martedì 22 marzo 2022

L'infuocato dibattito che piace alla gente che piace

 

Storicamente, la divisione della popolazione secondo il territorio, è stato il punto di rottura con l’antica società gentilizia e l’avvio di un divenire che assumerà la forma dello Stato-nazione (anche se la corrispondenza tra Stato e nazione non è stringente, potendo coesistere in uno Stato più nazioni). Da allora la politica estera è principalmente l’espressione del confronto-scontro tra gli interessi economici degli Stati. Anche i rapporti tra sviluppo internazionale e quello interno delle singole nazioni dipendono in gran parte dal rapporto reciproco tra gli Stati, dai movimenti e dalle pressioni esistenti tra loro.

Per farsi un’idea di come oggi si legga e si critichi il “realismo” nelle relazioni internazionali, basta leggere cosa scriveva Sergio Fabbrini domenica scorsa su Il sole 24ore, laddove sosteneva che l’invasione americana dell’Iraq è avvenuta dopo un “infuocato dibattito” a Washington, mentre la decisione d’invadere l’Ucraina è stata presa al chiuso nelle stanze di Mosca, e ciò basta per tracciare una netta differenza. Tanto più, concludeva Fabbrini, che poi fu eletto per la prima volta un presidente afroamericano che di quella guerra fu avversario. Come si vede le solite chiacchiere sulla superiorità morale e le benefiche virtù implicite nella democrazia in America e il Male assoluto dove essa non domina.

Attribuire le differenze a particolarità nazionali di carattere sociale, culturale o etnico, oppure, peggio ancora, a qualche volontà dispotica e lunatica, impedisce di afferrare la portata dei passaggi storici, che vanno intesi non attraverso accostamenti generici, ma scavando in profondità nei fenomeni specifici, per esempio nel rinvenire, come in questo caso, il rapporto inversamente proporzionale tra il grado della libertà interna e quello della pressione esterna.

La pressione esterna ha influito in modo decisivo sulla struttura interna degli Stati, come rivela il caso della Prussia all’indomani dell’umiliazione delle guerre napoleoniche, quando fu proprio l’adozione della coscrizione obbligatoria a imporre la liberazione dei contadini e l’abolizione dei privilegi di censo, ciò che aprì la strada al successivo conflitto per la trasformazione in senso liberale dello Stato. Come rivela ancora la vicenda della repubblica di Weimar e ciò che ne seguì alla luce della pace punitiva dettata a Versailles nel 1919. 

Non si può negare che tale pressione esterna non abbia avuto un certo peso nelle vicende interne della Russia subito dopo l’Ottobre 1917 e poi nell’URSS (sia ben chiaro: con ciò non voglio sostenere che l’Urss fu ciò che è stata in conseguenza della sua fragilità esterna). Stalin era ben consapevole dell’enorme pressione politico-militare esercitata dall’esterno sui confini estesi dell’Urss e non forniti di protezioni naturali. Lo stesso discorso vale per la natura dello Stato e la struttura della società russa dopo la catastrofe seguita alla fine dell’Urss.

E valeva anche per la Germania e la conseguente minaccia della guerra su due fronti, e prima ancora per la Francia, stretta dagli Asburgo e per mare dall’Inghilterra (ovvio che l’assolutismo francese non dipese solo da quello). L’Inghilterra a sua volta divenne un’oligarchia “democratica” man mano che si sentì più sicura. L’Italia solo dopo che divenne una colonia americana. Eccetera.

Gli Stati Uniti questa pressione ai propri confini non l’hanno mai subita, e però già con la Dottrina Monroe hanno messo le mani avanti, per non citare la guerra con la Spagna per via di Cuba, e poi con il Messico rivoluzionario, e ancora con la Cuba castrista e con qualsiasi “regime” americano sia stato percepito in opposizione agli interessi di Washington.

Bisogna però stare attenti a non spingere troppo oltre anche questo tipo di concetti, vale a dire il nesso politica estera/politica interna, correndo il rischio invero di finire nell’assegnare il primato della politica a qualche forma di determinismo geopolitico, saltando l’esame dei rapporti reciproci tra ordine politico e ordine economico, tra condizioni materiali e concezioni ideali degli individui. È appunto il rifiuto della deprecata “complessità” a portarci nella cattiva strada dell’unilateralismo.

È necessario tener presente che lo Stato sorge dalla necessità di contenere le spinte disintegrative che gli interessi antagonistici di classi sociali contrapposte portano con sé. Lo Stato è, allo stesso tempo, il loro prodotto e la loro manifestazione. Così come lo Stato materializza il rapporto di forza tra le classi al proprio interno, allo stesso modo materializza gli interessi e le aspirazioni delle classi dominanti nei rapporti con l’esterno, vale a dire nella contrapposizione tra Stati concorrenti.

Anche in tal caso però, la questione non va intesa con una corrispondenza di tipo meccanico, scambiando lo Stato-nazione per una “cosa”, per una somma di apparati e istituzioni senza margine di autonomia rispetto agli interessi di parte. Né, all’opposto, in senso idealistico, va collocato lo Stato “al di sopra” delle classi e degli interessi specifici, nell’errato presupposto della sua autonomia assoluta. E infatti non è un caso se intorno al modo d’intendere le relazioni interne ed esterne si giocano strategie divergenti all’interno della stessa élite economica.

2 commenti:

  1. Le Coop si buttano sul business degli ucraini: vanno a prenderli coi bus perché valgono 30€ al giorno!

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    1. Non posso pensare che le Coop arrivino a simili meschinità. 30 euro poi sono pochini.

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