martedì 8 ottobre 2013

Passato e presente


Questo post tratta del passato, di un’epoca tragica che sembra assai lontana, ma in realtà vuole parlare del presente. Oggi gli attori sono diversi, ma la trama nella sua sostanza è la medesima. Lo dedico a lettori non frettolosi e che vogliono leggere qualcosa di nuovo e di diverso dal solito.

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Ho letto l’intervista rilasciato da Guido Ceronetti – un’intelligenza acuta – a Repubblica, nella quale a proposito della Prima guerra mondiale ha detto: “fu una cosa tremenda, devastante, mortale che ha cambiato non solo la storia ma l'anima della gente. Ha cambiato l'Europa”. È molto vero quello che dice Ceronetti, senza gli orrori di quella guerra, situazioni e personaggi come quelli che seguirono sarebbe difficile immaginarli. Dove invece non mi trovo d’accordo con Ceronetti è quando dice: “Il nazismo ci fu perché c'era stata quella guerra lì: le condizioni imposte alla Germania, dure oltre ogni limite, erano tali da scatenare come minimo un Hitler”.



Il nazismo fu quella cosa lì per i modi e le situazioni in cui si compì l’enorme strage, ma non andò al potere perché c'era stata quella guerra. Il nazismo al potere non fu l’esito, come sostiene la vulgata, delle conseguenze del Trattato di Versailles. Il trattato, con le sue innumerevoli implicazioni di carattere economico, territoriale, politico e psicologico, fu usato strumentalmente per creare i presupposti politico-ideologici della “rivincita”, trovando numerosi movimenti politici nazionalisti che se ne fecero interpreti e paladini, tra i quali il nazismo. Bisogna oltretutto rilevare che la mancata invasione della Germania nel novembre 1918, diede adito all’idea che la Germania non fosse stata effettivamente sconfitta sui campi di battaglia, con ciò  alimentando la famigerata leggenda della “pugnalata alle spalle” e del ruolo avuto in essa degli ebrei (peraltro, come tutti sappiamo, l’antisemitismo tedesco viene da molto lontano).

Tuttavia, di là di queste considerazioni, il nazismo in assenza della crisi del 1929 non sarebbe andato al potere. Il nazismo, pur in quella grave crisi, senza le divisioni politiche tra le altre forze politiche (i socialdemocratici e i comunisti, i centristi ed i cattolici che poi si alleeranno con Hitler), che non riuscirono a formare una maggioranza di governo, non si sarebbe affermato elettoralmente (*). Senza le manovre di palazzo di Papen e di altri idioti quali Oskar Hindenburg, senza l’appoggio diretto dell’esercito, senza la pressione e l'aiuto finanziario della grande industria e delle organizzazione dei piccoli e grandi proprietari agrari, senza il sostegno del magnate dei media Alfred Hugenberg, Hitler non avrebbe preso piede e comunque avrebbe presto dichiarato bancarotta dopo le elezioni del novembre 1932.

Offro a tale riguardo degli spunti di riflessione.

Il cancelliere Hermann Muller cadde sullo scoglio dell’assicurazione contro la disoccupazione e fu sostituito dal cattolico Heinrich Bruning, sostenuto dall’esterno dai socialdemocratici, al quale dal maggio del 1932 subentrò quell’anima bella del cattolico Franz von Papen, che non trovò una maggioranza che lo sostenesse. Si arriva così alle elezioni legislative del luglio 1932, nelle quali i nazisti ottennero il 37,3% dei voti, non sufficienti a formare un governo con a capo Hitler, semmai Hindenburg avesse consentito di affidare l’incarico di cancelliere al “caporale boemo” capo di un partito di “delinquenti”.

