giovedì 28 luglio 2011

Lo spettro del legionario / 2



Le crisi cicliche rappresentano momenti solo temporanei di risanamento del sistema. Nel momento in cui ristabiliscono (anche se in modo violento e con perdite di ricchezza) le condizioni della valorizzazione, il processo di accumulazione capitalistica riprende, benché con sempre maggiore difficoltà. Questa cogenza indica di per sé che il modo di produzione capitalistico ha raggiunto il culmine della fase espansiva ed è entrato nella sua crisi generale-storica, laddove le insanabili contraddizioni minacciano non solo le sue stesse capacità di riprodursi, ma anche quella della società umana. D’altra parte, la discrasia tra l’enorme capacità e potenzialità delle forze produttive sociali e la sempre più miserabile prospettiva delle condizioni di vita delle masse minacciate dalla crisi, così come l’esaurirsi delle risorse, evince sempre più l’assurdità di questo sistema.




Resta inteso però che allo stesso modo in cui si debbono respingere le teorie del “crollo”, a cui incidentalmente si richiama anche Fusaro, vanno anche disattese le concezioni che deducono la necessità del comunismo dall’ingiustizia e dalla malvagità del capitalismo così come dalla pura volontà rivoluzionaria del proletariato. Come si può desumere da quanto detto nel paragrafo precedente, nella misura in cui la crisi nega la possibilità di uno sviluppo illimitato ed equilibrato dell’accumulazione capitalistica, allo stesso modo nasce la necessità e possibilità della rivoluzione per il superamento del sistema.

Nel movimento all’interno delle contraddizioni capitalistiche non c’è alcun automatismo ma processo dialettico. Pertanto, è assolutamente vero quanto scrive Fusaro, e cioè che Marx non rinunciò mai alla convinzione “che il modo di produzione capitalistico trapassasse dialetticamente in una nuova forma di vita e di produzione”, ma è assolutamente falso che Marx pensasse che “il movimento operaio non deve fare nient’altro che assecondare la storia, accompagnandola per mano attraverso il suo traguardo”. Non si tratta né di assecondare e nemmeno di accompagnare, cioè di disconoscere il fatto che il pensiero unitario della storia, per Marx e il proletariato rivoluzionario, non è affatto distino da una posizione pratica da adottare, tanto è vero che sia la I Internazionale che i soviet non sono una scoperta della teoria ma precisamente l’elemento pratico ove la teoria s’invera.

Tanto la crisi è una tendenza necessaria del modo di produzione capitalistico giunto alla sua piena maturazione, quanto la rivoluzione sociale diviene una tendenza cosciente che gli scava la fossa e, come ormai anche gli scolaretti sanno, «la violenza è la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una società nuova. È essa stessa una potenza economica (Il Capitale, I, 24-6)» (*).

Ed è perciò che Fusaro quasi si duole perché nel Capitale, in cui “è l’istanza scientifica a prevalere”, non vi sia quasi più “spazio alcuno per la speranza e la filosofia della storia” e ciò sembri avvalorare l’idea di una “personalità scissa tra l’utopista e lo scienziato”. Frase questa, posta tra virgolette, tratta – come segnala lo stesso Fusaro – da un certo Carandini, il quale in uno sforzo immane di fantasia immagina che sia lo stesso Marx a pronunciarla.  Intanto l’effetto voluto, la traccia, resta nella memoria del lettore. È un esempio dell’insistita operazione furba dell’autore, il quale non manca, riferendosi al Capitale, di scrivere che si tratta di un’opera “scientifica”, mettendo debitamente il termine tra virgolette, scrivendo poi “che esso è colmo di esortazioni morali e di prese di posizione ‘ideologiche’ e si configura essenzialmente come un’arma di battaglia propria di chi si schiera fin da principio con una parte (gli operai) contro l’altra (i capitalisti)”. Un altro esempio, questo, di come sia difficile trovare nel libro di Fusaro un’affermazione univoca, ovvero una tesi che non sia seguita subito dopo, oppure in un altro contesto, da un’altra di segno esattamente opposto. Non è casuale, è una tattica che punta a fare della dialettica un mero espediente espositivo. Del resto, l’autore ha come scopo quello di rendere Marx presentabile in una sala da tè.

