Alcuni chiedevano la promozione degli sport di base invece dei milioni spesi per le Olimpiadi, mentre altri lamentavano il conseguente danno ambientale (vedi esempio Cortina). Personalmente avrei protestato anche per la rottura di palle dovuta ai blocchi sulla statale Alemagna per via dei lavori, tuttavia la deviazione per Auronzo e Misurina ha il vantaggio di offrire paesaggi estivi e invernali incantevoli.

Insomma, ognuno dice la sua e a modo suo. A Milano alcuni manifestanti hanno lanciato qualcosa (arance?) contro la polizia, che ha risposto con lacrimogeni, inseguimenti, furiose randellate e sei arresti. La polizia ha segnalato 100 agenti feriti; la natura delle ferite lamentate rimane poco chiara (stipsi, voglia di vacanze con certificato medico, cause di servizio ed indennizzi?). Oscure rimangono anche le cause, attribuite ad atti di sabotaggio, che hanno paralizzato, più del solito, alcune tratte della rete ferroviaria.

I Giochi olimpici non sono mai stati apolitici, tanto che nel 392, quando i riti non cristiani furono vietati nell’Impero, i Giochi caddero nell’oblio. Nel corso del XIX secolo furono fatti diversi tentativi di far rivivere i Giochi olimpici in Grecia, Francia e Inghilterra. Tutti fallirono. La riscoperta del sito di Olimpia tra il 1875 e il 1881 da parte dell’archeologo Ernst Curtius convinse un barone francese a far rivivere la macchina olimpica.

Equitazione, scherma, tiro a segno, nuoto e corsa campestre sviluppano tutte le qualità utili in guerra. Pierre de Coubertin ne era consapevole: il barone citò l’immagine di un ufficiale di collegamento che, perdendo il cavallo in territorio nemico, dovette difendersi con spada e pistola, attraversare a nuoto un fiume e correre a rifugiarsi nel proprio accampamento (1912).

Una cosa è certa: i Giochi moderni mai impedirono o sospesero le guerre! Quelli del 1916 furono annullati, così come quelli del 1940 e del 1944. Dopo il 1918, Germania, Austria, Ungheria, Turchia e Bulgaria furono escluse dai Giochi di Anversa nel 1920; le nazioni sconfitte nel 1945, Germania e Giappone (ma non l’Italia!) non furono invitate ai Giochi di Londra nel 1948. Altro caso di esclusione, la Jugoslavia, a cui non fu permesso di partecipare ai Giochi di Barcellona nel 1992 a causa della guerra nei Balcani e delle sanzioni imposte dall’ONU.

A parte la solita citazione dell’uso strumentale che ne fecero i nazisti nel 1936, va ricordato il boicottaggio a Melbourne nel 1956, dove sei paesi arabi non parteciparono per protestare contro l’occupazione anglo-francese del Canale di Suez. Il Sudafrica fu escluso dal 1962 al 1992 a causa dell’apartheid. Gli Stati Uniti boicottarono le Olimpiadi di Mosca nel 1980 dopo l’intervento in Afghanistan, e i sovietici boicottarono quelle di Los Angeles quattro anni dopo.

Nel 1988 non ci fu alcuna tregua olimpica tra le due Coree. La Corea del Nord scelse di boicottare i Giochi di Seul, citando il rifiuto della sua candidatura a ospitare metà degli eventi. Trent’anni dopo, l’atmosfera tra le due Coree sembrava cambiata: quella del Nord e quella del Sud hanno concordato di marciare insieme sotto la stessa bandiera, in rappresentanza di una Corea unita, alle Olimpiadi invernali di PyeongChang del 2018. È servito a qualcosa?

Nel febbraio 2022, gli Stati Uniti, Regno Unito e Canada hanno boicottato diplomaticamente le Olimpiadi invernali di Pechino per protestare contro la politica repressiva della Cina contro gli uiguri (ai curdi invece puoi torcere il collo “a gratis”, anzi ti premiano). A Parigi nel 2024, gli atleti russi e bielorussi sono stati ammessi con un escamotage: solo come atleti individuali neutrali, senza bandiera, inno o simboli nazionali, a causa della guerra in Ucraina (ciò non vale per i direttori d’orchestra e i ballerini nei teatri).

Lo sport costituisse uno strumento politico su scala globale. I Giochi olimpici sono un riflesso del potere degli Stati che si estende ai campi sportivi. La stessa idea originaria dei Giochi, quella di una tregua olimpica è ambigua. Interrompere una guerra per poi riprenderla in seguito, ha molto senso?


