lunedì 4 luglio 2016

L'impossibilità della sua continuazione


Non è crollato solo il consenso verso la classe politica: sta franando sempre più massicciamente il consenso verso il sistema. Fortuna che ci sono i Cinquestelle che per un po’ terranno botta vendendo nuove illusioni. Poi sarà peggio, o molto peggio. Le crisi delle democrazie hanno sempre fatto seguito alle crisi economiche e di sistema. Peraltro oggi non siamo semplicemente in presenza di una classica crisi di ciclo, ma alla fine di un’epoca. E ciò non avviene, come sosteneva Scalfari nel 2013, “per l’esaurirsi delle responsabilità”. Avviene per impossibilità della sua continuazione. Per analogia si potrebbe richiamare a tale riguardo il Tardo Antico.

Le disuguaglianze economiche si fanno sempre più marcate e dunque la radicalizzazione dello scontro sociale è solo questione di tempo. Alla gente comune non interessa nulla del referendum, dell’Italicum e cose del genere. Vuole lavoro, chiede sicurezza e di non patire un sistema di permanente taglieggiamento che salvaguarda i forti in danno dei deboli. Però non si tratta solo di questo, e non solo la classe politica, la classe dirigente e proprietaria, ma anche il ceto intellettuale borghese, salvo eccezioni, non è ancora in grado di comprendere la dimensione inedita del cambiamento in atto.

Interessi paralleli: degli sfruttatori e dei loro lacchè


Con i fatti di Dacca, con la notizia che gli assassini apparterrebbero a famiglie benestanti, si è aperta la solita giostra dei parallelismi, innanzitutto e segnatamente con il sempreverde parallelismo dei “figli di papà” delle Brigate Rosse.

A parlare di Brigate Rosse di solito sono gli “esperti”, il cui compito non è semplicemente quello della diffamazione (va da sé), bensì soprattutto quello della falsificazione storica. Sarebbe inutile entrare nel merito della gratuità e strumentalizzazione del parallelismo posto tra Is e Brigate Rosse, tra presunti “figli di papà” brigatisti e islamisti, ma è bene precisare se non altro a favore dei “nuovi venuti”.

La maggior parte dei componenti delle Brigate Rosse proveniva da famiglie proletarie o al massimo dal cosiddetto ceto medio. Certo, erano istruiti, alcuni di loro avevano frequentato l’università, tutti si erano formati nel corso delle lotte di quegli anni una coscienza antagonista e rivoluzionaria. E con ciò? Erano dei comunisti e tanto basta per infangarne il nome e falsificarne la storia.

Vorrei ricordare alcuni di loro, per esempio Fabrizio Pelli, già cameriere e poi militante brigatista, lasciato morire in carcere di leucemia; Margherita Cagol, Mara, la quale non venne “uccisa nel corso di un drammatico scontro a fuoco”, ma, già ferita, fu assassinata a sangue freddo. Di Riccardo “Roberto” Dura parla qui sotto Barbara Balzerani in una lettera scritta in occasione della medesima strumentalizzazione a mezzo stampa dopo i fatti parigini dello scorso novembre. Roberto, preciso per chi avesse perso memoria o fosse nato dopo quei fatti, fu assassinato assieme a: Annamaria Ludmann, già impiegata in una ditta di spedizioni e poi all’Italimpianti, 32 anni; Lorenzo Betassa, operaio, 28 anni; Piero Panciarelli, operaio, 25 anni.

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domenica 3 luglio 2016

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L’idea più superficiale vede il mondo antico in bianco e ocra: quello dei marmi e delle pietre. Sappiamo invece come quel mondo fosse coloratissimo e decoratissimo. Anche i manufatti di uso più comune furono realizzati da abili artigiani e non di rado da veri artisti. Il confronto con l’oggi è impietoso, e sui motivi si può ragionare a lungo. Un motivo sta nell’unilateralità del lavoro industriale, in cui trova posto l’operaio senza alcuna abilità, ridotto al virtuosismo di una o poche funzioni. Non è un caso che come ammiriamo i prodotti di artigiani sopravvissuti al trionfo della produzione su grande scala, allo stesso modo tra le poche attività artistiche oggi meritevoli d’attenzione vi siano le opere degli artisti di strada.

Con il lavoro sociale di massa c’è stata la scissione netta fra le potenze mentali del processo di produzione e il lavoro manuale. Cosa ben nota, così come il fatto che nella dinamica capitalistica ciò che conta è il profitto, e il lavoro umano, quale fonte del profitto, merce esso stesso, deve essere razionalizzato ed economizzato al massimo grado. Non c’è più spazio per attività secondo criteri di attitudine e creatività, estetici e di bellezza, e alla stessa legge economica soggiace in generale la qualità dei materiali coi quali fabbrichiamo il mondo.

