martedì 31 marzo 2015

Ridendo


Se ci trovassimo sulla cima di una rupe e dovessimo decidere chi tra Berlusconi e Renzi buttare di sotto, ebbene per quanto mi riguarda butterei di sotto Landini, nonostante sia un uomo per il quale è facile provare naturale e istintiva simpatia. Tuttavia qui le questioni personali devono lasciare il posto alle valutazioni politiche. Insomma, ad ognuno il suo.

Quello che rimprovero a questi esponenti della sinistra, ovviamente per ciò che conta il mio giudizio, è il fatto di non parlare chiaro: nel non voler dire esplicitamente che la riforma sociale trova i suoi limiti oggettivi nell’organizzazione di classe che il capitale esercita sul processo produttivo capitalistico informandone i rapporti sociali.

Se da sempre è negli interessi del capitale che la riforma sociale trova i suoi limiti naturali, ciò è tanto più vero in una fase che ha mutato radicalmente non solo la bilancia dei rapporti di forza tra le classi, ma il terreno stesso dello scontro, basti citare la crisi della rappresentanza politica e il peso spesso irrilevante dei singoli parlamenti e governi nazionali.

Il modello sociale cui guarda Landini e altri dei dintorni, con i richiami alla concertazione tra le cosiddette parti sociali, alle regole di tutela, di controllo statale, eccetera, è un modello di relazioni superato dalla logica delle cose. Il liberismo, prima ancora di essere un’ideologia fatta propria da un’accolta di reazionari, è espressione di quel processo che chiamiamo globalizzazione.

lunedì 30 marzo 2015

Vai a fidarti


Per avere un’idea di quale sia l’influsso esercitato dai media sull’opinione pubblica è interessante citare un episodio, tra i tanti, di allucinazione collettiva che coinvolse l’opinione pubblica europea e americana con dei risvolti davvero comici.

Nel momento in cui le armate tedesche sfondarono le linee francesi, nell’agosto del 1914, in Inghilterra si diffuse una notizia incredibile. Così incredibile che vi cedettero non solo gli inglesi e gli americani, ma anche i tedeschi! Alla fine di agosto si diffuse una voce secondo cui il ritardo di diciassette ore sulla linea Liverpool-Londra del giorno 27, ebbe come causa il trasporto di truppe russe che si diceva fossero sbarcate in Scozia per poi essere inviate in aiuto sul fronte occidentale.

Le truppe russe, segnatamente costituite da cosacchi, si disse che fossero partite da Arcangelo, in Norvegia, dov’erano giunte attraverso il Mare Artico, e avessero poi proseguito su navi di linea per Aberdeen, e dal porto scozzese trasferite ai porti della Manica. Si raccontava, in pieno agosto, che si scrollavano la neve dagli stivali sui marciapiedi della stazione. Naturalmente il segreto più totale circondava tale movimento di truppe, ma c’era gente estremamente attendibile che li aveva visti coi propri occhi i cosacchi, o aveva amici che li avevano veduti.

[...]


Preso atto dei risultati elettorali in Francia? Con le farneticanti previsioni di una vittoria neofascista per un anno ci hanno rotto le scatole. Come solito controcorrente ecco quanto scrivevo un anno fa.

È ancora troppo presto per gli estremismi, almeno fin quando sono garantiti il pagamento di pensioni e stipendi del pubblico impiego, e fino a quando nel complesso l'economia tiene. In Francia, qui, ovunque in Europa.

domenica 29 marzo 2015

Varoufakis, ovvero dell'aria fritta


In due post di questa settimana ho cercato, credo con una certa obiettività, di riportare alcuni misfatti di cui si resero protagonisti gli invasori tedeschi in Belgio nel 1914. Ho riportato anche notizia del cosiddetto Manifesto dei 93 e citato la Dichiarazione dei docenti universitari dell'Impero tedesco con cui il mondo della cultura e dell’istruzione tedesco, praticamente unanime, negava l’evidenza di tali incredibili distruzioni e giustificava le violazioni del diritto internazionale e le atrocità commesse dall’esercito tedesco in nome di un valore supremo che essi chiamano “vittoria”.

Sarebbe oltremodo interessante descrivere quali profitti i tedeschi s’attendessero dalla “vittoria”. E a tal fine bisognerebbe leggere il Memorandum presentato al governo il 2 settembre 1914 da Matthias Erzberger, capo del partito cattolico, politico influentissimo e rapporteur della Commissione degli affari militari. Il famoso Lebensraum hitlerita potrebbe apparire, al confronto, perfino più moderato, e del resto quello di Lebensraum è un concetto ottocentesco caro al noto Karl Haushofer che tanta influenza ebbe sul fanatico di Braunau.

Il popolo tedesco può vantare delle indubbie qualità, dei pregi che specie la breva gente italiana, spesso non a torto, dice d’invidiare. E però tali qualità e pregi del loro carattere nazionale, alcuni peraltro molto esagerati, non valgono nulla a fronte del loro tracotante e orgoglioso autoritarismo e del loro micragnoso filisteismo. Essi vorrebbero imporre la loro visione del mondo e concezione della vita anche agli altri popoli. La storia ha sancito che essi sono sprovvisti di buon senso e misura, per non dire altro. E quando piangono si tratta sempre di lacrime di coccodrillo.

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sabato 28 marzo 2015

Se il lavoro non è una merce per quale motivo si vende e si compra? E perché il suo prezzo cala quando c'è troppa offerta?


Mi risulta oscuro (ma non tanto) il motivo adotto dal segretario della Fiom, Maurizio Landini, per affermare che “il lavoro non dove essere ridotto a merce”. Quale favola più bella agli orecchi dei padroni?

Ma che cos’è la merce? È il prodotto del lavoro, anche se non tutti i prodotti del lavoro umano sono merci. Solo in certe condizioni sociali, infatti, un prodotto si trasforma in merce: queste condizioni storicamente determinate sono rappresentate dai rapporti di produzione mercantili, basati sull’esistenza di lavori effettuati indipendentemente l’uno dall’altro e collegati dallo scambio.

Sia chiaro che la forma mercantile di produzione non s’identifica con il modo di produzione capitalistico: ad esempio, all’interno del modo di produzione antico e poi feudale esistevano già rapporti di mercato (produzione mercantile semplice).

È soltanto con il capitalismo che la produzione mercantile si sviluppa a tal punto da diventare la forma produttiva assoluta e dominante. Nella società capitalistica, infatti, si trasforma in merce non solamente il prodotto del lavoro, ma persino, con buona pace del simpatico e fumantino Landini, la stessa forza-lavoro umana. In questo modo, i rapporti di mercato penetrano fin dentro il processo di produzione diventando i rapporti generali e più frequenti della società.

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Ora, senza voler ripercorrere passo passo tutto il Capitale di Marx, offro solo qualche cenno del quadro di riferimento della teoria del valore-lavoro, consapevole che Marx si starà rigirando nella tomba per questo genere di volgarizzazione. Tuttavia lo faccio con un’attenuante prevalente sull’aggravante: certi suoi sedicenti estimatori “critici” a Marx gli combinano ben di peggio!