È inoltre opportuno osservare che ci vorrebbe un bel coraggio scrivere, come fa Marx nel Capitale, del lavoro diurno e notturno di donne e bambini, delle leggi coercitive per il prolungamento della giornata lavorativa, della crisi dell’industria cotoniera, della condizione della classe operaia nel suo complesso o dell’espropriazione-espulsione della classe rurale dalle proprie terre, senza un minimo di considerazione morale, di quel sentimento d’umanità e di vicinanza per le vittime dello sfruttamento bestiale e del sopruso che Fusaro liquida come “posizione ideologica”. Del resto Fusaro, un pasticcione che umilia Marx, non sa dire nulla di suo a proposito di una società dove è proibito invecchiare e non essere sempre efficienti, dove si è solo, quando va bene, mediocramente impiegati. Quindi di un sistema che falsifica lo scopo della produttività e dove la separazione della propria attività è anzitutto separazione dal proprio tempo, dove la confisca di questo costituisce la privazione della propria vita in un futile pseudo-ciclo che è solo discesa lineare verso l’inferno della schiavitù salariata, dell’anomia consumistica e dell’ipnosi spettacolare.

E veniamo brevemente alla questione della “sfiducia” che Marx, secondo le intuizioni di Fusaro, avrebbe dimostrato sia a riferimento del “crollo immediato”, sia a riferimento del suo più generale pessimismo sulla fine del capitalismo, tanto da farlo desistere dal pubblicare – congettura Diego – il seguito del primo Libro de Il Capitale, e cioè, precisa sempre Diego, i lavori i cui “cardini teorici sono la teoria della crisi e quella della circolazione”. Questa ipotesi andrebbe corroborata con dati di fatto, ma già Fusaro dice che non vi sono elementi “filologici” per farlo. A supporto la pubblica accusa cita che negli ultimi anni Marx avrebbe abbandonato i lavori di economia per dedicarsi agli studi antropologici sulle società precapitalistiche (che comunque non è lo studio dei microsporidi). Naturalmente Fusaro non prende in considerazione gli elementi “filologici” e di contesto storico che invece smentiscono questa sua gratuita illazione.

Marx scrisse il grosso della sua critica economica nel decennio 1850 e nei primi anni di quello successivo. Quindi passò, tra alti e bassi di ogni tipo testimoniati dalla sua corrispondenza con Engels, alla stesura definitiva per la stampa del I Libro de Il Capitale. Negli anni che seguirono, fu molto preso dalle questioni che travagliarono la I Internazionale e il movimento rivoluzionario europeo più in generale, per non parlare poi del periodo della Comune parigina. Egli si rendeva conto a quel punto che una fase della rivoluzione in Francia e in Europa s’era conclusa, come già era avvenuto nel 1848-’49. Che sia quindi sopraggiunta anche una certa stanchezza è normale, e andava ad aggiungersi all’aggravarsi del suo stato di salute e delle condizioni dei propri famigliari. Negli ultimi anni venne a mancargli la moglie ed egli trascorse gli ultimi periodi all’estero per cure (le lettere degli ultimi tempi confermano quale fosse, fatto umanamente comprensibile, la sua preoccupazione per il suo stato di salute già in forte declino). Senza togliere che il Moro era noto per essere un perfezionista esasperante, ma ciò nondimeno lasciò disposizioni precise sul suo lascito letterario alla figlia Tussy (Eleanor) e all’amico fraterno Engels (**).


(*) Scrive Engels nel II cap. dell’Anti-Dühring: «è chiaro che tutti i fenomeni economici si devono spiegare partendo da cause politiche, cioè dalla violenza. E colui al quale ciò non basta è un reazionario travestito».
(**) Per chi ne avesse interesse rinvio la questione alla Prefazione di Engels del III Libro de Il Capitale, laddove tra l’altro si legge: «Dai primi giorni della nostra attività pubblica, una buona parte del lavoro di contatto fra i movimenti nazionali dei socialisti e degli operai nei diversi paesi ricadde su Marx e su di me: questo lavoro aumentò col rafforzarsi del movimento nel suo complesso. Mentre però, anche in questo settore, Marx si era assunto, fino alla sua morte, l’onere maggiore, da allora in poi il lavoro sempre crescente ricadde solo su di me.
[…] Fra il 1863 e il 1867 Marx aveva non solo preparato in abbozzo i due ultimi libri del Capitale e in stesura definitiva il primo, ma anche svolto il lavoro gigantesco inerente alla fondazione e allo, sviluppo dell’Associazione internazionale degli operai. In conseguenza però già nel 1864 e ‘65 apparvero sintomi molto seri di quei disturbi cui si deve se Marx non ha potuto provvedere lui stesso alla stesura definitiva del II e del III Libro».

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