Prossimo cambio di regime a Kiev?

 

Nella notte tra sabato e domenica la Russia ha nuovamente attaccato la rete di fornitura elettrica dell’Ucraina, in particolare le linee di uscita di due centrali nucleari nei distretti di Rivne e Khmelnytskyi, nonché la più grande sottostazione d’Europa nella regione di Leopoli. Le centrali nucleari, tecnicamente integre, hanno dovuto ridurre la loro potenza a scopo precauzionale per evitare il surriscaldamento.

Secondo fonti di Kiev, solo un decimo del deficit di energia provocato dagli attacchi russi alla rete di produzione e distribuzione è compensato dalle importazioni di elettricità dalla Polonia.

Le conseguenze di questo attacco sono state la disattivazione di corrente anche nella capitale, per cui i residenti hanno avuto elettricità per due ore al mattino e un’ora e mezza la sera durante il fine settimana. I media russi hanno attribuito l’attacco a una rappresaglia per il tentato omicidio di Vladimir Alexeyev, vice capo del servizio di intelligence militare GRU, avvenuto venerdì.

Di là di questa versione sui motivi dell’attacco, vale quanto ho scritto recentemente in questo post. Bastano due conti: se l’Ucraina attualmente ha solo il 50% della sua capacità di generazione di energia elettrica, ma gli abitanti di Kiev ricevono elettricità solo per un sesto della giornata, allora si può stimare approssimativamente quale percentuale del consumo di elettricità sia destinata all’approvvigionamento della popolazione civile: vale a dire, un terzo. Il resto viene utilizzato per lo sforzo bellico. L’attacco persegue anzitutto un obiettivo militare.

Sempre secondo fonti russe, il presunto autore dell’attentato al generale Alexeyev è stato arrestato a Mosca e un complice a Dubai. Un terzo sospettato sarebbe fuggito in Ucraina. Il governo ucraino ha negato qualsiasi coinvolgimento nell’attacco, ma ci sarebbe di mezzo il leader di Azov, Denis Prokopenko. Alexeyev è vice capo delegazione russa ai colloqui di Abu Dhabi. Chiaro lintento di sabotare i colloqui.

Secondo l’agenzia Reuters, che cita diverse fonti “a conoscenza della situazione” sul fronte ucraino, gli Stati Uniti puntano a raggiungere un cessate il fuoco entro marzo e poi di indire nuove elezioni e un referendum a maggio su possibili condizioni di pace, come la cessione alla Russia della regione del Donbass. Donald Trump vorrebbe ottenere un successo tangibile in vista delle elezioni di medio termine.

Sergej Lavrov, ministro degli Esteri, ha dichiarato in un’intervista che la Russia non vuole “necessariamente” occupare l’Ucraina o porre fine alla sua sovranità, ma è sufficiente un rapporto di vicinato “permanente e benevolmente neutrale”. È evidente che per raggiungere un simile risultato è necessario un cambio di regime a Kiev. A tal fine vi sarà sottotraccia un braccio di ferro tra una importante frazione dei poteri europei (e della Nato) e chi attualmente comanda a Washington. In gioco vi è molto di più di ciò che appare.

domenica 8 febbraio 2026

Lolita Express

 

Il 19 novembre scorso, in seguito alle notizie della stampa americana e messo alle strette dalla sua stessa base a riguardo di una lettera di sostegno da lui inviata a Jeffrey Epstein, Donald Trump non ha avuto scelta e ha firmato una legge che rende pubblico il fascicolo giudiziario del più noto molestatore sessuale del mondo. È stata così resa pubblica una prima ondata di documenti, che rivelano il suo interesse per le minorenni e come sapeva circondarsi delle persone giuste.

Un passo indietro nel tempo: è il 24 marzo 2018, Trump è alla Casa Bianca da oltre un anno ed è già riuscito a emanare diversi ordini esecutivi inquietanti, tanto che Epstein invia un messaggio a Steve Bannon, ex braccio destro di Trump: “Si sente solo ed è pazzo! L’ho detto a tutti fin dall’inizio. Molti pensavano che non dicessi sul serio, ma è ovvio che potrebbe crollare”. I due, Trump ed Epstein, si conoscevano bene, dunque il giudizio di Epstein su Trump non è da sottovalutare (*).