Se vendo qualcosa e un altro l’acquista, questo atto come si chiama? Compravendita. L’oggetto di questo scambio è ovvio che deve avere un valore d’uso per l’acquirente, una cosa che mediante le sue qualità soddisfa bisogni umani di un qualsiasi tipo. Dal punto di vista economico la natura di questi bisogni non ha alcun interesse, potessero essere bisogni sessuali oppure dello stomaco. E non si tratta neppure del come la cosa soddisfi il bisogno umano.

Ogni cosa utile dev'essere considerata da un duplice punto di vista, secondo la qualità e secondo la quantità. Ognuna di tali cose è un complesso di molte qualità e quindi può essere utile da diversi lati. Pensiamo quanti e quali usi si può fare, per esempio, della carta secondo le sue qualità. La carta filigrana ad esempio non è adatta da usare nella stanza più piccola della casa bensì per stampare moneta, anche se la cartamoneta può essere poi usata in modi diversi da quelli per i quali fu originata.

È dunque l’utilità di una cosa a fare di essa un valore d’uso: il valore d’uso della tastiera con la quale sto scrivendo è di per sé evidente. Nell’economia capitalistica il valore d’uso, in quanto tale, è soltanto il mezzo per raggiungere un fine, ossia la produzione di valori di scambio.

Ma che cos’è il valore di scambio? Il valore di scambio (o semplicemente: valore) è, innanzitutto, il rapporto, la proporzione secondo la quale una certa quantità di valori d’uso di una specie viene scambiata con una certa quantità di valori d’uso di specie diversa.

Negli scambi che avvengono quotidianamente sul mercato capitalistico si stabiliscono dei rapporti di equivalenza tra i valori d’uso più diversi e meno comparabili l’uno con l’altro.

E allora che cos’hanno in comune tutte queste cose diverse, e che cos’è che le rende comparabili?

In comune hanno il fatto di essere prodotti del lavoro umano. Attraverso lo scambio dei prodotti, gli uomini stabiliscono dei rapporti di equivalenza tra le diverse specie di lavoro. Quello che le merci hanno in comune non è quindi il loro valore d’uso, bensì il lavoro umano astratto, il lavoro umano in generale, vale a dire il loro valore di scambio.

Ed infatti non basta dire che le merci, al pari dei prodotti di epoche economicamente precedenti e successive a quella capitalistica, sono semplicemente risultati del “lavoro”. Occorre, invece, distinguere il duplice carattere del lavoro rappresentato nelle merci: il carattere di lavoro concreto e di lavoro astratto. Scrive a tale riguardo Marx in una sua lettera:

“[…] a tutti gli economisti senza eccezione è sfuggita la cosa semplice che, essendo la merce un che di duplice, di valore d’uso e di valore di scambio, anche il lavoro rappresentato nella merce deve avere un carattere duplice […].”

Per forma concreta del lavoro s’intende l’insieme delle qualità che gli conferiscono il carattere di utilità. Il lavoro concreto non produce valori di scambio, bensì oggetti destinati all’uso. Il lavoro del calzolaio, del falegname, ad esempio, in quanto “attività produttiva conforme allo scopo” diretta all’appropriazione di ciò che la natura fornisce è una necessità “naturale”, valida per tutte le formazioni economico-sociali e per tutte le epoche storiche.

Il lavoro astratto, universalmente umano, è quell’alcunché di comune – il dispendio di forza lavoro umana – contenuto nei differenti lavori che producono le varie merci, che crea valore di scambio ed opera nel processo di valorizzazione. Esso fa la sua comparsa soltanto in una formazione sociale storicamente determinata, quella capitalistica.

È soltanto nella sua forma di valore di scambio che l’oggetto diventa merce.

Il lavoro astratto prima di essere una forma di pensiero è una forma della realtà oggettiva, una “astrazione” oggettiva che si compie quotidianamente nella realtà stessa dello scambio.

Come dice la vecchia barba già all’inizio del suo inutile librone, “un valore d’uso o bene ha valore soltanto perché in esso viene oggettivato, o materializzato, lavoro astrattamente umano”. Poco dopo, parlando del carattere feticcio della merce e del suo arcano, scrive: “Gli uomini equiparano l'un con l'altro i loro differenti lavori come lavoro umano, equiparando l'uno con l'altro, come valori, nello scambio, i loro prodotti eterogenei. Non sanno di far ciò, ma lo fanno”.

Il lavoro diventa sociale solo perdendo la sua forma concreta determinata, solo trasformandosi da lavoro concreto in lavoro astratto (*).

Nel capitalismo, ogni padrone (**) produce per il proprio interesse, senza sapere con precisione di quali merci abbia bisogno il mercato ed in quali quantità, né se egli potrà vendere la merce prodotta. Tutti i capitalisti, inoltre, conducono una spietata concorrenza sia nella produzione che nella vendita delle loro rispettive merci.

Con tutto questo, la produzione sociale si sviluppa in modo relativamente ordinato tra i diversi settori produttivi. Ciò può avvenire perché la produzione e la circolazione sono soggetti alla regolazione spontanea della legge del valore. Essa ci dice che il valore di una merce è determinato dal tempo di lavoro socialmente necessario per produrla.

Questa legge, che è la legge economica fondamentale del modo di produzione capitalistico, il “cuore della critica dell’economia politica”, rappresenta prima di tutto lo strumento che consente di comprendere il processo di formazione e l’origine del plusvalore, di ricostruire scientificamente il concetto di sfruttamento capitalistico.

Lo sfruttamento, infatti, non è prerogativa del solo modo di produzione capitalistico; e tuttavia solamente nel capitalismo lo sfruttamento assume la forma storica e determinata di appropriazione di lavoro non pagato.

Pur avendo il lavoro salariato come presupposto lo scambio libero tra persone alla pari, il rapporto monetario che s’instaura tra capitalista e operaio cela il lavoro che l’operaio salariato compie senza alcuna retribuzione, ossia quella quantità di lavoro che l’operaio non impiega per produrre il proprio salario.

Anche parlare di valore del lavoro è però un’espressione irrazionale poiché si tratta del valore della forza-lavoro, il quale deve essere sempre minore della sua produzione di valore, in quanto il capitalista fa funzionare la forza-lavoro sempre per un tempo maggiore di quello necessario alla riproduzione del valore della forza-lavoro. Scrive al riguardo Marx nel cap. 17 de Il Capitale:

«Si comprende quindi l’importanza decisiva che ha la metamorfosi del valore e del prezzo della forza-lavoro nella forma di salario, ossia in valore e prezzo del lavoro stesso.

Su questa forma fenomenica che rende invisibile il rapporto reale e mostra precisamente il suo opposto, si fondano tutte le idee giuridiche dell’operaio e del capitalista, tutte le mistificazioni del modo di produzione capitalistico, tutte le sue illusioni sulla libertà, tutte le chiacchiere apologetiche dell’economia volgare».

