mercoledì 6 maggio 2026

Abbiamo molto di niente

 

Da almeno quarant’anni non s’è fatta una sola seria riforma che abbia cambiato in meglio la vita della gente comune. Anzi, al contrario, oltre a svendere il patrimonio industriale pubblico, s’è fatto di tutto per smantellare quei pochi ma preziosi diritti che erano stati conquistati in anni di lotte, a cominciare dai contratti di lavoro e dalla scala mobile. E solo Dio sa quanto sarebbero necessarie delle norme a tutela del lavoro precario e una misura che permettesse ai salari di reggere almeno un poco al gioco degli speculatori e alla brama degli sfruttatori. Misure che avrebbero dei riflessi positivi sull’emigrazione dei giovani e anche sulla natalità.

Ma di ciò, e di una riforma fiscale non punitiva per i redditi medio-bassi, neanche a parlarne, nemmeno un sussurro da parte di chi dice di tutelare le classi salariate (ma lo dicono ancora?). Quale eredità ha realmente lasciato la sinistra durante il suo lungo governare? Quale percorso ha tracciato e quale ha deliberatamente evitato? Sì, da tre anni e mezzo governano dei fascistoidi, ma qual è la sua parte di responsabilità per il declino strutturale di questo Paese? Siamo in presenza di una dinamica dell’illusione sistematica peraltro in una evidente (per chi la vuol vedere, ovviamente) crisi costituzionale.

Quella delle riforme è, nella gerarchia delle grandi questioni, e sono tante, la questione che ha la precedenza nelle chiacchiere di chiunque governi o sia all’opposizione. Siamo al punto, da ultimo, che quella compagine eterogenea che si presenta, più a parole che nei fatti, come l’opposizione a questo governo, non è nemmeno in grado di stilare un minimo di progetto politico (e non riuscirà a farlo, se non per ciò che vi è di più astrusamente generico). Sono tutti presi dal tema della leadership di una coalizione elettorale che ancora non esiste se non nel vaniloquio di una mezza dozzina di aspiranti al trono.

Ciò accade per una ragione non semplice ma evidente: qualunque partito, e all’interno di essi le relative correnti, è tributario, non solo elettoralmente, di un blocco sociale apparentemente variegato ma sostanzialmente granitico, che si frappone a qualsiasi riforma sfiori una sola delle cento sfumature del privilegio, una qualsiasi fonte di prebende o di esenzione. Dal padroncino al burocrate ministeriale, dal concessionario di un bene demaniale al tassista furbo, dall’evasore tollerato all’elusore sistemico autorizzato, dalla protervia di un gestore di servizi fino all’intoccabilità del magistrato, nessuno ha reale interesse che le cose cambino. E così sia.

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