A novembre 1932, in nuove elezioni, i nazisti, che pagavano sfiducia e stanchezza nel proprio elettorato, persero due milioni di voti e 34 seggi, ottenendo il 31,1 (il Partito popolare nazional-tedesco ebbe solo l’8,5). A Monaco e in Franconia erano il più forte partito, ma in tutti gli altri distretti erano stati battuti dal Centro cattolico. Complessivamente potevano contare 247 seggi su 584, cioè ancor meno che nel luglio precedente (267 su 608). Per il partito nazista l’esito delle elezioni significò il disastro, lo slancio che aveva portato il NSDAP di vittoria in vittoria fin da 1929 si era ormai esaurito, anche perché si vedevano dei segnali di ripresa economica, laddove "i primi segnali di questa nuova effervescenza avevano sostenuto la strana ondata di ottimismo che investì la repubblica di Weimar poco prima della sua caduta".

All’indomani della sconfitta elettorale di novembre, le divisioni tra l’ala destra e sinistra (pensa un po’!) del partito nazista che avevano afflitto il nazionalsocialismo negli anni Venti, riemersero improvvisamente. Scrive Joachim Fest: «Hitler avrebbe potuto divenire cancelliere soltanto di un governo che avesse dalla sua la maggioranza parlamentare; e poiché il capo dello NSDAP evidentemente non era in grado di assicurarsela, il segretario di stato di Hindenburg, Meissner, gli indirizzò una lettera»  nella quale liquidava ogni velleità del «Signor Hitler» alla nomina a cancelliere. Nella lettera si diceva testualmente: «il Signor Presidente del Reich non può non temere che un gabinetto del genere da Lei guidato si trasformi inevitabilmente nella dittatura di un partito».

Sul fronte finanziario, con migliaia di funzionari di partito e le SA che da sole costavano due milioni e mezzo di marchi la settimana, il NSDAP era alla bancarotta. Eloquente in tal senso l’annotazione tratta dal diario di Goebbels secondo cui Hitler, in dicembre, se ne uscì con questa frase: «Se il partito va a pezzi, tempo tre minuti e la faccio finita con un colpo di pistola».

Ai primi di dicembre Hindenburg, anche sotto la pressione di parte delle forze armate di cui il generale Kurt  Schleicher era ministro, affidò l’incarico di formare il nuovo governo proprio a quest’ultimo, il quale considerava Hitler come “un pericoloso maniaco”. Ciò avvenne con grave scorno del suo rivale Papen. Il 31 dicembre Goebbles scrive: «sparite interamente ogni prospettiva e ogni speranza». Assunti i pieni poteri, Schleicher fece una mossa popolare tentando di aprire ai sindacati (questi peraltro in profonde divergenze con i socialdemocratici) avviando la prima iniziativa nazionale per la creazione di lavoro. Gustav Stolper ricordò poi una scherzosa colazione tenutasi presso la cancelleria del Reich nel gennaio 1933, in cui Schleicher e i suoi collaboratori fecero a gara nel prevedere quanti voti avrebbero perso i nazisti nelle elezioni che Schleicher intendeva indire nella primavera successiva. Certamente, il primo gennaio 1933 gli editoriali di capodanno della stampa berlinese erano ottimisti. Vorwats, il quotidiano socialdemocratico, salutò il nuovo anno con il titolo: «Ascesa e caduta di Hitler».

Il 15 gennaio, Kurt von Schuschnigg, allora ministro austriaco della Giustizia, in visita dal cancelliere Schleicher, assicurò che «il signor Hitler ha cessato di costituire un problema, il suo movimento non rappresenta più un pericolo politico, tutta la questione è risolta, non è più che una cosa del passato». Quello che il ministro austriaco forse non sapeva, ma di cui Schleicher era abbastanza avvertito, è che per tutto il mese di gennaio von Papen e la lobby agraria e gli elementi più aggressivi delle forze armate si erano dati un gran daffare per convincere Hindenburg a dimissionare Schleicher ed ad aprire la porta ad un esecutivo Hitler-Papen, nella convinzione di poter poi manovrare a piacimento il capo del NSDAP. Da ultimo, a far pressione, si era aggiunto anche Oskar, il figlio del presidente.