Pertanto, se neghiamo il fatto che la forza-lavoro sia una merce, neghiamo lo sfruttamento capitalistico dell’operaio.

Ecco perché ai capitalisti, quando Maurizio Landini afferma che il lavoro non è una merce, luccicano gli occhi dalla commozione. Landini è il candidato ideale di quel guazzabuglio di belli spiriti “de sinistra” che non saranno mai né una vera opposizione e tantomeno un’alternativa.

(*) Ci troviamo di fronte a una contraddizione reale, di cui peraltro il pensiero comune non ha chiara consapevolezza: nella società capitalistica l’attività concreta dei produttori non è direttamente lavoro sociale, ma privato; è costituita cioè dal lavoro mediante lo scambio di un produttore individuale di merci, che organizza autonomamente la propria attività economica. E questo lavoro privato può diventare sociale solo in quanto viene equiparato ad ogni altro mediante lo scambio dei prodotti come valori. Sociale è considerato il lavoro in rapporto al lavoro complessivo della società.

In altri termini, nel capitalismo, il lavoro privato non diviene sociale in quanto lavoro concreto, che produce valori d’uso, ma in quanto lavoro astratto. Il lavoro dell’operaio cinese che produce smartphone non diventa sociale perché il telefono è utile per comunicare, ma solo perché quel tipo di merce viene equiparata come valore ad una data somma di denaro, e attraverso il denaro, come equivalente universale, ad ogni altro prodotto.

(**) Si chiama padrone poiché è proprietario dei mezzi di produzione e con il denaro acquista la forza-lavoro dell’operaio che per un certo numero di ore giornaliere è costretto dal suo bisogno a sottoporsi al comando del capitalista.
«I mercanti non possono guadagnare senza mentire, e non c'è nulla di più spregevole della menzogna [...] tutti coloro che vendono la loro fatica e la loro industria, [...] chiunque offra il suo lavoro in cambio di denaro vende se stesso e si mette a livello degli schiavi» (Cicerone, Dei doveri, I, XLII). «Lo schiavo romano era legato al suo proprietario da catene; l’operaio salariato lo è al suo da invisibili fili. L’apparenza della sua autonomia è mantenuta dal continuo mutare dei padroni individuali e dalla fictio juris del contratto» (Il Capitale, I, cap. XXI).

venerdì 27 marzo 2015

“L’entusiasmo dei giorni d’agosto”


Se s’impone una scelta fra ingiustizia e disordine, diceva Goethe, il tedesco sceglie l’ingiustizia.

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Quando pensiamo alla distruzione di una biblioteca, può venire in mente quella, mitica quasi, di Alessandria d’Egitto. Altri potrebbero citare la biblioteca descritta in un romanzo poi trasposto in peplum medievale. Più raro venga in mente la biblioteca di Sarajevo. Quando invece pensiamo al rogo doloso di libri ammonticchiati nelle piazze è quasi automatico pensare alle immagini dei falò organizzati negli anni Trenta in Germania. Quei libri eretici furono bruciati dai nazisti, e però dentro alle divise c’erano dei tedeschi. Un popolo che quasi ha stupito per la capacità di risollevarsi dalle distruzioni della seconda guerra, ma forse dovrebbe stupire molto di più che a questa nazione e alle sue classi dirigenti, macchiati dei più gravi crimini contro l’umanità, sia stata data la possibilità di ricostruirsi come grande potenza europea e mondiale, al punto che oggi il loro atteggiamento sprezzante e altero non è in sostanza molto dissimile dal passato.

Ed è per tale motivo che sta riemergendo e diffondendosi nel resto d’Europa e per converso in Germania quel sentimento di ostilità e risentimento fatto di reciproche accuse che già più volte è stato foriero di catastrofi. Non per questo si può tacere di quanto è accaduto in passato più volte, per esempio in un periodo in cui un importante storico berlinese così descriveva il clima emotivo della società tedesca: “L’entusiasmo dei giorni d’agosto del 1914 costituisce per tutti coloro che li hanno vissuti un elemento di altissimo valore, degno di ricordo perenne …..”.

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mercoledì 25 marzo 2015

Uno specchio lontano


La sera del 9 agosto 1914, il generale Joseph Simon Gallieni, pranzando in borghese in un piccolo ristorante parigino,  sentì un redattore del quotidiano Temps, che sedeva al tavolo accanto, dire a un commensale: “La informo che il generale Gallieni è appena entrato a Colmar con tremila uomini”. Gallieni si avvicinò all’orecchio del suo amico che sedeva a tavola con lui e gli disse: “Et voilà comment on écrit  l’histoire!”.

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Ogni guerra porta con sé follie e brutalità soprattutto a danno delle popolazioni civili, ma riguardo alle più efferate brutalità e agli eccidi, alla nostra memoria affiorano dapprima le immagini drammatiche e tragiche dei crimini di cui si è reso responsabile l’imperialismo e il militarismo germanico durante l’ultimo conflitto mondiale.

E dico questo senza voler minimizzare i crimini di altre potenze e assolvere il colonialismo, incluso quello italiano e l’ecatombe provocata dai belgi in Congo. Se leggiamo la biografia di quel generale Gallieni, ci rendiamo conto di quali terribili orchi era capace di partorire la civile Europa anche in tempi recenti. Non va dimenticato che le potenze coloniali, non esclusi gli Usa, a cavallo tra i due secoli si spartirono vaste aree del pianeta.

La lotta per la spartizione del mondo fu la causa principale del conflitto bellico 1914-1918 che costò la vita a milioni di persone, cui s'aggiunse l'epidemia di "spagnola" che falcidiò la popolazione debilitata a causa della guerra, con circa 50 milioni di morti su una popolazione mondiale che era un quarto di quella attuale.

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Non per questo vanno dimenticati altri crimini commessi dallo stesso militarismo germanico in occasione di precedenti eventi bellici, per esempio quelli perpetrati subito dopo la sconfitta francese di Sedan (1870), quando all’improvviso nacque la resistenza francese. Anche allora la feroce rappresaglia tedesca, segnatamente prussiana, aveva stupito il mondo per la ferocia con le esecuzioni in massa di prigionieri di guerra e di civili sospettati di fare della guerriglia come francs-tireurs.

L’odio dei prussiani per i francesi ha origini antiche, tanto è vero che Federico Guglielmo III, nel 1814, ebbe a far coniare una medaglia commemorativa con la sua firma autografa nella quale venne incisa questa frase: “Dio fu con noi”.  Nulla di nuovo sotto il sole.

Nei cimiteri belgi ancor oggi si possono vedere delle lapidi con singolari iscrizioni, a proposito di fucilazioni di massa. Portano le date del 1914 e del 1940.

Nel 1914, lo stato maggiore germanico partiva dal presupposto che i belgi avrebbero dovuto farsi invadere senza porre alcuna resistenza significativa, limitandosi a sceneggiare una difesa fasulla tanto per salvare la faccia. Loro, i tedeschi, si servivano del corridoio belga, lungo la Mosa, per puntare su Parigi. A tale riguardo le parole espresse dal cancelliere tedesco Bethmann sono eloquenti, come ho ricordato in un post recente.

