La prima cosa che mi è venuta in mente è stato un librino di John Steinbeck, Uomini e topi, che lessi alcuni anni luce or sono. Il nuovo contagio si chiama Hantavirus, ossia il virus della pantegana. E c’è già almeno un colosso del farmaco che sta lavorando al vaccino. Dal che si deduce che pensano ad una somministrazione massiccia, altrimenti i conti non tornerebbero.
È questa la bellezza della scienza al servizio del capitalismo. Ma anche al servizio degli eserciti. Infatti, un virologo dell’Us Army Medical Research Institute of Infectious Diseases di Frederick (Maryland) ci stava già lavorando con, dice oggi, prospettive promettenti. Se in certi laboratori dell’Us Army lavorano a un vaccino, vuol dire che dapprima hanno studiato gli effetti contagiosi del virus. In gergo si chiama guerra batteriologica, anche se il virologo ha dichiarato che lo fa in vista del “cambiamento climatico”, eccetera.
Il “cambiamento climatico”, una realtà dalle cause assai controverse, è diventato un Leitmotiv, un passepartout, per smerigliare il prossimo tuo, simile ma non uguale a te stesso. Da tempo siamo governati democraticamente da un ceto sociale (non solo politico!) che rappresenta i propri interessi con la stessa rigorosità della lobby dei dentisti. Ad ogni modo metto le mani avanti. Nel caso specifico questa volta non mi farò vaccinare: la pantegana proprio no.
Ho sempre pensato che le manifestazioni del capitalismo, comprese le più recenti, possano essere efficacemente analizzate utilizzando concetti marxiani, senza la necessità di nuove categorie fondamentali. Per esempio, a proposito del “lavoro” (quanto spesso si sente gente nullafacente dire: “stiamo lavorando” a questo e a quello), è considerato socialmente necessario, nel senso specifico di lavoro astratto (su tale concetto rinvio a Marx), solo se contribuisce alla crescita del peculio privato.
Marx definisce il valore come la quantità di lavoro astratto che sottende il valore di scambio di una merce. Le merci venivano prodotte già in epoca biblica, ma solo nelle società in cui predomina il modo di produzione capitalistico la loro abbondanza si manifesta come un’immane raccolta di merci (come affermato nella prima frase del Capitale, e ancor prima in Per la Critica dell’Economia Politica). Proprio come ai tempi di Marx, anche oggi coesistono altri modi di produzione accanto a quello capitalistico, ma tutti sono caratterizzati dal primo: tutto viene trasformato in merce per generare profitto, o semplicemente per sopravvivere.
Per il capitale è del tutto irrilevante se la merce prodotta sia un vaccino o un virus per la guerra batteriologica. Se si tratti di un farmaco per salvare milioni di persone oppure di armi per lo sterminio di massa. Del tutto indifferente anche se il prodotto sia materiale o immateriale.
Questo scrive Marco Liera, uno che suppone di star fuori dal mazzo, di non averci nulla a che fare. Che tutti gli altri, tranne lui e i suoi ammiratori, siano come egli li descrive, ovvero delle capre. Non è vero che l’elettore (questo il target di Liera) “non sa bene da chi viene fregato”. Lo sa benissimo, solo che i vari Marco Liera gli hanno raccontato alla nausea che il comunismo era ed è quella roba là. Come se un tempo ci avessero raccontato che la società borghese è esattamente ed esclusivamente la condizione descritta da Jack London nella sua descrizione dei quartieri proletari di Londra; oppure che il capitalismo è la Grande Depressione, la condizione di George Milton e Lennie Small, braccianti stagionali che si guadagnano da vivere vagando per il paese di fattoria in fattoria. Qualsiasi sistema sociale ridotto permanentemente alla dimensione di un’epoca, avulsa dal suo quadro storico, da qualunque frangente capitasse tra cielo e terra. Non serve spremersi troppo le meningi per trovare la causa del disorientamento e delle derive populiste.

Un amico mi ha mandato uno spezzone della serie X files che noi giovani, allora, ingenuotti seguivamo appassionatamente, ebbene all'agente Fox Mulder un esperto raccontava di certi esperimenti condotti dall'onnipresente CIA su un nuovo virus sperimentale da usare come arma batteriologica e si chiamava Hanta......a pensare male va male ma ci si azzecca sempre.
RispondiEliminaL'anno luce e' una misura di distanza non di tempo, pero'.
RispondiEliminaè una metafora
EliminaForse una catacresi o un'iperbole. Comunque è molto efficace.
EliminaAttenzione che si sta covando dei lettori precisini.
Posto che nell' universo spazio e tempo sono interdipendenti e che C è la costante che li regola, indicare il tempo con frazioni o multipli di C non è sbagliato.
RispondiEliminadapertutto si trova scritto che l'anno luce non è una misura del tempo bensì della distanza. ma è solo la metà del vero. indirettamente è anche la misura del tempo. Se chiedo quanto tempo impiega la luce ad attraversare la nostra galassia, la risposta è: circa 100k anni. questa è una misura del tempo.
Eliminaad ogni modo pensavo di usare il riferimento agli anni luce che mi separano da certe letture come una metafora.
"..vivremo del grasso della terra.." è la frase che piu mi è rimasta impressa da uomini e topi se ricordo bene nella traduzione di Pavese.
RispondiEliminaCioè vivremo senza lavorare, e indubbiamente qualcuno ci riesce.
La frase originale in inglese è:
RispondiElimina"We'll live off the fatta the lan'"
È una resa dialettale e popolare di "We'll live off the fat of the land", espressione idiomatica inglese che significa letteralmente "vivere del grasso della terra" — cioè vivere nell'abbondanza, senza fatica, godendo di tutto ciò che la terra produce spontaneamente.
L'espressione ha radici bibliche: compare nell'Antico Testamento (Genesi 45:18) quando il Faraone invita Giacobbe e i suoi figli a stabilirsi in Egitto promettendo loro "il meglio della terra".
Assunto come filologo (a ore perse)
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