La borghesia e gli agrari tedeschi volevano farla finita con la Repubblica e la democrazia. Essi volevano il ritorno a una Germania di tipo imperiale, la nobiltà e l’esercito chiedevano il ripristino degli antichi privilegi di casta, nonostante che la Repubblica avesse trattato le classi alte – come scrive Shirer nella sua opera sul Terzo Reich – con estrema generosità e tolleranza: «Aveva permesso all’esercito di continuare a costituire una specie di Stato entro lo Stato, aveva dato modo agli uomini d’affari e ai banchieri di realizzare ampi profitti e agli Junker di mantenere le loro proprietà improduttive mediante prestiti del governo, che non venivano mai pagati e che solo di rado venivano usati per la miglioria delle loro terre». Dal canto loro, i conservatori e i nazionalisti più moderati, non assunsero mai responsabilità di governo o di opposizione. Per quanto riguarda i comunisti, essi perseguivano la “strategia” di Mosca di contrapposizione dura ai socialdemocratici, spezzando l’unità politica delle classi lavoratrici. Mancando una classe media politicamente forte, l’instabilità e il mercanteggiamento politico erano inevitabili.

Dunque, in sintesi, non la Prima guerra mondiale e si suoi strascichi creò le condizioni politiche e sociali per l’ascesa di Hitler, bensì la crisi economica mondiale degli anni Trenta, la svalutazione competitiva, la miopia politica dei vecchi partiti, nonché gli interessi dell’esercito, della borghesia, della nobiltà decaduta e della piccola e grande proprietà fondiaria.

Anche la questione delle riparazioni di guerra, cioè del debito che la Germania doveva pagare alle potenze vincitrici per i danni causati dal conflitto da essa scatenato, va inquadrata nel suo effettivo contesto senza sottovalutarne la portata ma anche senza esagerarne le dimensioni come si è soliti fare.

Non è mia intenzione fare qui (si tratta di un post non di un saggio) la storia dei vari accordi che si succedettero negli anni in riferimento al debito di guerra tedesco, ma intendo solo offrire altri spunti di riflessione al riguardo.

È poco noto che nel 1934 il Terzo Reich registrò la sua crisi finanziaria più grave della sua breve storia. A seguito della crisi internazionale e della svalutazione della sterlina (1931) e poi di quella del dollaro (aprile 1933), il Reichsmark si trovò ad essere sopravvalutato, di modo che le merci tedesche si trovavano a non essere competitive. Sul fronte finanziario questo stato delle cose si manifestava con una drastica riduzione delle entrate valutarie, entrate indispensabili per procedere all’acquisto di materie prime (pensiamo solo al caucciù) per procedere al programma di riarmo (la spesa pubblica era superiore del 70% ai livelli del 1928).

Ad aggravare la situazione fu anche la politica antisemita del governo hitleriano, la quale costringeva molti ebrei a lasciare la Germania: 37.000 nel 1933, 23.000 nel 1934 e 21.000 nel 1935. Secondo una stima prudente, nel 1933 la ricchezza degli ebrei tedeschi valeva almeno 8 miliardi di Reichsmark, ossia una cifra enorme. Chiaro che la Germania non si poteva permettere un simile salasso, e tuttavia tra il gennaio e il giugno 1935 le uscite di moneta forte dovute all’emigrazione arrivarono in totale a 132 milioni, di cui 124,8 destinati agli ebrei emigrati. Una cifra apparentemente contenuta, in realtà ben sostanziosa se si considera che a giugno del 1934 le riserve in Reichsmark si erano ridotte a 100 milioni. Il governo dovette vietare ai tedeschi in viaggio all’estero di portare più di 50 Reichsmark e agli altri viaggiatori fu proibito portare banconote oltre il confine del Reich.

Il governo doveva adottare misure drastiche, tra le quali anche la svalutazione, per incrementare le esportazioni, oppure avrebbe dovuto imporre pesanti limitazioni alle importazioni (**). Hitler non era – come disse a Schacht – contrario in linea di principio alla svalutazione (calcolata sul 40%, con un aumento tra il 5,4 e il 7,4% dei prezzi e un aggravio del costo della vita per il proletariato per un rincaro degli alimenti del 10%) e tuttavia era ben chiaro che una svalutazione rispetto alle altre monete avrebbe vanificato il vantaggio che un Reichsmark forte aveva nel pagamento dei debiti di guerra (***). Dunque, si doveva anzitutto sbarazzarsi del debito.