L’invasione del Belgio costituiva l’asse portante del piano d’attacco tedesco alla Francia messo a punto dal feldmaresciallo Alfred Graf von Schlieffen (†1913). In realtà non si trattava di un piano operativo vero e proprio , ma di un memorandum che aveva finalità diverse.  Al "piano" si attenne nell’agosto 1914 il suo successore, Helmuth Johann von Moltke (†1916), nipote del più noto Helmuth Karl Graf von Moltke (†1891).

Il grosso delle forze francesi nell’agosto 1914 fu schierato al centro dello schieramento, ossia in Alsazia-Lorena, cioè secondo il piano preordinato e cocciutamente perseguito, a sua volta, dallo stato maggiore francese nonostante fosse ormai chiaro che i tedeschi puntavano all’aggiramento della sinistra dello schieramento francese, passando per il Belgio.

Anche dopo l’invasione tedesca del Belgio, lo stato maggiore francese rimase fermo nella convinzione che quella belga fosse solo una manovra diversiva, pur se dal fronte giungevano testimonianze plurime che il grosso delle forze nemiche si trovasse proprio ai lati della Mosa. Tempo perso farlo intendere a dei generali che avevano elaborato un piano per una guerra offensiva senza aver mai preso in considerazione, nemmeno per ipotesi, di doversi posizionare sulla difensiva contro i tedeschi (*).

I vertici miliari francesi teorizzavano che se gli invasori avessero rinforzato la loro ala destra passando dal Belgio, sarebbe stato meglio perché in tal modo lasciavano meno forze al centro (Ardenne), laddove si sarebbe sviluppata l’offensiva francese. La realtà doveva dimostrarsi ben più tosta delle illusioni del generale Joseph Joffre (†1931), il quale aveva stampato in testa lo schema, molto articolato, del conflitto franco-tedesco del 1870, nel quale, tra l’altro, l’aggiramento delle forze francesi da parte di quelle prussiane avvenne in senso opposto di quanto stava per accadere nel 1914, cioè da destra e da sud dello schieramento francese, passando dalla Lorena, dai Vosgi e da Worth, quindi per Nancy e a sud di Verdun fino a risalire a Sedan, cioè lasciando neutrali sia il Lussemburgo che il Belgio.

Se la manovra tedesca avesse avuto successo, come tutto lasciava presagire ai tedeschi, avrebbe determinato l’annientamento delle insufficienti forze francesi (5a Armata) e inglesi (corpo di spedizione costituito di sole 4 divisioni) allineate sul tratto belga, e dunque aperto la strada per Parigi agli invasori. Il piano Schlieffen avrebbe avuto successo se la manovra di aggiramento dal Belgio fosse stata portata a termine con rapidità e con il massiccio impiego di tutte le forze.

Tali imprescindibili condizioni non si realizzarono per diversi motivi: dapprima per l’eroica resistenza opposta dai belgi che ritardarono l'avanzata tedesca; poi per la decisione del generale Charles Lanrezac (†1925) di non attaccare i tedeschi perché si trovava in situazione d’inferiorità e quindi ordinò il ripiegamento, fatto che permise la salvezza della 5a Armata e con ciò il successivo riscatto francese. Per questa sua decisione Lanrezac fu silurato da Joffre.

Meno noto un altro motivo dell’arresto dell’avanzata tedesca, che riguarda una singolare decisione dello stato maggiore tedesco.

Infatti, nel momento cruciale dell’avanzata, quando le truppe conquistarono Namur, Mons e Charleroi, lo stato maggiore tedesco, credendo ormai raggiunto l’obiettivo, decise di sottrarre forze essenziali al proprio slancio offensivo per inviarle in aiuto sul fronte russo. Il generale Erich Ludendorff (†1937), a capo delle operazioni sul fronte russo, fu sbalordito dalla notizia che gli dava il colonnello Tappen dal quartier generale di Coblenza, cioè dell’invio per ferrovia (benché le ferrovie belghe fossero distrutte) di ben tre corpi d’armata dal fronte occidentale a quello orientale.

Ludendorff, rendendosi conto dell’incredibile errore che si stava commettendo, supplicò lo stato maggiore dal desistere nell’inviare rinforzi sottraendoli al fronte occidentale, dove giudicava fossero indispensabili, oltretutto perché la battaglia di Tanneberg (Laghi Masuri) era già in pieno e vantaggioso svolgimento e quelle forze aggiuntive, quando fossero sopraggiunte, non avrebbero avuto peso in quello scontro. L’appello rimase inascoltato, poiché pesarono considerazioni prevalentemente di carattere non militare, che qui sarebbe lungo esporre in dettaglio.

In sintesi, a mandare a monte il piano germanico fu l’insufficiente concentrazione di forze nel punto cruciale dell’attacco, cosa che impedì riportare una vittoria decisiva e di perseguirla fino al punto di sfasciare l’esercito francese. Come dimostra l'intervento della 1a Armata tedesca in soccorso della 2a Armata, a Guise, il 29 agosto, con ciò deviando sulla sinistra della direzione di marcia. Mancò la coordinazione tra le varie grandi unità e soprattutto la rapidità di movimento (il tempo è più atto a produrre circostanze favorevoli al perdente che non al vincitore, laddove l’invasore non trovi altri vantaggi consistenti nel possesso dei territori conquistati), impedita, come detto, dalla sorprendente e tenace resistenza opposta dai belgi. Ciò non poteva che costituire fonte di acceso risentimento dei tedeschi verso i belgi, tanto più che questi sabotavano le linee di comunicazione degli invasori.

Ed infatti il 23 agosto 1914 comparvero a Liegi dei manifesti in cui il generale Karl von Bülow, comandante della 2a Armata, comunicava di aver dato alle fiamme il borgo di Andenne nei pressi di Namur, sulla Mosa, e fatto fucilare 110 persone quale rappresaglia per non meglio specificata aggressione alle truppe tedesche. Secondo i belgi le persone uccise furono 211. A Seilles, poco lontano, furono uccisi 50 civili e le case saccheggiate e incendiate. A Tamienes l’orda di soldati ubriachi fucilò 400 civili fatti raggruppare nella piazza principale. Al termine dell'esecuzione quelli ancora vivi vennero finiti a colpi di baionetta. Nel cimitero locale vi sono 384 lapidi con l’iscrizione: 1914 Fusillé par les allemands.