E tuttavia non basta il sorgere dalle ceneri del passato di rapporti sociali d’impronta capitalistica, dunque declinati totalmente al profitto, a spiegare la deriva generale subita dal gusto estetico, fino a toccare il parossismo. Ci dev’essere dell’altro, qualcosa che ha a che fare con la schizofrenia, con qualche forma di follia, insomma non può essere addossata tutta la responsabilità alla “struttura”. Ci sarà pure un motivo di fondo per cui quasi tutto ciò che di più alto e di più bello è stato pensato e realizzato appartiene al passato?


Come accade spesso, questo blog non offre risposte, a sua volta le cerca.

sabato 2 luglio 2016

La legge De Nicola-Acerbo


Per instaurare un regime dittatoriale vi sono principalmente due modi: il golpe, ossia il colpo di Stato, oppure le elezioni politiche. In quest’ultimo caso, perché la cosa funzioni senza sorprese, è necessario varare una nuova legge elettorale: fecero così i fascisti e poi i nazisti.

I fascisti nel 1923 fecero scrivere la nuova legge elettorale, che garantiva la maggioranza assoluta dei seggi con il 25 per cento dei voti, da un economista versato per l’agronomia, certo Giacomo Acerbo, sottosegretario alla presidenza del consiglio. Non fu certamente la sua mano a scrivere la legge che porterà il suo nome, e tra i suoi suggeritori vi fu l’allora presidente della camera, tale Enrico De Nicola, già presidente della giunta elettorale, il quale durante la discussione e l’approvazione del provvedimento consentì alle squadre fasciste di “assistere” dai palchi dell’aula alle relative operazioni. Non per intimorire e minacciare, ma anche loro per suggerire.

Alle elezioni politiche del maggio 1924, De Nicola accetta di candidarsi a Napoli nel listone fascista, per poi rinunciare al seggio e dedicarsi all’attività professionale di avvocato (i pronostici davano il fascismo per passeggero). Il regime non si scordò di lui e nel 1929 lo nomina senatore. Fu molto amico di Croce e già questo fatto non può deporre a favore di un galantuomo.


Enrico De Nicola, nato il diciotto brumaio 1877, fu monarchico, sempre. Perciò fu scelto ed eletto poi come primo Presidente della repubblica, sia pure provvisorio e per pochi mesi. E se questo fatto vi sembra paradossale, quelli che seguirono nella storia repubblicana non lo furono meno. Fino ad oggi, domani, sempre.

venerdì 1 luglio 2016

Porca miseria


Entro il 2030 moriranno per cause prevedibili 69 milioni di bambini sotto i 5 anni, altri 167 milioni vivranno in povertà e 750 milioni di donne si saranno sposate da bambine mentre più di 60 milioni di piccoli in età da scuola primaria non avranno istruzione.

Lasciamo stare il capitalismo e cose così, poniamoci una domanda semplice: a che cosa serve far crescere il Pil, produrre sempre di più, se queste situazioni non sono poste al centro delle nostre preoccupazioni? Com’è tollerabile che 85 persone possiedano una ricchezza pari alla metà più povera del pianeta, quella che soffre di ogni penuria?

Ora poniamoci un’altra domanda un po’ meno semplice, ossia quella che riguarda le responsabilità. E non mi riferisco agli 85 personaggi di cui solo di alcuni conosciamo i nomi, i quali probabilmente non sono nemmeno in grado, dato il loro patrimonio, di comprendere correttamente la questione. Mi riferisco invece a quella varia intellettualità legata ai possessori della ricchezza. Sono i portavoce di un mondo morente che non ha più nulla a che fare con l’avvenire. Respingendo ogni idea di alternativa radicale all’esistente, essi respingono gli interessi generali dell’umanità stessa.

Essi condividono certamente l’opinione che in questo mondo non tutto sia a posto. Anzi, essi si rendono conto dell’irrazionalità di questo sistema, e ciò nonostante si comportano quotidianamente come se questo mondo fosse razionale e l’unico possibile. Non deve stupire che il loro modo di pensare non incida sul mondo. Essi considerano una sola tendenza, e sono d’accordo per lasciare sostanzialmente le cose come sono, come se i fatti non fossero obiettivi e impegnativi per tutti.

Con l’appoggio che essi offrono al mantenimento degli interessi della classe dominante, ai rapporti capitalistici di produzione e proprietà, essi tradiscono gli interessi dell’umanità intera. Lo scettico borghese, falsamente obiettivo, non vuol intendere di essere, volente o nolente, parte in causa in questa grande lotta, poiché non chiama lotta quella violenza permanente esercitata da un piccola classe sociale sull’umanità.

In fondo non c’importa nulla dei figli degli altri e dell’umanità intera. È significativo che dalla caduta del famigerato Muro, in ogni angolo del mondo, dall’Ungheria a Ceuta e Melilla, dalla Palestina a Nicosia, si siano alzati 10.000 chilometri di nuove barriere, nuove cortine di ferro-cemento, per non parlare dei muri invisibili ma non meno reali posti in essere con le nuove dinamiche di esclusione e separazione.


Che fare? Intanto prendiamo perlomeno posizione, porca miseria!