Personaggio ricchissimo, Epstein sviluppò un vero e proprio sistema per reclutare ragazze minorenni e costruì anche una vasta rete di contatti. Fu condannato nel 2008 per aver avuto rapporti sessuali con una prostituta minorenne. Imprigionato nel 2019 in attesa di processo per traffico di esseri umani a scopo sessuale dopo la testimonianza di centinaia di vittime, fu trovato morto nella sua cella.

Recentemente, la Commissione di vigilanza della Camera statunitense ha pubblicato una nuova serie di documenti, tra cui quasi 20.000 e-mail e messaggi di testo inviati o ricevuti da Epstein. Cosa rivelano? Non molto sul suo impero del sesso, a dire il vero, tuttavia l’esame di questi messaggi rivela quanto Epstein sapesse circondarsi delle persone giuste. Primo fra tutti, Steve Bannon.

A stretto contatto durante il primo mandato presidenziale, Trump ed Epstein si divertivano a diffondere voci e a ideare strategie per aiutare il consigliere Bannon a implementare il suo programma populista in tutto il mondo. Epstein fornì ripetutamente a Bannon assistenza finanziaria. “Com’è avere l’agente di viaggio più pagato della storia?”, scherzò Epstein in un messaggio prima di chiarire a Bannon che i “massaggi” non erano inclusi.

Sebbene i messaggi scambiati con Steve Bannon siano i più rilevanti della lista, vi sono molti altri interessanti destinatari di queste e-mail. Ad esempio Larry Summers, ex Segretario al Tesoro degli Stati Uniti ed ex Presidente dell’Università di Harvard e consigliere economico di Barack Obama, il quale chiedeva a Epstein di aiutarlo a “dormire” con una docente di economia di 30 anni più giovane di lui. Summers, che lavorava presso la sede centrale di OpenAI, è stato rimosso dopo la scoperta di queste e-mail.

Quello tra Jeffrey Epstein e suo fratello Mark, sono tra le e-mail più suggestive. Mark gli chiede: “Cosa sta facendo il tuo amico Donald?” Risponde Jeffrey: “Va tutto bene. Bannon è con me”. “Chiedigli se Putin ha il filmato di Trump che fa un pompino a Bubba”, ribatte Mark. Chi è questo famigerato “Bubba”? Leggendo le altre email, si scopre che questo soprannome appartiene a ... Bill Clinton. C’è solo da farsi una bella risata, ma ciò non toglie che Trump è impegnato a diffondere sui social media le foto di sé stesso mentre bacia la moglie Melania per dimostrare di essere eterosessuale. Certo, questa è la cosa più importante.

Che cosa si coglie da questa storia? Che personalità di alto profilo economico e sociale erano felicissime di accompagnarlo ai suoi festini pedofili: membri del parlamento, senatori, uomini d’affari, giornalisti, star del cinema, scienziati di fama, rettori e presidi universitari, primi ministri, principi e principesse (il suo aereo fu soprannominato Lolita Express dai controllori di volo). Un sistema ramificato a tal punto che oggi il “caso Epstein” contiene una serie di elementi inquietanti, a cominciare dal profilo della sua maitresse, Ghilaine Maxwell, figlia di una spia del Mossad, Robert Maxwell, che aveva acquistato testate giornalistiche britanniche per Israele.

Dunque è un sistema che incarna il sospetto che numerosi maschi dell’élite più esclusiva non sarebbero altro che dei puttanieri a caccia di minorenni, probabilmente ricattati (nella residenza parigina di Epstein tutte le stanze erano dotate di microspie e telecamere). Si è cercato di liquidare la cosa come “teoria del complotto”, tuttavia resta il fatto che questo è uno dei più grandi scandali che coinvolge una organizzazione che sfruttava la prostituzione minorile.

(*) Epstein è stato insegnante di fisica e matematica, musicista di talento, bancario alla Bear Stearns, della quale divenne socio in accomandita semplice, quindi fondò una società di consulenza con lo scopo di aiutare i clienti a recuperare denaro rubato da intermediari e avvocati fraudolenti. Di origini ebraica, ha avuto stretti rapporti d’affari con Ehud Barak, già primo ministro israeliano, ministro della difesa e capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane, quindi con Amir Elihai, ufficiale delle forze speciali, e Pinchas Bukhris, che era anche direttore generale del Ministero della difesa e comandante dell’unità informatica IDF 8200. È stato anche molto altro e l’hanno definito un predone finanziario. In realtà, si tratta di un personaggio losco che si era trasformato in un magnaccia specializzato al servizio esclusivo degli ultra-ricchi e onnipotenti.