Poi l’armata di Bülow prese la cittadina di Namur, vennero affissi dei manifesti in cui si diceva che si stavano prelevando dieci ostaggi per ogni strada, e se un civile avesse sparato a un soldato sarebbero stati uccisi dieci ostaggi. Si trattava di una pratica ordinaria prendere ostaggi e fucilarli, soprattutto tra le persone con cariche pubbliche e gli intellettuali. Quando le truppe del generale Alexander von Kluck, comandante della 1a Armata, entravano in un centro abitato affiggevano gli stessi manifesti, prendevano in ostaggio il borgomastro e altri notabili e una persona per ogni strada. Ma ben presto non bastò e le persone per ogni strada divennero dieci. Nella cittadina di Visé gli spari delle fucilazioni di massa si sentivano fino a Eysden, in Olanda. Seguirono le deportazioni in Germania per la mietitura e altri lavori.

A Dinant, sulla Mosa, il 23 agosto i sassoni della 3a Armata del generale Max von Hausen rastrellarono “diverse centinaia di ostaggi”, tra i quali donne e bambini. Furono allineati in due file, le donne da una parte e i maschi dall’altra, inginocchiati. Due gruppi di soldati spararono loro finché tutti i bersagli non furono a terra. Uno degli assassinati era Felix Fivet, di tre settimane. Eccetera.

Un quarto di secolo dopo l'esercito di Hitler non inventò nulla di nuovo quanto a ferocia.

I tedeschi erano ossessionati dalle violazioni del diritto internazionale compiute – a loro dire – dai belgi che sabotavano le loro linee di comunicazione, distruggendo ponti e tagliando i fili del telegrafo. Non gli passava per la mente di quali violazioni si erano resi responsabili invadendo un paese pacifico e neutrale.

Bülow, Kluck e Hausen morirono, colmi di onorificenze, in pace nel proprio letto, e al loro funerale furono tributati gli onori dovuti.  

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Paul von Hindemburg, richiamato in servizio, si trovava in quel momento a comandare nominalmente l’esercito sul fronte russo. Più tardi ebbe a scrivere nella sua autobiografia: “Esiste un libro che non è mai invecchiato: Della guerra. Il suo autore è Clausewitz. Egli conosceva la guerra e conosceva gli uomini. Avremmo dovuto ascoltare e seguire i suoi consigli, sarebbe stato meglio per noi” (Dalla mia vita, 1925).

Carl von Clausewitz († 1831), nel suo celebre libro (molto citato e pochissimo conosciuto), nel capitolo dedicato alla “guerra di popolo” del Libro VI, non parla di “rappresaglia”, bensì di “punizione” (Strafe) per gli atti di guerriglia compiuti da civili, di villaggi saccheggiati, incendiati, ecc.. Clausewitz  nel Libro II parla di “principio del terrore”, e nel capitolo 16° del Libro V, quando parla della difesa delle linee di comunicazione, scrive che l’esercito deve profittare “del timore e del terrore che la propria presenza incute negli abitanti” (la versione originale tedesca è anche, se possibile, più incisiva della traduzione italiana).

Nel suo saggio, I cannoni d’agosto, Barbara Tuchman scrive che “Clausewitz aveva indicato nel terrore un metodo appropriato per abbreviare la guerra [si rammenti quanto avvenne in Spagna durante l’invasione napoleonica]; infatti la sua teoria era basata sulla necessità di rendere la guerra breve, brusca e decisiva. La popolazione civile non doveva essere risparmiata dalla guerra, ma doveva sentirne la pressione e costretta, da misure più severe, a spingere i suoi capi a fare la pace. Questo dettame – continua la Tuchman – apparentemente sensato veniva a quadrare con la teoria scientifica della guerra che era il risultato di un vivo sforzo intellettuale da parte dello stato maggiore tedesco per tutto il diciannovesimo secolo” (p. 368).

Da questa premessa “scientifica” degli stati maggiori germanici del XIX secolo, la Tuchman ricaverebbe il motivo, sotto il profilo teorico, da cui discenderebbero poi gli atti di sconsiderata rappresaglia perpetrati dai prussiani nel 1870 e dai tedeschi nel 1914. Anche dei teorici e storici militari, come per esempio Fuller e Liddell Hart, hanno affermato che Clausewitz, con la sua concezione della guerra come strumento di una politica avente lo scopo di “disarmare l’avversario”, è il teorico della distruzione fisica del nemico, padre spirituale della scuola strategica che ha provocato i massacri delle due guerre mondiali e che ha posto la politica al servizio della guerra e non viceversa.

Indubbiamente la scuola strategica tedesca del periodo post moltkiano ha dato un’interpretazione estremista alle idee clausewitziane, provocando un’inversione di concetto di preminenza della politica rispetto alla guerra. Tuttavia Clausewitz fa una netta distinzione tra guerra assoluta (che è un concetto astratto) e guerra reale, e sostiene la possibilità di limitare l’escalation degli eventi. Inoltre è del tutto evidente che egli pone la “grammatica” militare in obbedienza alla “logica” e agli scopi della politica. Non per nulla egli dà preminenza al combattimento rispetto all’ordine generale della manovra, riconoscendo esplicitamente che la manifestazione più completa di tale atteggiamento è rappresentata dalla battaglia d’annientamento napoleonica, la quale non presuppone la distruzione totale del nemico e la lotta a morte, ma solo la resa dell’avversario e l’apertura delle trattative (**). Senza dire che per Clausewitz i rapporti politici non cessano allo scoppio delle ostilità.

Ludendorff, influente esponente della casta militare tedesca, riconsiderava la celebre frase clausewitziana nel senso che la guerra è la continuazione della politica estera con altri mezzi, e poi completava la massima sostenendo che l’intera politica dovrebbe essere al servizio della guerra. Si tratta di un punto di vista idealistico il quale non tiene conto che le forme e l’intensità della guerra, come elemento della totalità politica che la contiene, dipendono dal momento storico e dalle circostanze.

Del resto cosa aspettarsi da delle mentalità forgiate in un ambiente dove l’esercito era l’essenza dello Stato, il corpo ufficiali la classe più elevata nella società, un generale comandante un grado superiore a quello di un ministro, il servizio militare la scuola della nazione, nella quale il popolo, come affermava il vecchio Moltke, era educato “al vigore corporale, all’amor patrio e alla virilità”. Insomma, lo spirito e la disciplina militare permeavano ogni aspetto della vita, dalla culla alla tomba. Quando ci provò Mussolini con gli italiani a scimmiottare i tedeschi, il tentativo, dapprima assolutamente comico, di farne un popolo guerriero, finì in umiliante tragedia.

Infine a voler considerare le cose sul piano della dialettica, c’è da osservare come tra fini e mezzi intervenga sempre un terzo elemento: il caso. E, dal punto di vista del materialismo storico, rilevo come assolutamente idealistico il concetto clausewitziano secondo cui lo Stato abbia dei propri interessi e che la politica costituisca “l’intelligenza dello Stato personificato”. La politica di uno Stato è innanzitutto espressione degli interessi della classe dominante, e dunque anche il concetto di guerra come strumento razionale della politica estera degli Stati poggia su tale premessa.

La vera guerra è quella tra le classi sociali degli sfruttati e dei loro sfruttatori, tra chi vuole lasciare le cose come stanno e impedire il mutamento di civiltà che si profila all’orizzonte, e coloro che per contro, costretti dalle circostanze, prenderanno “l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli”.