Era necessario quindi dichiarare una moratoria unilaterale sul debito, poiché se si voleva gestire seriamente la crisi valutaria, l’altra strada era l’abbandono del costosissimo progetto di riarmo unilaterale. Ciò fu detto chiaramente al ministro degli Esteri tedesco dall’ambasciatore americano William Dodd nel giugno 1934. Dopo di che Schacht tenne un discorso alla camera di commercio americana di Berlino, ampiamente riportato dai media, alzando deliberatamente la tensione. Ma di questo, parlerò un’altra volta.



(*) Il padronato contestava le spese per la politica sociale spingendo invece per favorire la “formazione di capitale”. I sindacati per contro rivendicavano la “forza d’acquisto di massa”, ossia la difesa dei salari per sostenere i consumi, pur riconoscendo l’esigenza di “creare di capitale”. Insomma il cliché delle crisi capitalistiche. Hjalmar Schacht, governatore della Banca centrale, impose “una drastica riduzione delle spese pubbliche, l’alleggerimento fiscale e l’accantonamento di una somma destinata all’estinzione dei debiti statali”, costringendo il ministro delle Finanze Hilferding (autore del celebre Il capitale finanziario) alle dimissioni. Anche in questo, nulla di nuovo sotto il sole.

(**) La Gran Bretagna costituiva il maggior mercato di esportazione per la Germania. La maggior parte delle merci tedesche venivano vendute all’estero attraverso cartelli; i macchinari speciali e le materie prime delle quali la Germania deteneva il monopolio rappresentavano quasi un terzo delle esportazioni (110).

(***) Il 20 agosto scorso, un tizio a commento di un mio post ebbe a scrivere: "chi ti ha detto che pagare un debito con una moneta svalutata non conviene? conviene eccome!". Ce n'è di gente con strane idee.

6 commenti:

  1. Post molto interessante, vorrei però chiederti un chiarimento. Nella parte in grassetto riassumi quelli che sono, secondo te, le cause dell'affermazione del nazismo. Hai specificato con chiarezza la parte che riguarda "la miopia politica dei vecchi partiti, nonché gli interessi dell’esercito, della borghesia, della nobiltà decaduta e della piccola e grande proprietà fondiaria", ma ti sei soffermato meno su "la crisi economica mondiale degli anni Trenta, la svalutazione competitiva". Ora, ovviamente mi è chiaro a grandi linee perchè queste condizioni portino a delle "rotture spontanee dell'equilibrio" (mi auto-cito ;P ), ma ti chiedo se invece ci sono delle ulteriori connessioni, fammi dire più dirette, con l'ascesa al potere di Hitler. Grazie in anticipo, Marco
    PS che ridere me lo ricordo ancora quel genio della moneta svalutata... vabbè, che dire, ritorniamo ai discorsi di ieri sulla coscienza... o non si capisce, o non si vuole capire.... finchè poi si tira una bella nasata contro il muro

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    1. la crisi, la crisi, la crisi economica in ultima analisi è la matrice. poi bisogna dire che la democrazia risulta un involucro troppo stretto per chi non ha tempo da perdere con i suoi formalismi. dico anche un'altra cosa: i comunisti perseguivano la “strategia” di Mosca di contrapposizione dura ai socialdemocratici, spezzando l’unità politica delle classi lavoratrici. Mancando una classe media politicamente forte, l’instabilità e il mercanteggiamento politico erano inevitabili.

      ed è poi quello che succede, in altre forme, anche oggi. l'unità politica delle classi subalterne è stata furbamente annientata. un lavoro specialistico ben fatto. ci scriverò un post, forse. grazie per questo commento. l'unico, come ben vedi.

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    2. Questi post storici sono straordinari.

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    3. Ti seguo anch'io Olympe, e quando scrivi in risposta a Marco che: "l'unità politica delle classi subalterne è stata furbamente annientata. un lavoro specialistico ben fatto. ci scriverò un post, forse", beh, spero che lo scriverai sicuramente, e non forse.
      Ciao da Franco

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