L’importante è leggere, dice qualcuno. Come andare di corpo. Non importa cosa ti danno da mangiare. Chiosa Repubblica a riguardo del Salone del Libro di Torino: “cura del cibo come oggetto estetico e progettuale e dove ha avuto successo il filone vegetariano-vegano con un progetto tutto dedicato alle radici”.
Nel postprandiale, i visitatori-acquirenti, che non è detto siano anche lettori, sono andati di corpo con questa roba qua: Concita De Gregorio “La cura”, “Il custode” di Niccolò Ammaniti, Vasco Brondi con “Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte”.
Altri hanno preferito lassativi meno diluenti: uno dei preferiti è stato Maurizio De Giovanni con “L’orologiaio di Brest”. Esaurito Tomaso Montanari con “La continuità del male”, richiestissima anche la glicerina “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi.
La merda è ovunque, cambia solo il colore: quella “gialla” di Petros Markaris, “La ricchezza che uccide” e “Caducità”, di Sandro Veronesi. Quella più fotografata è una prima del “Signore degli anelli”. Per sfinteri forti la superstar indiscussa è stata “Kolchoz” di Emmanuel Carrère. La purga sovietica rende bene.
Anche la prostata di Vittorio Sgarbi stimola parecchio con “Il cielo più vicino”. Ora che è stato assolto, il critico depresso può ritornare in circolazione. In rotolone soffice doppio velo: “Io sono perfetto” di Paolo Ruffini e “Il crimine del Paradiso” di Guillaume Musso.
Nel vespasiano di Mondadori: “Il tempo del la la la” di Luciana Littizzetto, “Cesare, la conquista dell’eternità” di Alberto Angela e “Arkansas” di Chiara Tagliaferri. Dicevo: l’importante è andare di corpo. Anche quest’anno, con regolarità.
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