(*) Negli stati maggiori di ogni esercito raramente primeggiano le menti più brillanti, poiché la selezione per i posti di vertice segue criteri di anzianità e logiche politiche, senza troppo riguardo per le capacità professionali e le doti intellettuali degli ufficiali. Nei paesi belligeranti della prima guerra, per un lungo periodo e in taluni casi per tutta la durata del conflitto, a gestire e decidere furono in modo assoluto dei generali ancorati a concezioni belliche superate sia sotto il profilo tattico che strategico dall’introduzione dei nuovi armamenti (p. es. la mitragliatrice). L’esito di tali antiquate concezioni, la perseveranza con la quale quelle idee venivano imposte, produsse inediti massacri.

C’è da chiedersi se le classi dirigenti non vedessero di buon occhio quei massacri che comportavano l’eliminazione di tanti proletari e allontanavano i pericoli di sovversione sociale. La guerra servì a sfiancare la lotta parlamentare e sindacale. Al Reichstag i socialdemocratici contavano su una presenza ragguardevole di propri rappresentanti (110 seggi), e una base elettorale di quattro milioni; tuttavia, data la legge elettorale di tipo non proporzionale, una forza di opposizione isolata, cioè non in coalizione con altre forze, nello scontro nei collegi elettorali dov’era minoranza perdeva tutti i voti raccolti. Pur essendo il primo partito, i socialdemocratici non raccoglievano un numero di seggi adeguato alla loro forza. Il sistema elettorale maggioritario è l’escamotage delle classi dominanti per tenere in scacco le forze di opposizione sociale.

Oltretutto si deve considerare che oltre al Reichstag, dove si faceva soprattutto dibattito politico, esistevano anche i parlamenti locali, e d’importanza essenziale era ovviamente quello prussiano, cioè la Camera Alta. In essa un terzo dei seggi era riservato ai proprietari fondiari, un altro terzo agli alti burocrati e alla casta militare, dunque solo un terzo dei seggi poteva essere occupato dagli altri. Come si vede, le élite trovano sempre il modo per disinnescare la forza dei movimenti dal basso. Alla loro dittatura si può rispondere in un solo modo efficace: con la dittatura degli sfruttati e la liquidazione degli sfruttatori.

(**) «Così, dall’epoca di Bonaparte, la guerra, divenendo dapprima per l’una parte poi per l’altra una causa nazionale, cambiò interamente di natura; o piuttosto si avvicinò molto alla sua essenza originaria, alla sua perfezione assoluta. I mezzi impiegati non ebbero più limiti visibili; questi limiti si confusero nell’energia e nell’entusiasmo dei governi e dei sudditi. L’energia nella condotta della guerra venne straordinariamente aumentata, sia per l’entità dei mezzi, sia per l’esaltazione veemente dei sentimenti. Scopo militare divenne l’abbattimento dell’avversario; solo dopo averlo abbattuto e reso impotente, si credette di potersi arrestare per intendersi sui reciproci scopi. E così l’elemento della guerra, sbarazzato da ogni barriera convenzionale, irruppe con tutta la sua naturale violenza» (Della guerra, Stato Maggiore R. Esercito, 1942, Libro 8°, pp. 793-94).

Viola


Immagino che il nome di Viola Liuzzo non dica nulla. Nemmeno a me che del “dettaglio” storico ho fatto qualcosa di più di un passatempo, nel vano tentativo, ahimè, di difendermi dall’elevato grado di arbitrarietà di cui è oggetto la storia, a cominciare dalle rappresentazioni dell’ideologia vincente e dalle sue celebrazioni politiche. Una piccola “revanche” contro la letargia dell’intelligenza critica cui le pratiche spettacolari ci sottopongono.

Una volta disinnescata la memoria e l’eredità di lotte secolari, diventa molto più difficile esprimere un pensiero antagonista, per non parlare poi di una volontà capace di sovvertire i rapporti di forza che dominano la società. E quando altresì la storia non può essere seppellita, si lavora per renderla inoffensiva. I suoi protagonisti, perseguitati e diffamati in vita, dopo morti diventano icone nel pantheon dell’ipocrisia elitaria, il loro riscatto è la prova che il sistema infine riconoscere i propri errori e sa emendarsi.


La vicenda di Viola Liuzzo è precisamente parte di questo genere di vicende personali e storie collettive che, non potendo essere cancellate, il sistema cerca di canonizzare, avvilendole e svuotandole di sostanza.

Viola, il cui cognome da nubile era Gregg, fu una militante per i diritti civili in Alabama, moglie di Anthony James Liuzzo e madre di cinque figli (Penny, Maria, Tommy, Tony e Sally). Il 25 marzo 1965 venne uccisa a colpi di pistola, mentre si trovava in auto, da alcuni elementi del Ku Klux Klan, vicino a Lowndesboro. Si batteva per il diritto di voto dei neri, un diritto di fatto impossibile da esercitare nella libera e democratica America degli anni Sessanta! Inutile dire che i suoi assassini, pur trattandosi dell’omicidio di una donna bianca, se la cavarono molto a buon mercato. Superfluo anche raccontare il ruolo avuto dall’Fbi.


Oggi, negli Stati Uniti, dove la sua vicenda è fin troppo nota per essere nascosta o dimenticata, Viòla è collocata tra i 40 martiri della lotta dei neri per i diritti civili. Un altro santino da portare in processione in una società dove l’apartheid è un dato di fatto.

martedì 24 marzo 2015

Molto di più


Ieri sera ho ascoltato per qualche minuto, poi ho spento il televisore, un esponente del Pd (non ne sconosco il nome e del resto non è importante distinguerlo dagli altri) secondo il quale il lavoro non è un diritto ma deve essere una dura e quotidiana conquista a denti stretti. Il segretario della Fiom, Landini, dal canto suo ha dichiarato che non è più di “sinistra”. Parole retrodatate .

Qualunque cosa si possa dire della meschinità del presente, le parole sono insufficienti e impotenti. E non c’è nulla che possa suggerirci di andare oltre le parole. E poi se non altro ci sono ragioni anagrafiche, e di dignità. In generale, la dignità nelle nuove generazioni è in eclissi, sono incapaci anche solo di esprimersi con parole appropriate alle situazioni. Di fronte al terrorismo di Stato, tacciono oppure oppongono il solito refrain di luoghi comuni.


Del resto le parole appropriate non si possono nemmeno pronunciare senza incorrere in minacce penali, come dimostra la vicenda di Erri De Luca. Il minimo atto di resistenza concreta, poi, viene perseguito con condanne al carcere pesantissime e assurde. Si vuol stroncare sul nascere ogni forma di resistenza al terrorismo di Stato, uno Stato che ha perso ogni legittimità anche sotto il profilo dei più elementari fondamenti costituzionali. Ecco perché non basta denunciare che la “sinistra” non esiste più, fatto pacifico da decenni. La dinamica delle cose è più avanti. Molto di più.

lunedì 23 marzo 2015

Il cadavere della Grecia e la Pax germanica


Il significato estensivo del termine strozzinaggio, secondo il dizionario, è: pretesa economica eccessiva, fatta da chi approfitta di una situazione favorevole (per lui, ovviamente). Che la Germania e la Francia, tra tutti, abbiano riempito le tasche dei loro banchieri e fabbricanti, mi pare non vi sia più nessuno che lo metta in dubbio. Ne scrivevo in modo dettagliatissimo, almeno per quanto riguarda le spese per armamenti, nel marzo del 2010, anni prima che altri scoprissero l’acqua calda. In un post del luglio successivo, osservavo:

C’è da chiedersi se il popolo greco, segnatamente i lavoratori greci, hanno bisogno di acquistare le merci germaniche, anzitutto i carri armati Leopard e i sottomarini Type 214, acquistati dalla tedesca ThyssenKrupp Marine Systems AG tramite istituti di credito tedeschi.

*

Il cadavere della Grecia puzza sempre di più alle narici d’Europa, soprattutto a quelle dei tedeschi. Chi crede che i tedeschi siano cambiati rispetto ai loro nonni e bisnonni, si sbaglia. Essi si sentono incaricati dalla storia di portare ordine, disciplina ed efficienza ai popoli barbari, con quel loro disprezzo, palese o malcelato, soprattutto per i latini, per non dire di noi italiani, camerieri, bagnini, pizzaioli, truffatori, tutti “napoletani”.  

Se un personaggio come Thomas Mann diceva che i tedeschi sono la gente più istruita, più disciplinata, più pacifica della terra, e che perciò essi meritano di essere anche i più potenti, di dominare, di instaurare la “pace germanica” come risultato di “quella che viene definita con piena giustificazione la guerra germanica”, figuriamoci cosa potevano pensare e dire gli altri tedeschi!

E, difatti, nell’agosto 1914, uno scienziato tedesco, sedendo in un caffè ad Aquisgrana, mentre le truppe germaniche bruciavano i villaggi belgi e trucidavano in massa i loro abitanti, ebbe a dire al giornalista americano Irvin Cobb:


“Noi tedeschi siamo la razza più industriosa, più seria, meglio educata d’Europa. La Russia è reazionaria, l’Inghilterra egoista e perfida, la Francia decadente, la Germania è il paese del progresso. La Kultur illuminerà il mondo; e mai più vi saranno guerre dopo di questa.»

domenica 22 marzo 2015

Il futuro della rivoluzione sociale è già qui, asini!


I contributi che l’intellighenzia “de sinistra” offre all’ideologia borghese sono insostituibili per il mantenimento dello status quo quanto quelli che l’intellighenzia “laica” spalma in lode del papato sono essenziali al mantenimento in vita del cattolicesimo. È il turno di Alessandro Gilioli di raccontarci la sua versione della crisi del capitalismo e di come risolverla, lo fa con un lungo intervento nel suo blog dal titolo: Capitalismo, tecnologia e welfare universale.

Scrive Gilioli: “la macchina del capitalismo si inceppa malamente. Senza i consumi, infatti, non funziona”. In dettaglio: “Un precario, per antonomasia, non aiuta la ripresa la consumi. E' questa la contraddizione principale dell'ideologia neoliberista: cercare di rendere i lavoratori flessibili mantenendo i consumatori voraci. Non può funzionare”.

Bravo, non può funzionare all’infinito. E però questo non dipende dalla contraddizione principale dell'ideologia neoliberista, come Gilioli dà da bere ai suoi lettori, poiché prima ancora tale contraddizione principale riguarda un fatto concreto e non solo una concezione  ideologica, ossia concerne la contraddizione su cui poggia il modo di produzione capitalistico. Ma procediamo per gradi.

I fautori della teoria del sottoconsumo ritengono che la contraddizione centrale dell’economia capitalistica sia tra produzione e consumo. Essi individuano la causa della crisi nella sovrapproduzione di merci determinata dalla loro impossibilità a realizzarsi in seguito al sottoconsumo, vale a dire alla povertà e alla limitatezza di consumo delle masse.

È vero, nel modo di produzione capitalistico, la contraddizione tra produzione e consumo assume una rilevanza di primo piano. La crisi di sovrapproduzione, infatti, è anche “crisi di sottoconsumo”, benché quest’ultima, ne rappresenti un lato, un aspetto, e non la necessità.

Le contraddizioni operanti nella sfera del consumo, infatti, sono indotte da quelle interne alla sfera della produzione. Di conseguenza la genesi della crisi va ricercata nella produzione di plusvalore, e non nella sua realizzazione. Procedere in senso inverso, collocando cioè la contraddizione principale nella circolazione, conduce inevitabilmente alle interpretazioni della crisi come crisi di sottoconsumo. Questa tesi alimenta l’illusione che sia possibile risolvere la crisi intervenendo sulla sfera del mercato, in definitiva agendo sul movimento del denaro e la distribuzione della ricchezza (magari semplicemente tassando "les riches" e riducendo gli sprechi, cose peraltro, sia ben inteso, auspicabili).

Non è dunque solo una teoria, quella liberista, ad essere in causa, ma dei fatti concreti, testardi. E non ci può essere “sistema reciprocamente mutualistico”, come invece ritiene Gilioli, che possa risolvere la contraddizione centrale su cui poggia il modo di produzione capitalistico, ossia quella tra valore d'uso e valore di scambio.

*

Anche Gilioli nella sua disanima parte, almeno in premessa, dalla produzione per arrivare poi, come detto, alla questione dei consumi, ossia della circolazione, cioè a riproporre la teoria del sottoconsumo:

«La flessibilizzazione del lavoro, in sé, non è il frutto di un complotto e nemmeno di un disegno del neoliberismo per ridurre i diritti dei lavoratori. È il frutto di cambiamenti tecnologici che rendono i sistemi di produzione sempre più veloci e instabili.»

Qui si confonde una necessità economica reale con un fenomeno sociale che ne è il prodotto. È vero, indubitabilmente che il capitalismo, nel suo sviluppo tecnico e tecnologico, tenda a rendere obsoleti certi lavori e certe mansioni, ma la cosiddetta flessibilizzazione del lavoro riguarda il modo in cui il capitalismo, assecondando il suo scopo fondamentale, ossia la produzione di plusvalore, produce effetti nella divisione sociale del lavoro e nelle forme legali del suo sfruttamento (*).

Non è lo sviluppo tecnologico causa delle crisi, sia per quanto riguarda le crisi del passato così come per la crisi storica del modo di produzione capitalistico di cui possiamo apprezzare il dispiegarsi degli effetti in modo così evidente.

Nel modo di produzione capitalistico il processo lavorativo si presenta solo come mezzo per il processo di valorizzazione (e in tal senso vanno viste le tendenze necessarie ad accorciare il tempo di lavoro per mezzo dello sviluppo della tecnica), ne consegue che la contraddizione tra valore d'uso e valore di scambio tende a divaricarsi sempre più con lo sviluppo della tecnologia applicato alla produzione. Tale dinamica è alla base della crisi generale storica del modo di produzione capitalistico.

In altri termini, anzitutto va rilevato che il cosiddetto "progresso tecnico" è semplicemente "progresso delle tecniche capitalistiche", e ogni feticizzazione della tecnica serve alla borghesia per mascherare il suo giuoco. Infatti, dal lato della classe operaia, il "progresso tecnico" si manifesta come aumento della produttività e dell'intensificazione del lavoro; dal lato del capitale, invece, come accrescimento del tempo di pluslavoro. Come si vede, uno stesso fenomeno provoca non solo differenti interpretazioni, per quanto la borghesia intenda spacciarlo univocamente come “progresso sociale”, ma soprattutto due diverse determinazioni concrete.

Con lo sviluppo della grande industria e la sussunzione della scienza nel capitale aumenta enormemente la forza produttiva del lavoro. Se la produzione di valori d’uso tende a scindersi dal tempo di lavoro vivo, quest’ultimo continua tuttavia a permanere, in quanto misura del valore di scambio, come unica fonte di valorizzazione del capitale. Ma poiché nel capitalismo gli oggetti d’uso disponibili dipendono dalle esigenze del capitale, il cui scopo è direttamente il valore e non il valore d’uso, la produzione di valori d’uso si restringe quando le merci non possono realizzarsi come valori, cioè quando il capitalista non è più in grado di realizzare il plusvalore contenuto nelle merci.

Ed è questa la causa delle periodiche crisi capitalistiche come le abbiamo conosciute in passato. La ricchezza non viene creata non perché non ci siano bisogni umani da soddisfare (durante le depressioni aumenta il numero dei poveri), ma perché non vengono soddisfatti i bisogni del capitale. È il modo di concepire e di misurare la ricchezza che impedisce il suo estendersi all’intera società come ricchezza reale, come “universalità dei bisogni, delle capacità, dei godimenti, delle forze produttive, ecc., degli individui; pieno sviluppo del dominio dell’uomo sulle forze naturali, tanto su quelle della cosiddetta natura, che su quelle della sua propria natura” (**).

La contraddizione tra valore d’uso e valore è la contraddizione fondamentale del capitalismo, che, con la crescita dell’accumulazione, pone le premesse per la sua negazione, in quanto lo sviluppo delle forze produttive entra in contrasto con la forma e la natura che esse assumono nel modo di produzione capitalistico, cioè con i rapporti di produzione esistenti.

“Questi rapporti – scrive Marx –, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale”.

Il futuro di questa rivoluzione è già qui, asini!


(*) È vero, come osserva Gilioli, che il vecchio mestiere del linotipista non esiste più, ma si dimentica di dire che esso è stato sostituito dalla fotocomposizione. Se questo nuovo modo di comporre i testi, non più usando il piombo ma l’elettronica (digitalizzazione del testo) e la chimica (sviluppo delle pellicole e poi incisione della lastre), riduce i tempi di lavorazione rispetto al passato e dunque il lavoro necessario, è altrettanto pacifico che con una diversa organizzazione sociale del lavoro si potrebbe far lavorare gli addetti a questo settore per quattro anziché otto ore, tre giorni alla settimana invece di cinque o sei. Eccetera.

Insomma, il modo in cui viene impiegata e sfruttata la forza lavoro ha a che vedere con lo scopo precipuo della produzione capitalistica, l’estrazione di plusvalore, ed è ciò che determina la giornata lavorativa e il livello d’occupazione della forza-lavoro. Senza dire che il capitale ha la necessità di avere a disposizione un congruo numero di disoccupati e sottoccupati per tenere bassi i salari. Se nell’industria e nei servizi la giornata lavorativa fosse, per esempio, ridotta della metà, si avrebbe subito un raddoppio dell’occupazione.

I Pierini come Gilioli sono subito pronti a far notare che la riduzione dell’orario di lavoro, ossia dello sfruttamento, comporterebbe un indubbio svantaggio in termini di concorrenza. Questo è un problema del capitalismo, appunto, che può essere risolto solo con un nuovo tipo di organizzazione sociale del lavoro. Gilioli non crede che ciò sia possibile, che si tratti di utopie? Sono fatti suoi se il “capitalismo non funziona”, ma non ci venga a raccontare frottole, a dirci che il cancro si sconfigge con le vitamine.

(**) Il passo integrale tratto dai Grundrisse è questo:
«Ma in fact, una volta cancellata la limitata forma borghese, che cosa è la ricchezza se non l’universalità dei bisogni, delle capacità, dei godimenti delle forze produttive, ecc, degli individui, creata nello scambio universale? Che cosa è se non il pieno sviluppo del dominio dell’uomo sulle forze della natura, sia su quelle della cosiddetta natura, sia su quelle della propria natura? Che cosa è se non l’estrinsecazione assoluta delle sue doti creative, senza altro presupposto che il precedente sviluppo storico, che rende fine a se stessa questa totalità dello sviluppo, cioè dello sviluppo di tutte le forze umane come tali, non misurate su di un metro già dato? Nella quale l’uomo non si riproduce in una dimensione determinata, ma produce la propria totalità?».

sabato 21 marzo 2015

[...]


Lo spettacolo ha bisogno di simboli qualificati, lo sappiamo bene. Perché un prete argentino diventi una star è sufficiente vestirlo di bianco e fargli dire qualche banalità sulla povertà. A farci inumidire gli occhi ci pensa la propaganda laica. E vedi mai che dei poveri cristi di tunisini e di turisti in crociera suscitino una qualche forma di empatia com’è stato invece per i martiri della libertà d’espressione europea. Sui morti di Tunisi, prima calerà il sipario e meglio sarà. Soprattutto per il business turistico. L’obiettivo, quello di metterci paura del feroce Saladino, è stato raggiunto. Sui milioni di vittime e di profughi causati dalle guerre del capitalismo non si spende una parola.

*



Questa foto eloquente ci dice chi rappresenta il potere economico finanziario in Europa.

venerdì 20 marzo 2015

Quanto ne sappiamo?


L'ultimo abominio in una camera della morte degli Stati Uniti ha avuto luogo nella notte di martedì scorso nello Stato del Missouri, quando a Cecil Clayton, 74 anni, è stato iniettato del pentobarbital, uccidendolo. L’esecuzione è avvenuta nonostante le prove schiaccianti della sua disabilità mentale.

Nel 1972, Clayton stava lavorando in un deposito di legname, quando un pezzo di legno lo ha colpito alla testa. I chirurghi sono stati costretti ad asportare un quinto del suo lobo frontale, l'area del cervello che controlla funzioni psichiche fondamentali. Prima d’allora, come scrive il Washington Post, Clayton era una persona normale, lavorava part-time anche per una casa di cura locale, soprattutto non beveva, cosa di per sé straordinaria negli Stati Uniti, laddove la maggioranza della popolazione adulta, di qualunque classe sociale, assume abitualmente cospicue dosi di alcol.